Fonte: Il Fatto Quotidiano Società - 17 Novembre 2019 Diego Fusaro
Nell’apoteosi della rete dell’internet propria dell’evo della “scomparsa delle lucciole”, come la appellava Pasolini,
la comunicazione ipertrofica sostituisce la relazione, sempre più
latitante e rarefatta. Quelle disseminate per lo spazio cosmico del web,
infatti, non sono mai vere relazioni: figurano, nella
migliore delle ipotesi, come promesse di relazione, che, per attuarsi,
necessitano del rapporto reale tra i “volti”, secondo la dinamica
messa a tema da Lévinas.
Favoriscono, in altri
termini, i processi di isolazionismo individualistico e di
privatizzazione dell’immaginario collettivo degli “incantati dalla rete” (riprendendo il titolo del libro di Carlo Formenti). Confermano la tendenza generale di un’epoca connessionista che aspira al moltiplicarsi delle relazioni fluide e, insieme, opera affinché esse mai si condensino in forme stabili.
Nella pellicola del 2012 del regista Henry-Alex Rubin, intitolata Disconnect, è magistralmente tratteggiata l’aporeticità della nuova condicio
virtuale a cui le nuove generazioni sono condannate. Sempre connessi,
gli abitatori della rete dipendono integralmente dall’internet per ogni
azione e per ogni pensiero.
Un numero sempre crescente di giovani ha apertamente scelto di vivere on line, disertando la vita reale, svilita al rango di esistenza off line. È l’imago parossistica dell’esistenza al tempo del globalismo: l’homo cosmopoliticus
coincide con una soggettività puntiforme e uniforme, solitaria ma
sempre connessa, globale ma isolata, vicino al distante e distante dal
vicino.
Per questa via, non solo la relazione umana si fa digitale, ma, in maniera convergente, l’azione è inibita e lo spirito critico è anestetizzato:
il tempo dell’esistenza è speso in rete, nel controllo ossessivo della
mail e del telefonino, nella cura delle relazioni digitali e nella
rielaborazione permanente del proprio profilo virtuale quale appare sul
palcoscenico delle reti sociali.
Quella che già nel 1995 lo psichiatra americano Ivan Goldberg aveva definito come la “sindrome della dipendenza dalla rete” (Internet Addiction Disorder)
si è a tal punto estesa da conquistare, di fatto, pressoché ogni
abitatore della cosmopoli a reificazione integrale. Non è difficile
comprendere come, in forza del proliferare delle relazioni digitali
proprie della community virtuale, il nuovo potere seducente del
tecnocapitalismo abbia realmente ottenuto, a mo’ di conquista,
l’inibizione dei reali rapporti interpersonali, di fatto dissolvendo la
base di una rivolta corale.
L’internet e la società dei like,
con le loro relazioni effimere e superficiali, hanno appieno
guadagnato lo statuto di nuova droga che, equivalente del “soma”
descritto dall’Huxley del Brand New World,
risarcisce rispetto alla sofferenza e alle storture del mondo reale,
destando l’illusione di una comunità più vera, proiettata in un’altra
dimensione rispetto al tradizionale mondo off line. Sotto questo
profilo, si potrebbero applicare alla società dell’internet e ai suoi “paradisi digitali” le considerazioni a suo tempo svolte da Marx in relazione all’Opium des Volks, all'”oppio del popolo” religioso, alla comunità celeste escogitata come falsa compensazione per le storture di quella terrena.
si parla di progresso, di evoluzione, di civiltà ci ritroviamo invece in un nuovo medio evo dove conta chi si nasconde dietro il potere o vi si allea con esso.
venerdì 22 novembre 2019
mercoledì 20 novembre 2019
Climate change rischia di mandare in fumo il 3% del Pil mondiale
Fonte: W.S.I. 20 Novembre 2019, di Mariangela Tessa
Il cambiamenti climatici rischiano di mandare in fumo il 3% della crescita mondiale nei prossimi trent’anni. Tradotto in numeri assoluti, si tratta di 7,9 mila miliardi del Pil mondiale destinato a scomparire entro il 2050.
È quanto riporta uno studio condotto dall’Economist Intelligence Unit, dal quale emerge che saranno l’Africa (4,7%), il Sud America (3,8%) e il Medio Oriente (3,7%) le tre aree più colpite dall’aumento delle temperature medie. Niente di buono in vista per l’Europa, che lascerà sul terreno l’1,7% del Pil.
Più contenuti gli effetti negli UsaAnche gli Stati Uniti, la più grande economia del mondo, non riusciranno ad evitare gli effetti negatici dei cambiamenti climatici, anche se saranno più contenuti rispetto alle altre principali aree. Nello stesso arco temporale, secondo le previsioni sopportate nello studio, l’economia a stelle e strisce potrebbe rallentare di oltre l’1%.
Un allarme era già stato lanciato la scorsa estate dal National Bureau of Economic Research, che aveva sottolineato in agosto che la crescita pro capite negli Stati Uniti potrebbe ridursi del 10,5% nei prossimi 81 anni, in previsione di temperature più elevate in tutto il mondo.
Il report, diffuso oggi, arriva pochi giorni prima della prossima conferenza dei cambiamenti climatici delle Nazioni Unite. La 25esima conferenza delle parti contraenti dell’Unfccc, la cop25, appunto, avrà luogo dunque a Madrid dal 2 al 13 dicembre prossimi.

Il cambiamenti climatici rischiano di mandare in fumo il 3% della crescita mondiale nei prossimi trent’anni. Tradotto in numeri assoluti, si tratta di 7,9 mila miliardi del Pil mondiale destinato a scomparire entro il 2050.
È quanto riporta uno studio condotto dall’Economist Intelligence Unit, dal quale emerge che saranno l’Africa (4,7%), il Sud America (3,8%) e il Medio Oriente (3,7%) le tre aree più colpite dall’aumento delle temperature medie. Niente di buono in vista per l’Europa, che lascerà sul terreno l’1,7% del Pil.
Più contenuti gli effetti negli UsaAnche gli Stati Uniti, la più grande economia del mondo, non riusciranno ad evitare gli effetti negatici dei cambiamenti climatici, anche se saranno più contenuti rispetto alle altre principali aree. Nello stesso arco temporale, secondo le previsioni sopportate nello studio, l’economia a stelle e strisce potrebbe rallentare di oltre l’1%.
Un allarme era già stato lanciato la scorsa estate dal National Bureau of Economic Research, che aveva sottolineato in agosto che la crescita pro capite negli Stati Uniti potrebbe ridursi del 10,5% nei prossimi 81 anni, in previsione di temperature più elevate in tutto il mondo.
“Il modello di cambiamento climatico dell’EIU calcola che entro il 2050, l’economia degli Stati Uniti sarà dell’1,1% più piccola di quanto non sarebbe stata in assenza di cambiamenti climatici”, afferma il rapporto. “I recenti eventi negli Stati Uniti hanno dimostrato le gravi vulnerabilità che esistono anche nelle principali economie sviluppate”, si legge nel report in cui si menziona la maggiore frequenza e intensità degli incendi che hanno comlpito negli ultimi anni la California.L’anno scorso, un rapporto del governo degli Stati Uniti affermava che i cambiamenti climatici sarebbero costati miliardi di dollari all’economia degli Stati Uniti.
Il report, diffuso oggi, arriva pochi giorni prima della prossima conferenza dei cambiamenti climatici delle Nazioni Unite. La 25esima conferenza delle parti contraenti dell’Unfccc, la cop25, appunto, avrà luogo dunque a Madrid dal 2 al 13 dicembre prossimi.

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lunedì 18 novembre 2019
Climategate, ovvero quando denunciare il riscaldamento globale era roba da complottisti
Fonte: Il Fatto Quotidiano Ambiente & Veleni - 18 Novembre 2019 Ugo Bardi
Sono passati 10 anni da quando, nel 2009, esplodeva sui media la storia che poi sarebbe stata chiamata “climategate” – qualche volta “climagate” in Italia. Era successo che qualcuno aveva violato il server della “Climate Research Unit” (CRU) dell’Università di East Anglia, in Cambridge, portandosi via e poi diffondendo le e-mail private che alcuni scienziati del clima si erano scambiate. Da lì, è nata una polemica a livello planetario che dura tuttora. I dati diffusi sono stati interpretati da molti come la “prova” che gli scienziati del clima erano impegnati in un grande complotto globale per inventarsi un riscaldamento globale inesistente. Forse lo hanno fatto per pura incompetenza, forse per far soldi, forse per renderci tutti schiavi, forse per imporre il comunismo in tutto il mondo, insomma qualcosa del genere.
Sono passati 10 anni da quando, nel 2009, esplodeva sui media la storia che poi sarebbe stata chiamata “climategate” – qualche volta “climagate” in Italia. Era successo che qualcuno aveva violato il server della “Climate Research Unit” (CRU) dell’Università di East Anglia, in Cambridge, portandosi via e poi diffondendo le e-mail private che alcuni scienziati del clima si erano scambiate. Da lì, è nata una polemica a livello planetario che dura tuttora. I dati diffusi sono stati interpretati da molti come la “prova” che gli scienziati del clima erano impegnati in un grande complotto globale per inventarsi un riscaldamento globale inesistente. Forse lo hanno fatto per pura incompetenza, forse per far soldi, forse per renderci tutti schiavi, forse per imporre il comunismo in tutto il mondo, insomma qualcosa del genere.
Rivista
a distanza di tanto tempo, sembra incredibile che si sia fatto tanto
rumore per una cosa del genere. Non c’era niente di male in quei
messaggi, salvo che sono state esaminati con un atteggiamento da
inquisitori alla ricerca di eretici da mandare al rogo. Ma, nonostante
l’accanimento, tutto quello che gli inquisitori hanno potuto trovare
sono un paio di frasi che sono state prese fuori contesto e fraintese,
tipo “il trucco di Mike” e “nascondere il declino” e che non indicavano assolutamente una manipolazione illecita dei dati. Poi i messaggi contenevano opinioni personali
che sono stati anche quelle prese fuori contesto, ingigantite, e
presentate come prova di colpevolezza. Ma non c’era traccia di complotto
in nessuno dei messaggi, niente che indicasse che gli scienziati
avevano alterato i dati per adattarli alle loro opinioni pregresse.
Insomma, tanto rumore per nulla:
un semplice trucco propagandistico gonfiato dai media. Ma è stato un
trucco efficace: la parola “climategate” è diventata rapidamente uno slogan che non aveva bisogno di spiegazioni. Come risultato, molta gente ha creduto alla storia dei “climatologi cattivi”
e se leggete i vari commenti che appaiono oggi in occasione del
decennale, vedete che ancora oggi tanta gente ci crede. Il potere della propaganda è grande.
Non è facile quantificare quali danni la storia del climategate abbia fatto a tutti noi, ma certamente è stato un punto di svolta
nel dibattito sul clima. Fino a qualche anno prima, era ancora
possibile fare dibattiti dove partecipavano persone con qualifiche
scientifiche che avevano opinioni opposte e dove si rimaneva entro i
limiti del dibattito civile. Ma il climategate ha cambiato tutto,
scaraventando lo scontro dalla scienza alla politica. Per essere
precisi, l’idea che tutta la faccenda del riscaldamento globale fosse una bufala
serpeggiava da tempo, ma con il climategate l’idea del complotto era
stata sdoganata. E’ da allora che gli attacchi contro la scienza del
clima non hanno avuto più che una vaga pretesa di essere basati
un’interpretazione scientifica alternativa. Sono diventati attacchi puramente politici e si sa che in politica si fa tanta polemica, ma si riesce male ad agire sulla base dei dati.
E
così sono passati 10 anni in cui si è fatto ben poco per fermare il
cambiamento climatico che, a questo punto, sta galoppando e rischia di
travolgerci tutti quanti. Forse il fatto di aver visto mezza Italia
sott’acqua in questi giorni ci da un’idea di quanto drammatica sia la
situazione, ma non è solo questo: c’è ben di più! Il fatto è che tutto l’ecosistema planetario
da segni di una grave crisi in atto: sparizione degli insetti, perdita
della biodiversità, estinzioni, fusione dei ghiacci, ondate di calore,
incendi, disastri vari e, alla fine dei conti, le temperature che
continuano ad aumentare inesorabilmente.
Di
fronte a questa situazione, è impressionante vedere che da noi ci sia
ancora chi raccoglie firme e organizza convegni contro gli “allarmisti
climatici,” mentre Vittorio Feltri ci racconta in completa serietà che “del clima non mi frega niente: con 2 gradi in più a Bergamo
si sta meglio.” Se ci siamo ridotti a questi livelli, non sarà stata
tutta colpa del climategate ma, insomma, anche quello ha dato una mano.
Ma prendiamola in termini costruttivi: in fondo, dalla storia del
climategate potremmo imparare come non farsi imbrogliare da questi
trucchi propagandistici.
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