giovedì 24 maggio 2018

Governo M5s-Lega, faremo i Conte con l’Europa?

Fonte: Il Fatto Quotidiano Politica | 24 maggio 2018


Dopo il conte abbiamo il Conte. Complice un viaggio sono indietro almeno di una richiesta di scuse. Quella a Matteo Salvini. Non pensavo, non credevo, che avrebbe avuto la forza di mettere in soffitta il Caimano. Siccome l’avevo scritto, riconosco l’errore.
Le prime parole di Giuseppe Conte all’uscita dallo studio alla Vetrata hanno immediatamente riproposto la formidabile domanda ideata da Alberto Bagnai, e poi ripresa da Claudio Borghi, nel corso della lunga marcia che li ha portati ad essere gli economisti di riferimento della Lega. “E se ci dicono di no?” Con queste poche parole hanno demolito tutte le subordinate europeiste, via via sempre più blande, che quel poco di sinistra critica nella accademia e nella politica osava opporre al dogma ideato a Berlino e Francoforte e promulgato da Bruxelles, “un’altra Europa è possibile”.
Basta chiedere a Stefano Fassina o agli eletti della lista Tsipras, o ai firmatari dei tanti documenti degli economisti se negli ultimi dieci anni sia stata possibile. Gli italiani il loro responso lo hanno dato già il 4 marzo. Per evitare di farci dire di no, i nostri rappresentanti, che partivano col pugno di ferro da scaraventare sul tavolo, hanno poi sempre firmato con guanti di velluto ogni successivo giro della corda.
Articolo 81, two pack, six pack, clausole di salvaguardia e via aggiungendo. I firmatari sono gli stessi che in questi giorni hanno toccato vertici inverosimili di, trovate voi la parola, perché vorrei evitare querele. Tipo Pier Carlo Padoan che accusa Borghi di aver fatto perdere l’8% in una seduta a Monte Paschi, mentre durante la sua gestione del ministero dell’economia è crollata del 99%. Oppure gli esperti di spending review che azzardano per il contratto gialloverde aumenti del deficit di 100 o 150 miliardi, cioè esattamente gli stessi aumenti registrati sotto i governi Monti o Renzi, tagliando spese e diritti e non provando a fare deficit spending come vorrebbero fare Salvini e Di Maio. Ma questi sono dettagli.
Il punto resta sempre quello. Lo abbiamo visto in questi giorni, tra spread, borse e Savona. Quel programma che contiene cose orrende dal punto di vista securitario, cose molto discutibili come lo pseudo reddito di cittadinanza che Bagnai soprannominava, giustamente, reddito della gleba perché è un sussidio di disoccupazione condizionato all’accettazione di un lavoro che, ovviamente, verrà retribuito due spicci in più dei 780 euro, insensate come la flat tax che, come ogni abbassamento della pressione fiscale ovunque realizzato, ha come prima vittima i servizi statali e il welfare che il contratto vuole rilanciare, quel programma ha bisogno di risorse e tante.
E per quanto Salvini dica, correttamente, che si punta a finanziarlo con la crescita economica, in attesa della crescita bisogna finanziarlo keynesianamente a debito. E sarebbe anche ora. Se non fosse che, nel giro di dodici mesi, ci sono tre o quattro problemi. La fine del quantitative easing di Francoforte, la fine dell’era Draghi, un probabile deterioramento del ciclo economico. E il fatto che ci possono dire di no. Mattarella, grazie all’articolo 81, e Bruxelles in ogni modo possibile. Come sa Conte (Antonio), un conto è vincere lo scudetto tutti gli anni, un conto la Champions. Per cui l’ossimoro di Conte (Giuseppe) la collocazione europea e gli interessi italiani rischia di arrivare prestissimo ai cartellini gialli e rossi e ai rigori, Var o non Var. Per cui la domanda resta più grande e misteriosa di prima. E se vi dicono di no?

martedì 22 maggio 2018

Cancellare 250 miliardi di debito in teoria si può: lo disse Stiglitz già nel 2013

Fonte: Wall Street Italia. 21 maggio 2018, di Francesco Puppato
(ALLORA L'ARTICOLO E' DAVVERO LUNGO E LO POTETE LEGGERE SIA QUI CHE SU AL LINK DEL GIORNALE; LO TROVO MOLTO INTERESSANTE E PREFERISCO SOLO PRESENTARE LA TESI PRINCIPALE MA TUTTO L'ARTICOLO NEL SUO INSIEME VA LETTO PERCHE' ALCUNE COSE CHE NON SONO MAI DETTE DAI MEDIA E DAI POLITICI DEI PARTITI TRADIZIONALI SONO ALTRETTANTO IMPORTANTI DI QUELLE CHE CI RACCONTANO....)
.................................................. l'articolo qui è dalla metà in poi
.............. Problema “condono” Bce sarebbe di natura più politica
Arriviamo ad una conclusione importante: Quando una banca centrale ha acquisito titoli di stato, un declino nel prezzo di mercato di questi titoli non ha alcuna conseguenza fiscale. La perdita in un ramo (la banca centrale) è compensata dal profitto nell’altro (lo Stato). Il problema di condonare il debito italiano sarebbe più di natura più politica. In primo luogo la Banca centrale perderebbe credibilità, in seconda istanza gli altri paesi inizierebbero a chiedere un trattamento di favore simile.
Un altro modo di vedere questo effetto, è guardare ai flussi degli interessi sottostanti ai titoli pubblici. Poniamo ad esempio che la banca centrale abbia comprato un miliardo di euro in titoli di stato. Questi hanno una cedola, diciamo, del 4%. Perciò la banca centrale che ha in portafoglio i titoli riceve 40 milioni di euro all’anno da parte del governo. Nella pratica della contabilità, questo viene contato come un profitto per la banca centrale. Alla fine dell’anno, la stessa banca centrale girerà i propri profitti al governo. Assumendo che il costo marginale della gestione di questi bond sia pari a zero, la banca centrale girerà al governo i 40 milioni di euro. È, per così dire, la mano sinistra che paga la mano destra (la classica partita di giro).
La tecnicalità della tenuta dei libri contabili ha potuto far credere a qualcuno che tali interessi siano signoraggio (ossia profitto per la banca centrale). Non lo sono. Non c’è alcun profitto nel settore pubblico. Il profitto della banca centrale è esattamente compensato da una perdita del governo.
L’uno e l’altra potrebbero eliminare questa convenzione contabile perché in queste perdite e profitti non c’è alcuna sostanza economica. La BCE può distruggere i titoli di stato, senza nessuna perdita; è letteralmente vero che la banca centrale potrebbe distruggere i titoli di Stato nel tritacarte: ma niente sarebbe perduto.
Nel nostro esempio, la banca centrale non riceverebbe più 40 milioni di euro l’anno, e non dovrebbe più girarli al governo ogni anno.
Cosa succede se il governo fa default sui suoi bond in scadenza? Il default causa delle perdite ai detentori privati dei titoli.
Ma è irrilevante per i titoli detenuti dalla banca centrale: infatti essi adesso non valgono più nulla, ma erano già privi di valore anche prima del default. Si tratta della mano destra che paga la sinistra.
Per il settore pubblico, non è successo nulla. Perciò la perdita della banca centrale a causa del default non ha alcuna conseguenza fiscale”.
Conclude poi l’esperto:
“Immaginiamo che la BCE acquisti 1 miliardo di titoli spagnoli a un tasso del 4%. Le conseguenze fiscali sono ora le seguenti:
  • La BCE riceve 40 milioni di euro in interessi annuali dal tesoro spagnolo.
  • La BCE restituisce questi 40 milioni di euro non alla sola Spagna, ma tutti gli anni alle banche centrali nazionali dell’eurozona.
La distribuzione avviene proporzionalmente alla quota di capitale nella BCE (vedere BCE 2012).
  • La banca centrale nazionale trasferisce quanto ricevuto al proprio tesoro nazionale.
Per esempio, la BCE trasferirà l’11,9% dei 40 milioni al Banco de España. Il resto andrà alle banche centrali degli altri paesi membri. Chi riceverà di più è la Bundesbank tedesca; che con una quota di capitale del 27,1%, riceverà quindi 10.8 milioni di euro”.
Ecco quindi spiegato perché De Grauwe sostiene che i tedeschi non sono affatto danneggiati dal programma di acquisti di debiti pubblici, bensì sono i principali beneficiari.
La conclusione, che sfugge ad ogni etica, è dunque la seguente:
“In un’unione monetaria che non è anche un’unione fiscale, un programma di acquisto di titoli di stato porta a trasferimenti all’interno dell’unione: un programma di acquisto titoli della BCE porta a un trasferimento annuale dai Paesi i cui titoli vengono acquistati verso tutti gli altri (cioè dai Paesi più indebitati e poveri a quelli non indebitati e ricchi), un trasferimento fiscale dai Paesi più deboli (debitori) verso i Paesi più forti (creditori)”.
Dello stesso parere in merito alla logica della cancellazione del debito dai bilanci è il premio Nobel per l’economia Stiglitz, che a livello di tempistiche fu forse il primo a dirlo, ritenendola una scrittura contabile forse anche più corretta dell’attuale sistema.
Perché questo nuovo modus operandi vada in porto serve l’unanimità a livello europeo, ma nulla cambierebbe ai fini economico fiscali. Il vantaggio sarebbe quello che, nettando da subito il bilancio, si otterrebbe un miglioramento del rapporto debito/Pil mantenendo la veridicità e la correttezza dei dati.
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mi raccomando leggete anche il resto

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