mercoledì 17 ottobre 2018

Una proposta alternativa per abbattere il debito

Fonte: W.S.I. 16 ottobre 2018, di Daniele Chicca

L’idea originale per abbattere la montagna di debito pubblico italiano, superiore al 130 del Pil, si poggia su due fondamenta principali: allungare la vita media del debito, incrementando i Btp a tasso fisso, per approfittare dei tassi di interesse ancora (per poco) storicamente molto bassi, e aumentare le riserve auree per “incominciare la produzione di un supercarrier di ultima classe”.
L’ha avanzata l’imprenditore e investitore Marco Venti sul suo profilo sul social media Quora nel rispondere a una domanda sul come mai in Italia nessun partito abbia mai proposto di usare una parte delle riserve auree per ridurre il debiti. Un’altra opzione per risparmiare è quella di smettere di fare hedging con gli Interest Rate Swap (IRS), una strategia che come si può vedere “ha comportato perdite per €38miliardi, ora scese a ‘soli’ 32″.
“Oppure potremmo comprare HMS Queen Elizabeth (R08) o HMS Prince of Wales (R09) dagli inglesi, visto che pare che stiano avendo problemi con il budget della difesa e la Brexit sembra rivelarsi una scelta infelice”: tutto ciò comporterebbe un grosso deficit, ma anche molta occupazione.
L’inflazione abbatterebbe così il peso del debito e “si spera che con la ripartenza dell’economia si intravedano aumenti di salari reali. “Se qualche folle volesse poi uscire dall’euro, a questo punto avremmo molto debito detenuto in mano agli italiani, una buona difesa grazie al supercarrier – sarebbe lì solo per scena, come a dire, con gli italiani non si scherza – e le maggiori riserve auree a cui eventualmente ancorare parzialmente la moneta per non avere carta straccia”.
Allungare la vita media del debito pubblico
Si tratta di fantapolitica, chiaramente, ma con il secondo debito più alto dell’area euro, i margini di manovra e negoziazione con Bruxelles sono ridotti al lumicino come scopriremo nelle prossime due settimane in cui la legge di bilancio appena approvata passerà al vaglio della Commissione Europea. Le cose devono cambiare se l’Italia vuole ambire a qualcosa di più di una crescita del Pil dell’1% circa.
Allungandone le scadenze si può consentire al governo di spendere di più ora e meno in futuro, quando diventerà più caro il costo del denaro. Farei passare una legge secondo la quale i BTP a scadenza più elevata vengano tassati allo 0,0 o niente se si è cittadino italiano e si porta il titolo a scadenza, oppure al 50% se vendi entro 2 anni, al 35% se si vende prima di 5 anni, al 25% se si vende prima di 7, al 18% prima di 10″.
In questo modo, scrive sempre Venti, “sia i fondi pensione che i risparmiatori avrebbero incentivi a tenere i titoli più a lungo e a supportare il nostro Paese, mentre gli speculatori che giocano sul nostro debito si vedrebbero dimezzati i potenziali guadagni”.

Riserve auree per costruire infrastrutture
La terza economia dell’area euro ha un enorme debito pubblico, per finanziare il quale spende più di 70 miliardi di euro l’anno. In compenso ha immense riserve auree (le quarte al mondo), pari a 2.451 tonnellate d’oro, ossia 100 miliardi di euro.
Il problema è che le riserve auree sono una voce di stato patrimoniale in attivo, quindi andare ad attingere da quelle risorse per pagare la spesa su interessi permetterebbe di conservare 30 miliardi su 100, ma non contribuirebbe a ridurre lo stock del debito, voce di stato patrimoniale in passivo, che rimarrebbe perfettamente invariato.
Le spese per interessi sono una voce di conto economico, quindi ricorrente al contrario di quelle patrimoniali, in passivo. I €100miliardi di riserve auree potrebbero invece, suggerisce Venti, “essere utilizzati per pagare il debito ma che puoi usare per costruire strade, ospedali” e altre infrastrutture. “Potresti semplicemente cedere riserve auree e poi costruire queste opere”.

martedì 16 ottobre 2018

L’Italia come la Grecia? La storia non si ripete, ma spesso fa rima

Fonte: Il Fatto Quotidiano Economia Occulta | 14 ottobre 2018 

La storia non si ripete ma spesso fa rima, è quanto scrive il Financial Times riguardo alla comparazione tra l’attuale crisi italiana e quella greca del 2010. C’è ottimismo in questa frase e nell’articolo dell’editorialista dal momento che chi scrive non prevede una reazione simile a quella del 2010 da parte di Bruxelles.
In effetti negli ultimi 8 anni gli scenari politici sullo scacchiere internazionale sono molto cambiati, in parte anche a causa delle conseguenze delle decisioni prese nel 2010. Non bisogna dimenticare che la risposta dell’Unione Europea alla crisi del debito sovrano greca è stata politica e proprio per questo i costi sono stati elevatissimi. Sarebbe stato meglio dare alla Grecia i 9 miliardi di euro e così facendo lanciare un messaggio chiaro e limpido ai mercati che l’Ue è un’istituzione compatta e solida invece di imporre una punizione esemplare, i.e. l’austerità economica, e diffondere il panico sui mercati.
E’ possibile che qualcuno ai vertici dell’Unione Europea segretamente abbia fatto lo stesso ragionamento? Naturalmente, di queste cose non si parla pubblicamente ma certamente il raziocinio invita alla riflessione, anche se solo in privato, sugli errori del 2010. La verità è che la politica imposta non ha prodotto i frutti sperati e oggi nessuno vuole seguire lo stesso copione, con la Brexit letteralmente dietro l’angolo qualsiasi tentennamento da parte dell’Unione Europea potrebbe causare conseguenze ben più serie della crisi del debito sovrano. Il timore è politico. Mentre nel 2010 l’asse Parigi-Berlino aveva saldamente in mano le redini dell’unione oggi questo asse è debole.
La proposta del governo italiano di aumentare il rapporto debito Pil per rilanciare l’economia, pur infrangendo i vincoli di bilancio e fiscali imposti dalla disciplina austera di Bruxelles, potrebbe, dunque, essere accettata. Una vittoria per i due partiti al governo e un’ulteriore sconfitta per gli euro burocrati e in fondo anche per l’istituzione dell’Unione Europea, la Banca centrale, il Fondo monetario.
Tutto ciò invita a una riflessione di lungo periodo. L’ascesa della destra populista in Europa e negli Stati Uniti è la risposta popolare alla crisi delle istituzioni democratiche, su questo tutti sono d’accordo. Ciò non significa che la democrazia ha fatto il suo tempo o che tali istituzioni devono essere abolite, come avvenne negli anni Trenta, al contrario, il vento populista potrebbe essere sfruttato per riformarle e modernizzarle. C’è bisogno di un’opposizione interna alle istituzioni, un’opposizione illuminata, che riesca ad andare oltre le fazioni politiche e che invece lavori per introdurre riforme necessarie. Si materializzerà?
Uno sguardo alla vecchia sinistra europea non incoraggia una risposta positiva, ma, come si dice, la speranza è l’ultima a morire. Di certo, per la prima volta nella storia dell’Unione, le elezioni del parlamento europeo avranno un grosso peso. E’ all’interno di questa istituzione ancora in fasce che il riformismo illuminato potrebbe nascere e consolidarsi. La destra europea lo ha capito da tempo ed è per questo che punta a conquistare la maggioranza, per imporre una sterzata conservatrice. Anche se la storia non si ripete la rima è pericolosamente serrata.

Economia Occulta | 14 ottobre 2018

sabato 13 ottobre 2018

Spread? No, la vera paura è l’Italexit: lo dicono i CDS

Fonte: W.S.I. 12 ottobre 2018, di Alessandra Caparello

Non lo spread che viaggia sui 300 punti base e anche oltre, ma la peggior paura dei mercati è l’Italexit, ossia la possibile uscita dell’Italia dalla moneta unica. Una paura che emerge dalle quotazioni dei Cds, i credit default swap, come calcola Calypso, società specializzata in questo settore speciale di derivati.
Attualmente i prezzi dei CDS – contratti per assicurarsi contro un eventuale default del debito – segnano una bassa probabilità per l’ipotesi di insolvenza delle finanze pubbliche italiane, mentre aumenta del doppio nel caso dell’ipotesi che il paese torni alla lira: si va da un 14,2% al 23,8 per cento. Ciò a riprova che le rassicurazioni del governo nelle scorse settimane non sono bastate a convincere gli investitori e rassicurarli.
La percentuale del 23,8% è calcolata in base a un’ipotesi di svalutazione della lira del 30% e a una correlazione con il default creditizio del 50%.
Lo rende noto Il Sole 24 Ore, riportando i dati della società Calipso (vedi grafico sotto).
“I mercati non sono Nostradamus. Spesso sbagliano le previsioni, ma il problema non cambia: attualmente questa è la loro percezione e giusta o sbagliata che sia su questa percezione gli investitori basano le loro scelte”.
Intanto ieri anche il quotidiano britannico liberal conservatore The Telegraph ha affermato che la situazione politico-finanziaria dell’Italia sarebbe sull’orlo di una “spirale catastrofica”. I problemi citati sono diversi, a partire dallo scontro in atto con la Commissione europea sulla Legge di bilancio italiana e il deficit per il 2019.
Secondo i commentatori del giornale la situazione potrebbe precipitare, fino a innescare l’uscita dell’Italia, la terza potenza economica d’Eurozona, dal blocco della moneta unica.

giovedì 11 ottobre 2018

Cina emette bond in dollari: prove tecniche di “opzione nucleare”

Fonte: W.S.I. 11 ottobre 2018, di Alberto Battaglia

La Cina è pronta lanciare una nuova sfida agli Stati Uniti. Nel bel mezzo dell’escalation protezionistica fra le due economie Pechino è pronta a emettere bond a 10 e 30 anni per 3 miliardi di dollari. E lo farà proprio in valuta statunitense.
La mossa segue, un anno dopo, la più grande vendita di titoli di stato americani da parte della Cina, che secondo alcuni scenari potrebbe ala dismissione del proprio portafoglio multimiliardario di T-bond per cercare di influenzare i rendimenti e i costi di finanziamento del debito pubblico americano – la cosiddetta “opzione nucleare”.

L’emissione di obbligazioni in dollari contribuirebbe a esercitare una certa pressione sui rendimenti, oltre che dimostrare la forza con la quale Pechino può attirare moneta americana nella sua economia. “La guerra commerciale in corso, il picco dei rendimenti dei Treasuries statunitensi, unita alla volatilità dei mercati emergenti e all’offerta di obbligazioni in dollari anticipate fino alla fine dell’anno stanno facendo sì che gli investitori prendano una visione più cauta ” e che chiedano un premio maggiore per la vendita, ha affermato a Bloomberg l’executive director presso JPMorgan Chase di Hong Kong, Anne Zhang.
Il recente rialzo dei rendimenti dei buoni del tesoro Usa sembra confermare questo scenario. Ovviamente 3 miliardi di dollari sono una somma insignificante se paragonata ai 600 miliardi circa di valore delle attività e degli scambi commerciali tra Usa e Cina. Ma la Cina con l’iniziativa sta mandando un segnale forte ai mercati e all’America, ossia che volendo è in grado di incrementare i tassi di interesse Usa emettendo Bond in dollari o svendendo i Treasuries in suo possesso.
“C’è un elemento di geopolitica in gioco se si guarda al momento dell’emissione di titoli in dollari emessi dalla Cina”, ha detto Paul Lukaszewski, responsabile del debito societario asiatico presso l’Aberdeen Standard Investments a Singapore, “la Cina vuole dimostrare a tutti gli osservatori che ha un facile accesso ai finanziamenti in dollari a costi molto bassi“.
Questo non avrà certo la portata dell’ “opzione nucleare” vera e propria, ossia la dismissione aggressiva di T-bond. Anche se c’è chi mette in dubbio che alla Cina possa avere i risultati sperati mettendola in pratica:
“Le vendite di buoni del tesoro in un certo senso sono facili da contrastare, dato che la Fed ha gioco molto facile nell’acquistare e vendere titoli del Tesoro per conto proprio”, ha scritto Brad W. Setser, ricercatore per l’economia internazionale presso il Council on Foreign Relations, “ho spesso detto che gli Stati Uniti detengono in fin dei conti le carte migliori: la Fed è l’unico attore al mondo che può acquistare [Treasuries] più di quanto la Cina possa mai vendere”.

mercoledì 10 ottobre 2018

Riscaldamento globale, rapporto Ipcc: “Se non freniamo aumento temperature, ancora più tempeste, alluvioni e siccità”

Fonte: Il Fatto Quotidiano di | 8 ottobre 2018
Quattrocento pagine per spiegare cosa accadrà se il riscaldamento globale dovesse superare 1,5°C. In estrema sintesi: sarebbe un disastro da evitare a tutti i costi. Secondo il rapporto Global Warming presentato oggi al summit di Incheon-Songdo, in Corea del Sud, dal Gruppo intergovernativo sul cambiamento climatico (Ipcc), la superficie terrestre si è riscaldata di un grado, abbastanza per provocare un’escalation di tempeste, alluvioni e siccità mortali. Andando di questo passo si prevede un ulteriore aumento di tre, quattro gradi. Secondo lo studio, il primo in cinque anni sul cambiamento climatico, se si dovesse continuare a emettere la stessa quantità di CO2, l’aumento di temperatura del pianeta supererà il grado e mezzo già nel 2030. Ma quella soglia non deve essere superata. Sono quattro i percorsi possibili tracciati nello studio per riuscire nell’impresa.
Il rapporto, commissionato e approvato dai governi che nel 2015 avevano firmato l’Accordo di Parigi, arriva proprio alla vigilia della riunione dei ministri europei dell’ambiente, domani a Bruxelles, chiamati ad adottare la posizione europea per la prossima Conferenza sul clima (COP24) di Katowice, in programma a dicembre e nell’ambito della quale i governi rivedranno l’Accordo di Parigi per affrontare i cambiamenti climatici. Lo studio non potrà che essere un punto di riferimento per la stessa Conferenza, perché entra nel vivo delle difficoltà di raggiungere l’obiettivo, vista l’inadeguatezza delle politiche messe in campo finora.
Lo scenario descritto nel rapporto
Il dossier è frutto di due anni di lavoro di 91 ricercatori, provenienti da 44 Paesi, che hanno esaminato 6mila studi in materia e valutato 42mila recensioni di colleghi e governi. Secondo gli esperti dell’Ipcc, le conseguenze del riscaldamento di un grado della superficie terrestre sono già sotto gli occhi di tutti: tra gli altri cambiamenti, condizioni meteorologiche estreme, innalzamento del livello del mare e diminuzione del ghiaccio marino artico. Tuttavia è ancora possibile limitare il riscaldamento globale a un aumento di 1,5 gradi Celsius, ma occorrono “cambiamenti rapidi, di ampia portata e senza precedenti”. Il report mostra come le emissioni globali debbano diminuire di circa il 45% entro il 2030 rispetto ai livelli del 2010, per poi essere totalmente azzerate al massimo entro il 2050. Questo significa che eventuali emissioni residue dovranno essere compensate rimuovendo CO2 dall’aria con tecniche la cui efficacia non è dimostrata su larga scala e che potrebbero comportare rischi significativi per lo sviluppo sostenibile. Se si dovesse continuare a emettere CO2 ai ritmi odierni, invece, ci si attende che la temperatura del pianeta superi il grado e mezzo di aumento già tra il 2030 (ossia fra appena 12 anni) e il 2052. Per rimanere sotto la soglia, quindi, servono da subito enormi investimenti, con una spesa annua pari al 2,5 per cento dell’intero prodotto interno lordo mondiale per almeno 20 anni.
I benefici: minore innalzamento dei mari e minore scioglimento dei ghiacci
Cosa cambierebbe, in termini concreti, se si superasse il grado e mezzo Celsius, magari arrivando anche alla soglia dei due gradi teorizzata dall’economista di Yale, William Nordhaus, appena insignito del Premio Nobel? Secondo gli autori del rapporto il riscaldamento globale a 1,5°C invece che a 2°C “potrebbe andare di pari passo con il raggiungimento di una società più sostenibile ed equa”. Intanto nel 2100 l’innalzamento del livello del mare su scala globale sarebbe più basso di 10 centimetri con un riscaldamento globale di 1,5°C invece che 2°C. L’Oceano Artico si ritroverebbe senza ghiaccio in estate solo una volta ogni cento anni, invece che almeno una volta ogni dieci anni, mentre le barriere coralline diminuirebbero del 70-90 per cento invece che scomparire quasi totalmente con una riduzione di circa il 99 per cento.
I quattro percorsi suggeriti 
Quattro i percorsi possibili per mantenere il riscaldamento globale entro 1,5 gradi dai livelli pre-industriali, l’obiettivo più ambizioso dell’Accordo di Parigi. Tutti e quattro prevedono la riduzione della quantità di gas serra nell’atmosfera prodotto dall’uomo. Due le modalità: attraverso il taglio delle emissioni (passaggio a energie rinnovabili e veicoli elettrici, efficienza energetica, riciclo dei rifiuti, riduzione del consumo di carne) e attraverso la rimozione della Co2 (riforestazione, cattura e stoccaggio del carbonio, procedimento quest’ultimo ancora sperimentale). Il primo percorso indicato dall’Onu prevede di puntare sul risparmio energetico e la riforestazione. Il secondo si pone come obiettivo una elevata sostenibilità di tutti i settori produttivi, con un limitato uso dello stoccaggio di carbonio (che ad oggi è fattibile tecnicamente, ma non ancora sostenibile economicamente). Il terzo scenario vede i settori dell’energia e industriale simili a oggi, ma con una maggiore attenzione alla sostenibilità e un ricorso significativo al ‘carbon storage’. Il quarto percorso (quello più caro all’amministrazione Trump, ma tecnicamente futuribile) prevede uno sviluppo basato sulle fonti fossili, con forti emissioni riassorbite dallo stoccaggio di carbonio.
Il ruolo dell’Italia
Domani i ministri europei dell’ambiente si riuniranno a Bruxelles. “L’Italia può e deve avere un ruolo da protagonista in Europa non solo per tradurre in realtà la promessa di Parigi, ma soprattutto per accelerare la transizione, fondata su efficienza energetica e rinnovabili, verso la decarbonizzazione dell’economia europea” ha commentato, dopo la pubblicazione del rapporto, Edoardo Zanchini, vicepresidente di Legambiente, secondo cui “il Consiglio Ambiente deve impegnarsi ad aumentare entro il 2020 gli obiettivi europei, in linea con la traiettoria di riduzione delle emissioni compatibile con la soglia critica di 1.5°C, così da poter raggiungere zero emissioni nette entro il 2040”.

martedì 9 ottobre 2018

Savona vede Pil oltre stime e accusa Ue: “scontro politico insano”

Fonte: W.S.I. 9 ottobre 2018, di Mariangela Tessa

Il ministro per le Politiche Ue Paolo Savona scende in campo per difendere la scelta del governo di alzare il tetto deficit/Pil al 2,4% nel 2019. E lancia un nuovo affondo contro Bruxelles.
“Dicono che il 2,4% di deficit sia troppo? Cosa dobbiamo fare con una politica monetaria che inizia a diventare cautelativa e con il rallentamento della crescita internazionale?”, è la domanda retorica posta dal ministro nel corso di un incontro nella sede dell’associazione della stampa estera. L’Unione europea tiene il pilota automatico in questa situazione, allora se rischia di andare contro un iceberg continua a tenere il pilota automatico?”.
Passando alla crescita, Savona fornisce una stima ben più ottimistica di quella presente nel Naef, affermando che il Pil potrebbe raggiungere il 2% nel 2019 e il 3% nel 2020 a fronte del a +1,5% e +1,6% prevista dall’esecutivo.
Quelle ”previsioni sono prudenti, sono molto cautelative’‘, osserva Savona aggiungendo che il suo collega all’Economia Giovanni Tria “affronta il più difficile dei compiti e richiede rispetto”.
Quanto alle reazioni del mercato di fronte alla manovra, Savona ha confermato:
“Non siamo preoccupati dai mercati ma dallo scontro politico tra forze conservative e riformista. Noi abbiamo fatto le scelte, vogliamo stare in Europa e nell’euro ma l’Europa deve fare qualcosa”. Ha sintetizzato: “Il mercato è sano, è lo scontro politico che è insano”.
Per il ministro, se l’Ue dovesse bocciare il programma economico del governo sarà ”il popolo” a decidere.
Cosa succederebbe se l’Unione europea si mettesse in una posizione conflittuale verso questo programma del governo cosi’ cauto e moderato? Io non lo so, deciderà il popolo non io, io mi metto da parte“, afferma Savona. ”Alcune provocazioni, con un certo stile” sono “piuttosto pesanti” afferma, in riferimento al botta-risposta tra il presidente della Commissione Ue Jean Claude Juncker e il vice premier Matteo Salvini. Tuttavia, sottolinea, “il messaggio che ‘il mercato insegnerà agli italiani come votare’ io lo trovo molto più insultante di quello che risponde ‘non è sobrio quando parla”.
Quanto ai rischi dell’impatto della fine del programma espansivo della Bce, il Qe, per l’Italia, il ministro Savona dice di non aver “perso fiducia”.
“Draghi resta lì fino al 2019 – conclude -. Non credo che nessuno abbia interesse che l’Italia entri in una grande crisi”.

lunedì 8 ottobre 2018

Mangiare sano ora è un disturbo mentale

Fonte: Disinformazione.it e naturalnews editor di Mike Adams, the Health Ranger,
L'industria psichiatrica, nel suo sforzo infinito di trasformare artificiosamente ogni attività umana in "disordini mentali", sta ora propagandando il disordine più ridicolo che abbia mai inventato: il Disturbo del Mangiare Sano.
Non è uno scherzo: se ti focalizzi sul mangiare cibi naturali sei "mentalmente malato" e probabilmente hai bisogno di qualche tipo di cura chimica che includa potenti farmaci psicotropi. Scrive il quotidiano The Guardian: «La fissazione di mangiare sano può essere il sintomo di un grave disordine psicologico» e continua affermando che questo "disordine" è chiamato ortoressia nervosa, una locuzione Latineggiante che significa "preoccupati riguardo il mangiare correttamente".
Ma non potevano chiamarlo semplicemente "disordine da preoccupazione sul mangiare sano", poiché sarebbe sembrato come se non sapessero di cosa stanno parlando. Per cui l'hanno traslato in Latino, così sembra intelligente (anche se non lo è). Ecco da dove proviene la maggior parte dei nomi delle malattie: i dottori descrivono i sintomi che vedono con un nome tipo osteoporosi (che significa "ossa con dei buchi").
Tornando a questa malattia inventata, "ortoressia", il Guardian continua: «Gli ortoressici hanno delle regole rigide sul cibo. Il rifiuto di toccare zucchero, sale, caffeina, alcol, grano, glutine, lievito, soia, cereali e latticini non è altro che l'inizio delle restrizioni dietetiche. Ogni cibo entrato in contatto con pesticidi, diserbanti o che contiene additivi artificiali è inammissibile».
Aspetta un secondo. Allora cercare di evitare le sostanze chimiche, i latticini, la soia e lo zucchero ora fa di voi un paziente della salute mentale? Sì, secondo questi esperti. Se prestate effettivamente attenzione all'evitare pesticidi, diserbanti e ingredienti modificati geneticamente come soia e zucchero, c'è qualcosa in voi che non va.
Vi siete accorti che mangiare cibo spazzatura viene considerato "normale"? Se mangiate cibi spazzatura trattati con prodotti chimici sintetici secondo loro va bene. Apparentemente i malati mentali sono quelli che scelgono cibi organici e naturali.
Cos'è "normale" allora per quanto riguarda il cibo?
Vi avevo detto che sarebbe successo. Anni fa avevo avvertito i lettori di NaturalNews che presto ci sarebbe stato un tentativo di bandire i broccoli poiché contengono fito-nutrimenti anticancro. Questo assalto da parte della salute mentale contro i consumatori attenti alla propria salute fa parte di quel programma. È un tentativo di emarginare i consumatori di cibi sani dichiarandoli mentalmente instabili e, perciò, giustificare il loro ricovero coatto nei manicomi dove gli verranno iniettati farmaci psichiatrici e cibo istituzionale completamente trattato, morto e pieno di sostanze chimiche tossiche.
Il Guardian si spinge perfino al ridicolo dicendo che «L'ossessione su quali sono i cibi "buoni" e quali i "cattivi" può condurre gli ortoressici ad essere malnutriti».
Segui l'illogicità di ciò, se ci riesci: mangiare "buon" cibo causa malnutrizione! Suppongo che si ritenga che mangiando cibo cattivo vengano forniti tutti i nutrimenti di cui avete bisogno. Questa è la dichiarazione sulla nutrizione più pazza che abbia letto. Non c'è da stupirsi che la gente oggi sia così malata: gli viene detto dai media tradizionali che mangiare cibo sano è un disturbo mentale che causerà malnutrizione!
Zitti e ingoiate la galletta verde (Soylent Green)
È proprio come ho riferito anni fa: non avete il permesso di contestare il vostro cibo, gente. Seduti, zitti, avventatevi sul cibo e divoratelo. Smettetela di pensare a cosa state mangiando e fate quello che vi viene detto dai principali mass media e dai loro inserzionisti di cibo trattato. Non sapevate che mettere in dubbio le proprietà salutistiche del vostro cibo spazzatura è un disturbo mentale? E se siete "ossessionati" riguardo al cibo (facendo cose come leggere l'etichetta degli ingredienti, per esempio), allora siete strani. Magari perfino malati.
Questo è il messaggio che stanno divulgando ora. I consumatori di cibo spazzatura sono "normali", "sani" e "ben nutriti". I consumatori di cibo sano, invece, sono malati, anormali e malnutriti.
Ma perché, chiedete voi, dovrebbero attaccare quelli che mangiano sano? Persone come il dottor Gabriel Cousens possono spiegarvelo: perché una maggiore consapevolezza mentale e spirituale è possibile solo con una dieta composta da cibo vivo e naturale.
Mangiare cibo spazzatura abbassa il vostro livello intellettivo rendendovi più facili da controllare. Questo cibo scompiglia letteralmente la vostra mente, intorpidendo i vostri sensi con il glutammato monosodico (MSG), l'aspartame ed estratti di lievito. Le persone che vivono di cibo spazzatura sono docili e perdono velocemente l'abilità di pensare con la propria testa. Seguono qualsiasi cosa gli venga detta dalla TV o da quelli che sono in una posizione di apparente autorità, senza mai porsi delle domande sulle loro azioni o su quanto sta realmente succedendo nel mondo intorno a loro.
Al contrario, le persone che mangiano cibi sani e naturali - con tutte le sostanze nutrienti curative ancora intatte - cominciano a risvegliare la loro mente e il loro spirito. Col tempo, cominciano a mettere in discussione la realtà che li circonda e perseguono delle esplorazioni più illuminate di temi come comunità, natura, etica, filosofia e del grande quadro delle cose che stanno succedendo nel mondo. Diventano "consapevoli" e possono iniziare a vedere l'esatta struttura di Matrix, per così dire.
Questo, ovviamente, è un pericolo enorme per quelli che gestiscono la nostra società basata sul consumo, dato che il consumo dipende dall'ignoranza unita alla suggestionabilità. Per fare in modo che la gente continui ciecamente ad acquistare cibi, medicinali, polizze sulla salute e beni di consumo, è necessario spegnere le loro funzioni cerebrali superiori. Il cibo spazzatura trattato, a cui vengono aggiunge sostanze chimiche tossiche, raggiunge questo risultato piuttosto bene. Come mai, secondo voi, il cibo morto e trattato è il pasto predefinito nelle scuole pubbliche, negli ospedali e nelle prigioni? Perché il cibo morto spegne i livelli superiori della coscienza, e tiene le persone focalizzate su qualsiasi distrazione con cui sia possibile nutrire il loro cervello: televisione, violenza, paura, sport, sesso e così via.
In ogni caso vivere come uno zombie è "normale" nella società odierna, poiché moltissime persone lo stanno facendo. Ma non sono normali nel mio libro: il vero "normale" è una persona energica, in salute e sveglia, nutrita con cibo vivo, che agisce da cittadino sovrano in un mondo libero. Mangiare cibo vivo è come prendere la pillola rossa, perché col tempo si apre una nuova ampia prospettiva sulla struttura della realtà. Rende liberi di pensare con la propria testa.
Mangiare cibo spazzatura trattato è come prendere la pillola blu, poiché vi tiene intrappolati in una realtà inventata, dove le esperienze di vita sono architettate dalle aziende di prodotti di consumo, le quali dirottano i vostri sensi con sostanze chimiche (come glutammato monosodico) progettate per ingannare il cervello facendogli credere che state mangiando cibo vero.
Se volete essere vivi, consapevoli e in controllo della vostra vita, mangiate cibo sano e vivo. Ma non aspettatevi di diventare famosi presso gli "esperti" tradizionali della salute mentale o i dietologi: sono tutti programmati per considerarvi "pazzi" per il fatto che non seguite le loro diete ortodosse a base di cibo morto a cui vengono aggiunte sostanze chimiche sintetiche.
Ma voi e io conosciamo la verità: noi siamo quelli normali. I consumatori di cibo spazzatura sono i veri malati mentali, e l'unica via per fare in modo che aprano gli occhi sul mondo reale è iniziare a nutrirli con cibo vivo.
Alcune persone sono pronte a prendere la pillola rossa, mentre altre non lo sono. Tutto quello che si può fare è mostrare loro la porta. Devono aprirla da soli.
Nel frattempo provate ad evitare i funzionari della salute mentale che stanno cercando di etichettarvi come persone affette da disturbi mentali solo perché fate attenzione a cosa introducete nel vostro corpo. Non c'è niente di male nell'evitare zucchero, soia, glutammato monosodico, aspartame, sciroppo di glucosio-fruttosio (HFCS) e altre sostanze chimiche tossiche nel cibo. A dire il vero, la vostra vita dipende da questo.
di Mike Adams, the Health Ranger, NaturalNews Editor

sabato 6 ottobre 2018

Draghi incontra Mattarella, l’Italia rischia la Troika. Ma il governo può sfruttarla a proprio favore

Fonte: Il Fatto Quotidiano Zonaeuro | 5 ottobre 2018 
Mario Draghi incontra Sergio Mattarella, è preoccupato. Il presidente della Bce dice al presidente della Repubblica che le manovre messe in campo dal governo Lega-M5s possono provocare dure reazioni da parte dei mercati e un giudizio negativo delle agenzie di rating, in un momento in cui i rubinetti del Quantitative Easing stanno per chiudersi. A questo punto, afferma Draghi, l’unica opportunità di sostegno per l’Italia da parte della Banca centrale europea è l’Omt.
Ricordate? Forse no, perché purtroppo gli si è data poca importanza. L’Omt è la possibilità concessa agli Stati di potere ottenere un aiuto dalla Bce sotto forma di acquisto illimitato di titoli pubblici sul mercato secondario, cosa che effettivamente garantirebbe il Paese in difficoltà. Ma c’è un “cavillo”, per così dire: lo Stato che viene “aiutato” deve farsi commissariare dalla Troika, più amichevolmente presentata come “fondo salva-Stati”. Cosa vuole la Troika? Esattamente quello che vogliono i mercati: riforme di austerità, ciò che i cittadini hanno rispedito al mittente votando Lega e M5s.
Il “cavillo” però ha qualche problemino. L’Omt – annunciato ma mai attuato – è stato infatti oggetto di scontro tra la Bce e la Germania, la quale sostiene che mediante questo strumento la Banca centrale europea viola i trattati (la Bce non può finanziare i bilanci degli Stati). Il conflitto ha messo in fibrillazione l’Eurozona, poi disinnescato nel 2016 dalla sentenza della Corte costituzionale tedesca, che ha assunto toni più moderati rispetto all’ordinanza di rinvio che aveva al contrario una forte impronta sovranista.
I tedeschi restano scettici (non vogliono pagare i debiti degli altri, dicono loro) e la “pace” giuridica tra i giudici di Bruxelles e i giudici tedeschi rimane comunque precaria, perché nella pratica il piano non è mai stato attuato, dunque gli effetti reali sui conti non sono noti. Tra l’altro, la Corte costituzionale tedesca ha già riproposto il problema della indipendenza della Bce per quanto riguarda l’uso del QE. I nervi sono tesi e in qualche modo si vorrebbe passare la palla all’Italia. È possibile che con il nostro Paese Draghi voglia dimostrare alla Germania che l’Omt è sostenibile, ma questa sostenibilità significa più austerità per l’Italia, con buona pace per la democrazia.
Una strada non facile ma percorribile per questo governo, se vuole essere veramente alternativo è quello di creare le condizioni affinché lo scontro tra la Bce e la Germania si riaccenda. Si potrebbe, ad esempio, attendere che i mercati e le agenzie di rating creino tensioni, mostrarsi disponibili al sostegno della Bce ma senza che venga violato il mandato elettorale, cioè senza accettare di cambiare la manovra. A questo punto entrerebbe quasi certamente in gioco la Germania con i suoi “no” e la bravura del governo dovrebbe essere quella di fare in modo che emergano tutte le contraddizioni di un sistema di regole che non regge più. Basti solo pensare che proprio la Germania si è avvantaggiata del “fondo salva-Stati” (Mes o anche come già messo in evidenza Troika) con cui, per dirne una, ha infranto il principio di uguaglianza con gli altri Stati.

Zonaeuro | 5 ottobre 2018

mercoledì 3 ottobre 2018

Jobs act, il criterio di indennizzo è incostituzionale. Così crolla uno dei pilastri della riforma Renzi

Fonte: Il Fatto Quotidiano Lavoro & Precari | 3 ottobre 2018  di Enzo Martino (Avvocato giuslavorista, sono uno dei soci fondatori di “Comma2, lavoro è dignità”. Da numerosi anni opero a Torino in difesa dei diritti dei lavoratori.)

Il 25 settembre la Corte costituzionale ha deciso la questione relativa alla disciplina dei licenziamenti in regime di Jobs Act sollevata dal Tribunale di Roma. La motivazione della sentenza sarà pubblicata nelle prossime settimane, ma dal comunicato stampa ufficiale già si comprende che si tratta di una decisione di grande portata. La Consulta ha infatti dichiarato l’illegittimità costituzionale dell’articolo 3, comma 1, del decreto legislativo n. 23/2015, emanato in attuazione del Jobs Act e regolante il cosiddetto contrattoa tutele crescenti”.
La questione stava in questi termini. Con il decreto legislativo n. 23/2015, il governo Renzi aveva abrogato l’articolo 18 dello Statuto dei lavoratori per tutte la lavoratrici e i lavoratori assunte/i con contratto a tempo indeterminato dopo il 7 marzo 2015. Dopo questa data, la reintegrazione nel posto di lavoro in caso di licenziamento illegittimo è stata sostituita (salvo rari casi) con una modesta indennità risarcitoria, che va da un minimo di quattro a un massimo di 24 mensilità, agganciata esclusivamente all’anzianità di servizio (due mensilità ogni anno).
L’indennità in questione era stata poi aumentata dall’attuale governo del 50% nel cosiddetto decreto dignità, passando così a sei mensilità nel minimo e 36 nel massimo: misura del tutto insufficiente non soltanto perché non aveva rimesso la reintegrazione al centro del sistema, ma anche dal punto di vista della sua adeguatezza economica, in particolare per coloro che vantano una modesta anzianità. Ciò perché l’aumento del massimo dell’indennità, in virtù del meccanismo di calcolo legato alla mera anzianità, avrebbe iniziato a operare solo dal 2027 (il massimo di 36 mensilità sarebbe stato raggiunto addirittura solo a partire dal 2033).
La Corte interviene ora su un punto non toccato dal decreto dignità e cioè quello della predeterminazione rigida dell’indennità risarcitoria, riattribuendo al giudice il potere di stabilire il risarcimento tra il minimo e il massimo di legge, in base a parametri anche diversi dalla mera anzianità di servizio. Attendiamo la motivazione per avere indicazioni più precise dalla Corte, ma è facile immaginare che gli altri parametri potrebbero essere individuati nell’entità del danno subito dal lavoratore, nella dimensione dell’impresa, nella gravità dell’inadempimento datoriale e in generale nel comportamento delle parti (principi in parte già contemplati dai commi V e VII dell’articolo 18, ancora in vigore per i vecchi contratti, che potrebbero essere utilizzati in via analogica.
Sono già invece esplicitati nel comunicato i profili di illegittimità costituzionale accolti dalla Consulta: oltre all’articolo 4 Cost. (effettività del diritto al lavoro riconosciuto dalla Repubblica), anche gli articolo 24 Cost. (diritto ad agire in giudizio per la tutela dei propri diritti), 35 Cost. (tutela del lavoro in tutte le sue forme) ma anche, e forse soprattutto, i fondamentali principi di ragionevolezza e di uguaglianza, principi che implicano non soltanto di non trattare in modo differenziato situazioni eguali, ma pure di non trattare in modo uniforme situazioni fortemente differenziate (i licenziamenti non sono infatti tutti identici né nei presupposti né nelle conseguenze).
Pur avendo la Corte disatteso altri profili di sospetta illegittimità (principalmente la disparità di trattamento tra vecchi e nuovi assunti), la riattribuzione al giudice della possibilità di esercitare la sua funzione con riferimento al caso concreto, senza essere più schiacciato in una mera applicazione ragionieristica delle sanzioni, costituisce un risultato di grandissima importanza, perché scardina uno dei pilastri della filosofia del Jobs Act.
Viene infatti dato un colpo mortale alla teoria del “firing cost” (costo del licenziamento), secondo la quale l’impresa deve conoscere in anticipo il prezzo da pagare per liberarsi di un dipendente. Come ha efficacemente scritto il professor Luigi Mariucci, è stata cancellata una norma in evidente contrasto anche con i principi del liberalismo classico, ispirata com’era ai “canoni predicati da quella scuola cosiddetta di ‘law and economics‘ che suggerisce di applicare al diritto del lavoro gli stessi criteri su cui si fondano gli scambi commerciali. Come se il lavoro fosse, appunto, una semplice merce da trattare, sul libero mercato, come tutte le altre merci”. È una scossa a tutto il sistema, che dovrebbe indurre il legislatore ad intervenire nuovamente in materia di licenziamenti: si riapre dunque una partita che sembrava perduta, quella sull’articolo 18. E ciò, di questi tempi, non è davvero poca cosa.

martedì 2 ottobre 2018

Def, e se il deficit/pil al 2,4% funzionasse davvero?

Fonte: Il Fatto Quotidiano Economia & Lobby | 30 settembre 2018 

Il rapporto deficit/pil al 2,4%: e adesso “deve” andare male. Malissimo. Preferibilmente deve succedere come in Grecia. Tempesta finanziaria, bancomat chiusi, e Conte che, alla fine, in un consesso europeo lasci la giacca sulla sedia dicendo, prendetevi anche questa, ma poi uscendo torni a casa dai suoi a dire hanno vinto loro. In via subordinata come in Argentina, ma l’ideale sarebbe il Venezuela. Cacciati dalla comunità internazionale, con i fondi avvoltoio appollaiati sullo spread, fuori dall’Unione europea, uno stato canaglia.
Perché bene non “può” finire. Non “può” nemmeno finire mediocremente, uno zero a zero. Altrimenti che figura ci fanno? Tutte le catastrofi che vedete elencate sulle prime pagine dei giornali non sono circostanze da scongiurare, sono appuntamenti che gli autori si augurano di poter verificare, una per una, e rapidamente perché non è vero che la vendetta è un piatto che si gusta freddo. Metti che non succede niente, metti che qualcosa davvero funziona, poi come si fa? Metti che il project fear, che ha fallito così clamorosamente negli Stati Uniti e in Gran Bretagna debba fallire pure da noi?
Che si scopra che due anni dopo la Brexit  la Gran Bretagna non è alla fame, in cerca della sua Marmite perduta, ma è un paese più o meno come prima, con la sua piena occupazione e le sue ingiustizie sociali, con i suoi leader litigiosi e incapaci di trovare la rotta, un po’ come la Merkel dopo il voto di settembre, o come il deus ex machina Macron che piagnucola “aiutatemi” al 68% di francesi che lo trova scarsino come Presidente.
E sì, lo sappiamo il peggio deve ancora arrivare per la perfida Albione, l’Europa sta facendo di tutto per prepararglielo, ma insomma, in attesa di Keynes, a Londra vige Mark Twain: la catastrofe del 2016 era fortemente esagerata. Ecco, metti che nel 2020 l’Italia sia ancora più o meno in piedi, meglio comunque del ponte di Genova. Che qualcosa sia rimasto qui, non come Fiat, Versace e Candy per dire. E come li si giustifica i titoli delle ultime 48 ore? Sapete le previsioni economiche sono come quelle del tempo. Scientifiche ma non infallibili. Ora chi aveva più o meno previsto come sarebbero andate le cose dopo il 2011 e lo ha scritto, ha tutto il diritto di dire, avete visto.
Mentre chi ci ha raccontato che andava tutto bene madama la marchesa il suo destino politico lo ha incontrato il 4 marzo. Prendete il temutissimo Bagnai, andate sul suo blog Goofynomics, cercate il primo post in assoluto, novembre 2011, I salvataggi che non ci salveranno. Diciamo che se quando non sei “nessuno” azzecchi la diagnosi e indovini la prognosi, poi ti può capitare di esercitare la cura a scapito di chi, titolatissimo allora, sbagliò diagnosi, prognosi e cura. Ma il problema è che sono proprio gli stessi che oggi, volgendo le spalle ai cadaveri allineati, brandiscono il dito indice elencandoci diagnosi e prognosi della nuova malattia. Per dire, abbiamo Alberto Alesina e Francesco Giavazzi.
Ormai insieme a Kenneth Rogoff e Carmen Reinhart sono un modo di dire. Gli studi sull’austerità espansiva e sul livello di debito che innesca i problemi economici sono in economia come la concezione tolemaica. Gente che ci ha insegnato che il Sole ruota attorno alla Terra, e che vorrebbe essere messo a capo della missione su Marte. I due hanno il coraggio di dire che ci sono valanghe di dati che dimostrano che il taglio delle tasse ha moltiplicatori maggiori della spesa pubblica per la crescita. Sì, come ci sono valanghe di dati perfino del Fondo monetario internazionale che dimostrano che le vostre idee di quegli anni erano palle e che, avendo dato voi la rotta avete distrutto interi paesi.
Oppure c’è lo stuntman Maurizio Martina, incaricato di sbattere contro gli spigoli in attesa che l’Attore possa declamare la sua battuta. “Mettono cento miliardi di debito sulle spalle dei giovani in tre anni”. Quando Enrico, morire per Maastricht, Gianni Letta prese la campanella il debito italiano era di 2107 miliardi. E Il conte Paolo Gentiloni, passando per il Bomba, ha lasciato a Conte 2302 miliardi, che fanno 195 miliardi in cinque anni. Le misure del nuovo governo, possono e debbono essere contestate nel metodo e nel merito. Alcune saranno utili, altre inutili, altre dannose, come tutte le politiche economiche. Moltissime di loro, per quel che vale, non mi piacciono. Ma se la mettete giù così o arriva la grande Catastrofe oppure sono guai.

Economia & Lobby | 30 settembre 2018

lunedì 1 ottobre 2018

Commissione Ue pronta a bocciare manovra, pressing su deficit/Pil

Fonte: W.S.I. 1 ottobre 2018, di Mariangela Tessa

La Commissione europea è pronta a bocciare la manovra del governo italiano a novembre e ad aprire “una procedura sui conti verso febbraio”.
Lo scrive oggi il quotidiano la Repubblica aggiungendo che il ministro dell’Economia, Giovanni Tria, subirà “una forte pressione affinché almeno provi a cambiare i numeri del deficit”, indicato al 2,4% dal 2019 al 2021.
Segnali dei primi contrasti con Bruxelles erano d’altronde emersi già all’indomani dell’accordo sul DEF. Venerdì scorso Pierre Moscovici,  commissario agli Affari economici, in un’intervista a Bfm Tv e Rmc Info aveva messo in guardia Roma, affermando:
“Se gli italiani continuano a indebitarsi, cosa succede? Il tasso di interesse aumenta, il servizio del debito diventa maggiore. Gli italiani non devono sbagliarsi: ogni euro in più per il debito è un euro in meno per le autostrade, per la scuola, per la giustizia sociale. Non abbiamo alcun interesse ad aprire una crisi tra l’Italia e la Commissione, ma non abbiamo neanche interesse a che l’Italia non riduca il suo debito pubblico, che rimane esplosivo“.
Il primo banco di prova arriverà tra oggi e domani quando Tria sarà in Lussemburgo per le riunioni mensili di Eurogruppo ed Ecofin.
Anche se la nota di aggiornamento al Documento di Economia e Finanza non sarà ancora sul tavolo dell’Eurogruppo alla riunione di oggi in Lussemburgo, a Bruxelles viene dato per sicuro che se ne parlerà comunque, a margine dei lavori, e soprattutto sarà questa la prima occasione per il ministro italiano dell’Economia, Giovanni Tria, di parlarne a quattr’occhi con il commissario Ue agli Affari economici, Pierre Moscovici, e con il vicepresidente della Commissione per l’Euro, Valdis Dombrovskis.
L’intenzione dichiarata dal governo di lasciar aumentare il rapporto deficit/Pil nominale fino al 2,4% (invece dell’1,6% che sarebbe andato bene alla Commissione europea e che Tria avrebbe voluto mantenere nella “nota”), è stata naturalmente vista da Bruxelles come un tentativo di sottrarsi, almeno in parte, alle regole dell’Eurozona; anche se il vicepremier Luigi Di Maio si è affrettato chiarire di non volere lo scontro ma il dialogo con la Commissione, guardiana di quelle regole.

venerdì 28 settembre 2018

Krugman contro Bernanke: due visioni a confronto sulla crisi del 2008

Fonte: W.S.I. 24 settembre 2018, di Alberto Battaglia

A dieci anni dal fallimento della Lehman Brothers, divenuto emblema della Grande Recessione, il dibattito fra gli economisti ha ripreso fiato nel tentativo di spiegare, una volta di più, perché un simile evento si sia verificato. E, soprattutto, perché i suoi effetti sono stati così persistenti.

Su quest’ultimo punto si sono confrontati a distanza il premio Nobel per l’economia Paul Krugman e l’ex presidente della Federal Reserve, Ben Bernanke, all’epoca dei fatti all’apice della politica monetaria americana.

In sintesi, Krugman attribuisce alla persistenza della crisi del 2008 un insufficiente stimolo della politica fiscale, ovvero dell’aumento della spesa pubblica, che non avrebbe sostenuto adeguatamente la ripresa. Dal canto suo Bernanke, pur non negando l’importanza dell’intervento dello stato, sostiene che la scarsa resilienza delle banche di fronte al crollo dei prezzi immobiliari ha comportato un aggravamento determinate delle condizioni del credito tale da spingere famiglie e imprese a tirare la cinghia – e ha rallentare a lungo l’economia.
Così Krugman:
“Cosa avremmo dovuto fare per raggiungere una ripresa più veloce? La spesa privata era depressa; la politica monetaria era inefficace perché eravamo al limite inferiore dei tassi di interesse. Quindi avevamo bisogno di espansione fiscale, una combinazione di spesa e tagli alle tasse”, scrive Krugman sul New York Times, imputando le responsabilità anche ai Repubblicani che allora ostacolarono politiche espansive più audaci. “Il risultato finale fu che la politica si mosse rapidamente e in modo abbastanza efficace per salvare le banche, e poi voltò le spalle alla disoccupazione di massa. E’ una storia triste e odiosa. E ci sono tutte le ragioni per credere che se avremo un’altra crisi, accadrà di nuovo”, conclude l’economista.
L’argomento di Krugman, in precedenza è stato condiviso da un altro premio Nobel, Joseph Stiglitz, che in questi giorni ha commentato la crisi del 2008 mettendo l’accento su questioni analoghe e dibattendo a distanza con un altro peso massimo fra gli economisti americani, Larry Summers.
L’argomento di Bernanke, frutto di un nuovo paper, mette al centro i limiti del sistema finanziario.
“Perché la Grande Recessione è stata così profonda? Certamente, il crollo della bolla immobiliare è stato il principale evento scatenante; i prezzi delle case in calo hanno depresso la ricchezza e la spesa dei consumatori e hanno portato a forti riduzioni dell’edilizia residenziale. Tuttavia l’aspetto più dannoso della bolla è stato il fatto che alla fine ha provocato un panico finanziario generalizzato”, scrive Bernanke sul sito della Brookings Institution, un panico che sarebbe stato più contenuto “se il sistema finanziario fosse stato abbastanza forte da assorbire il crollo della bolla immobiliare”.
L’ex numero uno della Fed entra nel dettaglio spiegando che “nel mezzo del panico, qualsiasi azienda che si affida al credito per finanziare le sue operazioni o che potrebbe aver bisogno di credito nel prossimo futuro dovrà affrontare forti incentivi verso il risparmio di denaro e aumentare le riserve precauzionali. Per molte aziende, il modo più rapido per tagliare i costi è licenziare i lavoratori, piuttosto che accaparrarsi manodopera e accrescere le scorte di fronte al rallentamento della domanda, come normalmente farebbero. (…) I lavoratori, a loro volta, essendo stati licenziati o sapendo che potevano esserlo, e in condizioni di mancanza di accesso al credito, hanno parimenti avuto tutti gli incentivi nella riduzione della spesa e verso l’accumulo di riserve di liquidità”.
Dal 2008 a oggi gli interventi di rafforzamento del sistema bancario sono stati sicuramente al centro dell’attenzione dei policy maker – anche se è difficile dire se ciò sia stato fatto a sufficienza.

martedì 25 settembre 2018

Legge di bilancio italiana darà spinta ai nazionalisti alle europee 2019

Fonte: Wall Street Italia 25 settembre 2018, di Alessandra Caparello

La legge di bilancio è uno degli appuntamenti più attesi per gli investitori e potrebbe rivelarsi la spinta fondamentale per i partiti nazionalisti alle prossime elezioni europee. Così alla Cnbc Stephen C. Gallo, responsabile europeo della strategia forex presso la Bank of Montreal. Vi sono ampie preoccupazioni sul fatto che il governo italiano presenterà una legge di bilancio che potrebbe superare il tetto del deficit ma in realtà le conseguenze potrebbero essere più ampie dice l’analista.
“Credo che il risultato del bilancio italiano fornirà una spinta ai nazionalisti di tutta l’Ue per le elezioni parlamentari del prossimo anno a maggio (…) Sto già guardando al 2019 e alle elezioni parlamentari europee, e a prescindere da come procedono i negoziati sul budget italiano, penso che Bruxelles uscirà con un aspetto peggiore di quanto non abbia già”.
I bilanci nazionali sono determinati singolarmente da ogni stato membro, ma la Commissione europea li analizza individualmente e stabilisce se rispetta il suo regolamento fiscale. Tuttavia, la Commissione europea ha precedentemente dimostrato che esiste un margine di manovra nel modo in cui le regole fiscali vengono applicate. Ciò significa che o Bruxelles criticherà il piano italiano per l’aumento della spesa pubblica o approverà un “percorso fiscale più flessibile” per l’economia italiana ma in ogni caso ne uscirà con le ossa rotte in un certo senso.
“Se la Commissione approverà un percorso fiscale più flessibile per l’Italia e il governo italiano sarà in grado di fornire una prospettiva di crescita migliore per il paese nel medio termine, sarà una cosa negativa per Bruxelles perché molte persone si chiederanno perché la Commissione non ha permesso ad altri paesi di deviare dal regime fiscale prima al fine di migliorare la crescita”.
I cittadini europei voteranno la prossima primavera sui nuovi parlamentari europei. Questa elezione si rivelerà fondamentale per il futuro dell’Europa e per i mercati finanziari, visto lo spostamento al potere dei recenti voti nazionali. L’Italia, la Francia, la Germania e i Paesi Bassi sono alcuni dei paesi in cui gli elettori hanno mostrato un crescente sostegno ai movimenti nazionalisti e ai partiti populisti.
“L’equilibrio dei poteri si sta spostando dai centristi e dai federalisti europei verso i nazionalisti, e questo processo ha potenzialmente enormi implicazioni per il blocco”.
Altri analisti sostengono che ci sono diversi fattori che influenzano il voto del prossimo anno e tra questi non c’è l’Italia come afferma Erik Nielsen, capo economista di UniCredit.
“Non sono sicuro che ci sia una chiara connessione tra il bilancio italiano del 2019 e il risultato elettorale dell’Unione europea, visto che ci sono così tante variabili in quest’ultimo caso che potrebbero mettere in ombra le questioni del bilancio italiano“.

lunedì 24 settembre 2018

La Francia dà il via a un maxi-taglio delle tasse: “Deficit-Pil al 2,8%”....

Fonte: Il Fatto Quotidiano di | 24 settembre 2018

Il governo della Francia prevede per l’anno prossimo un taglio delle tasse pari a 24,8 miliardi di euro, nel tentativo di dare impulso all’economia e creare più posti di lavoro. Per finanziare la misura, il deficit pubblico del Paese dovrebbe aumentare dal 2,6 per cento del Pil di quest’anno al 2,8 per cento l’anno prossimo, comunque sotto al 3 per cento. Le misure per il 2019 sono basate su una previsione di crescita stimata all’1,7 per cento. Nel dettaglio, le tasse sulle famiglie saranno ridotte di 6 miliardi di euro, quelle alle aziende di 18,8 miliardi. Sono tutte cifre presentate dai due ministri competenti, quello del Bilancio Gérald Darmanin e quello delle Finanze Bruno Le Maire. La prosperità, sottolinea Le Maire, “non deve basarsi su maggiore spesa pubblica, più debito e più imposte”. L’alleggerimento fiscale, infatti, ha rivendicato il presidente della Repubblica Emmanuel Macron, pur in presenza di un aumento del prezzo dei carburanti, sarà “il più consistente” degli ultimi dieci anni.
Un’iniziativa che ha suscitato, dopo pochi minuti, la reazione del vicepresidente del Consiglio italiano Luigi Di Maio. “La Francia – twitta il ministro per lo Sviluppo – per finanziare la sua manovra economica farà un deficit del 2,8 per cento. Siamo un Paese sovrano esattamente come la Francia. I soldi ci sono e si possono finalmente spendere a favore dei cittadini. In Italia come in Francia”. E’ la linea già annunciata e ripetuta più volte dal ministro M5s, fino a stamani, in un’intervista al Fatto Quotidiano: “Reddito di cittadinanza facendo deficit”. Vale la pena ricordare, peraltro, che le “cartelle cliniche” di Francia e Italia sono diverse: il rapporto tra deficit e Pil, per esempio, in Italia è al 133 per cento, mentre in Francia è al 97; lo spread tra buoni del tesoro francesi e tedeschi è poco sopra quota 30 contro l’indice di circa 240 del differenziale italiano.
Per i Cinquestelle, tuttavia, “da Monti in poi le manovre di austerity hanno fatto aumentare il debito pubblico italiano di 300 miliardi di euro, esattamente quello che non voleva l’Europa” come dice il capogruppo al Senato Stefano Patuanelli. Ecco perché serve quella che il parlamentare grillino definisce “Manovra del popolo” per utilizzare “anche le spese in deficit, non certo per violare i parametri Ue, ma per dare una boccata d’ossigeno ai cittadini più in difficoltà”.
In questa battaglia il governo italiano è unito, nonostante una “guerra di numeri”. Più precisamente, di uno solo, quello del rapporto deficit-Pil: Di Maio punta al 2 per cento, il ministro dell’Economia Giovanni Tria vorrebbe fermarsi all’1,6. Ma questa cifra, sottolinea il presidente della commissione Bilancio della Camera Claudio Borghi (leghista) non è mai uscito dalle labbra di Tria: “Io non ho mai sentito dire a Tria il numero 1,6” dice Borghi a Circo Massimo, su Radio Capital.
Quel numero, secondo Borghi, dovrebbe salire al 2,5: “Stiamo confondendo il numero del Def con la legge di bilancio, l’ex post con l’ex ante. Secondo me, ex ante, un numero vicino al 2,5 porterà come risultato una percentuale più bassa”, spiega Borghi. “Se mettendo un po’ di denaro in circolo aumenterà la crescita, e quindi il Pil, ex post il rapporto deficit-Pil sarà più basso. Con il 2,5 e una credibile politica di crescita, i mercati resteranno tranquilli”. Il resposabile economico della Lega poi nega che con l’aumento del debito lo spread tornerebbe a 500 punti: “Secondo me non c’è alcuna relazione fra debito e spread. I primi paesi che ebbero a che fare con lo spread nel 2011, come Irlanda e Spagna, non avevano debito”.

di | 24 settembre 2018

domenica 23 settembre 2018

La sanità italiana è quarta nel mondo per efficienza. Ma è più utile denigrarla

Fonte: Il Fatto Quotidiano Cronaca | 21 settembre 2018  

E’ stata pubblicata da qualche giorno la classifica di Bloomberg sull’efficienza dei servizi sanitari nazionali del 2018: l’Italia ottiene un risultato eccellente, risultando quarta classificata dopo Hong Kong, Singapore e Spagna. Fatta la doverosa premessa che queste classifiche vanno considerate con una certa cautela perché basate su parametri che offrono una visione parziale ed incompleta di strutture molto complesse, il risultato è comunque interessante. Infatti la classifica di Bloomberg si propone di misurare l’efficienza, piuttosto che la qualità assoluta dei servizi sanitari, e valuta il rapporto tra risultati ottenuti e costi. Non sorprendentemente, quindi, si classificano male alcuni servizi sanitari eccellenti ma costosi come quello tedesco (al 45° posto) o danese (al 41° posto). Va malissimo il costosissimo servizio sanitario Usa, quasi esclusivamente privato (al 54° posto).
In una classifica di efficienza, come quella di Bloomberg, gli sprechi sono molto penalizzanti. Evidentemente la sanità italiana utilizza bene le scarse risorse messe a disposizione dalla politica del paese (2.700 US$ all’anno per abitante: la metà della Danimarca e meno di un terzo degli Usa).
Ciononostante, molti italiani ritengono che la sanità pubblica, e in genere i servizi pubblici, siano il regno dello spreco e del malaffare: c’è una discrepanza tra ciò che gli italiani ricevono dallo Stato e ciò che ritengono di ricevere, tra ciò che pagano e ciò che credono di pagare. Il perché di questa discrepanza è materia di indagine per la psicologia sociale. Io avanzo una ipotesi: c’è un interesse della politica, soprattutto da parte dei partiti che non si trovano in quel momento al governo, a presentare lo stato dei servizi nella maniera peggiore. E’ ovvio infatti che se si riesce a far credere all’elettore che i servizi che riceve sono pessimi, se ne può anche promettere un più consistente miglioramento.
Il risultato è facile da conseguire: basta ignorare i confronti oggettivi, come la classifica di Bloomberg o altre analoghe, se non congruenti col messaggio che si intende dare, e indurre l’elettore a confrontare la realtà di ogni giorno con i suoi sogni più sfrenati. La realtà perderà sempre. Ovviamente questa strategia propagandistica è miope: costruisce consenso immediato, ma crea aspettative irrealizzabili, perché la sanità italiana ha molto meno spazio per migliorare di quanto non ne abbia per peggiorare. Dopo tutto l’Italia nella classifica di Bloomberg può salire, al massimo, di tre posizioni e scendere di oltre 50.
La denigrazione dei servizi pubblici, inoltre, getta discredito sui partiti in quel momento al governo. Il discredito è carburante della propaganda politica di opposizione: si realizza una campagna basata sull’odio, sul disprezzo e sul Vaffa Day e si gratifica l’insofferenza del cittadino nei confronti dell’istituzione e del potere, a tutti i livelli, dall’operatore al dirigente, fino al ministro. Consegue che citare le statistiche e le valutazioni indipendenti sui servizi significa opporsi alla propaganda politica corrente e fare cultura politica. Qualcosa di cui il paese oggi ha estremo bisogno.
Cronaca | 21 settembre 2018

giovedì 20 settembre 2018

Terra, l’allarme degli scienziati: “Ecco data dell’estinzione di massa”

Fonte: misteri e curiosità  Di Claudio Cartaldo
Ora c’è una data. O almeno questo è quello che credono i prestigiosi ricercatori del Mit di Boston.
La vita sulla Terra cesserà di esistere nel 2100. Ovvero tra meno di 90 anni. E non si tratta di una profezia Maya o di chissà quale presagio di un cartomante. A dirlo è la matematica, che – come si dice – non è un’opinione.
A sostenere la ricerca è stato un team di studiosi presso il Lorenz Center del MIT di Boston. A guidarli Daniel Rothman, secondo il quale nel 2100 la terrà andrà incontro ad una nuova estinzione di massa. Stavolta la più drammatica. Tragica. Lo studio è stato pubblicato sulla rivista Science Advances e si basa su calcoli matematici che tengono conto dell’inquinamento atmosferico, per la precisione la quantità di C02 nell’amosfera. Gli studiosi hanno scoperto che durante le precedenti estinzioni di massa era elevato il livello di C02 nell’aria. Basandosi su questo dato gli studiosi hanno dunque calcolato quale è il livello massimo di anidride carbonica sostenibile dal pianeta e significherebbe un punto di non ritorno: 310 gigatoni. Cifra che – se nulla cambia – la Terra raggiungerà (appunto) nel 2100.
“La storia della Terra è una storia di cambiamenti – ha dettolo Daniel Rothman -: alcuni sono graduali e benigni, altri (soprattutto quelli associati a catastrofiche estinzioni di massa) sono relativamente repentini e distruttivi. Cosa distingue gli uni dagli altri? Ho presupposto che le alterazioni del ciclo del carbonio sulla Terra portino a estinzioni di massa sul lungo periodo, se i cambiamenti si avvicendano velocemente; sul breve, se essi sono di vasta portata”. E ancora: “Non sto dicendo che il disastro accadrà domani. Sto dicendo che se l’immissione di CO2 nell’atmosfera non viene controllata potrebbe trasformarsi in qualcosa di più grande e potrebbe comportarsi in un modo difficile da prevedere. Nel passato geologico, questo tipo di comportamento è associazione alle estinzioni di massa”.

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e ripreso da informazione consapevole

mercoledì 19 settembre 2018

Lussemburgo, covo degli evasori fiscali europei

Fonte: W.S.I. 10 marzo 2017, di Alberto Battaglia

Il Gran Ducato del Lussemburgo è già ben noto per le pratiche attraverso le quali è riuscito ad attirare grandi quantità di capitali esteri; non ultime, le agevolazioni che esso avrebbe concesso a grosse società come, ad esempio, Amazon (il caso è noto giornalisticamente come “Luxleaks”).
Meno evidenza era stata data fino ad ora, invece, al ruolo che il Lussemburgo avrebbe avuto nel favorire il riciclaggio di somme guadagnate illecitamente. Un indizio, però, emerge chiaramente da una tavola pubblicata dal Financial Times, elaborata sui dati della Bce: il Lussemburgo dall’introduzione dell’euro, ha stampato moneta fisica in quantità pari “a Belgio, Irlanda, Olanda e Spagna” messe assieme. Un po’ strano per un Paese così piccolo. In Europa, solo Germania, Francia e Italia (le tre più grosse economie del blocco comunitario) hanno stampato più denaro.
Una possibile spiegazione, scrive il Financial Times, sta nell’eventualità che numerosi soggetti possano aver convertito in contanti guadagni illeciti che erano depositati presso banche lussemburghesi; così facendo avrebbero prevenuto eventuali accertamenti a loro carico portandosi a casa (oltre confine) il denaro. I dati Bce “implicano che circa 100 miliardi di euro potrebbero essere stati oscurati al fisco in questa maniera dall’introduzione dell’euro”, scrive il Financial Times.

Il sospetto che sollevano questi dati è grande, ma le ragioni per essere ottimisti su possibili cambiamenti in futuro scarseggiano.
“Dato l’uomo che era a capo del Lussemburgo durante la maggioranza del periodo e la sua posizione attuale, vi lasciamo stimare la probabilità che possano esserci risorse investigative volte a determinare se questo genere di criminalità è in corso”, scrive con una certa ironia il Financial Times. Per i pochi che non l’avessero intuito, l’ex premier del Lussemburgo in questione è l’attuale presidente della Commissione europea, Jean-Claude Juncker.

martedì 18 settembre 2018

Lehman Brothers, salvando l’alta finanza abbiamo creato solo disuguaglianze

Fonte Il Fatto Quotidiano Economia Occulta | 16 settembre 2018 


Questa settimana tra gli impuniti del crollo della Lehman Brothers c’è stato chi ne ha festeggiato l’anniversario perché per costoro sono stati dieci anni di grassa, basta ricordare che l’indice Standard & Poor durante questo periodo è salito del 325 per cento. L’alta finanza, dopo il crollo ha ricominciato a fare ciò che faceva prima, giocando con una leva finanziaria semplicemente più piccola. Chi ha pagato il conto è la classe media e quelle più basse.
Tuttavia è presto per poter esprimere un giudizio sul 2008, dieci anni sono troppo pochi per analizzarne le conseguenze socio-politiche. Forse si potrà farlo alla fine del XXI secolo, in fondo più la prospettiva storica è lunga meglio è. Possiamo però immaginare cosa scriveranno gli analisti e gli storici di fine secolo. In primis è molto, molto probabile che il concetto di villaggio globale non esisterà più, è possibile che la globalizzazione avrà ingoiato gli stati nazione dando vita a super-nazioni, e.g. Usa, Cina, Russia, circondate da stati o regioni satelliti; oppure torneremo alla decentralizzazione politica antecedente la nascita dello stato nazione, con città stato come Singapore, regioni più o meno piccole sotto il controllo di ricchi signori o di regimi totalitari, come la Turchia.
Neppure l’internet sarà più quella forza democratica prorompente, o sarà censurato, o l’accesso non sarà più libero o sarà talmente pieno di fake news che diverrà impossibile distinguere il vero dal falso. Fantapolitica? E perché no, in Italia in fondo ci viviamo dentro da tempo. Per confermarlo basta porsi un paio di domande: avreste creduto possibile un anno fa che il Movimento 5 Stelle si sarebbe alleato con la Lega per governare il paese? E avreste mai pensato che uno dei fautori di questa alleanza sarebbe stato Steve Bannon, il sacerdote della destra americana, consigliere speciale di Donald Trump durante la campagna elettorale? Eppure è successo.
La fantapolitica ormai ci offre un’immagine più realista dell’analisi politica classica del mondo in cui viviamo. Ed ecco un bell’esempio di surrealismo.
Macron, il Pd, il Movimento 5 Stelle litigano sulla paternità del concetto di reddito di cittadinanza anche se nessuno di loro lo ha mai realizzato. Poco importa che l’assegno mensile realmente esista e che ci siano i soldi perché’ non venga emesso a vuoto, l’importante è sostenere che lo stato è finanziariamente responsabile dei cittadini che non hanno un reddito. Seguendo questa logica, secondo me lo Stato viene descritto come un ente assistenziale piuttosto che l’espressione politica, economica e sociale di un popolo.
Non sarebbe meglio domandare allo Stato un’economia in grado di offrire lavoro ed un salario equo a tutti? Come succedeva ai tempi del socialismo classico? Ma questo nessuno lo può fare, non solo perché pronunciare la parola “socialismo” è rischioso quanto dichiararsi pedofili, ma perché né Macron, né il Pd e tantomeno i pentastellati o il loro socio Salvini o qualsiasi politico in carica controllano il sistema economico occidentale. E la prova è come fu gestita la crisi del 2008.
Alla fine del secolo sarà divulgata anche un’altra verità. Il salvataggio dell’alta finanza e delle élite del denaro, che la guidavano nel 2008, avvenuto per evitare una catastrofe simile a quella del ’29 ne ha creata un’altra, altrettanto drammatica: l’avvento delle diseguaglianze.
Quella tra i ricchi e la classe media, ormai alle soglie della povertà, è solo uno delle tante. Esiste anche la diseguaglianza di razza, di nazionalità, di sesso, di chi ha un lavoro e di chi non lo ha e così via, concetti di esclusione che circolano regolarmente nelle democrazie occidentali e che sono appoggiati, non solo tollerati, da una fetta della popolazione in costante aumento. Quando Salvini lancia lo slogan “prima gli italiani” non fa che tradurre quello di Trump “make America great again”, si tratta dei messaggi della politica di esclusione dove il mandato è occuparsi delle proprie pecore e disinteressarsi del gregge altrui, a meno che questo pascoli nello stesso prato nel qual caso va cacciato.
Il messaggio politico vincente oggi è quello che distingue e classifica gli individui secondo criteri non universali ma nazionali o razziali. In altre parole, gli uomini non sono più uguali come si pensava ai tempi della rivoluzione francese o della dichiarazione di indipendenza americana o della nostra costituzione, sono diversi. Dato che l’uguaglianza non esiste, allora bisogna a tutti i costi difendere i propri privilegi, proteggerli da chi è più in alto o più in basso nella piramide sociale. Per farlo ci vogliono guerrieri politici, gente disposta a tutto per difendere il proprio gregge, politici come Trump, Salvini, Orban.
Ecco la genesi della rivoluzione della destra occidentale che sta per travolgersi. Alla fine del XXI secolo scriveranno che a partorire questo mostro fu proprio il grande crollo finanziario del 2008 e forse avranno ragione.

lunedì 17 settembre 2018

Germania: “Europa sull’orlo di una guerra civile”

Fonte: Wall Street Italia 17 settembre 2018, di Daniele Chicca

L’Europa è sull’orlo di una guerra civile. Lo avrebbe riferito off-the-record un politico tedesco al giornalista di orientamento conservatore e libertario James Delingpole, che ha lavorato per diverse testate inglesi tra cui il Daily Mail, il Daily Express, il Times, il Daily Telegraph e The Spectator.
Delingpole, vicino all’alt-right americana (la destra radicale e populista), racconta di aver trascorso le ultime settimane a Francoforte, in Germania, dove si respira un clima di tensione per via della politica di apertura ai rifugiati e richiedenti asilo politico del governo.
Secondo le cifre ufficiali in Germania sono arrivati 1,5 milioni di migranti da quando la cancelliera Angela Merkel ha deciso di accogliere cittadini siriani e altri popoli in fuga dalla guerra favorendo milioni di domande di asilo.
Stando agli ultimi sondaggi politici, se si andasse a votare oggi il partito di estrema destra anti immigrazione Alternative für Deutschland (AfD) otterrebbe circa il 16% dei voti su scala nazionale, una percentuale che potrebbe essere sufficiente a diventare il secondo partito più influente nella prima economia d’Europa.
Tuttavia, osserva Delingpole in un articolo provocatorio, è “la discrepanza enorme” tra il pensiero delle élite al potere in merito alla questione dell’immigrazione e quelli che sono l’opinione pubblica e il pensiero dominante della gente comune, che potrebbe scatenare un conflitto intestino in Europa, la quale è chiamata a delle elezioni chiave l’anno prossimo, tra il 23 e il 26 maggio.
Da un sondaggio condotto quest’estate è emerso che il 62% dei cittadini tedeschi vorrebbe che i migranti senza documenti che arrivino al confine siano respinti, appoggiando quindi la linea dura del ministro degli Interni Horst Seehofer, mentre l’86% sarebbe favorevole ad accelerare le espulsioni di quelli che si sono visti negare le cui richieste di asilo.

giovedì 13 settembre 2018

Savona presenta riforma Ue, per renderla “più forte e più equa”

Fonte: Wall Street Italia 13 settembre 2018, di Alessandra Caparello

Una politeia per un’Europa diversa, più forte e più equa è il titolo di un documento che il Ministro per gli Affari Europei, Paolo Savona, comunica di aver inoltrato a Bruxelles.
“Il Governo italiano riconosce che il mercato comune, di cui l’euro è parte indispensabile, è componente essenziale del suo modello di sviluppo, ma ritiene che l’assetto istituzionale dell’Unione Europea e le politiche seguite non corrispondano pienamente agli scopi concordati nei Trattati. La crisi finanziaria globale esplosa nel 2008 ha mostrato i limiti delle istituzioni create soprattutto dal 1992 in poi e le conseguenze insoddisfacenti delle politiche seguite. Anche l’accelerazione dei flussi immigratori illeciti ha mostrato analoghi limiti istituzionali nelle scelte e ha creato uno stato di tensione intraeuropeo pericoloso per il futuro dell’Unione”.
Il riferimento a una politeia invece della consueta governance – si legge in una nota pubblicata sul ministero e a firma proprio di Paolo Savona –  è dovuto al fatto che la prima esprime una politica per il raggiungimento del bene comune, mentre la seconda – mutuata dalle discipline di management – indica le regole di gestione delle risorse. Politeia è quindi qualcosa di più di governance.
Il documento analizza tre argomenti:
  1. L’architettura istituzionale della politica monetaria;
  2. L’architettura istituzionale della politica fiscale e la conformazione da questa assunta;
  3. Le regole della competizione anche in relazione agli aiuti di Stato
  4. Da qui la proposta del ministro: creare un gruppo di lavoro che sottoponga al Consiglio europeo, prima delle prossime elezioni, suggerimenti utili a perseguire il bene comune, la politeiache manca al futuro dell’Unione e alla coesione tra gli Stati membri.
“La conclusione è che il Governo italiano assumerà tutte le iniziative per dare vita a un Gruppo di lavoro ad alto livello, composto dai rappresentanti degli Stati membri, del Parlamento e della Commissione, che esamini la rispondenza dell’architettura istituzionale europea vigente e della politica economica con gli obiettivi di crescita nella stabilità e di piena occupazione esplicitamente previsti nei Trattati (…) Il Governo italiano intende trovare una forma di collaborazione con i 27 Stati membri per studiare e risolvere le debolezze istituzionali e politiche che si riflettono in un saggio di crescita reale permanentemente inferiore al resto del mondo sviluppato, con sacche territoriali elevate di disoccupazione”.

mercoledì 12 settembre 2018

Direttiva copyright, un bene o un male? Cosa rischia ora il diritto d’autore in Europa

Fonte: Il Fatto Quotidiano Media & Regime | 12 settembre 2018 

È finita come era iniziata: il Parlamento europeo ha approvato, a larga maggioranza, la proposta di direttiva di riforma del diritto d’autore nella formulazione – salvo pochi colpi di maquillage – originariamente proposta dal relatore Alex Voss. Nel nuovo diritto d’autore europeo ci sarà un nuovo diritto connesso in forza del quale gli editori di giornali avranno diritto a un “equo compenso” da parte di chi utilizzerà i link ai loro articoli accompagnati da un estratto – ancor che breve – e un doppio giro di vite sui gestori delle piattaforme che pubblicano contenuti degli utenti e che saranno, by default, responsabili per tali contenuti sotto il profilo di eventuali violazioni del diritto d’autore.
È il momento dell’onore delle armi che su un campo di battaglia di un tempo i vincitori riconoscerebbero ai vinti ma che, forse, in questo caso, gli uni dovrebbero tributare agli altri perché, sfortunatamente, l’impressione è che – al di là di quello che ha segnato il tabellone dei voti nell’Europarlamento di Strasburgo – oggi non ci sono né vinti, né vincitori. E, per dirla tutta, è lecito anche dubitare del fatto che la parola “onore” sia associabile al dibattito che si è appena concluso e che di onorevole, almeno a tratti, ha avuto davvero ben poco. Ma indugiare sull’accaduto è poco utile e val la pena, invece, iniziare a guardare a domani con più serenità e obiettività possibile.
1. Il primo aspetto da non dimenticare – da una parte e dall’altra – è che domani non cambia nulla rispetto a oggi perché la direttiva non sarà legge nei singoli Paesi dell’Unione prima del 2021. Non c’è certezza – e non può esservi – che domani le dinamiche di circolazione delle informazioni e dei contenuti online saranno ancora quelle di oggi e che le conquiste o sconfitte – a seconda dei punti di vista – registrate oggi siano ancora utili o effettivamente dannose. È una questione di metodo che – a livello europeo e nazionale – si continua a sottovalutare: mentre ha senso usare le leggi per fissare principi generali e astratti,  non ha alcun senso – specie quando si parla di digitale – pretendere di spingersi al livello di dettaglio cui si spingono le regole appena approvate dal Parlamento europeo. L’innovazione è un processo di trasformazione rapida e costante, le leggi monoliti pressoché immodificabili.
2. Il secondo aspetto è che quella nella quale si colloca la battaglia che si è appena conclusa è una “guerra” – mi si perdoni l’orribile espressione trattandosi di un confronto tra idee contrapposte – sostanzialmente “civile”, tra appartenenti a uno stesso, unico e inscindibile ecosistema informativo e mediatico. Grandi piattaforme, editori di giornali, industria audiovisiva e, soprattutto, utenti, infatti sono “cittadini” di quella stessa comunità globale che, per brevità, abbiamo imparato a chiamare Web e, oggi, difficilmente – pur nel rispetto delle posizioni di ciascuno – l’uno potrebbe “vivere” senza l’altro. I rapporti economici tra i gestori delle grandi piattaforme, gli editori di giornali, l’industria musicale sono quotidiani e valgono già miliardi di euro in tutto il mondo. E, naturalmente, senza gli utenti, i loro dati, le loro visite nessuno dei protagonisti commerciali di questo confronto ha un futuro.
3. Il terzo aspetto è il più importante: i rischi di effetti collaterali della proposta di direttiva capaci di limitare il pluralismo informativo e la libertà di comunicazione online – senza indugiare ora a chiedersi se siano stati o meno esasperati e strumentalizzati da una delle due fazioni – sono innegabili, reali, sussistenti, presenti già nel quotidiano. È, per questo, indispensabile che, a cominciare dalle negoziazioni tra le istituzioni europee alle quali il Parlamento oggi ha dato l’ok, nessuno, da oggi, perda di vista per un solo istante il problema: iper proteggere i diritti d’autore sacrificando altri diritti fondamentali dell’uomo e del cittadino – pari-ordinati – come pluralismo e libertà di comunicazione online è una sconfitta per tutti, editori di giornali in testa.
Quando il fragore della battaglia avrà lasciato il posto al silenzio, sarebbe bello, se vinti e vincitori – ammesso che ce ne siano – si ritrovassero attorno a un tavolo a firmare un armistizio con il quale riconoscere che i diritti d’autore tutti – a cominciare da quelli degli utenti del web troppo spesso dimenticati – sono sacrosanti esattamente quanto lo è la libertà di comunicazione elettronica e che chi ha torto o ragione online in relazione alla pubblicazione di un contenuto deve essere sempre questione decisa da giudici e autorità, auspicabilmente dotati delle miglior tecnologie e risorse disponibili allo stato della tecnica.
Media & Regime | 12 settembre 2018

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