martedì 7 agosto 2018

Sovranismo - Prof. Alessandro Somma

da oggi e fino a fine agosto anziche tediare con scritti buonisti, pentiti del buonismo, quelli che rimpiangono sempre quelli di prima ecc. posterò dei video su argomenti specifici che trovo possano essere interessanti e stimolanti per tutti......

lunedì 6 agosto 2018

Bollette: slitta al 2020 l’addio al mercato a maggior tutela

Fonte: W.S.I. 6 agosto 2018, di Alessandra Caparello

Slitta la liberalizzazione totale del mercato elettrico e del gas. La maggioranza ha votato a favore di un emendamento al decreto Milleproroghe n. 91/2018, approvato in Commissione Affari Istituzionali del Senato, che rinvia al 1° luglio 2020 la fine dei prezzi di maggior tutela per l’energia elettrica e il gas.
Un rinvio di un ano esatto, dal primo luglio 2019 al primo luglio 2020. A far scattare lo slittamenti dei termini il ritardo nel processo di implementazione della riforma e i dubbi politici sulla necessità di chiudere d’ufficio l’era dei prezzi tutelati. Ancora due anni quindi di mercato a maggior tutela dove le tariffe vengono stabilite ogni tre mesi dall’Autorità per l’energia elettrica, il gas e il sistema idrico in base alle quotazioni internazionali degli idrocarburi. Poi dal 2020 si passerà definitivamente a quello libero, determinato dalle società elettriche che offrono, in concorrenza tra loro, diverse soluzioni contrattuali ai consumatori.
“Vogliamo utilizzare questo periodo di tempo concesso dal Parlamento per migliorare le condizioni per la realizzazione di un sistema competitivo che sia in grado di coniugare migliori prezzi per il consumatore con sicurezza e tranquillità delle famiglie, con contratti luce e gas chiari, trasparenti e senza condizioni vessatorie nei loro confronti”.
Così afferma in una nota il sottosegretario allo Sviluppo economico con deleghe all’Energia, Davide Crippa, in riferimento all’emendamento approvato in commissione a Palazzo Madama.
“Tale misura si è resa indispensabile considerando che, visto il precedente termine di luglio 2019, non sussistono le necessarie garanzie di informazione per i consumatori, di mercato, di competitività e di trasparenza. Lavoreremo da subito con tutti i soggetti coinvolti come Arera, Agcm, operatori del settore e Consumatori al fine di raggiungere l’obiettivo fondamentale di garantire alla collettività un mercato energetico efficiente, sostenibile e trasparente”.

domenica 5 agosto 2018

Germania, agli economisti tedeschi l’Europa non piace più

Fonte: Il Fatto Quotidiano  Zonaeuro | 5 agosto 2018 
di Andrea Kalajzic*
In Germania, il dibattito successivo allo scoppio della crisi debitoria nell’Eurozona ha portato alla luce una posizione rigidamente ortodossa, condivisa dalla Bundesbank e dal ministero delle Finanze tedesco, fortemente critica verso la Cancelleria e le istituzioni europee. L’illustrazione probabilmente più completa di questa posizione si trova in alcune pubblicazioni del più prestigioso tra gli economisti conservatori tedeschi, l’ex presidente dell’Ifo Institut for Economic Research di Monaco di Baviera, Hans-Werner Sinn.
All’inizio del nuovo millennio, Sinn era tra coloro che si aspettavano una spinta alla crescita europea e alla convergenza tra le economie dei Paesi aderenti alla moneta unica per effetto di una più efficiente allocazione dei capitali nell’Eurozona. Secondo Sinn, gli squilibri di parte corrente e i crescenti differenziali di inflazione osservati nell’area dell’euro durante gli anni precedenti lo scoppio della crisi andavano quindi interpretati come inevitabili manifestazioni temporanee di un processo di convergenza virtuoso tra le economie reali dei Paesi “periferici” e “centrali” dell’Eurozona.
La crisi ha però spinto Sinn a riconsiderare le sue previsioni ottimistiche. L’economista tedesco parte dalla constatazione che la crisi nell’Eurozona deve essere considerata come una crisi da indebitamento estero, la cui origine è di natura principalmente privata (famiglie e imprese finanziarie) piuttosto che pubblica. Pertanto, l’aumento dei deficit e dei debiti pubblici in rapporto al Pil osservato in Europa dopo il 2008 rappresenta una conseguenza e non la causa della crisi.
Sinn osserva che, indipendentemente dall’origine dei debiti esteri, i risparmi dei Paesi “centrali” dell’Eurozona intermediati dalle grandi banche e assicurazioni nord europee (in particolare da quelle tedesche) hanno drogato artificialmente la crescita delle economie dei Paesi “periferici”, favorendo non solo eccessi di spesa pubblica in Grecia e in Portogallo, ma, soprattutto, la formazione di bolle immobiliari in Spagna e in Irlanda. Questa crescita drogata è all’origine dei crescenti differenziali di inflazione che hanno minato la competitività dei Paesi “periferici” dell’Unione.
Sinn prosegue la sua analisi rigettando le accuse di neomercantilismo dirette alla Germania, affermando che, negli anni successivi all’introduzione della moneta unica, l’emorragia di risparmi verso le “periferie” europee ha provocato una caduta degli investimenti cui è seguita una lunga stagnazione dell’economia tedesca. A causa della caduta dei redditi, l’attivo della bilancia commerciale tedesca derivava quindi soprattutto da un deficit di importazioni. Pertanto, la Germania non poteva essere considerata come la vera beneficiaria dell’introduzione dell’euro.
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Zonaeuro | 5 agosto 2018

giovedì 2 agosto 2018

Il sovranista, nemico immaginario di una sinistra decadente

Fonte: Il Fatto Quotidiano Politica | 1 agosto 2018 


La sinistra, un tempo, era una cosa seria, affondava le sue radici nel sapere, nella cultura, nel rispetto dei valori costituzionali. Oggi la sinistra rischia di scomparire, l’elettorato ha deciso di guardare altrove. L’abbraccio mortale al neoliberismo ha prodotto in tal senso effetti tutto sommato scontati. Ci si sarebbe aspettati che dinanzi a una tale crisi si aprissero importanti riflessioni sulla propria ragion d’essere politica, sull’abbandono della difesa dei diritti dei lavoratori, sul valore profondo della nostra Costituzione dinanzi alla prepotenza con cui i mercati cercano di piegarla ai propri interessi di accumulazione della ricchezza sin dove si può.
Invece no, i motivi del suo fallimento la sinistra non li ha proprio capiti. Come se nulla fosse, continua ad aggrapparsi a battaglie inesistenti come quella contro un personaggio immaginario molto famoso: il sovranista. Nel mondo parallelo in cui è rimasta intrappolata dopo essere stata folgorata dal neoliberismo, ha inventato un personaggio immaginario, un cattivone di destra che non vuole cedere la sovranità alle istituzioni europee che ci vogliono tanto bene. In pratica, la sovranità da elemento portante dello Stato di diritto viene ridotta a una preferenza programmatica dell’avversario. Con questi ragionamenti, il livello di trash politico tocca vette altissime e la decadenza culturale della sinistra un fatto difficilmente negabile.
Parlando seriamente di sovranità, affinché lo Stato possa essere accolto come soggetto della comunità internazionale è essenziale che esso possegga tre requisiti, sanciti dalla Convenzione di Montevideo sui diritti e sui doveri degli Stati del 1933: popolo, territorio e governo. Uno Stato, per essere considerato tale, deve possedere il requisito della “sovranità“, ossia deve essere dotato di un apparato di governo che eserciti effettivamente la propria potestà d’imperio su una data comunità territoriale a titolo originario, nel senso che non deve essere sottoposto ad alcuna autorità superiore.
Il diritto internazionale non ammette processi di verticalizzazione tra Stati o in relazione ad altre Organizzazioni internazionali governative (Oig), perché altrimenti verrebbe meno il requisito della “sovranità esterna”. Quel che è in gioco, infatti, non è la cessione di sovranità all’Europa ma la condivisione di talune politiche mediante accordi internazionali che possono essere ritrattati, finanche annullati. D’altronde è l’Europa stessa a ricordarcelo: “L’Unione europea è un soggetto politico che non ha eguali, i cui Stati membri sovrani mettono in comune le competenze in settori chiave dell’attività di governo per raggiungere obiettivi condivisi”.
Non esiste, dunque, il sovranista come lasciato intendere da certi personaggi di sinistra. Esiste semmai una forma confusa di eversione, forse inconsapevole, dell’ordine costituzionale.

Politica | 1 agosto 2018

mercoledì 1 agosto 2018

La torrida estate del 2018 -- e' solo l'inizio

Fonte: no all'italia petrolizzata
Sara' sempre peggio.

Dal Sahara all'Artico.

E' questo il verdetto degli esperti in questa estate di incendi in Svezia, 38 gradi in Siberia, piogge torrenziali sulla East Coast americana, il Giappone e la Korea avvolte da un caldo mai visto prima. Tutta l'estate, tutta la primavera ci sono state temperature record nel mondo.

Tutto stravolto.

Da noi.

Gli studiosi del World Weather Attribution concludono che l'ondata di caldo che ha stravolto l'Europa in questa estate del 2018 e' di molto superiore al normale, grazie all'attivita' umana.

Ecco qui, quattro citta' dal caldo estremo, come compilato dal New York Times.

Ouargla, Algeria: 5 Luglio 2018, 51 gradi centigradi

Di Ouargla abbiamo gia' parlato in questo blog, e' una citta' al petrolio in Algeria. E il 5 Luglio sono stati registrati 51 gradi centigradi. La gente non e' andata al lavoro, troppo caldo ovviamente nei campi di petrolio, nelle raffinerie. Ironico, che e' proprio il petrolio alla fine, il responsabile ultimo di questa tragedia del clima.

E poi e' andata via la corrente. Tutti sono corsi sotto l'acqua, a bere, in doccia, con i vestiti bagnati, intontiti dal caldo, sudati. Gli anziani dicono che non hanno mai visto un giorno cosi caldo.

E infatti e' stato un record.

Hong Kong: Per 16 giorni di Maggio 2018 33 gradi centigradi di minima
Hong Kong e tutti i suoi condomini sono stati avvolti da temperature mai scese sotto il 33 gradi per piu di due settimane a Maggio. Non era mai successo del 1884, cioe' da che hanno iniziato a misurare le temperature ad Hong Kong.

Qui la gente ha preso d'assalto le piscine, mentre i piu' stoici, o piu' poveri che non potevano permettersi altrimenti, hanno continuato a lavorare. Molte le persone che si sono sentite male.

Nawabshah, Pakistan: 30 Aprile 2018, 50 gradi centigradi
Nawabshah e' al centro dei campi di cotone in Pakistan. Un record. Anche qui, nessuno ha osato uscire di casa, gli ospedali sono stati presi d'assalto da persone che si sono sentite male, con mal di testa, vomito e nausea. Molte localita' hanno perso l'elettricita'. Gli ospedali non hanno potuto rispondere in modo adeguato a tutti i pazienti.

In quei giorni, la temperatura ha raggiunto almeno 45 gradi.

Oslo: Per 19 giorni di seguito, 30 gradi centigradi

Oslo? In Norvegia? La nazione degli orsi polari? Si. Hanno immediatamente vietato tutti i barbeque e i falo' nelle foreste e nelle isole attorno ad Oslo, un passatempo popolare d'estate in Norvegia.

Maggio e' stato il piu' caldo degli ultimi 100 anni. Giugno e' stato altrettanto caldo.  Le piogge di primavera sono state scarse e cosi' c'e' stato meno erba per i pascoli.  Ed e' stato proprio per paura di incendi che i barbeque sono stati vietati. Di solito le temperature sono fresche cosi anche se i barbeque non vengono completamente spenti, si spengono da soli.

Non quest'anno.

E infatti la cittadina di Linnekleppen, a sudest di Oslo, ha avuto 11 incendi durante le prime due settimane di Luglio.  In tutto il distretto di Oslo ci sono stati 1,551 incendi in foresta, di piu' che in tutto il 2017 e il 2016 messi assieme.

Ventidue elicotteri.

Anche la Svezia si e' ritrovata immersa dalle fiamme. 

Nel circolo polare artico le temperature sono arrivate a 32 gradi centigradi.
Mai visto prima in Svezia.

E' il nostro pianeta.

lunedì 30 luglio 2018

Economisti smentiscono Trump su stime crescita. “Pil Usa a stento manterrà il +3%”

Fonte: W.S.I. 30 luglio 2018, di Mariangela Tessa

Pil Usa all’8%? Macché. Già raggiungere un target del 3% non sarà facile. Gli economisti americani smorzano l’entusiasmo del presidente Usa Donald Trump sul futuro della crescita Usa, dopo che i dati del secondo trimestre hanno segnato una forte accelerazione al 4,1%.
Ospite del The Sean Hannity Show, Trump ha detto che gli Stati Uniti potrebbe raggiungere tassi di crescita record se il deficit commerciale venisse dimezzato. Secondo le stime dell’inquilino della Casa Bianca, il Paese potrebbe facilmnete raggiungere una crescita del PIL  dell’8 o 9%, che è di gran lunga superiore a quanto previsto dagli economisti.
Previsioni che sono state subito smentite da alcuni osservatori. Primo fra tutti, Mike Gallagher, amministratore delegato della società di consulenza Continuum Financial Economics, secondo cui la recente accelerazione dell’economia Usa è delle recenti politiche fiscali attuate dall’amministrazione Trump, i cui effetti tuttavia porteranno benefici solo nel breve termine.
Alla domanda se l’economia Usa ha le carte in regola per crescere al ritmo delll’8-9%, Gallagher ha detto alla CNBC:
“Non credo. Trovo difficile persino che mantenga un ritmo del 3% nel lungo termine”, ha affermato.
L’amministrazione Trump ha presentato una revisione fiscale alla fine dello scorso anno, che ha sostenuto l’economia. In generale, le aziende hanno più denaro da investire e in alcuni casi hanno aumentato gli stipendi, dando cosí ai cittadini reddito aggiuntivo da spendere. Secondo Gallagher, questa politica è stata il motore dell’attuale forte performance degli Stati Uniti , ma i suoi benefici sono solo temporanei

venerdì 27 luglio 2018

Trump-Juncker, la Commissione europea ha svenduto agli Usa i diritti dei suoi cittadini

Fonte: Il FattoQuotidiano  Zonaeuro | 27 luglio 2018

di Monica di Sisto*
E’ bastato un viaggio del presidente della Commissione Claude Juncker a Washington perché il trattato commerciale più discutibile e discusso dai cittadini europei, il Trattato transatlantico di liberalizzazione di scambi, investimenti e servizi tra Europa e Stati Uniti, il Ttip, fosse rilanciato nella forma più accelerata, concentrata e meno trasparente possibile.
Certo: nessuno userà mai più la odiata sigla. Ma il pessimo negoziato rilanciato il 25 luglio deve spingerci tutte e tutti il più rapidamente possibile a chiedere uno scatto d’orgoglio ai nostri rappresentanti al Parlamento europeo e al Governo italiano perché questo blitz estivo venga arrestato al più presto.
Che cosa non va bene nel Ttip risorto dalle sue ceneri? Tutto! Basta scorrere la dichiarazione congiunta d’intenti sottoscritta da Trump e dal Commissario europeo. Innanzitutto ci troviamo la conferma del fatto che, come abbiamo più spesso sostenuto in queste pagine elettroniche: i dazi sull’acciaio posti da Trump fossero un falso problema. Infatti nella dichiarazione l’impegno a affrontarli e superarli si trova all’ultimo punto dell’elenco delle priorità di lavoro che le due parti si impegnano a risolvere.
Al primo punto, invece, dopo aver ricordato che “gli Stati Uniti e l’Unione europea contano insieme oltre 830 milioni di cittadini e oltre il 50% del Pil mondiale”, si lancia un’operazione verso “tariffe zero, zero barriere non tariffarie (ossia zero regole differenti tra le due parti) e zero sussidi per beni industriali non auto”, senza quindi toccare il settore automobilistico, su cui la Germania ha subito messo un veto, dichiarando così a chiare lettere chi comanda davvero nella Commissione. Fatti questi chiarimenti, le parti si impegnano a “ridurre gli ostacoli e aumentare il commercio di servizi, prodotti chimici, prodotti farmaceutici, prodotti medici e soia (che negli Usa, leader globali nell’export del cereale, è praticamente tutta Ogm). Insomma si vuole lavorare per liberare le mani prioritariamente a tutti quei settori rispetto ai quali da anni la società civile europea, i sindacati, i consumatori, gli ambientalisti e anche i produttori responsabili denunciano che tra le due sponde dell’Atlantico sono così lontane per standard e regole a tutela dei diritti di tutti, che sacrificarle per gli interessi dei soliti – pochi – poteri industriali, sarebbe una colpa imperdonabile.
Un paradossale modo di aprire le braccia a Trump, fino a ieri dipinto come il male assoluto, sbattendo la porta in faccia agli oltre quattro milioni di cittadini europei che hanno sottoscritto qualche anno fa la petizione europea per fermare il pericoloso Ttip.
L’Europa vuole “importare più gas naturale liquefatto (Gnl) dagli Stati Uniti per diversificare il proprio approvvigionamento energetico”, si legge ancora nel documento, quando è notorio che la maggior parte di questa risorsa negli Usa è estratta sbatacchiando la terra con la inquinante pratica del fracking, non ammessa da noi proprio per i suoi devastanti impatti anche sulla stabilità del sottosuolo. Inquieta, inoltre, che l’Europa spinga apertamente per “avviare uno stretto dialogo sugli standard al fine di facilitare gli scambi, ridurre gli ostacoli burocratici e tagliare i costi”. E questo, pericolosamente, senza alcun controllo democratico o parlamentare.
Quello che più preoccupa, infatti, per la tenuta democratica delle nostre istituzioni è che si dichiara “di istituire immediatamente un gruppo di lavoro esecutivo dei nostri più stretti consulenti per portare avanti questa agenda congiunta. Inoltre, individuerà misure a breve termine per facilitare gli scambi commerciali e valutare le misure tariffarie esistenti. Mentre stiamo lavorando su questo, non andremo contro lo spirito di questo accordo, a meno che nessuna delle parti non risolva i negoziati”. Insomma un oscuro gruppo di tecnici, senza mandato negoziale espresso o votato dai Governi europei né controllo parlamentare porterà avanti questa delicata trattativa, legando le mani dei governi europei rispetto alle future iniziative a protezione dei nostri diritti.
Come associazioni e comitati mobilitati in Italia e in Europa per un commercio più giusto e la promozione dei diritti sociali ed ambientali, oltre che di una “buona” economia, chiediamo ai parlamentari europei, a quelli italiani e al Governo del nostro Paese di farsi sentire il prima possibile per fermare il Ttip zombie, colpo di coda di Bruxelles a pochi mesi dalle nuove elezioni europee.
* portavoce della Campagna Stop Ttip/Stop Ceta Italia
Zonaeuro | 27 luglio 2018

giovedì 26 luglio 2018

Di Maio: sì al Jefta, no al Ceta. Un errore politico prima che strategico

Fonte: Il Fatto Quotidiano Zonaeuro | 26 luglio 2018  


di Alberto Zoratti*
I motivi sono nelle ultime righe della comunicazione inviata dal ministro Luigi Di Maio al Consiglio europeo per il “Sì” all’accordo con il Giappone, lettera venuta in possesso della Campagna Stop Ttip Stop Ceta Italia dopo una richiesta di accesso agli atti. L’Italia pensa di poterne controllare gli effetti e gli impatti sui diritti ambientali, sociali e sugli standard agroalimentari. Non sapendo che è proprio la tutela di questi diritti che non viene garantita da trattati di libero scambio strutturati come il Jefta, del tutto simile al Ceta, con il Canada e al (per ora) congelato Ttip, perché i capitoli dedicati non hanno alcuno strumento che ne permetta un reale rafforzamento, se non procedure consultive e un ruolo assolutamente marginale della società civile.
Per la sicurezza alimentare il Codex Alimentarius diventa riferimento unico, esattamente come per il Ceta e per il Ttip, sebbene molto spesso abbia standard più deboli di quelli europei. E per l’etichettatura, la questione non cambia: se si pensa che mentre in Europa la presenza di Ogm dei cibi viene considerata accidentale se sotto allo 0,9% (senza obbligo di citazione in etichetta), in Giappone la soglia è attorno al 5%. E il tutto verrà armonizzato da un sistema di comitati tecnici che si riuniranno senza il minimo controllo parlamentare. Come per il Ceta.
Niente Isds, quindi tutto va bene?
Nel Jefta non è contemplato l’arbitrato investitore-Stato (Isds), e non per gentile concessione della Commissione Eu. Continuare il negoziato avrebbe ritardato l’approvazione dell’accordo, considerate le distanze sul capitolo investimenti che, essendo di competenza nazionale, avrebbe richiesto la ratifica da parte dei Parlamenti degli Stati membri. Fastidi evitati facilmente dallo spostamento di un accordo sugli investimenti più avanti, a Jefta ratificato dal solo da parte del Parlamento europeo. E gli stessi europarlamentari potranno solo accettare o rifiutare il trattato, non esistendo alcuna possibilità di emendamento del testo finale. Nonostante il Jefta, esattamente come il Ceta, sia stato portato avanti senza la dovuta trasparenza, già richiesta dall’Ombudsman europeo per il Ttip.
Servizi in vendita
Sul fronte dei servizi, l’accordo Ue-Giappone usa l’identico approccio del Ceta: tutti quei servizi non elencati nell’apposito allegato, saranno aperti alla concorrenza da parte delle imprese giapponesi. Se prima bisognava specificare quali servizi erano disponibili alla privatizzazione, ora è il contrario, con il rischio che dall’elenco di servizi da salvaguardare vengano esclusi alcuni settori importanti. Senza contare che, per “servizi pubblici” l’accordo intende soltanto quelli forniti dallo Stato e senza contropartite economiche. L’acqua, in questo quadro, non è considerata servizio pubblico.
La liberalizzazione dei servizi finanziari include nella lista quei prodotti all’origine della crisi finanziaria come i prodotti derivati. E la cooperazione normativa considerata nell’accordo, invece di spingere a rafforzare gli standard di regolamentazione finanziaria soprattutto in una fase di instabilità e di volatilità, andrà verso la deregulation e la semplificazione.
Quindi Jefta sì, Ceta no?
Dicendo“Sì” al Jefta, Di Maio ha delegittimato una strategia condivisa con i movimenti: modificare la struttura dei trattati e il modo con cui vengono negoziati e approvati. Considerato che gli accordi conclusi non sono più negoziabili, tanto meno dai governi. Spostare l’attenzione sui potenziali vantaggi economici senza evidenziare criticità in altri settori, distrae da una profonda revisione del modello di trattato di libero scambio a un semplice calcolo aritmetico.
Nel luglio del 2016 le reti della società civile in occasione della votazione della risoluzione Lange sul Ttip al Parlamento di Strasburgo, proposero e presentarono sei emendamenti al testo di relazione che sottolineavano vere e proprie linee rosse insuperabili. Quelle proposte, sostenute da europarlamentari appartenenti a schieramenti diversi ponevano questioni di procedura, trasparenza, rispetto dei diritti ambientali e sociali. Molte delle quali, ancora oggi, dovrebbero essere riproposte per il Jefta.
*presidente di Fairwatch, Campagna Stop Ttip/Ceta Italia

Zonaeuro | 26 luglio 2018

mercoledì 25 luglio 2018

Tempesta perfetta si sta per abbattere sull’economia Usa

Fonte: W.S.I. 25 luglio 2018, di Alessandra Caparello

Una tempesta si sta abbattendo sull’economia statunitense. A dirlo alla Cnbc l’economista Diane Swonk secondo cui, anche se non c’è una vera e propria guerra commerciale, l’incertezza che circonda i dazi può danneggiare l’economia statunitense a stelle e strisce.
“Se vogliamo continuare ad avere questa incertezza, nel tempo si avrà un effetto corrosivo che si accumulerà nel 2019 con meno investimenti”.
Le tariffe, insieme ad un rafforzamento del dollaro e ai tassi in crescita finiscono per minare la competitività dei produttori e di altri esportatori.
“L’economia statunitense ha un po’ di ammortizzatori, e possiamo resistere alla tempesta per un po’. Ma la tempesta si sta abbattendo e le correnti sotterranee si stanno chiaramente formando.
Il riferimento è alle tensioni commerciali tra gli Stati Uniti e il resto del mondo che sono aumentate. La Cina è stata l’obiettivo frequente del Presidente Donald Trump e la settimana scorsa, il presidente ha detto alla CNBC che è “pronto” a mettere le tariffe su tutti i 505 miliardi dollari di merci cinesi importate negli Stati Uniti. Washington ha già abolito le tariffe doganali sui 34 miliardi di dollari di prodotti cinesi. Pechino dal canto sui ha colpito indietro con tariffe di ritorsione sulla stessa quantità di beni degli Stati Uniti.
L’amministrazione Trump ha inoltre imposto tariffe sulle importazioni di acciaio e alluminio da diverse nazioni, tra cui alleati chiave come Canada, Messico e Unione Europea. L’economista Swonk ha detto che le tariffe applicate finora non sono così grandi, ma la minaccia delle tariffe mina la fiducia.
“Se domani dovessimo avere una guerra commerciale completa, che non credo avremo, allora si potrebbe vedere una recessione nel 2019 (…) Se vogliamo continuare ad avere questa incertezza, nel tempo si avrà un effetto corrosivo che si accumulerà nel 2019 con meno investimenti.
Secondo Venu Krishna, vice capo della ricerca azionaria statunitense a Barclays, le tariffe hanno un ampio impatto negativo. Le piccole imprese saranno più danneggiate, contrariamente alla credenza popolare che siano meglio protette perché sono domestiche.
“Queste società, infatti, hanno una maggiore esposizione all’esportazione e all’importazione. I loro margini sono notevolmente più deboli e quindi non sono in grado di assorbire i costi. E infine, non hanno il potere dei prezzi”.

martedì 24 luglio 2018

Ue: “I mercati rimetteranno nei binari l’Italia”

Fonte: W.S.I. 24 luglio 2018, di Alessandra Caparello

Da Bruxelles arriva un nuovo avvertimento per l’Italia: “se dovesse sfidare i vincoli europei sui conti pubblici, i veri problemi non arriverebbero dall’Ue”, ma dai mercati. A parlare in questi termini è una fonte europea a La Stampa.
“Prima ancora di un’eventuale procedura da parte della Commissione per la violazione delle regole del Patto di Stabilità, ci penserebbero i mercati a rimettere l’Italia nei binari (…) non è una minaccia, ma soltanto la constatazione di quello che potrebbe succedere nei prossimi mesi se il governo decidesse di tirare troppo la corda”.
Un’affermazione in risposta alle recenti dichiarazioni del ministro dell’Interno Matteo Salvini secondo cui l’Italia potrebbe ignorare il tetto del 3% nel rapporto deficit/Pil. In via ufficiale dalla Commissione europea fanno sapere che i conti pubblici italiani saranno al vaglio dei tecnici di Bruxelles a ottobre, quando l’esecutivo giallo-verde invierà il progetto di legge di bilancio.
Ma sottobanco trapela altro ossia che l’unico che conta al momento in Europa per l’Italia è il ministro dell’economia Giovanni Tria che al Washington Post ha ribadito che l’impegno del paese è ridurre il debito e il deficit resterà nei limiti.
Quindi a conti fatti c’è un muro a muro: Tria contro tutti. “A questo punto sembra che l’estate non passerà liscia ma servirà per mettere sotto stress il Mef e Palazzo Chigi” scrive Lina Palmerini sul Sole 24 Ore che ipotizza uno scontro che arriverà al voto anticipato.
“Il punto è fin dove spingerà il braccio di ferro il vicepremier leghista. Fino al punto di provocare le dimissioni di Tria? La scelta di violare gli impegni con Bruxelles, probabilmente, comporterebbe pure contraccolpi per gli Esteri guidati dall’europeista Moavero. Ci si troverebbe, dunque, non soltanto davanti a una dimissione di peso ma a una tappa verso il voto anticipato”.

lunedì 23 luglio 2018

Legge Stato-Nazione ebraica, Daniel Barenboim: “Oggi mi vergogno di essere israeliano”

Fonte: Il Fatto Quotidiano   di | 23 luglio 2018
È stato il primo uomo ad avere entrambi i passaporti di Israele e Palestina ed è il fondatore della West Eastern Divan Orchestra nata per suonare giovani musicisti professionisti provenienti però da Israele, Egitto, Giordania, Siria, Libano, Palestina. Daniel Borenboim, nato a Buenos Aires, 75 anni fa, uno dei direttore d’orchestra più talentuosi, scrive di suo pugno un durissimo intervento sul quotidiano Haaretz dal titolo: “Oggi mi vergogno di essere israeliano”. L’artista interviene così contro l’approvazione della Knesset (parlamento) della legge che qualifica Israele come “lo Stato nazionale del popolo ebraico”. Il significato di quella legge, sostiene, è che “gli arabi in Israele diventano cittadini di seconda classe. Questa è una forma molto chiara di apartheid“. Barenboim sostiene che la settimana scorsa il parlamento israeliano ha tradito gli ideali dei Padri fondatori del Paese. Loro puntavano “alla libertà, alla giustizia, alla pace… promettevano libertà di culto, di coscienza, di lingua, di educazione, di cultura”. Ma 70 anni dopo, accusa, “il governo israeliano ha approvato una legge che sostituisce il principio di giustizia ed i valori universali con nazionalismo e razzismo“. “Non riesco a capacitarmi che il popolo ebraico sia sopravvissuto 2000 anni, malgrado le persecuzioni ed infiniti atti di crudeltà, per trasformarsi adesso in un oppressore che tratta crudelmente un altro popolo. Ma questo è esattamente ciò che fa la nuova legge. Pertanto oggi mi vergogno di essere israeliano”.
La legge è stata approvata lo scorso 19 luglio dopo un infiammato dibattito alla Knesset con il voto di 62 deputati contro 55. Un provvedimento esaltato dal premier Benyamin Netanyahu che l’ha definito “un momento chiave negli annali del sionismo e dello stato di Israele” e condannato dall’opposizione (con i testa i partiti arabi), dai palestinesi e dalla stessa Ue. La legge passata aveva dichiarato il primo ministro palestinese Rami Hamdallah “istituzionalizza e legittima le politiche di apartheid più che promuovere la giustizia e la pace”. Secondo il leader di Lista Araba Unita Ayman Odeh il provvedimento dimostra che Israele “non vuole” nel suo territorio i cittadini arabi. “È stata approvata una legge sulla supremazia ebraica e ci dice chiaramente – ha aggiunto – che noi siamo cittadini di seconda classe”. Le nuove norme hanno avuto una lunga gestazione e numerose revisioni e sono state a più riprese contestate sia dall’opposizione al governo Netanyahu – che ha presentato una valanga di emendamenti – sia dallo stesso presidente Rivlin che di recente ne ha in parte messo in discussione la correttezza istituzionale. Punto centrale della legge – ed alcuni commentatori hanno parlato a proposito di una “seconda nascita dello stato” – è l’articolo in base al quale “Israele è la storica patria del popolo ebraico che ha il diritto unico alla autodeterminazione nazionale”. La legge dichiara anche Gerusalemme capitale di Israele e adotta il calendario ebraico come quello ufficiale dello Stato secondo cui sono stabilite le feste sia civili sia religiose.
La ‘menorah’, il candelabro a sette braccia, insieme all’attuale bandiera sono “simboli nazionali” così come l’inno ‘Hatikvà’ (La Speranza). La lingua araba retrocede da idioma “ufficiale” dello stato a “speciale”, anche se una sibillina aggiunta specifica che “questa clausola non danneggia lo status dato alla lingua prima che la legge entri in vigore”. Altra norma controversa è la sanzione del fatto che “lo Stato vede lo sviluppo dell’insediamento ebraico come valore nazionale e agirà per incoraggiare e promuovere il suo consolidamento”.
Nella formula precedente – contestata da Rivlin – si consentiva allo stato di “autorizzare comunità composte da persone con la stessa fede e nazionalità in modo da mantenere il carattere esclusivo di quella stessa comunità”. Una dizione mal digerita anche da molti giuristi. “Questo è il nostro stato, lo stato ebraico. In anni recenti – aveva commentato oggi Netanyahu – ci sono stati alcuni che hanno tentato di mettere questo in dubbio, di offrire a minor prezzo il cuore del nostro essere. Oggi abbiamo fatto legge di questo: questa è la nostra nazionale, la nostra lingua, la nostra bandiera”. “Siamo preoccupati e abbiamo espresso la nostra preoccupazione e – aveva detto una portavoce della Commissione Ue – continueremo ad essere impegnati con Israele su questo tema. Deve essere evitata ogni soluzione che non punti alla soluzione a due Stati”. “Un altro tentativo – ha tagliato corto Hamdallah – di cancellare l’identità arabo-palestinese”.
di | 23 luglio 2018

venerdì 20 luglio 2018

Sul razzismo il radicalismo chic non demorde

Fonte: Il Fatto Quotidiano Società | 19 luglio 2018 

Nonostante le sonore sconfitte a carico del variegato milieu radical chic – inversamente proporzionali alle vittorie non solo elettorali di tutti coloro che a questa forma di radicalismo si oppongono invalidandone l’approccio manicheo, i buoni da una parte e i cattivi dall’altra, ove per buoni si intendono coloro che continuano ossessivamente a “coscienzializzare” il volgo, il quale risponde in modo diametralmente opposto – l’approccio radical chic continua a imperversare indefesso, come nel caso del pezzo su Fatto cartaceo di pochi giorni fa titolato La lezione perduta delle leggi razziali, in cui Furio Colombo arriva a equiparare le leggi razziali del ’38 con un supposto razzismo italiano di ritorno che “pone adesso bianchi contro neri, cittadini contro stranieri, paura attentamente coltivata, che crede nei confini chiusi”.
Se c’è un aspetto che non ho mai notato negli italiani è il razzismo, almeno nelle forme da me ravvisate in taluni stati del sud degli Stati Uniti e in specifici ceti sociali di alcune zone del Brasile. A proposito del quale, per quanto mi riguarda personalmente, a suo tempo e in Italia sposai una mulatta brasiliana non perché l’amassi, ma al solo scopo di aiutarla a inserirsi in un contesto culturale troppo distante da quello della favela da cui proveniva. Un matrimonio breve ordunque che terminò con un procedimento di divorzio durante lo svolgimento del quale, la mia ex moglie prossima ventura, alla giudice che le chiedeva se era proprio sicura di non pretendere alcun alimento post matrimoniale, rispose che alla luce dell’aiuto che le avevo prestato, la sua richiesta sarebbe stata inappropriata.
Dal razzismo al fascismo il passo è retoricamente breve, tanto è vero che Furio Colombo vi si (ri)ferisce paragonando le leggi razziali del fu fascismo, con la supposta situazione in cui si baserebbe la “difesa della razza” – il virgolettato è di Colombo – “In Italia il razzismo che torna pone adesso bianchi contro neri, cittadini contro stranieri, paura, attentamente coltivata, che crede nei confini chiusi” (…) ‘nell’Italia dei nostri giorni’ a partire dalla “parola d’ordine prima gli italiani, che è un grimaldello potente per far saltare un minimo di legame tra residente e straniero” (…) mentre “ un secondo modo per avviarsi verso la completa estirpazione di sentimenti umani è di lanciare il famoso grido di disprezzo verso i non razzisti: ‘Allora prendete i profughi in casa vostra’ ”. Una frase “ che non nasce da un rigurgito di rabbia di strada, ma da un partito diventato governo e potente istituzione” (…) “una trovata che punta a scansare l’accusa di irresponsabilità e a far apparire fatui e boriosi coloro che scendono in campo nel tentativo di difendere. Il loro numero diminuisce costantemente”.
L’unico passaggio che condivido è la citazione della frase rigurgitata da un partito di governo: “Allora prendete i profughi in casa vostra!”. Un grido che venne pronunciato anche nell’affluente Capalbio dei radical chic, ma non da persone più modeste come il sottoscritto, che spesso si ritrova a strillare il fatidico “Allora prenditeli a casa tua!” a radical chic che si guardano bene dall’ospitare rifugiati, salvo poi salmodiare a terzi meno abbienti l’obbligo di aiutare i rifugiandi, dopo aver rimosso dalle loro coscienze i sei milioni di italiani al di sotto della soglia di povertà, nonché gli altri quattro milioni che la superano di stretta misura.
Sul Fatto on line di qualche mese fa, un post riservato a un’associazione liberale iniziava più o meno così: “… chi afferma di non essere né di destra né di sinistra è di destra…”. L’assunto mi irritò perché, pur avendo fatto parte dell’estrema sinistra durante l’(im)mortale ‘68, in seguito all’abuso che s’è fatto del termine “de sinistra” me ne distanziai. Il fatto che oggi non mi consideri più tale, non significa tuttavia che mi identifichi con la destra tout court, oggi tacciata di fascismo a ogni piè sospinto, visto & considerato che essendo nato nel ’43 in una famiglia antifascista doc, certe posizioni proprio non mi appartengono.
Mio padre venne torturato a Villa Triste pur ignorando che sua madre, cioè mia nonna, avesse destinato la sua magione fiesolana al salvataggio di ebrei, nonostante la stessa villa fosse stata sequestrata dal capo delle SS, ignaro che in quei meandri transitassero giudei in fuga dal nazifascismo. Dopo la guerra i miei si separarono e mia madre che pur aveva fatto parte del Partito d’Azione, si accasò con Giuseppe Baylon, già capo di Stato maggiore dell’areonautica saloina il quale, in quanto afascista, vale a dire né fascista né antifascista, venne arrestato dalle Ss e dopo la Liberazione venne processato da un tribunale speciale che lo assolse per non aver commesso il fatto, riconoscendogli il merito d’aver osteggiato il massacro da parte dei tedeschi dell’intera popolazione italiana, saloina o non saloina che fosse stata.
E fu proprio questo afascista doc che per primo ebbe a citarmi Renzo de Felice quando afferma che “ il fascismo ha fatto infiniti danni, ma uno dei danni più grossi è stato quello di lasciare in eredità una mentalità fascista ai non fascisti, agli antifascisti, alle generazioni successive anche più decisamente antifasciste a parole. Una mentalità fascista che va secondo me combattuta in tutti i modi, perché pericolosissima. Una mentalità di intolleranza, di sopraffazione ideologica, di qualificazione dell’avversario per distruggerlo”. Come dire che il peggior fascismo è quello degli antifascisti.
Società | 19 luglio 2018

mercoledì 18 luglio 2018

Russia liquida quasi tutti i titoli di Stato Usa in portafoglio

Fonte: W.S.I. 18 luglio 2018, di Daniele Chicca

Quando i rendimenti obbligazionari Usa hanno fatto un netto salto in avanti in aprile, la spiegazione che in molti esperti e commentatori si sono dati era una: Vladimir Putin stava liquidando una grossa fetta dei titoli di Stato americani in portafoglio.
Difatti, quel mese la quota in possesso della Russia è scesa di 47,4 miliardi di dollari, in area $48,7 miliardi totali, il livello più basso dal 2008. In marzo la cifra delle riserve di Bond statunitensi era di $96 miliardi.
Mentre Donald Trump è impegnato a negoziare, Putin passa all’azione. Il presidente americano continua a fare il doppio gioco con la Russia, minacciando ulteriori sanzioni da una parte mentre cerca di ricucire i rapporti con il Cremlino dall’altra, incontrando anche di persona Putin.
Cosa fa la Russia nel frattempo? Non smette di liberarsi di Treasuries. Sembra insomma che quando il presidente russo ha avvertito che avrebbe diversificato le riserve statali del paese, diceva sul serio.
A maggio Putin ha deciso di liquidare ancora le sue posizioni, con il valore in mano al Cremlino che è crollato di altri 40 miliardi (82%) attestandosi a 9 miliardi da 48,7 miliardi di dollari. All’inizio dell’anno la cifra toccava i 100 miliardi.
Una liquidazione massiccia del genere da parte di Putin non può che avere delle ragioni politiche e ha l’effetto di mettere ulteriori pressioni sul suo “avversario” alla Casa Bianca.

martedì 17 luglio 2018

Piano A di Savona: “recuperare 50 miliardi a UE”

Fonte: W.S.I. 17 luglio 2018, di Alessandra Caparello

“Preferisco parlare del piano A”. Così il ministro per gli Affari Europei Paolo Savona racconta in una lunga intervista a La Verità il progetto del governo per stimolare la crescita e rispettare gli obiettivi di bilancio e annuncia l’intenzione di chiedere all’Europa margini per poter finanziare 50 miliardi di investimenti pubblici.
“L’Italia da tempo vive al di sotto delle proprie risorse, come testimonia un avanzo di parte corrente della bilancia estera. Tale avanzo non può essere attivato, cioè non possiamo spendere, per l’incontro tra i vincoli di bilancio e di debito dei Trattati europei. Questo nonostante abbiamo ancora una disoccupazione nell’ordine del 10% della forza lavoro e rischi crescenti di povertà per larghe fasce di popolazione. L’avanzo sull’estero di quest’anno è al 2,7% del Pil, per un valore complessivo di circa 50 miliardi: esattamente ciò che manca alla domanda interna (…) Una politica della domanda centrata sugli investimenti, una scelta che, con l’avvento della Commissione Juncker era già stata effettuata sotto la spinta dell’opinione pubblica rappresentata dal Parlamento europeo”.
Da qui se c’è l’ok dell’Ue, dice Savona, allora si potrà parlare di introdurre le riforme del governo, dalla flat tax al reddito di cittadinanza.
“Se l’Ue lo accetta, meglio ancora se propone essa stessa, nel reciproco interesse, un piano di investimenti di tale importo, la crescita del Pil che ne risulterebbe può consentire un gettito fiscale capace di coprire allo stesso tempo la quota parte delle spese correnti implicite nelle proposte di Flat Tax, salario di cittadinanza e revisione della Legge Fornero senza aumentare né il disavanzo pubblico, né il rapporto debito pubblico/Pil su base annua”.
E a chi gli fa notare che rimane il nodo coperture, il ministro risponde a tono:
“I grandi progressi dell’umanità hanno avuto origine dalle utopie, che furono definite necessarie perché senza di esse non si sarebbero mai raggiunti risultati importanti”.

lunedì 16 luglio 2018

Germania “ossessionata” da Italia: domande irrituali alla Bce

Fonte: W.S.I. 16 luglio 2018, di Alessandra Caparello

Risale al 13 giugno scorso, subito dopo il rialzo alle stelle dello spread sotto la zavorra dell’incertezza polita, la lettera che il Parlamento tedesco ha scritto alla Vigilanza Bce. Oggetto: le banche italiane.
Nella missiva in particolare il Bundestag  tramite il presidente nonché ex ministro delle Finanze Wolfgang Schaeuble ha chiesto alla Bce innanzitutto i dati sulle esposizioni delle banche italiane ai titoli di Stato. Poi, come scrive oggi MilanoFinanza, ha fatto altre domande irrituali.
“In quale modo gli aumenti nei tassi dei titoli di Stato italiani siano incorporati negli stress test e se gli scenari considerassero un’uscita dall’euro. Addirittura il Parlamento tedesco ha chiesto «il tasso al quale le banche sarebbero dichiarate in dissesto o a rischio di dissesto» e «sarebbero una minaccia per la stabilità finanziaria”.
A rispondere direttamente la presidente della Vigilanza Bce Danièle Nouy la quale ha ricordato che  per determinare se una banca è in dissesto o a rischio ci sono le linee guida Eba. Inoltre la Nouy ha rimarcato che per far scattare la decisione sul fallimento occorre un’analisi complessiva degli elementi oggettivi sia qualitativi che quantitativi, considerando tutte le altre circostanze e informazioni rilevanti sulla banca.
“Dato il numero di fattori da considerare al momento della valutazione, non è possibile determinare ex ante un livello dei rendimenti dei titoli di Stato in cui le banche fallirebbero o rischierebbero di fallire o sarebbero una minaccia per la stabilità finanziaria.
Quanto alle domande sugli stress test, la Nouy ha detto che gli esami considerano “un significativo allargamento degli spread» e si basano su una valutazione dei rischi attuali. E infine ha risposto che l’euro è irrevocabile e non è appropriato che la Bce faccia riflessioni su ipotesi non previste dal Trattato sul funzionamento dell’Ue”.
Una serie di domande che ancora una volta dimostrano l’attenzione che a volte sfocia nell’ossessione da parte della Germania quando si parla di titoli di Stato italiani e banche.

domenica 15 luglio 2018

Trattato Ue-Canada, a essere contrari al Ceta non sono solo i sovranisti

Fonte: Il Fatto Quotidiano Politica | 15 luglio 2018 
Si torna a parlare di Ceta, il Trattato di libero scambio tra Ue e Canada, perché il processo di ratifica entra in un momento delicato. Il Presidente austriaco, ed ex leader dei Verdi, Alexander van der Bellen due giorni fa si è rifiutato di ratificare l’adozione del Trattato da parte del Parlamento, bloccandola fino alla decisione della Corte Ue sulla compatibilità della clausola Ics (Investment Court System), ossia l’arbitraggio sugli investimenti che possono essere danneggiati da norme pubbliche, con il diritto comunitario.
Inoltre, il neo Ministro dello Sviluppo economico Luigi Di Maio ha annunciato che anche l’Italia voterà contro. Ricordo infatti che questo trattato ha la particolarità che, per essere definitivamente adottato (e nonostante questa sia una competenza esclusiva della Ue), deve essere ratificato, oltre che dal Parlamento europeo, anche da tutti i parlamenti nazionali della Ue all’unanimità.
In due articoli pubblicati su la Repubblica e sul Corriere, Ruffolo e Fubini criticano aspramente questa decisione come protezionista e sovranista. Sono assolutamente d’accordo con la dura critica al modo in cui Di Maio ha presentato l’opposizione al Ceta (un puro “sovranismo” per difendere corporazioni specifiche), ma non lo sono affatto con il limitare l’opposizione al Ceta solo a questo approccio. Al contrario. Il movimento che si oppone a questo accordo e che ha guidato le mobilitazioni europee è in gran parte europeista e convinto che dazi e barriere possano essere sì un gravissimo limite, reazionario e negativo, ma sono le priorità della politica commerciale europea che devono cambiare.
Non vedere questo sarebbe non solo perdere un’occasione di discussione in Italia su come migliorare la politica commerciale europea, da sempre sottomessa a una ideologia liberista a senso unico e pro-multinazionali (a prescindere dal loro comportamento in materia fiscale e sociale); significherebbe anche lasciare ogni critica al Ceta al campo dei sovranisti; per l’opposizione a questo governo significherebbe anche continuare a perdere terreno persino fra chi, tra gli attivisti e le forze politiche – con o senza maglietta rossa – è inorridito dalla sua deriva illiberale, razzista e nazionalista.
Ripeto: il Ceta non trova oppositori solo nel campo della società chiusa di Di Maio e Salvini, nelle corporazioni attente ai loro interessi particolari e pochissimo alle regole ambientali e sociali; la campagna è stata guidata dai sostenitori della società aperta dei diritti, dell’ambiente e della giustizia, da forze politiche come i Verdi che, al Parlamento europeo e in vari parlamenti nazionali e assemblee regionali, hanno intavolato una discussione lontanissima dalle meschine e superficiali ragioni di Di Maio. Il fatto di prestare attenzione esclusivamente a quest’ultime significa ancora una volta manipolare e non fare avanzare la discussione, polarizzandola in modo distruttivo. Ma quale sarebbe il problema con Ceta? Ce ne sono vari e di natura diversa.
La dura battaglia per trasparenza e contenuto del mandato avvenuta al Parlamento europeo ha funzionato in parte per il Ttip, ma assolutamente no per il Ceta. Gli interessi di importanti multinazionali sono stati tenuti di conto ben prima della sua pubblicazione e si è scoperta l’esistenza di un fast track inaccettabile, venuto alla luce troppo tardi per cambiare il contenuto dell’accordo.
Notiamo anche che quello con il Canada è il primo accordo che contiene una lista negativa di servizi che ogni Stato può escludere dalla competizione non europea, aprendo invece tutti gli altri; i brevetti europei sulle medicine potrebbero aumentare a dismisura i costi per il sistema pubblico canadese; il Canada è il terzo produttore di Ogm al mondo e l’accordo facilita l’impatto già notevole e sempre attivo della lobby pro-Ogm sul processo decisionale europeo e sulle regole esistenti che lasciano molti spazi in questo senso; il Ceta, inoltre, attacca leggi e regolamenti in sostegno di comunità e municipalità locali favorendo le multinazionali, né prevede direttive vincolanti sulla protezione dell’ambiente e dei diritti dei lavoratori. C’è poi la clausola che ha motivato il blocco del Presidente austriaco van der Bellen e che prevede tribunali privati che tutelano gli investitori stranieri e permetterebbero loro di intentare processi contro gli Stati, qualora considerassero i loro interessi commerciali danneggiati da norme interne. Queste clausole esistono già, ma non su una scala così ampia fra Paesi sviluppati; presentano rischi concreti di “giustizia parallela”, in particolare in materia ambientale e sociale. Questo è stato il punto della pessima fama del Ttip, prima dell’arrivo di Trump che lo ha chiuso forse per le ragioni sbagliate.
Insomma, apriamo anche in Italia un dibattito su meriti o demeriti del Ceta e su come si può rilanciare un commercio attento ai diritti dei piccoli produttori, delle comunità locali, aperto e di qualità, trovando le alleanze contro i sovranisti e demagoghi nostrani, invece che rafforzarli ancora riducendo i fronti pro e contro Ceta a quello fra sovranisti e internazionalisti.
Politica | 15 luglio 2018

venerdì 13 luglio 2018

Corbyn ai partiti Ue di sinistra: "Dite no all'austerity o gli elettori..."

Fonte: Affari italiani Venerdì, 13 luglio 2018 - 18:21:00  di Carlo Patrignani
L'ipotesi di una 'Brexit progressista', ossia di una uscita 'a sinistra' dalle politiche di austerità dell'Ue, ispirata al programma di riforma strutturale del capitalismo finanziario del leader laburista Jeremy Corbyn, tiene in apprensione l'establishment di Bruxelles: il timore è dover far i conti, anche a breve per le crescenti difficoltà della Premier Teresa May, con una maggioranza di governo non più nelle mani dei conservatori, i Tories.
Si tratta per ora di segnali ma molto significativi, ricavati dall'attivismo di Corbyn, probabile neo Premier a Downing Street nel caso di elezioni anticipate, che in Olanda ha lanciato un chiaro messaggio: "se i partiti socialisti e socialdemocratici europei non rifiutano le politiche di austerità e il neoliberismo saranno rifiutati dagli elettori".
Così ha titolato giorni fa The Indipendent: 'Corbyn tells European social democrats: Reject austerity and neoliberalism or voters will reject you', in un lungo reportage - trascurato dai nostri media - sull'incontro avuto dal leader laburista con i laburisti d'Olanda.
L'ampio intervento di Corbyn, a un convegno del Partito laburista olandese, ha messo in chiaro, da una parte, che l'immigrazione non è di per se il problema principale: è più 'un'arma di distrazione di massa' che una questione reale, dato che non c'è alcuna invasione e dall'altra la persistenza di un 'deficit strutturale' della cultura politica - persino working class è sparita, come se i lavoratori fossero inesistenti - della sinistra in Europa che ha favorito la diffusione dei populismi di destra e ha finito per rafforzare le elite di Bruxelles.
"E' tempo di cambiare in Europa - è stato l'incipit di Corbyn - Ma i partiti socialisti europei porteranno questo cambiamento solo se c'è un chiaro rifiuto di un modello economico e sociale che mette gli operai l'uno contro l'altro, che vende la nostra ricchezza (i cosiddetti beni comuni) collettiva a prezzi stracciati e dà un immeritato sussidio ai banchieri e ai capi delle corporazioni. Se non guidiamo questo cambiamento, altri lo faranno sicuramente. Il sistema fallito ha fornito terreno fertile per la crescita della politica xenofoba e del capro  espiatorio: se non offriamo una alternativa chiara e radicale e una speranza per un futuro migliore e più prospero, la politica dell'odio e della divisione continuerà ad avanzare nel nostro continente".
Quindi, rivolto ai partiti socialisti e socialdemocratici europei, ha aggiunto "rifiutate l’austerità o vi troverete ad affrontare il rifiuto dei votanti. Se i nostri partiti sembrano solo un'altra parte dell’establishment, che sostiene un sistema economico fallito, disegnato per le élite ricche del mondo economico, saranno rifiutati. E i falsi populisti e chi sfrutta la questione dei migranti (la destra) riempiranno tale vuoto".
La preoccupazione - derivata dall'attivismo di Corbyn - che aleggia nelle alte sfere, le elite, dell'Ue è quella di dover far a breve i conti con il progetto culturale e politico del leader del Labour Party che si basa sull'analisi e la critica del capitalismo - tema lasciato cadere dalle sinistre europee dopo il crollo del Muro di Berlino - rimettendo al centro le nazionalizzazioni dei taluni servizi pubblici universali: sanità, trasporti, istruzione, casa; l'occupazione e il lavoro; la tutela dei beni comuni; la qualità della vita e la libera circolazione non solo delle merci ma anche e soprattutto delle persone.
E questa preoccupazione è alimentata da una campagna di mobilitazione perchè non si realizzi la Brexit della May che permetterà ai Tories - sostiene il tank tank Another Europe Is Possible - "di liberalizzare ulteriormente l'economia, di ridurre i diritti dei lavoratori e le protezioni ambientali, di punire i migranti per i fallimenti delle élite", ma, appunto, di promuovere 'A Brexit progressive', una Brexit di marca progressista, ovviamente ispirata da Corbyn.
"I laburisti di Corbyn hanno mobilitato milioni di persone, offrendo speranza per un governo per molti non pochi, for the many, not the few - è la campagna di Another Europe Is Possible - E' nell'interesse di un futuro governo laburista fermare i Tories e mantenere la Gran Bretagna nell'Ue". Per realizzare il suo programma e per dar man forte alle sinistre europee.

giovedì 12 luglio 2018

Pensioni, altolà Corte dei Conti: riforma Fornero non si può cambiare

Fonte: W.S.I. 12 luglio 2018, di Alessandra Caparello

La Legge Fornero, quella annunciata dall’ex ministro in lacrime durante la conferenza stampa, è stata “brusca ma necessaria” dice la Corte dei Conti che oggi lancia l’altolà al governo: non si può cambiare.
Lo si legge nel rapporto 2018 della Corte dei Conti sul coordinamento della finanza pubblica in cui si sottolinea che spazi per modulare la legge di riforma previdenziale del 2011 oggi sono strettissimi.
“La correzione sul fronte del sistema pensionistico è stata imposta dalla virulenza della crisi sovrana. Negli ultimi anni il legislatore si è trovato di fronte a due implicite sfide: da un lato, correggere gli effetti indesiderati della legge Fornero e, dall’altro, monitorare il processo di riforma con riguardo agli andamenti complessivi della spesa nel breve e nel lungo termine (ndr. A seguito) di un attento monitoraggio delle tendenze in atto e della predisposizione di eventuali interventi correttivi, l’insieme delle evidenze di cui oggi disponiamo soprattutto di quelle in materia di proiezioni della spesa nel lungo periodo, spinge a ritenere che sono stretti, se non del tutto esauriti, gli spazi per ulteriori attenuazioni degli effetti correttivi della legge Fornero, a meno di un ripensamento complessivo del sistema”.
Una doccia gelata per il governo giallo-verde che della riforma alla legge Fornero ne ha fatto uno dei capisaldi della campagna elettorale, sia da parte di Lega che dei Cinque Stelle. Proprio ieri le parole del ministro Luigi Di Maio  intervenuto su quota 100 e quota 41 che permetteranno di superare la riforma Fornero, affermando che il governo  è “al lavoro”,  e sta “valutando visto che non tutte le possibili combinazioni sono convenienti”.
Nel suo rapporto poi la Corte dei Conti sottolinea come sia necessario affrettarsi a ridurre e in prospettiva a rimuovere, l’inevitabile pressione de debito pubblico sui tassi di interesse e sulla complessiva stabilità finanziaria del Paese e una nuova riforma fiscale.
“Necessità di una più strutturale del sistema impositivo per renderlo coerente con una maggiore equità e con un più favorevole ambiente per la crescita”.

mercoledì 11 luglio 2018

Italexit, per BlackRock governo ambiguo, “banco di prova: legge di bilancio”

Fonte: W.S.I. 11 luglio 2018, di Mariangela Tessa

Continua a tenere banco tra gli esperti l’ipotesi di una disgregazione dell’eurozona e delle conseguenze che uno scenario del genere potrebbe determinare. A questo proposito, oggi, il fondo americano BlackRock ha messo in guardia i Paesi europei, Italia in testa, dai rischi connessi a un’uscita dall’euro.
Sulla tenuta della moneta unica “esistono dei rischi sicuramente”, ma i Paesi Ue devono essere “attenti ai danni auto-inflitti” perché “ci troviamo in un sistema fluido e oggi i diversi populismi europei tirano tutti in direzioni diverse”, ha spiegato Bruno Rovelli, chief investment strategist di BlackRock Italia durante un incontro con la stampa.
Parlando del caso Italia, Rovelli ha specificato che, dopo le elezioni politiche del 4 marzo,
“eravamo colpiti dalla mancata reazione del mercato, nonostante ci fossero scenari possibili che non sarebbero stati graditi” agli investitori. E qui il manager di BlackRock torna su quelli che definisce i “danni auto-inflitti”, citando la bozza del contratto di governo, che “conteneva cose che non potevano non risvegliare i mercati”.
Nonostante poi sia stata smentita, “il solo fatto di averla pensata, vuol dire che da qualche” quelle ipotesi “esistevano”. A distanza di oltre un mese dall’avvio del governo Conte, “l’ambiguità di fondo e rimasta uguale” e “si fa fatica a trovare un punto di coesione”.
Rovelli cita le differenze tra le rassicurazioni del ministro dell’Economia, Giovanni Tria, e altri esponenti della maggioranza sul fronte economico. Per questo, conclude, la prossima Legge di bilancio “costringerà tutti a uscire allo scoperto” e permetterà di capire “in modo più chiaro come il governo pensa di procedere”. Nell’attesa, “se si guarda ai puri fondamentali dell’Italia, gli spread sono più larghi di quanto sia giustificato”.

martedì 10 luglio 2018

Siria, l’Opac conferma che a Douma non fu usato gas nervino

Fonte: Il Fatto Quotidiano Mondo | 10 luglio 2018 
Ancora una volta si trattava di una bieca menzogna. Di una bieca menzogna volta a far passare, presso l’opinione pubblica, un disumano attacco imperialistico per un nobile intervento umanitario. Già accadde con l’Iraq di Saddam. E ora è accaduto nuovamente con la Siria di Assad. Per mesi, a reti unificati, i pedagoghi del mondialismo e gli stregoni della notizia ci hanno letteralmente tempestati, senza tregua: in Siria, non v’era dubbio, Assad usava le armi chimiche. Ergo occorreva intervenire d’imperio e manu militari per fermarlo.
La solita storia, vecchia quanto quella, narrata da Fedro, del lupo e dell’agnello. La talassocrazia del dollaro aveva già deciso, come il lupo con l’agnello, di aggredire la Siria, rea di essere uno Stato sovrano non allineato con il nuovo ordine mondiale americanocentrico e, per di più, colpevole di essere per più ragioni in una posizione assolutamente strategica. Occorreva agire secondo i più vieti schemi dell’imperialismo, nobilitandolo come umanitario ed etico. Lacrimevoli omelie di Saviano, servizi strappalacrime dei telegiornali, e via discorrendo. Il potere intellettuale agiva a pieno regime, sostenendo senza riserve il potere materiale.
E ora apprendiamo ciò che già sapevamo. L’Opac (Organizzazione per la proibizione delle armi chimiche) dice ora nel suo rapporto preliminare di non aver rinvenuto prove di attacchi chimici con gas nervino da parte dell’esercito regolare siriano contro la città di Douma, alla periferia di Damasco. Si fa solo riferimento al possibile e tutto da dimostrare uso del cloro. Per mesi io stesso venni deriso, schernito e vituperato quando, in radio, in televisione e nei miei articoli dicevo, solo contro tutti, che era una bieca invenzione made in Usa per vili fini imperialistici. Ora non una televisione, non una radio, non un quotidiano nazionale che diffonda la notizia. Nessuno che abbia il coraggio di dire che ci hanno presi in giro per mesi.
Sorge allora spontanea la domanda sollevata a suo tempo da Cicerone. Per quanto tempo ancora abuserete della nostra pazienza? Per quanto tempo ancora vi prendete gioco dei popoli più deboli per i vostri biechi fini imperialistici?
Mondo | 10 luglio 2018

lunedì 9 luglio 2018

Trump in Ue: Nato trema in vista del summit con Putin

Fonte: W.S.I. 9 luglio 2018, di Alessandra Caparello 
Grande attenzione per l’arrivo del presidente Donald Trump a Bruxelles mercoledì e giovedì prossimo per il vertice NATO.
Il motivo dell’apprensione riguarda il budget per la difesa dell’Organizzazione, terreno di scontro tra Ue e Usa con Washington che ha minacciato a più riprese di voler ridurre l’apporto.
In più occasioni Trump ha manifestato una certa insofferenza per il fatto che i paesi europei, in primis la ricca Germania, sono del tutto distanti dall’obiettivo del 2% del PIL concordato nel 2014.
“Una continua inadeguata spesa militare tedesca nella difesa mina la sicurezza dell’Alleanza e legittima altri alleati a non venire incontro ai loro doveri di spesa, perché vedono la Germania come un modello”.
Così scriveva il tycoon in una lettera inviata alla cancelliera tedesca Angela Merkel poco tempo fa e rivelata dal New York Times. Da qui il presidente Trump ha minacciato, qualora le cose non cambiassero, di essere pronto anche a tirarsi indietro.
“Diventerà sempre più difficile giustificare agli occhi dei cittadini americani perché alcuni paesi non condividono il peso della sicurezza collettiva della Nato, mentre soldati statunitensi continuano a sacrificare le loro vite all’estero o a tornare in patria gravemente feriti”.
Ma a destare preoccupazione è anche il possibile riavvicinamento tra Usa e Russia. Il presidente degli Stati Uniti e il presidente russo si incontreranno subito dopo, il 16 luglio, in un vertice storico a Helsinki.
Donald Trump ha fatto della sua intenzione di cercare una convergenza con Mosca e Vladimir Putin una priorità durante la sua campagna elettorale del 2016, mettendo in allarme i suoi detrattori. E gli alleati NATO sono i più in allarme, visto che con la nuova alleanza Trump-Putin verrebbe meno uno dei motivi principali per aumentare le risorse economiche per garantire la difesa della NATO, ossia la minaccia di aggressione militare dal Cremlino.

domenica 8 luglio 2018

Angela Merkel non vuole più i migranti. E in Europa torna l’idea di internare i diversi

Fonte: Il Fatto Quotidiano Economia Occulta | 8 luglio 2018 

Il 7 luglio quella che si considera la sinistra italiana, che tradotta in termini moderni è la componente liberal, progressista, anti-Salvini e così via del Paese, ha indossato una maglietta rossa per sensibilizzare alla crisi dei migranti l’altra fetta dell’Italia. Ma è evidente che il modo in cui l’attuale governo sta gestendo questa crisi in fondo non dispiace agli italiani. E infatti l’accordo stipulato a Bruxelles dieci giorni fa non è stato contestato dalla stampa o dall’opposizione (quella che dovrebbe esserci sempre in un Paese democratico). In realtà l’accordo era uno specchietto per le allodole, volutamente ambiguo per poter essere manipolato dai vari leader che lo hanno firmato.
Esiste un’espressione anglosassone che ne riassume bene la sua ambiguità “il diavolo si nasconde nei dettagli”. E infatti, mentre sulla carta si dice che è stata trovata una soluzione, in pratica non si sa come verrà applicata. Il punto cruciale è cosa fare dei migranti che riescono a raggiungere il suolo europeo, come stabilire chi ha diritto all’asilo, ma soprattutto dove farlo? Senza parlare poi dei costi dell’assistenza e dei rimpatri. L’accordo prevede centri di accoglienza volontari, in altre parole saranno le nazioni a decidere se vorranno aprirli oppure no sul loro territorio e già diverse hanno detto che non succederà a casa loro.
I tedeschi, come al solito, hanno suggerito uno stratagemma: i rifugiati verranno internati in una striscia di territorio al confine tra Germania e Austria che verrà considerata né territorio tedesco né austriaco, per poter negar loro ogni pretesa di diritto legata alla territorialità. Bruxelles ha già storto la bocca, ma l’idea potrebbe essere supportata da altri leader. In fondo se i migranti non possono essere fermati alle porte dell’Europa meglio radunarli in centri ad hoc in Europa da dove poterli rimpatriare. E così nel vecchio continente torna l’idea di costruire campi dove internare gli altri, i diversi, i migranti, i rifugiati, gli extra-comunitari.
La crisi dei migranti, l’ennesimo terremoto politico e sociale che scuote l’Unione europea, mette a nudo nuove realtà nazionali e nazionaliste che nulla hanno a che vedere con il sogno di un’Europa unita e pacifica ma che si riallacciano a sentimenti manifestati nel periodo tra le due guerre. Chi lo avrebbe detto che saremmo scivolati di nuovo lungo questa china? Tra le metamorfosi più preoccupanti c’è la progressiva scomparsa della vecchia Germania, apertamente liberale e anti-razziale, e l’emergere di una nazione molto più ricca degli altri Stati membri dell’unione, intenzionata a difendere i privilegi conquistati negli ultimi decenni.
Lo scontro al vetriolo sulla questione dei migranti, come lo ha definito la stampa anglosassone, tra la cancelliera Angela Merkel e il suo ministro degli Interni, Horst Seehofer, e il compromesso raggiunto confermano queste riflessioni. A Bruxelles si fatica a capire cosa stia realmente succedendo a Berlino, possibile che la Merkel abbia abbandonato la politica del benvenuto lanciata nell’estate del 2015 per difendere la propria poltrona? L’internamento dei migranti fa paura, specialmente se messo in relazione alla politica delle frontiere aperte promossa dall’Unione e difesa sempre dalla Merkel. Certo è che se non si vuole controllare chiunque cerchi di varcare il confine tra l’Austria e la Germania – e cioè porre fine a Schengen – a chi lo attraversa verranno necessariamente applicate metodologie pericolose, come il profiling razziale, in altre parole chi ha gli occhi azzurri ed i capelli biondi non verrà fermato alle frontiere mentre chi è di colore lo sarà.
La storia si ripete? Speriamo proprio di no. Anche sul piano economico la nuova Germania sembra allontanarsi sempre di più dall’Unione, secondo uno studio condotto dalla prestigiosa think thank, Bruegel, è infatti tra le nazioni che meno si conformano alle raccomandazioni e direttive specifiche della Commissione europea. In altre parole, quasi sempre Berlino le ignora. E questo avviene a 365 gradi, dalle misure per aiutare ad integrare i lavoratori migranti fino alle linee guida sulle priorità degli investimenti pubblici.
Molte delle raccomandazioni di Bruxelles fanno parte di una politica di lungo termine intenzionata a convincere Berlino a far gravitare la domanda interna e gli investimenti pubblici per ridurre il surplus delle partite correnti. È  questa una crociata che l’Unione europea combatte dalla fine degli anni Novanta contro i politici tedeschi che perseguono invece la filosofia del risparmio e, in fondo, anche contro gran parte della popolazione che vede il surplus delle partite correnti non come un problema ma come una virtù. Un braccio di ferro che nell’era del populismo moderno rischia di danneggiare gli equilibri politici del vecchio continente.
Economia Occulta | 8 luglio 2018

venerdì 6 luglio 2018

Piano draconiano di Tria: tagli alla spesa per tre anni

Fonte: W.S.I. 6 luglio 2018, di Alessandra Caparello
ROMA (WSI) –  Congelare la spesa corrente primaria nominale, che significa blocco per i prossimi 3 anni delle uscite della Pa a quota 727,7 miliardi di euro.
Questo il progetto del ministro dell’economia Giovanni Tria come rende noto oggi Il Messaggero. Un progetto draconiano lo definisce il quotidiano con una intenzione netta.
“Bloccare del tutto la spesa corrente, dando fiato a quella per gli investimenti, fino ad oggi penalizzata nelle politiche di bilancio”.
I tagli ipotizzati ammonterebbero a 33 miliardi di euro in tre anni che farebbero risparmiare allo Stato già nel prossimo anno 10 miliardi di euro. Soldi necessari se si pensa all’introduzione di misure come la flat tax o il reddito di cittadinanza.
Ma quali sono queste voci che rientrano nella spesa corrente che dovranno essere penalizzate negli intenti di Tria al fine di pareggiare i conti?
In primis gli stipendi dei dipendenti pubblici. Solo nel 2018 lo Stato dovrà spendere 171 miliardi di euro che però negli anni seguenti è destinata a scendere. Tuttavia da sciogliere c’è il nodo aumento che dovrebbe scattare proprio nel 2019.  Poi c’è il capitolo pensione la cui spesa, tra il 2018 e il 2021 a conti fatti, aumenterà di circa 23 miliardi di euro. Qualcosa qui si può fare, guardando il contratto di governo giallo-verde, solo sulle pensioni d’oro ma le barricate si sono già alzate.
Altro dossier che rientra nelle spesa corrente da sforbiciare è la spesa sanitaria quindi bloccare gli aumenti previsti, cosa che però stride con le promesse fatte in campagna elettorale da Lega e Cinque Stelle.
Allora dove si può intervenire? Sicuramente un fronte da maneggiare con cautela può essere quello della spesa per beni e servizi a cui hanno attinto anche i governi precedenti ma sarà difficile trovare solo lì quei 30 miliardi previsti dal ministro Tria.

giovedì 5 luglio 2018

Germania: “Surplus commerciale sta diventando tossico”

Fonte: W.S.I. 5 luglio 2018, di Alessandra Caparello

Il surplus commerciale della Germania rischia di diventare tossico. A lanciare l’alert è il direttore dell’Ifo secondo cui il fatto che la prima economia dell’area euro esporta molto più di quanto importa sta diventando un grosso problema.
“(L’eccedenza commerciale) si sta rivelando una questione cruciale non solo con gli Stati Uniti ma anche con altri partner commerciali ed anche all’interno dell’Unione Europea.
Così Gabriel Felbermayr, il direttore dell’Ifo Center for International Economics parlando alla CNBC.
“L’eccedenza sta diventando tossica, e anche all’interno della Germania molti sostengono che ora dobbiamo fare qualcosa al riguardo con lo scopo di abbassarla. Si tratta di una passività piuttosto che di un’attività”.
L’economia manifatturiera tedesca orientata all’esportazione e il conseguente surplus commerciale – il valore delle sue esportazioni supera quello delle sue importazioni – sono stati a lungo oggetto di critiche e Berlino è stata sottoposta a pressioni per incoraggiare una maggiore spesa interna e incrementare le importazioni.
In realtà l’avanzo commerciale nei confronti dei paesi europei, sebbene elevato, è nei limiti dei vincoli: è quello con il resto del mondo che è eccessivo e la Germania, secondo gli esperti, non può più andare avanti così, facendo affidamento quasi esclusivamente sull’export e non sulla domanda interna.
Gli ultimi dati a disposizione dicono che l’avanzo commerciale della Germania è sceso nel 2017 per la prima volta dal 2009, toccando quota 300,9 miliardi di dollari, come dimostrano i numeri pubblicati a febbraio dall’Ufficio federale di statistica del paese, Destatits.
Eppure, il surplus commerciale tedesco con gli Stati Uniti era di 64 miliardi dollari. Una cifra che preoccupa non poco il presidente americano Donald Trump.
Proprio le eccedenze commerciali sono considerate un incoraggiamento delle pratiche di stampo protezionista  e un peggioramento dei problemi economici di altri paesi partner commerciali della Germania.
“Certo, ci sono delle lacune nelle infrastrutture pubbliche, le scuole devono essere rinnovate e così via, ma quello che ci preoccupa veramente è che la Germania non è abbastanza attraente per gli investimenti delle imprese.
Da qui il monito al governo tedesco guidato dalla Cancelliera Angela Merkel, che secondo Felbermayr dovrebbe modernizzare il quadro legislativo che governa la sua economia, deregolamentare ed essere pronto a maggiori cambiamenti tecnologici.

mercoledì 4 luglio 2018

Soros: 'Raddoppierò i miei sforzi per combattere i crescenti nazionalismi'

Fonte: Informazione consapevole

Di Salvatore Santoru

George Soros ha sostenuto di voler aumentare l'intensità della sua lotta contro i crescenti nazionalismi.
Più specificatamente, il noto finanziere ha sostenuto che "Tutto quello che può andare storto va storto, però mi sento ancor più determinato a raddoppiare i miei sforzi contro i nazionalismi nascenti e i valori illiberali".

martedì 3 luglio 2018

USA vogliono schierare nuove armi nucleari in Europa

Fonte: Sputinik
Gli USA intendono proporre lo schieramento di bombe nucleari moderne nelle basi militari europee. Lo comunica Sputnik.
"Ci si aspetta che la questione verrà sollevata nel quadro del prossimo summit NATO a Bruxelles" ha detto un interlocutore dell'agenzia. Il summit si terrà l'11 e il 12 luglio.
Si tratta di versioni modificate delle bombe tattiche USA B-61, le quali sono stoccate dagli anni '60 in Germania, Olanda, Belgio, Italia e Turchia. Queste verrebbero sostituite con le più moderne B61-12 dotate di sistema GPS.
Secondo le stime della direzione del budget del Congresso, in 30 anni, dal 2017 al 2046, gli USA spenderanno 25 miliardi di dollari per l'ammodernamento delle bombe.
A giugno, l'US Air Force ha condotto i primi test con la nuova bomba nucleare guidata B61-12. Allo stesso tempo, sono stati usati i bombardieri invisibili strategici B-2 Spirit.
I test sul gruppo di prova del dispositivo si sono svolti il 9 giugno in un poligono militare nel Nevada, guidati dal 419esimo squadrone della base aerea di Edwards.
le B61-12 dovrebbero essere compatibile con le piattaforme dei caccia multiruolo della F-35 Lightning II di quinta generazione.
Si prevede che il primo lotto di B61-12 entrerà in servizio entro il 2020.

lunedì 2 luglio 2018

Stiglitz: Germania dovrebbe uscire dall’euro

Fonte: W.S.I. 2 luglio 2018, di Francesco Puppato
Il premio Nobel Joseph Stiglitz, in un articolo pubblicato sul Politico Global Policy Lab, consiglia all’Italia di uscire dall’euro. Il processo, secondo l’economista, dovrebbe iniziare con l’introduzione di una moneta parallela e con l’utilizzo di una moneta elettronica che dovrebbe essere sempre più semplice ed efficace.
Idea, quella della moneta complementare, proposta anche nei lavori dell’economista Nino Galloni e che trova affinità nella proposta dell’Onorevole Claudio Borghi Aquilini, responsabile economico della Lega, che propone i minibot come moneta fiscale.
Stiglitz continua sostenendo che “l’euro, così com’è, abbia aumentato le divisioni all’interno dell’Ue, in particolare tra Paesi creditori e debitori”. Aggiunge poi che, sempre l’euro, “sia alla base della crisi migratoria, in cui le norme europee impongono un onere ingiusto ai Paesi in prima linea che ricevono migranti, come la Grecia e l’Italia” e che “la vera causa del disallineamento dei tassi di cambio potenziali sia nella politica fiscale e salariale estremamente rigida e rigorosa attuata dalla Merkel.
In conclusione, per il premio Nobel, “se la Germania non è disposta a prendere i passi fondamentali necessari per migliorare l’unione monetaria, dovrebbe fare la cosa migliore: lasciare l’eurozona. Così il valore dell’ euro si ridurrebbe e le esportazioni dell’Italia e di altri paesi dell’Europa meridionale aumenterebbero”.
Sapendo però che l’ipotesi di vedere la Germania abbandonare l’eurozona è paragonabile ad un miraggio, Stiglitz suggerisce all’Italia di uscire:
“I benefici per l’Italia di lasciare l’euro sono chiari e considerevoli. Un cambio più basso consentirà all’Italia di esportare di più e i consumatori sostituiranno le merci italiane per le importazioni. I turisti troveranno nel Paese una destinazione ancora più attraente. Tutto ciò stimolerà la domanda ed aumenterà le entrate del governo. La crescita aumenterà e l’alto tasso di disoccupazione in Italia (11,2%, con il 33,1% di disoccupazione giovanile) diminuirà”.
Inoltre, fuori dall’euro, l’Italia “avrebbe maggiori probabilità di cooperare in altri settori chiave con l’Europa: migrazione, una forza di difesa europea, sanzioni contro la Russia, politica commerciale”.
Se l’Italia chiedesse di ristrutturare il suo debito pagando in titoli di Stato, gli altri membri Ue avrebbero due strade: espellere l’Italia (ma qui peserebbero le dimensioni del nostro debito) o adottare una moneta più flessibile che crei una “zona euro meridionale vicino ad un’area valutaria ottimale” (richiamando il principio dell’euro a due velocità).
Cper uscire dall’euro ci sarebbero anche delle difficoltà, ovviamente, sulle quali Stiglitz dice che “alcune aziende falliranno, altri vedranno il declino dei loro redditi reali; ma se l’economia italiana avesse trascorso i 20 anni dalla crescita della creazione dell’euro al tasso della zona euro nel suo insieme, il suo Pil sarebbe stato del 18% più alto”.
Le parole del premio Nobel sulla stessa lunghezza d’onda un altro premio Nobel, Paul Krugman, secondo il quale:
“Il miglioramento dell’economia della Germania è avvenuto a scapito del resto del mondo, Stati Uniti inclusi, perché punta troppo sull’export e non sulla domanda interna, realizzando surplus sulla bilancia dei pagamenti superiori a qualsiasi altro Stato europeo, senza alcun meccanismo di redistribuzione grazie ad un euro tedesco sottovalutato rispetto ai fondamentali dell’economia nazionale, che consente alla Germania di drogare la propria competitività sul mercato esterno”.
Concorda con loro anche il Senatore della Lega ed economista Alberto Bagnai, che non ritenendola comunque una passeggiata, ritiene l’uscita dall’euro una strada da intraprendere perché i benefici superano i costi. Nel suo libro “Il tramonto dell’euro” dice che non uscire dall’euro è come sapere di avere un tumore ma decidere di non curarsi perché non ci sarebbe alcuna garanzia che subito dopo l’uscita dall’ospedale non si possa morire investiti da un’auto. Secondo Bagnai, sapendo di avere un male, lo si dovrebbe curare a prescindere, altrimenti sarebbe come andare comunque incontro a morte certa.

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