giovedì 22 febbraio 2018

Brexit: governo May alle strette, pensa a uscita senza scadenza

Fonte: WSI 22 febbraio 2018, di Alessandra Caparello
LONDRA (WSI) – Il premier inglese Theresa May tenta di trovare una posizione univoca in merito alla Brexit e oggi fino a tarda serata sarà in riunione con i suoi ministri più anziani proprio nel tentativo di costringerli ad accordarsi sul tipo di Brexit che desiderano.
Si tiene oggi infatti un primo incontro con un gruppo ristretto di ministri, soprannominato “Brexit war cabinet” (“Gabinetto di guerra per la Brexit”). Il divorzio di Londra da Bruxelles continua ad alimentare le polemiche politiche nel Regno Unito e soprattutto le divisioni interne al governo ed al Partito conservatore. I fautori più accesi della Brexit hanno resa nota una lettera indirizzata a Theresa May in cui si chiede una rottura netta e immediata con l’Europa altrimenti mancherà il sostegno al governo. A guidare i parlamentari pro Brexit è Jacob Rees-Mogg, favorito della base del partito conservatore per diventare il prossimo primo ministro.
Theresa May quindi è sotto pressione perché ora deve spiegare chiaramente il suo progetto sulle future relazioni con l’UE, visto che i negoziati sul commercio dovrebbero iniziare il mese prossimo e concludersi in ottobre.
C’ è un “urgente bisogno” per il governo di chiarire ciò che vuole dalla Brexit, ha detto Hilary Benn, presidente della commissione parlamentare per l’ uscita dall’UE, in una lettera al segretario della Brexit David Davis. Entro questa notte, il team della May spera di ottenere un pieno appoggio al fine di poter annunciare la prossima settimana gli obiettivi negoziali del Regno Unito a Bruxelles.
Ieri inoltre si è delineato un nuovo scenario che finisce per alimentare le discussioni: il Financial Times ha reso noto una proposta britannica che prevede una transizione dopo la Brexit senza data di scadenza. Insomma con il rischio che la Brexit vera e propria non si compi mai.

mercoledì 21 febbraio 2018

Borse, Morgan Stanley: “Il peggio deve ancora venire”

Fonte: WSI 20 febbraio 2018, di Alessandra Caparello

NEW YORK (WSI) – Lo scossone subito dalle borse tra fine gennaio e i primi di febbraio è solo un antipasto della futura discesa delle azioni. L’allarme lo lancia Morgan Stanley che pone al centro l’andamento dei bond.
Proprio oggi il governo degli Stati Uniti offrirà un quantitativo record di titoli di Stato a breve termine (tre e sei mesi), pari a 151 miliardi di dollari. Secondo lo strategist della banca americana Andrew Sheets, l’inflazione Usa continuerà a salire e di conseguenza anche i rendimenti dei bond si muoveranno al rialzo, mettendo fine così al lungo periodo di denaro a costo zero.
“Nel secondo trimestre rimaniamo in guardia per un difficile tracollo, in quanto l’inflazione di fondo e gli indicatori di attività sono moderati”.
Il rialzo dei tassi di interesse avvenuto finora non è in grado di provocare gravi danni al mercato azionario: le aziende non dovrebbero avere conseguenze negative nella loro capacità di produrre utili, ma il vero problema è cosa succederà in futuro. Il mercato azionario statunitense, dice Morgan Stanley in un suo report, ha avuto solo un assaggio del potenziale danno derivante dai rendimenti obbligazionari più elevati  verificatisi all’inizio di quest’ anno, ma il più grande test  deve ancora venire.
Al contrario di Morgan Stanley, Allianz Global Investors, colosso tedesco del risparmio gestito, non parla di nuovi scossoni, bensì stima una “normalizzazione del mercato” come ha sottolineato a Bloomberg, il Ceo Andreas Ultermann secondo cui l’aggiustamento di fine gennaio è stato salutare perché le Borse erano salite troppo.

martedì 20 febbraio 2018

NATO: non siamo pronti a guerra contro intelligenza artificiale

Fonte: Sputniknews

Le guerre del futuro verranno combattute con l'uso di sistemi d'intelligenza artificiali, i quali potrebbero essere usati come armi mortali, hanno dichiarato i leader dei paesi della NATO nell'ambito della conferenza di Monaco sulla sicurezza. Allo stesso tempo sono stati obbligati a riconoscere che i paesi membri della NATO non sono pronti ad affrontare tale evenienza, riporta Defense News.
Così il presidente dell'Estonia, Kersti Kaljulaid, ha ammesso la probabilità che alle metà di questo secolo l'umanità avrà a propria disposizione un sistema di intelligenza artificiale in grado di iniziare una guerra. Allo stesso tempo ha osservato che la NATO non ha ancora una strategia, né il diritto internazionale, per contrastare una simile evenienza.
In relazione a questo, la Kalyulaid ha proposto di stabilire requisiti universali per il sistema di intelligenza artificiale e di prescrivere regole che permettano di disconnettere questi sistemi se dovessero minacciare un essere umano.
All'inizio dell'anno, gli scienziati elencavano alcuni rischi che minacciavano il collasso della civiltà, tra cui le conseguenze della creazione dell'intelligenza artificiale.
L'anno scorso, il fisico britannico Stephen Hawking ha anche affermato che il rapido sviluppo dell'intelligenza artificiale potrebbe essere pericoloso per il destino dell'umanità.
 
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lunedì 19 febbraio 2018

Elezioni, gli esempi poco esaltanti della flat tax

Fonte: WSI 19 febbraio 2018, di Redazione Wall Street Italia
A cura di Mario Lettieri* e Paolo Raimondi**
La flat tax, di cui tanto si parla in questa campagna elettorale, non è la parola magica per la giustizia fiscale del nostro paese. Non è comunque la cattiva parola da demonizzare tout court. I limiti e gli obblighi costituzionali non si possono ignorare. Nel caso, quindi, di una sua eventuale e deprecabile introduzione, sarà necessario individuare meccanismi di deducibilità che rendano effettivo il principio della progressività.
C’è da sapere comunque che, dopo il voto, l’indomani come si sol dire al cinema, è un nuovo giorno. E pertanto le promesse e le decisioni si possono cambiare.
È doveroso prima di ogni decisione valutare quanto è accaduto e accade nei paesi, in cui la flat tax è stata introdotta. Il caso emblematico ci sembra quello russo, dove le famiglie povere e quelle indigenti sono fortemente aumentate tanto da spingere le masse delle periferie urbane e i residenti nei territori rurali a chiedere di rivedere il sistema fiscale, introducendo forme di progressività nella tassazione.
In Russia, com’è noto, nel 2001 Vladimir Putin, al suo primo mandato, introdusse la tassa fissa del 13% per tutti, ricchi e poveri, singoli e imprese, aziende produttive e società dubbie. Egli aveva raccolto un paese in ginocchio, devastato dalla corruzione del periodo di Eltsin, dalla penetrazione della finanza speculativa internazionale, dalla svendita delle ricchezze nazionali alle grandi corporation e dal sostanziale fallimento dello Stato del 1998.
E quel che era più grave, c’era una generale sfiducia. Nessuno aveva fiducia nel rublo, nessuno pagava le tasse, o per corruzione o per indigenza, I cosiddetti oligarchi “spostavano” centinaia di miliardi di dollari a Londra o nei paradisi fiscali.
Perciò la tassa del 13% servì anzitutto a riportare un certo ordine e un po’ di razionalità nel sistema economico. Fu il modo per garantire un minimo di stabilità politica e un minimo di entrate fiscali.
Pertanto il vero motore della ripresa russa, più che la flat tax, è stato lo sfruttamento delle risorse energetiche, del petrolio e del gas, le cui riserve, insieme alle altre ricchezze naturali, sono enormi. Per anni la Russia ha incassato elevate fatture dalla vendita di crescenti quantità di risorse energetiche. Nel frattempo si è frenata in qualche modo sia la corruzione sia la fuga dei capitali. Si ricordi che in questi anni la differenza tra il costo di produzione e il prezzo di vendita di petrolio e gas ha garantito entrate davvero eccezionali. Tanto che nel 2008 il classico barile di petrolio ha toccato la vetta di 150 dollari!
Oggi, però, la Russia, come altri paesi, sta vivendo una crescente e pericolosa ineguaglianza economica e sociale. Soprattutto dopo le sanzioni economiche e il crollo del prezzo del petrolio. C’è un recente studio del Credit Suisse in cui si dimostra come la Russia sia uno dei più “disuguali”paesi del mondo: il 10% della popolazione detiene l’87% della ricchezza della nazione. L’1% della popolazione detiene il 46% dei depositi bancari.
Anche la situazione della tanto decantata Ungheria merita un’attenta disamina. Il paese, si ricordi, è entrato nell’Unione europea nel 2004 mantenendo però la sua moneta nazionale, il fiorino. Con una popolazione di 10 milioni di persone, nel 2008 aveva un pil di 157 miliardi di dollari a prezzi correnti. A seguito della crisi globale, nel 2011 il prodotto interno scese a 140 miliardi e nel 2012 a 125. Nell’ultimo periodo ci sono stati dei miglioramenti nell’economia magiara, trainata dalla piccola ripresa europea e soprattutto dall’attivismo industriale della vicina Germania.
Non sembra che l’introduzione della flat tax del 16%, avvenuta nell’anno 2001, abbia aiutato la ripresa e le crescita in Ungheria. Ciò che ha invece veramente aiutato Budapest a mantenere una certa stabilità sono stati gli aiuti rilevanti da parte dell’Unione europea e la sua partecipazione al mercato unico europeo. Gli aiuti sono stati riconfermati anche recentemente: dal 2004 al 2020 l’Ungheria riceverà da Bruxelles sovvenzioni per complessivi 22 miliardi di euro, cioè oltre 3,5 miliardi l’anno.
Sono soldi che provengono anche dall’Italia, nonostante la forsennata propaganda magiara anti euro e anti Unione europea.
Si ricordi che l’Italia contribuisce al bilancio dell’Ue con ben 20 miliardi di euro e ne riceve 12. Gli 8 miliardi rappresentano il contributo netto dell’Italia. Se fossimo trattati come l’Ungheria dovremmo ricevere, in proporzione alla popolazione italiana che è 6 volte quella magiara, aiuti da Bruxelles per 22 miliardi di euro ogni anno. Altro che flat tax!
La pressione fiscale nel nostro paese ha raggiunto livelli intollerabili. Deve essere ridotta e semplificata per dare ossigeno alle famiglie, ai lavoratori e alle imprese, ma non si può pensare di eliminare il principio di progressività perché così si minerebbe il principio stesso di una società civile e democratica.
*già sottosegretario all’Economia **economista

domenica 18 febbraio 2018

Olimpiadi invernali 2018, perché gli atleti americani stanno fallendo

Fonte: Il Fatto Quotidiano Sport & miliardi | 18 febbraio 2018
Guardare le Olimpiadi in una stazione sciistica negli Stati Uniti può essere penoso. Venerdì sera tutto Whitefish, nel Montana, era davanti alla televisione, pronto a celebrare la vittoria nel freestyling di Maggie Voisin, nata e cresciuta tra queste montagne. Maggie ha solo 19 anni ma ha vinto i giochi Winter X in freestyling. A Pyeongchang era una delle favorite ed in paese erano pronti i fuochi d’artificio, ma non c’è stata nessuna festa, Maggie non è riuscita a portare a casa neppure una medaglia di bronzo.
Chi la conosce bene e ricorda quando da ragazzina faceva acrobazie sugli sci, ha avuto la netta sensazione che abbia sciato al disotto delle sue capacità. Maggie non è l’unica a non dare il meglio di se stessa in queste Olimpiadi, quasi tutti gli atleti americani sembrano affetti dallo stesso morbo. A metà giochi, gli Usa hanno al loro attivo soltanto nove medaglie. Nello sci alpino, hanno portato a casa una sola medaglia, il bronzo di Tina Weirather nella Super G., tante quante il Liechtenstein. Lindsey Vonn, la sciatrice che ha vinto più gare di Coppa del Mondo di qualsiasi altra donna nella storia, è arrivata a pari-merito sesta.
La Norvegia, per ora in testa con 22 medaglie, ha collezionato nello sci nordico più medaglie (dieci) degli Stati Uniti in tutte le altre discipline. E’ come se la squadra americana abbia lasciato a casa la grinta e competa senza una motivazione vera, “nazionalista“. Attenzione a questa parola che può essere facilmente confusa. Le Olimpiadi sono sempre state molto di più di una carrellata di gare sportive individuali, si compete per nazioni e quello che conta alla fine è il medagliere che ogni paese porta a casa. Naturalmente gli Stati Uniti hanno sempre fatto parte della rosa delle nazioni che hanno vinto più medaglie fino a questi giochi
La scarsa prestazione della squadra americana conferma quello che da un po’ di tempo tutti hanno capito: il primato americano vacilla su molti fronti, incluso in campo sportivo. Perché? Perché questa grande nazione sembra aver perso la bussola esistenziale, con un presidente che fa solo spettacolo ed un élite del denaro che sembra al disopra di tutto, inclusa la legge, lo spirito della grande America ha iniziato a svanire. Dopo la batosta degli scandali sessuali hollywoodiani, che ha messo a nudo lo squallido paesaggio del mondo dello spettacolo americano, ecco che arriva la delusione dei giochi, neppure nello sport l’America brilla più. Eppure a Pyeongchang c’è la squadra olimpica più numerosa nella storia delle Olimpiadi: 242 atleti che hanno sfilato nella cerimonia di apertura indossando la divisa a stelle e strisce sotto gli occhi compiacenti del vice presidente Pence.
Naturalmente, c’è chi sostiene che la Corea del Nord abbia rubato le olimpiadi, che si sia insinuata con rivendicazioni politiche distruggendo lo spirito dei giochi. Ma le vittorie mediatiche della Corea del Nord non spiegano le sconfitte sportive degli atleti americani. Il problema sembra essere un altro, la mancanza di uno spirito di corpo, un orgoglio che si è perso per strada perché ormai lo sport è un business multimiliardario, le olimpiadi sono state fagocitate dalla politica e l’America è una nazione in decadenza con un presidente che vuole averle vinte tutte. E’ una conclusione triste che ci deve far riflettere sul mondo in cui viviamo.
A Pyeongchang gli atleti russi non competono sotto la propria bandiera come gli americani, a causa dello scandalo del doping la Russia non ha potuto partecipare ai giochi, gli atleti fanno parte di una squadra che non è stata definita nazionale, ma proveniente dalla Russia. Un escamotage per farli partecipare ed aggirare i divieti di Washington, il più agguerrito sostenitore del divieto olimpico alla Russia. Da tempo, lo sport è stato trascinato nella disputa politica tra Usa e Russia che ha le sue origini nel conflitto siriano, dove per la prima volta dai tempi della guerra fredda Washington e Mosca si sono trovate su due fronti diversi.
Le Olimpiadi sono un’altra arena dove esternalizzare tale conflitto.
Chi ha assistito alla partita di hockey contro la squadra americana ha capito benissimo che dietro c’era una realtà politica complessa, carica di tensioni tra le due nazioni. Venerdì, le autorità americane hanno accusato società e cittadini russi di aver interferito nelle elezioni presidenziali del 2016 e sabato, quando la squadra di hockey russa ha battuto quella americana, a Mosca c’è stato chi ha fatto festa.
Non è la prima volta che lo sport viene politicizzato. Ma questo non giustifica una tale manipolazione. È però la prima volta che nella storia delle moderne olimpiadi gli atleti americani ne soffrono. Il fallimento della squadra americana a questi giochi è l’ennesima conferma del malessere esistenziale che mina questa grande nazione.
Sport & miliardi | 18 febbraio 2018

venerdì 16 febbraio 2018

Elezioni: governo impossibile o intesa extralarge tra sinistra e destra

Fonte: WSI 16 febbraio 2018, di Alessandra Caparello

ROMA (WSI) – Impossibile che si formi un governo stabile l’indomani del voto previsto per il 4 marzo in Italia. Questo il risultato che deriva da un sondaggio realizzato da Ipsos per il Corriere della Sera.
Nessuna maggioranza si profila, ad eccezione di un’ipotesi oggi remota: un’intesa extralarge che comprenda almeno il centrosinistra, Forza Italia, Noi con l’Italia e Leu”.
Una situazione di blocco per cui sia Berlusconi che Renzi indicano di superare tornando a breve al voto, con la stessa legge elettorale. Ma, dice l’istituto, francamente “è difficile immaginare che in pochi mesi possano cambiare sensibilmente gli orientamenti degli elettori. Il rischio è di perpetuare l’impasse”.
L’ultimo sondaggio rivela che il dato di incertezza e astensione rimane elevato, attestandosi ancora al 34%, una percentuale molto alta considerando che al voto manca una manciata di settimane.
“Molto probabile che diminuirà il numero dei votanti, attestandosi presumibilmente intorno al 70%, comunque qualche punto sotto il 75% del 2013″.
Tra tutti i partiti quello che soffre di più è il partito democratico, che sconta la difficoltà ad affermare una propria agenda e le faide interne fino al calo di consensi di Matteo Renzi.
Insomma una situazione pericolosa che però non è condivisa dal premier Paolo Gentiloni che ha rassicurato la cancelliera tedesca Angela Merkel e la Germania durante la conferenza stampa dei due leader a Berlino.
“L’Italia avrà un governo e penso che avrà un governo stabile. Non credo che esista alcun pericolo che abbia un governo dominato da posizioni populiste e anti europee. Le soluzioni di governo non le danno i sondaggi ma gli elettori il 4 marzo. Dobbiamo tutti rispettare quella che sarà la scelta e il giudizio degli elettori. Io, come sapete, penso che l’unico pilastro possibile di coalizione stabile e pro Europa di governo possa essere la coalizione di centrosinistra guidata dal Pd”.

giovedì 15 febbraio 2018

Alert debito: Italia paese più rischioso nell’eurozona dopo la Grecia

Fonte: WSI 15 febbraio 2018, di Alessandra Caparello

ROMA (WSI) – Il debito pubblico italiano è il secondo più rischioso tra quelli dei paesi dell’eurozona dietro la Grecia, superando il Portogallo.
Lo rende noto l’ultimo rapporto sulla sostenibilità dei debiti pubblici degli Stati Ue della Commissione Ue in cui ha sottolineato che quello italiano resta vicino ai picchi e per questo resta esposto a rischi sfavorevoli.  Per Bruxelles nessun Paese rischia stress di bilancio nel breve termine, fatta eccezione per Italia, Spagna, Francia, Portogallo e Belgio per cui la Commissione Ue vede alti rischi per la sostenibilità a medio termine su tutti e due gli indicatori utilizzati per valutare il rischio.
“In questi cinque Paesi c’è bisogno di un aggiustamento significativo di bilancio per assicurare la sostenibilità a medio termine raggiungendo il target del debito al 60% nel 2032″.
Una doccia fredda per il nostro paese nel momento in cui Bankitalia aggiorna sull’importo del debito arrivato a pesare in un anno ben 36,6 miliardi di euro in più. A fine 2017 il debito pubblico italiano ammontava a 2.256,1 miliardi di euro contro i 2.219,5 del dicembre 2016, i 2.173 di fine 2015 e i 2.137 di fine 2014. E in uno scenario in cui la Bce rialzasse i tassi del 100%, entro il 2028 il debito aumenterebbe di 9 punti percentuali.
Secondo alcuni economisti a pesare potrebbe essere l’incertezza politica, sebbene vada rilevato come guardando alla situazione politica confusa venutasi a creare in Germania, oltre al controverso risultato elettorale in Spagna, i mercati abbiamo spesso snobbato gli incerti scenari politici prodotti dal voto. Nell’eurozona il profilo di rischio più alto resta quello sul debito pubblico della Grecia con il tasso sul decennale al 4,33%, al secondo posto sale l’Italia con tassi del 2,085%, al terzo scende il Portogallo al 2,075%

mercoledì 14 febbraio 2018

LA REPUBBLICA CECA SI SGANCIA DALL’EURO! ORA A BRUXELLES TEMONO LA CZEXIT

Fonte: il sapere è potere 2
Pochi giorni fa la Repubblica Ceca ha deciso di sganciare la propria moneta nazionale dall’euro, abbandonando il cambio fisso di 27 corone ceche per euro, in vigore da tre anni, e di far fluttuare liberamente il cambio sui mercati finanziari. E lo ha fatto dicendo addio al peg, cioè al tasso di cambio “ancorato” che impediva la libera fluttuazione.


Per mantenere il rapporto fisso, la Banca Centrale ceca ha impegnato sinora ingenti risorse, ma ormai la scelta stava diventando fin troppo costosa. 

Ma la vera sorpresa è arrivata dopo l’ annuncio, quando a svalutarsi non è stata la corona ceca bensì la moneta unica (del 3%): quindi niente cariole e cavallette paventate dagli euro-nazisti da strapazzo!

La decisione del premier social-democratico Bohuslav Sobotka ha certamente una valenza politica ed internazionale molto forte: un altro bello schiaffone all’Unione Europea, di cui la Repubblica Ceca fa parte! Si pensava, infatti, che anche la sua corona sarebbe – prima o poi – finita con il lasciare il posto alla moneta unica… e invece il governo di Praga ha deciso di riguadagnare la libertà di fluttuazione!

Ora a Bruxelles temono la Czexit, infatti il premier ceco aveva già annunciato che – in caso di Brexit – anche la Repubblica Ceca avrebbe seriamente valutato l’ipotesi di abbandonare l’UE attraverso un referendum popolare! La Brexit c’è stata.

Insomma, se si ha la possibilità di scappare dal recinto schiavistico, scappano tutti…

Fonte: Giuseppe PALMA – La Costituzione Blog
Tratto da: www.stopeuro.news

martedì 13 febbraio 2018

Scandalo sessuale travolge l’Oxfam, si dimette vice direttrice

Fonte: WSI 12 febbraio 2018, di Livia Liberatore

Un’inchiesta del Times mette nei guai l’Oxfam, la confederazione internazionale di organizzazioni non profit impegnate per la lotta alla povertà nel mondo, attraverso aiuti umanitari e progetti di sviluppo. Secondo quanto pubblicato dal giornale britannico, nel 2011, nel corso della missione successiva al terremoto che colpì Haiti nel 2010, il personale di Oxfam avrebbe ingaggiato prostitute, anche giovanissime.
La vice direttrice esecutiva di Oxfam. Penny Lawrence, si è dimessa prendendosi tutta la responsabilità per il comportamento del personale dell’organizzazione umanitaria. Lawrence ha detto di vergognarsi del fatto che tutto sia successo sotto il suo controllo. Oxfam è stata criticata anche per il modo in cui ha gestito lo scandalo. Secondo l’inchiesta del Times, Oxfam era a conoscenza delle preoccupazioni sulla condotta di due degli uomini coinvolti nello scandalo sessuale ad Haiti prima che venissero nominati in ruoli umanitari di alta responsabilità nel Paese colpito dal terremoto.
Un’inchiesta interna ha portato al licenziamento di quattro membri dello staff e alle dimissioni di altri, incluso il direttore di Oxfam ad Haiti. Ma la no profit, che ha sede nel Regno Unito, è stata accusata di aver insabbiato la vicenda. Sulla vicenda è intervenuta la Commissione europea, che nel 2011, anno a cui risalgono gli episodi incriminati, ha attribuito ad Oxfam 1,7 milioni di finanziamenti europei.
La Commissione ha invitato Oxfam a “fare piena luce” sul coinvolgimento di alcuni membri della Ong nello scandalo sessuale ad Haiti, minacciando di tagliare i finanziamenti. Il comportamento del personale dell’organizzazione ad Haiti non sembra l’unico a destare dubbi. Anche l’Observer scrive che operatori di Oxfam sono stati scoperti a frequentare prostitute, sfruttandone la miseria, già in Ciad nel 2006.

lunedì 12 febbraio 2018

Social network, il grande reflusso

Fonte: Punto Informatico di Alfonso Maruccia

Roma - Si è aperta la stagione della caccia ai social network, una tecnologia che a dire di chi ha contribuito a crearla rappresenta oramai un rischio per l'umanità più che uno strumento utile a socializzare in rete. Dall'interno, il padrone di Facebook pensa piuttosto a restituire un senso di "genuinità" all'esperienza.

Mark Zuckerberg ha annunciato da tempo che il social network in blu deve cambiare, e ora il fondatore di Facebook ha ammesso che i cambiamenti radicali agli algoritmi di selezione per il feed delle notizie (focalizzato sui post di parenti e amici piuttosto che su tutto il resto) hanno spinto gli utenti a passare 50 milioni di ore in meno ogni giorno sul portale.

L'obiettivo di Zuckerberg è naturalmente quello di migliorare le interazioni del suo social, ma dall'esterno c'è chi si limita a squalificare l'intero concetto di social networking come malsano, pericoloso e deleterio per l'umanità e soprattutto per i più piccoli.
E da tempo ormai che gli "insider" hanno preso a sparare sul mondo che hanno contribuito a creare, con personalità come Sean Parker (già presidente di Facebook) impegnate a denunciare i danni al cervello provocato dai meccanismi di cattura dell'attenzione insiti nelle reti sociali. Anche Chamath Palihapitiya, già vice-presidente di Facebook, ha sparato ad alzo zero sul servizio parlando di "strumenti che stanno facendo a pezzi il tessuto sociale del modo in cui funziona la nostra società."

I pentiti del social networking ossessivo compulsivo si sono ora coalizzati nel Center for Humane Technology, organizzazione che ha la missione dichiarata di "creare consapevolezza culturale" in merito ai gravi rischi di Facebook, YouTube e compagnia. Le grandi corporation dell'IT hanno scelto di danneggiare in maniera deliberata la psiche dei loro utenti, dicono i membri dell'organizzazione, e per contrastare il fenomeno intendono favorire studi sulla dipendenza dei più giovani dalle tecnologie, fornire risorse ai genitori per razionare l'uso dei gadget mobile dei figli e altro ancora.

Alfonso Maruccia

venerdì 9 febbraio 2018

Elezioni: qualunque sia il risultato, rapporti con UE saranno più tesi

Fonte: WSI 8 febbraio 2018, di Livia Liberatore
Secondo un’analisi sulle elezioni politiche italiane scritta dal Senior Currency Strategist Neil Mellor di Bny Mellon per The Aerial View il risultato che l’Unione europea preferirebbe vedere dopo il voto è quello di una grande coalizione fra centro destra e centro sinistra, simile all’accordo di governo raggiunto in questi giorni dalla Germania.
Uno scenario che il Primo ministro Paolo Gentiloni ha escluso alla fine di gennaio in un’intervista a Cnbc sottolineando che un Parlamento in stallo non sarebbe positivo per il Paese. Gentiloni aveva anche rassicurato l’Ue che l’Italia non finirà in mano a populisti ed euroscettici e riguardo la persona di Silvio Berlusconi aveva commentato: “non penso che sia populista ma prendo atto del fatto che nella sua coalizione populisti e anti europeisti non solo sono presenti ma predominanti”.
L’analisi di Mellor continua esprimendo le preoccupazioni per il sostegno di Forza Italia all’idea di una valuta parallela, che Berlusconi ha rilanciato durante l’estate 2017 come cavallo di battaglia per portare alla vittoria la coalizione del centro destra. L’idea è quella di una moneta nazionale complementare all’euro che abbia lo scopo di rilanciare i consumi e la domanda.
“In ogni caso”, si conclude l’analisi, “anche con il Partito democratico che vuole rinegoziare il Fiscal compact, si prevede che le relazioni fra Italia e Unione europea diventeranno più difficili dopo il 4 marzo”. Nella presentazione del programma del Pd così Matteo Renzi si era espresso sul Fiscal Compact: “chiediamo di superare il vincolo dell’austerità non per esigenze contabili interne ma perché la filosofia del Fiscal compact non incoraggia gli investimenti economici in Europa”. A febbraio il commissario Ue agli Affari economici Pierre Moscovici ha sostenuto che l’esito incerto delle elezioni italiane rappresenta un rischio politico.

giovedì 8 febbraio 2018

Uk torna nel mirino di Soros: 400 mila sterline per far saltare Brexit

Fonte: WSI 8 febbraio 2018, di Mariangela Tessa


La Gran Bretagna torna nel mirino di George Soros. Il miliardario americano di origini ungheresi, noto come l’uomo che “ha distrutto la Banca d’Inghilterra”, starebbe sostenendo in maniera decisamente generosa una campagna per rovesciare la Brexit.
È quanto scrivono i quotidiani The Guardian e The Telegraph, spiegando che Soros avrebbe donato al gruppo “Best for Britain”, che sta pianificando per questo mese una campagna pubblicitaria a livello nazionale con l’intento di ottenere un secondo referendum sulla Brexit, 400 mila sterline.
La campagna- riferiscono i due quotidiani –  sta cercando di reclutare grandi donatori Tory nel tentativo di indebolire la premier britannica Theresa May.  Obiettivo finale: convincere i parlamentari a votare contro l’accordo finale sulla Brexit per innescare un altro referendum o elezioni generali.
Il documento strategico, trapelato da una riunione del gruppo, di cui sono venuti a conoscenza i due quotidiani, spiega che la campagna, che inizierà entro la fine di questo mese, dovrà “svegliare il paese e affermare che la Brexit non è un affare fatto. Che non è troppo tardi per fermare Brexit”.
Soros è famosos per aver inflitto, il 16 settembre 1992, una dura sconfitta alla Banca d’Inghilterra vendendo allo scoperto sterline per oltre 10 miliardi di dollari. La Banca d’Inghilterra fu allora costretta a far uscire la propria moneta dal Sistema Monetario Europeo e svalutare la sterlina. Soros in questo processo guadagnò circa 1,1 miliardi di dollari.

mercoledì 7 febbraio 2018

Germania: accordo storico, arriva la settimana da 28 ore

Fonte: WSI 7 febbraio 2018, di Mariangela Tessa


Dopo la settimana da 35 ore, come stabilito anni fa anche in Francia, presto in Germania entrerà in vigore la settimana da 28 ore, ma solo in alcuni casi speciali, come quelli di chi deve assistere parenti e bambini. È uno dei risultati raggiunti ieri dall’ accordo-pilota valido per ora solo per il Land del Baden-Wuerttenberg, il più grande dei Land federali e sede di tutti i maggiori gruppi automobilistici, raggiunto tra il sindacato tedesco dei metalmeccanici Ig Metall e gli impreditori.
L’intesa prevede non solo aumenti salariali del 4,3%, ma soprattutto la possibilità per i dipendenti più anziani di ridurre l’orario lavorativo da 35 a 28 ore per un periodo di tempo che può variare da un minimo di sei mesi ad un massimo di due anni. Successivamente il dipendente tornerà automaticamente alle 35 ore previste dal contratto originario.
In cambio i datori di lavoro avranno la possibilità di estendere la settimana lavorativa da 35 a 40 ore per tutti gli altri dipendenti che ne fanno richiesta. Le nuove regole valgono per 900mila dipendenti del settore.
L’accordo è arrivata dopo la mobilitazione delle scorse settimane, che aveva portato il sindacato a convocare addirittura le 24 ore di astensione dal lavoro. La controparte datoriale ha temuto che si arrivasse agli scioperi ad oltranza e ha ceduto.
Il sindacato non è tuttavia riuscito a ottenere anche l’approvazione di un conguaglio dello stipendio, rivendicato in prima battuta: chi sceglierà questa opzione vedrà quindi un taglio proporzionale in busta paga. Ma potrà essere compensato con otto giorni di ferie lavorative.
Non tutti in Germania applaudono all’intesa. Secondo diversi analisti, l’accordo salariale si rivelerà punitivo per le piccole e medie imprese del settore.

martedì 6 febbraio 2018

Perchè Canapa e Marijuana sono state Vietate - La Vera Storia

Un documentario ben fatto e completo, che riassume la storia della canapa, i motivi reali della proibizione, gli utilizzi industriali e terapeutici. Realizzato da Massimo Mazzucco per Arcoiris.tv Praticamente tutto quello che oggi viene prodotto dagli alberi e dal petrolio, potrebbe invece essere prodotto dalla canapa. Non sarebbe più necessario abbattere un solo albero per produrre carta. Combustibile pulito potrebbe essere ricavato dalla bio-massa dell'abbondante pianta di canapa. Questo nuovo combustibile potrebbe alimentare automobili, fabbriche, centrali energetiche, e potrebbe persino riscaldare le nostre case.

lunedì 5 febbraio 2018

Entrate: arriva il risparmiometro, controlli a tappeto sui conti corrente

Fonte: WSI 2 febbraio 2018, di Alessandra Caparello

ROMA (WSI) – Dopo il redditometro arriva il risparmiometro. L’Agenzia delle Entrate aggiunge al suo arsenale di strumenti per la lotta all’evasione fiscale uno strumento informatico nuovo, che andrà a esaminare in modo sistematico e generalizzato i risparmi degli italiani detenuti sui conti corrente.
Il risparmiometro è un nuovo algoritmo studiato dall’Agenzia guidata da Ernesto Maria Ruffini per verificare se la quantità di denaro conservata in banca è congrua rispetto alla dichiarazione dei redditi. Come funzionerà il risparmiatore prova a spiegarlo il sito Laleggepertutti.it.
Innanzitutto calcola la giacenza presente sul conto corrente, dato che ottiene grazie alle informazioni che le banche sono tenute a fornire in tempo reale all’Anagrafe dei rapporti tributari. Poi compara questo dato con il reddito dichiarato dal contribuente. In base al tenore di vita del contribuente e alla fascia di reddito in cui questo si inserisce, valuta l’entità di spesa che una famiglia media dello stesso livello può sostenere; la differenza costituisce il potenziale risparmio familiare. Ebbene, se il risparmio effettivo è superiore a quello potenziale stimato, allora scatta l’anomalia”.
Ovviamente come il redditometro, anche con il risparmiometro il cittadino potrà difendersi grazie al contraddittorio dinanzi agli ispettori del Fisco a cui potrà presentare prove della sua innocenza fiscale. A cadere nelle trame del risparmiometro tutte le persone fisiche, intestatari di rapporti finanziari in euro e unicamente a loro riconducibili, con codice fiscale presente e valido nella banca dati dell’anagrafe tributaria.
A finire nell’algoritmo del risparmiometro conto corrente, conto deposito titoli e/o obbligazioni, conto a deposito a risparmio libero vincolato, rapporto fiduciario, gestione collettiva del risparmio, gestione patrimoniale, certificati di deposito e buoni fruttiferi, conto terzi individuale e globale fino alle carte di credito, prodotti finanziari emessi dalle assicurazioni, acquisto e vendita di oro e metalli preziosi.

venerdì 2 febbraio 2018

Lavoro e pensioni, le riforme degli anni 90 stanno generando una ‘bomba sociale’

Fonte: Il Fatto Quotidiano di Economia e politica 2 febbraio 2018
di Felice Roberto Pizzuti*
Oramai da molti anni, nel nostro sistema previdenziale sta maturando una vera e propria “bomba sociale” che va affrontata con urgenza. Le sue origini affondano nella combinazione dei cambiamenti intervenuti nel mercato del lavoro e nel sistema previdenziale a partire dagli anni 90 e, in particolare, con il passaggio dal metodo retributivo a quello contributivo per il calcolo delle pensioni.
Il metodo contributivo, in primo luogo, ha irrigidito il funzionamento del sistema pensionistico: lo ha ancorato alla logica dell’equilibrio attuariale, ma a discapito dell’equità previdenziale; ha uguagliato i tassi di rendimento interni, ma riducendo fortemente le possibilità redistributive. In secondo luogo, da un lato, ha stabilizzato la spesa e, anzi, tende a ridurne l’incidenza sul Pil; d’altro lato, a ciascuna generazione ripropone con più forza per la vecchiaia la stessa distribuzione dei redditi della vita attiva. Non da ultimo, ostacola la possibilità di adattamenti micro e macro delle prestazioni pensionistiche alle condizioni economico-sociali correnti.
A quest’ultimo riguardo, va ricordato che i sistemi pensionistici – pubblici o privati, a capitalizzazione o a ripartizione – pur con diversa trasparenza, svolgono la funzione di redistribuire parte del reddito correntemente prodotto dalle generazioni attive a quelle anziane contemporanee.
La redistribuzione tra generazioni contigue è sempre esistita, anche se solo a partire dal Novecento inoltrato si è svolta in modo significativo tramite i sistemi pensionistici. L’entità e le modalità dei trasferimenti intergenerazionali costituiscono un pilastro importante della coesione sociale di una collettività. Proprio per questo, i cambiamenti nell’entità e nelle modalità di tali trasferimenti andrebbero gestiti con la consapevolezza dei tempi con i quali maturano le loro conseguenze.
Un importante aspetto che non sempre viene considerato è che il reddito corrente trasferito a ciascun anziano certamente dipende anche da quanto egli ha fatto nel suo periodo di attività; ad esempio, da quanto egli ha contribuito al sistema pensionistico. Ma l’entità e le modalità del trasferimento dipendono anche e soprattutto dalla possibilità e dalla disponibilità delle generazioni attive di trasferire parte del reddito correntemente prodotto agli anziani contemporanei, e da tali scelte discendono più generali conseguenze economiche e sociali.
Nel secondo dopoguerra, quando i sistemi produttivi erano pressoché distrutti e il reddito prodotto era irrisorio, i sistemi pensionistici avevano ben poco da redistribuire agli anziani; pur essendo per lo più finanziati a capitalizzazione e, dunque, pur contando sulle riserve accumulate per ciascun iscritto, non poterono mantenere le loro promesse. L’indisponibilità corrente ad effettuare i trasferimenti promessi fu realizzata con modalità di mercato, attraverso l’inflazione.
Invece, negli anni 60, quando la ripresa produttiva e il boom economico generarono maggiori redditi, ci fu la possibilità e la volontà di redistribuirne una parte anche ad anziani che mai avevano contribuito ad un sistema pensionistico, come i lavoratori autonomi. Ciò fu tecnicamente possibile abbandonando il sistema a capitalizzazione, utilizzando l’elasticità del sistema a ripartizione e del metodo di calcolo retributivo.
A partire dagli Anni 90, a seguito della perdita di controllo della spesa previdenziale avvenuta negli anni precedenti, con i minori tassi di crescita economica e l’invecchiamento demografico, le condizioni per gli attivi del trasferimento pensionistico sono divenute più onerose.
Tuttavia, riflettendo sulle riforme fatte da allora ad oggi, ci si deve chiedere:
– in che misura sono giustificate dalla nuova situazione economico-demografica?
– quanto invece sono dipese da cambiamenti discutibili nelle scelte economiche, sociali, politiche e culturali affermatesi nel periodo?
– quali sono i loro effetti sulla distribuzione del reddito e sulla sua crescita? In particolare, quali sono le loro conseguenze sulla partecipazione degli anziani al reddito correntemente prodotto e sulla tenuta del patto intergenerazionale e della coesione sociale del Paese?
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giovedì 1 febbraio 2018

Citta del Capo, Sud Africa. La prima a restare senz'acqua per i cambiamenti climatici

Fonte: Italia petrolizzata di  
A Citta' del Capo lo chiamano "Day Zero"

Il giorno in cui l'acqua finira' completamente. 

Accadra' un giorno di Aprile 2018.

Tutta la nazione si prepara all'evento fatidico, e non solo perche' manchera' l'acqua, ma perche' si prevedono disordini e caos senza precedenti a Citta' del Capo.  Ospedali e scuole continueranno a ricevere acqua, per quanto limitata, ma gli altri no. I rubinetti verranno chiusi e verra' mandato l'esercito in citta'. Si teme anarchia e guerriglia urbana.

E poi si dovranno aspettare le piogge, se e quando verranno.

Cosa e' andato storto? 
 
In realta' Citta' del Capo e' una citta' relativamente green, nel senso di attenta all'ambiente. Specie perche siamo in una zona arida, hanno imparato a gestire le loro risorse con parsimonia. 
 
Ma siamo in una stagione eccezionale di siccita' che dura da tre anni, e che e' la peggiore in cento anni. E questi sono sintomi, inequivocabili dei cambiamenti climatici. Siccita' prolungate ed innaturali.
Cosa fare? Beh, quel che potevano pensare di fare l'hanno fatto: con costruzione a tempo record di impianti di desalinizzazione, anche se ancora non terminati, e ricerca forsennata di altre fonti acquifere sotterranee. Per ora la maggior parte dell'acqua della citta', circa la meta' arriva dalla Theewaterskloof Dam, che pero' e' al 13% della sua portata massima.

Intanto dal 1 Febbraio 2018 le multe saranno elevate per chiunque sara' sorpreso a sfondare il nuovo limite dei 50 litri al giorno. Adesso siamo a 87 litri, anche se non tutti rispettano il limite.

Nel 2014 le dighe della regione erano colme d'acqua dopo le forti piogge. Addirittura nel 2015 Citta' del Capo venne insignita dell' “Adaptation Implementation Prize" da parte del gruppo C40, una serie di citta' che promuove l'adattamento ai cambiamenti climatici. Il merito era proprio nel fitto sistema di raccolta di acqua piovana e non nella Theewaterskloof Dam.

Si sono mostrati all'avanguardia nell'aggiustare condutture, nell'ottimizzare le tariffe, nel far si che l'acqua non si perdesse per strada.  

Anche da un punto di vista politica il cosidetto partito "Democratic Alliance" che controlla la citta' dal 2006, ha sempre mostrato un vanto per la sostenibilita' della citta'.

Oltre alla siccita' la popolazione e' aumentata del 30% dal 2000 ad oggi. In realta' i nuovi arrivati si sono sistemati in zone piu' povere dove l'acqua era scarsa dall'inizio, quindi la richiesta di acqua non e' cresciuta in parallelo con la popolazione.

Ma il punto e' che sono stati cosi bravi a risparmiare e a ottimizzare che non hanno messo troppa enfasi nel cercare acqua nuova.

Vari osservatori avevano suggerito la diversificazione dell'approvvigionamento acquifero, come per esempio desalinizzatori e ricerca di acqua sotterranea, ma la citta' ha dato poco retta a questi esperti.  Le sei dighe, che servono la citta', di cui Theewaterskloof Dam e' la piu' importante, fanno affidamento sull'acqua piovana.

E quindi la siccita' e' ora particolarmente pericolosa, i desalinizzatori sono ancora sotto costruzione e non si sa bene se e dove siano le nuove riserve sotterrannee. Ci vogliono fra i tre e i cinque anni per tirare su un impianto di desalinizzazione.
Intanto le temperature aumentano e si prevede clima piu' caldo per il futuro prossimo venturo.

Il sindaco Ian Neilson dice che non si aspettava che la situazione precipitasse cosi repentinamente.

E' cosi in altre parti del mondo: Brasilia ha dicharato lo stato di emergenza un anno fa e la mancanza di acqua e' un problema in piu di 800 citta' brasiliane a causa dei cambiamenti climatici, uso intensivo di risorse per l'agricoltura, cattiva infrastruttura e pianificazione. 

A Citta' del Capo ovviamente non mancano i battibecchi politici su di chi la colpa, visto che il governo centrale e' di bandiera diversa dal Democratic Alliance che governa la citta'.

Intanto la gente fa quel che puo' in questa citta' dove la divisione fra ricchi e poveri e' palpabile.

Nelle baraccopoli la gente riempie secchi e spartisce l'acqua fino all'ultima goccia.

Dall'altro lato, chi vive in ville faraoniche con ancora le piscine piene, anche se per poco. Chi accumula acqua per Day Zero, chi installa cisterne, chi cerca di mettere a punto sistemi di depurazione interna, chi si scava il suo pozzo. 

In alcuni casi, ci sono famiglie che sono riuscite a staccarsi completamente dalla rete idrica ufficiale. 

Ma ovviamente il diventare autosufficenti non e' per tutti: occorre avere le risorse per crearsi tutta l'infrastruttura necessaria.

Come sempre chi paghera' di piu' sono i piu' poveri, i piu' deboli.

mercoledì 31 gennaio 2018

Cuneo, gli industriali esortano i giovani a non studiare

Fonte: Il Fatto Quotidiano Società | 31 gennaio 2018  Filosofo
Cuneo, gli industriali ai giovani: «Se volete lavorare non studiate troppo». Parole chiare, dirette, senza troppe perifrasi. Parole nelle quali si condensa, in fondo, l’eterno problema del rapporto tra potere e sapere. Il messaggio è forte e chiaro: se siete colti, formati e pensanti siete un problema, cari giovani. È proprio così. Nulla è più fastidioso e insopportabile, per chi comanda, di un sottoposto che sappia pensare con la sua testa e, dunque, valutare da sé, con occhio vigile e mente libera, senza accettare in silenzio e con irriflessa passività il comando ricevuto. Lo sappiamo, nihil novi.
Da sempre il potere odia il sapere: mira a contenerlo, a limitarlo, ad amministrarlo, di modo che esso possa essergli funzionale e, comunque, mai si attivi per metterne in discussione l’assetto. Il potere odia il sapere e, in ogni caso, preferisce l’ignoranza. Che è troppo spesso sinonimo di passività e disponibilità a obbedire cadavericamente, senza battere ciglio. Ora tutti si fingono increduli per la frase, certo un po’ brusca, ma se non altro schietta e diretta, degli industriali di Cuneo. E magari a fingersi increduli sono gli stessi che da anni, a colpi di “buona scuola” et similia, hanno attivamente operato per condurci nel baratro della società analfabetizzata e a ignoranza sempre più diffusa. Dove quel che conta – vi dice qualcosa la “alternanza scuola-lavoro”? – non è lo studio, ma il lavoro immediato e quelli che il sommo poeta chiamava “i sùbiti guadagni”.
Insomma, giovani. Sappiatelo: se studiate, siete pericolosi per il potere. E dunque, a maggior ragione: studiate con zelo e vera passione, non v’è nulla di più rivoluzionario!
Società | 31 gennaio 2018

martedì 30 gennaio 2018

‘Le elezioni uccidono l’italiano’, ma per i media i colpevoli sono solo i 5stelle

Fonte: Il Fatto Quotidiano Media & Regime | 30 gennaio 2018

Questa mattina sull’aereo Berlino-Bruxelles mi trovo tra le mani una copia del giornale Le Soir (22 gennaio 2018), giornale belga in lingua francese. In ultima pagina trovo un trafiletto che attira la mia attenzione dal titolo: “Les élections tuent l’italien” (“Le elezioni uccidono l’italiano”). Intervista a Claudio Marazzini, presidente dell’Accademia della Crusca, che in poche righe di virgolettato si lamenta degli slogan della campagna elettorale italiana non supportati da un ragionamento completo. Giusto dico io, bravo Claudio. Il presidente Marazzini cita anche i due slogan incriminati, giustamente virgolettati anch’essi: “Aiutiamoli (les immigrés) a casa loro” e “Prima gli italiani”. Purtroppo senza citare chi o almeno quale parte politica proferisce questi slogan. Ma continuo fiducioso nella lettura confidando che tale informazione arriverà presto.
Dopo una breve domanda di approfondimento del giornalista nel rigo seguente Marazzini, sempre virgolettato, si lamenta del fatto che stanno uccidendo la lingua italiana. Ma sempre senza nomi e senza entrare nello specifico. Chiuse le virgolette. Finalmente arriva la prosa del giornalista a fare chiarezza: tra i principali accusati di tutto questo, colpevole per uso scorretto dei congiuntivi, Luigi Di Maio, candidato premier del M5S. E gli slogan razzisti di destra? Il dubbio plana su Bruxelles, come d’altronde il mio aereo. Articolo e viaggio finiscono senza l’identità di chi pronuncia gli slogan razzisti citati da Marazzini.
Mettetevi nei panni di un normale lettore belga che non conosce la politica italiana. Il messaggio finale dell’articolo è: M5S ignorante e razzista. Leggendo l’articolo, infatti, sembra proprio che anche gli slogan di estrema destra vengano proferiti da Di Maio. Che non li ha mai pronunciati ovviamente. Questo si chiama scambio di persona o di slogan? Oppure disinformazione spudorata?
Ma non è finita. Mi accorgo che l’intervista al presidente dell’Accademia non è originale ma una ripresa tagliuzzata da La Stampa. Titolo: “Le elezioni uccidono l’italiano. E il campione è il M5S”. Le virgolette sono tali e quali, non le ho aggiunte io. Ma è mai possibile che il presidente dell’Accademia della Crusca sia angosciato per la morte della lingua italiana a causa di una campagna elettorale? Nient’affatto. Ho contattato personalmente Marazzini che denuncia il fatto di non aver mai proferito il titolo dell’articolo: “Quel titolo è stato un lancio piuttosto artificioso che ha amplificato i miei argomenti. Figuriamoci se l’italiano può morire per una campagna elettorale! Sono gli italiani che, semmai, sono privati di un diritto, e scivolano sempre più verso la disinformazione”.
Sottoscrivo in pieno, caro presidente: ora Le SoirLa Stampa faranno pubblica ammenda e/o correggeranno il tiro? O lasceranno correre? Vedremo. In conclusione, peggio i congiuntivi sbagliati oppure lo scambio di slogan e di virgolettati?
Media & Regime | 30 gennaio 2018

lunedì 29 gennaio 2018

Il regalo di Renzi ai petrolieri si scopre solo oggi: ha azzerato l’obbligo di intesa con le Regioni

Fonte: Triskel182
(Il Fatto Quotidiano)
L’obbligo di un accordo forte tra esecutivo ed enti locali preliminare alla realizzazione di progetti energetici era stato inserito nella Legge di Stabilità 2016, che recepiva – rendendoli di fatto inammissibili – sei dei sette quesiti referendari sulle trivelle. Dopo pochi mesi, però, in gran segreto Palazzo Chigi ha modificato una norma del 1990, aggirando e depotenziando quel vincolo. Risultato: lo Stato ha mano libera, così come emerso nella vicenda della raffineria di Taranto, dove confluirà il petrolio del megagiacimento Tempa Rossa, senza l’assenso della Puglia. Coordinamento No Triv: “Traditi milioni di italiani e cancellata una delle principali conquiste dei territori”.
Un gioco di prestigio messo in atto prima per svuotare la proposta referendaria sulle trivelle del 2016 e per eliminare, pochi mesi dopo, quelle garanzie che avrebbero permesso una vera intesa, e non solo di facciata, tra esecutivo ed enti locali su tutti i progetti energetici. Nel tentativo di evitare il referendum del 17 aprile, infatti, il Governo Renzi aveva ceduto alla pressione di dieci Regioni accettando (con un maxi emendamento infilato inLegge di Stabilità 2016) di concordare con esse i progetti. Dopo solo sei mesi, invece, ha cambiato le regole “grazie alla generale disattenzione delle opposizioni parlamentari” e con la semplice modifica di una norma del 1990. Una modifica passata sotto silenzio e scoperta dal costituzionalista Enzo Di Salvatore, padre dei quesiti referendari, nel riesaminare il fascicolo sulla raffineria di Taranto, dove confluirà il petrolio del mega giacimento Tempa Rossa. Quel cambio di regole ha permesso, infatti, al Governo Gentiloni di approvare, il 22 dicembre scorso, una delibera che consente la prosecuzione dell’iter dell’istanza di autorizzazioneper adeguare le strutture logistiche alla raffineria Eni a Taranto nonostante l’opposizione della Regione Puglia. In Parlamento nessuno se n’è accorto, ma ora a denunciarlo è il Coordinamentonazionale No Triv, secondo cui quella norma “tradisce l’accordo con le dieci Regioni interessate ed è anticostituzionale”. Il sospetto è che il Governo abbia agito nella convinzione che la riforma Costituzionale con l’accentramento delle competenze avrebbe messo un sigillo a quella modifica, ma le cose sono andate diversamente.
LA NORMA VARATA DAL GOVERNO RENZI – Al centro di tutto una norma rimasta nascosta nelle pieghe del decreto legislativo 127 del 30 giugno 2016 (Norme per il riordino della disciplina in materia di conferenza di servizi), che attua l’articolo 2 della legge 124 del 7 agosto 2015. “La norma in questione, varata dal Governo Renzi – ricorda a ilfattoquotidiano.it Enrico Gagliano, cofondatore del Coordinamento Nazionale No Triv – tradisce milioni di italiani e cancella una delle principali conquiste delle Regioni ottenute con la previsione, in Legge di Stabilità 2016, dell’obbligo del raggiungimento di un’intesa in senso ‘forte’ tra Stato e Regioni ai fini dell’approvazione di progetti petroliferi”.
NESSUNA INTESA PER TEMPA ROSSA – A settembre scorso è stata la ministra per i Rapporti con il Parlamento, Anna Finocchiaro, rispondendo a una interrogazione nel corso del question time, in sostituzione del ministro per lo Sviluppo economico, Carlo Calenda, ad annunciare che il Governo stava lavorando a raggiungere un’intesa con la Regione Puglia sul progetto Tempa Rossa, per i lavori di adeguamento del porto di Taranto. Eppure questo accordo non c’è mai stato. Il 22 dicembre scorso, su proposta del premier Paolo Gentiloni, dopo il diniego al rilascio dell’intesa da parte del governatore Michele Emiliano, il Consiglio dei ministri ha concesso ugualmente le autorizzazioninecessarie all’esecuzione del progetto della Total. Si prevede di stoccare presso la raffineria Eni di Taranto il greggio estratto a Tempa Rossa, in Basilicata (50mila barili di greggio al giorno) utilizzando tra l’altro le agevolazioni fiscali introdotte con le Zes, le Zone economiche speciali e di cui fa parte anche Taranto. Ma come è stato possibile andare avanti senza la Regione?
IL GIOCO DI PRESTIGIO – Per capirlo bisogna fare un passo indietro, al referendum anti-trivelle del 2016. Alcuni quesiti referendari erano stati assorbiti nella legge di Stabilità attraverso un maxi emendamento presentato dal Governo. Tanto che in seguito l’Ufficio centrale per i referendum presso la Corte di Cassazione li aveva dichiarati inammissibili, lasciandone ‘in piedi’ solo uno. “Tra quelli usciti dal referendum perché coperti da maxi emendamento alla legge di Stabilità c’era quello che garantiva alle dieci Regioni interessate che ogni volta che si fosse trattato di realizzare un progetto di tipo energetico – spiega Di Salvatore – il Governo avrebbe dovuto trattare con loro e conseguire un’intesa in senso ‘forte’, così come più volte ha richiesto la Corte costituzionale con la sua giurisprudenza”. Insomma, se la garanzia era già contenuta nella manovra, non c’era più bisogno di quel quesito nella consultazione. Cosa è successo invece? Che successivamente è stata modificata la legge 241 del 1990 e, in particolare, l’articolo 14 quarter. “La norma garantiva – continua Di Salvatore – che quando ci fosse stato uno stallo nel rilascio dell’intesa, l’esecutivo avrebbero dovuto cercare una trattativaaccordando un certo termine alle Regioni, scaduto il quale avrebbe dovuto ritirare la proposta e chiamare a sé il presidente della Regione per concertare una soluzione politica”. A dare la possibilità al Governo di attuare questa modifica è stata la legge delega adottata nel 2015 dal Parlamento e con la quale aveva autorizzato l’Esecutivo a procedere a una semplificazione della disciplina delle Conferenze di servizio, contenuta proprio nella legge del 1990. “Il Governo è andato anche oltre – spiega il costituzionalista – e ha eliminato la procedura contenuta nell’articolo 14 quarter”. Così la delibera di dicembre che riguarda Tempa Rossa fa sì riferimento (e legittimamente) a quella legge, “ma il punto – continua Di Salvatore – è che la norma non è più legittima”.
LE CONSEGUENZE – Secondo il coordinamento ciò comporta che da un anno e mezzo a questa parte tutti i progetti che riguardano gas e petrolio possono essere approvati e resi cantierabili in tempi rapidi, così come richiesto dalle società del settore Oil&Gas. “Con una semplice modifica normativa – commenta Enzo di Salvatore – il Governo Renzi ha fatto sì che lo Stato potesse superare facilmente l’opposizione delle Regioniconvertendo l’intesa in senso “forte” in una intesa in senso “debole”. D’ora in poi, su Tempa Rossa e, più in generale, per autorizzare la ricerca, l’estrazione, il trasporto e lo stoccaggio di idrocarburi, lo Stato avrà sostanzialmente mano libera. “La delibera che consente la prosecuzione del procedimentodell’istanza di autorizzazione per l’adeguamento delle strutture di logistica alla raffineria di Eni a Taranto – avverte il Coordinamento No Triv – rischia di essere la prima di una lunga serie se le Regioninon porranno la questione in sede di Conferenza Stato-Regioni”. Secondo Di Salvatore “questa norma è palesemente incostituzionale, anche alla luce dell’esito del referendumcostituzionale che ha ribadito che lo Stato non può in alcun modo prevaricare le Regioni nelle scelte che concernono l’energia ed il governo del territorio”.

domenica 28 gennaio 2018

Inps ancora in rosso: nel 2017 buco da 6,3 miliardi di euro

Fonte: WSI 25 gennaio 2018, di Alessandra Caparello

ROMA (WSI) – Ennesimo buco nel bilancio per l’Inps. L’istituto nazionale di previdenza sociale guidato da Tito Boeri potrebbe chiudere il 2017 con un rosso da 6,3 miliardi di euro.
Come scrive Fabio Pavesi per La Verità i dati sono peggiori rispetto alle stime negative fatte a settembre scorso, pari a circa -5,5 miliardi. A causare il rosso il divario insanabile tra contributi incassati dall’Inps e pensioni da pagare.
“La classica forbice tra entrate e uscite che produce perdite miliardarie ogni anno e che divora il patrimonio. Con lo Stato che non potrà che ricapitalizzare, iniettare denaro via anticipazione di cassa che diventano debito per l’Inps. Un debito che non verrà mai ripagato. Il film dell’agonia dell’Inps del resto è nei numeri. L’ente disponeva di oltre 40 miliardi di patrimonio nel 2011″.
A ciò si aggiunge un altro ente malato caricato sulle spalle dell’Inps, l’ex Inpdap, che paga le pensioni dei lavoratori pubblici incorporata nel 2012, e che ha portato 20 miliardi di deficit nei conti dell’Inps e continua a cumulare passivi e solo nel 2017 le previsioni stimano che il divario tra contributi versati dalle PPA e le pensioni da pagare sarà di quasi 8 miliardi di euro.
A vedere buchi la gestione degli artigiani (4,6 miliardi), quella dei coltivatori diretti e agricoltori (3,2 miliardi) e l’ex Inpdai, l’ente dei dirigenti d’azienda che tocca  ogni anno in media un rosso di 3,8 miliardi. E il peggio deve purtroppo ancora venire.
“Nel bilancio tecnico predisposto dagli attuari si paventi una situazione da brividi. Le perdite si cumuleranno anche nei prossimi anni a ritmi tra gli 8 e i 12 miliardi e questo vuol dire che nel 2023 il passivo patrimoniale dell’Inps arriverà a valere oltre 56 miliardi. Pagherà come sempre Pantalone la lunga traversata nel deserto dell’ente pensionistico italiano”.

sabato 27 gennaio 2018

Orologio dell’Apocalisse, due minuti alla mezzanotte ed è sempre colpa di Trump

Fonte: Il Fatto Quotidiano di F. Q. 25 gennaio 2018
Lo avevano già fatto un anno fa quando Donald Trump era stato eletto: spostare le lancette di 30 secondi verso la mezzanotte dell’Apocalisse. E un anno dopo il mondo è ancora più vicino al punto di non ritorno. Citando i dodici mesi della nuova presidenza americana, l’associazione degli scienziati atomici che mantengono il Doomsday Clock hanno spostato nuovamente le lancette che ora si trovano ad appena due minuti dalla mezzanotte. “Non succedeva dal 1953, all’apice della guerra fredda”, ha avvertito Rachel Bronson, la presidente dell’organizzazione. L’annuncio della nuova valutazione, raggiunta in coordinamento con un comitato di 15 premi Nobel e resa nota nel giorno del debutto di Trump a Davos, è stato dato a Washington dal Bollettino degli Scienziati Atomici, un gruppo di esperti fondato dopo la Seconda Guerra Mondiale. “Trump deve moderare la retorica nucleare, negoziare con la Corea del Nord, restare nell’accordo con l’Iran, ridurre le tensioni con la Russia e insistere per un’azione globale contro il cambiamento climatico”, affermano gli scienziati, secondo cui “nel 2017 i leader mondiali non sono riusciti a rispondere efficacemente alle minacce della guerra nucleare e del cambiamento del clima, creando la situazione più pericolosa per il mondo dalla fine della Seconda Guerra Mondiale”.
Nei decenni dalla sua istituzione l’orologio dell’Apocalisse era arrivato a due minuti dalla mezzanotte solo nel 1953, il momento più pericoloso nel secondo dopoguerra per le sorti del mondo. Quell’anno gli Stati Uniti avevano deciso di aggiornale i loro arsenali nucleari con la bomba all’idrogeno. Nel 2015 l’orologio era stato spostato da cinque a tre minuti dalla mezzanotte, mentre nel 2017, a causa dell’elezione di Trump, le lancette erano arrivate a due minuti e mezzo dall’Apocalisse. Al momento della sua ideazione, le lancette furono impostate a sette minuti dalla mezzanotte. In questi 70 anni si sono mosse una ventina di volte, toccando il loro minimo appunto negli Anni ‘50, con appena due minuti d’intervallo dal baratro. In passato, il pericolo numero uno per il mondo, uscito dal secondo conflitto bellico diviso in due blocchi contrapposti, era quello di un olocausto nucleare. A questa, nel tempo, si sono aggiunte altre emergenze, come per l’appunto i mutamenti climatici o la ricerca di nuove fonti energetiche sostenibili e sicure.
Il report del Bulletin of the atomic scientists sul Doomsday clock 2018

giovedì 25 gennaio 2018

Il salario minimo in Europa, tra i sistemi anche quelli in cui è solo il governo a decidere

Fonte: Il Fatto Quotidiano Economia & Lobby | 25 gennaio 2018

di Manuel Marocco*
Il salario minimo è presente in tutti i paesi europei e costituisce una pietra angolare del modello sociale europeo. Nel Pilastro Europeo dei diritti sociali (volto all’individuazione di un nucleo di principi e diritti sociali europei, derivanti dalla ricognizione dell’acquis sociale della Ue e da fonti di diritto internazionale) , del resto, oltre ad essere richiamato il diritto a retribuzione eque e sufficienti, sono fissati due principi per l’ipotesi in cui sia la Legge a determinare il salario minimo . Il Pilastro non si spinge, come si è discusso, sino alla fissazione di una soglia minima europea; d’altro canto, sulla base dei Trattati europei (art. 153, TFUE), la materia salariale è saldamente di competenza nazionale.
La distinzione fondamentale tra i regimi europei concerne il campo di applicazione, di tipo universale, in quanto applicabile a tutti i lavoratori, ovvero settoriale, poiché destinata a settori o gruppi di occupati. Nettamente prevalente è il primo regime, presente in 22 paesi su 28; nel secondo rientra l’Italia, insieme ai paesi inventori della flexicurity (Danimarca, Finlandia e Svezia) e l’Austria. Al campo di applicazione corrisponde, di fatto, lo strumento di determinazione del salario minimo: i paesi con regime universale utilizzano a tale scopo la Legge, gli altri il contratto collettivo, eventualmente accompagnato da meccanismi di estensione legale (Austria e Finlandia). Si tratta di paesi in cui l’assenza di un intervento pubblico è tradizionalmente controbilanciata da alti livelli di copertura della contrattazione collettiva, nonché di densità associativa, e/o da meccanismi legali di sostegno della membership, a garanzia del salario contrattuale. Solo di recente (gennaio 2015) la locomotiva d’Europa – la Germania – ha abbandonato questo modello e ha deciso di introdurre il salario minimo legale (SML).
Nei paesi del primo gruppo, varia notevolmente il valore nominale del SML, la frequenza degli aggiornamenti, i parametri di calcolo e le procedure di determinazione.
Particolarmente delicate sono queste ultime. Da questo punto di vista, possono essere distinti tre modelli (European Commission, 2016), sulla base della più o meno rigorosa formalizzazione della stessa procedura e, di conseguenza, del livello di discrezionalità del governo.
In alcuni sistemi – pochi – il processo è privo di formalità: lo strumento è nella piena discrezionalità dell’Esecutivo, non esistendo specifici obblighi di negoziazione o consultazione di altri attori, ma solo una generale previsione di consultazione e cooperazione con le parti sociali nel caso di interventi in materia di lavoro.
In altri, è prevista la partecipazione di altri attori, variandone forma e valore. In questo gruppo, quello più numeroso, rientrano, innanzi tutto, i casi in cui è il SML è determinato da un organismo terzo, partecipato o meno dalle parti sociali. In Germania, inizialmente il livello è stato fissato dal governo, dopo aver consultato parti sociali ed esperti; tale compito spetta ora ad una apposita Commissione, i cui componenti sono nominati dal Ministero del Lavoro su indicazione delle parti sociali. Sempre nello stesso gruppo, rientrano i paesi in cui il governo procede dopo aver consultato le parti sociali: in alcuni casi questa consultazione è solo eventuale, in quanto è l’Esecutivo a decidere, in altri la consultazione è prevista, ma si svolge in via informale ed, infine, in altri ancora si realizza in forma istituzionale. Nell’ambito di questo gruppo risultano accorpate tradizioni istituzionali molto diverse, e, di conseguenza, spesso la prassi varia al variare degli equilibri politici. Nel 2016-17 (Eurofound, 2017) in diverse nazioni, il SML è stato fissato unilateralmente dal governo, poiché, diversamente dal passato, le parti sociali sono solo state informate, ma non coinvolte nella decisione (Spagna), ovvero perché le stesse non hanno raggiunto un accordo (Croazia, Repubblica Ceca, Polonia, Slovacchia). In Ungheria e Grecia (rispettivamente dal 2011 e dal 2012), le parti sociali sono state relegate ad un ruolo solo consultivo.
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*INAPP – Istituto Nazionale per l’Analisi delle Politiche Pubbliche

mercoledì 24 gennaio 2018

Elezioni, i mercati vogliono le larghe intese con Gentiloni ma il premier: “Al governo con Berlusconi? No”

Fonte: Il Fatto Quotidiano  di | 24 gennaio 2018
L’uomo che i mercati vorrebbero alla guida di un governo di larghe intese è contrario alle larghe intese. “Un governo in coalizione con il centrodestra guidato da Silvio Berlusconi? Per rispondere direttamente alla sua questione, no. Non sarei interessato”, ha detto il premier Paolo Gentiloni, intervistato dalla Cnbc al World Economic Forum di Davos. Dopo Matteo Renzi, Silvio Berlusconi e Matteo Salvini, anche quello che è indicato come l’uomo perfetto per guidare un governo sostenuto dal Pd e Forza Italia, dunque, si dice contrario a una nuova Grosse Koalition. Almeno a parole.
“Sono in buona salute – ha detto il premier – ma il mio impegno, 13 mesi fa, era portare il paese alla fine della legislatura, portare avanti le riforme e affrontare alcune crisi serie come quella migratoria e delle banche. Questo era il mio impegno e termina con le elezioni. Dopo, vedremo”. Eppure, come ha scritto ilfattoquotidiano.it, infatti, secondo un rapporto degli analisti di Credit Suisse sul voto italiano, l’ipotesi più probabile per il post 4 marzo è un parlamento “appeso, e la “formazione di una grande coalizione trasversale” con il Pd, Forza Italia e gli altri partiti di centro guidata proprio da Gentiloni. Opzione che, per l’istituto elvetico sarebbe “sufficientemente rassicurante per i mercati”. A proposito di un parlamento senza maggioranza, però, Gentiloni si è espresso in maniera negativa. “Speriamo che non sia questo il caso e che il centrosinistra che rappresento abbia la maggioranza. In ogni caso penso che saremo il pilastro di una possibile coalizione: abbiamo una certa expertise in materia di flessibilità nel mio paese”, ha detto il premier rivendicando per il suo partito il ruolo di interlocutore più affidabile per l’Unione Europea.
“È un errore sottovalutare le ragioni che sostengono i populisti e gli anti europei. Ma non trionferanno Dobbiamo essere molto attenti con queste elezioni a non interrompere il processo di riforme che abbiamo realizzato negli ultimi cinque anni con lo sforzo dei lavoratori e delle imprese italiane. Sarebbe molto grave”. Chi sono per il presidente del consiglio italiano i populisti? Sicuramente il Movimento 5 stelle, come ha detto nei giorni scorsi. Ma anche la Lega e Fratelli d’Italia. Berlusconi, invece no. “Non chiamerei Berlusconi un populista, ma prendo atto del fatto che nella sua coalizione populisti e anti europeisti non solo sono presenti ma sono predominanti“.
di | 24 gennaio 2018

martedì 23 gennaio 2018

Debito pubblico, senza evasione fiscale si estinguerebbe in 18 anni

Fonte: WSI 23 gennaio 2018, di Livia Liberatore

Se non ci fosse più evasione fiscale, il debito pubblico italiano si estinguerebbe in 18 anni. Lo dice un articolo di Il Sole 24 Ore che mette a confronto diversi dati. Innanzitutto, una ricerca dell’Università Ca’ Foscari, pubblicata dall’Ufficio valutazione impatto del Senato. Questo studio mette in relazione la propensione delle persone a sottostimare i propri redditi nelle rilevazioni statistiche con l’inclinazione a nasconderli anche al momento di pagare le tasse. Una relazione che sarebbe diretta.
La ricerca dell’università definisce in un range tra 124,5 e i 132,1 miliardi l’evasione fiscale sui redditi, commisurata al 14,4% della base imponibile. Le precedenti stime si attestavano sul 7,5%. Michele Bernasconi, uno dei docenti della Ca’ Foscari che ha realizzato il documento, spiega:
“applicando l’under reporting ai dati statistici derivanti da indagini sulle famiglie si arriva molto vicino alle valutazioni del Mef 2016 riferite al 2010″.
Da considerare che il debito è stato accumulato in 47 anni: nel 1970 era di 236 miliardi di euro attualizzati. Ma secondo il Sole 24 Ore, “le speranze sono poche”. L’evasione fiscale dei lavoratori dipendenti si attesta sul 3,5% dei redditi, mentre per i redditi da lavoro autonomo e d’impresa è il 37% per cento. Sugli affitti è del 44%, nonostante l’introduzione della cedolare secca del 21%, che avrebbe attenuato ma non cancellato l’evasione. Precisa l’articolo:
“Il dato va letto, infatti, con il rapporto evasione 2017 del Mef: tra il 2010 ed il 2015 il tax gap sugli affitti sarebbe passato da 2,3 a 1,3 miliardi di euro, mentre la propensione al gap avrebbe avuto una discesa dal 25,3% al 15,3%. E qui la trama della statistica mostra qualche buco.

lunedì 22 gennaio 2018

Schiaffo UE all’Italia: legalizzato Made in Italy “tarocco”

Fonte: WSI 22 gennaio 2018, di Francesco Puppato
Il “made in” viene attribuito in base al luogo nel quale viene effettuata l’ultima trasformazione sostanziale. Quindi, se comprate un salame Made in Italy, non vuol dire che la filiera è italiana, ovvero che gli animali sono stati allevati in Italia secondo le regole di qualità ed igiene italiane, ma che in Italia si è svolta solo l’ultima trasformazione sostanziale dell’ingrediente usato per fare il salame.
Un maiale, ad esempio, può essere allevato, nutrito e trattato in Germania, in Austria, in Cina o chissà dove, secondo le regole in materia di igiene e qualità vigenti in quel Paese, ma la sua carne può essere venduta come Made in Italy; è sufficiente, appunto, che l’ultima trasformazione sia avvenuta in Italia.
Il nuovo Regolamento che la Commissione europea ha pubblicato sul proprio sito, dove rimarrà a disposizione per la consultazione pubblica anche se solo in lingua inglese fino al primo febbraio, data in cui entrerà in vigore, punta finalmente a regolare i prodotti confezionati in un determinato Paese ma con materia prima straniera e, nei casi in cui la confezione potrebbe trarre in inganno i consumatori, indica che l’origine va dichiarata sull’etichetta.
Il problema, dunque, in prima battuta sembra essere risolto. Vediamo invece, innanzitutto, che il medesimo regolamento (1169 del 2011) sarebbe dovuto essere stato approvato entro il 2014 ed ha quindi regalato quattro anni di business all’industria dell’anonimato.
Poi, come riporta “Libero”, notiamo anche che la Commissione ha escluso dall’obbligo di dichiarare l’origine le denominazioni generiche (pasta, prosciutto, formaggio, mortadella, latte a lunga conservazione, mozzarella, olio e via dicendo) e pure i marchi.
È infatti sufficiente che nel logo del produttore vi sia, ad esempio, un nastro o una coccarda tricolore e l’obbligo di dichiarare da dove provenga l’ingrediente primario decade.
Il caso più emblematico è quello della Pasta Miracoli; prodotta in Germania ed etichettata con una enorme profusione di tricolori, non ha l’obbligo di dichiarare la provenienza.
Ancora, l’obbligo non vale neanche per le Igp (Indicazioni geografiche protette), così i produttori potranno continuare ad importare la materia prima che impiegano senza dover scrivere nulla a riguardo.
Il produttore dovrà dichiarare da dove provenga la materia prima dell’ingrediente primario soltanto qualora dovesse indicare chiaramente “Made in Italy” sulla confezione. In questo caso, però, potrà cavarsela con un generico “Paesi Ue” piuttosto che “Paesi non Ue” o ancora “Paesi Ue e non Ue”, a seconda della provenienza.
come fa notare Dario Dongo, uno dei massimi esperti di diritto alimentare:
“Una dichiarazione che equivale a scrivere “Pianeta Terra”.”
Siamo davanti ad un altro schiaffo da parte dell’Unione europea nei confronti dell’Italia; il Made in Italy, che KPMG censisce come terzo marchio al momndo per notorietà dopo Coca-Cola e Visa, sta subendo uno smantellamento epocale per mezzo delle normative europee che, così facendo, favoriscono addirittura i mercati non comunitari ed i taroccatori.
Sa infine di presa in giro anche la consultazione pubblica cui la Commissione europea ha sottoposto il provvedimento tramite il proprio sito web: il testo è esclusivamente in inglese e non vi è stata nessuna informazione di pubblicazione; inoltre, non solo non vi è traccia nelle comunicazioni ufficiali di Bruxelles sull’apertura della consultazione, ma il documento è quasi introvabile sul sito web della Commissione, nascosto nelle pagine di una delle tante direzioni generali.
Un’informazione, insomma, più utile ai fini delle grandi imprese e delle associazioni di categoria strutturate a livello europeo, più che per i cittadini.

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