giovedì 24 maggio 2018

Governo M5s-Lega, faremo i Conte con l’Europa?

Fonte: Il Fatto Quotidiano Politica | 24 maggio 2018


Dopo il conte abbiamo il Conte. Complice un viaggio sono indietro almeno di una richiesta di scuse. Quella a Matteo Salvini. Non pensavo, non credevo, che avrebbe avuto la forza di mettere in soffitta il Caimano. Siccome l’avevo scritto, riconosco l’errore.
Le prime parole di Giuseppe Conte all’uscita dallo studio alla Vetrata hanno immediatamente riproposto la formidabile domanda ideata da Alberto Bagnai, e poi ripresa da Claudio Borghi, nel corso della lunga marcia che li ha portati ad essere gli economisti di riferimento della Lega. “E se ci dicono di no?” Con queste poche parole hanno demolito tutte le subordinate europeiste, via via sempre più blande, che quel poco di sinistra critica nella accademia e nella politica osava opporre al dogma ideato a Berlino e Francoforte e promulgato da Bruxelles, “un’altra Europa è possibile”.
Basta chiedere a Stefano Fassina o agli eletti della lista Tsipras, o ai firmatari dei tanti documenti degli economisti se negli ultimi dieci anni sia stata possibile. Gli italiani il loro responso lo hanno dato già il 4 marzo. Per evitare di farci dire di no, i nostri rappresentanti, che partivano col pugno di ferro da scaraventare sul tavolo, hanno poi sempre firmato con guanti di velluto ogni successivo giro della corda.
Articolo 81, two pack, six pack, clausole di salvaguardia e via aggiungendo. I firmatari sono gli stessi che in questi giorni hanno toccato vertici inverosimili di, trovate voi la parola, perché vorrei evitare querele. Tipo Pier Carlo Padoan che accusa Borghi di aver fatto perdere l’8% in una seduta a Monte Paschi, mentre durante la sua gestione del ministero dell’economia è crollata del 99%. Oppure gli esperti di spending review che azzardano per il contratto gialloverde aumenti del deficit di 100 o 150 miliardi, cioè esattamente gli stessi aumenti registrati sotto i governi Monti o Renzi, tagliando spese e diritti e non provando a fare deficit spending come vorrebbero fare Salvini e Di Maio. Ma questi sono dettagli.
Il punto resta sempre quello. Lo abbiamo visto in questi giorni, tra spread, borse e Savona. Quel programma che contiene cose orrende dal punto di vista securitario, cose molto discutibili come lo pseudo reddito di cittadinanza che Bagnai soprannominava, giustamente, reddito della gleba perché è un sussidio di disoccupazione condizionato all’accettazione di un lavoro che, ovviamente, verrà retribuito due spicci in più dei 780 euro, insensate come la flat tax che, come ogni abbassamento della pressione fiscale ovunque realizzato, ha come prima vittima i servizi statali e il welfare che il contratto vuole rilanciare, quel programma ha bisogno di risorse e tante.
E per quanto Salvini dica, correttamente, che si punta a finanziarlo con la crescita economica, in attesa della crescita bisogna finanziarlo keynesianamente a debito. E sarebbe anche ora. Se non fosse che, nel giro di dodici mesi, ci sono tre o quattro problemi. La fine del quantitative easing di Francoforte, la fine dell’era Draghi, un probabile deterioramento del ciclo economico. E il fatto che ci possono dire di no. Mattarella, grazie all’articolo 81, e Bruxelles in ogni modo possibile. Come sa Conte (Antonio), un conto è vincere lo scudetto tutti gli anni, un conto la Champions. Per cui l’ossimoro di Conte (Giuseppe) la collocazione europea e gli interessi italiani rischia di arrivare prestissimo ai cartellini gialli e rossi e ai rigori, Var o non Var. Per cui la domanda resta più grande e misteriosa di prima. E se vi dicono di no?

martedì 22 maggio 2018

Cancellare 250 miliardi di debito in teoria si può: lo disse Stiglitz già nel 2013

Fonte: Wall Street Italia. 21 maggio 2018, di Francesco Puppato
(ALLORA L'ARTICOLO E' DAVVERO LUNGO E LO POTETE LEGGERE SIA QUI CHE SU AL LINK DEL GIORNALE; LO TROVO MOLTO INTERESSANTE E PREFERISCO SOLO PRESENTARE LA TESI PRINCIPALE MA TUTTO L'ARTICOLO NEL SUO INSIEME VA LETTO PERCHE' ALCUNE COSE CHE NON SONO MAI DETTE DAI MEDIA E DAI POLITICI DEI PARTITI TRADIZIONALI SONO ALTRETTANTO IMPORTANTI DI QUELLE CHE CI RACCONTANO....)
.................................................. l'articolo qui è dalla metà in poi
.............. Problema “condono” Bce sarebbe di natura più politica
Arriviamo ad una conclusione importante: Quando una banca centrale ha acquisito titoli di stato, un declino nel prezzo di mercato di questi titoli non ha alcuna conseguenza fiscale. La perdita in un ramo (la banca centrale) è compensata dal profitto nell’altro (lo Stato). Il problema di condonare il debito italiano sarebbe più di natura più politica. In primo luogo la Banca centrale perderebbe credibilità, in seconda istanza gli altri paesi inizierebbero a chiedere un trattamento di favore simile.
Un altro modo di vedere questo effetto, è guardare ai flussi degli interessi sottostanti ai titoli pubblici. Poniamo ad esempio che la banca centrale abbia comprato un miliardo di euro in titoli di stato. Questi hanno una cedola, diciamo, del 4%. Perciò la banca centrale che ha in portafoglio i titoli riceve 40 milioni di euro all’anno da parte del governo. Nella pratica della contabilità, questo viene contato come un profitto per la banca centrale. Alla fine dell’anno, la stessa banca centrale girerà i propri profitti al governo. Assumendo che il costo marginale della gestione di questi bond sia pari a zero, la banca centrale girerà al governo i 40 milioni di euro. È, per così dire, la mano sinistra che paga la mano destra (la classica partita di giro).
La tecnicalità della tenuta dei libri contabili ha potuto far credere a qualcuno che tali interessi siano signoraggio (ossia profitto per la banca centrale). Non lo sono. Non c’è alcun profitto nel settore pubblico. Il profitto della banca centrale è esattamente compensato da una perdita del governo.
L’uno e l’altra potrebbero eliminare questa convenzione contabile perché in queste perdite e profitti non c’è alcuna sostanza economica. La BCE può distruggere i titoli di stato, senza nessuna perdita; è letteralmente vero che la banca centrale potrebbe distruggere i titoli di Stato nel tritacarte: ma niente sarebbe perduto.
Nel nostro esempio, la banca centrale non riceverebbe più 40 milioni di euro l’anno, e non dovrebbe più girarli al governo ogni anno.
Cosa succede se il governo fa default sui suoi bond in scadenza? Il default causa delle perdite ai detentori privati dei titoli.
Ma è irrilevante per i titoli detenuti dalla banca centrale: infatti essi adesso non valgono più nulla, ma erano già privi di valore anche prima del default. Si tratta della mano destra che paga la sinistra.
Per il settore pubblico, non è successo nulla. Perciò la perdita della banca centrale a causa del default non ha alcuna conseguenza fiscale”.
Conclude poi l’esperto:
“Immaginiamo che la BCE acquisti 1 miliardo di titoli spagnoli a un tasso del 4%. Le conseguenze fiscali sono ora le seguenti:
  • La BCE riceve 40 milioni di euro in interessi annuali dal tesoro spagnolo.
  • La BCE restituisce questi 40 milioni di euro non alla sola Spagna, ma tutti gli anni alle banche centrali nazionali dell’eurozona.
La distribuzione avviene proporzionalmente alla quota di capitale nella BCE (vedere BCE 2012).
  • La banca centrale nazionale trasferisce quanto ricevuto al proprio tesoro nazionale.
Per esempio, la BCE trasferirà l’11,9% dei 40 milioni al Banco de España. Il resto andrà alle banche centrali degli altri paesi membri. Chi riceverà di più è la Bundesbank tedesca; che con una quota di capitale del 27,1%, riceverà quindi 10.8 milioni di euro”.
Ecco quindi spiegato perché De Grauwe sostiene che i tedeschi non sono affatto danneggiati dal programma di acquisti di debiti pubblici, bensì sono i principali beneficiari.
La conclusione, che sfugge ad ogni etica, è dunque la seguente:
“In un’unione monetaria che non è anche un’unione fiscale, un programma di acquisto di titoli di stato porta a trasferimenti all’interno dell’unione: un programma di acquisto titoli della BCE porta a un trasferimento annuale dai Paesi i cui titoli vengono acquistati verso tutti gli altri (cioè dai Paesi più indebitati e poveri a quelli non indebitati e ricchi), un trasferimento fiscale dai Paesi più deboli (debitori) verso i Paesi più forti (creditori)”.
Dello stesso parere in merito alla logica della cancellazione del debito dai bilanci è il premio Nobel per l’economia Stiglitz, che a livello di tempistiche fu forse il primo a dirlo, ritenendola una scrittura contabile forse anche più corretta dell’attuale sistema.
Perché questo nuovo modus operandi vada in porto serve l’unanimità a livello europeo, ma nulla cambierebbe ai fini economico fiscali. Il vantaggio sarebbe quello che, nettando da subito il bilancio, si otterrebbe un miglioramento del rapporto debito/Pil mantenendo la veridicità e la correttezza dei dati.
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mi raccomando leggete anche il resto

lunedì 21 maggio 2018

Monarchie del Golfo, una settimana di ordinaria repressione

Fonte: Il Fatto Quotidiano Mondo | 21 maggio 2018 


Come ogni settimana, non sono mancate neanche in quella appena terminata preoccupanti notizie sullo stato dei diritti umani nella regione del Golfo. Il 16 maggio la quarta corte d’appello del Bahrein ha emesso il verdetto al termine di un “maxi-processo”, iniziato il 23 agosto 2016, che vedeva imputate di terrorismo 138 persone, 52 delle quali in contumacia.
Il processo, in cui sono state ammesse come prove diverse confessioni estorte con la tortura, si è concluso con 23 assoluzioni, 53 ergastoli, tre condanne a 15 anni, una a 10 anni, 15 a sette anni, 37 a cinque anni e sei a tre anni. C’è poi l’odiosa pena “accessoria” della privazione della cittadinanza, provvedimento adottato nei confronti di 115 imputati. Dall’inizio dell’anno, 231 bahreiniti sono stati resi apolidi. Dal 2012, il totale è di 718.
L’articolo 10 della legge sulla cittadinanza, più volte emendato, stabilisce che questa possa essere revocata a chi svolge servizio militare per un Paese straniero, si mette al servizio di un Paese straniero o procura “danno alla sicurezza nazionale“, definizione quest’ultima che può voler dire tutto e niente.
Le persone che vengono private della cittadinanza sono obbligate a consegnare il passaporto e i documenti d’identità. Quelle che non sono in carcere devono chiedere un permesso di soggiorno in quanto “stranieri” o lasciare il Paese. Chi è in carcere lo farà al termine della pena. Chi non ottiene il nuovo documento viene accusato di “soggiorno illegale” ed espulso.
Anche nell’Arabia Saudita del “moderato” e “riformista” principe della Corona Mohammad Bin Salman non si sono risparmiati. Il 18 maggio fonti ufficiali saudite hanno reso noto l’arresto di sei difensori dei diritti umani e di una settima persona al momento ignota, con l’accusa di tradimento. L’annuncio è stato immediatamente seguito da una campagna diffamatoria mossa dai media di regime, che hanno accusato le persone arrestate di far parte di una cellula in contatto con entità straniere. In parole semplici, di essere dei traditori.
Tra le sette persone arrestate figura Loujain al-Hathloul, la nota promotrice della campagna contro il divieto di guida alle donne saudite, che dovrebbe (il condizionale è d’obbligo) essere rimosso dal 24 giugno. L’hanno portata via da casa la sera del 15 maggio ed è detenuta nella prigione di al-Hai’r nella capitale Riad.
Ci sono poi Iman al-Nafjan e Aziza al-Yousef, che nel 2013 sfidarono il divieto guidando per le vie della capitale, così come Aisha al-Manea, a sua volta protagonista della campagna sin dai primi anni Novanta. E infine Ibrahim al-Modeimigh, avvocato e promotore dei diritti delle donne, e Mohammad al-Rabea, che aveva aperto a Riad un circolo letterario per uomini e donne.

domenica 20 maggio 2018

Governo, mini-BOT spaventano Ue e analisti: o salta la Germania o l’Italia

Fonte: W.S.I. 18 maggio 2018, di Alessandra Caparello
(questa è solo una parte dell'articolo il resto lo trovate al link suindicato con W.S.I.)
ROMA (WSI) – Promette di far discutere la proposta di Lega e Movimento Cinque Stelle riguardante l’emissione di titoli di stato a breve termine per pagare le aziende che vantano crediti con lo Stato.
A parlarne è stato il capo dell’economia della Lega Claudio Borghi, che alla domanda se i cosiddetti “mini-BOT” – nominati dopo i buoni del Tesoro a breve termine dell’Italia – fossero all’ordine del giorno, ha risposto “sì”.
A renderlo noto Reuters, che sottolinea anche in un articolo a firma di Jan Strupczewski in cui vengono citati una serie di analisti, come – a giudicare dall’ultima bozza di contratto – la coalizione che guiderà il governo italiano rischia di bloccare il processo di integrazione nell’area dell’euro e potrebbe preparare il terreno per la prossima crisi dell’euro, qualora riuscisse a realizzare le sue politiche di riduzione delle imposte e di spese allegre. Vanno trovate coperture per oltre 100 miliardi (vedi stime riportate nella tabella sotto).
“Con il governo M5S/Lega, i problemi di fondo dell’economia italiana, tra cui la bassa crescita, la scarsa flessibilità dei mercato del lavoro, l’inefficienza del sistema bancario e della pubblica amministrazione, non saranno affrontati, anzi, in molti casi saranno peggiorati”.
Lo ha affermato in una nota ai clienti Jan von Gerich, Chief Strategist di Nordea.
In breve, la fiducia nei confronti dell’Italia è destinata ad essere messa a dura prova da un governo M5S/Lega, anche se le due parti non saranno in grado di attuare pienamente il loro programma”. L'osservatorio sui conti pubblici dell'Università Cattolica di Milano guidato da Carlo Cottarelli ha calcolato quanto costeranno e quanto permetteranno di risparmiare le misure contenute nel contratto firmato da M5s e Lega: c'è un buco da oltre cento miliardi da coprire.Mini-Bot: moneta parallela, bomba a orologeria per l'euroPer Borghi i mini-Bot sono "la bomba del programma, ma non se ne è accorto nessuno". Con questo sistema "mettiamo soldi nelle tasche degli Italiani pagando i debiti dello Stato. È l’uovo di Colombo". Secondo alcuni commentatori stranieri si tratta però di un altro tipo di bomba. I mini-Bot, emessi in euro, vivono nel paradosso che se un giorno l'Italia dovesse uscire dall'area euro, una volta liberi di scambiare sul mercato "staccati" dall'euro, quei titoli varranno probabilmente molto meno. Il Financial Times stima che i mini-Bot - si chiamano così perché di piccolo taglio, dai 5 ai 100 euro - siano una bomba a orologeria pronta a esplodere sotto la sedia dell'Eurozona. Con l'arrivo di una proposta del genere o se ne va la Germania o l'Italia. Nel senso che l'uno o l'altro paese sono destinati a dire addio all'Eurozona. Il concetto dei titoli denominati in euro è che non paghino interessi, che siano stampati dallo Stato e che siano garantiti dalle entrate fiscali del paese emittente. I privati non saranno costretti ad accettare i mini-Bot come pagamento. Il titolo mini-Bot potrebbe essere usato per ripianare debiti con il fisco o per pagare entità del settore pubblico. Il primo obiettivo sembra che sia quello di appianare i debiti commerciali della Pubblica Amministrazione, che si stima ammontino a 64 miliardi di euro. Alla luce di queste considerazioni, i mini-Bot possono essere considerati una forma di moneta parallela, nonostante Lega e M5S neghino che si tratti di questo. Ma di fatto è un sistema per incrementare il debito nazionale senza che venga iscritto a bilancio. I due partiti euro scettici hanno promesso di attenersi agli accordi stretti con il trattato Ue fondatore di Lisbona, ma i mini-Bot sono in violazione dell'articolo 106, che dice che solo la Bce può emettere la moneta unica.  Nell'idea di Lega e M5S, i mini-Bot sono un modo semplice per creare un registro trasferibile di future entrate fiscali, garantito quindi dallo Stato. Dal momento che non si tratta di moneta ufficiale, i pagamenti di questo tipo non saranno nemmeno soggetti al limite delle transazioni in contanti di 3mila euro. I mini-BoT rischiano pertanto di favorire le attività illecite e il mercato in nero. Casi di esperimenti simili, volti ad aggirare i vincoli di bilancio, si sono già visti in California nel 2001 e a Buenos Aires durante la crisi dell'Argentina nel 2001-2002 che poi ha portato al default del debito del paese. Anche in Grecia l'allora ministro dell'Economia Yanis Varoufakis propose una sorta di "pagamento pubblico digitale", che sarebbe stato garantito dalle future entrate fiscali. Nessuno di questi strumenti, tuttavia, veniva "stampato" come nel caso dei mini-Bot. Secondo John Dizard del Financial Times a trarre vantaggio dell'iniziativa non saranno i giovani senza lavoro, bensì coloro i quali compreranno i mini-Bot a un tasso di sconto del 20-30%, come pensionati e creditori statali. Potrebbero rivendere il titolo (la "quasi moneta parallela" come la definisce l'editorialista) agli acquirenti di beni, titoli finanziari e servizi italiani.
"Se i mini-Bot vengono introdotti su grande scala, i problemi politici che creeranno in Europa costringeranno una tra Italia e Germania a uscire dall'euro". E "dopo aver recato danni, alla fine lo schema dei mini-bot verrà abbandonato".

giovedì 17 maggio 2018

Punto Informatico venerdì 11 maggio 2018 di la redazione

Fonte: Punto Informatico  venerdì 11 maggio 2018 di la redazione

Come nelle peggiori fantasie degli anni '80, quando leggende metropolitane indicavano la presenza di messaggi satanici subliminali in musiche riprodotte al contrario o tra i frame di film e cartoon per bambini: cosa succederebbe se un orizzonte simile venisse proiettato sul mondo degli speaker per la casa e sui sistemi di intelligenza artificiale che controllano?

Oggi, lontani dal poter definire tutto ciò come una leggenda metropolitana, alcuni gruppi di ricerca di università americane hanno dimostrato come i peggiori timori possano facilmente diventare realtà semplicemente tramite un lavoro di hacking del suono. Tale lavori si basa sulla possibilità di cancellare alcune parti di una traccia audio, togliendo pezzetti sufficienti a modificare la percezione della traccia stessa da parte dello speaker in ascolto e trasformando così il significato veicolato dal messaggio. In pratica mentre l'orecchio umano e lo speaker sentono lo stesso identico suono, la mente umana e l'intelligenza artificiale interpretano in modo differente la medesima traccia elaborando pertanto due messaggi differenti.

L'esito è quello per cui, nascondendo un messaggio all'interno di una traccia audio che si riesce a portare vicino allo speaker (ad esempio tramite un video YouTube ascoltato su un telefonino o una traccia musicale riprodotta in casa) si potrebbe riuscire ad impartire ordini specifici al sistema in ascolto. Le conseguenze potrebbero essere variegate: dalla semplice luce che si spegne ad un invio di un messaggio, dalla disattivazione di un sistema antifurto ad una modifica sul termostato di casa, fino ad immaginare scenari ancor più complessi e pericolosi.
Quella che potrebbe sembrare una canzone, o un suono disordinato, o una semplice voce umana, potrebbe invece nascondere una sorta di attacco informatico che, sfruttando il mezzo analogico della trasmissione del suono, è in grado di ingannare un sistema intelligente in ascolto.

Nessuno escluso: da Siri ad Alexa, passando per Google Assistant, la vulnerabilità è nel sistema stesso di ascolto e interpretazione del messaggio. L'Università di Berkeley lancia quindi l'allarme: così come nei laboratori del campus è stato possibile verificare e riprodurre casi di questo tipo, è possibile che altri abbiano già raggiunto medesime osservazioni ed abbiano quindi in mano possibili veicoli di attacco che, una volta nascosti in tracce audio o video, nessun orecchio umano sarebbe in grado di identificare e distinguere.

Un potenziale attacco senza alcuna cartina di tornasole in grado di identificarlo: non basteranno normative contro questo tipo di pratiche ad evitarne l'adozione e nel frattempo il proliferare dei mezzi di comunicazione 1-to-1 impedirà anche ogni qualsivoglia forma di controllo. Da una parte è possibile immaginare nuove forme di filtro contro la divulgazione di messaggi similari, ma dall'altra è da ipotizzare un'evoluzione sollecita degli speaker affinché la ricezione audio e la successiva interpretazione siano in grado di evitare scenari apocalittici come quello di un attacco globale tramite un file audio divulgato con chissà quale mezzo. E tutto ciò semplicemente grazie ad una gestione digitale del file stesso, dialogando con gli speaker casalinghi attraverso la gestione discreta della campionatura.

Tutta roba che l'orecchio umano non può avvertire, quindi la mente umana non può identificare: l'hacking è sulla forma d'onda, aggirando così le barriere di cui la natura ha dotato l'uomo per difendersi dalle minacce del mondo esterno: basta questo per dipingere quadri apocalittici che nessuno vorrebbe doversi trovare di fronte.

mercoledì 16 maggio 2018

contratto fu

Alla fine il topolino è nato. Il cotnratto è firmato e nell'attesa di saperne i termini le indiscrezioni dicono che solo quando sarà definito nelle parti politiche, che spettano ai leader politici, ne verremo a conoscenza e allora si vedrà chi ha detto balle e chi ha rimestato nel fango per spaventare i cittadini in primis e i mercati.... e devo dire che, come sempre quando si tratta di soldi, ci sono riusciti: è ripartito il ricatto dello spread, per fare un esempio... ora vedremo ma una cosa è subito emersa: no uscita dall'euro e quindi i populisti/avventuristi lo sono molto meno di come li hanno disegnati!!!! Al massimo ci sarà un referendum consultivo sull'argomento..... ma non mi pare che sarà una tragedia.
Per il resto si attenderà la sua pubblicazione.
Quello che vorrei sottolineare è che di fronte a squali politici e finanziari ci vorrebbero politici con un background solido e non figli del prodi/berlusconismo .... che sappiano mantenere saldo il timone e i nervi a fronte delle provocazioni e, contemporaneamente, cittadini consapevoli che almeno conoscano la Costituzione e le conseguenze che al sua applicazioni porterebbero per tutti. Purtroppo non è così e questo sarà il punto debole di questo governo...

lunedì 14 maggio 2018

Governo Lega-M5S: moneta parallela e flat tax al 15%

Fonte: W.S.I. 14 maggio 2018, di Alessandra Caparello

ROMA (WSI) – Oggi dovrebbe arrivare il nome del nuovo premier, scelto da Luigi Di Maio e Matteo Salvini dopo una lunga domenica di incontri a Milano. Se il presidente del Consiglio non sarà un politico, come premier la formazione di destra vorrebbe il professore di Storia Economica Giulio Sapelli, uno che qualche mese fa ha definito l’euro, “una gabbia costruita dalla sinistra” da cui è difficile uscire.
[Leggi l’intervista di Wall Street Italia a Sapelli a fine 2011 e il suo intervento in una sessione domanda e risposta con un pool di economisti d’eccellenza organizzata sempre da Wall Street Italia]
Il movimento confondato da Beppe Grillo e Gianroberto Casaleggio punta invece sul nome di Giuseppe Conte, professore ordinario di diritto privato all’Università di Firenze. Secondo le indiscrezioni stampa, il professore della Statale di Milano e l’ex vicepresidente del Consiglio di presidenza della Giustizia amministrativa sarebbero stati contattati nella notte dai vertici dei due partiti. Secondo il giornalista esperto di M5S Jacopo Jacoboni, Di Maio spera ancora di essere lui il presidente del Consiglio del futuro governo, ma Salvini ha escluso nuovamente questa ipotesi.

Manovre espansive costerebbero più di 100 miliardi di euro

Ma a far parlare i media stranieri e innervosire i mercati finanziari, più che il nome del leader del nuovo esecutivo euro scettico, è l’idea inserita nel programma di introdurre una moneta parallela. Tra le altre proposte controverse figurano la flat tax, un abbassamento dell’età pensionabile e una riduzione dei flussi migratori, misure che indicano come l’Italia sia in rotta di collisione con l’UE.
Tra le ipotesi che circolano come premier è spuntato anche il nome dell’ex ministro dell’Economia, Giulio Tremonti, figura che per le sue idee protezioniste e anti globalizzazione è da sempre piaciuta alla Lega. I due leader politici Di Maio, 31 anni, e Salvini, 45, sono riusciti nel fine settimana a trovare un’intesa su una lunga serie di capitoli riguardanti i programmi del nuovo governo, dall’abolizione della legge Fornero, all’introduzione del reddito minimo, previa riforma dei centri per l’impiego, fino agli asili nido gratuiti, arrivando fino alla flat tax fino al 15% (con due aliquote sembra) e all’abolizione dell’Iva sui prodotti per l’infanzia.
Reuters ha tentato di calcolare il buco di bilancio che si formerebbe nei conti pubblici con l’introduzione di un reddito di cittadinanza per i più poveri e con il varo della flat tax del 15% su aziende e famiglie. La prima misura si stima che costerebbe 17 miliardi di euro l’anno allo Stato, mentre il secondo schema ridurrebbe le entrate fiscali di 80 miliardi ogni anno.
Abolire la riforma Fornero, che nel 2011 ha innalzato l’età pensionabile, costerebbe altri €15 miliardi, mentre ulteriori 12,5 miliardi sarebbero necessari per scongiurare lo scatto della clausole di salvaguardia che incrementerebbe automaticamente l’IVA l’anno prossimo. Detto questo il taglio fiscale allo studio darebbe una bella spinta ai consumi italiani, mentre il reddito di base aiuterebbe a ridurre le disuguaglianze e a riqualificare i cittadini per favorirne il reintegro nel mercato del lavoro.
Quanto alla proposta di una moneta parallela per aggirare le regole europee, sulla falsa riga di quella proposta dall’ex ministro greco dell’Economia Yanis Varoufakis. L’idea di Varoufakis era quella di acquistare monete da poter utilizzare per pagare imposte due anni dopo l’emissione, procurando in questo modo risorse finanziarie (in euro) immediate allo stato emittente. L’idea di moneta parallela si ispira anche a quanto succede in Montenegro. Il paese dei Balcani, che sta per entrare a far parte della Nato ma che non è membro dell’Unione Europea e nemmeno monetaria, adotta anche l’euro in parallelo alla moneta locale.
I due partiti dovranno presentare il programma concordato e il nome del primo ministro al Quirinale dove vedranno in giornata il Presidente della Repubblica. Sergio Mattarella riprende infatti oggi le consultazioni: alle 16,30 ha appuntamento con la delegazione dei 5 Stelle, composta da Di Maio e dai capigruppo di Senato e Camera, Danilo Toninelli e Giulia Grillo, mentre un’ora e mezzo dopo sarà il turno della delegazione della Lega, composta da Salvini e dai capigruppo di Senato e Camera, Gian Marco Centinaio e Giancarlo Giorgetti.

Stimolo fiscale a breve, ma danni sul bilancio a lungo

Sui mercati, mentre l’andamento dell’euro oggi è positivo ma volatile sul Forex, viaggiando tra 1,1939 e 1,1990 dollari stamattina, le Borse stanno quasi ignorando i nuovi sviluppi. Tuttavia, non vedono positivamente la formazione del governo euro scettico gli analisti di Aberdeen Standard Investments secondo cui nel complesso è probabile che il programma politico dia luogo a un potenziale stimolo fiscale a breve termine, a scapito però dei bilanci pubblici in un contesto di debito pubblico già elevato.
“Il rischio che ciò comporta non è solo quello di accumulare problemi da affrontare in un secondo momento, non affrontandoli in maniera adeguata, ma anche di aggravarli (…)  l’analisi fatta finora suggerisce che questa coalizione riflette l’opportunismo politico piuttosto che una coalizione di partiti affini (…) non crediamo che questa coalizione durerebbe un intero mandato di governo, ma sarebbe dirompente per gli investitori, mentre riescono a rimanere al potere a causa di un programma fiscale inutile e di relazioni combattive con i partner europei”.
Anche gli analisti di Barclays esprimono forte preoccupazione per il nuovo governo Lega-M5S che sta per nascere in Italia.
“Un esito del genere sarebbe molto probabilmente negativo per i mercati e rappresenterebbe una sfida diretta al Fiscal Compact dell’Europa (…) I due partiti hanno incentrato la loro campagna elettorale su un numero di promesse fiscali costose, che includono l’azzeramento della riforma Fornero, il reddito di cittadinanza e la flat tax. Insieme, tali misure, secondo le nostre stime preliminari, costerebbero circa 100 miliardi di euro“.
Jean Pisani-Ferry, senior fellow del think tank Bruegel, ritiene che il nuovo governo in Italia debba intraprendere urgentemente delle misure volte a migliorare l’economia e alimentare la produttività. La posizione finanziaria italiana è precaria, secondo Pisani-Ferry che cita il rapporto tra debito pubblico e PIL del 132%. Significa che l’Italia deve ai creditori una somma maggiore del suo intero PIL annuale. Questo è il risultato di una crescita debole piuttosto che di un indebitamento senza freni.
I problemi finanziari italiani derivano da un debito eccessivo ereditato negli Anni 80 e dal fatto che per vent’anni la crescita economica è stata pressoché nulla, spiega l’economista. Nel 2017 il PIl reale, adeguato all’inflazione, si trovava sugli stessi livelli del 2003, mentre il PIL pro capite è fermo a quelli del 1999. Con un comun denominatore tanto stagnante, diventa difficile ridurre il rapporto tra debito pubblico e PIL.
L’Italia è sotto i riflettori perché sta sconvolgendo la politica europea in modi inaspettati. Il risultato elettorale a sorpresa che ha messo da parte i partiti di destra e di sinistra più tradizionalisti rischia ora di far saltare in aria l’UE così come la conosciamo. L’élite dellUnione europea ha capito una cosa dalla Brexit, ossia che l’Unione europea deve cambiare. E ora, due anni dopo, l’Italia potrebbe darle il colpo di grazia, oppure potrebbe dare il là per una nuova era.
Una cosa è certa: il percorso verso una maggiore integrazione europea sponsorizzato da Angela Merkel ed Emmanuel Macron, leader di Germania e Francia, rispettivamente la prima e seconda forza politico economica dell’area euro, subirà un rallentamento.

Governo M5s-Lega, è populismo all’italiana. Come reagisce l’economia mondiale

Fonte: Il Fatto Quotidiano  Economia Occulta | 13 maggio 2018

Se l’alleanza tra Luigi Di Maio e Matteo Salvini si fosse verificata nel 2013 avrebbe causato un terremoto in tutta Europa: è quello che si mormora nelle più grosse piazze affari. Oggi, invece, tutto sembra tranquillo. Il motivo? Dal 2013 il contesto finanziario ed economico in cui l’Italia si muove all’interno dell’Europa unita è mutato e nessuno ha ben capito se le promesse e le riforme annunciate nella campagna elettorale dai due leader fanno parte del moderno lessico populista per ottenere più voti o se si riferiscono a proposte concrete che i due partiti vogliono realizzare.
Nell’incertezza, i mercati si sono autoconvinti che il nuovo governo non onorerà le promesse fatte. Iniziamo dalle mutate condizioni economiche. Dal 2013, approfittando della diminuzione dei tassi d’interesse, il governo italiano ha ristrutturato il debito, che è ancora a livelli decisamente troppo alti (130 per cento del Pil). Ma allungandone la maturità ha fatto si che eventuali futuri shock prodotti dalla sfiducia degli investitori stranieri nei confronti della performance italiana saranno meglio assorbiti meglio che nel 2013.
Circa il 15 per cento del debito italiano è nelle mani della Banca centrale europea, che non lo venderà se gli spread ritornano ai livelli del 2013, anzi con molta probabilità sarà disposta ad acquistarne altro. La percentuale di debito nelle mani degli investitori stranieri è dunque scesa rispetto al 2013, ciò rende un’eventuale crisi del debito più gestibile. I problemi strutturali, comunque, sussistono. L’economica italiana è il fanalino di coda dell’eurozona e nel 2018 si è già registrato un rallentamento. Ironicamente, è stata la mancata ripresa a far sì che dal 2013 una grossa fetta dell’elettorato si spostasse verso i due partiti populisti, che hanno prospettato cambiamenti radicali a livello politico ed economico.
Le famose promesse populistiche, se davvero venissero messe in essere avrebbero un impatto ben peggiore della sfiducia nei confronti debito italiano sulla stabilità dell’Eurozona. Vale la pena menzionarle. Sebbene sia Salvini che Di Maio continuano a lanciare messaggi vaghi e contradditori nei confronti dell’euro, nessuno dei due è a favore della moneta comune europea.
A Marzo, Salvini l’ha definita un errore e Beppe Grillo una settimana fa ha ribadito la necessità di un referendum sull’euro. Di Maio sostiene che questa opzione verrà presa solo in extremis, ma non si capisce bene cosa intende per extremis, un’altra crisi come quella del 2011? O le bacchettate di Bruxelles riguardo all’austerità fiscale? Oppure un impasse in parlamento tra i due partiti al governo?
In materia di politica fiscale, il Movimento 5 stelle e la Lega hanno promesso di sfidare le regole dell’Unione europea perché’ questa, secondo loro, ha danneggiato l’Italia. Per Salvini e Di Maio la politica vincente è quella dell’espansione fiscale, e cioè ulteriori spese e tagli fiscali. Senza queste politiche non ci sarà ripresa né tantomeno crescita. Una delle prime mosse che il nuovo governo dovrebbe fare è l’abolizione delle riforme pensionistiche del 2011, che hanno innalzato l’età pensionabile e così facendo hanno rassicurato gli investitori sulla disciplina fiscale italiana.
In linea con la promessa di politiche espansionistiche, il Movimento 5 stelle chiede l’introduzione del reddito di cittadinanza e la Lega una tassa sul reddito, la cosiddetta flat tax. Si tratta di proposte che farebbero gravitare il deficit se non vengono compensate da tagli di bilancio altrove. E qui ci imbattiamo in un altro problema, come conciliare le promesse dei due partiti con la politica fiscale ed austerità imposta da Bruxelles?
Altro punto spinoso le nazionalizzazioni delle banche in difficoltà che secondo Salvini e Di Maio è una strategia migliore della ricapitalizzazione secondo le regole di Bruxelles, a ciò va aggiunta l’opposizione dei due partiti agli accordi di libero scambio siglati dall’Unione. Al contrario, entrambi sono a favore di politiche protezioniste e di sostegno per gli agricoltori italiani.
Anche in tema di immigrazione e politica estera ci sono molti attriti, Salvini e Di Maio vorrebbero una revisione degli accordi stipulati con Bruxelles e non fanno mistero di guardare a Mosca con interesse. Entrambi sono a favore della rimozione delle sanzioni contro la Russia. Di temi dove scontrarsi con Bruxelles ce ne sono molti, forse troppi. Anche se il nuovo governo cercherà di smussare gli angoli, rimane il fatto che gli italiani hanno eletto questi due partiti su una piattaforma di cambiamento che coinvolge in prima persona i rapporti con l’Unione europea.  I prossimi mesi promettono di essere molto interessanti.


Economia Occulta | 13 maggio 2018

venerdì 11 maggio 2018

Argentina ricorre all’FMI e popolo scende in piazza

Fonte: W.S.I. 11 maggio 2018, di Alessandra Caparello

Una debacle finanziaria che riapre vecchie ferite per gli argentini quella degli ultimi giorni con la valuta nazionale, il peso, sotto la minaccia dell’iper inflazione e un presidente Mauricio Macri che per salvare l’economia e risparmiare il suo popolo da una nuova crisi finanziaria chiede aiuto al Fondo Monetario Internazionale.
Nonostante la banca centrale dell’Argentina abbia deciso per un maxi rialzo dei tassi tre volte dal 27 aprile, issandoli al 40%, il peso ha continuano a crollare e il presidente ha dovuto fare ricorso al Fondo monetario internazionale, cercando un accordo di stand-by per un prestito di almeno 30 miliardi di dollari (anche se altre fonti parlando addirittura di 50 miliardi). Che significa in stand by? Che non verrebbe incassato subito, ma utilizzato se la situazione dovesse peggiorare ancora.
La condizione per far sì che l’Argentina ottenga il prestito è che raggiunga una serie di obiettivi economici, sul fronte per esempio dell’inflazione e della politica monetaria. I tassi di interesse sono stati portati in pochi giorni al 40% proprio per impedire una svalutazione del peso (-20% nel 2018) e mettere un freno alla fiammata dei prezzi al consumo. Il costo della vita per le famiglie è cresciuto del 30% da gennaio.
“Sarà politicamente molto difficile”, ha dichiarato Jorge Mariscal, Chief Investment Officer di UBS Global Wealth Management per i mercati emergenti parlando alla Cnbc. “L’opposizione cercherà di venderlo come: ‘Ancora una volta stiamo vendendo il nostro personale per soddisfare le condizioni dell’FMI‘”.
L’ultima volta che l’Argentina ha concluso un accordo di standby con l’Fmi è quasi 20 anni fa quando il tasso di disoccupazione del paese era salito al 20 per cento, i salari si erano ridotti e la gente aveva ritirato grandi somme di pesos dai propri conti bancari per cambiarli in dollari USA.
Macri, eletto nel 2015, è stato acclamato come il primo presidente favorevole al mercato in anni ma martedì annunciando l’intervento del Fondo guidato da Christine Lagarde ha parlato di una mossa che contribuirebbe a “evitare una crisi come quelle che abbiamo affrontato prima”, aggiungendo che “ci permetterà di rafforzare il nostro programma di crescita e sviluppo”.
Ma agli argentini non è andata proprio giù e secondo un sondaggio tre su quattro sono contrari al prestito esterno volto a combattere la svalutazione del peso. Così ieri e oggi al grido “NO all’FMI” gli argentini scendono in piazza in segno di protesta contro la decisione di Macri.

mercoledì 9 maggio 2018

Non solo Chernobyl: Fukushima è ora ufficialmente il peggior disastro nucleare nella storia

Fonte: counterpunch.org

Di John Laforge 
Le radiazioni disperse nell’ambiente dalle tre fusioni del reattore di Fukushima-Daiichi hanno superato quelle della catastrofe di Chernobyl del 26 aprile 1986. Possiamo dunque smettere di definirlo il “secondo peggior” disastro nucleare della storia. Si stima che le emissioni atmosferiche totali di Fukushima siano comprese tra 5,6 e 8,1 volte quelle di Chernobyl, secondo il Rapporto sullo Stato dell’Industria Nucleare Mondiale del 2013. Il professor Komei Hosokawa, che ha scritto la sezione Fukushima del rapporto, ha dichiarato a Channel 4 News di Londra: “Quasi ogni giorno accadono cose nuove, e non c’è segno che si riuscirà a controllare la situazione nei prossimi mesi o anni”.
La Tokyo Electric Power Co. ha stimato che circa 900 peta-becquerel sono stati gettati fuori da Fukushima, mentre il Rapporto TORCH aggiornato al 2016 stima che Chernobyl abbia disperso 110 peta-becquerel (un becquerel è una disintegrazione atomica al secondo. [1] Il “peta-becquerel” è un quadrilione, o mille trilioni, di becquerel).
Il reattore numero 4 di Chernobyl ha subìto diverse esplosioni, si è rotto ed ha bruciato per 40 giorni, inviando nubi di materiali radioattivi nell’atmosfera e diffondendo ricadute su tutto l’emisfero settentrionale – addirittura depositando cesio-137 nel latte del Minnesota. [2]
La probabilità di disastri simili o peggiori venne stimata da James Asselstine della Nuclear Regulatory Commission (NRC), che nell’86 testimoniò così al Congresso: “Possiamo aspettarci di vedere un incidente di fusione di massa entro i prossimi 20 anni, e potrebbe finire in… rilasci esterni di radiazioni… grandi quanto o più di quelle di… Chernobyl”. L’incidente di Fukushima-Daiichi [3] è avvenuto 25 anni dopo.
La contaminazione di suolo, vegetazione ed acqua è così diffusa in Giappone che l’evacuazione di tutte le popolazioni a rischio potrebbe far crollare l’economia, proprio come fece Chernobyl nell’ex Unione Sovietica. Per questo motivo, lo standard del governo giapponese per la decontaminazione del suolo è molto meno rigoroso rispetto a quello usato in Ucraina.
Il rilascio di cesio-137 di Fukushima supera quello di Chernobyl
L’Istituto di Ricerca sull’Energia Atomica della Corea (KAER) ha riferito nel luglio 2014 che i tre crolli del reattore di Fukushima-Daiichi potrebbero aver rilasciato da due a quattro volte il cesio-137 emesso nella catastrofe del reattore di Chernobyl.[4] 
Per determinare la sua stima, la frazione di rilascio di cesio-137 (4% nell’atmosfera, 16% nell’oceano) è stata moltiplicata per le scorte presenti nel combustibile di uranio all’interno dei tre reattori fusi (da 760 a 820 quadrilioni di becquerel, simbolo Bq), con questi risultati:
Rilascio oceanico di cesio-137 di Fukushima (il peggiore mai registrato): da 121,6 a 131,2 quadrilioni di becquerel (16% x da 760 a 820 quadrilioni di Bq). Rilascio atmosferico di cesio-137 di Fukushima: 30,4 a 32,8 quadrilioni di becquerel (4% x da 760 a 820 quadrilioni di Bq).
Rilascio totale di cesio-137 nell’ambiente di Fukushima: da 152 a 164 quadrilioni di Bq. Rilascio totale di cesio-137 nell’ambiente di Chernobyl: da 70 a 110 quadrilioni di Bq.
Le scorte stimate dei reattori di Fukushima-Daiichi di 760-820 quadrilioni di Bq (petabecquerel) di cesio-137 utilizzato dall’Istituto KAER è peraltro significativamente inferiore alla stima del Dipartimento dell’Energia degli Stati Uniti, di 1.300 quadrilioni di Bq.
A Chernobyl, 30 anni dopo le sue esplosioni ed incendi, è stato finalmente completato nel novembre 2016 quello che il Wall St Journal lo scorso anno ha definito “il piano di implementazione di un rifugio da 2,45 miliardi di dollari”. Un’enorme copertura metallica è stata messa sopra il relitto del reattore e sopra la sua tomba di cemento sgretolata e frettolosamente eretta. La nuova gigantesca copertura è alta più di 100 metri, e gli ingegneri dicono che dovrebbe durare 100 anni – ben al di sotto della durata del rischio di radiazioni sottostanti, di 250.000 anni.
Anche la prima copertura avrebbe dovuto funzionare per un secolo, ma nel ’96 era già piena di crepe e rischiava di crollare. I progettisti hanno dovuto dunque ideare una copertura per la copertura e, dopo 20 anni di lavoro, i rifiuti radioattivi ora hanno un nuovo “cappello di latta”. Con condizioni meteorologiche estreme, trombe d’aria, terremoti, corrosione ed infragilimento dovuto a radiazioni forse però la si dovrà sostituire 2.500 volte circa.
Traduzione per www.comedonchisciotte.org a cura di HMG
| TITOLO ORIGINALE: "Move Over Chernobyl, Fukushima is Now Officially the Worst Nuclear Power Disaster in History" |

martedì 8 maggio 2018

Consumatori beffati: prodotti ridotti, ma prezzi invariati

Fonte: W.S.I. 8 maggio 2018, di Alessandra Caparello

Lattine della Pepsi con il 10 per cento di liquido in meno, così anche le patatine Doritos, i confetti M&M di Mars e i cereali Choco Pops della Kellogg’s sono alcuni dei prodotti che da un po’ di tempo gli inglesi vedono negli scaffali dei supermercati in confezioni più piccole ma con prezzo intatto.
Il tutto parte dalla Brexit che ha creato la cosiddetta shrinkflation, da contrazione e inflazione, portando ad un crollo dei consumi e per farli risalire si è deciso dapprima di aumentare i prezzi – manovra tragicamente fallita – e poi di attuare una nuova contromossa spiazzante: ridurre le quantità di poco e lasciare i prezzi invariati.  Un successone che sta prendendo piede anche in Italia.
Il tutto perfettamente legale e a discapito degli ignari consumatori che beffati, avranno meno quantitativi di prodotti e prezzi identici. Un fenomeno conosciuto anche dall’Istat  che influenza la correttezza del calcolo dell’inflazione come spiega a La Stampa. Federico Polidoro, responsabile delle statistiche sui prezzi al consumo dell’Istituto nazionale di statistica.
Il fenomeno sembra poter avere un impatto trascurabile sulla stima dell’inflazione generale ma rilevante per alcune classi di prodotti. E comunque l’Istat lo intercetta ed evita che influenzi la misura dell’inflazione (…) La pratica di ridurre il confezionamento dei prodotti venduti al dettaglio senza una proporzionale riduzione del prezzo da parte delle imprese produttrici o distributrici può produrre effetti di sottostima dell’inflazione.

lunedì 7 maggio 2018

Polizze vita, Cassazione: senza garanzie, sono investimenti

Fonte: W.S.I. 7 maggio 2018, di Alberto Battaglia

Diventa più netto e inequivocabile il confine che separa le polizze vita dai contratti di investimento ordinari, una distinzione che si riflette in importanti conseguenze sul piano fiscale. La Corte di Cassazione si è espressa, tramite la sentenza 10333/2018, fissando il paletto della garanzia di restituzione del capitale “investito”. Nella assicurazione sulla vita, una protezione economica a fronte del rischio di morte dell’assicurato, non può darsi il caso in cui la conservazione del capitale non sia certa.
Il principio di fondo che anima tale distinzione è che il rischio della performance dell’investimento, in un contratto di assicurazione, non deve essere assunto dal soggetto assicurato, bensì dalla società presso la quale questi si rivolge. Nel caso in cui la garanzia della restituzione del capitale non fosse presente nel contratto, questo deve essere considerato, pertanto, un contratto d’investimento.
La posizione dei giudici non è nuova, però aggiunge alcune precisazioni sui contratti sottoscritti attraverso società fiduciarie. In questo caso l’investitore viene individuato, ha precisato la Suprema Corte, nell’assicurato e non nella società fiduciaria. Fatta salva la possibilità di sottoscrivere polizze vita mediante l’interposizione delle società fiduciarie, deve restare chiaramente riferibile il cliente-fiduciante.
Quest’ultimo deve obbligatoriamente ricevere informazioni, tramite la fiduciaria, sui rischi dell’investimento e le implicazioni che esso comporta. L’inadeguata informativa al cliente comporta la risoluzione del contratto, relativo risarcimento dei danni e la restituzione del capitale versato.
In Borsa l’indice settoriale del comparto assicurativo cala anche se sembra che la sentenza non si riferisca alle polizze italiane, quanto piuttosto ad alcune polizze di private insurance di diritto esteronon quindi a quelle unit o multiramo vendute dalle compagnie italiane. A Piazza Affari il comparto si muove in controtendenza (-0,44%) rispetto all’andamento generale del Ftse MIB (+0,58% a 24.476 punti intorno alle 16.15). Rimane inoltre da vedere come verrà applicata la sentenza.

domenica 6 maggio 2018

Il capitalismo muore senza Marx

Fonte: Il Fatto Quotidiano Cultura | 5 maggio 2018
Starà anche tornando di moda, ma per il momento il già bisecolare Herr Dr. Karl Marx non se lo ricordava più nessuno. Fino a pochi anni fa, anche il più disinteressato tra gli studenti universitari avrebbe saputo darvi uno straccio di definizione del plusvalore, tutti sapevano cosa fosse il materialismo storico. Oggi non è più così. Tra gli studenti di economia (e temo anche tra i docenti) pochissimi si sono piegati sui ponderosi tomi del Capitale per conoscere la ricchezza e la varietà delle sue teorie, alla faccia del bicentenario.
Abbiamo dovuto attendere le spaventose crisi economiche e finanziarie degli ultimi anni, dopo che il (finto) capitalismo ha mostrato la sua faccia più disgustosa e caricaturale – quella che appunto piaceva a Marx – per veder crescere la popolarità delle teorie marxiane (Thomas Piketty). Ma purtroppo non bastano le storture del turbocapitalismo alla Gordon Gekko per incentivare gli studi seri, per recuperare teorie che hanno sentito fortemente il peso degli anni e la cui maggiore validità – più che nelle conclusioni (che lo stesso Marx faticò a tirare) – consiste nel metodo e nei principi ispiratori, che già hanno aiutato il capitalismo a risolvere problemi non molto differenti dai nostri. Peccato che, come diceva Joseph Schumpeter (che era un grande conoscitore del marxismo, oltre che un amante del capitalismo imprenditoriale): “il capitalismo non morirà per mano dei suoi nemici” e il marxismo è certamente tra questi “ma scomparirà grazie ai Mellon, ai Carnegie, ai Rockfeller“, cioè per mano degli stessi capitalisti.
A parte la necessaria distinzione tra marxismo e comunismo, non c’è dubbio che il lascito più grande delle idee di Karl Marx fu quello di uno spirito radicalmente critico, oserei dire rivoluzionario, all’interno della cultura occidentale. La critica radicale di Marx al capitalismo, oggi come ieri, ci dice che l’accettazione supina e conformista del pensiero egemone è lo strumento più sicuro per fermare lo sviluppo, per impedire il progresso. Marx (come su un altro versante lo stesso Schumpeter dopo di lui) aveva compreso che senza rivoluzioni la società muore. Là dove ci si rifiuta di misurarsi seriamente con modelli e prospettive radicalmente differenti lì, oltre alla noia mortale, si annidano i rischi maggiori per tutta l’umanità di retrocedere da conquiste per le quali ci siamo battuti e che nessuno oggi vorrebbe perdere. Questo vale nel campo delle strutture sociali come in quello dei modelli di sviluppo economico e altrettanto in ambito imprenditoriale. In questo senso l’eredità marxiana è come una specie di veleno del pensiero; assumerlo integralmente non è possibile, troppa fantasia, troppa escatologia. Ma non possiamo farne a meno – come per certe medicine salvavita, prese in dosi adeguate – per salvare le sorti di un’umanità sotto le spinte conservatrici di quanti hanno già raggiunto la ricchezza, il benessere e il potere sociale.
Le teorie marxiane – se restano riflessione teorica, punto di riferimento intellettuale e non ambiscono a diventare integralmente programma politico – dovrebbero essere ben presenti a politici e intellettuali. Friedrich von Hayek – il maggiore economista liberale del XX secolo -, mentre spregiava fin nelle radici il comunismo come soluzione sociale, aveva un grande rispetto per Marx come intellettuale e in molti punti possiamo perfino ritenere che gli sia debitore di aspetti non secondari delle sue teorie, come ad esempio nell’utilizzo di una metodologia storica applicata all’economia, nell’attenzione alla realtà reale dell’economia e non alle sue apparenze formali, etc.
Il pensiero liberale (lo ha dimenticato?) quindi deve molto al marxismo, anzi come molti hanno sostenuto è probabilmente l’altra faccia, non contrapposta di quest’ultimo. In ogni caso, oggi a 200 anni dalla nascita del fondatore del marxismo, dobbiamo continuare a sentirci debitori nei confronti di questo intellettuale tedesco, che così grandemente ha influenzato la storia occidentale. La tradizione liberale e democratica farebbe bene a non dimenticare che – da molteplici prospettive – il socialismo marxista è sempre stato un alleato dialettico della “società aperta”. Già abbiamo visto all’inizio del secolo, l’antitesi al mondo liberale e democratico non è il mondo che si ispira al marxismo. È infatti la società fondata su postulati etici e morali l’opposto della società liberale. La società liberale se non affronta e risolve molti dei problemi posti da Marx 200 anni fa rischia di farci rimpiangere il passato, con tutto ciò che ne consegue.

giovedì 3 maggio 2018

Sono stati pubblicati i dati sulla spesa militare mondiale nel 2017

Fonte: Il Post internazionale 02 Mag. 2018
Secondo i nuovi dati diffusi il 2 maggio 2018 dal SIPRI, l’Istituto di ricerca internazionale di pace di Stoccolma, il totale della spesa militare mondiale è salito, nel 2017, a 1739 miliardi di dollari, con un aumento dell’1,1 per cento rispetto al 2016.
Il SIPRI monitora gli sviluppi delle spese militari in tutto il mondo.
Le spese militari indicate dall’Istituto si riferiscono a tutte le spese governative per le attuali forze e attività militari, inclusi salari e sussidi, spese operative, acquisti di armi e attrezzature, costruzione militare, ricerca e sviluppo, amministrazione centrale, comando e supporto.
In Cina, le spese militari nel 2017 continuano ad aumentare, seguendo la tendenza al rialzo che dura da ormai due decenni.
Le spese militari della Russia, invece, sono diminuite per la prima volta dal 1998, mentre negli Stati Uniti sono rimaste costanti per il secondo anno consecutivo.
“Il protrarsi delle spese militari mondiali è motivo di seria preoccupazione”, ha affermato il politico svedese Jan Eliasson, presidente del consiglio di amministrazione del SIPRI.
“Questo mina la ricerca di soluzioni pacifiche ai conflitti in tutto il mondo”.
Dopo 13 anni consecutivi di aumenti dal 1999 al 2011 e un frangente in cui le spese sono rimaste relativamente invariate dal 2012 al 2016, la spesa militare globale totale è aumentata nuovamente nel 2017.
il resto (grafici inclusi) lo trovate al link del Post suindicato e vi consiglio caldamente di leggerlo per intero...

mercoledì 2 maggio 2018

Indice Big Mac mostra che l’America è in depressione da anni

Fonte: W.S.I. 2 maggio 2018, di Mariangela Tessa
Nel primo trimestre del 2018, il PIl degli Stati Uniti è cresciuto del 4,6% a tassi di cambi correnti durante il primo trimestre. Un dato dunque che – come fa notare come fa notare Peter Diekmeyer in un articolo pubblicato sul sito Sprott Money — se letto superficialmente conferma che tutto sta andando a gonfie vele.
“Le aziende hanno aumentato le vendite. I lavoratori hanno ottenuto aumenti salariali. Trump deve dunque aver ragione, l’America sta tornando grande di nuovo” si legge nell’articolo
Ma è realimente cosï? No, se si misura la produzione economica degli Stati Uniti in base al numero di Big Mac che si possono acquistare:
“Misurato in questo modo,  quello che è emerge è che l’America è in una grande depressione da dieci anni”.
Facciamo un passo indietro. L’indicatore messo a punto dall’Economist utilizza il famoso hamburger come strumento per determinare il potere d’acquisto.
“L’idea è verificare se i tassi di cambio correnti misurano adeguatamente ciò che le persone possono acquistare con quei soldi. Un Big Mac, che ha gli stessi ingredienti in tutto il mondo e la cui ricetta è cambiata poco negli ultimi trent’anni, fornisce in tal senso uno strumento eccellente.  L’hamburger contiene anche importanti input legati all’affitto, al lavoro e alle tasse” continua l’articolo.
Alla luce di questi indicatori, emerge che gli Stati Uniti sono in una grande depressione in questo momento.
In termini ufficiali, il PIL degli Stati Uniti è stato pari a $ 19,4 trilioni nel 2017. Si tratta di un aumento del 33% rispetto ai $ 14,5 trilioni registrati nel 2007. Tuttavia, mentre con quei con 14,5 trilioni di dollari si potevano acquistare 4,25 trilioni di Big Mac (allora costavano 3,41 dollari ciascuno), nel 2017, a il numero è sceso fino 3,83 trilioni (prezzo è salito a $ 5,06). Ciò suggerisce che il PIL degli Stati Uniti, misurato in termini di Big Mac, è diminuito del 10% tra il 2007 e il 2017.

martedì 1 maggio 2018

Petrolio: per noto hedge fund prezzi a $300 in pochi anni

Fonte: W. S. I. 30 aprile 2018, di Mariangela Tessa
Pierre Andurand, uno dei più importanti gestori di hedge fund del settore petrolifero, ne è convinto: l’attuale riluttanza delle società energetiche a investire in nuovi progetti per la produzione della materia prima, porterà il prezzo del petrolio verso i “$300 al barile” nel giro di pochi anni.
Andurand, noto per le sue posizioni bullish, ha scritto in una serie di tweet che la preoccupazione circa l’impatto dei veicoli elettrici sulla domanda futura di petrolio  sta limitando gli investimenti nei progetti di lungo termine.
“Paradossalmente questi timori sulla domanda potrebbero causare il più grande shock di offerta nella storia“, ha ribadito aggiungendo che“300 dollari in pochi anni non è un target impossibile”.
Il gestore dell’industria degli hedge fund, a capo di Andurand Capital Management, è anche contrario all’opinione comune secondo cui i prezzi del petrolio a tre cifre riducono la crescita dell’economia.
“Cento dollari al barile non ucciderà l’economia“, ha scritto, aggiungendo che “abbiamo bisogno di prezzi sopra questa soglia per incoraggiare investimenti sufficienti al di fuori degli Stati Uniti”.
I commenti di Andurand si aggiungono a quelli del ministro del petrolio saudita Khalid Al-Falih, che all’inizio di questo mese suggeriva che i prezzi potessero salire ulteriormente dal loro attuale livello vicino ai 75 dollari al barile senza fare danni economici.
“Abbiamo visto prezzi significativamente più alti nel passato, il doppio rispetto a dove siamo oggi. L‘economia globale ha la capacità di assorbire un greggio più costoso“, ha detto Al-Falih.
Lo scorso 24 aprile, il prezzo per barile di petrolio Brent ha superato i 75 dollari per la prima volta dal 26 novembre 2014. Un livello da cui ha ripiegato: oggi le quotazioni si aggirano intono ai 73,77 dollari contro i 67,44 del Wti. Si tratta di livelli ben lontani da quelli di dieci anni fa: nel 2008 il greggio Brent è salito fino a quasi $150 al barile prima di schiantarsi.

lunedì 30 aprile 2018

Elezioni: la lezione friulana..

Passato il turno elettorale tiriamo le somme.
Il PD tiene (in parte voti di ritorno dalla libera uscita); continua l'opera di distruzione dal di dentro del partito ma, nonostante tutto, tiene e tutto sommato da segni di vitalità.. del tutto insperata.
M5S. Beh l'opera di avvicinamento al PD ha dato i suoi frutti: gli elettori hanno talmente apprezzato la 'nuova linea politica del Capo' che in segno di giubilo gli hanno appena dimezzato i voti (almeno la lettura che ne da il candidato alla presidenza della Regione del Movimento è questa).... messaggio chiaro, mi pare. In attesa di Di Battista, novello cincinnato, che, temo, veda concentrare sul proprio groppone troppe aspettative (e con Fico che nicchia acconciandosi alla bisogna) e se ne tiene fuori.... lontano; dicevo ora il segnale dell'elettorato mi pare chiaro: nessun accordo con chi ci ha ridotti così e disprezzati, derisi ecc. fino alla sera prima.. è vero: la legge elettorale è quel che è, essendo stata pensata proprio per fregare il M5S, e vi hanno contribuito tutti, Lega compresa... tale legge non aiuta anzi rischia di far ridurre il movimento alla stessa stregua del pugile suonato. Ma tant'è e ci si deve arrangiare con quel che si ha. Si pensava che la tattica dei due forni avesse un fine: ossia di dimostrare il grado di inattendibilità dell'attuale sistema di partiti ma la verità, lentamente, sta venendo a galla; l'assoluta mancanza di una strategia politica e e una visione di medio periodo.. e non è cosa da poco visto che si candidano al governo del paese. Qui ci voleva altro: una cosa semplice semplice bastava ossia una volta dimostrato che non puoi accordarti con la Lega e i suoi alleati e anche con il pd torni dal Capo di Stato e gli dici che è impossibile e che si torni alle urne: evitavi di farti lavorare ai fianchi e spendevi bene il mandato ricevuto, facile, no? E invece.. invece si è giocato a imitare il Divo (...) senz'averne né la statura nè tutto il resto e i risultati si vedono: meno che c'è l'ex segretario del PD che, per motivi tutti suoi e che sono ben noti, tiene duro, altrimenti ci ritrovavamo con un abbraccio mortale e non solo per il movimento ma per il paese o meglio per quella parte di paese che vuol dare un taglio alla vecchia politica che tanto il Capo politico attuale del M5S mostrava di disdegnare ma che con cui voleva farci addirittura un governo..
Chi ha vinto? Bé mi pare chiaro: in primis la Lega!!! Senza se e senza ma, poi Fratelli d'Italia (quindi il fronte sovranista .. presunto tale) e F.I. che diciamo 'tiene' più o meno. Si il centrodestra vince ma non per propria proposta e bravura ma per insipienza altrui.... del PD in primis e del M5S in secundis. I primi troppo presi dai loro affari e i secondi preda di una sorta di governatio precox (..) un pò poco.
Personalmente se continua di questo passo alle, temo ormai prossime, elezioni se il M5S rimane su queste posizioni si troverà, felicemente, costretto o a non votare o.. a votare turandosi tutto (non solo il naso).. Lega

domenica 29 aprile 2018

Coree, quello che sta accadendo è una lezione per i politici nostrani

Fonte: Il Fatto Quotidiano Economia Occulta | 29 aprile 2018


E’ vero che il baricentro del mondo si sta spostando a oriente, non solo quello economico ma soprattutto quello politico. I politici nostrani farebbero bene a prestare attenzione a come si fa politica ad alto livello, forse imparerebbero qualcosa. L’ultima magistrale lezione di diplomazia internazionale arriva dalla tristemente celebre zona demilitarizzata, la cicatrice della guerra fredda che corre lungo il 38 esimo parallelo e che divide la penisola coreana in due.
Il dittatore Kim Jong-un, considerato pazzo e sanguinario fino a quattro mesi fa, ha partecipato a un summit storico nella Corea del sud, stato ancora ‘nemico’ e dove né suo padre né suo nonno hanno mai messo piede. Lo ha fatto con tutti gli onori riservati a un grande capo di Stato. Il presidente coreano Moon, che ha speso gli ultimi vent’anni per ottenere questo incontro, è il stato il suo interlocutore. Come Kim ha usato tutte le strategie politiche, inclusa la diplomazia delle olimpiadi, per avvicinarsi alla comune meta: l’accordo di pace tra le due nazioni.
La pace tra questi due Paesi che per tre mila anni sono state un’unica espressione geografica e linguistica, una singola cultura, una nazione sovrana con lo stesso popolo aprirà le porte alla collaborazione economica e commerciale. Il modello sarà quello del vecchio mercato comune: sfruttare le interdipendenze economiche e le risorse di entrambi per modernizzare il nord e produrre benessere in tutta la penisola. L’unione ha le potenzialità di dar vita a un’economia molto più forte di quella giapponese.
Nord e sud, dunque, hanno interessi comuni che perseguono congiuntamente. Gli ostacoli non sono pochi. In primis, anche se entrambi hanno firmato un armistizio di pace, i due Paesi sono ancora in guerra. La Repubblica popolare della Corea del nord è uno stato cuscinetto per la Cina, la Corea del sud è una importantissima base militare americana nel Pacifico. Insomma, per arrivare a stringersi la mano sul 38° parallelo e piantare l’albero della pace i due leader coreani hanno dovuto convincere Washington e Pechino a farglielo fare.
Se mettiamo a confronto questa lezione di diplomazia internazionale con i fiaschi post-elettorali europei – l’ultima nazione a dar prova di incapacità nella formazione del governo sulla base dei risultati elettorali è la nostra – e le animosità all’interno dell’Unione Europea, ad esempio Brexit, ci rendiamo conto perché l’asse del mondo si sta spostando a oriente. A completare il triste quadro della decadenza della politica in Europa ci sono i rapporti di sudditanza con Washington. Che dire di Macron che attraversa l’oceano per presentare a Trump la volontà ferrea europea di andare avanti con l’accordo con l’Iran per poi cambiare idea a venti quattro ore dall’atterraggio? Notevole la differenza con il presidente Moon (la cui moglie non veste Chanel come le first lady francese e americana), Moon è un politico di sostanza, che ha le idee ben chiare sul futuro della propria nazione, non è un populista.
Certo c’è sempre Angela Merkel che ha detto chiaramente a Trump – che continuava a bombardare il mondo con twitter trionfalistici sul summit coreano presentato come una sua creazione – di non fidarsi di Kim Jong-un. La Merkel sì, è una scaltra politica, ma si trova a dover giocare in una squadra di schiappe e non ha un interlocutore con cui lavorare seriamente. Descritto lo scenario ecco alcune previsioni: Trump e Kim si incontreranno, possibilmente a giugno. L’accordo di pace tra le due coree verrà avvallato dalla Casa Bianca, a quel punto si inizierà a lavorare con lena alla cerimonia per la firma del trattato, che avverrà prima di novembre 2018, e cioè delle elezioni di mid-term americane.
Trump si attribuirà tutta la gloria e sia Kim che Moon glielo lasceranno fare. Kim ribadirà l’impegno a congelare le testate nucleari e i dettagli della denuclearizzazione verranno rimandati a un altro summit, che avverrà nel 2019. Intanto Nord e Sud Corea inizieranno in sordina a cooperare economicamente, a dispetto delle sanzioni internazionali. Gli investitori del sud avranno quindi accesso prioritario al processo di modernizzazione del nord.
In Europa il battibecco sulla Brexit non scomparirà. Le tensioni tra il populismo di destra dell’est europeo e Bruxelles aumenteranno, rischiando di far implodere tutta la struttura, in Italia con molta probabilità si rivotera’ ma i risultati non saranno migliori. Insomma gli scenari non sono affatto positivi. Ultimo dettaglio il taglio di capelli alla Kim continuerà a essere sempre più di monda, quello alla Di Maio invece verrà considerato passé.

Economia Occulta | 29 aprile 2018

giovedì 26 aprile 2018

Usa: “Intelligenza artificiale porterà a guerra nucleare”

Fonte: W. S. I. 26 aprile 2018, di Alessandra Caparello

NEW YORK (WSI) – L’intelligenza artificiale potrebbe portare ad una guerra nucleare entro il 2040. A lanciare l’allarme non i soliti complottisti ma un gruppo di ricercatori di una think tank statunintense, la Rand Corporation.
“L’intelligenza artificiale in futuro potrebbe incoraggiare gli attori umani a prendere decisioni catastrofiche, erodendo la stabilità geopolitica e rimuovendo lo status di armi nucleari come mezzo di deterrenza”.
Se la pace è stata mantenuta per decenni grazie al deterrente che qualsiasi attacco nucleare potrebbe innescare la distruzione, il potenziale dispiegato che ha in sé l’intelligenza artificiale e l’apprendimento che conquisteranno le macchine per decidere sulle azioni militari potrebbe significare che la garanzia di stabilità si romperà.  Per i ricercatori, che hanno basato il loro lavoro su una serie di workshop con esperti, i miglioramenti della tecnologia sensoriale, ad esempio, potrebbero portare alla distruzione di forze di ritorsione come i missili sottomarini e quelli mobili.
L’IA potrebbe anche tentare le nazioni a lanciare un attacco preventivo contro un’altra nazione per ottenere potere contrattuale, hanno detto i ricercatori.
“Alcuni esperti temono che una maggiore dipendenza dall’intelligenza artificiale possa portare a nuovi tipi di errori catastrofici”,  così  Andrew Lohn, co-autore del documento  e ingegnere associato di Rand Corporation.
“Ci può essere pressione per usare l’intelligenza artificiale prima che sia tecnologicamente matura, o può essere suscettibile di sovversione conflittuale. Pertanto, mantenere la stabilità strategica nei prossimi decenni può rivelarsi estremamente difficile e tutte le potenze nucleari devono partecipare a crescere  istituzioni che contribuiscano a limitare il rischio nucleare”.

martedì 24 aprile 2018

I BRICS e l’uso delle monete nazionali

Fonte: W. S. I. 24 aprile 2018, di Mario Lettieri e Paolo Raimondi

Da anni i paesi del BRICS stanno sperimentando l’utilizzo delle loro monete nazionali nei commerci e negli accordi interni all’alleanza e anche con altri paesi emergenti. L’accordo più clamoroso è quello siglato in renminbi e in rubli per la grandissima fornitura di gas russo alla Cina per l’equivalente di circa 400 miliardi di dollari.
Il sistema monetario internazionale basato sul dollaro è sempre più criticato. Spesso le economie emergenti hanno sofferto per le ricadute destabilizzanti delle politiche monetarie americane che hanno provocato bolle finanziarie e speculative.
Recentemente un gruppo di economisti dei BRICS ha presentato un dettagliato studio “Use of national currencies in International settlements. Experience of the BRICS countries” pubblicato dall’Istituto Russo di Studi Strategici (RISS).
Fino al 2016 il volume del commercio estero della Cina era fatto per il 22% in renminbi, quello della Russia in rubli era del 20%. Le altre monete BRICS sono ancora molto lontane da questi valori. Per quanto riguarda il totale dei movimenti interbancari internazionali, la moneta cinese rappresenta solo l’1,68%, il rand del Sudafrica lo 0,38% e il rublo russo lo 0,25%.
Si potrebbe dire che sono cifre poco significative, ma si tenga presente che 10 anni fa nessuno nel mondo occidentale immaginava situazioni simili. Ciò rafforza la richiesta di superare il dollaro quale moneta di riferimento, con un paniere di monete.
Intanto il Fondo Monetario internazionale ha dovuto rivedere le suo quote di controllo riconoscendo il peso maggiore della Cina. Da ottobre 2016 anche il renminbi fa parte del paniere di monete dei diritti speciali di prelieivo (dsp), la moneta di conto e di riserva del Fmi.
La Cina ha dovuto affrontare un processo di svalutazione della sua valuta e la sfida della contrapposizione tra l’apertura dei movimenti dei capitali e la stabilità finanziaria interna.
Anche la Russia ha rimosso quasi tutte le restrizioni sulle transazioni in rubli dei non residenti. Però ciò non ha ancora portato a un allargamento dell’uso internazionale del rublo. Forse perché il mercato finanziario russo è ancora poco sviluppato.
L’India, per il momento, si è limitata a sviluppare un mercato obbligazionario off shore denominato in rupie con lo scopo di ridurre il fabbisogno di dollari per pagare gli interessi sui suoi debiti esteri.
Interessante è il caso del Brasile che dal 2009 ha creato un sistema dei pagamenti regionale, il Sistema de Pagamentos em Moeda Local, usando le monete nazionali dei paesi coinvolti, quali l’Argentina e l’Uruguay.
Il Sudafrica, che ha un mercato finanziario più avanzato rispetto agli altri paesi BRICS, ha però un’economia troppo dipendente dalle sue materie prime, per cui tenta di diversificarla per rendere il rand protagonista del sistema monetario internazionale. Johannesburg nel 2018, con la sua presidenza del BRICS, intende promuovere lo sviluppo dell’intero continente africano e, quindi, dare maggior impulso alla sua moneta nazionale nei commerci con gli altri paesi dell’Africa.
Certo è che l’utilizzo delle monete nazionali nei regolamenti internazionali presume una transizione complicata. Di fatto i BRICS sono ai loro primi passi e sono consapevoli dei rischi insiti nell’internazionalizzazione delle loro monete.
Ma, nonostante le innegabili difficoltà di muoversi in un campo dominato da potenti forze economiche e politiche, essi puntano a creare gli strumenti di una reale politica multilaterale per dare alle monete locali un ruolo sempre maggiore anche nei mercati finanziari.
C’è da chiedersi: i Paesi europei e l’Unione europea dove si collocano in questo processo? Continueranno a essere succubi del dollaro o vorranno riconoscere che i loro interessi potranno essere meglio tutelati in un mondo multipolare?

lunedì 23 aprile 2018

Criptovalute, si infiamma guerra tra Coinbase e Wikileaks

Fonte: W. S. I. 23 aprile 2018, di Livia Liberatore

Wikileaks lancia via Twitter un boicottaggio globale di Coinbase. La piattaforma di scambio di criptovaluta statunitense ha deciso di sospendere l’account di WikiLeaksShop, il negozio di articoli online ufficiale di Wikileaks, che vende merchandise come magliette, felpe e cappellini per aiutare l’organizzazione a continuare le proprie operazioni.
Wikileaks, nota per essere stata al centro di una lunga serie di scandali internazionali ancor prima delle elezioni presidenziali del 2016, non ha preso bene la decisione e ha già minacciato il boicottaggio la scorsa settimana. L’annuncio della sospensione non è stato confermato da Coinbase ma ha agitato la community di Bitcoin. Secondo una nota che Wikileaks afferma di aver ricevuto da Coinbase, i regolamenti finanziari del governo degli Stati Uniti sarebbero una delle ragioni della sospensione.
“Il nostro interesse primario è quello di rendere la criptovaluta sicura per i nostri utenti. Coinbase è un’organizzazione Money Services Business regolata da FinCEN, e per raggiungere questo obiettivo siamo obbligati per legge ad implementare meccanismi di conformità regolativa. Dopo un’attenta revisione, crediamo che il vostro account abbia fatto un uso proibito violando i nostri Termini e Condizioni e ci dispiace informarvi che non vi daremo più accesso al nostro servizio”, si legge nella nota pubblicata su Twitter da Wikileaks.
Nel testo non si legge però alcuna indicazione su come Wikileaks abbia violato queste regole. La sospensione da parte di Coinbase non impedirà a Wikileaks di accettare pagamenti o donazioni tramite Bitcoin, ma l’organizzazione potrebbe dover dedicare più risorse alla gestione dei suoi account, e potrebbe trovare molto più difficile convertire Bitcoin in valute come il dollaro.

domenica 22 aprile 2018

Giornata Mondiale della Terra


fonte: earthday.org


L’Earth Day (Giornata della Terra) è la più grande manifestazione ambientale del pianeta, l’unico momento in cui tutti i cittadini del mondo si uniscono per celebrare la Terra e promuoverne la salvaguardia. La Giornata della Terra, momento fortemente voluto dal senatore statunitense Gaylord Nelson e promosso ancor prima dal presidente John Fitzgerald Kennedy, coinvolge ogni anno fino a un miliardo di persone in ben 192 paesi del mondo.
Le Nazioni Unite celebrano l’Earth Day ogni anno, un mese e due giorni dopo l'equinozio di primavera, il 22 aprile.
Nata il 22 aprile 1970 per sottolineare la necessità della conservazione delle risorse naturali della Terra. Come movimento universitario, nel tempo, la Giornata della Terra è divenuta un avvenimento educativo ed informativo. I gruppi ecologisti lo utilizzano come occasione per valutare le problematiche del pianeta: l'inquinamento di aria, acqua e suolo, la distruzione degli ecosistemi, le migliaia di piante e specie animali che scompaiono, e l'esaurimento delle risorse non rinnovabili. Si insiste in soluzioni che permettano di eliminare gli effetti negativi delle attività dell'uomo; queste soluzioni includono il riciclo dei materiali, la conservazione delle risorse naturali come il petrolio e i gas fossili, il divieto di utilizzare prodotti chimici dannosi, la cessazione della distruzione di habitat fondamentali come i boschi umidi e la protezione delle specie minacciate.
L'idea della creazione di una “Giornata per la Terra” fu discussa per la prima volta nel 1962. In quegli anni le proteste contro la guerra del Vietnam erano in aumento, ed al senatore Nelson venne l'idea di organizzare un “teach-in” sulle questioni ambientali. Nelson riuscì a coinvolgere anche noti esponenti del mondo politico come Robert Kennedy, che nel 1963 attraversò ben 11 Stati del Paese tenendo una serie di conferenze dedicate ai temi ambientali.
L'Earth Day prese definitivamente forma nel 1969 a seguito del disastro ambientale causato dalla fuoriuscita di petrolio dal pozzo della Union Oi al largo di Santa Barbara, in California, a seguito del quale il senatore Nelson decise fosse giunto il momento di portare le questioni ambientali all'attenzione dell'opinione pubblica e del mondo politico. “Tutte le persone, a prescindere dall'etnia, dal sesso, dal proprio reddito o provenienza geografica, hanno il diritto ad un ambiente sano, equilibrato e sostenibile”.
Il 22 aprile 1970, ispirandosi a questo principio, 20 milioni di cittadini americani si mobilitarono per una manifestazione a difesa della Terra. I gruppi che singolarmente avevano combattuto contro l'inquinamento da combustibili fossili, contro l'inquinamento delle fabbriche e delle centrali elettriche, i rifiuti tossici, i pesticidi, la progressiva desertificazione e l'estinzione della fauna selvatica, improvvisamente compresero di condividere valori comuni. Migliaia di college e università organizzarono proteste contro il degrado ambientale: da allora il 22 aprile prese il nome di Earth Day, la Giornata della Terra.
La copertura mediatica della prima Giornata Mondiale della Terra venne realizzata da Walter Cronkite della CBS News con un servizio intitolato "Giornata della Terra: una questione di sopravvivenza”. Fra i protagonisti della manifestazione anche alcuni grandi nomi dello spettacolo statunitense tra cui Pete Seeger, Paul Newman e Ali McGraw.
La Giornata della Terra diede una spinta determinante alle iniziative ambientali in tutto il mondo e contribuì a spianare la strada al Vertice delle Nazioni Unite del 1992 a Rio de Janeiro.
Nel corso degli anni l'organizzazione dell'Earth Day si dota di strumenti di comunicazione più potenti arrivando a celebrare il proprio ventesimo anno di fondazione con una storica scalata sul monte Everest in cui un team formato da alpinisti statunitensi, sovietici e cinesi, realizzò un collegamento mondiale via satellite. Al termine della spedizione tutta la squadra trasportò a valle oltre 2 tonnellate di rifiuti lasciati sul monte Everest da precedenti missioni.
Nel 2000, grazie alla diffusione di internet, lo spirito fondante dell'Earth Day ed in generale la celebrazione dell'evento vennero promosse a livello globale. L'evento che ne conseguì riuscì a coinvolgere oltre 5.000 gruppi ambientalisti al di fuori degli Stati Uniti, raggiungendo centinaia di milioni di persone, e molti noti personaggi dello spettacolo come l'attore Leonardo di Caprio.
Nel corso degli anni la partecipazione internazionale all'Earth Day è cresciuta superando oltre il miliardo di persone in tutto il mondo: è l'affermazione della “Green Generation”, che guarda ad un futuro libero dall'energia da combustibili fossili, in favore di fonti rinnovabili, alla responsabilizzazione individuale verso un consumo sostenibile, allo sviluppo di una green economy e a un sistema educativo ispirato alle tematiche ambientali.

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