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mercoledì 27 maggio 2020

Recovery fund, il piano proposto oggi dalla Commissione Ue

Fonte: W.S.I. 27 Maggio 2020, di Alberto Battaglia

La Commissione europea ha alzato il velo sulla proposta di Recovery Fund che diventerà la base negoziale intorno alla quale gli Stati Membri dovranno raggiungere un consenso unanime. Il piano complessivo è stato battezzato con il nome di Next Generation EU e consentirà alla Commissione europea “di utilizzare il suo solido rating creditizio per prendere in prestito dai mercati finanziari 750 miliardi”.
Questi fondi “saranno indirizzati attraverso i programmi Ue e ripagati in un arco di tempo lungo attraverso i futuri budget Ue – non prima del 2028 e non dopo il 2058”, si legge sulla nota ufficiale diramata dalla Commissione Ue.
L’esecutivo Ue ha proposto, inoltre, di emendare il piano finanziario 2014-2020 in modo da “rendere 11,5 miliardi di euro in funding già disponibili” per l’anno in corso.
“Il piano di risanamento trasforma l’immensa sfida che stiamo affrontando in un’opportunità, non solo sostenendo la ripresa ma anche investendo nel nostro futuro: il Green Deal europeo e la digitalizzazione promuoveranno l’occupazione e la crescita, la resilienza delle nostre società e la salute del nostro ambiente. Questo è il momento dell’Europa”, ha dichiarato la presidente della Commissione, Ursula von der Leyen nel corso del suo intervento al Parlamento europeo, “la nostra volontà di agire deve essere all’altezza delle sfide che tutti noi affrontiamo. Con Next Generation EU stiamo fornendo una risposta ambiziosa”.
Il Recovery Fund proposto dalla Commissione europea
Per quanto riguarda il “Recovery Fund” vero e proprio (nome ufficiale: Recovery and Resilience Facility) esso avrà una dotazione di 560 miliardi di euro. Si tratta di un leggero incremento rispetto ai 500 miliardi delineati dall’accordo franco-tedesco; come previsto, però, esso agirà solo in parte attraverso trasferimenti diretti agli Stati membri.
La componente “a fondo perduto” si limiterà a 310 miliardi, mentre ulteriori 250 miliardi saranno messi a disposizione degli stati sotto forma di prestiti.
“Il supporto sarà disponibile per tutti gli stati membri, ma concentrato sui Paesi più colpiti e nei quali i bisogni di resilienza sono maggiori”. Secondo fonti informate citate dall’Ansa all’Italia potrebbero andare circa 170 miliardi di euro. Nel dettaglio, 81,807 miliardi sarebbero versati come aiuti e 90,938 miliardi come prestiti.
“La crisi ha effetti di contagio in tutti i Paesi e nessuno può ripararsi da solo”, ha dichiarato Von del Leyen nel corso del suo intervento, “un’economia in difficoltà da una parte indebolisce una forte dall’altra. Divergenze e disparità aumentano e abbiamo solo due scelte: o andiamo da soli, lasciando Paesi e regioni indietro, o prendiamo la strada insieme. Per me la scelta è semplice, voglio che prendiamo una strada forte insieme”.
Il piano per il supporto degli stati membri si compone di alcuni altri aiuti di minore entità, fra i quali:
  • 55 miliardi per le politiche di coesione che “saranno allocate sulla base degli impatti socio-economici della crisi, inclusi i livelli di disoccupazione giovanile e la relativa prosperità degli stati membri”
  • 40 miliardi per la transizione verde, con l’obiettivo della neutralità climatica
  • 15 miliardi rivolti allo sviluppo dell’agricoltura per favorire i cambiamenti strutturali necessari a centrare gli obiettivi del Green Deal europeo.
Il piano, perché possa essere approvato dovrà incassare il voto favorevole del Parlamento europeo e del Consiglio.

mercoledì 8 aprile 2020

Meglio cambiar strada prima che sia troppo tardi

... ci risiamo: dobbiamo prenderne atto. Siamo un conto economico con cisti e ricavi e i ns 'fratelli' europei non vogliono sacrificare nemmeno un cent a meno di non svenarci più di quanto abbiamo già fatto solo per restarci. I dieci giorni sono passati e siamo sempre al punto: i paesi del nord si oppongono e non vogliono scucire soldi se non attraverso il MES; in pratica quelli che hanno retto, e reggono ancora, il peso maggiore della pandemia possono attaccarsi al tram se vogliono soldi europei potranno intraprendere la strada greca e basta, senza alternative. Eppure al di qua della diga che si è venuta a creare ci sono paesi importanti, la Francia in primis (con tutte le sue ambiguità di paese latino), fondatori e non dell'unone ma tant'è la borsa resta chiusa. Non sono incline al vittimismo e nemmeno al ricordare che appartengo a quella minoranza di cassandre che fin da subito metteva in guardia dal mostro che si stava creando: un mostro famelico senz'anima; un golem che divora se stesso, oltreche i suoi simili.
Sono talmente presi dal loro ombellico che dei, soli, due italiani che ancora contano qualcosa nella riunione plenaria che ha preceduto quella miseramente fallita, uno dei due, Presidente del Parlamento europeo (unico organo elettivo dell'unione e che conta comeil due picche), non è stato nemmeno invitato... tenuto all'oscuro del tutto, temo perchè italiano: ciò fa capire molte cose su chi abbiamo davanti e come dovremmo trattarli invece di ossequiarli.
Come dobbiamo smettere di essere sempre e comunque esterofili a prescindere visto che, nonostante tutti tagli e ritagli, la nostra sanità, per quanto disastrata dal cancro della politica, ha dato grandissima prova di se (pensate alla Lombardia nonostante i politici e le loro scelte in questi anni): altrove in questo vecchio mondo non possono dire la stessa cosa; sia perchè pensano a soluzioni 'spenceriane (la ipotetica immunità di gregge)' sia perchè sono più presi dai profitti che dal benessere dei propri cittadini.. salvo farsi prendere dal panico quando il coronavirus ti morde le chiappe (leggi Johnson) o i morti non possono esserepiù  nascosti e la gente comincia a preoccuparsi che gli ospedali non reggono più l'urto.
Non sto certo a fare la tiritera che ormai tutti conosciamo e risulterebbe ridondante e basta ma mi sento di consigliare a noi cittadini di risparmiare il risparmiabile per far fronte ad eventi futuri disastrosi e al governo di cominciare adisegnare scenari di italexit a breve: non possiamo sempre mendicare  e nemmeno aspettare i cavalieri bianchi che ci levano dalle peste.... dobbiamo, e dovete voi politici, riprendere in mano il destino del paese magari usando l'immaginazione o i sotterfugi, due cose  di cui abbondiamo, ma dobbiamo trovare un modo per aggirare gli ostacoli europei: anche usando la golden power e il sequestro di attrezzature di cui al nord europa pare abbiano disperato bisogno e che noi del sud europa produciamo; non molto carino lo so ma in emergenza tutto serve alla bisogna, anche queste cose. Eppure gli strumenti non mancano: dal far ricorso alle riserve auree allo stampare moneta nazionale agganciata all'euro al corso forzoso: sono misure estreme ma la condizione è estrema e richiede cose che normalmente non si farebbero mai.
Purtroppo scontiamo due cose: la scarsissima credibilità del nostro paese all'estero (ma questa è soprattutto colpa nostra per quelli che abbiamo votato negli ultimi 20 anni) e la poca fiducia nelle nostre risorse interne.. sia chiaro nel mondo reale questo paese ha dato grandi prove di se e quindi non è questo il problema ma la società ufficiale quella parte che entra nel novero della cosiddetta pubblica opinione che è da decenni ingessata su posizioni e privilegi, ormai anacronistici, se non indecenti, e fuori da ogni logica: per fare un esempio nessuno ha denunciato le pressioni della confindustria bergamasca per evitare che quella provincia entrasse nella zona rossa, scelta tragica visto l'esplosione del contagio.... ecco cosa dobbiamo evitarci per il futuro prossimo venturo: abbiamo grandi sfide come le avevano i nostri padri e nonni dopo la fine della seconda guerra mondiale che si sono rimboccati le maniche e ne hanno fatto la V° potenza mondiale nonostante i politici (sempre tenendo presente che quelli rispetto a quelli deli ultimi 20 anni erano giganti); ecco l'esempio da seguire, altro che l'europa!

venerdì 27 marzo 2020

Via da quest'Europa...

Ormai è ufficiale: l'europa del nord, quindi quella che possiamo chiamare europa vera e propria, non cambia e non vuole nemmeno cambiare la linea: nessun aiuto, nessun corona-bond, nessun mes riformato, niente di niente....... solo prestiti condizionati a tagli e ritagli. Perfino Draghi, non certo un sovranista  (vedrete che con il tempo, e grazie al coronavirus, questa parola riprenderà il suo originale significato.. paese, territorio, costituzione), ha sbottato abbandonando il suo aplomb europeista dicendo in una intervista che era necessario riprendere l'iniziativa e adottare scelte coraggiose e innovative, il tutto con lo stesso tono di quando intimò a kartofen e mercati speculativi di stare in riga altrimenti, come poi ha fatto, avrebbe preso il bazoka... quindi, aggiungo io se non aprono gli occhi la c.d. europa perderà moltissimo.. non ultimo il suo mercato di sbocco coloniale, il sud dell'unione.
Eppure non è bastato: ieri è andato in onda il film 'greco' non quello del coronavirus: volete prestiti e soldi? Tagli e ritagli, altrimenti vi attaccate... perfino questi ns politici sembrano aver avuto un sussulto di orgoglio e hanno messo il veto ben sapendo che il decidere di 'rivedersi fra 10 giorni per valutare nel frattempo' non avrebbe cambiato di un cm la posizione dei paesi guidati dai teutonici: volete soldi tagliate e ritagliate.
Cosa si può fare? A mio parere restare e sprecare energie con i fantasmi dei passati natali veri e propri mercanti di povertà, morte ecc. anche per i loro cittadini non serve: altre sono ora, e secondo me non da ora, la nostre priorità; andarsene ma non come han fatto gli inglesi, che ora ne pagano le conseguenze, ma semplicemente vanficando di fatto i trattati, ignorandoli e non sprecando nemmeno più un cent (noi siamo i secondi contributori) nè con la UE nè con il mes, ricicliamo questi soldi altrove che allevieranno le soffrenze di ampie parti di questo paese e contribuiranno a dare una spinta alla ripresa...... lo sta facendo la germania possiamo farlo anche noi usando il loro stesso sistema: usando la CdP come cassa di crediti agevolati al mondo del lavoro, da un lato, mentre, aggiungo io, si può la stampa diretta di moneta 'nazionale' da parte dello Stato aggangiata all'oro, o forse meglio ancora al platino, cosa che ci farebeb beneficiare di quel che fatto dai privati si chiama 'signoraggio' ma che fatto dallo Stato, ente pubblico, signfica mld di euro, che solo per il fatto di essere stampati da un ente pubblico, entrano gratuitamente nella casse  pubbliche senza appesantire il debito ecc... si può fare? Certo che si può ed è già stato fatto anni fa e rese la lira moneta forte e pari al marco e se non fosse stato per i ladri che ci hanno governato in quegli anni oggi noi saremmo primi fra i primi!!!!! ma si sa che il passato non si cambia, vero? Però il futuro sì, eccome: iniziamo questo percorso e se saremo virtuosi davvero quando finirà l'incubo coronavirus finirà pure l'altro incubo.. quest'europa.
p.s.
per i soloni che passano questa idea non è nuova e le pubblicazioni in rete esistono e ci spiegano esattamente questo che ho detto e scrito qui.... basta avere l'umiltà di leggere.

martedì 26 novembre 2019

Fondo salva-Stati, cosa c’è e cosa no nella riforma

Fonte: Il Fatto Quotidiano Economia & Lobby - 26 Novembre 2019 Lavoce.info
Al momento della firma della riforma del Meccanismo europeo di stabilità, che sembra piombata dall’alto (ma così non è), l’arena politica si è infiammata. Utile quindi uscire dal fuoco incrociato per capire cosa prevede effettivamente e se gli allarmi sono fondati.
di Angelo Baglioni e Massimo Bordignon (Fonte: lavoce.info)
La riforma del cosiddetto Fondo salva-Stati, discussa dal governo Conte 1 con i partner europei e sulla quale il governo Conte 2 è chiamato ad apporre la sua firma nel prossimo vertice europeo di dicembre, sta suscitando preoccupazioni e polemiche nel dibattito politico di questi giorni. Cerchiamo di capire quanto esse siano fondate, rispondendo ad alcune domande.
Cos’è il Fondo salva-stati?
Il suo vero nome è in realtà Meccanismo europeo di stabilità (Mes). Si tratta di un’istituzione europea, nata alla luce di un accordo intergovernativo tra i paesi che hanno adottato l’euro. Il Meccanismo eroga prestiti ai paesi che si trovino in difficoltà a finanziarsi sui mercati finanziari a tassi favorevoli. Lo ha fatto in passato con programmi di assistenza a favore di Grecia, Spagna, Portogallo, Irlanda e Cipro. Ha un capitale versato da tutti i paesi dell’Eurozona e si finanzia emettendo debito sul mercato.
Con la riforma sul tappeto, sarà più difficile accedere ai prestiti erogati dal Mes?
No. Il Mes ha due strumenti a sua disposizione: prestiti e linee di credito. I primi prevedono l’effettiva erogazione di soldi in prestito ai governi in difficoltà, il secondo fornisce una garanzia di intervento, che può essere attivata dal paese beneficiario in caso di necessità. Finora solo il primo strumento (il prestito) è stato utilizzato e su questo la riforma non prevede alcuna novità.
Per quanto riguarda le linee di credito, da un lato la riforma rende più precisa e cogente la cosiddetta “condizionalità ex-ante” per accedere a un primo tipo di linea di credito (Precautionary conditioned credit line – Pccl). Dovranno essere rispettati i paletti posti dalle regole europee di finanza pubblica, tra cui: rapporto deficit/Pil sotto il 3 per cento, rapporto debito/Pil sotto il 60 per cento o in avvicinamento a questo livello, saldo strutturale al di sopra di un minimo prestabilito.
D’altro canto, la riforma elimina la cosiddetta “condizionalità ex-post” su questa linea di credito: non sarà più necessario concordare un Memorandum of understanding (Mou) contenente condizioni di aggiustamento fiscale e macroeconomico per l’ottenimento dei prestiti (come avvenuto per esempio nel caso greco). Sarà sufficiente una lettera di intenti, nella quale il paese interessato dovrà indicare come intende soddisfare i criteri di ammissibilità; la coerenza di questa lettera con le regole e le procedure fiscali europee sarà valutata dalla Commissione europea.
In ogni caso, se anche un paese non soddisfi alcuni paletti posti dalle regole fiscali europee, potrà comunque accedere a un secondo tipo di linea di credito (Enhanced conditions credit line – Eccl), ma in questo caso occorrerà la firma di un Memorandum of understanding.
La riforma imporrà la ristrutturazione del debito pubblico?
No. Non si prevede alcun nesso automatico tra richiesta di assistenza finanziaria al Mes e ristrutturazione del debito pubblico. Quello che avverrà, ma è già previsto dalle regole attuali, è che vi sarà un’analisi di sostenibilità del debito del paese che fa richiesta di assistenza. In sostanza si valuta se, grazie agli aiuti europei e alle misure concordate, un paese sarà in grado di riportare il rapporto tra debito pubblico e Pil su una traiettoria discendente, tale da scongiurare una futura insolvenza. Se questa valutazione desse un esito negativo, prima di accordare il prestito si dovrebbe procedere a una ristrutturazione del debito, imponendo dunque dei costi ai detentori dei titoli: taglio del valore delle obbligazioni e/o degli interessi, allungamento delle scadenze di rimborso. La novità rispetto alla situazione attuale è un maggiore coinvolgimento del Mes nella analisi di sostenibilità, attualmente affidata alla Commissione e alla Banca centrale europea (ed eventualmente al Fondo monetario internazionale).
Qui potrebbe inserirsi un aspetto critico, dovuto alla diversa governance politica del Mes, che è una istituzione intergovernativa: nel suo Board of governors siedono i ministri delle finanze dei paesi membri. La preoccupazione è che la valutazione affidata ai paesi creditori possa essere più severa di quella della Commissione, che riflette invece un punto di vista europeo. Ma c’è da domandarsi quanto in pratica ci sia differenza. Le risorse del Mes sono soldi dei Paesi membri ed è già previsto che ciascuno di questi debba approvare il finanziamento perché questo avvenga, in qualche caso anche coinvolgendo i propri Parlamenti.
Cosa cambia per le Clausole di azione collettiva?
Un aspetto tecnico rilevante della proposta di riforma è l’introduzione delle cosiddette single-limb Cac (Clausole di azione collettiva) per i titoli di debito emessi in futuro. Per procedere alla ristrutturazione del debito tramite un accordo con i creditori privati (il cosiddetto private sector involvement) occorre avere il consenso di una maggioranza qualificata dei creditori. Una volta ottenuto, l’accordo vale per tutti. Attualmente questo principio viene applicato a ogni serie di debito emesso. Ciò permette a un singolo creditore, tipicamente un fondo d’investimento che detenga una quota significativa di una emissione, di bloccare la ristrutturazione del debito (o di una sua parte). La riforma prevede un meccanismo diverso, che misuri il quorum di consensi su base aggregata, cioè sull’insieme delle emissioni: in questo modo sarà più difficile per un singolo investitore detenere una quota tale da essere in grado di bloccare la ristrutturazione.
Come sempre, queste misure, se utili ex post, nel caso un paese avesse deciso di ristrutturare il proprio debito, possono essere pericolose ex ante, nel senso di poter spaventare gli eventuali futuri sottoscrittori, spingendo verso l’alto gli interessi da questi richiesti per detenere i titoli. C’è dunque la preoccupazione che l’introduzione del single limb possa creare un terremoto sui mercati finanziari. Tuttavia, l’introduzione delle attuali Cac nel 2013 aveva suscitato gli stessi timori che però sono stati disattesi; l’introduzione è avvenuta nella totale indifferenza dei mercati.
La riforma del Mes ha qualcosa a che fare con l’Unione bancaria?
Si. Essa prevede che il Mes possa erogare prestiti al Fondo europeo destinato a gestire le crisi bancarie: il Single Resolution Fund (Srf). Questa è una novità positiva e da tempo richiesta nel dibattito europeo da paesi come il nostro. Essa consentirà al Srf di disporre di una linea di sicurezza (common backstop) in caso esaurisca le sue risorse. Il fatto che questa linea di sicurezza sia fornita dal Mes è significativo: si tratta di una prima forma, seppure limitata, di condivisione dei rischi tra i paesi della zona euro. Finora, le risorse fiscali usate nelle crisi bancarie erano solo quelle nazionali. Certo è che il completamento dell’Unione bancaria richiede anche altre riforme, a cominciare dall’introduzione di una assicurazione europea dei depositi.
Su questo fronte, la recente proposta avanzata dal ministro delle Finanze tedesco Olaf Scholz è ancora molto deludente: non si tratta di una vera assicurazione, ma solo di un sistema di prestiti che interverrebbe in seconda battuta, una volta esaurite le risorse dei fondi di assicurazione nazionali. Ed è su questo fronte che il governo italiano dovrebbe dare battaglia.
*Massimo Bordignon è membro dello European Fiscal Board

lunedì 25 novembre 2019

Fondo salva-Stati, vi chiedete cosa sia il Mes? In breve un’evoluzione della Troika

Fonte: Il Fatto Quotidiano Zonaeuro - 22 Novembre 2019 Lidia Undiemi
Era il 2012 quando per la prima volta andai in Rai (a Linea Notte) a spiegare il Meccanismo europeo di stabilità (Mes) e le conseguenze di una sua approvazione.
Presentatore e ospiti erano visivamente spiazzati, perché l’argomento principale era l’insediamento – tra festeggiamenti e grande ottimismo – di Mario Monti. Io dissi chiaramente che Monti avrebbe fallito, e che noi avremmo pagato a caro prezzo le riforme volute dall’Europa. Così è stato.
Sebbene riuscii a sensibilizzare una discreta parte dell’opinione pubblica, una volta approvato dal Parlamento il Mes fu pian piano dimenticato. Destino diverso per il Fiscal Compact – approvato anch’esso nello stesso periodo –, evidentemente perché la sua comprensione era di gran lunga più intuitiva.
Oggi anche il presidente dell’Abi, Antonio Patuelli, si preoccupa della sua approvazione.
Cos’è il Mes? In breve è l’evoluzione della Troika, un’organizzazione internazionale dotata di ampi poteri sanciti nel suo trattato fondamentale (appunto quello che è stato approvato dal Parlamento). Il suo obiettivo principale è quello di prestare denaro ai Paesi in difficoltà, ma solo se gli viene concesso di sostituirsi al governo democraticamente eletto per imporre le proprie riforme. La conseguenza è piuttosto ovvia, la democrazia cessa di funzionare, i cittadini possono votare chi vogliono, ma l’agenda politica è quella del Mes. Leggere il trattato per credere (sulla lettura del trattato nel 2013 ebbi un simpatico battibecco con il giornalista Massimo Giannini nel 2013 a Ballarò). Loro le chiamano condizionalità, con ciò imitando il Fondo Monetario internazionale, di cui il Mes, in special modo con la riforma, vuole assumere in Europa gli stessi compiti che il Fondo svolge in altre parti del mondo, come in America Latina.
Per il paese che non realizza le riforme del Mes-Troika sono guai, perché il prestito viene erogato in tranche, solo se (a parte concessioni discrezionali) lo Stato in difficoltà realizza le riforme.
Grecia docet. I prestiti ad Atene sono stati concessi solo con l’applicazione di politiche di austerità estremamente pesanti. Per esempio, l’approvazione della legge di bilancio per il 2014 fu condizionata dal fatto che la Troika decise di rinviare il suo ritorno ad Atene, da cui dipendeva l’erogazione dell’ulteriore tranche di prestito, perché aveva dettato 135 riforme e ne erano state attuate soltanto 60.
Non se l’è passata meglio Cipro, con il prelievo forzoso sui conti correnti, che il Parlamento cipriota aveva per la prima volta respinto, salvo poi essere costretto ad accettare per le pressioni dei mercati e delle istituzioni internazionali.
La riforma vuole andare oltre tutto questo. Perché se attualmente il Mes è progettato per funzionare principalmente in caso di gravi crisi finanziarie, con la riforma finirebbe per governare in via precauzionale tutti i paesi dell’Eurozona creando un sistema di gestione del debito pubblico e delle crisi bancarie dal quale nessuno potrebbe scappare.
Uno dei punti fondamentali della riforma è infatti il rafforzamento delle linee di credito precauzionale (leggasi commissariamenti permanenti anche per i Paesi con solide basi) e della possibilità per il Mes di imporre concretamente le condizionalità.
A questo punto però vi starete chiedendo chi c’è dietro al Mes. Anche qui, basta leggere il trattato per rendersene conto. I soci del Mes sono sostanzialmente i paesi dell’Eurozona, il cui potere di influenza all’interno dell’organizzazione dipende dalle quote di partecipazione possedute, che sono tutte diverse. In testa Germania e Francia, cui seguono Italia e Spagna e via via gli altri. Chi ha più potere finanziario conta di più, e tra l’altro se un paese aderente ha difficoltà a versare la propria di partecipazione allora viene privato del diritto di voto. A confronto una banca privata è più democratica.
Non solo Germania e Francia, perché anche investitori privati possono partecipare ai piani di finanziamento degli Stati, e non si capisce bene sino a che punto possono partecipare alla redazione delle riforme.
Altri aspetti decisivi della riforma sono il contributo che il Mes per le risoluzioni europee delle crisi bancarie ed una maggiore collaborazione tra Commissione Europea e il Mes stesso. Tralasciando in questo momento l’accavallamento di ruoli, ricordiamoci che l’Ue e il Mes sono soggetti distinti, e quindi potrebbero crearsi conflitti di governance, che in realtà ci sono già stati e che hanno portato allo scontro titanico tra Germania e Bce. La riforma del Mes altro non è che il compromesso tra Ue e Germania, perché probabilmente i tedeschi hanno intenzione di tenere in piedi la baracca solo se gli altri paesi accettano le condizionalità.
Questa è l’Europa che si sta consolidando con la riforma del Mes. Una Europa squilibrata e antidemocratica, che in quanto tale, comunque, non avrebbe lunga vita.

martedì 11 dicembre 2018

Migranti e debito, la controversa proposta di Soros per l’Europa

(sentite, anzi leggete) questa...
Fonte: W.S.I. 11 dicembre 2018, di Alessandra Caparello

Insoddisfatto dell’attuale politica dell’UE per i rifugiati perché si basa ancora sulle quote d’ingresso, Georg Soros, imprenditore e attivista ungherese naturalizzato statunitense, propone ai capi di Stato e di governo dell’UE una ricetta che si basa sul debito.
Se da una parte considera importante investire nell’arrivo dei migranti che, a suo dire, aiuterebbe a mantenere l’afflusso di rifugiati a un “livello che l’Europa può assorbire”, il filantropo ungherese, acerrimo nemico del premier Viktor Orban, è consapevole che i costi del suo “piano di scambio etnico” sono finanziariamente difficilmente attuabili.
Oltre ai già enormi costi causati dai migranti già presenti in Europa, secondo le stime dell’ONG olandese GEFIRA, un numero così elevato di nuovi arrivati aggiungerebbe circa 30 miliardi di euro all’anno. Il piano di Soros poggia su due pilastri: il finanziamento dei migranti e quello dei paesi extraeuropei che ricevono principalmente migranti (e che egli stesso sostiene con le sue attività filantrope).
Lo speculatore finanziario chiede anche l’introduzione di una nuova tassa per aiutare gli Stati Membri nella crisi dei rifugiati, tra cui un’imposta sulle transazioni finanziarie, un aumento dell’IVA e la creazione di fondi per i rifugiati.
Soros sa, tuttavia, che tali misure non sarebbero accettate da alcuni paesi dell’UE, per cui propone una soluzione politica diversa, che non richiede un voto nei paesi sovrani e che riguarda il debito pubblico. Per il magnate ottantenne il nuovo debito dell’UE dovrebbe essere contratto approfittando del suo status di credito in posizione AAA in gran parte inutilizzato, emettendo obbligazioni a lungo termine, il cui ricavato potrebbe essere usato per dare impulso all’economia europea.
I fondi potrebbero provenire dal MES (ESM nell’acronimo inglese), il meccanismo europeo di stabilità e dal BoPA (Balance of Payments Assistance Facility), istituzione comunitaria di sostegno alla bilancia dei pagamenti. Soros calcola che entrambi gli istituti hanno una capacità di credito di 60 miliardi, che dovrebbe aumentare quando Portogallo, Irlanda e Grecia rimborseranno annualmente i prestiti ricevuti durante la crisi dell’euro.
Così facendo i vecchi debiti verrebbero utilizzati per finanziare nuovi debiti, in modo tale da non gravare ufficialmente sul bilancio di nessuno degli Stati membri dell’UE.

martedì 9 ottobre 2018

Savona vede Pil oltre stime e accusa Ue: “scontro politico insano”

Fonte: W.S.I. 9 ottobre 2018, di Mariangela Tessa

Il ministro per le Politiche Ue Paolo Savona scende in campo per difendere la scelta del governo di alzare il tetto deficit/Pil al 2,4% nel 2019. E lancia un nuovo affondo contro Bruxelles.
“Dicono che il 2,4% di deficit sia troppo? Cosa dobbiamo fare con una politica monetaria che inizia a diventare cautelativa e con il rallentamento della crescita internazionale?”, è la domanda retorica posta dal ministro nel corso di un incontro nella sede dell’associazione della stampa estera. “L’Unione europea tiene il pilota automatico in questa situazione, allora se rischia di andare contro un iceberg continua a tenere il pilota automatico?”.
Passando alla crescita, Savona fornisce una stima ben più ottimistica di quella presente nel Naef, affermando che il Pil potrebbe raggiungere il 2% nel 2019 e il 3% nel 2020 a fronte del a +1,5% e +1,6% prevista dall’esecutivo.
Quelle ”previsioni sono prudenti, sono molto cautelative’‘, osserva Savona aggiungendo che il suo collega all’Economia Giovanni Tria “affronta il più difficile dei compiti e richiede rispetto”.
Quanto alle reazioni del mercato di fronte alla manovra, Savona ha confermato:
“Non siamo preoccupati dai mercati ma dallo scontro politico tra forze conservative e riformista. Noi abbiamo fatto le scelte, vogliamo stare in Europa e nell’euro ma l’Europa deve fare qualcosa”. Ha sintetizzato: “Il mercato è sano, è lo scontro politico che è insano”.
Per il ministro, se l’Ue dovesse bocciare il programma economico del governo sarà ”il popolo” a decidere.
“Cosa succederebbe se l’Unione europea si mettesse in una posizione conflittuale verso questo programma del governo cosi’ cauto e moderato? Io non lo so, deciderà il popolo non io, io mi metto da parte“, afferma Savona. ”Alcune provocazioni, con un certo stile” sono “piuttosto pesanti” afferma, in riferimento al botta-risposta tra il presidente della Commissione Ue Jean Claude Juncker e il vice premier Matteo Salvini. Tuttavia, sottolinea, “il messaggio che ‘il mercato insegnerà agli italiani come votare’ io lo trovo molto più insultante di quello che risponde ‘non è sobrio quando parla”.
Quanto ai rischi dell’impatto della fine del programma espansivo della Bce, il Qe, per l’Italia, il ministro Savona dice di non aver “perso fiducia”.
“Draghi resta lì fino al 2019 – conclude -. Non credo che nessuno abbia interesse che l’Italia entri in una grande crisi”.

sabato 6 ottobre 2018

Draghi incontra Mattarella, l’Italia rischia la Troika. Ma il governo può sfruttarla a proprio favore

Fonte: Il Fatto Quotidiano Zonaeuro | 5 ottobre 2018 
Mario Draghi incontra Sergio Mattarella, è preoccupato. Il presidente della Bce dice al presidente della Repubblica che le manovre messe in campo dal governo Lega-M5s possono provocare dure reazioni da parte dei mercati e un giudizio negativo delle agenzie di rating, in un momento in cui i rubinetti del Quantitative Easing stanno per chiudersi. A questo punto, afferma Draghi, l’unica opportunità di sostegno per l’Italia da parte della Banca centrale europea è l’Omt.
Ricordate? Forse no, perché purtroppo gli si è data poca importanza. L’Omt è la possibilità concessa agli Stati di potere ottenere un aiuto dalla Bce sotto forma di acquisto illimitato di titoli pubblici sul mercato secondario, cosa che effettivamente garantirebbe il Paese in difficoltà. Ma c’è un “cavillo”, per così dire: lo Stato che viene “aiutato” deve farsi commissariare dalla Troika, più amichevolmente presentata come “fondo salva-Stati”. Cosa vuole la Troika? Esattamente quello che vogliono i mercati: riforme di austerità, ciò che i cittadini hanno rispedito al mittente votando Lega e M5s.
Il “cavillo” però ha qualche problemino. L’Omt – annunciato ma mai attuato – è stato infatti oggetto di scontro tra la Bce e la Germania, la quale sostiene che mediante questo strumento la Banca centrale europea viola i trattati (la Bce non può finanziare i bilanci degli Stati). Il conflitto ha messo in fibrillazione l’Eurozona, poi disinnescato nel 2016 dalla sentenza della Corte costituzionale tedesca, che ha assunto toni più moderati rispetto all’ordinanza di rinvio che aveva al contrario una forte impronta sovranista.
I tedeschi restano scettici (non vogliono pagare i debiti degli altri, dicono loro) e la “pace” giuridica tra i giudici di Bruxelles e i giudici tedeschi rimane comunque precaria, perché nella pratica il piano non è mai stato attuato, dunque gli effetti reali sui conti non sono noti. Tra l’altro, la Corte costituzionale tedesca ha già riproposto il problema della indipendenza della Bce per quanto riguarda l’uso del QE. I nervi sono tesi e in qualche modo si vorrebbe passare la palla all’Italia. È possibile che con il nostro Paese Draghi voglia dimostrare alla Germania che l’Omt è sostenibile, ma questa sostenibilità significa più austerità per l’Italia, con buona pace per la democrazia.
Una strada non facile ma percorribile per questo governo, se vuole essere veramente alternativo è quello di creare le condizioni affinché lo scontro tra la Bce e la Germania si riaccenda. Si potrebbe, ad esempio, attendere che i mercati e le agenzie di rating creino tensioni, mostrarsi disponibili al sostegno della Bce ma senza che venga violato il mandato elettorale, cioè senza accettare di cambiare la manovra. A questo punto entrerebbe quasi certamente in gioco la Germania con i suoi “no” e la bravura del governo dovrebbe essere quella di fare in modo che emergano tutte le contraddizioni di un sistema di regole che non regge più. Basti solo pensare che proprio la Germania si è avvantaggiata del “fondo salva-Stati” (Mes o anche come già messo in evidenza Troika) con cui, per dirne una, ha infranto il principio di uguaglianza con gli altri Stati.

Zonaeuro | 5 ottobre 2018

mercoledì 20 giugno 2018

Varoufakis: “Germania coinvolta in uno schema Ponzi europeo”

Fonte: W.S.I. 20 giugno 2018, di Alessandra Caparello 

MONACO (WSI) – “Volevo una Germania egemonica ed efficiente, non autoritaria e coinvolta in uno schema Ponzi europeo come era nel 2013″. A parlare così è l’ex ministro delle finanze greche Yanis Varoufakis nel corso di un suo intervento al seminario organizzato dal gruppo CESifo tenutosi l’11 giugno scorso presso l’Università Ludwig-Maximilian di Monaco.
“Il 24 luglio 2013 ho pubblicato un articolo su Handelsblatt dal titolo “L’Europa ha bisogno di una Germania egemonica“. In quell’articolo, ancora una volta, avevo sorpreso molti sostenendo che una Germania forte fosse il modo migliore per guidare l’Europa fuori dalle sue difficoltà. La mia critica al governo tedesco e ai suoi atteggiamenti nei confronti della zona euro in generale e della Grecia in particolare, non era che Berlino non pagasse abbastanza, ma che, in un certo senso, pagasse troppo, nel senso che sprecasse i soldi del popolo tedesco per perpetuare quello che ho definito un gigantesco esercizio di occultamento di bancarotta fraudolenta“.
L’ex ministro del governo Tspiras sottolinea la ragione per cui diede le dimissioni rifiutandosi di firmare il terzo salvataggio di Atene.
“La ragione per cui ho rassegnato le dimissioni è semplice: Mi rifiutavo di firmare il terzo salvataggio, di prendere più dei vostri soldi, perché ero convinto che, quando si è in bancarotta non si ha il diritto di prendere in prestito di più. Che cosa avremmo dovuto fare? Dichiarare fallimento, riformare il paese e andare avanti. Che cosa è successo invece? A poche settimane dalle mie dimissioni, la cancelliere Merkel, il Presidente Tsipras e altri hanno concordato un altro prestito di 85 miliardi di euro allo Stato greco. Quel giorno mi sono alzato al parlamento greco per denunciare questo fatto come un altro prestito prorogato – un’altra montagna di denaro concessa allo Stato greco in fallimento per fingere ancora per qualche anno di ripagare i debiti – e concesso a condizioni che garantiscano che l’economia e la società greche continueranno a ridursi, che il debito non sarà rimborsato e che l’Europa continuerà a ripetere gli stessi errori in Italia, un paese i cui debiti pubblici e le cui perdite bancarie sono semplicemente troppo grandi per essere sostenuti dalla Germania e da altri paesi attraverso prestiti di salvataggio simili a quelli greci”.
Qui Varoufakis parla anche dell’Italia che come la Grecia è stata governata per decenni da una oligarchia corrotta e che ora si è affidata ai populisti.
“La differenza fondamentale, onorevoli colleghi, tra questo governo italiano e quello greco in cui ho prestato servizio è che eravamo europeisti impegnati – non volevamo lasciare l’euro anche se dovevamo realisticamente considerare una Grexit – soprattutto se costantemente minacciati dai creditori. I protagonisti del nuovo governo italiano, tuttavia, sognano di minacciare un’Italexit, un fatto che garantisce uno scontro di gigantesca enormità con Berlino, Bruxelles e Francoforte”.

martedì 10 ottobre 2017

Catalogna il dado è, quasi, tratto.

 Ci si poteva aspettare una capitalazione? No. E nemmeno una dichiarazione d'indipendenza visto che la non ce n'erano i presupposti politici, quindi? Si è rimandata la palla nel campo spagnolo ed ha ragione visto che il governo centrale, e la corte suprema, del tutto nominata dai partiti politici spagnoli, da tempo aveva progressivamente ristretto gli ambiti d'azione delle generalitat locali: quindi non solo catalani. Ora se a Madrid ci fossero politici almeno furbi (non dico intelligenti o 'liberali' ma solo furbi) il dialogo si potrebbe aprire.. invece temo, più per ragioni opportunistiche che altro, che la strada sarà diversa e molto più autoritaria: d'altronde lo vediamo tutti i giorni, no? Quando i cittadini votano esprimendosi in un senso il governo putnualmente va nell'altro, ossia quello indicato da chi ha nelle proprie mani le borse dei soldi o il potere, leggi Commissione europea, MES, ecc.: ne abbiamo avuti alcuni esempi qui in italia con il refrendum sull'acqua e in Grecia dove Tsirpas si è piegato, nononstante il voto referendario contrario, ai diktat della troika...in Catalogna non sarà differente.
La linea rimarrà la stessa: nessun dialogo. E non è una linea spagnola, temo ma europea.... e lo sappiamo visto l'atteggiamento della UE non solo durante questa crisi ma durante tutto il periodo della crisi economica: si fa quel che diciamo noi, punto!!! Questo è autoritarismo e hanno ragione coloro che sostengono che questa europa è geneticamente autoritaria: non siamo al IV Reich ma lì all'orizzonte se ne prifola uno..

martedì 2 maggio 2017

Grecia, l’ultima frustata di Tsipras ai suoi poveri

di | 2 maggio 2017   Il Fatto Quotidiano


Tutti zitti, grosse novità dall’Egeo: Alexis Tsipras ottiene 7 miliardi dai creditori, ma ne deve restituire 7,4 tra un mese. Quindi taglia ancora le pensioni e aumenta le tasse. E la Troika? Ancora spaccata, con il Fmi che chiede la riduzione del debito ellenico come prerequisito per continuare a partecipare al tavolo dei creditori.
E’ lo spaccato delle ultime 48 ore in Grecia, dove non a caso il corteo dedicato al 1 maggio aveva concluso la propria giornata sotto l’hotel Hilton ad Atene, proprio dove i rappresentati del governo Syriza stavano immolando ancora una volta gli ultimi e chi proprio non può difendersi: pensionati e poveri. Solo lo scorso 25 gennaio il premier in udienza pubblica aveva promesso che non un altro euro sarebbe gravato sulle tasche del contribuente greco. Oggi ha fatto il contrario, perché dall’inizio della crisi siamo in presenza del quarto taglio alle pensioni. Non è questa una riforma, o una modernizzazione o il tentativo di abbattere il costo del lavoro per incentivare nuovi investimenti. No, questa si chiama macelleria sociale perché rientra in una serie di interventi che non toccano il grosso dell’evasione fiscale, né chi ha fatto fuggire i canadesi che cercavano l’oro in Calcidica, in un Paese dove chi sta privatizzando oggi trova un panorama assurdo, come l’impossibilità di pagare con bancomat un biglietto del treno o bigliettai che rubavano allegramente gli incassi, o professionisti che rilasciavano ricevute di un euro. Nessuno vedeva ieri e nessuno vede oggi.
C’è poco da festeggiare, anche se troppi si affannano a ragionare con il metro del male minore. Cosa avrebbe dovuto fare? Di fatto questo temporeggiare nelle trattative e la concessione della tredicesima lo scorso dicembre ai pensionati ha provocato un altro scossone nei conti disastrati: si chiamano clausole di salvaguardia e se fatte scattare potrebbero portare, udite udite, un altro aumento dell’Iva ed un altro taglio alle pensioni. Quelle basse, si intende, mentre il cumulo degli stipendi della casta è salvo, e una seria legge sui conflitti di interessi in Grecia è come la temperatura di Bolzano. Ma meglio non scriverlo, perché questo è il momento di celebrare accordi e risultati: le elezioni incombono in troppi Paesi e il 2017 è solo a metà della sua vita.
Intanto nel Paese un cronista che volesse consumare qualche paio di scarpe avrebbe molte cose, originali e diverse, da osservare e riportare. Lasciando poi al lettore la possibilità di farsi un’idea. Un chilo di mele a 2,5 euro in un mercato di una cittadina di provincia, l’hotspot delle Termopili con 500 siriani e iracheni dove con la macchina fotografica è meglio non avvicinarsi perché, mi dicono, le condizioni igienico-sanitarie sono pessime. E ancora, i furti negli appartamenti quadruplicati per via delle bande rom, gli incappucciati e i black bloc che una volta ogni tre giorni fanno guerriglia urbana per le strade ateniesi, a cui però la polizia non può replicare in maniera troppo veemente. Si tratta, infatti, degli stessi contestatori che nel 2012 occupavano piazza Syntagma sfoggiando le bandiere di Syriza. E che oggi si trovano ad aver votato un governo che li lascia con un pugno di mosche in una mano. Mentre nell’altra si moltiplicano le molotov.
Ma al Megaro Maximos, il palazzo del governo ellenico, non lo sanno: da due anni la circolazione è sbarrata da due mezzi blindati dalla polizia. Un isolamento materiale, e finanche uno scollamento ideale, da ciò che sta accadendo davvero in terra di Grecia.
twitter@FDepalo
di | 2 maggio 2017

lunedì 20 marzo 2017

Grecia, come Federico Caffè può spiegarci la crisi ellenica (ed europea)


Un grande economista italiano, Federico Caffè, di cui ricorrono i 30 anni dalla scomparsa, da europeista convinto, era molto timoroso di un marco molto (troppo) forte. A quell’epoca nessuno aveva argomenti per tacciarlo di populismo, anche per via di un certo bon ton istituzionale che oggi è cosa assai rara. Al di là se le tesi di Caffè fossero o meno pertinenti o se le sue ricette oggi siano ancora applicabili, c’è un elemento che potrebbe essere utile alla crisi greca, e quindi europea. L’elemento dell’uomo.
Caffè auspicava un sistema economico che tenesse conto, non tanto dei numeri (leggi “della moneta”), quanto dell’uomo (leggi “popolazione”). Certo, poi si scagliava contro il neo liberismo e a favore dello Stato come unico strumento indispensabile per la coesione e la crescita sociale, passaggio da cui personalmente e con molta umiltà dissento. Ma non è questo il punto. Ciò che conta della lezione di Caffè è il concetto di uomo, ovvero di una società che per non morire deve recuperare l’antropocentrismo e metterlo al centro, dove oggi invece c’è solo la moneta. Quel dato, circa la supremazia incontrastata di una moneta (e solo quella) va posto accanto ad un altro elemento altrettanto importante: il disagio sociale che, all’indomani del boom del secolo breve che ha portato in tutti i continenti un maggiore benessere, una miglior performance relativa alla povertà nel mondo, e anche una grandissima bolla, sfoga le proprie ansie da globalizzazione con una condivisibile paura. Vallo a spiegare all’agricoltore greco zavorrato da tre tagli a stipendi, pensioni e indennità che la riforma del settore serve anche per tentare di rimettere in piedi un paese che, proprio in quel campo, potrebbe essere leader per il solo fatto che quella è la sua vocazione primaria, accanto al turismo.
Ma agli agricoltori greci nessuno ha pensato di spiegare, con autorevolezza e nel merito, come si intende migliorare il comparto, quali riforme lungimiranti applicare, con quali benefici e con quali sforzi nel breve-medio periodo. Si è detto loro, e a scatola chiusa, semplicemente che bisogna mettere le mani in tasca e pagare più tasse, avere meno diritti, e rientrare nei parametri della Troika.
Mi preme qui sottolineare con la matita blu un aspetto: non è ammissibile in nessun paese, men che meno in Grecia e nel settimo anno di crisi e di recessione ellenica, che le forze speciali dei Mat siano inviate a manganellare cittadini che scendono in piazza per protestare e manifestare legittimamente; non è ammissibile che mentre il 52% dei greci impegnati nel settore privato guadagnano meno di 700 euro al mese, la casta si voti un taglio delle tasse nel silenzio tragico dei media, tanto greci quanto europei; non è ammissibile che mentre le imprese edili scommettono sul nero assumendo cittadini extra Schengen a 500 euro al mese grazie ai cavilli dei trattati e licenziando greci che ne guadagnavano il triplo, la classe dirigente non sia in grado di avere una idea fattibile e presentabile che, ad esempio, migliori l’offerta turistica destagionalizzata.
Ecco, quella scena che ha immortalato un agricoltore manganellato e strattonato in piazza Syntagma da 4 agenti dei Mat mi ha fatto molto male. Forse più dei quattro memorandum che stanno affondando la Grecia, perché viene dall’interno come un Efialte qualsiasi. Non sono quei cittadini la causa principale dei mali ellenici, forse sono stati complici secondari, ma questo è un altro capitolo. I furfanti veri, quelli della Lista Lagarde, quelli che hanno rubato mentre in galera c’è finito solo l’ex ministro Akis Tzogatzopoulos, quelli che hanno regalato milioni di euro per gli espropri stradali, quelli che hanno abolito il concetto di concorrenza, quelli che sedevano ai cafeneia di Kolonaki e poi hanno fatto i ministri senza uno straccio di curriculum, quelli che truffavano lo Stato sui carichi di petrolio e cotone, perché sono a piede libero? Lì, in quella discarica sociale di illegalità dovrebbero essere spediti i Mat.
E invece nella Grecia che spende ancora il 2,36% del Pil per la difesa (in ambito Nato solo gli Usa investono di più, con il 3,6%) i Mat sono stati utilizzati in maniera bipartisan per arrestare Kostas Vaxevanis, il giornalista che pubblicò i nomi della Lista Lagarde e per picchiare gli agricoltori che, scioccati da una crisi che non ha fine, chiedevano di parlare con il ministro alla presenza delle televisioni. Cosa che il ministro in questione non ha accettato.
Altro che streaming, in Grecia il baricentro del default è ancora in quell’agorà che ha dato i natali al mondo. E da cui l’antropos continua a invocare le proprie ragioni, mentre lo Stato non solo non ascolta ma sceglie la strada della repressione, in perfetto stile Erdogan.
twitter@FDepalo
di | 20 marzo 2017

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il punto è che lor signori son sicuri di rimanere dove sono, basato sul semplice presupposto che siamo sempre nel migliore dei mondi possibili, che non vedono il seme che ha gettato e che gli sta germogliando fra i piedi!!!

martedì 6 dicembre 2016

.. e diciamole alcune cose

Tutti gli istituti che sono deputati allo studio dei flussi del voto si sono scatenati per capire questo 'singolare' voto uscito dal referendum.. io ne prendo uno che non è, come dire, sospetto d'intelligenza con il nemico: l'Istituto Bruno Leoni. E' impietosa per il pd la sua analisi. Vediamo:
  1. il giovanilismo di questo governo è smentito. I giovani (19-34) hanno votato NO per l'80%; e hanno votato NO, in questa fascia, in maniera maggioritaria quelli che il lavoro non ce l'hanno o l'hanno perso o non l'hanno mai avuto (e non l'avranno mai) soprattuto nelle Regioni del Centro e del Sud, e solo parzialmente (sempre con percentuali bulgare ma sotto la soglia 80%) nel Nord del paese....
  2. Le fasce intermedie fino ai 56 anni stesso discorso: hanno votato, stavolta ovunque nel paese, per il NO. Anche in quel Veneto che sta meglio rispetto al resto del paese. E' il ceto medio questo; quel ceto medio che è stato schiacciato dalla crisi verso il basso e lì è rimasto. Nonostante i proclami, rilanciati dai media, tutti i media (con le cime del giornalismo che ci ritroviamo è comrpensibile che siano sempre filo-governative), la realtà effettuale è completamente diversa e il racconto che ne fa il Governo è fondamentalmente falso!!!!
  3. Chi ha votato per il Si in maggioranza? Dai 56 anni in su e diventa bulgara sopra i 65 anni.. come mai? Me lo son chiesto e l'unica risposta che mi so dare è che c'è, nella vecchiaia, la ricerca soprattutto della tranquillità: non vogliono storie e vogliono essere tranquilli.. pia illusione lo so ma forse a quell'età troppi casini intorno non se ne vogliono.
.... finito con l'età si passa alla distribuzione per regioni: tranne Toscana (dove ha vinto per poco), Emilia-Romagna (dove si e no sono praticamente in pari) e Trentino Alto Adige tutto il resto del paese ha sonoramente bocciato sia il referendum che il Gvoerno, come mai? Probabilmente perchè queste riforme non erano, e non sono secondo me, fondamentali? Sicuro come il sole: ovunque gli italiani (che mi hanno paicevolmente sorpreso) hanno compreso che queste non erano le riforme da fare.. ce n'erano altre molto più importanti da far e tutte sono rimaste nel limbo del 'non le faremo mai' perchè l'europa non ce lo chiede e perchè le nostre élite ci perderebbero.
In penultimo per professioni: sapete chi ha votato in massa per il SI? Gli anziani e poi si va progressivamente a scendere. Sapete che ha votato meno per il SI? I liberi professionisti, significherà qualcosa o no? Proprio il ceto centrale della politica italiana, insieme agli imprenditori (anch'essi in minoranza per il si), hanno in massa abbandonato il Governo. Una debacle...
Ultimo: oggi strombazzano in giro che il 40% è il tesoretto da cui ripartire, magari dopo aver cincischiato nel partito, come Cincinnato. Bene: quel 40% che hanno votato per il SI sono .. di destra. Si proprio loro, gli elettori a destra sono in maggioranza per il SI. Tutto il resto dell'elettorato si è spostato sul NO: dai grillini, che in massa hanno votato NO, a quelli del PD in percentuale altissima ecc. tutti hanno votato contro il loro partito di appartenenza; idem per i sindacati: CGIL in media nazionale; Cisl ('s'era schierata ufficiosamente per il SI) e UIL invece hanno visto invece i loro iscritti tradire le indicazioni... quel 40% da cui partire con cui qualcuno della maggioranza s'illude non gli appartiene, anzi.... lo abbadonerà al primo voto utile. Non è un caso che i sondaggi, per quel che valgono, danno il PD al 19-20% contro il 30% e ora il 40% che si auto-accreditano... altro segnale di quanto siano sideralmente lontani i dirigenti di quel partito, per ora maggioranza, dalla realtà dei loro stessi iscritti.
Detto quanto sopra.... la parola d'ordine dei 'vincitori' è al voto subito; ma se analizziamo il linguaggio scopriamo cose davvero interssanti: la Lega scommette sul voto.. nel 2022 si perchè stimano che di questo passo la UE collasserà in quegli anni (dando per scontato che in olanda e in Francia i no-euro vincano): ora è solo ammuina e conteggio dei voti anche se gli si deve riconoscere che il suo leader ha avuto coraggio a spostare ancora più a destra (dove il SI è stato maggioritario) il partito intercettando molti voti referendari in libera uscita....; Forza Italia, e satelliti, ufficialmente sono per vitare ma.. con calma perchè sanno che questa volta rischiano di perdere moltissimi voti nel proprio elettorato: la crisi ha morso anche loro. PD (e satelliti); è il partito con la maggiore fuoriuscita di voti: sia a destra che a sinistra che verso i grillini, tutti in libera uscita grazie al Governo e alle sue scelte... Chi rimane? M5S, come dicevo ieri sono i veri vincitori, ma sono giovani..... sono sull'onda ora ma non hanno personale politico esperto e rischiano di trovarsi stretti nella tenaglia come a Roma: ne sarebebro distrutti..... se Roma doveva essere il loro fiore all'occhiello Roma potrebeb diventare il loro cimitero politico!!!!
Altro problema è la legge elettorale. Quella della Camera è a rischio di incostituzionalità; quella Senato idem.... con quale legge votiamo? Ed ecco che entra in ballo l'arbitro, anche se dovrebbe essere il garante, della situaiozne: si aspetta la Corte Costituzionale? Si..e poi? Forse la Corte con un lavoro taglia e cuci riuscirà a fare il miracolo e forse no, ma una cosa è certa ossia che tutto lavorerà contro, CONTRO, i vincitori più probabili, i 5 Stelle. Nè F.I. nè il PD nè la UE li vogliono. Quindi per ora il piano è: attendiamo la Corte e nel frattempo, dopo le dimissioni dell'attuale Governo, il nuovo Governo dovrà, come dire, allungare i tempi fino al .... bé qui siamo nel campo dell'incertezza. Si spera anche nella ferma volontà dei parlamentari, perchè? Perchè se non arrivano a 4 anni 6 mesi e 1 giorno il vitalizio SE LO SCORDANO.. e di questi tempi nessuno sputa sopra i soldi!!!!! Un pò di attendismo, mischiato a egoismo e vanagloria possono riuscire in quel che l'attuale maggioranza non è riuscita a fare: disinnescare l'onda che potrebbe far risvegliare gli italiani dal torpore in cui sono precipitati da almeno 20 anni a questa parte... stretti fra crisi, più o meno pilotate, e mercantilismo di maniera (in realtà un continuo flusso di denaro dal pubblico al privato) e un pizzico di terrorismo non possono che esserne spaventati.. e buttarsi nelle braccia dell'ennesimo unto del signore che l'élite gli propina. In pratica:
NON SI DEVE VOTARE SE NON QUANDO TUTTO SARA' PRONTO!
QUANDO LORO SARANNO PRONTI!
e non è nemmeno un caso che i mercati lo sanno e stanno fermi e calmi (oggi Milano +4 in barba al Governo che andava dicendo in giro per il pianeta che se il No vinceva ci sarebebro stati.. i cosacchi? Boh fate voi..) e si riparla, per spaventarci, di Troika in arrivo e, infine, del ricatto della BCE con il Quantitative easing: ossia la più grande redistribuzione di soldi pubblici nelle tasche degli speculatori: soldi che siamo noi a pagare impoverendoci.... finirà mai?

lunedì 26 settembre 2016

Ue, il declino dell’Unione? Già pianificato, ma è pronto il nuovo regime

di | 22 settembre 2016 Il Fatto Quotidiano

Sostengo da anni ormai che il declino dell’Ue è un evento inevitabile poiché programmato, con buona pace di chi continua a sostenere il “più Europa”, o di chi vorrebbe farlo digerire alle masse come un qualcosa che non poteva essere previsto e frutto di insanabili divergenze politiche fra i leader dei paesi europei.
In un mio precedente post spiego perché. In sintesi, la crisi europea è stata affrontata prevalentemente con l’utilizzo di accordi internazionali extra Ue (Mes/Troika, Fiscal Compact, etc.), cioè al di fuori del quadro normativo dell’Unione, determinando di fatto la nascita di una nuova governance europea, con regole e meccanismi di funzionamento differenti, dove da un lato viene sancita la prevalenza degli interessi di mercato in caso di crisi, mentre dall’altro si attribuiscono maggiori poteri politici agli stati più forti (Germania e Francia).
Un esempio lampante del nuovo assetto europeo è certamente il trattato che istituisce il Mes (cioè la Troika), che prevede che il diritto di voto attribuito a ciascun paese partecipante (quelli della zona euro) sia attribuito in quote differenti (Germania e Francia in testa), nonché la perdita del diritto di voto per i paesi che non riescono ad adempiere ai propri impegni finanziari, cioè quelli in difficoltà. Altro che solidarietà.
Se si decide di creare un sistema diverso, evidentemente quello preesistente è destinato a essere declassato, ovvero sostituito. Non possiamo sapere con certezza quando il declino dell’Ue verrà presentato alle masse, ma è certo che tale percorso sia già in atto, e che l’alternativa è in corso di realizzazione, ed è quella predisposta da quel “sistema” che gli anti-Ue stanno tentando di contrastare. Dalla padella alla brace, insomma.
Dopo la Brexit, qualcuno ha lanciato la pietra dell’uscita dell’Italia dalla Ue e del ritorno alla lira. Faranno un uso strumentale del crollo dell’Ue, la daranno in pasto ai popoli europei per dargli l’illusione di una vittoria, di un cambiamento. Dietro l’angolo, invece, un sistema di governance europea molto più aggressivo. Junker sostiene che l’Ue va male, sarebbe più utile che ci dicesse cos’è che sta andando bene.
di | 22 settembre 2016

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Chi è che scrive ciò?
Lidia Undiemi Dottore di ricerca in diritto dell'economiaAutrice del libro Il ricatto dei mercati edito da Ponte alle Grazie. Sono consulente tecnico in materia di outsourcing e operazioni di societarizzazione. Sono dottore di ricerca in Diritto dell’Economia e mi sono laureata in Economia e Commercio (2003) presso l’Università di Palermo. Ho realizzato diverse pubblicazioni sul tema della tutela del lavoratori coinvolti in operazioni di outsourcing attuate dalle grandi aziende, e a tal fine ho condotto molte indagini sul campo, dal settore dei call center a quello della pubblica amministrazione. Dal 2011 ho iniziato un ulteriore percorso di studi circa l’evoluzione della crisi economica europea con particolare riferimento alle trasformazioni del rapporto fra Stato, Democrazia e Organizzazioni internazionali. Partecipo a incontri e convegni, anche universitari, su entrambi i fronti.
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......... a scanso di equivoci e per non dire che trattasi di 'solito' complottista, ma di serissima persona, docente universitaria, con tutti i titoli per poter dire la sua a ragione veduta senza se e senza ma!!!!!!

giovedì 14 aprile 2016

Grecia, è scontro all’interno della Troika: Europa sull’orlo del baratro?

di | 13 aprile 2016 dal Fatto Quotidiano
Un interessante documento pubblicato in questi giorni su Wikileaks ci descrive meglio tutta l’incertezza che circonda le sorti della Grecia e del suo salvataggio. Il documento in questione è il verbale di una riunione interna del Fmi del 19 marzo scorso, alla quale partecipano Poul Thomsen, capo del dipartimento europeo del Fmi, Delia Velkouleskou, responsabile del Fmi in Grecia e Iva Petrova, economista del Fmi. La conversazione tra i tre membri del Fmi inizia con Thomsen che esprime tutta la sua preoccupazione nel fissare una data prestabilita per i colloqui tra la Troika, rappresentata da Fmi, Bce e Commissione Europea, e la controparte greca, quando ancora adesso le posizioni delle tre istituzioni incaricate di eseguire un nuovo piano di prestiti per la Grecia, sono piuttosto lontane. In particolare lo scontro è tra la parte europea della Troika, la Commissione Europea, e quella americana del Fmi, tra le quali restano profonde divergenze sulla situazione greca.

Sostanzialmente si vive di nuovo la stessa situazione del 2015 ; da una parte la Commissione Europea (e la Germania), rifiutano di prendere in esame la possibilità di un haircut sul debito; dall’altra il Fmi, in disaccordo con i colleghi europei, continua a chiedere una forte riduzione del debito greco, perché considera venute meno le condizioni di sostenibilità del debito della Grecia per ricevere un altro piano di prestiti. Su questo il Fmi aveva presentato uno studio nel quale veniva mostrata l’evoluzione del rapporto debito/Pil greco che avrebbe, se applicate le misure di austerità imposte dalla Commissione Ue, superato la soglia del 200% nel giro di due anni. La parte europea presentò a Tsipras delle condizioni che prevedevano un surplus degli avanzi primari pari al 3,5%, in cambio degli 86 miliardi di euro di aiuti da parte dell’Europa. In cambio la Grecia si è impegnata a rispettare un piano draconiano fatto di tagli alla spesa pensionistica e di aumento delle imposte sul consumo, senza togliere la privatizzazione dei suoi aeroporti dati in concessione alla compagnia tedesca Fraport. Ora le due parti tornano a scontrarsi e a preoccupare il Fondo sono le evoluzioni di una situazione dagli effetti imprevedibili per la stabilità dell’Europa.
Poul Thomsen sembra perfettamente consapevole che le condizioni imposte dalla Commissione alla Grecia non possono essere rispettate. La Commissione Ue chiede alla Grecia un avanzo primario del 3,5% di Pil, ma in queste condizioni è difficile pensare che questo obbiettivo possa essere realizzato, nemmeno attraverso l’applicazione di tutte le riforme chieste al governo greco, come i maggiori aumenti alle imposte e gli ulteriori tagli alla previdenza sociale. Quando passa a prendere in esame la posizione dell’Eurogruppo, Thomsen appare ancora più pessimista perché non crede che questa istituzione sia disposta a fare sconti alla Grecia, e ribadisce di “non essere disposto ad andare avanti a meno che l’Europa non stabilisca i suoi obbiettivi all’1,5% “. Il rappresentante del Fondo sembra già sapere la risposta dell’Eurogruppo, che “non accetterà questa condizione “ e proporrà il vaglio di “ altre misure”. A questo punto Delia Velkouleskou tira in ballo le proiezioni realizzate dal Fmi sulla crescita della Grecia , che (qualora fossero eseguite integralmente le raccomandazioni del Fmi) stimano una riduzione del Pil greco pari a circa mezzo punto percentuale, opposte a quelle della Commissione, che secondo Thomsen saranno “intorno allo 0 a +0,25%”.
Per il Fondo l’obbiettivo fondamentale rimane quello dell’1,5% di avanzo primario, e non bisogna spostarsi da questa soglia. La tensione sale, non sembra esserci una via d’uscita ed è a questo punto che Thomsen accarezza l’idea di abbandonare la Troika, stufo dell’atteggiamento intransigente della Commissione e della Germania. Per sbloccare lo stallo si pensa di lasciare spazi di manovra ristretti ad Angela Merkel, mettendola di fronte a due alternative: la prima prevede la possibilità di andare avanti senza il Fmi e costringere la Merkel ad assumersi la responsabilità di questa scelta; la seconda è la capitolazione dell’Europa alle richieste del Fmi per un robusto haircut sul debito greco così da lasciare intatta l’unità della Troika. Ma su questo la Merkel ha già fatto sapere in questi giorni che “non è legalmente possibile” avere un haircut nell’eurozona.
Ci sono tutte le condizioni per arrivare allo stesso punto dell’anno passato, dal momento che la situazione finanziaria della Grecia è immutata, se non peggiorata. Quello che preoccupa maggiormente gli esponenti del Fondo, è lo stallo nel quale potrà trovarsi l’Europa tra due mesi, dal momento che la Grecia dovrà restituire parte dei prestiti concessi lo scorso anno a luglio, ma nello stesso periodo potrebbe essersi già consumato il Brexit. Uno scenario da paralisi che Thomsen considera, paradossalmente, come il solo in grado di sbloccare l’Europa e costringerla a qualche decisione. La conclusione della conversazione trasmette tutto il pessimismo e la frustrazione che grava su una situazione drammatica, con Thomsen che “spera di risolvere il problema per il bene della Grecia”, anche se non sembra esserci molta convinzione nelle sue parole.
di | 13 aprile 2016

giovedì 10 marzo 2016

Meccanismo Europeo di Stabilità: tutto quello che non vi dicono e che dovreste sapere – I

di | 1 aprile 2014 dal Fatto Quotidiano

In molti si rincorrono oggi a criticare un Trattato internazionale, il cosiddetto Fiscal compact, che avrà i suoi effetti dirompenti e drammatici per il nostro paese dal prossimo anno. A chiedere la rinegoziazione di un accordo che prevede per il nostro paese l’obbligo del perseguimento del pareggio di bilancio per Costituzione, quello del non superamento della soglia di deficit strutturale superiore allo 0,5% del Pil e una significativa riduzione del debito pubblico al ritmo di un ventesimo (5%) all’anno, fino al rapporto del 60% sul Pil nell’arco di un ventennio, sono, in modo sorprendente e tragicomico, anche quei partiti che l’hanno ratificato in Parlamento nel luglio del 2012 dietro le direttive dell’allora premier Mario Monti.
La campagna elettorale per le elezioni europee di maggio, del resto, è iniziata e il regime del partito unico che governa il paese dall’ex Commissario dell’Unione Europea, Monti, a Renzi, passando per Letta, continua nella sua opera di mistificazione verso una popolazione, della quale non interessa nemmeno più il voto.
Troppo poco, a torto, si sa di un altro Trattato internazionale, quello istitutivo il Meccanismo europeo di stabilità (MES), che, in modo complementare al Fiscal Compact, ha istituito una nuova governance europea per la gestione della crisi.
Il MES ha già prodotto risultati pratici tangibili e enormi. L’Italia, considerando anche il vecchio Fondo europeo di stabilità finanziaria (FESF) di cui il Mes è stato l’erede, ha già versato 46 miliardi di euro dei 125 miliardi previsti fino al 2017. Soldi che chiaramente potevano essere utilizzati per rilanciare la nostra economia attraverso quei progetti eternamente sospesi per la mancanza di coperture. Al contrario, il MES ha permesso alle banche del Nord Europa di riprendere i crediti contratti nei paesi del Sud, in default a causa delle asimmettrie economiche insostenibili prodotte dalla moneta unica e emerse in maniera drammatica nel 2010. Il tutto è stato venduto all’opinione pubblica come un Fondo salva Stati. Ma è proprio così? 
Il MES: la natura del Trattato. 
Il meccanismo europeo di stabilità – European Stability Mechanism o ESM – è un Trattato intergovernativo, che, in modo complementare al Fiscal Compact, ha di fatto istituito una nuova governance europea di gestione della crisi, parallela a quella costituita dai Trattati istitutivi dell’Unione Europea.
La creazione del MES è stata decisa nel Consiglio europeo del 16-17 dicembre 2010. In quell’occasione si è raggiunto l’accordo per avviare la procedura di revisione semplificata (ai sensi dell’art. 48 del Trattato dell’Unione Europea) riguardo all’art. 136 del Trattato funzionamento dell’Unione europea (TFUE) e si è potuto introdurre il nuovo paragrafo 3, con il quale si riconosce in modo esplicito il potere degli Stati membri la cui moneta è l’euro di dar vita ad un’istituzione finanziaria permanente, il MES appunto, con sede a Lussemburgo, non previsto originariamente dai trattati.
Dato che per creare il MES si è modificato appunto il Trattato, bisognava anche consultare il Parlamento, il quale, ahinoi, con una risoluzione tra l’altro velocissima, ha dato il 23 marzo 2011 parere positivo pur sollevando diverse obiezioni. Senza tener modo in alcun modo delle critiche del Parlamento europeo e recependo solo alcune modifiche introdotte dal Consiglio, il Trattato è entrato in vigore il 27 settembre 2012, con l’avvenuto deposito da parte di un certo numero di Stati firmatari degli strumenti di ratifica. Il MES ha istituito un’organizzazione internazionale permanente con un capitale sociale pari a 700 miliardi di euro, di cui solo 500 prestabili, rinnovabile all’infinito attraverso una decisione dell’istituzione stessa. Decisione della quale, a parte la Germania che l’ha escluso attraverso la sentenza del 12 settembre del 2012 della sua Corte costituzionale, i Parlamenti nazionali non potranno più avere voce in capitolo.
Perché si è deciso di costituire il MES?Per far fronte alla crisi della zona euro che nel 2010 stava portando al collasso della moneta unica, si è deciso di ricorrere ad un accordo di diritto internazionale, con regole proprie che fuoriescono dal sistema normativo comunitario, e creare un ente finanziario che ha come obiettivo quello di correggere gli squilibri finanziari maturati nell’ambito della zona euro. La finalità del MES non consiste quindi nel “salvataggio” degli Stati, ma, come ha spiegato molto bene Lidia Undiemi, in una conferenza organizzata alla Camera e come dimostrerà in un suo libro di prossima pubblicazione, nella creazione di una governance politica intergovernativa attraverso la quale potere intervenire tutte le volte che l’instabilità – a monte generata da una crisi della “bilancia dei pagamenti” – mette in discussione la sopravvivenza della moneta unica. Cosa prevede il MES?
Sono cinque i punti più importanti del Trattato che devono essere compresi meglio:
– Il MES si baserà su un capitale garantito dagli Stati membri che utilizzerà sui mercati, dai quali attingerà poi le risorse richieste. (art.3 del Trattato istitutivo del MES)
- Il MES “avrà piena personalità giuridica e capacità giuridica”, potrà quindi acquistare e alienare beni immobiliari e mobili o stipulare dei contratti. Tutti i suoi beni, fondi e averi godranno dell’immunità totale da qualunque procedimento giudiziario e saranno esenti da restrizioni, regolamentazioni, controlli e moratorie. (art. 32)
- Per aver accesso all’assistenza del MES, gli Stati dovranno rispettare le regole relative al Patto di stabilità e di crescita, i criteri di convergenza e i Memorandum d’intesa. Prima di ogni erogazione d’aiuti viene fatto firmare un Memorandum. Si tratta di un legame fondamentale e troppo spesso sottovalutato con il cosiddetto Fiscal Compact, che rende i due trattati un unicum politico nella creazione di quella nuova governance europea. (Punto 5 del Preambolo)
- È stata, infine, introdotta una deroga alla regola dell’unanimità e le decisioni più urgenti saranno prese a maggioranza qualificata. (art. 4)
Si tratta di un meccanismo democratico?Vista l’importanza che il MES ha assunto e assumerà nella gestione della politica interna dei vari Paesi che hanno chiesto e chiederanno il suo aiuto è anzitutto importante osservare che il MES è costruito con soldi pubblici, ma viene gestito senza mai passare attraverso un organo democraticamente eletto. La governance e l’istituzione è infatti tripartita tra il Consiglio dei governatori formato dai ministri delle finanze della zona euro, un Consiglio d’Amministrazione (nominato dal Consiglio dei governatori) e da un Direttore generale, che è responsabile dell’intera organizzazione, nominato a maggioranza qualificata dal Consiglio dei Governatori. Il diritto di voto di ogni stato membro non ha eguale valore ma varia al variare della quota versata. È dunque evidente che il MES è saldamente nelle mani dei governi nazionali e poiché la Germania è il maggior contribuente è anche il paese che ha il maggior peso nelle decisioni.
Tre sono i punti che devono essere messi maggiormente sotto i riflettori.
Primo. L’istituzione intergovernativa ed i membri dell’organizzazione – compresi quelli dello staff – sono per Trattato immuni da procedimenti legali in relazione ad atti da essi compiuti nell’esercizio delle loro funzioni (art. 32, punto 1). Gli atti scritti e i documenti ufficiali redatti sono inviolabili: non è previsto alcun meccanismo d’accesso. Persino i locali e gli archivi del MES sono inviolabili. Il direttore generale del MES può revocare l’immunità di qualsiasi membro del personale del MES eccetto se stesso (art. 35). Insomma è intoccabile.
Secondo. L’esperienza dei Paesi dove ha operato effettivamente il MES. I casi di Grecia, Spagna, Portogallo e Cipro ci forniscono già quattro indizi che fanno più di una prova: attraverso il MES, i creditori internazionali della Troika si sostituiscono di fatto nella gestione della “politica economica” del paese debitore. Lo Stato che chiede un prestito deve, infatti, sottostare ad una “rigorosa condizionalità” nell’ambito di un programma di aggiustamento macroeconomico e di progressivo rientro del suo debito pubblico. Tali condizioni possono spaziare da un programma di correzioni macroeconomiche al rispetto costante di condizioni di ammissibilità predefinite. Il Paese in difficoltà che ha bisogno del prestito deve in poche parole cedere la propria sovranità nella definizione delle scelte di politica economica. Imporre ad una nazione in difficoltà un’agenda economica per soddisfare le richieste di un’istituzione finanziaria, perlopiù deresponsabilizzata grazie all’immunità, è qualcosa che va aldilà di ogni regola democratica.
Terzo. Il MES è infine un’organizzazione che opera concretamente come tutti gli enti finanziari e quindi eroga prestiti, rivolgendosi al mercato con l’obiettivo ultimo di un profitto. I privati – tra cui rientrano finanziatori come Nomura, Goldman Sachs, Merril Lynch e praticamente tutti i principali istituti di investimento mondiali – sono poi ammessi (punto 12 del Preambolo), in qualità di osservatori, a partecipare alle riunioni che hanno ad oggetto la valutazione della concessione del credito al paese richiedente, nonché la definizione delle rigorose prescrizioni da imporre alla nazione “minacciata”. Questa ingerenza si traduce nel serio rischio che a dettare le disposizioni di politica economica da applicare nel territorio dello Stato debitore siano coloro che concedono i soldi al fondo. La sovranità dei singoli Stati membri rischia quindi di essere sostituita da una governance  economica privata in grado di imporsi facilmente sugli organi sovrani dei vari Paesi membri.
 
di Paolo Becchi e Alessandro Bianchi
di | 1 aprile 2014

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si lo so è datato, oltre due anni, ma visto il momento ritengo necessario rinverdire un pò la memoria per farsi un idea, a meno di improvvisi balzi nell'orgoglio nazionale e nella schiena dritta dei nostri politici......, di quello cui stiamo andando incontro allegramente
c'è anche la seconda parte naturalmente che troverete al link sopra messo fra parentesi "seconda parte". Buona lettura.
p.s. 2
All'articolo del Professor Becchi aggiungo solo che ci sono, nel Trattato del MES, alcune clausole che è bene sapere: 1) edifici e membri sono INVIOLABILI E DIPLOMATICAMENTE IMMUNI,  non possono essere perseguiti; 2) gli Stati contribuiscono ai fondi del MES ma se ne hanno bisogno devono sottostare a clausole: significa che noi diamo i nostri soldi al MES ma se ne abbiamo bisogno ce li danno sotto forma di prestiti con un tasso d'interesse e con condizioni (Grecia docet); Il MES può ricorrere a forza di sicurezza direttamente (ricordate l'eurogenfor?) se lo ritiene necessario; 4) Il MES di fatto si sostituisce al governo locale.... e senz'alcun controllo visto il grado d'immunità e impunità di cui godono i propri membri; 5) quale organismo al di sopra di tutto il MES non risponde a nessuno nè a livello comunitario nè nazionale...
quanto sopra tanto per gradire, poi se ne avete voglia potete sempre qui su questo sito (uno dei tanti): leggioggi.it anche se c'è una parte segretata dello stesso di cui nessuno, se non i soliti hacker complottisti, ne sa l'esatta natura.

mercoledì 9 marzo 2016

Conti pubblici, Ue: “Entro il 15 aprile Italia spieghi in modo credibile come interverrà per raggiungere obiettivi”

di | 9 marzo 2016dal Fatto Quotidiano

Dopo che il governo italiano ha gettato acqua sul fuoco rispetto alla necessità di una correzione dei conti pubblici, la Commissione Ue nella lettera scritta ad hoc per l’Italia e spedita a Palazzo Chigi torna a ribadire che occorrono “misure tempestive per correggere i disavanzi eccessivi”. La “raccomandazione autonoma” arrivata a Roma – gli altri destinatari di comunicazioni ad hoc sono Belgio, Croazia, Finlandia e Romania – ammonisce: è “importante” che l’Italia assicuri che le “necessarie misure per centrare l’obiettivo di medio termine“, cioè il pareggio di bilancio, siano “annunciate in modo credibile e dettagliate al massimo entro il 15 aprile“, data della presentazione del Documento di economia e finanza. Roma, per centrare l’obiettivo di un rapporto deficit/pil 2,2% del pil, dovrà mettere in campo una correzione di circa 3 miliardi di euro.
“Se i dati di bilancio 2015 saranno confermati arriverà rapporto sul debito” – La Commissione inizia la missiva sottolineando che l’Italia ha un rapporto tra debito pubblico e pil “molto elevato”, che “ha raggiunto un picco del 132,6% nel 2015″ e “secondo le previsioni economiche d’inverno, è previsto calare lentamente nei prossimi due anni”. L’esecutivo Ue, pur riconoscendo che la zavorra si è perlomeno stabilizzata, prosegue ricordando il “rischio che la regola del debito non sia rispettata” e spiega che se i dati di bilancio per il 2015 validati da Eurostat confermeranno la violazione della regola transitoria del debito nel 2015 “dovrà redigere un rapporto, in accordo con l’articolo 126/3 del Trattato”. Il rischio di deviazione nel 2016 verrà rivalutato sulla base delle previsioni di primavera e alla luce del nuovo percorso di finanza pubblica delineato dal governo in aprile.
“Flessibilità? A patto che sia usata per gli investimenti” – La valutazione, ricordano le fonti, dovrà anche tenere conto delle decisioni che la stessa Commissione prenderà sulla richiesta di flessibilità relativa alla crisi dei rifugiati, alla clausola degli investimenti e alle riforme strutturali,. Nel decidere quanta concederne, a fronte dell’1% del pil richiesto dall’Italia, verrà posta “particolare attenzione” al suo utilizzo: quello spazio di manovra dovrà essere “effettivamente usato per gli investimenti“. Il che sembra chiudere le porte alla possibilità di finanziare in deficit misure come il bonus di 500 euro ai 18enni. Si terrà conto, poi, “dell’esistenza di piani credibili per la ripresa del percorso di aggiustamento verso l’obiettivo di medio termine” e dei “progressi dell’agenda delle riforme strutturali, tenendo conto delle raccomandazioni del Consiglio”.
Moscovici: “Abbiamo informato dei rischi, ora sta ai Paesi tenerne conto” – In ogni caso il “rischio di deviazione” dal percorso verso l’obiettivo di medio termine nel 2015 e di “significativa deviazione” nel 2016, messi in evidenza dalle previsioni economiche d’inverno della Commissione, “non cambierebbero nel caso l’impatto incrementale sul bilancio dell’eccezionale ondata di migranti venisse escluso dalla valutazione”. Tradotto: anche se Matteo Renzi e il ministro delle Finanze Pier Carlo Padoan si vedessero accordare lo 0,2% di deficit aggiuntivo giustificato con l’emergenza immigrazione, i conti sarebbero comunque fuori dai paletti. “Abbiamo fatto quanto in nostro potere per informare le autorità nazionali dei rischi di inosservanza”, ha commentato il commissario agli Affari economici e finanziari, Pierre Moscovici. “Ora sta a loro tenere conto di questo input in sede di elaborazione dei rispettivi piani di bilancio a medio termine che presenteranno ad aprile”.
Nel comunicato pubblicato sul sito della Commissione, intitolato “La Commissione ricorsa agli Stati membri i loro obblighi fiscali”, si spiega che Bruxelles “ha comunicato le proprie preoccupazioni in merito al rispetto degli obblighi di bilancio” ai sei Paesi, che hanno “ancora un sufficiente margine temporale per adottare misure tempestive per correggere i disavanzi”. “Per questo oggi la Commissione ha segnalato preventivamente questi aspetti. Siamo pronti ad avviare un dialogo costruttivo con i paesi interessati per ridurre al minimo i rischi”, ha commentato il Dombrovskis. Insomma: vi avvertiamo ora in modo che possiate mettervi in regola per tempo.
Le prossime tappe fino al verdetto di maggio - A marzo e aprile la Commissione terrà ulteriori incontri bilaterali con gli Stati membri. Riunioni che daranno modo di discutere delle singole relazioni con le autorità nazionali. Per aprile è prevista la presentazione, da parte dei Paesi dell’Eurozona, dei programmi nazionali di riforma e dei programmi di stabilità, parte del Def. Su questa base, in primavera Bruxelles presenterà le sue proposte per una nuova serie di raccomandazioni specifiche per paese. Le raccomandazioni conterranno anche orientamenti di bilancio, che riporteranno i dati definitivi per il 2015 convalidati da Eurostat. A maggio è atteso il verdetto definitivo sulle leggi di Stabilità ancora sub iudice, come quella dell’Italia.
di | 9 marzo 2016

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ricordate il 2007 e la Grecia (e i P.I.G.S.)? Bene credo ci siamo.... si accettano scommesse su cosa sarà privatizzato (diranno liberalizzato ma è un eufemismo), (s)venduto, tagliato, aumentato (IVA,e cc.), ecc.?

martedì 30 giugno 2015

E voi, se foste greci?

30/06/2015 di triskel182
L’economista Paul Krugman spiega oggi con parole semplici, su “Repubblica”, il senso profondo del referendum greco: la cittadinanza di quel Paese, infatti, finora ha sempre espresso il desiderio di rimanere agganciata all’Europa e alla sua moneta, ma ha considerato dannosi e indigeribili i provvedimenti che l’Europa stessa le chiedeva in cambio. Adesso quella cittadinanza è chiamata a stabilire quale delle due cose è prioritaria: insomma è costretta a scegliere.
O di qua o di là: tertium non datur, almeno non in questa Europa e in questa moneta unica. Non in un contesto dove comandano Lagarde, Merkel e Schäuble. Non quando un Paese di soli 11 milioni di abitanti e con un’economia strutturalmente debolissima che ha tutti gli altri 18 Paesi contro. Quindi non ha la forza per cambiarne le regole e i trattati.
È un po’ un’ironia della sorte che sia un governo “di estrema sinistra” a mettere i greci di fronte a questo bivio chiaro, evitato da tutti gli esecutivi precedenti: ma si sa che la storia spesso si prende gioco della politica – e di tutti noi.
In ogni caso, già la fine di questo equivoco basterebbe a far capire che il referendum in questione è non solo politicamente legittimo, ma forse addirittura necessario. Ai greci in sostanza viene detto: ragazzi, l’Europa e l’euro sono questa roba qui, noi da soli non abbiamo la forza di cambiarli, a questo punto sta a noi decidere o dentro o fuori.
In questo senso, è curioso come nei giorni scorsi diversi commentatori e semplici cittadini abbiano criticato la decisione greca di andare a referendum, quasi fosse un modo con cui Tsipras ha evitato di prendere una decisione, scaricandosi dalle responsabilità.
A chi ragiona in questo modo forse non è chiaro che per la Grecia si tratta di una decisione di importanza epocale, probabilmente superiore a quella con cui noi italiani nel 1946 optammo (con un referendum, appunto) tra monarchia e repubblica. Consultare il popolo nei momenti di passaggio storici è, con ogni evidenza, una vittoria della democrazia, anzi ne è una condizione igienica di base.
Ma la democrazia è evidentemente una cosa a cui parecchi di noi, qui, non sono più molto abituati.
Altri – ho letto – hanno invece parlato a caldo di un “plebiscito patriottico” dall’esito scontato – e anche questa è un’interpretazione molto mal fondata. Intanto perché non è un plebiscito: in questi lunghi mesi di trattative in Grecia c’è stato tutto il tempo per quella “elaborazione del consenso o del dissenso” che (come insegna Zagrebelsky) distingue il plebiscitarismo dalla democrazia consapevole. In secondo luogo perché la vittoria del No “patriottico” non è affatto certa, anzi al momento i sondaggi danno in testa il Sì.
Il che, personalmente, mi stupisce pochissimo, per le stesse ragioni di cui sopra. Cioè perché i rapporti di forza sono straordinariamente sfavorevoli per il popolo che il 5 luglio andrà alle urne. Che si ritrova circondato non solo da governi e poteri extrapolitici compatti nell’imporre le vecchie regole, ma anche da opinioni pubbliche europee convinte che i greci siano “i parassiti dell’Europa”, quindi pochissimo interessate a fare pressioni affinché la Grecia possa scegliere da sola il modo con cui ripagare i debiti.
La storia del parassitismo, del vivere al di sopra delle proprie possibilità, è un altro paradosso della storia. Perché era fondata proprio quando ad Atene comandavano gli amici della Troika, che in questo modo ottenevano i consensi al proprio partito e ceto politico.
Ma adesso non è più così e basta vedere i numeri: la spesa pubblica è (in rapporto al Pil) di 0,9 punti inferiore a quella italiana e di appena 0,3 punti superiore alla media Eurozona: e ciò nonostante in Grecia il Pil sia in caduta libera dal 2008.
Anche la famosa spesa per le pensioni è (sempre in rapporto a un Pil sempre più basso) di soli 4 decimali di punto superiore a quella italiana: in un Paese dove con una pensione ormai ci campano in cinque o sei, quindi la loro riduzione implicherebbe una miseria ancor più diffusa, un crollo di consumi ancora più drastico. E in un Paese dove l’attuale governo, in ogni caso, aveva già accettato un graduale aumento dell’età pensionabile, quindi un’ulteriore riduzione della spesa.
In sintesi, oggi greci non vivono più “al di sopra delle proprie possibilità”. Anzi, vivono al di sotto di quelle che sarebbero le loro possibilità se non ci fosse stato l’obbligo di pagare interessi alti su un debito contratto dai predecessori di Tsipras per pascolare con le clientele il loro consenso.
Detto tutto questo – cioè l’isolamento della Grecia, i rapporti di forza così sfavorevoli rispetto ai grandi poteri e il bivio implacabile a cui il Paese è costretto – confesso che io stesso, se fossi un cittadino greco, da padre di famiglia sarei molto incerto tra l’opposizione alle pessime ricette imposte dalla Troika e il timore di acque del tutto incognite.
A cui probabilmente alla fine affiderei le mie speranze di cambiamento – visti i disastri determinati finora da quelle ricette – ma non senza averci passato diverse notti in bianco.
E voi, se foste greci?
Da gilioli.blogautore.espresso.repubblica.it
p.s. (MIO)
ecco la domanda:

E VOI, SE FOSTE GRECI?

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