Fonte: Regione (dati attuali) Emilia Romagna (dati precedenti ossia 2014).
Allora:
Elezioni 2014: elettori 3.460.402; votanti 1.304.841; percentuale 37,76%.
Centrosinistra:
Bonaccini 615.723; % 49.05;
PD 535.109; % 44.53.
Centrodestra
Fabbri Alan 374.736; %29,85
LEGA: 233.439 19,42%
Elezioni 2020: 3.508.332; 67,67% pari a 2.374.088
Centrosinistra
Bonaccini 1.195.742 pari a 51,42%
PD 749.976 pari a 34,69%
Centrodestra
Borgonzoni 1.014.672; pari a 43,63%
Lega 690.864; pari a 31,95%.
ecc. ecc.
cosa emerge?
I
5 stelle pagano lo scotto del cambio di maggioranza romano e delle
scelte fatte in nome della governabilità nella staganazione eurocentrica
che ci vede colonia e sbocco delle merci e delle acquisizioni altrui
ossia tutte ben lontane da quello che il loro popolo si aspettava e
auspicava visto che erano la vera novità del decrepito panorama politico
italiano.
il pd, bé fatta la
tara, tiene bene e, in casa propria, riesce a evitare il crollo della
diga: un aiuto di non poco conto arriva dalle cosiddette sardine
(movimento simil-civico che molto ricorda i 'comitati civici'
inventati, per fermare l'avanzata del pci, nel 1948... con i soldi degli
americani) che hanno reso spendibile la sinistra italica che sinistra
non è più e scimmiotta i dem americani: le sardine sono i veri
vincitori, ora vedremo cosa ne viene fuori anche se visti i precedenti, e
fermata l'onda, molto probabilmente anche le sardine faranno presto la
fine dei movimenti che li hanno preceduti: una lenta agonia fra
scissioni e litigi fino a sparire dalla scena.
La
Lega: piaccia o meno e, nonostante non abbia dato la spallata, ha
triplicato i voti ed è l'unico partito che aumenta i propri (nonostante
la geografia dei flussi elettorali ci dica che ne ha persi altrettanti
quanti gliene sono entrati) nella propria coalizione che, salvo FdI,
perde vistosamente..... anzi si può dire che il terzo contraente della
coalizione, FI, sparisce del tutto.
immagino
il solone di turno che in brodo di giuggiole festeggerà.. ma in realtà
nessuno si illudeva che vincesse, e lo stesso sarà in toscana, ma che
avesse un buon risultato si e l'ha avuto: piaccia o meno. Il vero
problema sono i voti in uscita dei 5 Stelle che vanno in parte, grossa
parte, al pd o meglio vi ritornano.. vedremo cosa ci si immaginerà per
mantenerceli invece di farli scappare ancora una volta con proposte
impresentabili.
Ed ecco che,
nonostante la prosopopea dei media, la evidenza della realtà rimane
anche al di là del quotidiano trambusto: se non ci sono cambiamenti di
rotta e di mentalità questo paese o si rassegna alla bigia e grigia
realtà attuale o scommette e cambia... vista la ns storia non sono così
ottimista ma si sa che solo quando siamo con tutti e due piedi sul
ciglio del burrono diamo il meglio.
si parla di progresso, di evoluzione, di civiltà ci ritroviamo invece in un nuovo medio evo dove conta chi si nasconde dietro il potere o vi si allea con esso.
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lunedì 27 gennaio 2020
elezioni: le balle e la nuda realtà
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mercoledì 30 ottobre 2019
Ue, 15 anni di Costituzione Europea. E non c’è nulla da festeggiare
Fonte: Il Fatto Quotidiano Zonaeuro - 29 Ottobre 2019 Diego Fusaro
Sono passati esattamente quindici anni da quando è nata la Costituzione europea. Eppure, a giudizio dello scrivente, vi è ben poco da festeggiare. Senza esagerazioni, lo si dovrebbe considerare un giorno di lutto nazionale in ogni Paese del vecchio continente. Come ho cercato di mostrare nel mio recente studio, scritto con Silvio Bolognini e intitolato Il nichilismo dell’Unione Europea, l’Unione europea corrisponde, per sua essenza, alla ristrutturazione verticistica del potere nel quadro post-1989.
È, in sintesi, l’unione delle classi dominanti d’Europa contro le classi lavoratrici e i popoli europei mediante quello che è stato a ragion veduta definito l’euro experiment. Con le grammatiche del Marx del Discorso sul libero scambio (1848), la classe dominante procedeva ancora una volta a “indicare con il nome di fratellanza universale lo sfruttamento nella sua forma cosmopolitica”.
L’Unione europea, in quanto realtà della Europe in the global age, secondo la formula di Anthony Giddens, è l’emblema dello spirito della globalizzazione cosmomercatista come vittoria della classe dominante liquido-finanziaria. Non ci protegge dai drammi del globalismo, ma li favorisce in tutto il territorio europeo: genera quella che ho definito la “glebalizzazione” (confronta Glebalizzazione. La lotta di classe al tempo del populismo, 2019), ossia l’abbassamento generale delle condizioni di vita e di lavoro dei ceti nazionali-popolari.
L’Unione europea corrisponde, allora, a una controrivoluzione neoliberista: è la rivolta dell’aristocrazia finanziaria, passata all’offensiva nel nuovo, e per essa favorevole, diagramma dei rapporti di forza successivo all’annus horribilis del 1989. Con la fondazione dell’Unione europea, si è prodotta la cessione delle sovranità nazionali dei popoli: le quali non sono state recuperate a un più alto livello, ossia come nuova sovranità del popolo europeo unificato. Sono, invece, state cedute a un ente privato, post-nazionale e non democraticamente eletto, rispondente al nome di Banca centrale europea (Bce, un soggetto sovrano, extra-nazionale, privato e sottratto anche alle procedure della democrazia elettiva.
In altri termini, secondo quella che è stata etichettata come the retreat of the State, il governo di Roma e quello di Parigi, quello di Madrid e quello di Berlino hanno ceduto la propria sovranità, anzitutto quella monetaria, a una società privata, la Bce, emanazione diretta della classe globocratica dominante. Quest’ultima, grazie al suo monopolio dei mezzi di informazione, è altresì riuscita a fare in modo che ciò, nell’immaginario collettivo, coincidesse con la “democrazia” e che, di conseguenza, ogni movimento orientato al recupero della sovranità nazionale fosse aprioricamente delegittimato come antidemocratico e parafascista, nell’apice dell’inversione orwelliana tra parole e cose. È la “Matrix europea”, come l’ha appellata Francesco Amodeo.
“L’euro è irreversibile”, ripetono gli euroinomani, ogni giorno più numerosi: perfino Matteo Salvini s’è recentemente scoperto adepto dell’europeisticamente corretto. Dalla struttura stessa della Ue sono scaturiti tanto il deficit democratico strutturale (e non accidentale, né transeunte) dell’Unione europea, quanto il suo neocolonialismo finanziario, che decide della vita e della morte dei popoli degli Stati europei. Stati che – giova rammentarlo – hanno rinunziato alla propria sovranità monetaria, senza che si ricorresse alla “estetica dei supplizi”, come l’avrebbe appellata il Michel Foucault di Sorvegliare e punire, connessa alle bombe e ai carri armati.
Complici i processi di desovranizzazione organizzata, le politiche economiche e il futuro dei popoli europei sono ora decisi da consigli di amministrazione. Su queste basi poggia anche quella che vorremmo definire, senza perifrasi edulcoranti, l’irriformabilità dell’Unione europea: irriformabilità che deriva more geometrico dal fatto che non si può, “per la contradizion che nol consente”, riformare e ridemocratizzare uno spazio che è stato pensato e creato ad hoc per svuotare le democrazie europee, ponendo i processi decisionali nelle stanze chiuse e postdemocratiche dell’aristocrazia finanziaria.
Insomma, non v’è davvero nulla da festeggiare. A meno che, ovviamente, non si sia membri della classe dominante, dell’aristocrazia finanziaria che comanda nell’Unione europea.
Sono passati esattamente quindici anni da quando è nata la Costituzione europea. Eppure, a giudizio dello scrivente, vi è ben poco da festeggiare. Senza esagerazioni, lo si dovrebbe considerare un giorno di lutto nazionale in ogni Paese del vecchio continente. Come ho cercato di mostrare nel mio recente studio, scritto con Silvio Bolognini e intitolato Il nichilismo dell’Unione Europea, l’Unione europea corrisponde, per sua essenza, alla ristrutturazione verticistica del potere nel quadro post-1989.
È, in sintesi, l’unione delle classi dominanti d’Europa contro le classi lavoratrici e i popoli europei mediante quello che è stato a ragion veduta definito l’euro experiment. Con le grammatiche del Marx del Discorso sul libero scambio (1848), la classe dominante procedeva ancora una volta a “indicare con il nome di fratellanza universale lo sfruttamento nella sua forma cosmopolitica”.
L’Unione europea, in quanto realtà della Europe in the global age, secondo la formula di Anthony Giddens, è l’emblema dello spirito della globalizzazione cosmomercatista come vittoria della classe dominante liquido-finanziaria. Non ci protegge dai drammi del globalismo, ma li favorisce in tutto il territorio europeo: genera quella che ho definito la “glebalizzazione” (confronta Glebalizzazione. La lotta di classe al tempo del populismo, 2019), ossia l’abbassamento generale delle condizioni di vita e di lavoro dei ceti nazionali-popolari.
L’Unione europea corrisponde, allora, a una controrivoluzione neoliberista: è la rivolta dell’aristocrazia finanziaria, passata all’offensiva nel nuovo, e per essa favorevole, diagramma dei rapporti di forza successivo all’annus horribilis del 1989. Con la fondazione dell’Unione europea, si è prodotta la cessione delle sovranità nazionali dei popoli: le quali non sono state recuperate a un più alto livello, ossia come nuova sovranità del popolo europeo unificato. Sono, invece, state cedute a un ente privato, post-nazionale e non democraticamente eletto, rispondente al nome di Banca centrale europea (Bce, un soggetto sovrano, extra-nazionale, privato e sottratto anche alle procedure della democrazia elettiva.
In altri termini, secondo quella che è stata etichettata come the retreat of the State, il governo di Roma e quello di Parigi, quello di Madrid e quello di Berlino hanno ceduto la propria sovranità, anzitutto quella monetaria, a una società privata, la Bce, emanazione diretta della classe globocratica dominante. Quest’ultima, grazie al suo monopolio dei mezzi di informazione, è altresì riuscita a fare in modo che ciò, nell’immaginario collettivo, coincidesse con la “democrazia” e che, di conseguenza, ogni movimento orientato al recupero della sovranità nazionale fosse aprioricamente delegittimato come antidemocratico e parafascista, nell’apice dell’inversione orwelliana tra parole e cose. È la “Matrix europea”, come l’ha appellata Francesco Amodeo.
“L’euro è irreversibile”, ripetono gli euroinomani, ogni giorno più numerosi: perfino Matteo Salvini s’è recentemente scoperto adepto dell’europeisticamente corretto. Dalla struttura stessa della Ue sono scaturiti tanto il deficit democratico strutturale (e non accidentale, né transeunte) dell’Unione europea, quanto il suo neocolonialismo finanziario, che decide della vita e della morte dei popoli degli Stati europei. Stati che – giova rammentarlo – hanno rinunziato alla propria sovranità monetaria, senza che si ricorresse alla “estetica dei supplizi”, come l’avrebbe appellata il Michel Foucault di Sorvegliare e punire, connessa alle bombe e ai carri armati.
Complici i processi di desovranizzazione organizzata, le politiche economiche e il futuro dei popoli europei sono ora decisi da consigli di amministrazione. Su queste basi poggia anche quella che vorremmo definire, senza perifrasi edulcoranti, l’irriformabilità dell’Unione europea: irriformabilità che deriva more geometrico dal fatto che non si può, “per la contradizion che nol consente”, riformare e ridemocratizzare uno spazio che è stato pensato e creato ad hoc per svuotare le democrazie europee, ponendo i processi decisionali nelle stanze chiuse e postdemocratiche dell’aristocrazia finanziaria.
Insomma, non v’è davvero nulla da festeggiare. A meno che, ovviamente, non si sia membri della classe dominante, dell’aristocrazia finanziaria che comanda nell’Unione europea.
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lunedì 28 ottobre 2019
.. e se non fosse chiaro
Oggi l'Umbria l'ha detto chiaro e forte: basta con i giochini, i
bizantinismi, gli accordini ecc. gli italiani sono stufi di tutto ciò;
vogliono chiarezza e progetti e sono pronti a votare per chiunque li
prospetti solo. Ci si è fidati dei PDS prima e di Ulivo poi (meglio nota
come destra economica); e poi della destra berlusconiana (destra populista)
e ora dei 5 stelle perchè, tutti almeno all'inizio, avevano seriamente e
ragionevolmente voglia di fare e disfare.. nei limiti del possibile e,
soprattutto, dell'innato conservatorismo che ha una società anziana
incarognita e incattivita dal liberismo individualista che ha distrutto,
con un processo iniziato sotto il fascismo e rallentato dai 70 anni di
ombrello nucleare di distruzione reciproca e ripresa con la caduta del
muro di Berlino, quel poco di tessuto culturale che si era creato. Hanno
voglia a far ingoiare riforme/fregatura e avventure finanziarie che
gettano discredito su tutti. Il bello è che ci sono dei fessi che ancora
credono al messaggio europeista e sostengono l'idea che noi 'dobbiamo'
rispettare le cose che altri non rispettano... nemmeno è bastato il
commissario tedesco che disse 'saranno i mercati a insegnare
agli italiani come si vota': ebbene l'hanno fatto; hanno votato
dimostrando che davvero hanno imparato dai mercati come e chi votare'.
E se non fosse chiaro il messaggio è sempre bene ripeterlo: siamo stufi
di un europa: della finanza; delle banche; della politica sottomessa ai
soldi; delle élite che si accordano per rimanere come sono a scapito
del destino dei popoli di cui sono espressione; ecc. ecc. e se fosse
necessario, lo dico da persona di sinistra quale mi onoro di essere
nonostante tutto (anche se ormai in un mondo dove il pensiero debole la
fa da padrone) e tutti (citando parafrasandolo Brezinsky) voterei per il
diavolo pur di levarmi dai cosiddetti sti.. europei e i loro
giannizzeri locali.
SI TORNI A VOTARE!!!!
giovedì 29 agosto 2019
Bozza programma governo Pd-M5s: cosa cambia dall’era gialloverde
Fonte: W.S.I. 29 Agosto 2019, di Alberto Battaglia
Le
linee guida programmatiche elaborate da Partito democratico e
Movimento 5 stelle si trovano ora nelle mani del presidente incaricato
Giuseppe Conte. Si tratta di una bozza di appena due pagine, molte meno
rispetto alle oltre 50 del Contratto di governo fra Lega e M5s. Anche
per questo sono prive del grado di dettaglio di un programma di
legislatura vero e proprio.
Rispetto ai progetti del governo gialloverde spariscono tutte le “bandiere” del partito di Matteo Salvini: secondo quanto anticipato dal Sole 24 Ore, nei punti programmatici mancano riferimenti aperti alle politiche migratorie (eccezion fatta per la revisione dei decreti sicurezza), scompare il capitolo delle autonomie, il taglio dell’imposta sui redditi “flat tax” ed evaporano i minibot.
New entry, invece, il taglio del cuneo fiscale che, invece, non era nemmeno menzionato nel contratto gialloverde.
Restano numerose, però, le componenti di continuità con i due programmi, di evidente ascendenza pentastellata. Taglio dei parlamentari, ma accompagnato da nuova legge elettorale, legge sul conflitto d’interessi, salario minimo, e nuova legge sull’acqua pubblica: tutti elementi già presenti nel precedente contratto e ora ribaditi nelle linee guida consegnate a Conte. Non manca, infine, il riferimento a una politica economica più espansiva da concordare con Bruxelles: un appello al maggiore deficit, che però sembra spostarsi ora su temi di maggiore valenza sociale.
Interrogativi di fondo rimangono irrisolti su alcuni aspetti complicati dell’alleanza Pd-M5s. Quota 100, un provvedimento difeso sia dai pentastellati sia dalla Lega, ma combattuto dal Pd, non viene nominata nonostante incomba a breve la necessità del suo rifinanziamento. Sul superamento del Jobs Act, avviato con il decreto dignità (“decreto disoccupazione”, per i dem), rimane un assordante silenzio. Anche la delegazione di Liberi e uguali, interessata a prendere parte al nascente esecutivo, potrebbe richiedere una revisione della riforma sul mercato del lavoro. Per quanto riguarda il reddito di cittadinanza, infine, non si legge di alcuna richiesta di revisione, nonostante le critiche dei dem nei mesi scorsi. Si tratta con ogni evidenza di un punto inamovibile per i Cinque Stelle.
Rispetto ai progetti del governo gialloverde spariscono tutte le “bandiere” del partito di Matteo Salvini: secondo quanto anticipato dal Sole 24 Ore, nei punti programmatici mancano riferimenti aperti alle politiche migratorie (eccezion fatta per la revisione dei decreti sicurezza), scompare il capitolo delle autonomie, il taglio dell’imposta sui redditi “flat tax” ed evaporano i minibot.
New entry, invece, il taglio del cuneo fiscale che, invece, non era nemmeno menzionato nel contratto gialloverde.
Restano numerose, però, le componenti di continuità con i due programmi, di evidente ascendenza pentastellata. Taglio dei parlamentari, ma accompagnato da nuova legge elettorale, legge sul conflitto d’interessi, salario minimo, e nuova legge sull’acqua pubblica: tutti elementi già presenti nel precedente contratto e ora ribaditi nelle linee guida consegnate a Conte. Non manca, infine, il riferimento a una politica economica più espansiva da concordare con Bruxelles: un appello al maggiore deficit, che però sembra spostarsi ora su temi di maggiore valenza sociale.
Interrogativi di fondo rimangono irrisolti su alcuni aspetti complicati dell’alleanza Pd-M5s. Quota 100, un provvedimento difeso sia dai pentastellati sia dalla Lega, ma combattuto dal Pd, non viene nominata nonostante incomba a breve la necessità del suo rifinanziamento. Sul superamento del Jobs Act, avviato con il decreto dignità (“decreto disoccupazione”, per i dem), rimane un assordante silenzio. Anche la delegazione di Liberi e uguali, interessata a prendere parte al nascente esecutivo, potrebbe richiedere una revisione della riforma sul mercato del lavoro. Per quanto riguarda il reddito di cittadinanza, infine, non si legge di alcuna richiesta di revisione, nonostante le critiche dei dem nei mesi scorsi. Si tratta con ogni evidenza di un punto inamovibile per i Cinque Stelle.
lunedì 11 marzo 2019
I PRIMI DATI Reddito di cittadinanza: Lombardia e Piemonte tra le prime cinque regioni che ne hanno fatto richiesta
Fonte: Identità Insorgenti (ma pure sulla versione cartacea del Fatto Quotidiano di oggi e su altri media anche online)
Dopo
tanto parlare di Reddito di Cittadinanza i media mainstream si
aspettavano lunghe code agli sportelli del Sud per consegnare la
documentazione: ma alle Poste e nei Caf, dove i dipendenti erano pronti
a giornate più intensa delle altre, sono state ore abbastanza
tranquille, a dispetto di chi diceva che ci sarebbe stato l’assalto
alla diligenza da parte dei cittadini meridionali.
Invece
sorpresa delle sorprese: tra le prime cinque regioni che stanno
chiedendo il reddito di cittadinanza, la prima è la Lombardia. E solo
due sono le regioni del sud in classifica. La Campania, seconda (che
però se la gioca al fotofinish con la regione del Nord, in costante
testa a testa). E la Sicilia, quarta. Terza regione è il Lazio, quinta
il Piemonte.
Nella due giorni
grillina a Milano, il vicepremier Luigi Di Maio ha sottolineato il
primato della Lombardia. “Proprio la Lombardia, in queste ore, è la
prima regione per numero di richieste di reddito di cittadinanza. Ci
tengo a evidenziarlo per dire che a tutti puà capitare di avere delle
difficoltà ed è quando ci sono le difficoltà inattese che capisci se
hai uno Stato dalla tua parte o non ce l’hai”. Il dato che vede la
Lombardia guidare la classifica, che anche Matteo Salvini ha
sottolineato con “orgoglio”, sembra però dimostrare due cose: che
l””assistenzialismo”, come molti hanno definito la misura del governo
per il riequilibrio sociale, sembra piacere molto anche al Nord. E che
evidentemente nella povertà siamo tutti fratelli d’Italia…
I dati dei primi cinque giorni
Questo
il primo bilancio, che riguarda solo Poste Italiane e non i caf. Dopo
cinque giorni sono oltre 122 mila le domande pervenute a Poste italiane
nei primi tre giorni di avvio del reddito di cittadinanza. Di queste
95.994 sono state presentate presso gli uffici postali e 18.292 online. A
comunicarlo ufficialmente è sempre una nota del ministero del Lavoro.
Le prime cinque regioni per numero di richieste, al momento, sono
Lombardia, Campania, Lazio, Sicilia e Piemonte.
lunedì 18 febbraio 2019
Europee: exploit Lega, primo partito italiano e secondo in Ue
Fonte: W.S.I. 18 Febbraio 2019, di Alessandra Caparello
Mentre il popolo dei Cinque Stelle oggi decide il da farsi sul voto per l’immunità parlamentare in merito al caso Diciotti del ministro dell’Interno Matteo Salvini, la Lega vola nei sondaggi per le europee di maggio.
Il centro-destra è destinato a rimanere il più grande gruppo nella legislatura dell’UE dopo le elezioni di maggio, la più importante elezione in Ue dal 1979. Secondo il primo sondaggio pubblicato oggi dall’Europarlamento in vista del voto del 26 maggio, il Partito popolare europeo (Ppe) si confermerà primo gruppo, anche se in calo rispetto al 2014: il centrodestra tradizionale passerà da 217 seggi a 183. Stesso destino per i Socialisti e democratici (Pse, la casa Ue del Pd) con i suoi eletti che dai 186 di 5 anni fa passeranno a 135. Il gruppo che guadagna più seggi è quello dell’Enf, in cui siede la Lega.
Ed è proprio la Lega che risulta il primo partito italiano con più eletti all’Europarlamento, passando dagli attuali 6 eurodeputati a 27, secondo dopo i tedeschi della Csu/Cdu che ne avrebbero invece 29. La Lega Nord è quindi il secondo partito che ottiene il maggior numero di consensi, appena dietro l’alleanza cristiano-democratica tedesca della CDU/CSU guidata dalla cancelliera Angela Merkel che rimarrebbe il più grande partito unico con 29 seggi. Così il portavoce del Parlamento Jaume Duch in una conferenza stampa sui sondaggi.
Il M5S viaggia al 25,7%, con 22 seggi mentre crolla il Pd, dai 31 seggi del 2014 passa al 17,3%, con 15 eletti. Seguono Forza Italia (8,7%, 7 deputati) e Fratelli d’Italia (4,4%, 4 rappresentanti). Eccetto la Lega quindi, tutti gli altri partiti italiani al momento non superano la soglia di sbarramento. Le prime proiezioni di Bruxelles sul voto di fine maggio si basano su una selezione di sondaggi affidabili, condotti dagli istituti nazionali di sondaggio negli Stati membri, e aggregati dall’agenzia Kantar per conto del Parlamento europeo
Mentre il popolo dei Cinque Stelle oggi decide il da farsi sul voto per l’immunità parlamentare in merito al caso Diciotti del ministro dell’Interno Matteo Salvini, la Lega vola nei sondaggi per le europee di maggio.
Il centro-destra è destinato a rimanere il più grande gruppo nella legislatura dell’UE dopo le elezioni di maggio, la più importante elezione in Ue dal 1979. Secondo il primo sondaggio pubblicato oggi dall’Europarlamento in vista del voto del 26 maggio, il Partito popolare europeo (Ppe) si confermerà primo gruppo, anche se in calo rispetto al 2014: il centrodestra tradizionale passerà da 217 seggi a 183. Stesso destino per i Socialisti e democratici (Pse, la casa Ue del Pd) con i suoi eletti che dai 186 di 5 anni fa passeranno a 135. Il gruppo che guadagna più seggi è quello dell’Enf, in cui siede la Lega.
Ed è proprio la Lega che risulta il primo partito italiano con più eletti all’Europarlamento, passando dagli attuali 6 eurodeputati a 27, secondo dopo i tedeschi della Csu/Cdu che ne avrebbero invece 29. La Lega Nord è quindi il secondo partito che ottiene il maggior numero di consensi, appena dietro l’alleanza cristiano-democratica tedesca della CDU/CSU guidata dalla cancelliera Angela Merkel che rimarrebbe il più grande partito unico con 29 seggi. Così il portavoce del Parlamento Jaume Duch in una conferenza stampa sui sondaggi.
Il M5S viaggia al 25,7%, con 22 seggi mentre crolla il Pd, dai 31 seggi del 2014 passa al 17,3%, con 15 eletti. Seguono Forza Italia (8,7%, 7 deputati) e Fratelli d’Italia (4,4%, 4 rappresentanti). Eccetto la Lega quindi, tutti gli altri partiti italiani al momento non superano la soglia di sbarramento. Le prime proiezioni di Bruxelles sul voto di fine maggio si basano su una selezione di sondaggi affidabili, condotti dagli istituti nazionali di sondaggio negli Stati membri, e aggregati dall’agenzia Kantar per conto del Parlamento europeo
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giovedì 14 febbraio 2019
Riserve auree e Bankitalia: di chi sono? Tutta la verità
Fonte: W.S.I. 14 Febbraio 2019, di Daniele Chicca
Presentando una bozza di legge per chiarire a chi appartengono le riserve auree depositate presso Bankitalia, Claudio Borghi della Lega ha sollevato un polverone. La Stampa sostiene che la misura sia volta a coprire le spese per prevenire lo scatto delle clausole di salvaguardia. Che vorrebbero dire aumento dell’IVA nei prossimi due anni.
A fare discutere è stato anche il tempismo della proposta del presidente della Commissione Bilancio della Camera. L’idea è emersa pochi giorni dopo che la coalizione di governo giallo verde ha attaccato verbalmente i vertici di Consob e Bankitalia, chiedendone l’azzeramento.
Borghi vuole proteggere le riserve auree italiane per precisare a chi appartengono le migliaia di tonnellate di oro gestite dalla Banca d’Italia. Nel testo si specifica che l’oro è dello Stato italiano e non di autorità esterne, ossia della Bce. In realtà come vedremo più avanti, le cose stanno diversamente.
L’iniziativa potrebbe però aprire la strada all’ipotesi di vendere le riserve auree. Progetto di cui aveva discusso più di cinque anni fa Beppe Grillo, confondatore del MoVimento 5 Stelle, sul suo blog. Con l’obiettivo di servirsi del ricavato per per rimettere in carreggiata i conti pubblici.
In fatto di riserve auree, Italia terza potenza al mondoL’Italia sostiene di avere in mano 2.451,8 tonnellate (metriche) di riserve auree. Se le cifre sono corrette, si tratterebbe della quarta somma più alto dopo la Germania, gli Stati Uniti e il Fondo Monetario Internazionale. Saremmo il paese custode del terzo ammontare di oro al mondo. Al contrario della maggior parte delle nazioni, in cui le riserve auree sono di proprietà dello Stato ma gestite dalla banca centrale, in Italia la banca centrale detiene e custodisce l’oro allo stesso tempo.
Il problema è poi che la Banca d’Italia fa parte dell’Eurosistema e dunque deve sottostare alla Bce. L’Articolo 127 del Trattato sul funzionamento dell’Unione Europea (TFUE, ex Articolo 105 del Trattato EC), stabilisce che le riserve valutarie e auree fanno parte delle riserve di proprietà dell’Area Euro.
Bankitalia possiede fisicamente inoltre 119,4 tonnellate di oro, riserve auree depositate a Palazzo Koch a Roma. Mentre l’altra metà si trova alla Federal Reserve Bank di New York (FRBNY). Un’altra piccola fetta è custodita invece a Londra presso la Banca d’Inghilterra e un’altra ancora a Berna, nei forzieri della Banca Nazionale Svizzera (SNB) per conto della Banca delle Banche centrali, la Banca dei Regolamenti Internazionali (Bank for International Settlements).
Non ci sono tuttavia prove concrete su queste riserve, specialmente per l’oro detenuto all’estero. Su cui non è possibile effettuare verifiche. I 16-20 miliardi di ricavi previsti con la vendita di oro sarebbe la somma ideale per sterilizzare l’incremento dell’IVA l’anno prossimo. Ci vorrebbero infatti 32 miliardi in due anni (20 e 12) per scongiurare l’attivazione delle clausole di salvaguardia.
Oro: la controversia ruota intorno a Borghi e GrilloIl problema del piano sarebbe che la vendita delle riserve auree è una misura una tantum. Per scongiurare l’aumento dell’IVA serve invece una misura di finanziamento ricorrente nel tempo. Il progetto – anche se fosse veramente fattibile – servirebbe solo a rimandare un problema.
L’Italia, pur impegnandosi a rispettare gli obblighi internazionali derivanti da trattati, vuole esplicitare la “permanenza della proprietà delle riserve auree allo Stato italiano“. Vista la natura ibrida assunta dalla Banca d’Italia nel corso degli anni, la proposta di legge di Borghi conclude che “una specificazione su questo punto si rende necessaria”.
Riserve auree: la bozza di legge di BorghiLa bozza del testo, dice Borghi, è solo un’ipotesi al vaglio del governo. La proposta di legge non è ancora stata ufficialmente presentata in parlamento e, anche se fosse, non vuol dire che il governo abbia intenzione di vendere sul serio le riserve auree.
L’intento di Borghi con le sue dichiarazioni ai media è quello di “rassicurare la gente sul fatto che il governo non intende cedere oro” per porre rimedio alle difficoltà riscontrate sul fronte delle finanze pubbliche.
Bankitalia: “le riserve auree sono nostre”
In una guida del 2014, Banca d’Italia spiega che le riserve auree sono di proprietà dell’istituto. “La proprietà delle riserve ufficiali è assegnata per legge alla Banca d’Italia”,
La ragione per la quale le riserve auree, costituite prevalentemente da lingotti (95.493) ma anche in parte minore da monete, appartengono a Bankitalia e non allo Stato sono storiche.
Riserve auree: perché appartengono a Bankitalia e non lo StatoFino agli Anni ’60 le riserve auree non erano detenute dalla Banca d’Italia bensì da un ente chiamato l’Ufficio Italiano dei Cambi (UIC). Autorità fondata nel 1945 il cui compito principale era quello di gestire le riserve valutarie straniere (oro compreso) dell’Italia.
Le operazioni di acquisto di oro condotte negli Anni 50 e 60 sono state fatte dall’UI e non dalla Banca d’Italia. Negli Anni 60, tuttavia, qualcosa è cambiato. Furono effettuati due trasferimenti enormi di oro da UIC a Bankitalia nel 1960 e cinque anni dopo. In totale le due transazioni ammontavano a 1.889 tonnellate metriche.
A quel punto la funzione principale dell’istituto diventò la gestione delle riserva valutarie e non delle riserve auree. Nel gennaio del 2008 l’UIC cessò di esistere, perché tutti i suoi poteri, compiti e funzioni sono stati trasferiti alla Banca d’Italia. Secondo il vice premier e leader della Lega Matteo Salvini “le riserve auree sono di proprietà del popolo italiano e di nessun altro”.
Ma le autorità della banca centrale la pensano diversamente. E la legge è dalla loro parte. Sfortunatamente per il governo, i banchieri centrali non vorranno nemmeno affrontare una discussione sulla vendita delle riserve auree. Figuriamoci se accetterano di procedere alla cessione di oro.
ConclusioniResta da vedere ora quanto in là oseranno spingersi Borghi e il governo. Forse sarebbe conveniente e potrebbe portare a qualche risultato, se chiedessero e ottenessero un audit indipendente di tutte le riserve auree italiane. Sia le 1.200 tonnellate depositate a Roma sia quelle custodite nei forzieri delle banche estere, principalmente – come visto – a New York.
Nessuno infatti le ha mai viste e se non si prova l’esistenza delle riserve auree non si possono certo vendere. L’oro a New York potrebbe anche non essere più là, per esempio. L’ultima volta che si ha avuto prova delle riserve auree italiano nei forzieri della Fed era il periodo compreso tra il 1974 e il 1978, quando circa 542 tonnellate di oro sono state usate come collaterale per garantire un prestito in dollari Usa concesso dalla Bundesbank tedesca.
Se le autorità italiane vogliono veramente sfruttare le riserve auree, potrebbero anche chiedere un nuovo prestito internazionale simile a quello degli Anni 70. Come allora, l’oro italiano potrebbe essere usato come collaterale. Anche in quel caso, però, bisognerebbe provarne l’esistenza.
Mentre negli Anni 90 e 2000 paesi come Belgio, Olanda, Francia, Portogallo, Spagna, Canada, Australia e Svizzera vendevano oro, l’Italia non ha ceduto nemmeno un’oncia dei suoi possedimenti.

I lingotti della Banca d’Italia pesano da un minimo di 4,2 chilogrammi a un massimo di 19,7 chilogrammi (Donat SorokinTASS via Getty Images)
Presentando una bozza di legge per chiarire a chi appartengono le riserve auree depositate presso Bankitalia, Claudio Borghi della Lega ha sollevato un polverone. La Stampa sostiene che la misura sia volta a coprire le spese per prevenire lo scatto delle clausole di salvaguardia. Che vorrebbero dire aumento dell’IVA nei prossimi due anni.
A fare discutere è stato anche il tempismo della proposta del presidente della Commissione Bilancio della Camera. L’idea è emersa pochi giorni dopo che la coalizione di governo giallo verde ha attaccato verbalmente i vertici di Consob e Bankitalia, chiedendone l’azzeramento.
Borghi vuole proteggere le riserve auree italiane per precisare a chi appartengono le migliaia di tonnellate di oro gestite dalla Banca d’Italia. Nel testo si specifica che l’oro è dello Stato italiano e non di autorità esterne, ossia della Bce. In realtà come vedremo più avanti, le cose stanno diversamente.
L’iniziativa potrebbe però aprire la strada all’ipotesi di vendere le riserve auree. Progetto di cui aveva discusso più di cinque anni fa Beppe Grillo, confondatore del MoVimento 5 Stelle, sul suo blog. Con l’obiettivo di servirsi del ricavato per per rimettere in carreggiata i conti pubblici.
In fatto di riserve auree, Italia terza potenza al mondoL’Italia sostiene di avere in mano 2.451,8 tonnellate (metriche) di riserve auree. Se le cifre sono corrette, si tratterebbe della quarta somma più alto dopo la Germania, gli Stati Uniti e il Fondo Monetario Internazionale. Saremmo il paese custode del terzo ammontare di oro al mondo. Al contrario della maggior parte delle nazioni, in cui le riserve auree sono di proprietà dello Stato ma gestite dalla banca centrale, in Italia la banca centrale detiene e custodisce l’oro allo stesso tempo.
Il problema è poi che la Banca d’Italia fa parte dell’Eurosistema e dunque deve sottostare alla Bce. L’Articolo 127 del Trattato sul funzionamento dell’Unione Europea (TFUE, ex Articolo 105 del Trattato EC), stabilisce che le riserve valutarie e auree fanno parte delle riserve di proprietà dell’Area Euro.
Bankitalia possiede fisicamente inoltre 119,4 tonnellate di oro, riserve auree depositate a Palazzo Koch a Roma. Mentre l’altra metà si trova alla Federal Reserve Bank di New York (FRBNY). Un’altra piccola fetta è custodita invece a Londra presso la Banca d’Inghilterra e un’altra ancora a Berna, nei forzieri della Banca Nazionale Svizzera (SNB) per conto della Banca delle Banche centrali, la Banca dei Regolamenti Internazionali (Bank for International Settlements).
Non ci sono tuttavia prove concrete su queste riserve, specialmente per l’oro detenuto all’estero. Su cui non è possibile effettuare verifiche. I 16-20 miliardi di ricavi previsti con la vendita di oro sarebbe la somma ideale per sterilizzare l’incremento dell’IVA l’anno prossimo. Ci vorrebbero infatti 32 miliardi in due anni (20 e 12) per scongiurare l’attivazione delle clausole di salvaguardia.
Oro: la controversia ruota intorno a Borghi e GrilloIl problema del piano sarebbe che la vendita delle riserve auree è una misura una tantum. Per scongiurare l’aumento dell’IVA serve invece una misura di finanziamento ricorrente nel tempo. Il progetto – anche se fosse veramente fattibile – servirebbe solo a rimandare un problema.
Secondo Grillo permetterebbe di respirare offrendo una copertura extra al bilancio, senza violare i vincoli di bilancio. “Ma soprattutto metterebbe finalmente fine a questa litania sul fatto che non ci sono soldi”.La proposta di legge di Borghi, presentata per la verità alla Camera per la prima volta il 6 agosto del 2018, va in questa direzione. L’intento è quello di “assicurare chiarezza interpretativa poiché la Banca d’Italia, secondo quanto dispone l’articolo 4, secondo comma, del testo unico, provvede in ordine alla gestione delle riserve ufficiali, nel rispetto di quanto previsto dall’articolo 31 dello statuto del Sistema europeo di banche centrali e della Banca centrale europea”.
L’Italia, pur impegnandosi a rispettare gli obblighi internazionali derivanti da trattati, vuole esplicitare la “permanenza della proprietà delle riserve auree allo Stato italiano“. Vista la natura ibrida assunta dalla Banca d’Italia nel corso degli anni, la proposta di legge di Borghi conclude che “una specificazione su questo punto si rende necessaria”.
Riserve auree: la bozza di legge di BorghiLa bozza del testo, dice Borghi, è solo un’ipotesi al vaglio del governo. La proposta di legge non è ancora stata ufficialmente presentata in parlamento e, anche se fosse, non vuol dire che il governo abbia intenzione di vendere sul serio le riserve auree.
L’intento di Borghi con le sue dichiarazioni ai media è quello di “rassicurare la gente sul fatto che il governo non intende cedere oro” per porre rimedio alle difficoltà riscontrate sul fronte delle finanze pubbliche.
“La mia proposta di legge vuole semplicemente chiarire che le riserve auree appartengono allo Stato, non a qualcun altro”, ha precisato Borghi a Bloomberg. Se ci fossero dubbi sulle nostre intenzioni, si ricordi che c’è un’altra legge che dice che le riserve auree non possono essere vendute senza la maggioranza di due terzi del parlamento“.Quello che vuole dire Borghi qui, è che servirebbe infatti un ordine per legge costituzionale.
Bankitalia: “le riserve auree sono nostre”
In una guida del 2014, Banca d’Italia spiega che le riserve auree sono di proprietà dell’istituto. “La proprietà delle riserve ufficiali è assegnata per legge alla Banca d’Italia”,
La ragione per la quale le riserve auree, costituite prevalentemente da lingotti (95.493) ma anche in parte minore da monete, appartengono a Bankitalia e non allo Stato sono storiche.
Riserve auree: perché appartengono a Bankitalia e non lo StatoFino agli Anni ’60 le riserve auree non erano detenute dalla Banca d’Italia bensì da un ente chiamato l’Ufficio Italiano dei Cambi (UIC). Autorità fondata nel 1945 il cui compito principale era quello di gestire le riserve valutarie straniere (oro compreso) dell’Italia.
Le operazioni di acquisto di oro condotte negli Anni 50 e 60 sono state fatte dall’UI e non dalla Banca d’Italia. Negli Anni 60, tuttavia, qualcosa è cambiato. Furono effettuati due trasferimenti enormi di oro da UIC a Bankitalia nel 1960 e cinque anni dopo. In totale le due transazioni ammontavano a 1.889 tonnellate metriche.
A quel punto la funzione principale dell’istituto diventò la gestione delle riserva valutarie e non delle riserve auree. Nel gennaio del 2008 l’UIC cessò di esistere, perché tutti i suoi poteri, compiti e funzioni sono stati trasferiti alla Banca d’Italia. Secondo il vice premier e leader della Lega Matteo Salvini “le riserve auree sono di proprietà del popolo italiano e di nessun altro”.
Ma le autorità della banca centrale la pensano diversamente. E la legge è dalla loro parte. Sfortunatamente per il governo, i banchieri centrali non vorranno nemmeno affrontare una discussione sulla vendita delle riserve auree. Figuriamoci se accetterano di procedere alla cessione di oro.
ConclusioniResta da vedere ora quanto in là oseranno spingersi Borghi e il governo. Forse sarebbe conveniente e potrebbe portare a qualche risultato, se chiedessero e ottenessero un audit indipendente di tutte le riserve auree italiane. Sia le 1.200 tonnellate depositate a Roma sia quelle custodite nei forzieri delle banche estere, principalmente – come visto – a New York.
Nessuno infatti le ha mai viste e se non si prova l’esistenza delle riserve auree non si possono certo vendere. L’oro a New York potrebbe anche non essere più là, per esempio. L’ultima volta che si ha avuto prova delle riserve auree italiano nei forzieri della Fed era il periodo compreso tra il 1974 e il 1978, quando circa 542 tonnellate di oro sono state usate come collaterale per garantire un prestito in dollari Usa concesso dalla Bundesbank tedesca.
Se le autorità italiane vogliono veramente sfruttare le riserve auree, potrebbero anche chiedere un nuovo prestito internazionale simile a quello degli Anni 70. Come allora, l’oro italiano potrebbe essere usato come collaterale. Anche in quel caso, però, bisognerebbe provarne l’esistenza.
Mentre negli Anni 90 e 2000 paesi come Belgio, Olanda, Francia, Portogallo, Spagna, Canada, Australia e Svizzera vendevano oro, l’Italia non ha ceduto nemmeno un’oncia dei suoi possedimenti.

I lingotti della Banca d’Italia pesano da un minimo di 4,2 chilogrammi a un massimo di 19,7 chilogrammi (Donat SorokinTASS via Getty Images)
martedì 12 febbraio 2019
Abruzzo, non si può dire che l’Italia è di destra. È che in Italia c’è solo la destra
Fonte: Il Fatto Quotidiano Politica | 11 Febbraio 2019 Red Mirror
L’Abruzzo è solo molto parzialmente indicativo, con questa astensione ancora meno. Però si vede che il centrodestra ha un risultato importante, ma in linea con gli anni berlusconiani, con la differenza interna per cui la Lega cresce prendendo tanti voti agli alleati (perfino a Fratelli d’Italia che esprimeva il candidato).
Pd e 5s calano (molto più i 5s, perché il risultato del Pd va letto sommando almeno due liste) e per ora sembrano non preoccuparsi di una destra a trazione estrema destra nazionalista e continuano a beccarsi come i capponi di Renzo (ho detto RenzO), ognun godendo delle disgrazie dell’altro. Servirebbe una grande maturazione politica di Pd e 5s, di cui per ora non si vede neanche una premessa.
Da rifiutare ogni lettura idealista/essenzialista tipo “l’Italia è un Paese di destra”. La verità è che in Italia la destra è adulta, mentre le altre forze oscillano tra infanzia, adolescenza e senescenza. La destra sa scomporsi, ricomporsi, adeguarsi ai momenti. Come unica reale ideologia ha la protezione della “roba”: dai migranti, dall’Europa, dalle innovazioni. Chi ha paura di perdere qualcosa (tutti noi) o vede la speranza di guadagnare altro, di avanzare altrove, di reinventarsi, di innovare, di scommettere sul futuro, oppure (se non vede nulla di tutto questo) vota a difesa di quello, tanto o poco, che ha.
Tutti quelli contro la destra sanno indicare i settori sociali da far avanzare (ad esempio con una nuova progressività fiscale)? Sanno indicare i settori cognitivi da rafforzare per creare sviluppo? Sanno delineare strategie moderne, libere e innovative di lavoro? Se non fai questo poi non puoi dire che l’Italia è di destra, è che in Italia c’è solo la destra.
L’Abruzzo è solo molto parzialmente indicativo, con questa astensione ancora meno. Però si vede che il centrodestra ha un risultato importante, ma in linea con gli anni berlusconiani, con la differenza interna per cui la Lega cresce prendendo tanti voti agli alleati (perfino a Fratelli d’Italia che esprimeva il candidato).
Pd e 5s calano (molto più i 5s, perché il risultato del Pd va letto sommando almeno due liste) e per ora sembrano non preoccuparsi di una destra a trazione estrema destra nazionalista e continuano a beccarsi come i capponi di Renzo (ho detto RenzO), ognun godendo delle disgrazie dell’altro. Servirebbe una grande maturazione politica di Pd e 5s, di cui per ora non si vede neanche una premessa.
Da rifiutare ogni lettura idealista/essenzialista tipo “l’Italia è un Paese di destra”. La verità è che in Italia la destra è adulta, mentre le altre forze oscillano tra infanzia, adolescenza e senescenza. La destra sa scomporsi, ricomporsi, adeguarsi ai momenti. Come unica reale ideologia ha la protezione della “roba”: dai migranti, dall’Europa, dalle innovazioni. Chi ha paura di perdere qualcosa (tutti noi) o vede la speranza di guadagnare altro, di avanzare altrove, di reinventarsi, di innovare, di scommettere sul futuro, oppure (se non vede nulla di tutto questo) vota a difesa di quello, tanto o poco, che ha.
Tutti quelli contro la destra sanno indicare i settori sociali da far avanzare (ad esempio con una nuova progressività fiscale)? Sanno indicare i settori cognitivi da rafforzare per creare sviluppo? Sanno delineare strategie moderne, libere e innovative di lavoro? Se non fai questo poi non puoi dire che l’Italia è di destra, è che in Italia c’è solo la destra.
Politica | 11 Febbraio 2019
martedì 9 ottobre 2018
Savona vede Pil oltre stime e accusa Ue: “scontro politico insano”
Fonte: W.S.I. 9 ottobre 2018, di Mariangela Tessa
Il ministro per le Politiche Ue Paolo Savona scende in campo per difendere la scelta del governo di alzare il tetto deficit/Pil al 2,4% nel 2019. E lancia un nuovo affondo contro Bruxelles.
Il ministro per le Politiche Ue Paolo Savona scende in campo per difendere la scelta del governo di alzare il tetto deficit/Pil al 2,4% nel 2019. E lancia un nuovo affondo contro Bruxelles.
“Dicono che il 2,4% di deficit sia troppo? Cosa dobbiamo fare con una politica monetaria che inizia a diventare cautelativa e con il rallentamento della crescita internazionale?”, è la domanda retorica posta dal ministro nel corso di un incontro nella sede dell’associazione della stampa estera. “L’Unione europea tiene il pilota automatico in questa situazione, allora se rischia di andare contro un iceberg continua a tenere il pilota automatico?”.Passando alla crescita, Savona fornisce una stima ben più ottimistica di quella presente nel Naef, affermando che il Pil potrebbe raggiungere il 2% nel 2019 e il 3% nel 2020 a fronte del a +1,5% e +1,6% prevista dall’esecutivo.
Quelle ”previsioni sono prudenti, sono molto cautelative’‘, osserva Savona aggiungendo che il suo collega all’Economia Giovanni Tria “affronta il più difficile dei compiti e richiede rispetto”.Quanto alle reazioni del mercato di fronte alla manovra, Savona ha confermato:
“Non siamo preoccupati dai mercati ma dallo scontro politico tra forze conservative e riformista. Noi abbiamo fatto le scelte, vogliamo stare in Europa e nell’euro ma l’Europa deve fare qualcosa”. Ha sintetizzato: “Il mercato è sano, è lo scontro politico che è insano”.Per il ministro, se l’Ue dovesse bocciare il programma economico del governo sarà ”il popolo” a decidere.
“Cosa succederebbe se l’Unione europea si mettesse in una posizione conflittuale verso questo programma del governo cosi’ cauto e moderato? Io non lo so, deciderà il popolo non io, io mi metto da parte“, afferma Savona. ”Alcune provocazioni, con un certo stile” sono “piuttosto pesanti” afferma, in riferimento al botta-risposta tra il presidente della Commissione Ue Jean Claude Juncker e il vice premier Matteo Salvini. Tuttavia, sottolinea, “il messaggio che ‘il mercato insegnerà agli italiani come votare’ io lo trovo molto più insultante di quello che risponde ‘non è sobrio quando parla”.Quanto ai rischi dell’impatto della fine del programma espansivo della Bce, il Qe, per l’Italia, il ministro Savona dice di non aver “perso fiducia”.
“Draghi resta lì fino al 2019 – conclude -. Non credo che nessuno abbia interesse che l’Italia entri in una grande crisi”.
martedì 2 ottobre 2018
Def, e se il deficit/pil al 2,4% funzionasse davvero?
Fonte: Il Fatto Quotidiano Economia & Lobby | 30 settembre 2018 Massimo Rocca
Il rapporto deficit/pil al 2,4%: e adesso “deve” andare male. Malissimo. Preferibilmente deve succedere come in Grecia. Tempesta finanziaria, bancomat chiusi, e Conte
che, alla fine, in un consesso europeo lasci la giacca sulla sedia
dicendo, prendetevi anche questa, ma poi uscendo torni a casa dai suoi a
dire hanno vinto loro. In via subordinata come in Argentina, ma
l’ideale sarebbe il Venezuela. Cacciati dalla comunità
internazionale, con i fondi avvoltoio appollaiati sullo spread, fuori
dall’Unione europea, uno stato canaglia.
Perché bene non “può” finire. Non “può” nemmeno finire mediocremente, uno zero a zero. Altrimenti che figura ci fanno? Tutte le catastrofi che vedete elencate sulle prime pagine dei giornali non sono circostanze da scongiurare, sono appuntamenti che gli autori si augurano di poter verificare, una per una, e rapidamente perché non è vero che la vendetta è un piatto che si gusta freddo. Metti che non succede niente, metti che qualcosa davvero funziona, poi come si fa? Metti che il project fear, che ha fallito così clamorosamente negli Stati Uniti e in Gran Bretagna debba fallire pure da noi?
Che si scopra che due anni dopo la Brexit la Gran Bretagna non è alla fame, in cerca della sua Marmite perduta, ma è un paese più o meno come prima, con la sua piena occupazione e le sue ingiustizie sociali, con i suoi leader litigiosi e incapaci di trovare la rotta, un po’ come la Merkel dopo il voto di settembre, o come il deus ex machina Macron che piagnucola “aiutatemi” al 68% di francesi che lo trova scarsino come Presidente.
E sì, lo sappiamo il peggio deve ancora arrivare per la perfida Albione, l’Europa sta facendo di tutto per prepararglielo, ma insomma, in attesa di Keynes, a Londra vige Mark Twain: la catastrofe del 2016 era fortemente esagerata. Ecco, metti che nel 2020 l’Italia sia ancora più o meno in piedi, meglio comunque del ponte di Genova. Che qualcosa sia rimasto qui, non come Fiat, Versace e Candy per dire. E come li si giustifica i titoli delle ultime 48 ore? Sapete le previsioni economiche sono come quelle del tempo. Scientifiche ma non infallibili. Ora chi aveva più o meno previsto come sarebbero andate le cose dopo il 2011 e lo ha scritto, ha tutto il diritto di dire, avete visto.
Mentre chi ci ha raccontato che andava tutto bene madama la marchesa il suo destino politico lo ha incontrato il 4 marzo. Prendete il temutissimo Bagnai, andate sul suo blog Goofynomics, cercate il primo post in assoluto, novembre 2011, I salvataggi che non ci salveranno. Diciamo che se quando non sei “nessuno” azzecchi la diagnosi e indovini la prognosi, poi ti può capitare di esercitare la cura a scapito di chi, titolatissimo allora, sbagliò diagnosi, prognosi e cura. Ma il problema è che sono proprio gli stessi che oggi, volgendo le spalle ai cadaveri allineati, brandiscono il dito indice elencandoci diagnosi e prognosi della nuova malattia. Per dire, abbiamo Alberto Alesina e Francesco Giavazzi.
Ormai insieme a Kenneth Rogoff e Carmen Reinhart sono un modo di dire. Gli studi sull’austerità espansiva e sul livello di debito che innesca i problemi economici sono in economia come la concezione tolemaica. Gente che ci ha insegnato che il Sole ruota attorno alla Terra, e che vorrebbe essere messo a capo della missione su Marte. I due hanno il coraggio di dire che ci sono valanghe di dati che dimostrano che il taglio delle tasse ha moltiplicatori maggiori della spesa pubblica per la crescita. Sì, come ci sono valanghe di dati perfino del Fondo monetario internazionale che dimostrano che le vostre idee di quegli anni erano palle e che, avendo dato voi la rotta avete distrutto interi paesi.
Oppure c’è lo stuntman Maurizio Martina, incaricato di sbattere contro gli spigoli in attesa che l’Attore possa declamare la sua battuta. “Mettono cento miliardi di debito sulle spalle dei giovani in tre anni”. Quando Enrico, morire per Maastricht, Gianni Letta prese la campanella il debito italiano era di 2107 miliardi. E Il conte Paolo Gentiloni, passando per il Bomba, ha lasciato a Conte 2302 miliardi, che fanno 195 miliardi in cinque anni. Le misure del nuovo governo, possono e debbono essere contestate nel metodo e nel merito. Alcune saranno utili, altre inutili, altre dannose, come tutte le politiche economiche. Moltissime di loro, per quel che vale, non mi piacciono. Ma se la mettete giù così o arriva la grande Catastrofe oppure sono guai.
Perché bene non “può” finire. Non “può” nemmeno finire mediocremente, uno zero a zero. Altrimenti che figura ci fanno? Tutte le catastrofi che vedete elencate sulle prime pagine dei giornali non sono circostanze da scongiurare, sono appuntamenti che gli autori si augurano di poter verificare, una per una, e rapidamente perché non è vero che la vendetta è un piatto che si gusta freddo. Metti che non succede niente, metti che qualcosa davvero funziona, poi come si fa? Metti che il project fear, che ha fallito così clamorosamente negli Stati Uniti e in Gran Bretagna debba fallire pure da noi?
Che si scopra che due anni dopo la Brexit la Gran Bretagna non è alla fame, in cerca della sua Marmite perduta, ma è un paese più o meno come prima, con la sua piena occupazione e le sue ingiustizie sociali, con i suoi leader litigiosi e incapaci di trovare la rotta, un po’ come la Merkel dopo il voto di settembre, o come il deus ex machina Macron che piagnucola “aiutatemi” al 68% di francesi che lo trova scarsino come Presidente.
E sì, lo sappiamo il peggio deve ancora arrivare per la perfida Albione, l’Europa sta facendo di tutto per prepararglielo, ma insomma, in attesa di Keynes, a Londra vige Mark Twain: la catastrofe del 2016 era fortemente esagerata. Ecco, metti che nel 2020 l’Italia sia ancora più o meno in piedi, meglio comunque del ponte di Genova. Che qualcosa sia rimasto qui, non come Fiat, Versace e Candy per dire. E come li si giustifica i titoli delle ultime 48 ore? Sapete le previsioni economiche sono come quelle del tempo. Scientifiche ma non infallibili. Ora chi aveva più o meno previsto come sarebbero andate le cose dopo il 2011 e lo ha scritto, ha tutto il diritto di dire, avete visto.
Mentre chi ci ha raccontato che andava tutto bene madama la marchesa il suo destino politico lo ha incontrato il 4 marzo. Prendete il temutissimo Bagnai, andate sul suo blog Goofynomics, cercate il primo post in assoluto, novembre 2011, I salvataggi che non ci salveranno. Diciamo che se quando non sei “nessuno” azzecchi la diagnosi e indovini la prognosi, poi ti può capitare di esercitare la cura a scapito di chi, titolatissimo allora, sbagliò diagnosi, prognosi e cura. Ma il problema è che sono proprio gli stessi che oggi, volgendo le spalle ai cadaveri allineati, brandiscono il dito indice elencandoci diagnosi e prognosi della nuova malattia. Per dire, abbiamo Alberto Alesina e Francesco Giavazzi.
Ormai insieme a Kenneth Rogoff e Carmen Reinhart sono un modo di dire. Gli studi sull’austerità espansiva e sul livello di debito che innesca i problemi economici sono in economia come la concezione tolemaica. Gente che ci ha insegnato che il Sole ruota attorno alla Terra, e che vorrebbe essere messo a capo della missione su Marte. I due hanno il coraggio di dire che ci sono valanghe di dati che dimostrano che il taglio delle tasse ha moltiplicatori maggiori della spesa pubblica per la crescita. Sì, come ci sono valanghe di dati perfino del Fondo monetario internazionale che dimostrano che le vostre idee di quegli anni erano palle e che, avendo dato voi la rotta avete distrutto interi paesi.
Oppure c’è lo stuntman Maurizio Martina, incaricato di sbattere contro gli spigoli in attesa che l’Attore possa declamare la sua battuta. “Mettono cento miliardi di debito sulle spalle dei giovani in tre anni”. Quando Enrico, morire per Maastricht, Gianni Letta prese la campanella il debito italiano era di 2107 miliardi. E Il conte Paolo Gentiloni, passando per il Bomba, ha lasciato a Conte 2302 miliardi, che fanno 195 miliardi in cinque anni. Le misure del nuovo governo, possono e debbono essere contestate nel metodo e nel merito. Alcune saranno utili, altre inutili, altre dannose, come tutte le politiche economiche. Moltissime di loro, per quel che vale, non mi piacciono. Ma se la mettete giù così o arriva la grande Catastrofe oppure sono guai.
Economia & Lobby | 30 settembre 2018
lunedì 1 ottobre 2018
Commissione Ue pronta a bocciare manovra, pressing su deficit/Pil
Fonte: W.S.I. 1 ottobre 2018, di Mariangela Tessa
La Commissione europea è pronta a bocciare la manovra del governo italiano a novembre e ad aprire “una procedura sui conti verso febbraio”.
Lo scrive oggi il quotidiano la Repubblica aggiungendo che il ministro dell’Economia, Giovanni Tria, subirà “una forte pressione affinché almeno provi a cambiare i numeri del deficit”, indicato al 2,4% dal 2019 al 2021.
Segnali dei primi contrasti con Bruxelles erano d’altronde emersi già all’indomani dell’accordo sul DEF. Venerdì scorso Pierre Moscovici, commissario agli Affari economici, in un’intervista a Bfm Tv e Rmc Info aveva messo in guardia Roma, affermando:
Anche se la nota di aggiornamento al Documento di Economia e Finanza non sarà ancora sul tavolo dell’Eurogruppo alla riunione di oggi in Lussemburgo, a Bruxelles viene dato per sicuro che se ne parlerà comunque, a margine dei lavori, e soprattutto sarà questa la prima occasione per il ministro italiano dell’Economia, Giovanni Tria, di parlarne a quattr’occhi con il commissario Ue agli Affari economici, Pierre Moscovici, e con il vicepresidente della Commissione per l’Euro, Valdis Dombrovskis.
L’intenzione dichiarata dal governo di lasciar aumentare il rapporto deficit/Pil nominale fino al 2,4% (invece dell’1,6% che sarebbe andato bene alla Commissione europea e che Tria avrebbe voluto mantenere nella “nota”), è stata naturalmente vista da Bruxelles come un tentativo di sottrarsi, almeno in parte, alle regole dell’Eurozona; anche se il vicepremier Luigi Di Maio si è affrettato chiarire di non volere lo scontro ma il dialogo con la Commissione, guardiana di quelle regole.
Lo scrive oggi il quotidiano la Repubblica aggiungendo che il ministro dell’Economia, Giovanni Tria, subirà “una forte pressione affinché almeno provi a cambiare i numeri del deficit”, indicato al 2,4% dal 2019 al 2021.
Segnali dei primi contrasti con Bruxelles erano d’altronde emersi già all’indomani dell’accordo sul DEF. Venerdì scorso Pierre Moscovici, commissario agli Affari economici, in un’intervista a Bfm Tv e Rmc Info aveva messo in guardia Roma, affermando:
“Se gli italiani continuano a indebitarsi, cosa succede? Il tasso di interesse aumenta, il servizio del debito diventa maggiore. Gli italiani non devono sbagliarsi: ogni euro in più per il debito è un euro in meno per le autostrade, per la scuola, per la giustizia sociale. Non abbiamo alcun interesse ad aprire una crisi tra l’Italia e la Commissione, ma non abbiamo neanche interesse a che l’Italia non riduca il suo debito pubblico, che rimane esplosivo“.Il primo banco di prova arriverà tra oggi e domani quando Tria sarà in Lussemburgo per le riunioni mensili di Eurogruppo ed Ecofin.
Anche se la nota di aggiornamento al Documento di Economia e Finanza non sarà ancora sul tavolo dell’Eurogruppo alla riunione di oggi in Lussemburgo, a Bruxelles viene dato per sicuro che se ne parlerà comunque, a margine dei lavori, e soprattutto sarà questa la prima occasione per il ministro italiano dell’Economia, Giovanni Tria, di parlarne a quattr’occhi con il commissario Ue agli Affari economici, Pierre Moscovici, e con il vicepresidente della Commissione per l’Euro, Valdis Dombrovskis.
L’intenzione dichiarata dal governo di lasciar aumentare il rapporto deficit/Pil nominale fino al 2,4% (invece dell’1,6% che sarebbe andato bene alla Commissione europea e che Tria avrebbe voluto mantenere nella “nota”), è stata naturalmente vista da Bruxelles come un tentativo di sottrarsi, almeno in parte, alle regole dell’Eurozona; anche se il vicepremier Luigi Di Maio si è affrettato chiarire di non volere lo scontro ma il dialogo con la Commissione, guardiana di quelle regole.
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lunedì 24 settembre 2018
La Francia dà il via a un maxi-taglio delle tasse: “Deficit-Pil al 2,8%”....
Fonte: Il Fatto Quotidiano di F. Q. | 24 settembre 2018
Il governo della Francia prevede per l’anno prossimo un taglio delle tasse pari a 24,8 miliardi di euro, nel tentativo di dare impulso all’economia e creare più posti di lavoro. Per finanziare la misura, il deficit pubblico del Paese dovrebbe aumentare dal 2,6 per cento del Pil di quest’anno al 2,8 per cento l’anno prossimo, comunque sotto al 3 per cento. Le misure per il 2019 sono basate su una previsione di crescita stimata all’1,7 per cento. Nel dettaglio, le tasse sulle famiglie saranno ridotte di 6 miliardi di euro, quelle alle aziende di 18,8 miliardi. Sono tutte cifre presentate dai due ministri competenti, quello del Bilancio Gérald Darmanin e quello delle Finanze Bruno Le Maire. La prosperità, sottolinea Le Maire, “non deve basarsi su maggiore spesa pubblica, più debito e più imposte”. L’alleggerimento fiscale, infatti, ha rivendicato il presidente della Repubblica Emmanuel Macron, pur in presenza di un aumento del prezzo dei carburanti, sarà “il più consistente” degli ultimi dieci anni.
Un’iniziativa che ha suscitato, dopo pochi minuti, la reazione del vicepresidente del Consiglio italiano Luigi Di Maio. “La Francia – twitta il ministro per lo Sviluppo – per finanziare la sua manovra economica farà un deficit del 2,8 per cento. Siamo un Paese sovrano esattamente come la Francia. I soldi ci sono e si possono finalmente spendere a favore dei cittadini. In Italia come in Francia”. E’ la linea già annunciata e ripetuta più volte dal ministro M5s, fino a stamani, in un’intervista al Fatto Quotidiano: “Reddito di cittadinanza facendo deficit”. Vale la pena ricordare, peraltro, che le “cartelle cliniche” di Francia e Italia sono diverse: il rapporto tra deficit e Pil, per esempio, in Italia è al 133 per cento, mentre in Francia è al 97; lo spread tra buoni del tesoro francesi e tedeschi è poco sopra quota 30 contro l’indice di circa 240 del differenziale italiano.
Per i Cinquestelle, tuttavia, “da Monti in poi le manovre di austerity hanno fatto aumentare il debito pubblico italiano di 300 miliardi di euro, esattamente quello che non voleva l’Europa” come dice il capogruppo al Senato Stefano Patuanelli. Ecco perché serve quella che il parlamentare grillino definisce “Manovra del popolo” per utilizzare “anche le spese in deficit, non certo per violare i parametri Ue, ma per dare una boccata d’ossigeno ai cittadini più in difficoltà”.
In questa battaglia il governo italiano è unito, nonostante una “guerra di numeri”. Più precisamente, di uno solo, quello del rapporto deficit-Pil: Di Maio punta al 2 per cento, il ministro dell’Economia Giovanni Tria vorrebbe fermarsi all’1,6. Ma questa cifra, sottolinea il presidente della commissione Bilancio della Camera Claudio Borghi (leghista) non è mai uscito dalle labbra di Tria: “Io non ho mai sentito dire a Tria il numero 1,6” dice Borghi a Circo Massimo, su Radio Capital.
Quel numero, secondo Borghi, dovrebbe salire al 2,5: “Stiamo confondendo il numero del Def con la legge di bilancio, l’ex post con l’ex ante. Secondo me, ex ante, un numero vicino al 2,5 porterà come risultato una percentuale più bassa”, spiega Borghi. “Se mettendo un po’ di denaro in circolo aumenterà la crescita, e quindi il Pil, ex post il rapporto deficit-Pil sarà più basso. Con il 2,5 e una credibile politica di crescita, i mercati resteranno tranquilli”. Il resposabile economico della Lega poi nega che con l’aumento del debito lo spread tornerebbe a 500 punti: “Secondo me non c’è alcuna relazione fra debito e spread. I primi paesi che ebbero a che fare con lo spread nel 2011, come Irlanda e Spagna, non avevano debito”.
Il governo della Francia prevede per l’anno prossimo un taglio delle tasse pari a 24,8 miliardi di euro, nel tentativo di dare impulso all’economia e creare più posti di lavoro. Per finanziare la misura, il deficit pubblico del Paese dovrebbe aumentare dal 2,6 per cento del Pil di quest’anno al 2,8 per cento l’anno prossimo, comunque sotto al 3 per cento. Le misure per il 2019 sono basate su una previsione di crescita stimata all’1,7 per cento. Nel dettaglio, le tasse sulle famiglie saranno ridotte di 6 miliardi di euro, quelle alle aziende di 18,8 miliardi. Sono tutte cifre presentate dai due ministri competenti, quello del Bilancio Gérald Darmanin e quello delle Finanze Bruno Le Maire. La prosperità, sottolinea Le Maire, “non deve basarsi su maggiore spesa pubblica, più debito e più imposte”. L’alleggerimento fiscale, infatti, ha rivendicato il presidente della Repubblica Emmanuel Macron, pur in presenza di un aumento del prezzo dei carburanti, sarà “il più consistente” degli ultimi dieci anni.
Un’iniziativa che ha suscitato, dopo pochi minuti, la reazione del vicepresidente del Consiglio italiano Luigi Di Maio. “La Francia – twitta il ministro per lo Sviluppo – per finanziare la sua manovra economica farà un deficit del 2,8 per cento. Siamo un Paese sovrano esattamente come la Francia. I soldi ci sono e si possono finalmente spendere a favore dei cittadini. In Italia come in Francia”. E’ la linea già annunciata e ripetuta più volte dal ministro M5s, fino a stamani, in un’intervista al Fatto Quotidiano: “Reddito di cittadinanza facendo deficit”. Vale la pena ricordare, peraltro, che le “cartelle cliniche” di Francia e Italia sono diverse: il rapporto tra deficit e Pil, per esempio, in Italia è al 133 per cento, mentre in Francia è al 97; lo spread tra buoni del tesoro francesi e tedeschi è poco sopra quota 30 contro l’indice di circa 240 del differenziale italiano.
Per i Cinquestelle, tuttavia, “da Monti in poi le manovre di austerity hanno fatto aumentare il debito pubblico italiano di 300 miliardi di euro, esattamente quello che non voleva l’Europa” come dice il capogruppo al Senato Stefano Patuanelli. Ecco perché serve quella che il parlamentare grillino definisce “Manovra del popolo” per utilizzare “anche le spese in deficit, non certo per violare i parametri Ue, ma per dare una boccata d’ossigeno ai cittadini più in difficoltà”.
In questa battaglia il governo italiano è unito, nonostante una “guerra di numeri”. Più precisamente, di uno solo, quello del rapporto deficit-Pil: Di Maio punta al 2 per cento, il ministro dell’Economia Giovanni Tria vorrebbe fermarsi all’1,6. Ma questa cifra, sottolinea il presidente della commissione Bilancio della Camera Claudio Borghi (leghista) non è mai uscito dalle labbra di Tria: “Io non ho mai sentito dire a Tria il numero 1,6” dice Borghi a Circo Massimo, su Radio Capital.
Quel numero, secondo Borghi, dovrebbe salire al 2,5: “Stiamo confondendo il numero del Def con la legge di bilancio, l’ex post con l’ex ante. Secondo me, ex ante, un numero vicino al 2,5 porterà come risultato una percentuale più bassa”, spiega Borghi. “Se mettendo un po’ di denaro in circolo aumenterà la crescita, e quindi il Pil, ex post il rapporto deficit-Pil sarà più basso. Con il 2,5 e una credibile politica di crescita, i mercati resteranno tranquilli”. Il resposabile economico della Lega poi nega che con l’aumento del debito lo spread tornerebbe a 500 punti: “Secondo me non c’è alcuna relazione fra debito e spread. I primi paesi che ebbero a che fare con lo spread nel 2011, come Irlanda e Spagna, non avevano debito”.
di F. Q. | 24 settembre 2018
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venerdì 6 luglio 2018
Piano draconiano di Tria: tagli alla spesa per tre anni
Fonte: W.S.I. 6 luglio 2018, di Alessandra Caparello
ROMA (WSI) – Congelare la spesa corrente primaria nominale, che significa blocco per i prossimi 3 anni delle uscite della Pa a quota 727,7 miliardi di euro.
Questo il progetto del ministro dell’economia Giovanni Tria come rende noto oggi Il Messaggero. Un progetto draconiano lo definisce il quotidiano con una intenzione netta.
Ma quali sono queste voci che rientrano nella spesa corrente che dovranno essere penalizzate negli intenti di Tria al fine di pareggiare i conti?
In primis gli stipendi dei dipendenti pubblici. Solo nel 2018 lo Stato dovrà spendere 171 miliardi di euro che però negli anni seguenti è destinata a scendere. Tuttavia da sciogliere c’è il nodo aumento che dovrebbe scattare proprio nel 2019. Poi c’è il capitolo pensione la cui spesa, tra il 2018 e il 2021 a conti fatti, aumenterà di circa 23 miliardi di euro. Qualcosa qui si può fare, guardando il contratto di governo giallo-verde, solo sulle pensioni d’oro ma le barricate si sono già alzate.
Altro dossier che rientra nelle spesa corrente da sforbiciare è la spesa sanitaria quindi bloccare gli aumenti previsti, cosa che però stride con le promesse fatte in campagna elettorale da Lega e Cinque Stelle.
Allora dove si può intervenire? Sicuramente un fronte da maneggiare con cautela può essere quello della spesa per beni e servizi a cui hanno attinto anche i governi precedenti ma sarà difficile trovare solo lì quei 30 miliardi previsti dal ministro Tria.
Questo il progetto del ministro dell’economia Giovanni Tria come rende noto oggi Il Messaggero. Un progetto draconiano lo definisce il quotidiano con una intenzione netta.
“Bloccare del tutto la spesa corrente, dando fiato a quella per gli investimenti, fino ad oggi penalizzata nelle politiche di bilancio”.I tagli ipotizzati ammonterebbero a 33 miliardi di euro in tre anni che farebbero risparmiare allo Stato già nel prossimo anno 10 miliardi di euro. Soldi necessari se si pensa all’introduzione di misure come la flat tax o il reddito di cittadinanza.
Ma quali sono queste voci che rientrano nella spesa corrente che dovranno essere penalizzate negli intenti di Tria al fine di pareggiare i conti?
In primis gli stipendi dei dipendenti pubblici. Solo nel 2018 lo Stato dovrà spendere 171 miliardi di euro che però negli anni seguenti è destinata a scendere. Tuttavia da sciogliere c’è il nodo aumento che dovrebbe scattare proprio nel 2019. Poi c’è il capitolo pensione la cui spesa, tra il 2018 e il 2021 a conti fatti, aumenterà di circa 23 miliardi di euro. Qualcosa qui si può fare, guardando il contratto di governo giallo-verde, solo sulle pensioni d’oro ma le barricate si sono già alzate.
Altro dossier che rientra nelle spesa corrente da sforbiciare è la spesa sanitaria quindi bloccare gli aumenti previsti, cosa che però stride con le promesse fatte in campagna elettorale da Lega e Cinque Stelle.
Allora dove si può intervenire? Sicuramente un fronte da maneggiare con cautela può essere quello della spesa per beni e servizi a cui hanno attinto anche i governi precedenti ma sarà difficile trovare solo lì quei 30 miliardi previsti dal ministro Tria.
lunedì 11 giugno 2018
Amministrative, Salvini padrone assoluto. Di Maio non pervenuto
Fonte: Il Fatto Quotidiano Elezioni Amministrative 2018 | 11 giugno 2018 Fabrizio d'Esposito
.. il resto al link suindicato
Nella domenica elettorale sovrastata dal caso della nave Aquarius, c’è un solo evidente filo di continuità tra il turno amministrativo e le storiche elezioni politiche del 4 marzo. Ossia la crescente affermazione della Lega nazionalista di Matteo Salvini. Un dato accentuato ancora di più dalla non secondaria circostanza che giusto dieci giorni fa è stato varato il primo esecutivo populista della Repubblica.
Ecco, questo il punto centrale: se vogliamo ravvisare una tendenza nazionale in questo voto che ha riguardato 761 comuni (di cui 20 capoluogo di provincia) e 6 milioni e 700mila italiani, c’è da dire subito che l’onda non è stata gialloverde o gialloblu ma esclusivamente leghista. Meglio, salviniana. In tutto sono cinque le considerazioni che si possono svolgere in attesa del ballottaggio del 24 giugno:
1. Prima di esaminare il ruolo da dominus del capo del Carroccio, Salvini Dux come già lo chiama qualcuno, è necessario fare una premessa. Ancora una volta il primo “partito” si conferma quello dell’astensionismo.
Quasi il 40 per cento degli aventi diritto ha preferito invece
starsene a casa o andare al mare. Una cifra imponente soprattutto se
raffrontata con l’atavica fedeltà dell’elettore al voto comunale.
Insomma il tasso di sfiducia verso le istituzioni si espande ed è
probabile che in quel quaranta per cento ci sia una grossa fetta di
cittadini già delusi dal grillismo di governo, se non altro per la “qualità” dell’alleato scelto dal M5S per il fatidico contratto di governo.
2. Premesso tutto questo, si arriva alla percezione netta dell’avanzata leghista,
che riesce a tenere in vita la coalizione di centrodestra. Sarebbe
affrettato e poco razionale dire che questo governo non fa bene ai pentastellati, soprattutto dopo la domenica del blocco navale del ministro dell’Interno. Ma c’è un dato inequivocabile: la luna di miele del governo Conte,
appena iniziata, avrebbe dovuto apportare qualche beneficio. Invece
per l’ennesima volta c’è stata la conferma dell’abisso tra il voto
nazionale del M5S e quello locale. E’ sufficiente spiegare tutto questo
con l’alibi dello scarso radicamento, anche al netto del fenomeno
sempre più diffuso delle liste civiche che penalizza tutte le forze, in
particolare Pd e Forza Italia?.. il resto al link suindicato
martedì 5 giugno 2018
JP Morgan: Italia fuori dall’euro l’opzione migliore
Fonte: W. S. I. 5 giugno 2018, di Mariangela Tessa
L’uscita dell’Italia dalla zona euro sarebbe un bene. E non solo per Roma. È la conclusione alla quale giungono gli analisti di JP Morgan in un rapporto in cui viene affrontato il tema del “Quitaly” o “Italexit”, ovvero lo scenario finanziario di un’eventuale uscita dell’Italia dalla zona euro.
Gli strategist arrivano a tale conclusione dopo aver preso in considerazione i saldi Target2, che sono esplosi dal momento del lancio del QE della BCE a oggi.
È una domanda che è stata posta anche da alcuni eurodeputati del MoVimento 5 Stelle a Mario Draghi in tempi non sospetti. La risposta al quesito è di particolare importanza per l’Italia, spiega JP Morgan. Mentre le passività nette per gli investimenti internazionali della Spagna si sono attestate intorno ai mille miliardi di euro alla fine dello scorso anno, quasi il triplo delle passività Target2, da noi le passività nette sull’investimento internazionale sono state molto più ridotte (115 miliardi alla fine dello scorso anno) rispetto alle passività Target2 intra europee, che sono state pari a quasi il quadruplo: 426 miliardi di euro.
Non c’è troppo da rallegrarsi, tuttavia: l’andamento dei flussi dei pagamenti ha spinto mesi fa Marcello Minenna, economista responsabile di analisi quantitativa presso la Consob, a evidenziare come un allargamento progressivo dei saldi passivi del sistema Target 2, significhi anche che le imprese italiane continuano con maggiore convinzione a reinvestire all’estero piuttosto che nell’economia nazionale. Più che in una sfiducia nella tenuta dell’area euro, c’è una sfiducia nel sistema Italia.
Gli strategist arrivano a tale conclusione dopo aver preso in considerazione i saldi Target2, che sono esplosi dal momento del lancio del QE della BCE a oggi.
“Quando la Banca d’Italia, attraverso il programma di Quantitative Easing, acquista titoli da una banca tedesca o da una banca del Regno Unito con un conto in Germania – spiega JP Morgan – questo flusso provoca un aumento della Banca dei deficit Target2 in Italia e un aumento delle eccedenze della Bundesbank. Allo stesso modo, quando la Banca d’Italia acquista obbligazioni da un investitore nazionale ma questi utilizza il ricavato per acquistare un’attività all’estero, allora la Banca d’Italia si assume anche la responsabilità nei confronti dell’eurosistema. La liquidità creata da Banca d’Italia non rimane in Italia, ma si diffonde in Germania o in altre giurisdizioni”.Insomma, queste passività verso l’estero sono da onorare o no? In teoria come osserva la JP Morgan, è qui che sorge la polemica, perché se un paese – che dovesse dichiarare in partenza default delle sue passività esterne ridenominandole nella sua valuta – dovesse rinnegare la sua passività dei pagamenti Target2, avrebbe poco da perdere bruciando tutti i ponti con l’Europa quando rinuncia alla “valuta comune”.
È una domanda che è stata posta anche da alcuni eurodeputati del MoVimento 5 Stelle a Mario Draghi in tempi non sospetti. La risposta al quesito è di particolare importanza per l’Italia, spiega JP Morgan. Mentre le passività nette per gli investimenti internazionali della Spagna si sono attestate intorno ai mille miliardi di euro alla fine dello scorso anno, quasi il triplo delle passività Target2, da noi le passività nette sull’investimento internazionale sono state molto più ridotte (115 miliardi alla fine dello scorso anno) rispetto alle passività Target2 intra europee, che sono state pari a quasi il quadruplo: 426 miliardi di euro.
Ciò – spiega JPM – è dovuto al fatto che l’Italia ha accumulato negli anni più attività esterne all’Europa della Spagna e dovrebbe quindi essere complessivamente più capace di rimborsare le sue passività esterne.In altre parole, mentre le passività esterne lorde in generale sono simili in Italia e Spagna, dal punto di vista della responsabilità netta con l’Europa, un’uscita dall’euro del nostro paese sarebbe molto meno minacciosa per le nazioni creditrici rispetto all’uscita dell’euro in Spagna.
Non c’è troppo da rallegrarsi, tuttavia: l’andamento dei flussi dei pagamenti ha spinto mesi fa Marcello Minenna, economista responsabile di analisi quantitativa presso la Consob, a evidenziare come un allargamento progressivo dei saldi passivi del sistema Target 2, significhi anche che le imprese italiane continuano con maggiore convinzione a reinvestire all’estero piuttosto che nell’economia nazionale. Più che in una sfiducia nella tenuta dell’area euro, c’è una sfiducia nel sistema Italia.
mercoledì 30 maggio 2018
Mercati e Costituzione: chi vince?
Tema caldo e pregnante, vista l'attualità italiana. Prendo spunto,
SOLO SPUNTO SIA CHIARO, dall'intervista di Barbara Spinelli sul Fatto
cartaceo di oggi, 30/5/2018, di Barbara Spinelli, europarlamentare con
la lista 'Altra europa con Tsipras', dove affronta molti temi e, in
dissonanza dal comune sentire dei sinistr(oidi) italici dice in
chiaroquel che molti non vogliono che venga detto. L'articolo è a
riproduzione riservata quindi NON lo posso riprodurre né per singole
cose né per intero, mi spiace; ma i temi si (quindi vi dovrete fidare
del sottoscritto o comprare il giornale e leggervelo):
.. e tutto quanto sopra solo per gradire. Che si voti o meno non dimentichiamolo: quel che il Commissario Oettinger ha detto non è STATA SOLO UNA BOUTADE ma è stato esattamente QUEL CHE PENSANO, E NNO DICONO, IN GERMANIA E NELLE AGENZIE DI RATING: UN PASTICO ESEMPIO è LA NOTA DI OGGI, PER CHI SCRIVE, di BLOOMBERG dove, con altri toni, si dice del nostro paese, e del suo voto, la stessa cosa detta dall'improvvido, quanto arrogante, Commissario UE.
- Questione Savona. Quella dell'uscita dall'euro è una FAKE-NEWS perchè da nessuna parte nei programmi dei due vincitori delle elezioni c'è scritto che si debba uscire dall'euro e dalla ue... nè tantomeno lo sostiene il Prof. Savona che è, solo, reo di aver detto in chiaro quello che nei circoli della Commissione, in quelli dei partiti tedeschi, e nelle varie banche centrali da decenni se ne discute.. ossia che il problema euro e commissione autocratica sono lontani anni luce dalla realtà che tutti viviamo nei singoli paesi. Anche Paolo Baffi lo sostenne e fu nemo profeta in patria!!! In realtà è l'establishment europeo, e la Germania, a NON volere Savona e a far pressioni contro la sua persenza nel Ministero dell'economia proprio perchè, in quanto economista di lunga corso, ha messo in chiaro quelle che sono le pecche e le magagne della costruzione europea, per tacere dei limiti (non ultimo quello della trazione franco-tedesca come palsticamente dimostrato oggi dove Macron e Merkel, non la UE, hanno detto NO, dettando la linea agli altri Stati, ai dazi di Trump) sul versante delle disfunzioni dell'eurozona per tacere dell'architettura e dei parametri che vanno cambiati se nno vogliamo morire di Europa; le conseguenza gravissime di questa miopia sono sotto gli occhi di tutti, ossia l'aumento esponenziale dell'euroscetticismo e non soo nelle colonie, meglio note come PIIGS, ma nel cuore stesso del reich finanziario.. ossia in Germania. Lo Statuto della BCE, banca privata, non prevede il sostegno alle politiche occupazionali e lla domanda ma solo la stabilità dei prezzi: Savona ha ragione!!!
- Questione mercati. Esiste un doppio voto? Si che c'è e quello che conta è quello dei mercati: un perenne plebiscito che giudica, senz'alcuna responsabilità democratica, nè elettorale, l'operato dei governi solo sulla base del proprio tornaconto cui fa da cane da guardia il liberismo imperante nell'Eurozona; hai voglia a votare ma alla fine se i mercati, e la struttura europea, dicono NO nno ci sono santi: devi piegarti; con la Grecia ne abbiamo avuto un plastico esempio dove mentre la troika teneva in ostaggio un intero paese i mercati lo hanno fatto a pezzi, distrutto prendendosi tutto; è molto più facile dire cosa è ancora di proprietà dei greci che dire il suo esatto contrario...
- Questione Italia. Non basta votare. come abbiamo visto, pur di non rispettare il mandato dell'elettorato italiano, ci si è inventato di tutto: anche le fake-news; tutto quel che c'è è una bozza di accordo fra 5S e Lega nella quale si contemperava un possibile scenario di uscita dall'euro, non dall'eurozona, come piano B se quello A nno dovesse funzionare. Quella bozza è stata superata e il piano B è stato abbandonato: ma tanto è bastato affinchè partisse il fuoco incrociato dei mercati da un lato e dei sodali 'interni' dall'altro....con la conseguenza che il Governo non si può fare perchè mamma Europa e papà mercato non vogliono! Soprattutto se alla guida del Ministero dell'economia c'è un professore, e anche banchiere e politico, come Savona che con quest materie ci va anozze: sono pane quotidiano per chi ha partecipato alla stesura del Trattato di Lisbona!!! E di cui ne hanno una paura bau chi ha da temere dal voto dei singoli paesi. Poi se a tutto ciò aggiungiamo che: a) siamo 'i meridionali dell'eurozona (dice nulla la parola meridionali in questo paese?)'; b) siamo il mercato di sbocco e terra di conquista per le economie straniere (il surplus teutonico che da 5 anni si verifica lo si deve in buona parte alle esportazione verso i piigs) deel nord dell'europa; c) abbiamo u ceto dirigente da paese dei campanelli e uno industriale che si è trasformato in 'prenditore se non rentier' delo Stato che usa come un bancomat!!
.. e tutto quanto sopra solo per gradire. Che si voti o meno non dimentichiamolo: quel che il Commissario Oettinger ha detto non è STATA SOLO UNA BOUTADE ma è stato esattamente QUEL CHE PENSANO, E NNO DICONO, IN GERMANIA E NELLE AGENZIE DI RATING: UN PASTICO ESEMPIO è LA NOTA DI OGGI, PER CHI SCRIVE, di BLOOMBERG dove, con altri toni, si dice del nostro paese, e del suo voto, la stessa cosa detta dall'improvvido, quanto arrogante, Commissario UE.
martedì 29 maggio 2018
Governo e mercati
E' da anni che si sa e che, solo qualcuno, dice: il voto del singolo
cittadino in questo paese conta poco e quando si esprime in un senso
anzichè nell'altro allora conta ancora meno; soprattutto quando quel
senso uscito dalle urne comporta un cambiamento radicale rispetto agli
ultimi decenni di stagnazione politica prima ancora che economica. E'
stato un segno di arroganza e di debolezza far saltare il tavolo: sia
chiaro la Costituzione imputa al Capo dello Stato la scelta del Primo
Ministro e su proposta di questi dei Ministri.... ma non è scritto da
nessuna parte che determini anche la linea politica di del governo e il
nome del ministro dell'economia. E invece è esattamente quel che è
accaduto per la nomina del ministro che 'non' era gradito al Capo dello
stato.
Paradossalmente il commissario tedesco che oggi ha detto 'saranno i mercati a insegnare agli italiani a non votare per i populisti di destra e di sinistra' ha ben fotografato quel che nessuno ha mai avuto il coraggio di dire: così com'è congegnato il sistema europeo, e dei singoli stati, di finanziamento oggettivamente mette nelle mani di personaggi non controllabili pubblicamente non solo i bilanci ma pure la vita di interi Stati.
Ha ragione il Prof. Savona: siamo in una gabbia (cito a memoria).... e le gabbie non sempre servono a dividere le fiere ma anche a impedire che esse possano scappare. In nessuna parte del programma del centrodestra e dei 5Stelle si parla di uscita dall'euro né tantomeno di uscita dall'europa eppure alla fine tutto quel che si dice è esattamente questo.
Fra parentesi come la pensano i mercati in queste ore è chiaro: volete che acquistiamo i vostri titoli? Votate così o meglio NON votate per questi qui.... stiamo pur certi che fino al giorno in cui si ritornerà al voto la pressione sarà fortissima. I precedenti lo confermano: quando il governo è espressione di certa parte spread, debito ecc. diventano parte dell'orizzonte quando e se arrivano forze esterne al giro di amici degli amici ecco che improvvisamente tornano a prendere vita e a spaventare i comuni mortali.
Delle due l'una:
o si prende atto che il voto è ormai superfluo; basta che un qualunque broker di una qualunque agenzia di rating a determinare chi e come può governare un paese e quindi a che serve tenere genete lì a nostre spese;
o si prende atto che siamo una democrazia parlamentare e il popolo, nella sua espressione del corpo elettorale, è sovrano e quindi non ci sono vincoli e trattati che siano in qualunque modo vincolanti per noi lo sono se non in contrasto con l'espressione del voto italiano....
Paradossalmente il commissario tedesco che oggi ha detto 'saranno i mercati a insegnare agli italiani a non votare per i populisti di destra e di sinistra' ha ben fotografato quel che nessuno ha mai avuto il coraggio di dire: così com'è congegnato il sistema europeo, e dei singoli stati, di finanziamento oggettivamente mette nelle mani di personaggi non controllabili pubblicamente non solo i bilanci ma pure la vita di interi Stati.
Ha ragione il Prof. Savona: siamo in una gabbia (cito a memoria).... e le gabbie non sempre servono a dividere le fiere ma anche a impedire che esse possano scappare. In nessuna parte del programma del centrodestra e dei 5Stelle si parla di uscita dall'euro né tantomeno di uscita dall'europa eppure alla fine tutto quel che si dice è esattamente questo.
Fra parentesi come la pensano i mercati in queste ore è chiaro: volete che acquistiamo i vostri titoli? Votate così o meglio NON votate per questi qui.... stiamo pur certi che fino al giorno in cui si ritornerà al voto la pressione sarà fortissima. I precedenti lo confermano: quando il governo è espressione di certa parte spread, debito ecc. diventano parte dell'orizzonte quando e se arrivano forze esterne al giro di amici degli amici ecco che improvvisamente tornano a prendere vita e a spaventare i comuni mortali.
Delle due l'una:
o si prende atto che il voto è ormai superfluo; basta che un qualunque broker di una qualunque agenzia di rating a determinare chi e come può governare un paese e quindi a che serve tenere genete lì a nostre spese;
o si prende atto che siamo una democrazia parlamentare e il popolo, nella sua espressione del corpo elettorale, è sovrano e quindi non ci sono vincoli e trattati che siano in qualunque modo vincolanti per noi lo sono se non in contrasto con l'espressione del voto italiano....
domenica 27 maggio 2018
Il vero volto...
Ebbene si: il voto non ha più la forza dirompente di alcuni decenni
fa quando con lo spostamento di alcune decine di migliaia voti
maggioranze finivano e altre ne venivano create.... oggi, con l'euro e
l'europa che tutti conosciamo, ciò non vale più; il voto vale poco (meno
anche di 1 vale 1) se si dimostra autonomia rispetto alle istituzioni e
ai mercati.
C'è da pensare che in realtà ciò che conta non sia il voto popolare ma l'assenso delle istituzioni finanziarie: senza il primo cade la maschera che hanno indossato i ceti dirigenti 'europeisti' ma senza il secondo qualunque voto vale meno del due picche: soprattutto se all'economia si vuole mettere uno con la schiena dritta.
E' interessante notare alcune cose: mentre si è storto il naso sul nome di un Ministro con la schiena dritta nulla accadde quando ai dicasteri, non solo economici, si nominavano personaggi che definire discutibili e incompetenti è un eufemismo... Non ricordo 'no possumus presidenziali' per questi figuri; non ricordo ingerenze per politici espressione di lobby o che erano scesi in politica per difendere interessi terz o ... proprii; no.. non c'è n'è ricordo, anzi semmai ricordo la 'tolleranza' nei loro confronti. C'è ricordo di un mezzo golbeddo per nominare Monti al posto di Mr. B; non c'è ricordo di pressioni per far dimettere chi in qualche modo copiò la tesi o è vicina a chi truffò i soldi (che ora si dice devono essere difesi) agli italiani. Di tutto ciò nessun ricordo di intervento dell'Alto Colle mentre rimarrà il ricordo del veto (europeo, del mercato e ... anche italico) a un Ministro che ha motivato le proprie idee rispetto alla UE, al mercato ecc..... e ora? Bé potete scommetterci: Cottarelli ad vitam o almeno finchè sarà necessario alla bisogna, soprattutto per far decantare la, giusta, inkazzatura italica.. perchè alla fine ciò che conta non è il voto del popolo bue ma quello dei mercati e dei paesi stranieri.
C'è da pensare che in realtà ciò che conta non sia il voto popolare ma l'assenso delle istituzioni finanziarie: senza il primo cade la maschera che hanno indossato i ceti dirigenti 'europeisti' ma senza il secondo qualunque voto vale meno del due picche: soprattutto se all'economia si vuole mettere uno con la schiena dritta.
E' interessante notare alcune cose: mentre si è storto il naso sul nome di un Ministro con la schiena dritta nulla accadde quando ai dicasteri, non solo economici, si nominavano personaggi che definire discutibili e incompetenti è un eufemismo... Non ricordo 'no possumus presidenziali' per questi figuri; non ricordo ingerenze per politici espressione di lobby o che erano scesi in politica per difendere interessi terz o ... proprii; no.. non c'è n'è ricordo, anzi semmai ricordo la 'tolleranza' nei loro confronti. C'è ricordo di un mezzo golbeddo per nominare Monti al posto di Mr. B; non c'è ricordo di pressioni per far dimettere chi in qualche modo copiò la tesi o è vicina a chi truffò i soldi (che ora si dice devono essere difesi) agli italiani. Di tutto ciò nessun ricordo di intervento dell'Alto Colle mentre rimarrà il ricordo del veto (europeo, del mercato e ... anche italico) a un Ministro che ha motivato le proprie idee rispetto alla UE, al mercato ecc..... e ora? Bé potete scommetterci: Cottarelli ad vitam o almeno finchè sarà necessario alla bisogna, soprattutto per far decantare la, giusta, inkazzatura italica.. perchè alla fine ciò che conta non è il voto del popolo bue ma quello dei mercati e dei paesi stranieri.
giovedì 24 maggio 2018
Governo M5s-Lega, faremo i Conte con l’Europa?
Fonte: Il Fatto Quotidiano Politica | 24 maggio 2018 Massimo Rocca
Dopo il conte abbiamo il Conte. Complice un viaggio sono indietro almeno di una richiesta di scuse. Quella a Matteo Salvini. Non pensavo, non credevo, che avrebbe avuto la forza di mettere in soffitta il Caimano. Siccome l’avevo scritto, riconosco l’errore.
Le prime parole di Giuseppe Conte all’uscita dallo studio alla Vetrata hanno immediatamente riproposto la formidabile domanda ideata da Alberto Bagnai, e poi ripresa da Claudio Borghi, nel corso della lunga marcia che li ha portati ad essere gli economisti di riferimento della Lega. “E se ci dicono di no?” Con queste poche parole hanno demolito tutte le subordinate europeiste, via via sempre più blande, che quel poco di sinistra critica nella accademia e nella politica osava opporre al dogma ideato a Berlino e Francoforte e promulgato da Bruxelles, “un’altra Europa è possibile”.
Basta chiedere a Stefano Fassina o agli eletti della lista Tsipras, o ai firmatari dei tanti documenti degli economisti se negli ultimi dieci anni sia stata possibile. Gli italiani il loro responso lo hanno dato già il 4 marzo. Per evitare di farci dire di no, i nostri rappresentanti, che partivano col pugno di ferro da scaraventare sul tavolo, hanno poi sempre firmato con guanti di velluto ogni successivo giro della corda.
Articolo 81, two pack, six pack, clausole di salvaguardia e via aggiungendo. I firmatari sono gli stessi che in questi giorni hanno toccato vertici inverosimili di, trovate voi la parola, perché vorrei evitare querele. Tipo Pier Carlo Padoan che accusa Borghi di aver fatto perdere l’8% in una seduta a Monte Paschi, mentre durante la sua gestione del ministero dell’economia è crollata del 99%. Oppure gli esperti di spending review che azzardano per il contratto gialloverde aumenti del deficit di 100 o 150 miliardi, cioè esattamente gli stessi aumenti registrati sotto i governi Monti o Renzi, tagliando spese e diritti e non provando a fare deficit spending come vorrebbero fare Salvini e Di Maio. Ma questi sono dettagli.
Il punto resta sempre quello. Lo abbiamo visto in questi giorni, tra spread, borse e Savona. Quel programma che contiene cose orrende dal punto di vista securitario, cose molto discutibili come lo pseudo reddito di cittadinanza che Bagnai soprannominava, giustamente, reddito della gleba perché è un sussidio di disoccupazione condizionato all’accettazione di un lavoro che, ovviamente, verrà retribuito due spicci in più dei 780 euro, insensate come la flat tax che, come ogni abbassamento della pressione fiscale ovunque realizzato, ha come prima vittima i servizi statali e il welfare che il contratto vuole rilanciare, quel programma ha bisogno di risorse e tante.
E per quanto Salvini dica, correttamente, che si punta a finanziarlo con la crescita economica, in attesa della crescita bisogna finanziarlo keynesianamente a debito. E sarebbe anche ora. Se non fosse che, nel giro di dodici mesi, ci sono tre o quattro problemi. La fine del quantitative easing di Francoforte, la fine dell’era Draghi, un probabile deterioramento del ciclo economico. E il fatto che ci possono dire di no. Mattarella, grazie all’articolo 81, e Bruxelles in ogni modo possibile. Come sa Conte (Antonio), un conto è vincere lo scudetto tutti gli anni, un conto la Champions. Per cui l’ossimoro di Conte (Giuseppe) la collocazione europea e gli interessi italiani rischia di arrivare prestissimo ai cartellini gialli e rossi e ai rigori, Var o non Var. Per cui la domanda resta più grande e misteriosa di prima. E se vi dicono di no?
Dopo il conte abbiamo il Conte. Complice un viaggio sono indietro almeno di una richiesta di scuse. Quella a Matteo Salvini. Non pensavo, non credevo, che avrebbe avuto la forza di mettere in soffitta il Caimano. Siccome l’avevo scritto, riconosco l’errore.
Le prime parole di Giuseppe Conte all’uscita dallo studio alla Vetrata hanno immediatamente riproposto la formidabile domanda ideata da Alberto Bagnai, e poi ripresa da Claudio Borghi, nel corso della lunga marcia che li ha portati ad essere gli economisti di riferimento della Lega. “E se ci dicono di no?” Con queste poche parole hanno demolito tutte le subordinate europeiste, via via sempre più blande, che quel poco di sinistra critica nella accademia e nella politica osava opporre al dogma ideato a Berlino e Francoforte e promulgato da Bruxelles, “un’altra Europa è possibile”.
Basta chiedere a Stefano Fassina o agli eletti della lista Tsipras, o ai firmatari dei tanti documenti degli economisti se negli ultimi dieci anni sia stata possibile. Gli italiani il loro responso lo hanno dato già il 4 marzo. Per evitare di farci dire di no, i nostri rappresentanti, che partivano col pugno di ferro da scaraventare sul tavolo, hanno poi sempre firmato con guanti di velluto ogni successivo giro della corda.
Articolo 81, two pack, six pack, clausole di salvaguardia e via aggiungendo. I firmatari sono gli stessi che in questi giorni hanno toccato vertici inverosimili di, trovate voi la parola, perché vorrei evitare querele. Tipo Pier Carlo Padoan che accusa Borghi di aver fatto perdere l’8% in una seduta a Monte Paschi, mentre durante la sua gestione del ministero dell’economia è crollata del 99%. Oppure gli esperti di spending review che azzardano per il contratto gialloverde aumenti del deficit di 100 o 150 miliardi, cioè esattamente gli stessi aumenti registrati sotto i governi Monti o Renzi, tagliando spese e diritti e non provando a fare deficit spending come vorrebbero fare Salvini e Di Maio. Ma questi sono dettagli.
Il punto resta sempre quello. Lo abbiamo visto in questi giorni, tra spread, borse e Savona. Quel programma che contiene cose orrende dal punto di vista securitario, cose molto discutibili come lo pseudo reddito di cittadinanza che Bagnai soprannominava, giustamente, reddito della gleba perché è un sussidio di disoccupazione condizionato all’accettazione di un lavoro che, ovviamente, verrà retribuito due spicci in più dei 780 euro, insensate come la flat tax che, come ogni abbassamento della pressione fiscale ovunque realizzato, ha come prima vittima i servizi statali e il welfare che il contratto vuole rilanciare, quel programma ha bisogno di risorse e tante.
E per quanto Salvini dica, correttamente, che si punta a finanziarlo con la crescita economica, in attesa della crescita bisogna finanziarlo keynesianamente a debito. E sarebbe anche ora. Se non fosse che, nel giro di dodici mesi, ci sono tre o quattro problemi. La fine del quantitative easing di Francoforte, la fine dell’era Draghi, un probabile deterioramento del ciclo economico. E il fatto che ci possono dire di no. Mattarella, grazie all’articolo 81, e Bruxelles in ogni modo possibile. Come sa Conte (Antonio), un conto è vincere lo scudetto tutti gli anni, un conto la Champions. Per cui l’ossimoro di Conte (Giuseppe) la collocazione europea e gli interessi italiani rischia di arrivare prestissimo ai cartellini gialli e rossi e ai rigori, Var o non Var. Per cui la domanda resta più grande e misteriosa di prima. E se vi dicono di no?
mercoledì 16 maggio 2018
contratto fu
Alla fine il topolino è nato. Il cotnratto è firmato e nell'attesa di
saperne i termini le indiscrezioni dicono che solo quando sarà definito
nelle parti politiche, che spettano ai leader politici, ne verremo a
conoscenza e allora si vedrà chi ha detto balle e chi ha rimestato nel
fango per spaventare i cittadini in primis e i mercati.... e devo dire
che, come sempre quando si tratta di soldi, ci sono riusciti: è
ripartito il ricatto dello spread, per fare un esempio... ora vedremo ma
una cosa è subito emersa: no uscita dall'euro e quindi
i populisti/avventuristi lo sono molto meno di come li hanno
disegnati!!!! Al massimo ci sarà un referendum consultivo
sull'argomento..... ma non mi pare che sarà una tragedia.
Per il resto si attenderà la sua pubblicazione.
Quello che vorrei sottolineare è che di fronte a squali politici e finanziari ci vorrebbero politici con un background solido e non figli del prodi/berlusconismo .... che sappiano mantenere saldo il timone e i nervi a fronte delle provocazioni e, contemporaneamente, cittadini consapevoli che almeno conoscano la Costituzione e le conseguenze che al sua applicazioni porterebbero per tutti. Purtroppo non è così e questo sarà il punto debole di questo governo...
Per il resto si attenderà la sua pubblicazione.
Quello che vorrei sottolineare è che di fronte a squali politici e finanziari ci vorrebbero politici con un background solido e non figli del prodi/berlusconismo .... che sappiano mantenere saldo il timone e i nervi a fronte delle provocazioni e, contemporaneamente, cittadini consapevoli che almeno conoscano la Costituzione e le conseguenze che al sua applicazioni porterebbero per tutti. Purtroppo non è così e questo sarà il punto debole di questo governo...
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