Fonte: Il Fatto Quotidiano Economia & Lobby - 21 Giugno 2020 Loretta Napoleoni
Impossibile capire bene cosa stia succedendo all’economia mondiale in relazione alla crisi del Covid
e alle politiche messe in atto per arginare il contagio. Altrettanto
difficile è estrarre la verità scientifica dalla pandemia, le teorie
sono tante – alcune decisamente imbevute di dietrologia – ma i fatti scarseggiano.
Che succede? Ma soprattutto cosa succederà? Una bussola economica che nei momenti di grande crisi raramente sbaglia è il prezzo dell’oro. E allora proviamo ad affidarci a questa per capire dove ci troviamo e dove stiamo andando.
Per
renderci conto del valore politico del metallo giallo facciamo un
piccolo passo indietro nella storia e torniamo agli anni ‘70. Dopo la
tragica dichiarazione di Richard Nixon, che poneva fine
alla convertibilità del dollaro in oro, si pensò che l’oro fosse
destinato solo all’industria dei gioielli, ma non fu così. Quando subito
dopo lo shock petrolifero della metà degli anni 70
l’inflazione iniziò a galoppare, per difendersi dall’erosione del valore
delle monete cartacee gli investitori comprarono oro, confermando che
non c’è bene rifugio più popolare del metallo giallo. E questo è vero
anche oggi.
Dallo scoppio del Covid la corsa all’oro è
ricominciata e il prezzo ha ripreso a salire – oggi è per il 25 per
cento più alto di un anno fa. Nell’incertezza chi ha liquidità la
parcheggia in lingotti e azioni di miniere d’oro.
Questo comportamento ci dice che nei momenti di pericolo e di grande
incertezza il prezzo dell’oro sale perché sale la domanda. Anche dopo
il crollo della Lehman Brothers si verificò lo stesso
fenomeno e il prezzo dell’oro iniziò a salire vertiginosamente
arrivando nel 2011 a ben 1.900 dollari l’oncia. Poi, improvvisamente,
iniziò a scendere.
La natura politica dell’oro fa sì che sia
estremamente sensibile agli eventi politici, vedi il Covid. Ma è anche
vero che essendo un bene rifugio che appartiene ad un mercato molto
piccolo è anche molto sensibile alle opportunità economiche e finanziarie alternative.
La
discesa iniziata nel 2011 è legata all’impennata degli indici di borsa
che attrassero liquidità. Gli investitori decisero di vendere le
posizioni in oro per acquistare quelle in azioni e così
il prezzo dell’oro quasi si dimezzò: ciò significa che chi lo aveva
acquistato vicino al picco perse intorno al 40 per cento del proprio
investimento. Una perdita di questo genere nel mercato azionario succede
solo nei grandi crolli. E’ dunque importante usare l’oro con la massima cautela ed essere pronti ad abbandonarlo nel momento giusto.
E’
vero che negli ultimi trent’anni il prezzo del metallo giallo non ha
fatto che salire – da 400 dollari l’oncia nel 1990 è passato a 1.900
nel 2011 – ma è anche vero che fino al 2007 il prezzo si è mosso di soli
200 dollari. Dal crollo della Lehman al 2011 il prezzo dell’oro in
dollari è salito di ben 1200 dollari. Fu questo il grande momento di crescita.
Come
può questa breve cronistoria dell’oro aiutarci a navigare l’incertezza
del presente? La risposta è semplice: i mercati temono il ritorno
dell’inflazione, i soldi dall’elicottero in
circolazione nel sistema economico stanno già spingendo i prezzi di
alcuni beni verso l’alto. Chi sostiene che ci troviamo in una fase recessiva
sbaglia: in realtà i beni e i servizi operativi, ad esempio i prodotti
alimentari, costano di più. E’ solo questione di tempo prima che le
tendenze inflazioniste inizino a farsi sentire.
In fondo anche all’indomani della crisi finanziaria
del 2007 il timore era l’inflazione. Lo stimolo da migliaia di
miliardi di dollari immesso nel sistema e finito nelle tasche delle
banche e finanziarie produsse la cosiddetta ‘asset inflation’,
l’inflazione dei beni dalle case alle tenute ai beni durevoli come le automobili. Il lingotto offrì protezione a chi poteva acquistarlo.
Morale:
prepariamoci all’ondata inflazionista, che a differenza della seconda
ondata del Covid sicuramente ci travolgerà tutti. E se avete diverse
migliaia di dollari a disposizione comprate qualche lingotto.
si parla di progresso, di evoluzione, di civiltà ci ritroviamo invece in un nuovo medio evo dove conta chi si nasconde dietro il potere o vi si allea con esso.
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lunedì 22 giugno 2020
lunedì 1 aprile 2019
Perché la Russia liquida dollari per accumulare oro
Fonte: W.S.I. 1 Aprile 2019, di Daniele Chicca
Le ultime misure intraprese dalla Russia contro sono l’esempio di come la de-dollarizzazione sia una minaccia reale
che va presa sul serio per l’economia degli Stati Uniti. Visto che
mette in discussione il predominio del dollaro nel mondo. La Cina non è
più la sola a mettere gli Usa all’angolo liquidando posizioni nei
titoli del debito Usa.
Nello spazio di un decennio il Cremlino ha quadruplicato le sue riserve auree con il 2018 che è diventato l’anno con l’accumulo più intenso finora. Quest’anno il trend sembra rispettato. Preferendo l’oro al dollaro Usa, il piano di Vladimir Putin è chiaro e prevede l’indebolimento della potenza americana, nemico dei russi dai tempi della Guerra Fredda.
Gli ultimi dati pubblicati dalla banca centrale dicono che l’oro in possesso della Russia è salito di 1 milione di once in febbraio. È l’incremento più alto da novembre, è dimostra che Mosca si sta sforzando a diversificare ed essere sempre meno dipendente dall’America. Bisognerà vedere, tuttavia, se la Russia riuscirà a tenere questi ritmi forsennati.
Fenomeno de-dollarizzazione sempre più diffuso: l’impatto sull’economiaAlcuni commentatori sostengono che il paese dovrà importare più oro per mettersi al riparo dagli shock geopoliticii eventuali e dalla minaccia di nuove sanzioni Usa. Per la prima volta, infatti, il numero di operazioni di acquisto di oro è stato più alto dell’offerta delle miniere. Se la domanda di oro rallenterà, Putin non dovrebbe avere problemi a mettere in atto i suoi piani.
I rapporti tra Washington e Mosca continuano a deteriorarsi e gli analisti, che hanno coniato il termini “de-dollarizzazione”, speculano sull’impatto economico che avrà questa ondata di “anti americanismo”, che si sta diffondendo anche in Europa. In un’intervista concessa alla CNN a novembre l presidente francese Emmanuel Macron ha detto a novembre che le multinazionali europee sono troppo dipendenti dal dollaro americano, definendo questo fenomeno una “questione di sovranità”.
L’anno scorso Polonia e Ungheria hanno sorpreso gli analisti quando hanno annunciato il primo acquisto di oro significativo da parte di uno o più membri dell’Unione Europea in più di un decennio di tempo. Se i paesi Ue, oltre a Russia e Cina, iniziano ad adottare tale filosofia, l’appetibilità del dollaro americano, valuta di riserva globale, ne uscirà compromessa o per lo meno scalfita. Altri asset come l’oro e lo yuan cinese diventeranno così più appetibili, come osserva un analista a Bloomberg.
Dopo l’atteggiamento improvvisamente accomodante assunto dalla Federal Reserve, ultimamente di notizie positive ce ne sono state poche per il biglietto verde.
Nello spazio di un decennio il Cremlino ha quadruplicato le sue riserve auree con il 2018 che è diventato l’anno con l’accumulo più intenso finora. Quest’anno il trend sembra rispettato. Preferendo l’oro al dollaro Usa, il piano di Vladimir Putin è chiaro e prevede l’indebolimento della potenza americana, nemico dei russi dai tempi della Guerra Fredda.
Gli ultimi dati pubblicati dalla banca centrale dicono che l’oro in possesso della Russia è salito di 1 milione di once in febbraio. È l’incremento più alto da novembre, è dimostra che Mosca si sta sforzando a diversificare ed essere sempre meno dipendente dall’America. Bisognerà vedere, tuttavia, se la Russia riuscirà a tenere questi ritmi forsennati.
Fenomeno de-dollarizzazione sempre più diffuso: l’impatto sull’economiaAlcuni commentatori sostengono che il paese dovrà importare più oro per mettersi al riparo dagli shock geopoliticii eventuali e dalla minaccia di nuove sanzioni Usa. Per la prima volta, infatti, il numero di operazioni di acquisto di oro è stato più alto dell’offerta delle miniere. Se la domanda di oro rallenterà, Putin non dovrebbe avere problemi a mettere in atto i suoi piani.
I rapporti tra Washington e Mosca continuano a deteriorarsi e gli analisti, che hanno coniato il termini “de-dollarizzazione”, speculano sull’impatto economico che avrà questa ondata di “anti americanismo”, che si sta diffondendo anche in Europa. In un’intervista concessa alla CNN a novembre l presidente francese Emmanuel Macron ha detto a novembre che le multinazionali europee sono troppo dipendenti dal dollaro americano, definendo questo fenomeno una “questione di sovranità”.
L’anno scorso Polonia e Ungheria hanno sorpreso gli analisti quando hanno annunciato il primo acquisto di oro significativo da parte di uno o più membri dell’Unione Europea in più di un decennio di tempo. Se i paesi Ue, oltre a Russia e Cina, iniziano ad adottare tale filosofia, l’appetibilità del dollaro americano, valuta di riserva globale, ne uscirà compromessa o per lo meno scalfita. Altri asset come l’oro e lo yuan cinese diventeranno così più appetibili, come osserva un analista a Bloomberg.
Dopo l’atteggiamento improvvisamente accomodante assunto dalla Federal Reserve, ultimamente di notizie positive ce ne sono state poche per il biglietto verde.
giovedì 14 febbraio 2019
Riserve auree e Bankitalia: di chi sono? Tutta la verità
Fonte: W.S.I. 14 Febbraio 2019, di Daniele Chicca
Presentando una bozza di legge per chiarire a chi appartengono le riserve auree depositate presso Bankitalia, Claudio Borghi della Lega ha sollevato un polverone. La Stampa sostiene che la misura sia volta a coprire le spese per prevenire lo scatto delle clausole di salvaguardia. Che vorrebbero dire aumento dell’IVA nei prossimi due anni.
A fare discutere è stato anche il tempismo della proposta del presidente della Commissione Bilancio della Camera. L’idea è emersa pochi giorni dopo che la coalizione di governo giallo verde ha attaccato verbalmente i vertici di Consob e Bankitalia, chiedendone l’azzeramento.
Borghi vuole proteggere le riserve auree italiane per precisare a chi appartengono le migliaia di tonnellate di oro gestite dalla Banca d’Italia. Nel testo si specifica che l’oro è dello Stato italiano e non di autorità esterne, ossia della Bce. In realtà come vedremo più avanti, le cose stanno diversamente.
L’iniziativa potrebbe però aprire la strada all’ipotesi di vendere le riserve auree. Progetto di cui aveva discusso più di cinque anni fa Beppe Grillo, confondatore del MoVimento 5 Stelle, sul suo blog. Con l’obiettivo di servirsi del ricavato per per rimettere in carreggiata i conti pubblici.
In fatto di riserve auree, Italia terza potenza al mondoL’Italia sostiene di avere in mano 2.451,8 tonnellate (metriche) di riserve auree. Se le cifre sono corrette, si tratterebbe della quarta somma più alto dopo la Germania, gli Stati Uniti e il Fondo Monetario Internazionale. Saremmo il paese custode del terzo ammontare di oro al mondo. Al contrario della maggior parte delle nazioni, in cui le riserve auree sono di proprietà dello Stato ma gestite dalla banca centrale, in Italia la banca centrale detiene e custodisce l’oro allo stesso tempo.
Il problema è poi che la Banca d’Italia fa parte dell’Eurosistema e dunque deve sottostare alla Bce. L’Articolo 127 del Trattato sul funzionamento dell’Unione Europea (TFUE, ex Articolo 105 del Trattato EC), stabilisce che le riserve valutarie e auree fanno parte delle riserve di proprietà dell’Area Euro.
Bankitalia possiede fisicamente inoltre 119,4 tonnellate di oro, riserve auree depositate a Palazzo Koch a Roma. Mentre l’altra metà si trova alla Federal Reserve Bank di New York (FRBNY). Un’altra piccola fetta è custodita invece a Londra presso la Banca d’Inghilterra e un’altra ancora a Berna, nei forzieri della Banca Nazionale Svizzera (SNB) per conto della Banca delle Banche centrali, la Banca dei Regolamenti Internazionali (Bank for International Settlements).
Non ci sono tuttavia prove concrete su queste riserve, specialmente per l’oro detenuto all’estero. Su cui non è possibile effettuare verifiche. I 16-20 miliardi di ricavi previsti con la vendita di oro sarebbe la somma ideale per sterilizzare l’incremento dell’IVA l’anno prossimo. Ci vorrebbero infatti 32 miliardi in due anni (20 e 12) per scongiurare l’attivazione delle clausole di salvaguardia.
Oro: la controversia ruota intorno a Borghi e GrilloIl problema del piano sarebbe che la vendita delle riserve auree è una misura una tantum. Per scongiurare l’aumento dell’IVA serve invece una misura di finanziamento ricorrente nel tempo. Il progetto – anche se fosse veramente fattibile – servirebbe solo a rimandare un problema.
L’Italia, pur impegnandosi a rispettare gli obblighi internazionali derivanti da trattati, vuole esplicitare la “permanenza della proprietà delle riserve auree allo Stato italiano“. Vista la natura ibrida assunta dalla Banca d’Italia nel corso degli anni, la proposta di legge di Borghi conclude che “una specificazione su questo punto si rende necessaria”.
Riserve auree: la bozza di legge di BorghiLa bozza del testo, dice Borghi, è solo un’ipotesi al vaglio del governo. La proposta di legge non è ancora stata ufficialmente presentata in parlamento e, anche se fosse, non vuol dire che il governo abbia intenzione di vendere sul serio le riserve auree.
L’intento di Borghi con le sue dichiarazioni ai media è quello di “rassicurare la gente sul fatto che il governo non intende cedere oro” per porre rimedio alle difficoltà riscontrate sul fronte delle finanze pubbliche.
Bankitalia: “le riserve auree sono nostre”
In una guida del 2014, Banca d’Italia spiega che le riserve auree sono di proprietà dell’istituto. “La proprietà delle riserve ufficiali è assegnata per legge alla Banca d’Italia”,
La ragione per la quale le riserve auree, costituite prevalentemente da lingotti (95.493) ma anche in parte minore da monete, appartengono a Bankitalia e non allo Stato sono storiche.
Riserve auree: perché appartengono a Bankitalia e non lo StatoFino agli Anni ’60 le riserve auree non erano detenute dalla Banca d’Italia bensì da un ente chiamato l’Ufficio Italiano dei Cambi (UIC). Autorità fondata nel 1945 il cui compito principale era quello di gestire le riserve valutarie straniere (oro compreso) dell’Italia.
Le operazioni di acquisto di oro condotte negli Anni 50 e 60 sono state fatte dall’UI e non dalla Banca d’Italia. Negli Anni 60, tuttavia, qualcosa è cambiato. Furono effettuati due trasferimenti enormi di oro da UIC a Bankitalia nel 1960 e cinque anni dopo. In totale le due transazioni ammontavano a 1.889 tonnellate metriche.
A quel punto la funzione principale dell’istituto diventò la gestione delle riserva valutarie e non delle riserve auree. Nel gennaio del 2008 l’UIC cessò di esistere, perché tutti i suoi poteri, compiti e funzioni sono stati trasferiti alla Banca d’Italia. Secondo il vice premier e leader della Lega Matteo Salvini “le riserve auree sono di proprietà del popolo italiano e di nessun altro”.
Ma le autorità della banca centrale la pensano diversamente. E la legge è dalla loro parte. Sfortunatamente per il governo, i banchieri centrali non vorranno nemmeno affrontare una discussione sulla vendita delle riserve auree. Figuriamoci se accetterano di procedere alla cessione di oro.
ConclusioniResta da vedere ora quanto in là oseranno spingersi Borghi e il governo. Forse sarebbe conveniente e potrebbe portare a qualche risultato, se chiedessero e ottenessero un audit indipendente di tutte le riserve auree italiane. Sia le 1.200 tonnellate depositate a Roma sia quelle custodite nei forzieri delle banche estere, principalmente – come visto – a New York.
Nessuno infatti le ha mai viste e se non si prova l’esistenza delle riserve auree non si possono certo vendere. L’oro a New York potrebbe anche non essere più là, per esempio. L’ultima volta che si ha avuto prova delle riserve auree italiano nei forzieri della Fed era il periodo compreso tra il 1974 e il 1978, quando circa 542 tonnellate di oro sono state usate come collaterale per garantire un prestito in dollari Usa concesso dalla Bundesbank tedesca.
Se le autorità italiane vogliono veramente sfruttare le riserve auree, potrebbero anche chiedere un nuovo prestito internazionale simile a quello degli Anni 70. Come allora, l’oro italiano potrebbe essere usato come collaterale. Anche in quel caso, però, bisognerebbe provarne l’esistenza.
Mentre negli Anni 90 e 2000 paesi come Belgio, Olanda, Francia, Portogallo, Spagna, Canada, Australia e Svizzera vendevano oro, l’Italia non ha ceduto nemmeno un’oncia dei suoi possedimenti.

I lingotti della Banca d’Italia pesano da un minimo di 4,2 chilogrammi a un massimo di 19,7 chilogrammi (Donat SorokinTASS via Getty Images)
Presentando una bozza di legge per chiarire a chi appartengono le riserve auree depositate presso Bankitalia, Claudio Borghi della Lega ha sollevato un polverone. La Stampa sostiene che la misura sia volta a coprire le spese per prevenire lo scatto delle clausole di salvaguardia. Che vorrebbero dire aumento dell’IVA nei prossimi due anni.
A fare discutere è stato anche il tempismo della proposta del presidente della Commissione Bilancio della Camera. L’idea è emersa pochi giorni dopo che la coalizione di governo giallo verde ha attaccato verbalmente i vertici di Consob e Bankitalia, chiedendone l’azzeramento.
Borghi vuole proteggere le riserve auree italiane per precisare a chi appartengono le migliaia di tonnellate di oro gestite dalla Banca d’Italia. Nel testo si specifica che l’oro è dello Stato italiano e non di autorità esterne, ossia della Bce. In realtà come vedremo più avanti, le cose stanno diversamente.
L’iniziativa potrebbe però aprire la strada all’ipotesi di vendere le riserve auree. Progetto di cui aveva discusso più di cinque anni fa Beppe Grillo, confondatore del MoVimento 5 Stelle, sul suo blog. Con l’obiettivo di servirsi del ricavato per per rimettere in carreggiata i conti pubblici.
In fatto di riserve auree, Italia terza potenza al mondoL’Italia sostiene di avere in mano 2.451,8 tonnellate (metriche) di riserve auree. Se le cifre sono corrette, si tratterebbe della quarta somma più alto dopo la Germania, gli Stati Uniti e il Fondo Monetario Internazionale. Saremmo il paese custode del terzo ammontare di oro al mondo. Al contrario della maggior parte delle nazioni, in cui le riserve auree sono di proprietà dello Stato ma gestite dalla banca centrale, in Italia la banca centrale detiene e custodisce l’oro allo stesso tempo.
Il problema è poi che la Banca d’Italia fa parte dell’Eurosistema e dunque deve sottostare alla Bce. L’Articolo 127 del Trattato sul funzionamento dell’Unione Europea (TFUE, ex Articolo 105 del Trattato EC), stabilisce che le riserve valutarie e auree fanno parte delle riserve di proprietà dell’Area Euro.
Bankitalia possiede fisicamente inoltre 119,4 tonnellate di oro, riserve auree depositate a Palazzo Koch a Roma. Mentre l’altra metà si trova alla Federal Reserve Bank di New York (FRBNY). Un’altra piccola fetta è custodita invece a Londra presso la Banca d’Inghilterra e un’altra ancora a Berna, nei forzieri della Banca Nazionale Svizzera (SNB) per conto della Banca delle Banche centrali, la Banca dei Regolamenti Internazionali (Bank for International Settlements).
Non ci sono tuttavia prove concrete su queste riserve, specialmente per l’oro detenuto all’estero. Su cui non è possibile effettuare verifiche. I 16-20 miliardi di ricavi previsti con la vendita di oro sarebbe la somma ideale per sterilizzare l’incremento dell’IVA l’anno prossimo. Ci vorrebbero infatti 32 miliardi in due anni (20 e 12) per scongiurare l’attivazione delle clausole di salvaguardia.
Oro: la controversia ruota intorno a Borghi e GrilloIl problema del piano sarebbe che la vendita delle riserve auree è una misura una tantum. Per scongiurare l’aumento dell’IVA serve invece una misura di finanziamento ricorrente nel tempo. Il progetto – anche se fosse veramente fattibile – servirebbe solo a rimandare un problema.
Secondo Grillo permetterebbe di respirare offrendo una copertura extra al bilancio, senza violare i vincoli di bilancio. “Ma soprattutto metterebbe finalmente fine a questa litania sul fatto che non ci sono soldi”.La proposta di legge di Borghi, presentata per la verità alla Camera per la prima volta il 6 agosto del 2018, va in questa direzione. L’intento è quello di “assicurare chiarezza interpretativa poiché la Banca d’Italia, secondo quanto dispone l’articolo 4, secondo comma, del testo unico, provvede in ordine alla gestione delle riserve ufficiali, nel rispetto di quanto previsto dall’articolo 31 dello statuto del Sistema europeo di banche centrali e della Banca centrale europea”.
L’Italia, pur impegnandosi a rispettare gli obblighi internazionali derivanti da trattati, vuole esplicitare la “permanenza della proprietà delle riserve auree allo Stato italiano“. Vista la natura ibrida assunta dalla Banca d’Italia nel corso degli anni, la proposta di legge di Borghi conclude che “una specificazione su questo punto si rende necessaria”.
Riserve auree: la bozza di legge di BorghiLa bozza del testo, dice Borghi, è solo un’ipotesi al vaglio del governo. La proposta di legge non è ancora stata ufficialmente presentata in parlamento e, anche se fosse, non vuol dire che il governo abbia intenzione di vendere sul serio le riserve auree.
L’intento di Borghi con le sue dichiarazioni ai media è quello di “rassicurare la gente sul fatto che il governo non intende cedere oro” per porre rimedio alle difficoltà riscontrate sul fronte delle finanze pubbliche.
“La mia proposta di legge vuole semplicemente chiarire che le riserve auree appartengono allo Stato, non a qualcun altro”, ha precisato Borghi a Bloomberg. Se ci fossero dubbi sulle nostre intenzioni, si ricordi che c’è un’altra legge che dice che le riserve auree non possono essere vendute senza la maggioranza di due terzi del parlamento“.Quello che vuole dire Borghi qui, è che servirebbe infatti un ordine per legge costituzionale.
Bankitalia: “le riserve auree sono nostre”
In una guida del 2014, Banca d’Italia spiega che le riserve auree sono di proprietà dell’istituto. “La proprietà delle riserve ufficiali è assegnata per legge alla Banca d’Italia”,
La ragione per la quale le riserve auree, costituite prevalentemente da lingotti (95.493) ma anche in parte minore da monete, appartengono a Bankitalia e non allo Stato sono storiche.
Riserve auree: perché appartengono a Bankitalia e non lo StatoFino agli Anni ’60 le riserve auree non erano detenute dalla Banca d’Italia bensì da un ente chiamato l’Ufficio Italiano dei Cambi (UIC). Autorità fondata nel 1945 il cui compito principale era quello di gestire le riserve valutarie straniere (oro compreso) dell’Italia.
Le operazioni di acquisto di oro condotte negli Anni 50 e 60 sono state fatte dall’UI e non dalla Banca d’Italia. Negli Anni 60, tuttavia, qualcosa è cambiato. Furono effettuati due trasferimenti enormi di oro da UIC a Bankitalia nel 1960 e cinque anni dopo. In totale le due transazioni ammontavano a 1.889 tonnellate metriche.
A quel punto la funzione principale dell’istituto diventò la gestione delle riserva valutarie e non delle riserve auree. Nel gennaio del 2008 l’UIC cessò di esistere, perché tutti i suoi poteri, compiti e funzioni sono stati trasferiti alla Banca d’Italia. Secondo il vice premier e leader della Lega Matteo Salvini “le riserve auree sono di proprietà del popolo italiano e di nessun altro”.
Ma le autorità della banca centrale la pensano diversamente. E la legge è dalla loro parte. Sfortunatamente per il governo, i banchieri centrali non vorranno nemmeno affrontare una discussione sulla vendita delle riserve auree. Figuriamoci se accetterano di procedere alla cessione di oro.
ConclusioniResta da vedere ora quanto in là oseranno spingersi Borghi e il governo. Forse sarebbe conveniente e potrebbe portare a qualche risultato, se chiedessero e ottenessero un audit indipendente di tutte le riserve auree italiane. Sia le 1.200 tonnellate depositate a Roma sia quelle custodite nei forzieri delle banche estere, principalmente – come visto – a New York.
Nessuno infatti le ha mai viste e se non si prova l’esistenza delle riserve auree non si possono certo vendere. L’oro a New York potrebbe anche non essere più là, per esempio. L’ultima volta che si ha avuto prova delle riserve auree italiano nei forzieri della Fed era il periodo compreso tra il 1974 e il 1978, quando circa 542 tonnellate di oro sono state usate come collaterale per garantire un prestito in dollari Usa concesso dalla Bundesbank tedesca.
Se le autorità italiane vogliono veramente sfruttare le riserve auree, potrebbero anche chiedere un nuovo prestito internazionale simile a quello degli Anni 70. Come allora, l’oro italiano potrebbe essere usato come collaterale. Anche in quel caso, però, bisognerebbe provarne l’esistenza.
Mentre negli Anni 90 e 2000 paesi come Belgio, Olanda, Francia, Portogallo, Spagna, Canada, Australia e Svizzera vendevano oro, l’Italia non ha ceduto nemmeno un’oncia dei suoi possedimenti.

I lingotti della Banca d’Italia pesano da un minimo di 4,2 chilogrammi a un massimo di 19,7 chilogrammi (Donat SorokinTASS via Getty Images)
domenica 12 febbraio 2017
Germania: anche lì la paura fa 90
Fonte: Wall Street Italia
La cosa mi ha colpito non poco: dai grandi difensori del mercato e dell'europa il rientro dell'oro nei confini nazionali non dovrebbe da ... europei; l'averi vista più da Trump che da Merkel ma le elezioni si avvicinano sempre di più e i locali no-euro preoccupano anche lì nella patria europea!
Forse la smetteranno di dare compitini a casa ai cattivi paesi del sud europa?
Forse impareranno che distruggere intere nazioni per dare un fatuo benessere ai propri cittadini non serve se non nel breve termine?
Sono domande ovvie e demagogiche e me ne rendo conto ma ormai il numero di coloro che hanno da temere da un crollo europeo sono sempre meno e ciò non può che dare peroccupazioni: una cosa è che popoli consapevolmente decidano di mandare al diavolo francesi e co. un altra è che, per motivi ovvi e inconfessabili, gli stessi popoli siano costretti a farlo sull'onda emotiva di un qualche acccadimento... sa tanto di complottismo lo so ma l'aria che gira per il vecchio mondo mi da proprio queste sensazioni e non sono buone.
Ricordate quando fu eletto Trump l'aria sostenuta dei nostri governanti europei? Ora quall'aria non ce l'hanno più: e sapete perchè? Perchè hanno capito che senza gli americani (le loro armi, i loro soldi ecc.) non sono nulla, proprio nulla...
Leggete l'articolo, poi commentate.
La cosa mi ha colpito non poco: dai grandi difensori del mercato e dell'europa il rientro dell'oro nei confini nazionali non dovrebbe da ... europei; l'averi vista più da Trump che da Merkel ma le elezioni si avvicinano sempre di più e i locali no-euro preoccupano anche lì nella patria europea!
Forse la smetteranno di dare compitini a casa ai cattivi paesi del sud europa?
Forse impareranno che distruggere intere nazioni per dare un fatuo benessere ai propri cittadini non serve se non nel breve termine?
Sono domande ovvie e demagogiche e me ne rendo conto ma ormai il numero di coloro che hanno da temere da un crollo europeo sono sempre meno e ciò non può che dare peroccupazioni: una cosa è che popoli consapevolmente decidano di mandare al diavolo francesi e co. un altra è che, per motivi ovvi e inconfessabili, gli stessi popoli siano costretti a farlo sull'onda emotiva di un qualche acccadimento... sa tanto di complottismo lo so ma l'aria che gira per il vecchio mondo mi da proprio queste sensazioni e non sono buone.
Ricordate quando fu eletto Trump l'aria sostenuta dei nostri governanti europei? Ora quall'aria non ce l'hanno più: e sapete perchè? Perchè hanno capito che senza gli americani (le loro armi, i loro soldi ecc.) non sono nulla, proprio nulla...
Leggete l'articolo, poi commentate.
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