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domenica 21 febbraio 2021

Perché è caduto Conte?

 

Fonte: Il Fatto Quotidiano

Dopo due giorni di travolgente emozione, commozione, brividi e pelle d’oca per i Grandi Discorsi di Draghi tra Senato e Camera, sobriamente celebrati dalla maggioranza politico-mediatica modello Pyongyang come il ritorno di Demostene e Cicerone fusi insieme, è finalmente chiaro ciò che il governo farà di buono e giusto (tutto) e di cattivo e sbagliato (niente). Un solo interrogativo resta inevaso: perché è caduto il governo Conte-2? Breve catalogo di opzioni.

Incapace. Conte era un premier incapace con ministri scappati di casa provenienti da partiti incompetenti ed è stato travolto dal “fallimento della politica” e dalla “crisi di sistema”? Draghi governa coi partiti incompetenti che appoggiavano Conte (più Lega, Fi ecc.) e con 9 dei suoi ministri più due tecnici (Bianchi e Colao) che operavano con lui. Poi ci sono Brunetta, Gelmini, Giorgetti&C.

Recovery Plan. Conte aveva fallito sul piano, scritto coi piedi, in perenne ritardo e con una governance accentrata fra Mef, Mise e Affari Ue tipica dei dittatori, roba da cestinare e rifare da capo? Draghi dichiara al Senato che “il precedente governo ha già svolto una grande mole di lavoro sul Programma”, “finora costruito in base a obiettivi di alto livello” che ora “dobbiamo approfondire e completare, ma “le missioni del Programma resteranno quelle enunciate nei documenti del governo uscente”. Resta da fare ciò che due mesi di crisi impedirono a Conte di fare: “rafforzarlo per gli obiettivi strategici e le riforme che li accompagnano”. E la governance? Draghi l’accentra al Mef, molto più dell’accentratore Conte.

Pandemia. Conte ha fallito sulla gestione della pandemia, con le arlecchinesche Regioni a colori, le troppe chiusure, i ritardi sui vaccini, i disastri di Speranza, Arcuri e Cts? Draghi dichiara al Senato: “Ringrazio il mio predecessore Giuseppe Conte che ha affrontato una situazione di emergenza sanitaria ed economica come mai era accaduto dall’Unità d’Italia”. Conferma Speranza, il Cts e probabilmente Arcuri. E sui vaccini – salvo che riesca a fabbricarli in proprio – attende anche lui notizie dalla Commissione europea, quella dei competenti che si son fatti fregare dalle case farmaceutiche con contratti suicidi.

Prescrizione. Conte ha fallito perché non voleva cancellare la blocca-prescrizione di Bonafede? Draghi non la nomina, la Cartabia la rinvia a data da destinarsi e gli emendamenti contrari vengono ritirati da Fi, Iv, Azione e +Europa che fino all’altroieri li ritenevano urgentissimi e decisivi.

Giustizia. Conte, presentando al Senato il suo secondo governo, annunciò “una riforma della giustizia civile, penale e tributaria, anche attraverso una drastica riduzione dei tempi”.

E si dilungò sulla lotta alla mafia. Draghi promette di “aumentare l’efficienza del sistema giudiziario civile”; di penale e di mafia non parla, se non in replica; e aggiunge che la giustizia deve rispettare “garanzie e principi costituzionali che richiedono a un tempo un processo giusto e di durata ragionevole”. Ovvietà copiate dall’art. 111 della Costituzione e dai discorsi degli ultimi 30-40 predecessori. Per sua fortuna la relazione Bonafede, su cui è caduto il Conte-2, già prevede 16 mila nuovi assunti nei tribunali con 2,8 miliardi del Recovery.

Carceri. Conte non fece nulla contro il sovraffollamento delle carceri, Draghi sermoneggia fra le standing ovation sulle “carceri, spesso sovraffollate” e su chi ci vive “esposto al rischio della paura del contagio e particolarmente colpito dalle misure contro la diffusione del virus”. Ma il rischio Covid è molto più alto fuori che dentro (in un anno 12 morti in carcere su 100mila detenuti passati per le celle, contro i 95.223 morti fuori su 60 milioni: 0,00012% contro 0,00015); e Bonafede nell’anno del Covid ha ridotto l’affollamento dai 61mila presenti a marzo ai 52.515 di oggi.

Mes. Gli incompetenti Conte e Gualtieri, per compiacere la follia dei 5S, rifiutavano i 36 miliardi del Mes? Il competentissimo Draghi manco lo cita e chi lo invocava un giorno sì e l’altro pure – FI, Iv&giornaloni – ha improvvisamente deciso che non serve più.

Ponte sullo Stretto. Vedi Mes, una prece.

Scuola. Conte ha fallito sulla scuola per colpa dell’incompetente Azzolina? Draghi nomina ministro Bianchi (già capo della task force dell’Azzolina); promette di “tornare rapidamente a un orario scolastico normale” (difficile, con l’aumento dei contagi con varianti Covid) e di “recuperare le ore di didattica in presenza perse” con le scuole aperte fino a giugno. Ma questo l’aveva già detto la Azzolina che, dopo aver garantito in piena pandemia un numero di ore in presenza superiore alla media Ue (dati Unesco), vede elogiare la Dad da lei inventata un anno fa come “notevole e rapida” nella kermesse mondiale Google Education, in corso negli Usa.

Ambiente. Conte non era abbastanza ambientalista? Draghi ha dato fondo a tutti gli slogan sul tema. Conte già nel settembre 2019 parlò di “transizione ecologica”, “riconversione energetica, fonti rinnovabili, biodiversità dei mari, dissesto idrogeologico, economia circolare” e stop alle trivelle. E disse le stesse cose che avrebbe detto Draghi 17 mesi dopo anche su fisco, pagamenti elettronici, Sud, atlantismo, europeismo, ricerca, Pa, digitalizzazione e migranti.

Quindi il giallo del premiericidio senza movente rimane irrisolto: perché è caduto il governo Conte?

sabato 13 febbraio 2021

ostaggi delle lobby...

 

un merito i partiti c'è l'hanno: gettata definitivamente la maschera hanno mostrato il vero volto del potere reale, che non è il loro,  e quanto tenga in considerazione il sistema democratico che è finito, morto. Oggi ne registriamo il decesso dopo lunghissima agonia iniziata con la caduta del Mur di Berlino e la fine dei blocchi contrapposti.

Segnali c'erano stati ma i cittadini, ebbri dalla raggiunta fine della distruzione reciproca e inebriati dalla nuova libertà acquisita, non se ne sono accorti e hanno continuato nel loro folle percorso a bordo di un treno destinato ad andare a sbattere contro un muro.

Cassandre non sono mancate:tante o poche che fossero noi sordi al loro richiamo e anche se fossero riuscite a farsi sentire le abbiamo ignorate, e questi sono i risultati: siamo passati da 'i mercati insegneranno agli italiani per chi votare' a un più brutale 'non si vota e per giunta ingoiate un banchiere di goldman sachs imposto assieme a una squadra di esponenti di tante lobby difesi da un manipolo di politici che rappresentano il peggio della partitocrazia, vecchia e nuova.

Siamo passati da una democrazia zoppa a una post-democrazia: dove i 'migliori' e i 'lobbisti' governano a loro piacimento a fronte dell'impossibilità dei cittadini di esprimersi....

Levatrici del nascituro governo sono state vari personagi ma la responsabilità maggiore è dei pentastellati che hanno pervicacemente lavorato alla sua nascita anche mettendo in conto dolorosi abbadoni e questi manipolatori sulla loro piattaforma di voto: tutto pur di farlo passare e mettergli in tessta anche il proprio di cappello: non conta il fatto che lo fanno insieme al peggior ceto dirigente della ns pur triste storia e nemmeno conta che hanno permesso il ritorno al governo di personaggi che speravamo non vedere e sentire più; ma in questo paese, si sa, al peggio non c'è mai fine.. le profetiche parole di Barber (da cittadini a consumatori), in un suo saggio, risuonano come l'epitaffio di questo paese...

lunedì 21 dicembre 2020

Brexit, da gennaio 2021 si dovrà trovare il modo di gestire il futuro dell’Europa. Con o senza accordo

 

Fonte: Il Fatto Quotidiano Zonaeuro - 20 Dicembre 2020 Loretta Napoleoni

 

Fino all’ultimo momento non sapremo cosa succede con la Brexit, ed anche dopo il 31 dicembre non c’è nessuna certezza riguardo a come si svilupperanno i rapporti tra Regno Unito ed Europa Unita. Premesso che una nazione sovrana in quanto tale può cambiare idea su tutto – è infatti un suo diritto e a riprova c’è la stessa Brexit – qualsiasi accordo stipulato oggi e che in futuro verrà reputato dannoso per il Regno Unito o per la stessa Unione Europea potrà essere invalidato. Certo bisognerà fare i conti con le conseguenze di tali decisioni, e qui Brexit docet!

È così per tutti gli accordi internazionali. La storia ci insegna che le alleanze si formano e si sciolgono nel tempo. A volte questo succede di comune accordo, altre volte anche all’insaputa del partner. Il tira e molla infinito tra Londra e Bruxelles appare motivato da risentimenti personali più che da motivi politici: la prima non vuol dare a vedere che sta cedendo di fronte alle richieste dell’altra e Bruxelles vuole dare una lezione a Boris Johnson che serva da monito per chiunque pensi di seguire il suo esempio. Il risultato è pessimo dal momento che mette a nudo meschinità e piccolezze di entrambi.

L’Unione europea, che comanda un mercato di quasi mezzo miliardo di persone, potrebbe essere più magnanima e invece si ostina a trattare una nazione di poco più di 67 milioni di abitanti come una seria minaccia. Certo nel settore dei servizi finanziari Londra è sempre stata all’avanguardia, ma se è vero che il Regno Unito può rappresentare una minaccia per il mercato unico allora la teoria che l’unione fa la forza, che un mercato di quasi 500 milioni di persone è più forte di uno di 60 milioni crolla.

L’idea che Johnson trasformi Londra nella Singapore sul Tamigi e così facendo attiri i capitali europei oltre manica e che Bruxelles non possa fare nulla per evitarlo è anch’essa poco fondata. Esistono altri paradisi fiscali al mondo, anche in Europa, si pensi a Montecarlo, e l’Unione non ha stipulato con loro accordi ad hoc, ha fatto in modo che non la disturbino. Perché Londra dovrebbe far paura e Montecarlo no?

Tralasciamo la questione della pesca – l’industria ittica contribuisce per lo 0,1 per cento al Pil britannico – che naturalmente non può da sola impedire un accordo commerciale e contriamoci invece sui danni veri, quelli già esistenti. Dopo anni di negoziazioni né il Regno Unito e né l’Unione europea hanno prodotto, se non leggi, almeno procedure da seguire per quanto riguarda i movimenti di merci e di persone dal primo gennaio del 2021. A due settimane dall’uscita dall’Ue i due partner non hanno un protocollo per l’ingresso o l’uscita dal loro territorio. Con o senza accordo a gennaio avremo il caos alle frontiere e a rimetterci, almeno nel breve periodo sarà principalmente il Regno Unito.

La Gran Bretagna invia il 43 per cento delle sue esportazioni nell’Ue; Germania, Francia e Italia inviano tutte circa il 6 per cento delle loro esportazioni nel Regno Unito. La popolazione del Regno Unito è di quasi 67 milioni; quella dell’Ue è di 447 milioni. Anche senza il Regno Unito la l’Unione Europea ha un mercato unico di dimensioni paragonabili a quello degli Stati Uniti o della Cina.

Finché l’Unione europea manterrà la sua unità, i due blocchi, sebbene entrambi sovrani, non saranno mai uguali in termini di potere. Morale: vince l’Europa. Le dimensioni dei mercati, ecco ciò che dovrebbe contare in questi negoziati e quello che sicuramente conterà dopo il 31 dicembre. Questo è il motivo per cui la Gran Bretagna ha fatto una serie di dolorose concessioni negli ultimi quattro anni, in particolare accettando uno status separato per l’Irlanda del Nord, che vedrà i controlli doganali sulle merci che attraversano il Mare d’Irlanda, dividendo di fatto il Regno Unito.

A questo punto perché continuare a discutere? Il danno è fatto, e da gennaio 2021 con o senza accordo si dovrà trovare il modo di gestire il futuro dell’Europa.

lunedì 9 novembre 2020

3 mln della vergogna..

 

Per tanti gli usa sono un faro.. di tutto; ma per chi usa i pochi neuroni ancora sopravvissuti al bombardamento mediatico di questi anni alcune cose non le può non notare: in primis i mali del sistema e in secundis i problemi che questi mali producono lì, cosa di cui non me ne può importare di meno (affari loro se non fosse per quella non poco importante teria del caos che sostiene che un battito d'ali in un punto crea un uragano altrove), e qui nel vecchio mondo.

A me Trump non va giù per niente ma alcune cose vanno dette: ha messo all'angolo la Cina stanandola dall'angolo dorato in cui s'era nascosta; ha approfittato della favorevole congiuntura per mantenere le promesse fatte agli ex blu collar e all'ex ceto-medio (america first ecc.); ha letteralmente protetto l'america e la grande finanza, wall street gliene dovrebbe essere riconoscente (i soldi, si sa, però, che non guardano in faccia nessuno e i mercati già scontavano la sua sconfitta e applaudivano Biden), e tante altre cose... errori fatti? Tra i molti il più importante è il covd-19; il suo negazionismo gli ha fatto enormi dani di immagine e di voti.

Detto ciò, però la sconfitta, come dicono i media, tale non è dato che ha ...... vinto le elezioni. Ha preso circa 3 mln di voti più del suo avversario, ma il perverso sistema americano lo sconfigge come lo sconfiggono anche i brogli (che ci sono stati.. i democrats sono storicamente famosi per aver fatto brogli lungo tutta la storia di qel paese). Ha preso più voti di Clinton, di Obama, ecc. e trovo che abbia tutte le ragioni di chiedere un ricontrollo dei voti dato che gli stessi media che lo danno per sconfitto quando poi pubblicano le slide non possono cancellare il dato reale: 77 contro 74 milioni di voti.

A questo punto in ballo non c'è solo lo Stato americano ma il concetto stesso di voto e di sua espressione visto che anche qui ormai è chiaro che chiunque e qualunque cosa votialla fine decidono i mercati, quel commissario tedesco aveva ragione ahinoi, e Bruxelles... il sistema è in crisi e, come diveva Sartori ai tempi, ormai alcuni concetti forti, espressi in parole, del sistema occidentale sono ormai svuotati di ongi significato: sono simulacri, nel senso che ne dava P.K. Dick, del tempo che fu e servono solo come specchio delle allodole per noi comuni mortali.... prima ce ne accorgiamo e ne traiamo le conseguenze meglio sarà per porvi rimedio, se del caso, o crearne un altro meno verticale e.... meno elitario?

venerdì 9 ottobre 2020

La Confindustria di Bonomi in campo contro i ‘poveracci’

 

Fonte: Il Fatto Quotidiano Pierfranco Pellizzetti Economia & Lobby - 8 Ottobre 2020

“All’accusa che i leader sindacali hanno rivolto a Confindustria di non volere i contratti abbiamo risposto con chiarezza che Confindustria i contratti li vuole sottoscrivere e rinnovare. Solo che li vogliamo ‘rivoluzionari’, rispetto al vecchio scambio di inizio Novecento tra salari e orari”. Tradotto: in quanto autorizzino la piena mano libera delle imprese nelle decimazioni aziendali a mezzo licenziamenti, cancellando (rivoluzionariamente?) qualcosa come un secolo e mezzo di lotte per i diritti del lavoro.

Così strepita Carlo Bonomi, il grossista di apparecchiature elettromedicali scelto dagli industriali aderenti a Confindustria quale loro presidente per dare voce allo stato d’animo prevalente nella categoria: il revanscismo da ultima raffica, che li destina a massa di manovra al servizio (inconsapevole?) dei grandi tessitori anti-governo giallo-rosa; che sbavano all’idea di poter mettere le mani sul malloppo, in presumibile arrivo da Bruxelles (Recovery Fund o Next Generation che dir si voglia)-

Altri – anche su queste pagine – si sono fatti carico di mostrare in maniera convincente l’ipocrisia di chi – pur avendo ricevuto dal Conte Bis la quota più consistente di risorse per affrontare la crisi pandemica – ora non si accontenta del molto ma pretende il tutto. Io stesso ho provato a tratteggiare in questa sede – partendo proprio dalle carte ufficiali di Confindustria – le gravissime responsabilità di un ceto industriale assenteista nel declino inarrestabile del nostro sistema produttivo. Vere campane a martello sulle vanità padronali di gestire loro la ripresa nazionale.

Ciò dato per acquisito, ora vorrei accennare alle modalità argomentative con cui i confindustriali promuovono le loro pretese; e sui retro-pensieri su cui si fondano. Quel qualcosa tra la petulanza e l’arroganza tradotto in luogo comune di cui oggi è icastico interprete il Carlo Calenda, che prima di impegnarsi in politica e prima ancora di aver portato la borsa all’industriale da jet-set Montezemolo, faceva il funzionario nel palazzone nero dell’Eur, sede di Confindustria: la torpida convinzione di una superiorità genetica dei membri del consesso con il simbolo dell’aquilotto, in quanto portatori di una suprema idea di efficienza.

Convinzione coltivata già prima che il reaganismo e il neoliberismo ottundessero le capacità analitiche di un Paese colonizzato culturalmente – quale l’Italia – da una ricezione fideistica della cultura proprietaria di matrice anglosassone-

Baggianate riassumibili in due principi guida: la metafora della Mano Invisibile, intesa come naturale tendenza del mercato al cosiddetto “ottimo paretiano” (la migliore allocazione delle risorse), e il mito pericolosissime del Darwinismo Sociale: con buona pace di Charles Darwin, la credenza che le dinamiche competitive selezionino al meglio eliminando i perdenti. Lasciti di una tradizione che parla in lingua inglese, per cui Beniamino Franklin, non limitandosi a indicare nell’alcolismo la soluzione ottimale per fiaccare i nativi americani, dichiarava che meno si fa per i poveri “meglio riusciranno a cavarsela”. Gli faceva eco sull’altra sponda dell’Atlantico Francis Galton (cugino dell’incolpevole Darwin), inventore della pseudo-scienza Eugenics, proponendo la sterilizzazione dei “poveri inutili”, per la loro incapacità “costituzionale” di inserirsi nel mondo del lavoro.

Ora, nelle parole del confindustriale Bonomi c’è tutto il disprezzo (atlantico) nei confronti dei “poveracci” che non albergava in una cultura come quella italiana, almeno dal punto di vista formale e dichiarativo, intrisa del misericordioso messaggio evangelico delle beatitudini: “beati voi poveri perché vostro è il regno di Dio”.

Un’attitudine solidale cancellata dall’alluvione americanista a fumetti; mentre – nel dilagare delle diseguaglianze – assistiamo all’invadenza di un elitismo che si tinge di palesi retro-pensieri razzisti: i poveracci come specie inferiore. Anche se fa un po’ ridere che a manifestarlo sia la congrega dei padroncini; che si ritengono un’aristocrazia, mentre si aggirano alla ricerca famelica di sussidi statali.

lunedì 22 giugno 2020

Coronavirus, la vera bussola in periodo di crisi è il prezzo dell’oro

Fonte: Il Fatto Quotidiano Economia & Lobby - 21 Giugno 2020 Loretta Napoleoni

Impossibile capire bene cosa stia succedendo all’economia mondiale in relazione alla crisi del Covid e alle politiche messe in atto per arginare il contagio. Altrettanto difficile è estrarre la verità scientifica dalla pandemia, le teorie sono tante – alcune decisamente imbevute di dietrologia – ma i fatti scarseggiano.
Che succede? Ma soprattutto cosa succederà? Una bussola economica che nei momenti di grande crisi raramente sbaglia è il prezzo dell’oro. E allora proviamo ad affidarci a questa per capire dove ci troviamo e dove stiamo andando.
Per renderci conto del valore politico del metallo giallo facciamo un piccolo passo indietro nella storia e torniamo agli anni ‘70. Dopo la tragica dichiarazione di Richard Nixon, che poneva fine alla convertibilità del dollaro in oro, si pensò che l’oro fosse destinato solo all’industria dei gioielli, ma non fu così. Quando subito dopo lo shock petrolifero della metà degli anni 70 l’inflazione iniziò a galoppare, per difendersi dall’erosione del valore delle monete cartacee gli investitori comprarono oro, confermando che non c’è bene rifugio più popolare del metallo giallo. E questo è vero anche oggi.
Dallo scoppio del Covid la corsa all’oro è ricominciata e il prezzo ha ripreso a salire – oggi è per il 25 per cento più alto di un anno fa. Nell’incertezza chi ha liquidità la parcheggia in lingotti e azioni di miniere d’oro. Questo comportamento ci dice che nei momenti di pericolo e di grande incertezza il prezzo dell’oro sale perché sale la domanda. Anche dopo il crollo della Lehman Brothers si verificò lo stesso fenomeno e il prezzo dell’oro iniziò a salire vertiginosamente arrivando nel 2011 a ben 1.900 dollari l’oncia. Poi, improvvisamente, iniziò a scendere.
La natura politica dell’oro fa sì che sia estremamente sensibile agli eventi politici, vedi il Covid. Ma è anche vero che essendo un bene rifugio che appartiene ad un mercato molto piccolo è anche molto sensibile alle opportunità economiche e finanziarie alternative.
La discesa iniziata nel 2011 è legata all’impennata degli indici di borsa che attrassero liquidità. Gli investitori decisero di vendere le posizioni in oro per acquistare quelle in azioni e così il prezzo dell’oro quasi si dimezzò: ciò significa che chi lo aveva acquistato vicino al picco perse intorno al 40 per cento del proprio investimento. Una perdita di questo genere nel mercato azionario succede solo nei grandi crolli. E’ dunque importante usare l’oro con la massima cautela ed essere pronti ad abbandonarlo nel momento giusto.
E’ vero che negli ultimi trent’anni il prezzo del metallo giallo non ha fatto che salire – da 400 dollari l’oncia nel 1990 è passato a 1.900 nel 2011 – ma è anche vero che fino al 2007 il prezzo si è mosso di soli 200 dollari. Dal crollo della Lehman al 2011 il prezzo dell’oro in dollari è salito di ben 1200 dollari. Fu questo il grande momento di crescita.
Come può questa breve cronistoria dell’oro aiutarci a navigare l’incertezza del presente? La risposta è semplice: i mercati temono il ritorno dell’inflazione, i soldi dall’elicottero in circolazione nel sistema economico stanno già spingendo i prezzi di alcuni beni verso l’alto. Chi sostiene che ci troviamo in una fase recessiva sbaglia: in realtà i beni e i servizi operativi, ad esempio i prodotti alimentari, costano di più. E’ solo questione di tempo prima che le tendenze inflazioniste inizino a farsi sentire.
In fondo anche all’indomani della crisi finanziaria del 2007 il timore era l’inflazione. Lo stimolo da migliaia di miliardi di dollari immesso nel sistema e finito nelle tasche delle banche e finanziarie produsse la cosiddetta ‘asset inflation’, l’inflazione dei beni dalle case alle tenute ai beni durevoli come le automobili. Il lingotto offrì protezione a chi poteva acquistarlo.
Morale: prepariamoci all’ondata inflazionista, che a differenza della seconda ondata del Covid sicuramente ci travolgerà tutti. E se avete diverse migliaia di dollari a disposizione comprate qualche lingotto.

sabato 20 giugno 2020

Ue, in vigore nuova norma choc. Rischio default del Paese e nessuno la blocca

Venerdì, 19 giugno 2020 - 17:01:00 visto su Affari italiani

dovrebbe bastare questa immagine.. ma se volete andate al link suindicato e leggetevi l'articolo.... nche questa è l'europa che ci attende.

martedì 16 giugno 2020

Fonte: W.S.I. 16 Giugno 2020, di Alessandra Caparello

Fonte: W.S.I. 16 Giugno 2020, di Alessandra Caparello
Far ripartire l’economia tricolore dopo l’emergenza sanitaria è l’obiettivo dei bond perpetui proposti dal presidente della Consob Paolo Savona nel suo messaggio al mercato.
I bond perpetui: cosa sono e come funzionanoI bond perpetui sono titoli pubblici senza scadenza, che garantiscono una cedola fissa esentasse, “uno strumento tipico delle fasi belliche, alle quali la vicenda sanitaria è stata sovente paragonata” ha detto Savona.
Le obbligazioni pubbliche irredimibili (consols) potrebbero riconoscere un tasso d’interesse, esonerato fiscalmente, pari al massimo dell’inflazione del 2% che la Bce si è impegnata a non superare nel medio termine. In parallelo, aggiunge, bisogna agevolare la formazione di capitale di rischio in sostituzione dell’indebitamento.
La sottoscrizione di obbligazioni irredimibili, ha precisato Savona, “sarebbe ovviamente volontaria e l’offerta quantitativamente aperta”.
In altri paesi le emissioni di consols sono state seriamente discusse e forme simili attuate, ma nessun esperimento pratico di questo tipo è stato tentato. Se i cittadini italiani non sottoscrivessero questi titoli, concorrerebbero a determinare decisioni che, ignorando gli effetti di lungo periodo di un maggiore indebitamento pubblico, creerebbero le condizioni per una maggiore imposizione fiscale. Emettere titoli irredimibili sarebbe quindi una scelta dai contenuti democratici più significativi perchè, se sottoscritti, limiterebbero i rischi per il futuro del Paese e, di conseguenza, gli oneri sulle generazioni future, quelle già in formazione e quelle che verranno”.
Savona rilancia la criptomoneta pubblicaIl presidente della Consob nel suo messaggio ha anche reiterato la proposta di una “criptomoneta pubblica” con cui “il sistema dei pagamenti si muoverebbe in modo indipendente dalla gestione del risparmio, che affluirebbe interamente sul mercato libero, cessando la simbiosi tra moneta e prodotti finanziari, affidandone la gestione in modo indipendente ai metodi messi a punto dai registri contabili decentrati e dalla Scienza dei dati”.
Alcuni Paesi come la Cina e la Russia, forti di loro autonomi protocolli, intendono realizzarla nell’intento sia di avvantaggiarsene a scopi di riequilibrio geopolitico economico, sia di proteggersi dagli effetti sgraditi, quali la perdita di controllo delle informazioni nazionali, e da quelli graditi, come l’impossessamento di quelle dei paesi concorrenti. Perciò, le relazioni internazionali, invece di convergere verso una soluzione comune, tendono a complicarsi ulteriormente”.

domenica 14 giugno 2020

Stati Generali, il Piano Colao ripropone il liberismo: occorre cambiare strada

Fonte: Il Fatto Quotidiano Paolo Ferrero Politica - 12 Giugno 2020
Nella crisi del coronavirus abbiamo assistito ad un paradosso: tutto quanto era stato glorificato negli ultimi vent’anni ha fallito e tutto ciò che era stato demonizzato ha retto la situazione. Hanno glorificato il libero mercato, le privatizzazioni e la libertà di impresa. Grazie a queste politiche in Italia non c’erano le mascherine, non ci sono i tamponi e la sanità privata non è servita a nulla.
Dall’altra, la sanità pubblica – o meglio ciò che ne rimane dopo le devastazioni prodotte dai continui tagli – è stata decisiva per combattere l’epidemia e i tanto deprecati dipendenti pubblici – medici ed infermieri – sono diventati degli eroi. La stessa cosa nell’istruzione: la scuola pubblica ha retto l’impatto e gli insegnanti hanno organizzato, prima ancora che venisse loro prescritto, il lavoro di tenuta in rete degli studenti, sia sul piano formativo che esistenziale.
La stessa cosa è avvenuta a livello mondiale: i nostri potenti alleati, a partire dagli Usa, si accaparravano le mascherine, mentre i negletti della terra, i cubani rivoluzionari e socialisti, ci hanno inviato equipe mediche di prim’ordine. In nome di parole desuete, come la solidarietà e l’umanità. Parole che noi comunisti condividiamo con il Papa.
Ce la possiamo raccontare come vogliamo ma la pandemia è stata combattuta dalle strutture pubbliche, dai tanto deprecati dipendenti pubblici – vogliamo farlo il conto dei medici e degli infermieri morti per aver lavorato in condizioni folli? – ed è stata combattuta con le armi della solidarietà e dell’umanità, non della concorrenza e del profitto.
Di fronte a questa situazione il governo cosa fa? Stati generali che saranno aperti dagli interventi della troika – verso cui la platea si genufletterà – e che sono finalizzati ad un gigantesco trasferimento di risorse dallo Stato alle imprese. Sì, perché l’unica cosa che emerge dai progetti del governo è di fare quel che dice Vittorio Colao ma senza dirlo: soldi per le imprese senza alcun vincolo sociale né ambientale-
L’opposizione non si farà vedere perché sarebbe imbarazzante verificare che sulle linee di fondo – la centralità dell’impresa orientata alle esportazioni – la pensano in larga parte nello stesso modo. Noi non siamo d’accordo e pensiamo sia necessario un piano completamente diverso.
In primo luogo occorre garantire a tutte e tutti coloro che non hanno più il lavoro un reddito dignitoso che non duri tre mesi ma fino a quando non vi sia un lavoro pagato come deve essere pagato. In secondo luogo occorre finanziare fortemente la sanità e l’istruzione pubblica: sia sul piano strutturale, sia per fare le assunzioni stabili necessarie, sia per adeguare gli stipendi dei dipendenti. Per non fare che un esempio, a settembre non si può continuare a fare lezioni via web e occorre assumere gli insegnanti necessari per far funzionare la scuola così come recuperare i locali per sdoppiare le classi.
In terzo luogo occorre dar vita ad un piano generale per la riconversione ambientale delle produzioni e dell’economia che veda un forte intervento pubblico e che fissi dei vincoli molto chiari alle imprese beneficiarie dei fondi pubblici: mantenimento dei livelli occupazionali e riconversione ambientale delle produzioni.
Si tratta cioè di uscire dalle follie del liberismo e di usare i soldi pubblici per rafforzare la struttura sociale ed economica del paese a partire da una gigantesca operazione di riconversione ambientale. Perché il coronavirus segnala che l’umanità sta distruggendo il pianeta e che occorre cambiare strada.
Detta in soldoni, la politica del governo non affronta i problemi del paese che sono destinati ad aggravarsi e lascia una prateria alla demagogia di Salvini che punta proprio allo sfascio per presentarsi – con un mojito in mano – come salvatore della patria. Occorre cambiare strada per quanto riguarda sia le spese che le risorse.
E’ infatti evidente che i soldi stanziati a livello europeo sono pochi e arriveranno tardi, non prima dell’anno prossimo. Quest’anno, a fronte di un crollo di 200 miliardi di Pil, avremo solo la possibilità di impiccarci con i prestiti del Mes-
Per questo è necessario fare subito una tassa sulle grandi ricchezze – sopra il milione di euro – che entri a regime rapidamente e porti soldi freschi e per questo è necessario – invece di genuflettersi dinnanzi alla troika – chiedere a gran voce l’intervento della Bce per finanziare direttamente la spesa per l’emergenza.
Occorre cambiare strada. Per questo sabato mattina saremo a manifestare contro il governo davanti a Villa Pamphili, per questo domenica alle 18 daremo vita ad un controvertice per raccogliere le proposte alternative e per questo vi invitiamo a firmare la petizione che chiede l’intervento della Bce.

mercoledì 10 giugno 2020

La Nuova Zelanda è Covid-free: i cinque segreti di cui anche l’Italia dovrebbe fare tesoro

Fonte: Il Fatto Quotidiano Mondo - 10 Giugno 2020 Federico Marcon
A Jacinda Ardern, la meravigliosa Primo Ministro neozelandese che sta riscrivendo il manuale di come si possa essere un fantastico politico e un’amorevolissima madre allo stesso tempo, è scappato persino un balletto in casa quando ha potuto annunciare alla popolazione che la Nuova Zelanda era Covid-free, non avendo registrato nuovi casi per oltre due settimane e non avendo un solo caso attivo in tutto il paese. In questo lato del mondo la Nuova Zelanda non è l’unico paese ad aver raggiunto tale invidiabile status: altre nazioni come la Papua Nuova Guinea, East Timor, Fiji, Samoa e Tonga sono nella medesima situazione.
L’obiezione è facilmente prevedibile: la Nuova Zelanda è un paese poco popolato – circa 5 milioni di persone contro i quasi 27 milioni di pecore -, distante da tutto e tutti, con confini alquanto impermeabili essendo un’isola remota e con un distanziamento sociale naturale, visti gli immensi spazi a fronte di un numero esiguo di abitanti. Tutto vero e sacrosanto. Ma sarebbe semplicistico e sbagliato non cercare di capirne di più e magari assorbire qualche lezione e buona pratica da utilizzare in altri contesti.
Quali sono stati dunque i segreti di questa piccola nazione nel Pacifico?
1. Una catena di comando cortissima. A differenza dell’Italia, dove abbiamo avuto frotte di virologi, pseudo-esperti, politici e compagnia bella pronti a fornire commenti, notizie e raccomandazioni ogni giorno, in Nuova Zelanda le persone deputate a parlare sono state due: la stessa Ardern e il Direttore Generale della sanità Ashley Bloomfield. Nessun altro si è impossessato della scena per confondere le acque.
2. Una pianificazione pazzesca, che ha portato il Governo a prendere misure drastiche in largo anticipo, quando il numero dei casi era ancora basso. Come un giorno rispose la Ardern, quando la rimproverarono di aver avviato il lockdown con soli 102 casi nel Paese: “Anche l’Italia ad un certo momento aveva solo 102 casi… e vedete poi cosa è successo”.
3. Il concetto, molto anglosassone, di “walk the talk”, che potremmo tradurre in “predica bene e razzola meglio”. Riprova di ciò, il fatto che il ministero della Salute David Clark è stato declassato dopo aver ignorato il lockdown e aver portato la propria famillia a fare una scampagnata in una spiaggia a 20 km da casa sua, nel primo weekend di applicazione delle nuove misure restrittive. Clark, invece di gridare al complotto, si è semplicemente definito un idiota. Suona poco familiare, vero?
4. L’aver creato – con una sapiente comunicazione – l’idea che tutto il Paese è nella medesima condizione e situazione, compresi i politici di alto rango ed altre personalità di spicco. Questa è stata sempre la grande forza della Ardern, che in altre dolorose circostanze – come l’attentato terroristico alle moschee di Christchurch che 15 mesi fa costò la vita a 51 persone – è sempre riuscita a creare un senso di comunità, dove lo Stato non è considerato altro rispetto alla gente.
Questo mi pare alquanto differente dalla situazione italiana, dove cresce il malcontento e si amplificano le proteste di varie categorie che accusano il Governo di ogni nefandezza, con la solita narrativa della classe politica che se ne frega della popolazione e pensa solo agli affari propri. In Nuova Zelanda tale recriminazione non si verifica, in quanto non esiste tale dicotomia tra la Stato e popolazione, considerati un unicum e non antagonisti
5. Da ultimo, ed è una logica conseguenza di quanto esposto in precedenza, colpisce l’attenzione della persone e della stampa per le storie individuali, piuttosto che per i numeri. Certo, è più facile concentrarsi sulle storie individuali quando il numero dei morti è ridotto – solo 22 fino ad oggi.
Ma il focus sullo storytelling fa parte di un approccio al Covid che nazioni come la Nuova Zelanda e in parte l’Australia hanno promosso durante la crisi: poca ricerca dello scandalo e del terrore, uno sforzo congiunto di tranquillizzare la popolazione e proteggerle con misure forti e minuziosamente pianificate. Tenendo sempre in primo piano le persone, le loro esigenze, le loro storie e i loro legami familiari. E ricordandoci che non siamo numeri, ma essere umani.
Il miracolo neozelandese nasce da un mix di tutti questi ingredienti. L’Italia è troppo grande, avanzata, eurocentrica e supponente per poter imparare da esperienze virtuose di altri Paesi, seppur piccoli? Lascio a voi la risposta… nella speranza di essere smentito.

lunedì 8 giugno 2020

https://blog.libero.it/Karamazov/14976500.html

Fonte: Il Fatto Quotidiano Economia Occulta - 7 Giugno 2020 Loretta Napoleoni
Gli appartenenti alla generazione dei baby boomer americani si ricordano bene il 1968. Quello fu un anno traumatico per tutti. I giovani sedevano davanti alla Tv insieme ai genitori mentre il governo gestiva una lotteria dove i numeri corrispondevano alle date di nascita e la posta era la loro vita. I più anziani si domandavano a che serviva la guerra nel Vietnam, specialmente nell’ottica della vittoria della seconda guerra mondiale. Nel paese la tensione era altissima e scontri e manifestazioni erano all’ordine del giorno. Poi iniziarono gli assassinii politici, Martin Luther King e Bobby Kennedy, vennero falciati da forze endemiche, le stesse che avevano messo fine secoli prima all’operato di altri grandi leader americani, forze resuscitate dalle tensioni sociali della fine degli anni Sessanta.
Gli afro-americani erano in fermento, volevano porre fine alle diseguaglianze, al razzismo e i bianchi erano in fermento perché non volevano quella guerra lontana. La polizia era brutale, specialmente nei confronti dei primi.
Come il 2020, annus horribilis americano, il 1968 era un anno elettorale che avrebbe portato alla Casa Bianca Richard Nixon, un repubblicano che adesso sappiamo era senza scrupoli, ma che allora sembrava ben incarnare i valori conservatori di quell’America agiata che grazie al Piano Marshall stava diventando ancora più ricca. Un’America bianca, naturalmente.
La campagna elettorale si svolse sullo sfondo della contestazione contro la guerra nel Vietnam, degli assassinii politici e degli scontri nelle strade. Esattamente come oggi, mentre l’America scivolava nel caos gli indici di borsa salivano. I mercati e le élite che nel 1968 li gestivano avevano fiducia nella vittoria di Nixon, erano certi che il futuro presidente ed il suo partito avrebbero mantenuto l’ordine ed i privilegi di cui l’alta finanza aveva sempre goduto.
Nixon intuì l’importanza di presentarsi come il difensore dello status quo, il garante dell’ordine e sfruttò al massimo le tensioni del 1968. Oggi Donald Trump sta facendo la stessa cosa. Da febbraio ha trasformato la pandemia in una piattaforma elettorale giornaliera e da due settimane le manifestazioni e gli scontri di piazza nell’antitesi della ‘sua America’. Trump è il nuovo Nixon, un abile imbroglione.
Gli americani ricordano bene che fine ha fatto Richard Nixon come non hanno dimenticato il danno economico inflitto dalla sua presidenza. Per finanziare la guerra in Vietnam Nixon usò le riserve auree del paese, lo fece nascostamente ma alla fine fu costretto ad ammetterlo. E così nel 1971 si pose fine alla convertibilità del dollaro. Un’umiliazione per la grande America ma anche un bel problema economico. Ondate deflazioniste ed inflazioniste si abbatterono sull’economia americana che rimase depressa fino all’inizio degli anni Novanta-
Donald Trump è altrettanto irresponsabile. Sta combattendo il Covid-19 stampando carta monete e distribuendola a pioggia, senza una logica sociale. In questo modo sostiene Wall Street, suo cavallo di battaglia da sempre. Ma come quello di Nixon, l’escamotage monetario è un boomerang, funziona nel breve periodo e poi torna indietro con nuovi problemi.
L’altra mortalità tra gli afro-americani, appena il 13 per cento della popolazione, ma di gran lunga la maggioranza dei deceduti, poteva essere evitata con i test, i tamponi, agli aiuti finanziari per migliorare le condizioni di vita e di lavoro di questo segmento della popolazione.
Le tensioni sociali potevano essere evitate se si fosse agito per tempo. Da sempre gli afro-americani muoiono per mano dei poliziotti, nel 1992 Rodney King venne ucciso a Los Angeles in un modo simile all’esecuzione di George Floyd. La scena venne ripresa da un passante che aveva una video camera ed i network la mostrarono. Quasi trent’anni dopo ce la ritroviamo davanti. Non va bene, non va affatto bene.
La speranza è che il 2020 non finisca a novembre come il 1968, la speranza è che Trump non riesca a spuntarla questa volta e che il vento della riforma sia talmente forte da scuotere anche il moderatissimo candidato democratico, Joe Biden. La speranza è che questa volta qualcosa davvero cambi.

martedì 2 giugno 2020

Guerra fredda Usa-Cina, e se il coronavirus fosse un prodotto stelle e strisce?

Fonte: Il Fatto Quotidiano Diego Fusaro  Mondo - 30 Maggio 2020

Fin dal cominciamento della pandemia, sostenni – si ricorderà – che quanto stava accadendo, al di là della narrazione del pipistrello, chiedeva di essere letto e interpretato nel quadro della nuova Guerra Fredda tra Cina e Usa: guerra che domenica 24 maggio è stata apertamente ammessa, infine, dalla stessa Cina in via ufficiale. Insomma, su un piano stricto sensu geopolitico, possiamo dire che il Covid-19 – quale che sia la sua reale origine – giunge nel bel mezzo di una nuova Guerra Fredda, che solo ora è riconosciuta apertamente, ma che, invero, era in atto già da tempo.
A suffragare questa lettura sono, come sappiamo, i rapporti niente affatto distesi che si erano venuti a creare tra i due Paesi ben prima dell’emergenza Covid-19: la quale sempre più appare essere essa stessa un momento di quella “Guerra Fredda” più che una sua temporanea battuta d’arresto. Si pensi anche solo alla guerra per il “5G” e l’affaire Huawei. Non si trascuri, poi, che il 28 novembre 2019 Trump firma e promulga l’“Hong Kong Human Rights and Democracy Act”, per sostenere le protese anticinesi divampate a Hong Kong. La Cina reagisce senza esitazioni: lo fa convocando l’ambasciatore Usa ed esortandolo a non applicare la legge, dacché la questione Hong Kong è interna alla Cina e, dunque, di sua esclusiva competenza. Ancora, gli Usa accusano la Cina: il 17 febbraio un cacciatorpediniere cinese avrebbe puntato un laser su un aereo da ricognizione Poseidon P-8A americano nel Pacifico al fine di disturbarne le operazioni. L’episodio sarebbe avvenuto a 600 chilometri dall’isola di Guam, non distante dalle Filippine.
La Guerra Fredda si è manifestata senza posa nel corso dell’emergenza Covid-19, dichiarata “pandemia” dall’Oms l’11 marzo scorso. Lijian Zhao, portavoce del ministero degli Esteri cinese, ha apertamente, senza troppe perifrasi, attaccato gli Usa: “It might be US army who brought the epidemic to Wuhan”. Così scrisse testualmente sul suo profilo Twitter il 12 marzo.
La Cina, per il tramite di un esponente di spicco del suo governo, stava chiaramente indicando quelli che, dal suo punto di vista, erano i reali responsabili. Le accuse di Lijian Zhao meritano di essere analizzate più estesamente. Fanno leva sulla scarsa chiarezza della civiltà del dollaro sui propri casi di Covid-19: “A quando risale – chiedeva Lijian Zhao – il paziente zero negli Stati Uniti? Quante persone sono state infettate negli States? Come si chiamano gli ospedali dove sono ricoverate? Potrebbe essere stato l’esercito americano ad aver portato l’epidemia a Wuhan. Vogliamo trasparenza! Che siano resi pubblici i vostri dati! Gli Stati Uniti ci devono una spiegazione”.
È interessante, di questa accusa, il fatto che essa rovesci la narrazione, ponendo gli Usa nella posizione in cui essi avevano fino a quel momento cercato di porre la Cina: ossia nella posizione di chi deve dare conto al mondo intero delle proprie responsabilità.
In un secondo messaggio su Twitter, Lijian Zhao ha ricordato che Robert Redfield, portavoce e rappresentante del Parlamento Usa, ha ammesso apertamente l’esistenza di decessi per Covid-19 negli Usa. Ne dà notizia anche The Guardian, il 12 marzo. Il video a cui allude Lijian Zhao era stato pubblicato da “People’s Daily”: in esso Robert Redfield affermava che alcuni morti di influenza, negli Usa, era in realtà contagiati da Covid-19… Con le parole di Robert Redfield: “Some cases have actually diagnosed that way in the United States today”. Queste affermazioni, in effetti, aprono alla possibilità che il virus non sia “cinese” (come continua a ripetere Trump), ma atlantista.
Alla sbarra dell’imputato è ora, improvvisamente, la civiltà del dollaro. Quanti dei morti di influenza negli Usa – incalza Lijian Zhao – sono connessi al Covid-19? Perché gli Usa, così solerti nell’attaccare la Cina, hanno nascosto al mondo intero le proprie responsabilità?
Le catilinarie politiche di Lijian Zhao sono supportate dalle affermazioni dell’epidemiologo e pneumologo Zhong Nanshan, che nel 2003 scoprì il Coronavirus Sars, e che fu anche presidente della Chinese Medical Association (2005-2009). Pur senza puntare il dito contro gli Usa, Zhong Nanshan ha affermato, il 27 febbraio 2020, che il virus, rilevato la prima volta in Cina, “potrebbe non essere nato in Cina”. Queste, in estrema sintesi, alcune delle accuse mosse dalla Cina agli Usa. E gli Usa? Il Consigliere per la Sicurezza nazionale statunitense, Robert O’Brien, ha quasi da subito accusato la Cina di non aver gestito nel modo giusto l’epidemia “mettendo a tacere i medici coinvolti o mettendoli in isolamento”. E, in effetti, Li Wenliang, il dottore che per primo aveva invano denunciato il Covid-19, è – come sappiamo – morto isolato e dimenticato. E vi sono stati, in Cina, altri episodi di repressione di dissidenti.
il resto al link suindicato

venerdì 29 maggio 2020

https://blog.libero.it/Karamazov/14969981.html

Fonte: Il Fatto Quotidiano Centro studi Unimed Mondo - 29 Maggio 2020
di Luigi Manfra*
Con globalizzazione si definisce quel fenomeno che, negli ultimi due decenni, ha portato alla intensificazione degli scambi e degli investimenti internazionali su scala mondiale rendendo le economie nazionali sempre più interdipendenti, anche grazie alla rivoluzione digitale che ha reso le relazioni economiche, soprattutto quelle finanziarie, particolarmente veloci.
La diffusione delle tecnologie informatiche ha favorito i processi di delocalizzazione delle imprese e lo sviluppo di reti di produzione e di scambio sempre meno condizionate dalle distanze geografiche, alimentando la crescita dei gruppi multinazionali e i fenomeni di concentrazione su scala mondiale.
Tra gli aspetti positivi della globalizzazione vanno annoverati la crescita esponenziale del volume di informazioni disponibili, lo sviluppo economico di nazioni marginali, la riduzione dei costi per il consumatore finale grazie all’incremento della concorrenza su scala planetaria. Ma, a fianco di questi aspetti positivi, si sono acuiti fenomeni già presenti nel passato come l’intensificazione dello sfruttamento del lavoro, il degrado ambientale, l’aumento delle disparità sociali.
Il termine globalizzazione descrive l’interconnessione dei sistemi economici nazionali attraverso catene globali del valore, o Global Value Chains (Gvc), dove la produzione di beni e servizi a livello mondiale è segmentata in diverse fasi, localizzate in aree diverse, spesso molto distanti l’una dall’altra. L’aspetto più rilevante è l’impatto che i nuovi modelli produttivi Gvc hanno sulla disuguaglianza economica in termini di distribuzione geografica delle attività produttive.
Ricerca e sviluppo, design e marketing, appannaggio dei paesi ricchi, si appropriano della parte predominante del valore aggiunto, mentre la produzione è sempre più delocalizzata nel sud del mondo dove i livelli salariali sono molto bassi. Tra i paesi maggiormente colpiti dal Covid-19 vi sono gran parte delle economie, Cina in testa, che svolgono un ruolo di enorme rilevanza lungo le catene globali del valore.
In altri termini, l’interconnessione delle strutture produttive dei diversi paesi a livello internazionale fa sì che queste catene rappresentino i canali privilegiati lungo cui si propaga il virus della recessione in tutto il mondo. Ma la crisi economica, oltre che sulla produzione, avrà effetti negativi anche sulla domanda.
Le misure intraprese dalla maggior parte dei paesi allo scopo di contenere il virus, dalla drastica riduzione della mobilità delle persone alla chiusura degli esercizi commerciali, di teatri, biblioteche e musei, hanno comportato una riduzione dei consumi da parte delle famiglie. Particolarmente colpito è stato il settore dei servizi, dai trasporti, al turismo e alla ristorazione.
La chiusura di molte attività produttive e commerciali si è tradotta in un aumento del tasso di disoccupazione e, quindi, in una riduzione del reddito disponibile di molti lavoratori e lavoratrici soprattutto nel settore informale dell’economia. Infine, è atteso un aumento della propensione al risparmio da parte delle famiglie a fini precauzionali, che ridurrà i consumi fino a quando il timore del contagio non sarà definitivamente svanito.
...il resto al link suindicato del giornale

mercoledì 27 maggio 2020

Recovery fund, il piano proposto oggi dalla Commissione Ue

Fonte: W.S.I. 27 Maggio 2020, di Alberto Battaglia

La Commissione europea ha alzato il velo sulla proposta di Recovery Fund che diventerà la base negoziale intorno alla quale gli Stati Membri dovranno raggiungere un consenso unanime. Il piano complessivo è stato battezzato con il nome di Next Generation EU e consentirà alla Commissione europea “di utilizzare il suo solido rating creditizio per prendere in prestito dai mercati finanziari 750 miliardi”.
Questi fondi “saranno indirizzati attraverso i programmi Ue e ripagati in un arco di tempo lungo attraverso i futuri budget Ue – non prima del 2028 e non dopo il 2058”, si legge sulla nota ufficiale diramata dalla Commissione Ue.
L’esecutivo Ue ha proposto, inoltre, di emendare il piano finanziario 2014-2020 in modo da “rendere 11,5 miliardi di euro in funding già disponibili” per l’anno in corso.
“Il piano di risanamento trasforma l’immensa sfida che stiamo affrontando in un’opportunità, non solo sostenendo la ripresa ma anche investendo nel nostro futuro: il Green Deal europeo e la digitalizzazione promuoveranno l’occupazione e la crescita, la resilienza delle nostre società e la salute del nostro ambiente. Questo è il momento dell’Europa”, ha dichiarato la presidente della Commissione, Ursula von der Leyen nel corso del suo intervento al Parlamento europeo, “la nostra volontà di agire deve essere all’altezza delle sfide che tutti noi affrontiamo. Con Next Generation EU stiamo fornendo una risposta ambiziosa”.
Il Recovery Fund proposto dalla Commissione europea
Per quanto riguarda il “Recovery Fund” vero e proprio (nome ufficiale: Recovery and Resilience Facility) esso avrà una dotazione di 560 miliardi di euro. Si tratta di un leggero incremento rispetto ai 500 miliardi delineati dall’accordo franco-tedesco; come previsto, però, esso agirà solo in parte attraverso trasferimenti diretti agli Stati membri.
La componente “a fondo perduto” si limiterà a 310 miliardi, mentre ulteriori 250 miliardi saranno messi a disposizione degli stati sotto forma di prestiti.
“Il supporto sarà disponibile per tutti gli stati membri, ma concentrato sui Paesi più colpiti e nei quali i bisogni di resilienza sono maggiori”. Secondo fonti informate citate dall’Ansa all’Italia potrebbero andare circa 170 miliardi di euro. Nel dettaglio, 81,807 miliardi sarebbero versati come aiuti e 90,938 miliardi come prestiti.
“La crisi ha effetti di contagio in tutti i Paesi e nessuno può ripararsi da solo”, ha dichiarato Von del Leyen nel corso del suo intervento, “un’economia in difficoltà da una parte indebolisce una forte dall’altra. Divergenze e disparità aumentano e abbiamo solo due scelte: o andiamo da soli, lasciando Paesi e regioni indietro, o prendiamo la strada insieme. Per me la scelta è semplice, voglio che prendiamo una strada forte insieme”.
Il piano per il supporto degli stati membri si compone di alcuni altri aiuti di minore entità, fra i quali:
  • 55 miliardi per le politiche di coesione che “saranno allocate sulla base degli impatti socio-economici della crisi, inclusi i livelli di disoccupazione giovanile e la relativa prosperità degli stati membri”
  • 40 miliardi per la transizione verde, con l’obiettivo della neutralità climatica
  • 15 miliardi rivolti allo sviluppo dell’agricoltura per favorire i cambiamenti strutturali necessari a centrare gli obiettivi del Green Deal europeo.
Il piano, perché possa essere approvato dovrà incassare il voto favorevole del Parlamento europeo e del Consiglio.

lunedì 18 maggio 2020

Soros ha la soluzione per la crisi economica da Covid-1

Fonte: Il Fatto Quotidiano Roberto Marchesi Zonaeuro - 18 Maggio 2020

Alla domanda di Gregor Peter Schmitz, del Project Syndicate, che gli chiedeva se avesse mai visto nella sua lunga vita e carriera una crisi simile a questa, George Soros, uno dei più terrificanti speculatori finanziari operante a cavallo del XX e XXI secolo, ha risposto senza esitare: “No. This is the crisis of my lifetime!”.
Chi ha più di 50 anni non ha necessità di essere un intenditore dei mercati finanziari per conoscere la fama di George Soros. All’inizio degli anni ’90, operando spregiudicatamente con operazioni “short” sulle valute europee (sterlina inglese e lira italiana) ha guadagnato per i suoi Hedge Funds (e per se stesso, diventando di colpo multimiliardario) molti miliardi di dollari – e altre valute, inclusa la lira italiana. Le cui banche centrali, che intervenivano nei mercati in difesa della propria moneta, lui trattava come fossero birilli del bowling, infliggendo perdite colossali.
Attualmente, benché ormai da ultraottantenne abbia lasciato ai figli l’attività dei fondi da lui creati, continua, dopo essersi trasformato in perfetto filantropo con la sua Fondazione “Open Society”, a dare forte impulso nel diretto sostegno di molte attività culturali e civili, tutte aventi finalità progressiste e liberali, ma anche, più specificamente, politiche, rivolte al contenimento dei dilaganti nazionalismi che spuntano un po’ ovunque, ma soprattutto nella sua amata Europa (lui è nativo ungherese).
Dunque chiedere a Soros un parere sulla gravità di questa crisi è come chiedere ad uno storico se conosce un “certo” Napoleone. Nella risposta più circostanziata Soros non ha perso l’occasione di precisare che anche prima della crisi da Coronavirus aveva già capito di trovarsi “in un momento rivoluzionario nel quale ciò che era ritenuto impossibile diventava non solo possibile, ma addirittura necessario”.
Soros è quindi, al pari di molti altri economisti, perfettamente cosciente che l’impatto della globalizzazione sulle economie nazionali, insieme ad altre motivazioni più specifiche, aveva già rotto da tempo diversi equilibri e che una pesante crisi era nell’aria. Il Covid-19 ha quindi rotto una diga di “cartapesta”, tenuta insieme (a mio avviso) più dall’ottimismo degli operatori di Borsa che dalla reale rispondenza delle quotazioni al valore intrinseco dei titoli.
Tuttavia anche Soros si chiede come abbia potuto questa pandemia cogliere così di sorpresa tutti i governi del mondo, essendo storicamente noto che pestilenze di questo tipo, negli ultimi quattro secoli, sono state una costante purtroppo ineluttabile e hanno falciato ogni volta decine di migliaia di vittime inermi.
Benché la contagiosità di questo virus sia molto alta, ciò che è successo e sta succedendo in America è indicativo di errori plateali e di assoluta mancanza di tutele preventive sul piano sociale. Non è concepibile che in una democrazia evoluta i morti da virus raggiungano il numero di 100mila e l’indice della disoccupazione passi in soli due mesi dal minimo storico del 3,5% di febbraio al massimo storico del 14,7% di fine aprile. Queste cifre sono non solo una tragedia per l’intera popolazione, ma anche una pessima pagella per qualunque governo.
Soros liquida con una battuta di sconforto il giudizio sul governo, ma alla domanda se il “capitalismo” sopravviverà a questa catastrofe non fa sconti e dice che no, non potrà ritornare a dove eravamo: questa crisi cambierà tutto, anche se adesso nessuno sa come. Teme che a livello globale guadagneranno spazio i sistemi autocratici, Cina in testa, ma lamenta anche le aspirazioni autoritarie di Trump, che trovano fortunatamente nella Costituzione, e nel popolo, un freno adeguato.
E’ invece più preoccupato per l’Europa, in questo momento, perché è tuttora una Unione incompleta e quindi è più facilmente attaccabile dai nazionalismi già presenti al suo interno.
Non gli sfugge nemmeno (come è ovvio, con la sua immensa esperienza proprio in campo finanziario) il problematico momento “finanziario” apparentemente irrisolvibile a causa dei litigi tra i maggiori partner europei su come coprire l’immensa spesa generata dalla pandemia e dagli indispensabili blocchi nelle attività produttive, la cui copertura è stata individuata dalla presidente Ursula von der Leyen in almeno un trilione di euro (mille miliardi).
Ma gli Usa, dopo i due trilioni di dollari concessi a Trump e in buona parte già distribuiti il mese scorso, si apprestano ora ad un altro “mega-regalo” di tre trilioni (pressappoco con le stesse modalità del precedente) che vede i democratici favorevoli e i repubblicani che vorrebbero – ma non possono – dire di no (se vogliono salvare consensi per le elezioni di novembre).
La proposta di Soros è però diversa sia da quella vecchia dei coronabond sia da quella del Recovery Fund, ora approvata dal Parlamento Ue. Secondo me, nell’ottica di una seria costruzione dell’Europa unita, sarebbe persino preferibile a quella attuale Ue – che tuttavia, al momento, sarebbe il “male minore” perché consente di proseguire la presenza europea (e italiana) nei mercati ma mantenendo intatta la distinzione del debito originario dei singoli Stati, che nella costruzione di un Organismo unico è una palla al piede già ora pesantissima ma che peserà sempre di più: è semplicemente impossibile sperare che l’Italia possa, in un situazione come quella che si sta determinando, ridurre il suo debito e nel contempo mantenere la sua potenza economica. Lui propone invece i cosiddetti “Consols” (consolidated bonds), nient’altro che “Perpetual Bonds” già emessi dalla Gran Bretagna per finanziare le guerre napoleoniche e per la prima guerra mondiale (ma anche gli Stati Uniti si sono serviti di questo strumento finanziario nel 1870).
I “Consols”, a differenza dei Coronabond, verrebbero emessi dalla Commissione Europea in accordo con la Bce; avendo un periodo di vita “perpetuo” (cioè destinati alla rinegoziazione/cancellazione dopo un periodo molto lungo di anni) verrebbero sottoscritti soprattutto da quei risparmiatori di lungo periodo (Fondi, Assicurazioni, ecc.) che necessitano di un buon rendimento a breve. Essendo questo un tempo in cui gli interessi sono molto bassi, o addirittura negativi, l’offerta troverebbe certamente elevato interesse nel particolare mercato dei bond.
La spiegazione completa del loro funzionamento è descritta nell’articolo dal titolo The EU should issue Perpetual Bonds, a firma dello stesso Soros.

lunedì 11 maggio 2020

Savona, l’Italia non rischia il default: il vero problema è lo spread

Fonte: Sputnik Italia
L'Italia non è un paese a rischio default, la sua stabilità economica si fonda sul risparmio degli italiani e sull'export del Made in Italy e della manifattura d'alta qualità. Preoccupa lo spread.
L’Italia può stare tranquilla che non rischia il default, il vero problema è lo spread sui titoli di stato rispetto ai bund tedeschi. Lo dice il presidente Consob Paolo Savona ospite dell’evento streaming Milano Capitali, organizzato dall’emittente televisiva Class Cnbc.
L’Italia può poggiarsi su due pilastri che sono i suoi punti di forza, ovvero il risparmio degli italiani e l’esportazione del Made in Italy quale trainante per la ripresa economica.
Mettere il risparmio al servizio della crescitaLa vera domanda che ci dobbiamo porre, afferma Savona, è come dobbiamo mettere il risparmio degli italiani al servizio della crescita e della ripartenza del Paese.
Fare in modo che quei fondi che giacciono semi inerti nei conti correnti dei cittadini possano fruttare a beneficio di tutta la comunità nazionale.
Sottoscrivere il debito pubblicoPer dimostrare che teniamo a un futuro diverso dobbiamo “sottoscrivere il debito pubblico” ha detto il presidente della Consob.
E per quanto riguarda l’aumento del rapporto debito/Pil, Savona crede che la soluzione sia l’emissione di titoli di debito irredimibili con rendimento pari al massimo dell’inflazione che la BCE indica come tetto non superabile.
La Consob a sostegno dell’ItaliaNel suo ruolo di Autorità di controllo dei mercati finanziari la Consob è attiva sin dall’inizio della fase più acuta della pandemia per evitare che si verifichino sulla Borsa di Milano atti speculativi o predatori ai danni delle imprese italiane quotate.
Le vendite allo scoperto sono vietate nell’Unione Europea e anche la Consob ha vietato l’attività fino al 18 giugno, allo scopo di proteggere il mercato finanziario italiano dall’eccessiva speculazione.

lunedì 4 maggio 2020

Blix-Ghebreyesus. Armi chimiche-Covid-19. Le accuse di Trump alla Cina finiranno come quelle di Bush all'Iraq?

Visto su: L'Antidiplomatico
Sembra uno scenario già visto, cambiano gli attori, finora c'è solo "piccolissima" differenza: non c'è ancora uno scontro militare in atto e, se ci fosse, avrebbe conseguenze catastrofiche. Ormai la stampa occidentale, salvo alcune eccezioni, sembra fare da megafono al leit motiv di Trump, ovvero il Covid-19 è stata colpa della Cina e in qualche modo la deve pagare.
Sembra uno scenario già visto, cambiano gli attori, finora c'è solo "piccolissima" differenza: non c'è ancora uno scontro militare in atto e, se ci fosse, avrebbe conseguenze catastrofiche. Ormai la stampa occidentale, salvo alcune eccezioni, sembra fare da megafono al leit motiv di Trump, ovvero il Covid-19 è stata colpa della Cina e in qualche modo la deve pagare.


Cambiano gli attori, ma lo scenario sembra quello del 2003. George W. Bush dopo gli attentati dell'11 settembre sull'onda dell'Operazione Enduring Freedom, il cui scopo sarebbe stato quello di sconfiggere al Qaeda, tanta amata da suo padre quando si doveva contrastare l'URSS in Afghanistan, accusa l'Iraq di Saddam Hussein di possedere armi chimiche. Emblematica l'immagine di Colin Powell, l'allora segretario di Stato USA, che all'ONU mostra le famigerate provette.

C'era un ostacolo per Washington al suo disegno bellico. E non da poco. Hans Blix, il capo degli ispettori ONU che visionavano che l'Iraq avesse smantellato e non possedesse armi chimiche.
Blix più di una volta sostenne che l'Iraq non possedeva armi chimiche o altre di distruzione di massa. Fu tutto vano. Come è andata a finire lo sappiamo e soprattutto le conseguenze le viviamo ancora oggi di quella guerra criminale.

Oggi, gli Stati Uniti e l'amministrazione Trump si scagliano allo stesso modo contro il Direttore dell'organizzazione Mondiale della Sanità, Tedros Adhanom Ghebreyesus, il quale sostiene, insiste, confortato da diverse pubblicazioni scientifiche, dagli stessi servizi segreti USA, che il Covid-19 non è stato prodotto in laboratorio.

La strategia di Trump l'ha descritta molto bene il giornalista del quotidiano inglese The Independent, Patrick Coburn: "Il livello di mendacia di Trump è molto più grave di quello usato per vendere la guerra in Iraq sostenendo che Saddam Hussein possedeva armi di distruzione di massa (WMD). Anche allora c'erano storie di laboratori segreti che sviluppavano armi biologiche. Sebbene stia depurando i capi dell'intelligence USA e sostituendoli con i lealisti di Trump, anche loro non hanno potuto sostenere la sua ultima teoria della cospirazione. 'L'intelligence concorda anche con l'ampio consenso scientifico sul fatto che il virus Covid-19 non è stato creato dall'uomo o geneticamente modificato', ha affermato una dichiarazione dell'ufficio del direttore dell'intelligence nazionale, Richard Grenell." ha scritto Coburn qualche giorno fa.

In un altro passaggio il giornalista evidenzia che "lo scopo delle bugie di Trump non è di convincere con argomentazioni razionali ma di dominare l'agenda delle notizie con accuse oltraggiose. Questo semplice trucco di pubbliche relazioni ha funzionato in precedenza per lui, ma il capro espiatorio della Cina potrebbe non essere sufficiente a distogliere l'attenzione dal prezzo che gli americani hanno pagato per il suo disastroso maltrattamento della pandemia. Le cifre delle vittime raccontano la loro triste storia: in Cina ci sono stati 84.373 casi di malattia e 4.643 morti mentre negli Stati Uniti ci sono stati poco più di 1,1 milioni di casi e 64.460 morti. I lealisti di Trump affermeranno che i cinesi mentono, ma poi devono anche spiegare la minore perdita di vite umane in Corea del Sud, Singapore e Taiwan."

Coburn ricorda che "molti di coloro che hanno usato le armi di distruzione di massa per lanciare una guerra calda contro l'Iraq nel 2003, sono le stesse persone che promuovono una guerra fredda contro la Cina oggi. Questo approccio richiede uno straordinario grado di irresponsabilità: Trump sta lanciando la sua guerra fredda contro la Cina proprio quando è necessaria una risposta medica ed economica globale per contrastare un virus che si è diffuso dal Tagikistan nell'Amazzonia superiore e può essere soppresso o contenuto solo dall'azione internazionale ."

Coburn è fra i pochi giornalisti occidentali che sottolinea come Trump cerchi attraverso la Cina di coprire il disastro della Sanità americana nell'affrontare il Covid-19. Mentre il mainstream in generale criticano Trump sempre, però quando di solito un inquilino della Casa Bianca va in guerra, diventa l'idolo di tutti. Basta leggere e vedere i resoconti unanimi a favore di Trump dopo gli attacchi alla Siria nel 2017 e 2018.

Nelle pretestuose accuse di Bush e Trump ci sono tanti richiama alla nota avola del Lupo e dell'agnello.

Non basterà la scienza a distogliere Trump e la sua amministrazione dal cercare uno scontro diretto con la Cina. Che tipo di scontro? Una nuova Guerra Fredda? Guerra Commerciale? O addirittura vuole affrontarla militarmente? La Cina non è certo l'Iraq proveniente da 13 anni di embargo, è ormai una potenzia non solo economica ma anche militare.

Insomma, dati gli attori in campo, c'è poco da stare tranquilli.
La Redazione
Notizia del: 04/05/2020
 

sabato 25 aprile 2020

Coronavirus, la crisi aumenta i seguaci della teoria per cui le banche centrali devono stampare moneta. Ma ci sono molti rischi

Fonte: Il Fatto Quotidiano 25 Aprile 2020
Coraggio o disperazione? Posto che spesso il secondo discende dalla prima, la domanda sorge inevitabile leggendo di investitori di Wall Street e banche che auspicano che le banche centrali facciano proprie le teorie della MMT. Di cosa stiamo parlando? La Modern Monetary Theory è un’ardita teoria monetaria che ripensa drasticamente il rapporto tra un governo e la banca centrale, in un paese con sovranità monetaria. La Banca stampa moneta dal nulla, “money out of thin air”, per finanziare le spese del governo che deve favorire il raggiungimento della piena occupazione. Le risorse non arrivano quindi solo dalle tasse, che servono soprattutto per regolare il livello di inflazione, e si spezza la dipendenza dai mercati finanziari. Deficit e debiti non sono più un problema poiché lo Stato può sempre stampare il denaro necessario per evitare il default.
Troppo bello per essere vero? Si. In effetti la teoria non sembra solidissima, sotto diversi aspetti L’impressione complessiva è un po’ quella di qualcuno che prova a sollevarsi tirando verso l’alto i lacci delle sue scarpe. La storia abbonda di disastri causati dall”avanti tutta” gridato alle rotative delle banche centrali. Il più noto, e tragico, è quello della Repubblica di Weimar, quando le banconote stampate a più non posso per pagare le riparazioni di guerra decise a Versailles finirono per essere usate per tappezzare le case e alimentare i camini. Una situazione che favorì l’avvento del nazionalsocialismo.
Oggi la moneta non è ancorata a nessun bene fisico e il suo valore dipende solo nella fiducia che vi si ripone come mezzo di pagamento e dalla sua relativa scarsità. Quando è troppa e perde la sua capacità di conservare valore questa fiducia evapora molto velocemente con conseguenze catastrofiche. Non solo. La teoria dà per scontato che la spesa pubblica sia diretta a interventi che agevolino una condizione in cui tutti lavorano. Ma l’accesso senza limiti, o quasi, al denaro è ingenerare la premessa per assistere all’esplosione di spese clientelari e inefficienti, dettate da interessi politici. Per tenere dritto il timone serve quindi un’amministrazione pubblica integerrima ed efficiente.
Fino a ieri parlare di MMT in ambienti della finanza tradizionale avrebbe suscitato risatine nel migliore dei casi e accompagnamenti coatti all’uscita nei peggiori. Ma questi non sono tempi normali. E soprattutto gli investitori si sono abituati a chiedere sempre di più a mamma Fed o mamma Bce, pur di scampare a dolorose perdite. In questo momento approfittano di un consenso verso forme di politiche monetarie che va consolidandosi in maniera trasversale, soprattutto negli Stati Uniti. A favore della MMT si sono già espressi il senatore democratico Bernie Sanders e la sua pupilla Alexandra Ocasio Cortez. Anche colossi della gestione del risparmio come Pimco o banche d’affari Morgan Stanley la prospettano come una delle opzioni. C’è molta attesa per il libro di prossima uscita “The deficit myth” della docente Stephanie Kelton, una delle principali propugnatrici di questa teoria. Come ha ricordato il New York Times lo stesso presidente Donald Trump “gioca” con concetti che rimandano a questa teoria quando afferma che “non c’è pericolo di default perché noi possiamo stampare soldi”.
Spezziamo una lancia a favore dei cavalieri della MMT. Se c’è un momento in cui le banche centrali devono e forse possono osare andare oltre l’ortodossia è questo. In via del tutto eccezionale e temporanea (sottolineato due volte), in una fase in cui l’inflazione non esiste (ed esisterà ancora meno con il petrolio su livelli incredibilmente bassi) e quindi il peso dei debiti non si riduce nel tempo, potrebbe essere di una qualche utilità sperimentare anche le soluzioni più ardite. A condizione che le banche centrali si tengano aperta una via d’uscita. La Federal Reserve sta in fondo già flirtando con politiche monetarie. Ha accettato di acquistare titoli di Stato direttamente dal Tesoro riducendone il tasso di interesse.
Ancora un po’ più in là si è spinta la Bank Of England che ha deciso di finanziare temporaneamente il Tesoro bypassando completamente il mercato. In fondo come diceva Rilke “a volte i draghi della nostra vita sono solo principesse che aspettano di vederci almeno una volta belli e coraggiosi”. Mai però lasciarsi andare all’illusione più pericolosa di tutte: che stampare moneta sia di per sé la soluzione dei problemi. La banca centrale può aiutare, far guadagnare tempo, ma non può mantenere in vita all’infinito un’economia moribonda. E più si usano farmaci più difficile diventa smettere.

lunedì 13 aprile 2020

C’è un’intima relazione tra pandemie, progresso e modernità. Ma questa volta è diverso

Fonte: Il Fatto Quotidiano Loretta Napoleoni Economia Occulta - 12 Aprile 2020

Le due parole più comuni che si trovano nelle notizie sono pandemia e recessione mondiale. Due parole che descrivono eventi che in passato hanno causato il crollo di intere civiltà. Ciò che temiamo oggi è proprio questo, un finale apocalittico della nostra società, tra le più avanzate della storia dell’uomo. Ma questa volta è diverso: il Covid-19 non ci distruggerà. Fino ad ora la lezione della storia ci ha guidato permettendoci di evitare la catastrofe. Una catastrofe causata dal nostro folle desiderio di onnipotenza, di schiavizzare la natura e di sconfiggere la morte. Ma non siamo ancora in salvo, tutto dipende da come ci comporteremo quando la pandemia se ne sarà andata e si potrà tornare alla cosiddetta normalità.
In passato, a gettare i semi della distruzione sono stati modernità, “progresso”, tecnologia e arroganza umana. Questa volta non è diverso: le cause profonde della pandemia e il possibile collasso dell’economia globalizzata derivano dall’industrializzazione incontrollabile e dalla selvaggia tempesta di modernità che ha distrutto il delicato equilibrio degli ecosistemi in alcune regioni del mondo. Una crescita senza precedenti della popolazione mondiale, grazie alla medicina moderna, ha anche trasformato la nostra specie in una sorta di cancro della natura: siamo troppi, consumiamo troppo e distruggiamo le risorse più velocemente di quanto possano riprodursi.
La prima volta che il lato oscuro della modernità ci ha colpitoè stato agli albori della civiltà, nella transizione dal Paleolitico al Neolitico intorno al 10.000 – 8.000 a.C. Alla società di cacciatori-raccoglitori – egalitaria, tribale e basata su un’economia di sussistenza – si sostituì una società agraria. La gente iniziò a coltivare il terreno e ad addomesticare gli animali, allo stesso tempo si cominciò ad accumulare scorte e venne introdotta la proprietà privata. Questa semplice transizione, resa possibile da scoperte tecnologiche come l’uso dei semi per piantare i raccolti e l’utilizzo degli animali domestici in agricoltura produsse anche le prime disuguaglianze di ricchezza.
Il Neolitico fu anche caratterizzato dalla nascita di villaggi, dove la gente viveva a stretto contatto, alcuni centri arrivarono ad avere una popolazione di 20.000 abitanti. I ricchi usavano i poveri come forza lavoro. Quando arrivava la carestia, i primi sopravvivevano grazie alle scorte ed i secondi morivano di fame. Quando scoppiava la guerra, i poveri la combattevano ed i ricchi la sovvenzionavano. Il ciclo di vita e di morte del Neolitico era dunque basato sulla ricchezza e non più sulla natura come avveniva nel Paleolitico.
Il nuovo stile di vita portò carestia e nuove malattie, spesso causate dalla vicinanza degli esseri umani con gli animali. Tuttavia, il progresso e la modernità fecero crescere la popolazione in quanto erano più facilmente disponibili cibi nutrienti. Poi, intorno al 6.000 – 5.000 a.C., la popolazione dell’Europa subì una caduta improvvisa e, fino a pochi anni’ fa misteriosa, al punto che si rischiò l’estinzione in tutto il continente. Questo periodo è noto come declino del Neolitico.
Nessuno sapeva esattamente cosa fosse successo fino al 2015 quando in un’antica tomba in Svezia, gli archeologi scoprirono il corpo di una donna della fine del Neolitico che era morta a causa del più antico ceppo del batterio mortale che ha ucciso centinaia di milioni di persone nel corso dei millenni, la Yersinia pestis, comunemente noto come il batterio della peste. La donna era morta a causa della versione più antica del genoma della peste, la madre di tutte le future pestilenze.
Oggi sappiamo che ciò che ha quasi spazzato via la popolazione europea è stata una pandemia che si è diffusa in tutto il vecchio continente come un incendio grazie ai legami commerciali della popolazione neolitica in Europa, il primo esperimento di globalizzazione. Come facciamo a saperlo? La donna svedese viveva in una piccola comunità agricola, lontana dal centro del mondo neolitico dove scoppiò la pesta. La peste prospera in ambienti in cui grandi gruppi di persone vivono in spazi ristretti, condividono lo spazio con gli animali e il cibo immagazzinato e si riscontrano cattive condizioni sanitarie.
Dagli insediamenti neolitici più importanti la peste si diresse verso il piccolo villaggio agricolo svedese grazie a una vasta rete commerciale resa possibile dall’espansione dei carri trainati da animali. Così la malattia si diffuse lungo le rotte commerciali in tutto il continente e molto probabilmente causò il declino del Neolitico. Bisognerà aspettare fino al 2.500 a.C. affinché queste regioni vengano ripopolate dalle migrazioni provenienti dall’Asia centrale.
La peste del quattordicesimo secolo, nota come la morte nera, fu ugualmente tremenda, uccise un terzo della popolazione europea e causò il collasso del sistema economico basato sulla servitù della gleba. I baroni dovettero pagare per far coltivare la loro terra e, con una riserva di lavoro drasticamente ridotta, i braccianti agricoli ricevettero salari più alti. Il declino della popolazione spinse la ricerca tecnologica al fine di migliorare la produttività del lavoro, tra le invenzioni c’è l’aratro pesante. La produzione divenne più flessibile, innovativa ed efficiente.
La peste causò una rivoluzione in tutti i campi, dall’agricoltura all’economia alla tecnologia e alla vita sociale. Poiché la popolazione crollò le risorse non scarseggiarono più. Soprattutto, la peste dette vita ad una ridistribuzione della ricchezza che ha arricchito la società europea e portato a una maggiore alfabetizzazione, scolarità e progresso. Ciò ha reso possibile l’ascesa di una nuova classe sociale, quella che oggi chiamiamo classe media.
Sembra che esista una relazione intima tra pandemie, progresso e modernità. Nel corso della storia questi fenomeni si sono nutriti a vicenda, segnando grandi e traumatici cambiamenti nello sviluppo umano. Quando le società non possono adattarsi alla distruzione delle pandemie, collassano, ma è anche vero che quando una società collassa, può riprendersi e prosperare. Questa è la lezione di storia che stiamo imparando di nuovo oggi. E come sempre questo ciclo si svolge sullo sfondo di inimmaginabili tragedie umane.
È però improbabile che la nostra civiltà crollerà a causa di Covid-19. Oggi abbiamo gli strumenti, le conoscenze, la tecnologia e la comprensione per sopravvivere. Abbiamo anche compassione per le sofferenze umane. Prima di tutto, ci stiamo adattando: in tutto il mondo, le persone hanno accettato le raccomandazioni dei loro leader. Democrazie, dittature, società comuniste e di libero mercato hanno tutti abbandonato il loro stile di vita quotidiano e accettato di rintanarsi in casa. Questa è una prova notevole della nostra maturità come specie.
In secondo luogo, lo stato sta impedendo l’inevitabile collasso dell’economia, inondando le persone di denaro, permettendo loro di pagare l’affitto, comprare cibo e vestire le loro famiglie. Anche questo è senza precedenti. Durante la Grande Depressione ci volle quasi un decennio per mettere in atto il New Deal, a quel punto gli Stati Uniti erano precipitati nella profonda povertà. Oggi le nazioni resistono alla tentazione di introdurre misure protezioniste come hanno fatto dopo il crollo del 1929, che ha ampliato la recessione. In terzo luogo, la medicina moderna sta lavorando all’unisono, le nazioni condividono informazioni, scoperte e cure. Troveremo il vaccino, è solo una questione di tempo.
Il coronavirus non ci sconfiggerà, ma ciò che potrebbe far crollare la nostra civiltà è come ci comporteremo dopo la pandemia. Se torniamo alla vita che stavamo conducendo fino a dicembre 2019 – il consumo costante come se le risorse fossero davvero infinite – un altro virus molto più forte e più sinistro comparirà, e questa volta potrebbe essere l’ultimo.

mercoledì 8 aprile 2020

Meglio cambiar strada prima che sia troppo tardi

... ci risiamo: dobbiamo prenderne atto. Siamo un conto economico con cisti e ricavi e i ns 'fratelli' europei non vogliono sacrificare nemmeno un cent a meno di non svenarci più di quanto abbiamo già fatto solo per restarci. I dieci giorni sono passati e siamo sempre al punto: i paesi del nord si oppongono e non vogliono scucire soldi se non attraverso il MES; in pratica quelli che hanno retto, e reggono ancora, il peso maggiore della pandemia possono attaccarsi al tram se vogliono soldi europei potranno intraprendere la strada greca e basta, senza alternative. Eppure al di qua della diga che si è venuta a creare ci sono paesi importanti, la Francia in primis (con tutte le sue ambiguità di paese latino), fondatori e non dell'unone ma tant'è la borsa resta chiusa. Non sono incline al vittimismo e nemmeno al ricordare che appartengo a quella minoranza di cassandre che fin da subito metteva in guardia dal mostro che si stava creando: un mostro famelico senz'anima; un golem che divora se stesso, oltreche i suoi simili.
Sono talmente presi dal loro ombellico che dei, soli, due italiani che ancora contano qualcosa nella riunione plenaria che ha preceduto quella miseramente fallita, uno dei due, Presidente del Parlamento europeo (unico organo elettivo dell'unione e che conta comeil due picche), non è stato nemmeno invitato... tenuto all'oscuro del tutto, temo perchè italiano: ciò fa capire molte cose su chi abbiamo davanti e come dovremmo trattarli invece di ossequiarli.
Come dobbiamo smettere di essere sempre e comunque esterofili a prescindere visto che, nonostante tutti tagli e ritagli, la nostra sanità, per quanto disastrata dal cancro della politica, ha dato grandissima prova di se (pensate alla Lombardia nonostante i politici e le loro scelte in questi anni): altrove in questo vecchio mondo non possono dire la stessa cosa; sia perchè pensano a soluzioni 'spenceriane (la ipotetica immunità di gregge)' sia perchè sono più presi dai profitti che dal benessere dei propri cittadini.. salvo farsi prendere dal panico quando il coronavirus ti morde le chiappe (leggi Johnson) o i morti non possono esserepiù  nascosti e la gente comincia a preoccuparsi che gli ospedali non reggono più l'urto.
Non sto certo a fare la tiritera che ormai tutti conosciamo e risulterebbe ridondante e basta ma mi sento di consigliare a noi cittadini di risparmiare il risparmiabile per far fronte ad eventi futuri disastrosi e al governo di cominciare adisegnare scenari di italexit a breve: non possiamo sempre mendicare  e nemmeno aspettare i cavalieri bianchi che ci levano dalle peste.... dobbiamo, e dovete voi politici, riprendere in mano il destino del paese magari usando l'immaginazione o i sotterfugi, due cose  di cui abbondiamo, ma dobbiamo trovare un modo per aggirare gli ostacoli europei: anche usando la golden power e il sequestro di attrezzature di cui al nord europa pare abbiano disperato bisogno e che noi del sud europa produciamo; non molto carino lo so ma in emergenza tutto serve alla bisogna, anche queste cose. Eppure gli strumenti non mancano: dal far ricorso alle riserve auree allo stampare moneta nazionale agganciata all'euro al corso forzoso: sono misure estreme ma la condizione è estrema e richiede cose che normalmente non si farebbero mai.
Purtroppo scontiamo due cose: la scarsissima credibilità del nostro paese all'estero (ma questa è soprattutto colpa nostra per quelli che abbiamo votato negli ultimi 20 anni) e la poca fiducia nelle nostre risorse interne.. sia chiaro nel mondo reale questo paese ha dato grandi prove di se e quindi non è questo il problema ma la società ufficiale quella parte che entra nel novero della cosiddetta pubblica opinione che è da decenni ingessata su posizioni e privilegi, ormai anacronistici, se non indecenti, e fuori da ogni logica: per fare un esempio nessuno ha denunciato le pressioni della confindustria bergamasca per evitare che quella provincia entrasse nella zona rossa, scelta tragica visto l'esplosione del contagio.... ecco cosa dobbiamo evitarci per il futuro prossimo venturo: abbiamo grandi sfide come le avevano i nostri padri e nonni dopo la fine della seconda guerra mondiale che si sono rimboccati le maniche e ne hanno fatto la V° potenza mondiale nonostante i politici (sempre tenendo presente che quelli rispetto a quelli deli ultimi 20 anni erano giganti); ecco l'esempio da seguire, altro che l'europa!

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