Fonte: Il Fatto Quotidiano Mondo - 10 Giugno 2020 Federico Marcon
A Jacinda Ardern,
la meravigliosa Primo Ministro neozelandese che sta riscrivendo il
manuale di come si possa essere un fantastico politico e
un’amorevolissima madre allo stesso tempo, è scappato persino un balletto in casa quando ha potuto annunciare alla popolazione che la Nuova Zelanda era Covid-free,
non avendo registrato nuovi casi per oltre due settimane e non avendo
un solo caso attivo in tutto il paese. In questo lato del mondo la Nuova Zelanda
non è l’unico paese ad aver raggiunto tale invidiabile status: altre
nazioni come la Papua Nuova Guinea, East Timor, Fiji, Samoa e Tonga sono
nella medesima situazione.
L’obiezione è facilmente prevedibile:
la Nuova Zelanda è un paese poco popolato – circa 5 milioni di persone
contro i quasi 27 milioni di pecore -, distante da tutto e tutti, con
confini alquanto impermeabili essendo un’isola remota e
con un distanziamento sociale naturale, visti gli immensi spazi a
fronte di un numero esiguo di abitanti. Tutto vero e sacrosanto. Ma
sarebbe semplicistico e sbagliato non cercare di capirne di più e
magari assorbire qualche lezione e buona pratica da utilizzare in altri contesti.
Quali sono stati dunque i segreti di questa piccola nazione nel Pacifico?
1. Una catena di comando cortissima.
A differenza dell’Italia, dove abbiamo avuto frotte di virologi,
pseudo-esperti, politici e compagnia bella pronti a fornire commenti,
notizie e raccomandazioni ogni giorno, in Nuova Zelanda le persone
deputate a parlare sono state due: la stessa Ardern e il Direttore Generale della sanità Ashley Bloomfield. Nessun altro si è impossessato della scena per confondere le acque.
2. Una pianificazione pazzesca, che ha portato il Governo a prendere misure drastiche in largo anticipo, quando il numero dei casi era ancora basso. Come un giorno rispose la Ardern, quando la rimproverarono di aver avviato il lockdown con soli 102 casi nel Paese: “Anche l’Italia ad un certo momento aveva solo 102 casi… e vedete poi cosa è successo”.
3. Il concetto, molto anglosassone, di “walk the talk”, che potremmo tradurre in “predica bene e razzola meglio”. Riprova di ciò, il fatto che il ministero della Salute David Clark
è stato declassato dopo aver ignorato il lockdown e aver portato la
propria famillia a fare una scampagnata in una spiaggia a 20 km da casa
sua, nel primo weekend di applicazione delle nuove misure restrittive. Clark, invece di gridare al complotto, si è semplicemente definito un idiota. Suona poco familiare, vero?
4. L’aver creato – con una sapiente comunicazione – l’idea che tutto il Paese è nella medesima condizione
e situazione, compresi i politici di alto rango ed altre personalità di
spicco. Questa è stata sempre la grande forza della Ardern, che in
altre dolorose circostanze – come l’attentato terroristico alle moschee
di Christchurch che 15 mesi fa costò la vita a 51 persone – è sempre riuscita a creare un senso di comunità, dove lo Stato non è considerato altro rispetto alla gente.
Questo mi pare alquanto differente dalla situazione italiana, dove cresce il malcontento
e si amplificano le proteste di varie categorie che accusano il Governo
di ogni nefandezza, con la solita narrativa della classe politica che se ne frega
della popolazione e pensa solo agli affari propri. In Nuova Zelanda
tale recriminazione non si verifica, in quanto non esiste tale dicotomia
tra la Stato e popolazione, considerati un unicum e non antagonisti
5.
Da ultimo, ed è una logica conseguenza di quanto esposto in
precedenza, colpisce l’attenzione della persone e della stampa per le storie individuali,
piuttosto che per i numeri. Certo, è più facile concentrarsi sulle
storie individuali quando il numero dei morti è ridotto – solo 22 fino
ad oggi.
Ma il focus sullo storytelling fa parte
di un approccio al Covid che nazioni come la Nuova Zelanda e in parte
l’Australia hanno promosso durante la crisi: poca ricerca dello scandalo e del terrore, uno sforzo congiunto di tranquillizzare la popolazione e proteggerle con misure forti e minuziosamente pianificate. Tenendo sempre in primo piano le persone, le loro esigenze, le loro storie e i loro legami familiari. E ricordandoci che non siamo numeri, ma essere umani.
Il miracolo neozelandese nasce da un mix di tutti questi ingredienti. L’Italia è troppo grande, avanzata, eurocentrica e supponente
per poter imparare da esperienze virtuose di altri Paesi, seppur
piccoli? Lascio a voi la risposta… nella speranza di essere smentito.
si parla di progresso, di evoluzione, di civiltà ci ritroviamo invece in un nuovo medio evo dove conta chi si nasconde dietro il potere o vi si allea con esso.
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mercoledì 10 giugno 2020
lunedì 12 marzo 2018
Dazi Usa: Trump non risparmia Ue, rilancia con le auto
Fonte: WSI 12 marzo 2018, di Mariangela Tessa
Mentre è partito il conto alla rovescia sull’entrata in vigore, il prossimo 23 marzo, deli nuovi dazi decisi dal presidente Usa, Donald Trump, su e l’allumino, i fari di esperti e politici sono concentratati sulle conseguenze che le nuove tariffe avranno sull‘Unione Europea. Il timore è che queste tensioni portino a una guerra commerciale dalle conseguenze globali. Molti paesi potrebbero rispondere alla decisione degli Stati Uniti innescando una reazione a catena che rischia di compromettere la ripresa economica, soprattutto di quelle economie dipendenti dall’export.
Lo stesso Trump, durante il fine settimana non si è lasciata sfuggire l’occasione per ribadire su Twitter le condizioni per evitare una guerra commerciale:
A questo proposito, sabato scorso, il segretario al Tesoro Usa, Steve Mnuchin, ha lasciato intendere in un’intervista alla rete televisiva Cnbc che una delle “misure alternative” potrebbe essere un aumento del contributo finanziario dei paesi destinatari dei dazi al bilancio della Nato
Mentre è partito il conto alla rovescia sull’entrata in vigore, il prossimo 23 marzo, deli nuovi dazi decisi dal presidente Usa, Donald Trump, su e l’allumino, i fari di esperti e politici sono concentratati sulle conseguenze che le nuove tariffe avranno sull‘Unione Europea. Il timore è che queste tensioni portino a una guerra commerciale dalle conseguenze globali. Molti paesi potrebbero rispondere alla decisione degli Stati Uniti innescando una reazione a catena che rischia di compromettere la ripresa economica, soprattutto di quelle economie dipendenti dall’export.
Lo stesso Trump, durante il fine settimana non si è lasciata sfuggire l’occasione per ribadire su Twitter le condizioni per evitare una guerra commerciale:
“L’Unione Europea, fatta da paesi meravigliosi che nel commercio trattano gli Stati Uniti molto male, ora si lamenta delle tariffe su acciaio e alluminio. Se loro abolissero le loro orribili tariffe sui prodotti che gli Stati Uniti esportano là, noi faremmo lo stesso togliendo le nostre. C’è un grosso deficit. Altrimenti tassiamo le automobili. GIUSTO”.Intanto, lo scorso il 9 marzo, dopo l’incontro con Robert Lighthizer, rappresentante per il Commercio estero degli Stati Uniti, Cecilia Malmström, commissaria al Commercio dell’Unione Europea, ha scritto che
“non è stata fatta immediata chiarezza sulle procedure statunitensi previste per l’esenzione” dai dazi e che un nuovo incontro è previsto questa settimana a Parigi. Riferendosi agli Stati Uniti, Malmström ha aggiunto: “Siamo amici, siamo alleati. Contiamo di essere esclusi” dai dazi”.A Bruxelles c’è preoccupazione e anche un po’ di irritazione per la sortita inattesa del presidente Usa Donald Trump di imporre un dazio del 25% sull’acciaio e del 10% sull’alluminio importato dall’estero, fatta eccezione per alcuni paesi come Messico e Canada. Trump ha lasciato la porta aperta all’esenzione dai dazi anche per l’Australia, offrendo agli altri paesi esportatori la possibilità di discutere “misure alternative” per limitare le minacce alla sicurezza nazionale che, secondo gli Usa, derivano dalle loro importazioni.
A questo proposito, sabato scorso, il segretario al Tesoro Usa, Steve Mnuchin, ha lasciato intendere in un’intervista alla rete televisiva Cnbc che una delle “misure alternative” potrebbe essere un aumento del contributo finanziario dei paesi destinatari dei dazi al bilancio della Nato
venerdì 23 settembre 2016
Sono gli aborigeni il popolo più antico della Terra, lo dice il Dna
Fonte: La Repubblica Scienze
ROMA - Lo studio genomico più approfondito finora condotto sugli indigeni australiani rivela che gli uomini moderni sono tutti discendenti di un'unica ondata di intrepidi migranti che lasciarono l'Africa circa 72 mila anni fa. E conferma che gli aborigeni di oggi sono discendenti dei primi esseri umani che abitarono l'Australia e che costituiscono la più antica civilizzazione ininterrotta sulla Terra.
Le conclusioni derivano da uno dei tre studi appena pubblicati su Nature, che esaminano la dispersione dell'uomo moderno, dal comune luogo di nascita evolutivo in Africa verso Europa, Asia e Oceania. Finora gli antropologi si sono divisi fra chi sostiene che noi tutti condividiamo gli stessi antenati da un singolo evento di migrazione di massa, e chi ipotizza una dispersione in ondate distinte in tempi differenti.
Lo studio guidato da Michael Westaway della Griffith University del Queensland ed Eske Willersley dell'University of Cambridge si è basato su dati genetici di persone di 280 diverse popolazioni insediate in regioni del mondo in gran parte sottostudiate. E i dati confermano la teoria dell'unica ondata.
Per quanto riguarda l'Australia, l'indagine è stata effettuata con la collaborazione di anziani e di leader di varie comunità indigene. E le informazioni genetiche raccolte mostrano che le popolazioni aborigene che vivono in habitat desertici hanno sviluppato adattamenti biologici unici per sopravvivere in condizioni aride e con temperature notturne sottozero, senza mostrare gli aumenti dei tassi metabolici osservati negli europei nelle stesse condizioni. Un tratto che secondo gli studiosi si è rafforzato con la lunga occupazione del continente.
I ricercatori hanno registrato le sequenze genetiche di 83 aborigeni australiani del gruppo linguistico Pama-Nyungan, che copre il 90% del continente, e di 25 indigeni degli altipiani di Papua. Lo studio mostra evidenze di un solo evento di colonizzazione in Australia, e di una continuità di occupazione della stessa firma genetica, lungo un arco di circa 40 mila anni. Rivela inoltre che gli antenati del papuatici e degli aborigeni lasciarono l'Africa circa 72 mila anni fa e si distaccarono dal gruppo principale attorno a 58 mila anni fa. Raggiunsero quindi il supercontinente detto Sahul, che originariamente riuniva Tasmania, Australia e Nuova Guinea attorno a 50 mila ani fa, raccogliendo lungo la strada genoma da cugini dell'Homo sapiens come Neanderthal, Denisoviani asiatici e altri ominidi poi estinti. I papuasici e gli aborigeni si separarono poi attorno a 37 mila anni fa, molto prima che i continenti si dividessero attorno a 8 mila anni fa.
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A.A.A. Si cercano volontari che si attrezzino per spiegarlo a:
ROMA - Lo studio genomico più approfondito finora condotto sugli indigeni australiani rivela che gli uomini moderni sono tutti discendenti di un'unica ondata di intrepidi migranti che lasciarono l'Africa circa 72 mila anni fa. E conferma che gli aborigeni di oggi sono discendenti dei primi esseri umani che abitarono l'Australia e che costituiscono la più antica civilizzazione ininterrotta sulla Terra.
Le conclusioni derivano da uno dei tre studi appena pubblicati su Nature, che esaminano la dispersione dell'uomo moderno, dal comune luogo di nascita evolutivo in Africa verso Europa, Asia e Oceania. Finora gli antropologi si sono divisi fra chi sostiene che noi tutti condividiamo gli stessi antenati da un singolo evento di migrazione di massa, e chi ipotizza una dispersione in ondate distinte in tempi differenti.
Lo studio guidato da Michael Westaway della Griffith University del Queensland ed Eske Willersley dell'University of Cambridge si è basato su dati genetici di persone di 280 diverse popolazioni insediate in regioni del mondo in gran parte sottostudiate. E i dati confermano la teoria dell'unica ondata.
Per quanto riguarda l'Australia, l'indagine è stata effettuata con la collaborazione di anziani e di leader di varie comunità indigene. E le informazioni genetiche raccolte mostrano che le popolazioni aborigene che vivono in habitat desertici hanno sviluppato adattamenti biologici unici per sopravvivere in condizioni aride e con temperature notturne sottozero, senza mostrare gli aumenti dei tassi metabolici osservati negli europei nelle stesse condizioni. Un tratto che secondo gli studiosi si è rafforzato con la lunga occupazione del continente.
I ricercatori hanno registrato le sequenze genetiche di 83 aborigeni australiani del gruppo linguistico Pama-Nyungan, che copre il 90% del continente, e di 25 indigeni degli altipiani di Papua. Lo studio mostra evidenze di un solo evento di colonizzazione in Australia, e di una continuità di occupazione della stessa firma genetica, lungo un arco di circa 40 mila anni. Rivela inoltre che gli antenati del papuatici e degli aborigeni lasciarono l'Africa circa 72 mila anni fa e si distaccarono dal gruppo principale attorno a 58 mila anni fa. Raggiunsero quindi il supercontinente detto Sahul, che originariamente riuniva Tasmania, Australia e Nuova Guinea attorno a 50 mila ani fa, raccogliendo lungo la strada genoma da cugini dell'Homo sapiens come Neanderthal, Denisoviani asiatici e altri ominidi poi estinti. I papuasici e gli aborigeni si separarono poi attorno a 37 mila anni fa, molto prima che i continenti si dividessero attorno a 8 mila anni fa.
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A.A.A. Si cercano volontari che si attrezzino per spiegarlo a:
- integralisti di qualunque religlione;
- creazionisti;
- imbecilli vari;
- razzisti;
- nazifascisti .. che hanno i co****ni con le loro stuppide, quanto malsane, idee sulla superiorità della razza;
- Donald Trump;
- Killari Clinton;
- Trilaterale e NWO vari che presuppogono, in poco più di 10.000 esemplari (la parte peggiore), di poter governare il pianeta e farci tutti schiavi;
- darwinisti
- spenceriani,
- etc. etc. etc
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giovedì 12 maggio 2016
Pacifico, cinque isole ingoiate dal mare e dai cambiamenti climatici
di Maria Rita D'Orsogna | 11 maggio 2016 dal Fatto Quotidiano
“The sea has started to come inland,
it forced us to move up to the hilltop
and rebuild our village there away from the sea”
it forced us to move up to the hilltop
and rebuild our village there away from the sea”
Sirilo Sutaroti, 94 anni, capo della tribu’ Paurata,
spiegando cosa hanno significato i cambiamenti climatici
per la sua gente
Dopo le isole Kiribati, dopo Cat Island, dopo l’isola di Jean-Charles in Louisiana, tutte ingoiate dal mare, ecco qui altre cinque isole delle Solomon Islands sparite nel nulla. Anzi, sotto il mare dei cambiamenti climatici. Le isole Solomon
sono un complesso di sei isole maggiori circondate da circa mille
isolotti vulcanici. Vivono qui circa 560,000 persone, la maggior parte
delle quali in zone costiere.spiegando cosa hanno significato i cambiamenti climatici
per la sua gente
Oltre ai cinque isolotti scomparsi, altre sei sono cosi erose che presto saranno sommerse dal mare anche loro. Altre ancora mostrano segni di erosione in progresso. I cinque isolotti già scomparsi non erano abitati, ma sulla vicina Nuatambu Island vivevano 25 famiglie. Dal 2011 ad oggi, undici case sono finite in mare. I residenti che sono rimasti cercano di costruire muraglie a mano. Gli esperti dicono che non servira’ a molto. Su tutti gli isolotti un tempo c’era vegetazione tropicale, vivente da 300 anni. Palme, noci di cocco, mangrovie, tutto scomparso. Stesso fato e’ toccato a Taro Island, da cui la popolazione iniziava ad andare via gia’ nel 2014. Quando arrivò qui in visita Ban Ki-moon, segretario generale delle Nazioni Unite, la sua stanza d’albergo aveva salvagenti in caso di allagamenti. Laddove qualcosa e’ rimasto, tutto è morto a causa dell’alta salinità.
Che questa scomparsa di isolotti sia dovuta all’uomo e ai cambiamenti climatici e’ attestato da un articolo appena pubblicato su Environmental Research Letters. Simon Albert, dell’università’ del Queensland d’Australia e i suoi colleghi notano in questo articolo che negli scorsi venti anni le isole Solomon hanno visto il mare salire di ben tre volte la media mondiale, di circa 0.7 – 1 centimetro l’anno dal 1993. Fanno circa 20 centimetri da allora fino ad oggi. Nell’Aprile del 2014 una violenta inondazione ha causato la morte di trentuno persone.
Albert ed i suoi collaboratori hanno studiato la costa di 33 isole del Pacifico usando dati satellitari e fotografie dal 1947 al 2015. Hanno intervistato residenti, usato metodi di datazione al carbonio degli anelli degli alberi, modellistica di onde marine e dati di livelli del mare per queste isole. Un fattore importante nel determinare la scomparsa delle isole e’ l’energia dei moti ondosi. Le isole Solomon piu’ esposte a violente hanno visto l’erosione e la perdita di terreno aumentare maggiormente, rispetto a quelle più protette, anche se i livelli del mare aumentavano allo stesso modo.
Ma, cosa succede ai residenti di queste isole, scomparse del tutto, o scomparende? Dove e’ stato possibile, ci si e’ trasferiti verso l’interno,in altri casi sono andati in altre isole dove c’erano parenti e/o amici. Questi spostamenti non sono sempre facili, a volte ci sono tensioni etniche, economiche, di classe, fra proprietari terrieri e i ceti piu’ bassi. Secondo Albert queste stesse dinamiche saranno presto comuni in varie zone costiere del mondo. Qui le immagini delle Isole Solomon ingoiate dal mare.
di Maria Rita D'Orsogna | 11 maggio 2016
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