Fonte: W.S.I. 3 Dicembre 2019, di Mariangela Tessa
Ancora una volta il presidente Usa Donald Trump torna a minacciare gli alleati europei. Questa volta, nel mirino dell’inquilino della Casa Bianca finisce la digital tax, ovvero la tassa sui ricavi che colpisce i big Usa del web: da Google a Facebook, passando per Amazon, considerata discriminatoria nei confronti delle società americane.
Il messaggio è diretto in particolare alla Francia,
dove la tassa già in vigore, prevede un’aliquota del 3% sulle entrate
che le società tecnologiche americane incassano in Francia. Ma la Casa
Bianca mette in guardia anche altri Paesi come l’Italia, l’Austria e la Turchia.
La
comunicazione del governo a stelle e strisce arriva alla vigilia del
vertice Nato e rende ancora più rovente del previsto il clima londinese
nel quale in realtà si dovrebbero festeggiare i 70 anni dell’Alleanza
Atlantica. Un clima reso già teso dalla questione dei finanziamenti
alla Nato e dalle pressioni americane perché gli alleati mollino Huawei
per lo sviluppo del 5G.
Francia: rischio dazi su $ 2,4 miliardi di merciIl
rappresentante Usa al commercio, Robert Lighthizer, capo negoziatore
in tutte le trattative commerciali ha quindi spiegato che gli Usa potrebbero imporre dazi del 100% su 2,4 miliardi di dollari importati dalla Francia, come formaggi, champagne, yogurt e trucchi.
Una
proposta su cui Trump, appena arrivato a Londra per il vertice della
Nato, deve ancora prendere una decisione e che minaccia di infiammare
la due giorni del summit tra i leader dell’Alleanza Atlantica.
Giganti hi-tech sfruttano assenza digital tax, in Italia solo 64 milioni di tasseTrump vedrà il presidente francese Emmanuel Macron
nelle prossime ore, così come dovrebbe incontrare a margine del vertice
di Londra il presidente del consiglio Giuseppe Conte. E ripeterà loro
che la digital tax viene considerata dagli Usa “discriminatoria” nei
confronti delle società americane e che c’è ancora tempo per poter
negoziare e trovare una soluzione in sede Ocse.
Ma i tempi sono
stretti, perché una decisione definitiva è attesa entro il 14 gennaio.
Poi, senza intesa, dovrebbero scattare contro Parigi.
La digital tax italiana al via dal 1 gennaio 2020L’imposta sui servizi digitali – digital tax entra in vigore dal 1° gennaio 2020. Lo prevede la legge di Bilancio 2020,
modificando quanto era stato previsto dalla legge di Bilancio 2019. In
particolare, viene ora circoscritto il perimetro applicativo della
digital tax, identificando quelli che non si qualificano come servizi
digitali ai fini dell’applicazione dell’imposta.
Quest’ultima si applicherà sul 3% dei ricavi generati nel Paese da aziende che offrono servizi digitali, al netto dell’Iva, alle imprese che a livello globale fatturano almeno 750 milioni, e che fanno almeno 5,5 milioni da servizi digitali. Si applicherà dal 2021 sui ricavi 2020.
si parla di progresso, di evoluzione, di civiltà ci ritroviamo invece in un nuovo medio evo dove conta chi si nasconde dietro il potere o vi si allea con esso.
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martedì 3 dicembre 2019
lunedì 19 agosto 2019
Brexit: carenza di cibo e medicine, cosa rischia Londra in caso di no-deal
Fonte: W.S.I. 19 Agosto 2019, di Mariangela Tessa
Gravi carenze di cibo, medicine, carburante. Confine rigido con l’Irlanda, caos nei porti, difficoltà per i viaggiatori britannici negli aeroporti, aumento della tensione sociale. E’ un futuro apocalittico quello che aspetta la Gran Bretagna nel caso di una Brexit senza accordo, il cosiddetto no-deal, stando a un documento segreto del governo pubblicato dal Sunday Times. Un dossier “ufficiale e sensibile” diffuso nel giorno in cui il governo, con un gesto atteso ma con un forte valore politico, ha firmato la misura per annullare l’atto del 1972 che sanciva l’adozione delle leggi europee da parte del Regno Unito.
Nel documento si parla, ad esempio, del rischio che l’85% dei camion che attraversano la Manica non siano pronti per la dogana francese in caso di mancato accordo e potrebbero generare caotiche file di attesa di giorni, mandando i porti in tilt per almeno tre mesi.
Dopo poco si farebbe sentire la penuria di molte merci primarie. Secondo Whitehall, la fornitura di medicinali e cibo potrebbe “essere suscettibile di gravi e lunghi ritardi”, con un aumento dei prezzi e ricadute sui redditi delle persone più povere. Il documento mette in evidenza inoltre il pericolo che le imposte sulle importazioni di benzina portino alla chiusura di due raffineria con la conseguente perdita di “2.000 posti di lavoro”.
Gravi carenze di cibo, medicine, carburante. Confine rigido con l’Irlanda, caos nei porti, difficoltà per i viaggiatori britannici negli aeroporti, aumento della tensione sociale. E’ un futuro apocalittico quello che aspetta la Gran Bretagna nel caso di una Brexit senza accordo, il cosiddetto no-deal, stando a un documento segreto del governo pubblicato dal Sunday Times. Un dossier “ufficiale e sensibile” diffuso nel giorno in cui il governo, con un gesto atteso ma con un forte valore politico, ha firmato la misura per annullare l’atto del 1972 che sanciva l’adozione delle leggi europee da parte del Regno Unito.
Nel documento si parla, ad esempio, del rischio che l’85% dei camion che attraversano la Manica non siano pronti per la dogana francese in caso di mancato accordo e potrebbero generare caotiche file di attesa di giorni, mandando i porti in tilt per almeno tre mesi.
Dopo poco si farebbe sentire la penuria di molte merci primarie. Secondo Whitehall, la fornitura di medicinali e cibo potrebbe “essere suscettibile di gravi e lunghi ritardi”, con un aumento dei prezzi e ricadute sui redditi delle persone più povere. Il documento mette in evidenza inoltre il pericolo che le imposte sulle importazioni di benzina portino alla chiusura di due raffineria con la conseguente perdita di “2.000 posti di lavoro”.
Secondo il giornale inglese il rapporto rappresenta “la valutazione più completa sulla preparazione del Paese al no-deal”. Chiamato in codice ‘Operation Yellowhammer’
(il nome in inglese di un uccellino, lo zigolo giallo), il piano era in
realtà già trapelato a settembre dell’anno scorso ma solo in forma di
foto rubata a qualcuno che usciva dagli uffici del governo a Whitehall
tenendolo sotto il braccio.
Il primo commento sulle rivelazioni del Sunday Times è arrivato dal ministro dell’Energia, Kwasi Kwarteng,
che ha cercato di ridimensionare la situazione. “Penso ci sia molto
allarmismo e che molte persone stiano giocando al ‘Progetto Paura’”, ha
dichiarato a Sky News, assicurando che il Paese “sarà pienamente
preparato a uscire senza accordo il 31 ottobre”.
lunedì 24 giugno 2019
Brexit, Boris Johnson sta per finire in una trappola. Come ne uscirà?
Fonte: Il Fatto Quotidiano Zonaeuro | 23 Giugno 2019 Loretta Napoleoni
Sembra ormai inevitabile che alla fine di luglio Boris Johnson verrà eletto primo ministro dai membri del partito conservatore. Boris vincerà perché il partito conservatore è per il 90 per cento sicuro che il Regno Unito debba guardare a ovest, verso l’Atlantico, e mettersi dietro le spalle la pessima esperienza con il Vecchio Continente, tutto ciò nonostante soltanto il 48 per cento dell’elettorato del Regno Unito molto probabilmente è a favore dell’uscita dall’Europa mentre il 52 per cento è contro. La scollatura tra politica istituzionale e politica vera è evidente.
La vittoria di Boris, comunque, non sarà un grosso problema dal momento che non cambierà proprio nulla né per la Brexit, né per la politica del Regno Unito. Lo stallo continuerà come pure l’erosione dei partiti tradizionali, quello conservatore e quello laburista. In primis è estremamente improbabile che il nuovo primo ministro riuscirà ad assicurarsi una maggioranza parlamentare sufficientemente solida da far passare ciò che vuole riguardo alla Brexit (ancora nessuno ha capito bene di cosa si tratti). Ma anche tra i parlamentari conservatori a favore della Brexit sarà difficile trovare consensi, ce ne sono molti che lo detestano e che saranno ben felici di vederlo fallire. Non dimentichiamo che regnare sulla nazione di Shakespeare significa guardarsi le spalle ogni istante dai coltelli pronti per essere conficcati nella schiena dei primi ministri, che spesso periscono per mano dei propri amici o colleghi. Michael Gove, ad esempio, è un ex grande amico e collega di Boris, ha già fatto capire a tutti che se quest’ultimo verrà eletto primo ministro sarà suo compito perseguitarlo.
Altro motivo per il quale il regno di Boris Johnson non cambierà proprio nulla è l’atteggiamento ostile di Bruxelles. Il centro del potere dell’Unione Europea non lascerà che l’uomo che ha appoggiato apertamente il movimento Brexit durante il referendum abbia alcuno spazio per rinegoziare gli accordi sottoscritti da Theresa May. Anche a Bruxelles l’ex sindaco di Londra ha molti, forse anche troppi nemici, quindi non ci sarà alcuna rinegoziazione. Non si prenderanno in considerazione i nuovi piani da lui suggeriti per il confine irlandese né i commenti sul libero scambio entrambi eccessivamente vaghi e poco chiari, si pensi solo al prolungamento del processo della Brexit fino alla fine del 2021.
In conclusione Boris sta per finire in una bella trappola politica. E come ne uscirà? Certo non può suggerire un nuovo referendum, se lo facesse la sua testa rotolerebbe lungo i corridoi del parlamento ed a tagliarla sarebbero proprio i membri del suo partito. Probabilmente finirà per fare quello che ha fatto Theresa May, indirà nuove elezioni politiche. Secondo lui, naturalmente, si tratterebbe di un plebiscito popolare a suo favore, plebiscito che dovrebbe confermare la decisione del partito conservatore a nominarlo primo ministro. Ma affinché ciò avvenga, il partito conservatore dovrebbe essere l’indiscusso vincitore delle elezioni. Peccato che questo sia un sogno difficilmente realizzabile. Le elezioni, come quelle europee, non avranno nulla a che fare con la politica o le scelte del partito conservatore o degli altri partiti, ma saranno sulla Brexit, un nuovo referendum mascherato, dunque. A quel punto Boris, se sopravvive alle perdite di consensi, dovrà fare i conti con Nigel Farage e i
Liberal Democrats, e, chissà, forse anche con i verdi.
Morale: la Brexit rimarrà disordinata, confusa e destabilizzante con Boris Johnson come lo fu con Theresa May perché il Paese è spaccato in due e i partiti sono di parte, non esiste un vero consenso di maggioranza. Tuttavia, a lungo termine la Brexit è solo un altro ostacolo, non una catastrofe. Certo, il Regno Unito ci inciamperà di nuovo sopra e farà altri bei capitomboli ma si riprenderà, e reinventandosi forse riuscirà ad inserirsi meglio nella nuova economia globale. Naturalmente con un primo ministro diverso da Johnson e un partito nuovo, né conservatore né laburista.
Sembra ormai inevitabile che alla fine di luglio Boris Johnson verrà eletto primo ministro dai membri del partito conservatore. Boris vincerà perché il partito conservatore è per il 90 per cento sicuro che il Regno Unito debba guardare a ovest, verso l’Atlantico, e mettersi dietro le spalle la pessima esperienza con il Vecchio Continente, tutto ciò nonostante soltanto il 48 per cento dell’elettorato del Regno Unito molto probabilmente è a favore dell’uscita dall’Europa mentre il 52 per cento è contro. La scollatura tra politica istituzionale e politica vera è evidente.
La vittoria di Boris, comunque, non sarà un grosso problema dal momento che non cambierà proprio nulla né per la Brexit, né per la politica del Regno Unito. Lo stallo continuerà come pure l’erosione dei partiti tradizionali, quello conservatore e quello laburista. In primis è estremamente improbabile che il nuovo primo ministro riuscirà ad assicurarsi una maggioranza parlamentare sufficientemente solida da far passare ciò che vuole riguardo alla Brexit (ancora nessuno ha capito bene di cosa si tratti). Ma anche tra i parlamentari conservatori a favore della Brexit sarà difficile trovare consensi, ce ne sono molti che lo detestano e che saranno ben felici di vederlo fallire. Non dimentichiamo che regnare sulla nazione di Shakespeare significa guardarsi le spalle ogni istante dai coltelli pronti per essere conficcati nella schiena dei primi ministri, che spesso periscono per mano dei propri amici o colleghi. Michael Gove, ad esempio, è un ex grande amico e collega di Boris, ha già fatto capire a tutti che se quest’ultimo verrà eletto primo ministro sarà suo compito perseguitarlo.
Altro motivo per il quale il regno di Boris Johnson non cambierà proprio nulla è l’atteggiamento ostile di Bruxelles. Il centro del potere dell’Unione Europea non lascerà che l’uomo che ha appoggiato apertamente il movimento Brexit durante il referendum abbia alcuno spazio per rinegoziare gli accordi sottoscritti da Theresa May. Anche a Bruxelles l’ex sindaco di Londra ha molti, forse anche troppi nemici, quindi non ci sarà alcuna rinegoziazione. Non si prenderanno in considerazione i nuovi piani da lui suggeriti per il confine irlandese né i commenti sul libero scambio entrambi eccessivamente vaghi e poco chiari, si pensi solo al prolungamento del processo della Brexit fino alla fine del 2021.
In conclusione Boris sta per finire in una bella trappola politica. E come ne uscirà? Certo non può suggerire un nuovo referendum, se lo facesse la sua testa rotolerebbe lungo i corridoi del parlamento ed a tagliarla sarebbero proprio i membri del suo partito. Probabilmente finirà per fare quello che ha fatto Theresa May, indirà nuove elezioni politiche. Secondo lui, naturalmente, si tratterebbe di un plebiscito popolare a suo favore, plebiscito che dovrebbe confermare la decisione del partito conservatore a nominarlo primo ministro. Ma affinché ciò avvenga, il partito conservatore dovrebbe essere l’indiscusso vincitore delle elezioni. Peccato che questo sia un sogno difficilmente realizzabile. Le elezioni, come quelle europee, non avranno nulla a che fare con la politica o le scelte del partito conservatore o degli altri partiti, ma saranno sulla Brexit, un nuovo referendum mascherato, dunque. A quel punto Boris, se sopravvive alle perdite di consensi, dovrà fare i conti con Nigel Farage e i
Liberal Democrats, e, chissà, forse anche con i verdi.
Morale: la Brexit rimarrà disordinata, confusa e destabilizzante con Boris Johnson come lo fu con Theresa May perché il Paese è spaccato in due e i partiti sono di parte, non esiste un vero consenso di maggioranza. Tuttavia, a lungo termine la Brexit è solo un altro ostacolo, non una catastrofe. Certo, il Regno Unito ci inciamperà di nuovo sopra e farà altri bei capitomboli ma si riprenderà, e reinventandosi forse riuscirà ad inserirsi meglio nella nuova economia globale. Naturalmente con un primo ministro diverso da Johnson e un partito nuovo, né conservatore né laburista.
Zonaeuro | 23 Giugno 2019
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sabato 4 maggio 2019
Usa-Cina: tutte le paure di Donald Trump
Fonte: W.S.I. 24 Aprile 2019, di Alessandro Piu
Con l’ascesa di una Cina sempre più potente, influente e tecnologicamente avanzata, gli Stati Uniti si trovano di fronte al primo vero rivale dai tempi della Guerra fredda
Come reagirà Donald Trump all’invito dell’ambasciatore cinese negli Usa, Cui Tiankai, ad abbracciare la Belt and Road Initiative «il progetto di sviluppo più ambizioso della storia»? Vista da Washington il programma varato dal presidente Xi Jinping sei anni fa è solo un modo per portare i Paesi che vi aderiscono, soprattutto quelli emergenti, sotto l’influenza della Cina.
È solo una delle faglie che separano le due potenze economiche, impegnate in trattative per raggiungere un accordo commerciale e invertire la tendenza che ha visto l’amministrazione Trump porre in essere dazi per 250 miliardi di dollari sulle importazioni di beni cinesi e la Cina rispondere con 110 miliardi di tariffe su prodotti statunitensi.
Guerra tecnologica, guerra commerciale o qualcosa di peggio?È la domanda che si pone Gary Greenberg responsabile mercati emergenti di Hermes IM.
Battaglia per la supremazia tecnologica
Con l’ascesa di una Cina sempre più potente, influente e tecnologicamente avanzata, gli Stati Uniti si trovano di fronte al primo vero rivale dai tempi della Guerra fredda
Come reagirà Donald Trump all’invito dell’ambasciatore cinese negli Usa, Cui Tiankai, ad abbracciare la Belt and Road Initiative «il progetto di sviluppo più ambizioso della storia»? Vista da Washington il programma varato dal presidente Xi Jinping sei anni fa è solo un modo per portare i Paesi che vi aderiscono, soprattutto quelli emergenti, sotto l’influenza della Cina.
È solo una delle faglie che separano le due potenze economiche, impegnate in trattative per raggiungere un accordo commerciale e invertire la tendenza che ha visto l’amministrazione Trump porre in essere dazi per 250 miliardi di dollari sulle importazioni di beni cinesi e la Cina rispondere con 110 miliardi di tariffe su prodotti statunitensi.
Guerra tecnologica, guerra commerciale o qualcosa di peggio?È la domanda che si pone Gary Greenberg responsabile mercati emergenti di Hermes IM.
«L’emergere della Cina sulla scena mondiale rappresenta una vera minaccia al dominio statunitense», prosegue.Delle tre opzioni la terza, un conflitto armato, è la più spaventosa. Per quanto improbabile allo stato attuale, Graham Allison professore ad Harvard e consigliere dei segretari alla Difesa Usa nelle amministrazioni Reagan, Clinton e Obama non ne nasconde il rischio:
«La tensione tra Stati Uniti e Cina è un esempio di trappola di Tucidide: il rischio di un conflitto armato quando una potenza nascente rivaleggia con una dominante. Questo fenomeno ha portato a spargimenti di sangue in 12 dei 16 casi in cui si è verificato negli ultimi 500 anni».Una prospettiva da brividi. A cui non è necessario arrivare.
Battaglia per la supremazia tecnologica
«Vi sono modalità differenti per ottenere il predominio senza seguire la strada della forza militare»riprende Greenberg che riporta la discussione sulla seconda opzione, la guerra tecnologica. E continua:
«I cinesi si stanno muovendo nella direzione di creare una società civile e militare “intelligente”, dove città, fabbriche, automobili e persino le persone possono rimanere in contatto e migliorare continuamente le funzionalità attraverso il ricorso all’intelligenza artificiale, che richiede una rete 5G estremamente pervasiva».Proprio l’importanza di questa tecnologia può spiegare le tensioni generatesi intorno alla società cinese di telefonia Huawei, tra i leader nel settore. Risale allo scorso dicembre l’arresto di Meng Wanzhou, direttore finanziario e nipote del fondatore dell’azienda. Più recenti le accuse della Cia, riportate in un articolo del Times, secondo cui Huawei riceverebbe finanziamenti dall’Esercito popolare cinese, dalla Commissione cinese per la sicurezza nazionale e da un terzo ramo della rete di intelligence statale di Pechino.
«Negli ultimi anni Huawei ha superato tanto Ericsson quanto Nokia – aggiunge Greenberg -. Inoltre le controparti nordamericane sono inesistenti. I giganti delle telecomunicazioni del passato come Lucent e Nortel sono ormai staccatissimi. La prospettiva di un America che dipende da una rete 5G progettata in Cina aumenta i punti interrogativi per coloro che si occupano della difesa degli Stati Uniti».Intelligenza artificiale: la Cina ha quasi colmato il ritardoIn questo campo gli Stati Uniti sono ancora davanti ma il vantaggio si sta assottigliando in maniera preoccupante. Gregory Allen, del Center for a New American Security, sostiene che
«le prospettive della Cina nel mercato dei chip sui semiconduttori per l’Intelligenza Artificiale siano solide. La Cina spera di utilizzate il proprio successo nei chip per costruire un vantaggio duraturo nell’intera industria dell’IA».È generalmente riconosciuto che le imprese cinesi siano ancora in ritardo rispetto ai concorrenti statunitensi e taiwanesi nella tecnologia dei semiconduttori. Ma Allen dice che per quanto riguarda sia L’IA sia i semiconduttori:
«le aziende cinesi stanno colmando il divario e che entro cinque anni il Paese si assicurerà un vantaggio competitivo difendibile in molti mercati di applicazione dell’IA».
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venerdì 1 marzo 2019
Germania rischia doppio smacco da dazi e no-deal Brexit
Fonte: W.S.I. 1 Marzo 2019, di Alessandra Caparello
L’aumento delle tariffe statunitensi per le auto e uno scenario no-deal per la Brexit rischiano di essere un doppio smacco per la Germania e per mitigare gli effetti la cancelliera Angela Merkel e i suoi ministri stanno lavorando dietro le quinte.
Germania, export valgono quasi metà produzioneLe esportazioni rappresentano quasi la metà della produzione economica della Germania e le auto sono di gran lunga la principale esportazione con vendite annuali che toccano un valore di 230 miliardi di euro (263 miliardi di dollari), secondo i dati dell’Ufficio federale di statistica.
La destinazione di esportazione più importante per le auto tedesche lo scorso anno è stata negli Stati Uniti con ricavi per 27,2 miliardi di euro, seguita dalla Cina con 24,7 miliardi di euro e dalla Gran Bretagna con 22,5 miliardi di euro. In termini di numero di auto esportate, Londra è in cima alla lista con 666.000 e gli Stati Uniti sono al secondo posto con 470.000, secondo i dati dell’associazione del settore VDA.
Se entrambi gli scenari – tariffe e no deal – diventeranno realtà, l’impatto combinato potrebbe ridurre fino a 0,7 punti percentuali la crescita del prodotto interno lordo (PIL) della Germania a lungo termine, secondo le stime separate di Commerzbank e dell’Istituto Ifo.
Dazi più elevati e Brexit no deal: ciclo vizioso per economiaPer l’economia tedesca nel suo complesso, dazi più elevati negli USA e un no deal per la Brexit insieme colpiranno anche il sentiment delle imprese e il morale dei consumatori che potrebbero gettare l’economia in un circolo vizioso, dicono gli economisti.
Ma meno crescita significa anche meno entrate fiscali che limitano la capacità del governo di mettere insieme un enorme pacchetto di stimoli fiscali che potrebbe far uscire l’economia da una spirale al ribasso. Un ciclo vizioso insomma a cui il ministro Scholz sta attualmente lavorando per porre fine.
L’idea è contenuta in un progetto di legge che mira a sostenere le aziende che investono in ricerca e sviluppo con 5 miliardi di euro in incentivi fiscali per quattro anni, come hanno riferito fonti vicine al governo a Reuters. Il piano sarà finanziato attraverso l’eccedenza di bilancio prevista, restringendo la platea per eventuali misure aggiuntive.
L’aumento delle tariffe statunitensi per le auto e uno scenario no-deal per la Brexit rischiano di essere un doppio smacco per la Germania e per mitigare gli effetti la cancelliera Angela Merkel e i suoi ministri stanno lavorando dietro le quinte.
“Se il doppio smacco si materializzasse, vogliamo estrarre qualcosa dal cappello”.Così alla Reuters un alto funzionario del governo tedesco secondo cui il governo sta lavorando a un pacchetto di stimoli fiscali. La Germania, che ha evitato per un soffio la recessione, è particolarmente vulnerabile sia ai rischi delle tariffe statunitensi fino al 25% sulle automobili, sia alla Gran Bretagna che esce dall’UE il 29 marzo senza un accordo.
Germania, export valgono quasi metà produzioneLe esportazioni rappresentano quasi la metà della produzione economica della Germania e le auto sono di gran lunga la principale esportazione con vendite annuali che toccano un valore di 230 miliardi di euro (263 miliardi di dollari), secondo i dati dell’Ufficio federale di statistica.
La destinazione di esportazione più importante per le auto tedesche lo scorso anno è stata negli Stati Uniti con ricavi per 27,2 miliardi di euro, seguita dalla Cina con 24,7 miliardi di euro e dalla Gran Bretagna con 22,5 miliardi di euro. In termini di numero di auto esportate, Londra è in cima alla lista con 666.000 e gli Stati Uniti sono al secondo posto con 470.000, secondo i dati dell’associazione del settore VDA.
Se entrambi gli scenari – tariffe e no deal – diventeranno realtà, l’impatto combinato potrebbe ridurre fino a 0,7 punti percentuali la crescita del prodotto interno lordo (PIL) della Germania a lungo termine, secondo le stime separate di Commerzbank e dell’Istituto Ifo.
Dazi più elevati e Brexit no deal: ciclo vizioso per economiaPer l’economia tedesca nel suo complesso, dazi più elevati negli USA e un no deal per la Brexit insieme colpiranno anche il sentiment delle imprese e il morale dei consumatori che potrebbero gettare l’economia in un circolo vizioso, dicono gli economisti.
Ma meno crescita significa anche meno entrate fiscali che limitano la capacità del governo di mettere insieme un enorme pacchetto di stimoli fiscali che potrebbe far uscire l’economia da una spirale al ribasso. Un ciclo vizioso insomma a cui il ministro Scholz sta attualmente lavorando per porre fine.
L’idea è contenuta in un progetto di legge che mira a sostenere le aziende che investono in ricerca e sviluppo con 5 miliardi di euro in incentivi fiscali per quattro anni, come hanno riferito fonti vicine al governo a Reuters. Il piano sarà finanziato attraverso l’eccedenza di bilancio prevista, restringendo la platea per eventuali misure aggiuntive.
venerdì 22 febbraio 2019
Rogers: guerra commerciale si riaccenderà nel 2020
Fonte: W.S.I. 22 Febbraio 2019, di Daniele Chicca
L’anno delle prossime elezioni presidenziali Usa vedrà un intensificarsi delle tensioni commerciali. Questo perché per essere rieletto, il presidente Usa Donald Trump sarà più aggressivo nel suo approccio alle pratiche commerciali confronti giudicate sleali di Cina, Giappone e Unione Europea.
A dirlo è la leggenda degli investimenti Jim Rogers, grande esperto e conoscitore della regione asiatica. Anche se in questi giorni si parla di tregua alla guerra commerciale, che poi è anche una guerra valutaria e tecnologica, specie con la Cina, nemico economico numero uno per gli Stati Uniti, è tutt’altro che finita.
In un’intervista concessa al quotidiano Japan Times a Tokyo, l’imprenditore americano presidente di Rogers Holding Co. Inc. ha avvertito che anche se Cina e Usa stringeranno un accordo di pace, l’euforia sarà solo temporanea.
Rogers: Troppo debito porterà a “recessione catastrofica”Questo perché secondo il 76enne Rogers, Trump rincarerà la dose tra un anno per scopi elettorali. La guerra a colpi di dazi è destinata pertanto a tornare a intensificarsi. Come sottolinea Rogers nel nuovo libro pubblicato lo scorso gennaio, “The Future of Japan and The World That Will Be Read Through the Flow of Money“, la peggiore crisi economica della sua vita deve ancora materializzarsi.
Come tempi e cause, a causa di un livello senza precedenti di debiti, nel giro di uno o due anni dovremmo assistere a una frenata dell’economia globale. Rogers, che ha , ricorda che dal 2008 il debito globale è salito di 75 mila miliardi di dollari, per un incremento del 43%.
In un report pubblicato a gennaio, L’istituto di Finanza Internazionale (IIF) calcola che il debito totale nel mondo è cresciuto di oltre il 12% dal 2016 (+27 miliardi), attestandosi a $244 mila miliardi nel terzo trimestre del 2018. Si tratta di un valore pari al 318% del PIL.
Secondo Rogers l’ammontare record di debiti porterà a una “recessione catastrofica”. Il futuro del Giappone è a rischio a meno che il governo non intraprenda delle misure serie per ridurre il debito. E le misure necessarie a porre rimedio al calo delle nascite.
A dirlo è la leggenda degli investimenti Jim Rogers, grande esperto e conoscitore della regione asiatica. Anche se in questi giorni si parla di tregua alla guerra commerciale, che poi è anche una guerra valutaria e tecnologica, specie con la Cina, nemico economico numero uno per gli Stati Uniti, è tutt’altro che finita.
In un’intervista concessa al quotidiano Japan Times a Tokyo, l’imprenditore americano presidente di Rogers Holding Co. Inc. ha avvertito che anche se Cina e Usa stringeranno un accordo di pace, l’euforia sarà solo temporanea.
Rogers: Troppo debito porterà a “recessione catastrofica”Questo perché secondo il 76enne Rogers, Trump rincarerà la dose tra un anno per scopi elettorali. La guerra a colpi di dazi è destinata pertanto a tornare a intensificarsi. Come sottolinea Rogers nel nuovo libro pubblicato lo scorso gennaio, “The Future of Japan and The World That Will Be Read Through the Flow of Money“, la peggiore crisi economica della sua vita deve ancora materializzarsi.
Come tempi e cause, a causa di un livello senza precedenti di debiti, nel giro di uno o due anni dovremmo assistere a una frenata dell’economia globale. Rogers, che ha , ricorda che dal 2008 il debito globale è salito di 75 mila miliardi di dollari, per un incremento del 43%.
In un report pubblicato a gennaio, L’istituto di Finanza Internazionale (IIF) calcola che il debito totale nel mondo è cresciuto di oltre il 12% dal 2016 (+27 miliardi), attestandosi a $244 mila miliardi nel terzo trimestre del 2018. Si tratta di un valore pari al 318% del PIL.
Secondo Rogers l’ammontare record di debiti porterà a una “recessione catastrofica”. Il futuro del Giappone è a rischio a meno che il governo non intraprenda delle misure serie per ridurre il debito. E le misure necessarie a porre rimedio al calo delle nascite.
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martedì 18 dicembre 2018
“Correzione epica a Wall Street, sarà peggio del 1929″
Fonte: W.S.I. 17 dicembre 2018, di Mariangela Tessa
Si susseguono gli allarmi sul futuro del mercato azionario. Dopo che la Bri ha detto ieri che nuovi shock non sono esclusi nei prossimi mesi, anche Ron Paul, politico statunitense, esponente della corrente libertaria del Partito Repubblicano, ha avvertito che le correzioni di quest’anno potrebbero essere solo un assaggio di un crollo epico del mercato, che potrebbe verificarsi prima delle attese degli investitori.
Secondo il politico americano, Wall Street sta diventando più vulnerabile e nei prossimi 12 mesi non si vede nulla di buono. I segnali sono già arrivati: la scorsa settimana la Borsa americana è infatti ufficialmente entrata in fase di correzione per la prima volta da due anni.
Paul, che cita la guerra commerciale USA-Cina in corso come un fattore di rischio in crescita, ha spiegato che il suo scenario base è di un calo del 50% rispetto ai livelli attuali.
Si susseguono gli allarmi sul futuro del mercato azionario. Dopo che la Bri ha detto ieri che nuovi shock non sono esclusi nei prossimi mesi, anche Ron Paul, politico statunitense, esponente della corrente libertaria del Partito Repubblicano, ha avvertito che le correzioni di quest’anno potrebbero essere solo un assaggio di un crollo epico del mercato, che potrebbe verificarsi prima delle attese degli investitori.
Secondo il politico americano, Wall Street sta diventando più vulnerabile e nei prossimi 12 mesi non si vede nulla di buono. I segnali sono già arrivati: la scorsa settimana la Borsa americana è infatti ufficialmente entrata in fase di correzione per la prima volta da due anni.
“Una volta che questa volatilità dimostrerà di non essere solo una pausa nel mercato rialzista, allora gli investitori correranno verso l’uscita”, ha detto Paul intervistato alla CNBC, aggiungendo che quello che può succedere a Wall Street nei prossimi mesi “potrebbe essere peggiore del 1929″.Durante quell’anno, il mercato azionario ha segnato una correzione di quasi il 90% mentre l’economia americana andava a picco.
Paul, che cita la guerra commerciale USA-Cina in corso come un fattore di rischio in crescita, ha spiegato che il suo scenario base è di un calo del 50% rispetto ai livelli attuali.
“Non sono ottimista sulla soluzione della guerra dei dazi. Penso che il problema si potrarrá anche nel futuro“Oltre alla guerra dei dazi, Paul cita tra le ragioni alla base delle sue previsioni la fine delle politiche monetarie espansive intraprese dopo la crisi finanziaria del 2008.
“L’allentamento quantitativo della Federal Reserve ha causato la “bolla più grande nella storia dell’umanità” ha sottolineato l’ex membro del Congresso.Paul crede inoltre che i legislatori di Washington non abbiano la capacità di risolvere in modo efficace il problema del debito, che quest’anno salirà fino alla cifra record di 1,09 trilioni di dollari.
mercoledì 5 dicembre 2018
Tra Cina e Usa torna il gelo. In dubbio accordi G20
Fonte: W.S.I. 5 dicembre 2018, di Mariangela Tessa
Dopo l’iniziale euforia per la tregua commerciale raggiunta al G20, il mercato guarda con preoccupazione alle relazioni Usa e Cina mentre tra i due paesi sembra essere tornato il gelo.
Il motivo? La Cina a quanto pare si dice confusa dalla versione dell’amministrazione Trump in merito a quanto accaduto lo scorso fine settimana a Buenos Aires. Dopo l’incontro chiave tra il presidente Usa Donald Trump e il cinese Xi Jinping, alcuni funzionari di Pechino si dicono “sconcertati e irritati” dal comportamento dell’amministrazione Trump, ha riferito un ex funzionario del governo USA al Washington Post.
Ma anche su questo punto non sembrano esserci certezze: il quotidiano americano ha riferito che i cinesi non hanno riconosciuto una scadenza di 90 giorni per i colloqui così come non hanno detto che avrebbero “immediatamente” aumentato gli acquisti di beni agricoli statunitensi, come riferito.
Ci sarebbero dunque “differenze significative” tra le versioni dei due governi di ciò che è stato concordato durante la cena, secondo il Post.
Sui mercati, intanto, è già finita l’euforia. Dopo i guadagni di lunedì, ieri Wall Street ha chiuso in forte ribasso sulle preoccupazioni che qualsiasi ritardo nei negoziati possa di far saltare una soluzione concreta.
Il motivo? La Cina a quanto pare si dice confusa dalla versione dell’amministrazione Trump in merito a quanto accaduto lo scorso fine settimana a Buenos Aires. Dopo l’incontro chiave tra il presidente Usa Donald Trump e il cinese Xi Jinping, alcuni funzionari di Pechino si dicono “sconcertati e irritati” dal comportamento dell’amministrazione Trump, ha riferito un ex funzionario del governo USA al Washington Post.
“Quando stai negoziando con i cinesi, non puoi rendere pubbliche tutte le loro concessioni. È solo follia “ ha detto al Post l’ex funzionario.Dopo l’incontro dei due leader mondiali, la Casa Bianca ha affermato che i due paesi hanno accettato una tregua di 90 giorni nella guerra dei dazi.
Ma anche su questo punto non sembrano esserci certezze: il quotidiano americano ha riferito che i cinesi non hanno riconosciuto una scadenza di 90 giorni per i colloqui così come non hanno detto che avrebbero “immediatamente” aumentato gli acquisti di beni agricoli statunitensi, come riferito.
Ci sarebbero dunque “differenze significative” tra le versioni dei due governi di ciò che è stato concordato durante la cena, secondo il Post.
Sui mercati, intanto, è già finita l’euforia. Dopo i guadagni di lunedì, ieri Wall Street ha chiuso in forte ribasso sulle preoccupazioni che qualsiasi ritardo nei negoziati possa di far saltare una soluzione concreta.
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martedì 27 novembre 2018
Alert WTO: deterioramento commercio accelererà a fine 2018
Fonte: W.S.I. 27 novembre 2018, di Daniele Chicca
La frenata delle attività commerciali globali subirà una nuova accelerazione a fine anno, compromettendo la crescita economica mondiale. Lo dice uno degli indici chiave tra quelli preparati dalla principale organizzazione di libero scambio, la World Trade Organization con sede a Ginevra (WTO).
D’altronde, intervenuto a Rio de Janeiro (Brasile) durante un evento il mese scorso, il direttore generale del gruppo Roberto Azevêdo aveva lanciato un monito in merito: anche se le ultime notizie ottimiste suggerivano che Cina e Stati Uniti avrebbero presto ripreso la strada del dialogo, Azevêdo aveva detto al pubblico presente in sala che la guerra commerciale tra le due prime potenze economiche al mondo era tutt’altro che conclusa.
Si tratta del secondo deterioramento trimestrale consecutivo e non è un buon segno per l’andamento economia globale.
La frenata delle attività commerciali globali subirà una nuova accelerazione a fine anno, compromettendo la crescita economica mondiale. Lo dice uno degli indici chiave tra quelli preparati dalla principale organizzazione di libero scambio, la World Trade Organization con sede a Ginevra (WTO).
D’altronde, intervenuto a Rio de Janeiro (Brasile) durante un evento il mese scorso, il direttore generale del gruppo Roberto Azevêdo aveva lanciato un monito in merito: anche se le ultime notizie ottimiste suggerivano che Cina e Stati Uniti avrebbero presto ripreso la strada del dialogo, Azevêdo aveva detto al pubblico presente in sala che la guerra commerciale tra le due prime potenze economiche al mondo era tutt’altro che conclusa.
“A essere sinceri, non penso che sia finita qui. Hanno molte munizioni a disposizione e la guerra commerciale potrebbe toccare altre aree che non riguardano soltanto i dazi o il commercio”.E ora è l’indice sulle previsioni future del WTO a confermare che i sospetti e le paure di Azevêdo erano fondati. Secondo l’ultimo aggiornamento disponibile pubblicato di recente, le attività commerciali stanno subendo una nuova frenata nel quarto trimestre dell’anno.
Si tratta del secondo deterioramento trimestrale consecutivo e non è un buon segno per l’andamento economia globale.
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venerdì 27 luglio 2018
Trump-Juncker, la Commissione europea ha svenduto agli Usa i diritti dei suoi cittadini
Fonte: Il FattoQuotidiano Zonaeuro | 27 luglio 2018 Stop TTIP
di Monica di Sisto*
E’ bastato un viaggio del presidente della Commissione Claude Juncker a Washington perché il trattato commerciale più discutibile e discusso dai cittadini europei, il Trattato transatlantico di liberalizzazione di scambi, investimenti e servizi tra Europa e Stati Uniti, il Ttip, fosse rilanciato nella forma più accelerata, concentrata e meno trasparente possibile.
Certo: nessuno userà mai più la odiata sigla. Ma il pessimo negoziato rilanciato il 25 luglio deve spingerci tutte e tutti il più rapidamente possibile a chiedere uno scatto d’orgoglio ai nostri rappresentanti al Parlamento europeo e al Governo italiano perché questo blitz estivo venga arrestato al più presto.
Che cosa non va bene nel Ttip risorto dalle sue ceneri? Tutto! Basta scorrere la dichiarazione congiunta d’intenti sottoscritta da Trump e dal Commissario europeo. Innanzitutto ci troviamo la conferma del fatto che, come abbiamo più spesso sostenuto in queste pagine elettroniche: i dazi sull’acciaio posti da Trump fossero un falso problema. Infatti nella dichiarazione l’impegno a affrontarli e superarli si trova all’ultimo punto dell’elenco delle priorità di lavoro che le due parti si impegnano a risolvere.
Al primo punto, invece, dopo aver ricordato che “gli Stati Uniti e l’Unione europea contano insieme oltre 830 milioni di cittadini e oltre il 50% del Pil mondiale”, si lancia un’operazione verso “tariffe zero, zero barriere non tariffarie (ossia zero regole differenti tra le due parti) e zero sussidi per beni industriali non auto”, senza quindi toccare il settore automobilistico, su cui la Germania ha subito messo un veto, dichiarando così a chiare lettere chi comanda davvero nella Commissione. Fatti questi chiarimenti, le parti si impegnano a “ridurre gli ostacoli e aumentare il commercio di servizi, prodotti chimici, prodotti farmaceutici, prodotti medici e soia (che negli Usa, leader globali nell’export del cereale, è praticamente tutta Ogm). Insomma si vuole lavorare per liberare le mani prioritariamente a tutti quei settori rispetto ai quali da anni la società civile europea, i sindacati, i consumatori, gli ambientalisti e anche i produttori responsabili denunciano che tra le due sponde dell’Atlantico sono così lontane per standard e regole a tutela dei diritti di tutti, che sacrificarle per gli interessi dei soliti – pochi – poteri industriali, sarebbe una colpa imperdonabile.
Un paradossale modo di aprire le braccia a Trump, fino a ieri dipinto come il male assoluto, sbattendo la porta in faccia agli oltre quattro milioni di cittadini europei che hanno sottoscritto qualche anno fa la petizione europea per fermare il pericoloso Ttip.
L’Europa vuole “importare più gas naturale liquefatto (Gnl) dagli Stati Uniti per diversificare il proprio approvvigionamento energetico”, si legge ancora nel documento, quando è notorio che la maggior parte di questa risorsa negli Usa è estratta sbatacchiando la terra con la inquinante pratica del fracking, non ammessa da noi proprio per i suoi devastanti impatti anche sulla stabilità del sottosuolo. Inquieta, inoltre, che l’Europa spinga apertamente per “avviare uno stretto dialogo sugli standard al fine di facilitare gli scambi, ridurre gli ostacoli burocratici e tagliare i costi”. E questo, pericolosamente, senza alcun controllo democratico o parlamentare.
Quello che più preoccupa, infatti, per la tenuta democratica delle nostre istituzioni è che si dichiara “di istituire immediatamente un gruppo di lavoro esecutivo dei nostri più stretti consulenti per portare avanti questa agenda congiunta. Inoltre, individuerà misure a breve termine per facilitare gli scambi commerciali e valutare le misure tariffarie esistenti. Mentre stiamo lavorando su questo, non andremo contro lo spirito di questo accordo, a meno che nessuna delle parti non risolva i negoziati”. Insomma un oscuro gruppo di tecnici, senza mandato negoziale espresso o votato dai Governi europei né controllo parlamentare porterà avanti questa delicata trattativa, legando le mani dei governi europei rispetto alle future iniziative a protezione dei nostri diritti.
Come associazioni e comitati mobilitati in Italia e in Europa per un commercio più giusto e la promozione dei diritti sociali ed ambientali, oltre che di una “buona” economia, chiediamo ai parlamentari europei, a quelli italiani e al Governo del nostro Paese di farsi sentire il prima possibile per fermare il Ttip zombie, colpo di coda di Bruxelles a pochi mesi dalle nuove elezioni europee.
* portavoce della Campagna Stop Ttip/Stop Ceta Italia
di Monica di Sisto*
E’ bastato un viaggio del presidente della Commissione Claude Juncker a Washington perché il trattato commerciale più discutibile e discusso dai cittadini europei, il Trattato transatlantico di liberalizzazione di scambi, investimenti e servizi tra Europa e Stati Uniti, il Ttip, fosse rilanciato nella forma più accelerata, concentrata e meno trasparente possibile.
Certo: nessuno userà mai più la odiata sigla. Ma il pessimo negoziato rilanciato il 25 luglio deve spingerci tutte e tutti il più rapidamente possibile a chiedere uno scatto d’orgoglio ai nostri rappresentanti al Parlamento europeo e al Governo italiano perché questo blitz estivo venga arrestato al più presto.
Che cosa non va bene nel Ttip risorto dalle sue ceneri? Tutto! Basta scorrere la dichiarazione congiunta d’intenti sottoscritta da Trump e dal Commissario europeo. Innanzitutto ci troviamo la conferma del fatto che, come abbiamo più spesso sostenuto in queste pagine elettroniche: i dazi sull’acciaio posti da Trump fossero un falso problema. Infatti nella dichiarazione l’impegno a affrontarli e superarli si trova all’ultimo punto dell’elenco delle priorità di lavoro che le due parti si impegnano a risolvere.
Al primo punto, invece, dopo aver ricordato che “gli Stati Uniti e l’Unione europea contano insieme oltre 830 milioni di cittadini e oltre il 50% del Pil mondiale”, si lancia un’operazione verso “tariffe zero, zero barriere non tariffarie (ossia zero regole differenti tra le due parti) e zero sussidi per beni industriali non auto”, senza quindi toccare il settore automobilistico, su cui la Germania ha subito messo un veto, dichiarando così a chiare lettere chi comanda davvero nella Commissione. Fatti questi chiarimenti, le parti si impegnano a “ridurre gli ostacoli e aumentare il commercio di servizi, prodotti chimici, prodotti farmaceutici, prodotti medici e soia (che negli Usa, leader globali nell’export del cereale, è praticamente tutta Ogm). Insomma si vuole lavorare per liberare le mani prioritariamente a tutti quei settori rispetto ai quali da anni la società civile europea, i sindacati, i consumatori, gli ambientalisti e anche i produttori responsabili denunciano che tra le due sponde dell’Atlantico sono così lontane per standard e regole a tutela dei diritti di tutti, che sacrificarle per gli interessi dei soliti – pochi – poteri industriali, sarebbe una colpa imperdonabile.
Un paradossale modo di aprire le braccia a Trump, fino a ieri dipinto come il male assoluto, sbattendo la porta in faccia agli oltre quattro milioni di cittadini europei che hanno sottoscritto qualche anno fa la petizione europea per fermare il pericoloso Ttip.
L’Europa vuole “importare più gas naturale liquefatto (Gnl) dagli Stati Uniti per diversificare il proprio approvvigionamento energetico”, si legge ancora nel documento, quando è notorio che la maggior parte di questa risorsa negli Usa è estratta sbatacchiando la terra con la inquinante pratica del fracking, non ammessa da noi proprio per i suoi devastanti impatti anche sulla stabilità del sottosuolo. Inquieta, inoltre, che l’Europa spinga apertamente per “avviare uno stretto dialogo sugli standard al fine di facilitare gli scambi, ridurre gli ostacoli burocratici e tagliare i costi”. E questo, pericolosamente, senza alcun controllo democratico o parlamentare.
Quello che più preoccupa, infatti, per la tenuta democratica delle nostre istituzioni è che si dichiara “di istituire immediatamente un gruppo di lavoro esecutivo dei nostri più stretti consulenti per portare avanti questa agenda congiunta. Inoltre, individuerà misure a breve termine per facilitare gli scambi commerciali e valutare le misure tariffarie esistenti. Mentre stiamo lavorando su questo, non andremo contro lo spirito di questo accordo, a meno che nessuna delle parti non risolva i negoziati”. Insomma un oscuro gruppo di tecnici, senza mandato negoziale espresso o votato dai Governi europei né controllo parlamentare porterà avanti questa delicata trattativa, legando le mani dei governi europei rispetto alle future iniziative a protezione dei nostri diritti.
Come associazioni e comitati mobilitati in Italia e in Europa per un commercio più giusto e la promozione dei diritti sociali ed ambientali, oltre che di una “buona” economia, chiediamo ai parlamentari europei, a quelli italiani e al Governo del nostro Paese di farsi sentire il prima possibile per fermare il Ttip zombie, colpo di coda di Bruxelles a pochi mesi dalle nuove elezioni europee.
* portavoce della Campagna Stop Ttip/Stop Ceta Italia
Zonaeuro | 27 luglio 2018
mercoledì 25 luglio 2018
Tempesta perfetta si sta per abbattere sull’economia Usa
Fonte: W.S.I. 25 luglio 2018, di Alessandra Caparello
Una tempesta si sta abbattendo sull’economia statunitense. A dirlo alla Cnbc l’economista Diane Swonk secondo cui, anche se non c’è una vera e propria guerra commerciale, l’incertezza che circonda i dazi può danneggiare l’economia statunitense a stelle e strisce.
L’amministrazione Trump ha inoltre imposto tariffe sulle importazioni di acciaio e alluminio da diverse nazioni, tra cui alleati chiave come Canada, Messico e Unione Europea. L’economista Swonk ha detto che le tariffe applicate finora non sono così grandi, ma la minaccia delle tariffe mina la fiducia.
Una tempesta si sta abbattendo sull’economia statunitense. A dirlo alla Cnbc l’economista Diane Swonk secondo cui, anche se non c’è una vera e propria guerra commerciale, l’incertezza che circonda i dazi può danneggiare l’economia statunitense a stelle e strisce.
“Se vogliamo continuare ad avere questa incertezza, nel tempo si avrà un effetto corrosivo che si accumulerà nel 2019 con meno investimenti”.Le tariffe, insieme ad un rafforzamento del dollaro e ai tassi in crescita finiscono per minare la competitività dei produttori e di altri esportatori.
“L’economia statunitense ha un po’ di ammortizzatori, e possiamo resistere alla tempesta per un po’. Ma la tempesta si sta abbattendo e le correnti sotterranee si stanno chiaramente formando.Il riferimento è alle tensioni commerciali tra gli Stati Uniti e il resto del mondo che sono aumentate. La Cina è stata l’obiettivo frequente del Presidente Donald Trump e la settimana scorsa, il presidente ha detto alla CNBC che è “pronto” a mettere le tariffe su tutti i 505 miliardi dollari di merci cinesi importate negli Stati Uniti. Washington ha già abolito le tariffe doganali sui 34 miliardi di dollari di prodotti cinesi. Pechino dal canto sui ha colpito indietro con tariffe di ritorsione sulla stessa quantità di beni degli Stati Uniti.
L’amministrazione Trump ha inoltre imposto tariffe sulle importazioni di acciaio e alluminio da diverse nazioni, tra cui alleati chiave come Canada, Messico e Unione Europea. L’economista Swonk ha detto che le tariffe applicate finora non sono così grandi, ma la minaccia delle tariffe mina la fiducia.
“Se domani dovessimo avere una guerra commerciale completa, che non credo avremo, allora si potrebbe vedere una recessione nel 2019 (…) Se vogliamo continuare ad avere questa incertezza, nel tempo si avrà un effetto corrosivo che si accumulerà nel 2019 con meno investimenti.Secondo Venu Krishna, vice capo della ricerca azionaria statunitense a Barclays, le tariffe hanno un ampio impatto negativo. Le piccole imprese saranno più danneggiate, contrariamente alla credenza popolare che siano meglio protette perché sono domestiche.
“Queste società, infatti, hanno una maggiore esposizione all’esportazione e all’importazione. I loro margini sono notevolmente più deboli e quindi non sono in grado di assorbire i costi. E infine, non hanno il potere dei prezzi”.
martedì 19 giugno 2018
Russia liquida metà riserve Usa: anticamera opzione nucleare cinese?
Fonte: W.S.I. 19 giugno 2018, di Daniele Chicca
Per ora la Cina ha rinunciato all’opzione nucleare come risposta alle azioni coercitive di Trump alle importazioni di beni e prodotti dalla potenza asiatica, accusata di pratiche commerciali sleali. Ma le ultime mosse della Russia sui mercati finanziari potrebbero essere un antipasto di quello che succederà se Pechino dovesse ricorrere alla forza per controbattere ai dazi di Trump.
Quando si parla del possibile ricorso a opzioni nucleari da parte della Cina, si fa riferimento alla svendita di riserve valutarie (Bond governativi o titoli azionari americani) oppure alla svalutazione della sua moneta nazionale, lo yuan. Se Donald Trump continua a premere sull’acceleratore, tuttavia, è soltanto una questione di tempo prima che questo accada.
La liquidazione inaspettata di metà delle sue riserve obbligazionarie di titoli Usa da parte della Russia, di cui si è venuto a conoscenza venerdì 15 giugno, potrebbe essere servita come una sorta di test preparatorio sui mercati e come copertura della vera misura atomica in cantiere (che verrebbe azionata dalla Cina). In aprile i Treasuries Usa sono stati svenduti a piene mani (vedi grafico sotto), ma non è stata la Cina il paese a svendere con maggiore convinzione, bensì la Russia.

Due mesi fa Vladimir Putin ha deciso di scaricare la quota di titoli di Stato usa più alta di sempre nella storia della Russia. . In un mese solo Mosca si è liberata di circa metà delle sue riserve Usa (fonte: Tesoro Usa) per una cifra pari a $47,4 miliardi (vedi grafico in fondo).
Ora i Bond americani in possesso del Cremlino sono ai minimi da marzo 2008, in piena crisi dei mutui subprime. Con il senno di poi, non è quindi un caso che in aprile sul secondario i rendimenti dei Treasuries Usa decennali siano balzati sopra la soglia del 3%, per un rialzo di 35 punti base.

IL RESTO AL LINK QUI E A QUELLO SUINDICATO
Per ora la Cina ha rinunciato all’opzione nucleare come risposta alle azioni coercitive di Trump alle importazioni di beni e prodotti dalla potenza asiatica, accusata di pratiche commerciali sleali. Ma le ultime mosse della Russia sui mercati finanziari potrebbero essere un antipasto di quello che succederà se Pechino dovesse ricorrere alla forza per controbattere ai dazi di Trump.
Quando si parla del possibile ricorso a opzioni nucleari da parte della Cina, si fa riferimento alla svendita di riserve valutarie (Bond governativi o titoli azionari americani) oppure alla svalutazione della sua moneta nazionale, lo yuan. Se Donald Trump continua a premere sull’acceleratore, tuttavia, è soltanto una questione di tempo prima che questo accada.
La liquidazione inaspettata di metà delle sue riserve obbligazionarie di titoli Usa da parte della Russia, di cui si è venuto a conoscenza venerdì 15 giugno, potrebbe essere servita come una sorta di test preparatorio sui mercati e come copertura della vera misura atomica in cantiere (che verrebbe azionata dalla Cina). In aprile i Treasuries Usa sono stati svenduti a piene mani (vedi grafico sotto), ma non è stata la Cina il paese a svendere con maggiore convinzione, bensì la Russia.

Due mesi fa Vladimir Putin ha deciso di scaricare la quota di titoli di Stato usa più alta di sempre nella storia della Russia. . In un mese solo Mosca si è liberata di circa metà delle sue riserve Usa (fonte: Tesoro Usa) per una cifra pari a $47,4 miliardi (vedi grafico in fondo).
Ora i Bond americani in possesso del Cremlino sono ai minimi da marzo 2008, in piena crisi dei mutui subprime. Con il senno di poi, non è quindi un caso che in aprile sul secondario i rendimenti dei Treasuries Usa decennali siano balzati sopra la soglia del 3%, per un rialzo di 35 punti base.

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giovedì 22 marzo 2018
I cinque maggiori rischi geopolitici del 2018
Fonte: W.S.I. 22 marzo 2018, di Alessandra Caparello
NEW YORK (WSI) – Ci sono cinque grandi rischi geopolitici per l’anno a venire: lo dice la think tank con sede a Washington Atlantic Council.
Tali rischi includono lo stress politico degli Stati Uniti, nonché potenziali guerre commerciali tra Washington e Pechino. Quattro delle cinque maggiori minacce al sistema politico globale quest’anno sono direttamente legate all’amministrazione del presidente Donald Trump.
NEW YORK (WSI) – Ci sono cinque grandi rischi geopolitici per l’anno a venire: lo dice la think tank con sede a Washington Atlantic Council.
Tali rischi includono lo stress politico degli Stati Uniti, nonché potenziali guerre commerciali tra Washington e Pechino. Quattro delle cinque maggiori minacce al sistema politico globale quest’anno sono direttamente legate all’amministrazione del presidente Donald Trump.
“Quello che preoccupa dei primi giorni del secondo anno del Presidente Trump è che lo stress politico che arriva da Washington sta crescendo mentre la capacità del mondo di assorbire nuovi shock sta diminuendo”.Così in una nota Fred Kempe, presidente e CEO di Atlantic Council.
“Quindi, occorre prepararsi per un anno a venire che è pieno di rischi, uno in cui gli Stati Uniti e il mondo dovranno affrontare una prova di stress tra potenziali shock politici ed economici.Quali sono questi possibili shock, secondo Kempe?
- “Una presidenza statunitense sotto esame a causa di un’indagine sempre più approfondita sulla potenziale collusione con la Russia durante le elezioni presidenziali del 2016 e che ha subito un’inversione di tendenza senza precedenti (…)
- Potenziali guerre commerciali in seguito all’imposizione da parte dell’amministrazione Trump di nuove tariffe per l’alluminio e l’acciaio, che potrebbero essere esacerbate da ulteriori misure commerciali contro la Cina, in particolare quelle relative al furto di proprietà intellettuale (…)
- Accordi con Vladimir Putin in Russia: domenica il leader russo ha ottenuto un quarto mandato al potere grazie a elezioni nazionali che, come la maggior parte delle elezioni russe degli ultimi anni, sono ampiamente sospettate di frode.
- Preparazione di uno storico vertice tra Stati Uniti e Corea del Nord, che si terrà già a maggio, che potrebbe ridurre notevolmente o aumentare il rischio di guerra nella penisola coreana (…)
- Crescenti tensioni con l’Iran, con l’avvicinarsi della scadenza di maggio fissata da Trump per decidere se abbandonare o meno l’accordo nucleare”.
lunedì 19 marzo 2018
Europa, tempo due anni e scoppierà tempesta perfetta
Fonte: WSI 19 marzo 2018, di Alessandra Caparello
NEW YORK (WSI) – Tempo due anni, nel 2020, e in Europa si realizzerà la tempesta perfetta.
Tanti i fattori in gioco: Jens Weidmann che porrà fine al quantitative
easing, la riforma di Macron che non risolverà nessuno dei problemi
strutturali della regione, l’Italia sempre più euroscettica e infine la
guerra commerciale di Trump. Ma andiamo per ordine.
È sempre più evidente che alla fine del 2019 Jens Weidmann, attuale presidente della Bundesbank, sostituirà Mario Draghi al timone della Banca centrale europea. Il cambiamento in termini di politiche economiche sarà radicale. Il falco Weidmann crede in una moneta forte e in una bassa inflazione e più volte ha espresso la sua opposizione a tutto ciò che Mario Draghi ha rappresentato negli ultimi anni manifestando la sua volontà di fermare il programma di Quantitative easing e di sostituirlo con tassi di interesse più elevati. Cosa succede quando i tassi di interesse aumentano? Se salgono troppo in fretta, i mercati crollano.
Poi c’è Emmanuel Macron. La stampa finanziaria ridicolizza il Presidente americano Donald Trump e considera il suo omologo francese una manna dal cielo. Eppure, se si considerano le loro politiche precedenti, si trovano similitudini ma a livello di risultati no. Poi c’è l’imminente guerra commerciale di Donald Trump.
E infine le elezioni italiane. L’Italia è ufficialmente un paese euroscettico. Le parti principali impegnate nel progetto di integrazione europea sono state sconfitte ed è difficile prevedere se il paese avrà un governo. Il Movimento 5 stelle ha ottenuto il maggior numero di seggi, mentre il Partito Democratico sta implodendo: la base vuole sostenere un governo M5S perché “è qui che sono andati i nostri elettori”, ma la probabile leadership futura sotto l’ex ministro dello Sviluppo Carlo Calenda non ha alcuna intenzione di farlo. La Lega ha la coalizione più forte, ma non ha i numeri.
Mario Draghi sarà eventualmente disponibile per la carica di primo ministro di un governo presumibilmente tecnico solo nel 2019 e il M5S potrebbe finire per aiutarlo, ma sostenere un esecutivo tecnocratico sarebbe la fine del movimento di protesta. L’altra faccia della medaglia è che una volta che Draghi non sarà più a capo della BCE, e non si potranno mantenere bassi i tassi di interesse a vantaggio dell’Italia, le argomentazioni a favore di un’Italia che rimanga nell’area dell’euro si esauriranno.
È sempre più evidente che alla fine del 2019 Jens Weidmann, attuale presidente della Bundesbank, sostituirà Mario Draghi al timone della Banca centrale europea. Il cambiamento in termini di politiche economiche sarà radicale. Il falco Weidmann crede in una moneta forte e in una bassa inflazione e più volte ha espresso la sua opposizione a tutto ciò che Mario Draghi ha rappresentato negli ultimi anni manifestando la sua volontà di fermare il programma di Quantitative easing e di sostituirlo con tassi di interesse più elevati. Cosa succede quando i tassi di interesse aumentano? Se salgono troppo in fretta, i mercati crollano.
Poi c’è Emmanuel Macron. La stampa finanziaria ridicolizza il Presidente americano Donald Trump e considera il suo omologo francese una manna dal cielo. Eppure, se si considerano le loro politiche precedenti, si trovano similitudini ma a livello di risultati no. Poi c’è l’imminente guerra commerciale di Donald Trump.
E infine le elezioni italiane. L’Italia è ufficialmente un paese euroscettico. Le parti principali impegnate nel progetto di integrazione europea sono state sconfitte ed è difficile prevedere se il paese avrà un governo. Il Movimento 5 stelle ha ottenuto il maggior numero di seggi, mentre il Partito Democratico sta implodendo: la base vuole sostenere un governo M5S perché “è qui che sono andati i nostri elettori”, ma la probabile leadership futura sotto l’ex ministro dello Sviluppo Carlo Calenda non ha alcuna intenzione di farlo. La Lega ha la coalizione più forte, ma non ha i numeri.
Mario Draghi sarà eventualmente disponibile per la carica di primo ministro di un governo presumibilmente tecnico solo nel 2019 e il M5S potrebbe finire per aiutarlo, ma sostenere un esecutivo tecnocratico sarebbe la fine del movimento di protesta. L’altra faccia della medaglia è che una volta che Draghi non sarà più a capo della BCE, e non si potranno mantenere bassi i tassi di interesse a vantaggio dell’Italia, le argomentazioni a favore di un’Italia che rimanga nell’area dell’euro si esauriranno.
lunedì 12 marzo 2018
Dazi Usa: Trump non risparmia Ue, rilancia con le auto
Fonte: WSI 12 marzo 2018, di Mariangela Tessa
Mentre è partito il conto alla rovescia sull’entrata in vigore, il prossimo 23 marzo, deli nuovi dazi decisi dal presidente Usa, Donald Trump, su e l’allumino, i fari di esperti e politici sono concentratati sulle conseguenze che le nuove tariffe avranno sull‘Unione Europea. Il timore è che queste tensioni portino a una guerra commerciale dalle conseguenze globali. Molti paesi potrebbero rispondere alla decisione degli Stati Uniti innescando una reazione a catena che rischia di compromettere la ripresa economica, soprattutto di quelle economie dipendenti dall’export.
Lo stesso Trump, durante il fine settimana non si è lasciata sfuggire l’occasione per ribadire su Twitter le condizioni per evitare una guerra commerciale:
A questo proposito, sabato scorso, il segretario al Tesoro Usa, Steve Mnuchin, ha lasciato intendere in un’intervista alla rete televisiva Cnbc che una delle “misure alternative” potrebbe essere un aumento del contributo finanziario dei paesi destinatari dei dazi al bilancio della Nato
Mentre è partito il conto alla rovescia sull’entrata in vigore, il prossimo 23 marzo, deli nuovi dazi decisi dal presidente Usa, Donald Trump, su e l’allumino, i fari di esperti e politici sono concentratati sulle conseguenze che le nuove tariffe avranno sull‘Unione Europea. Il timore è che queste tensioni portino a una guerra commerciale dalle conseguenze globali. Molti paesi potrebbero rispondere alla decisione degli Stati Uniti innescando una reazione a catena che rischia di compromettere la ripresa economica, soprattutto di quelle economie dipendenti dall’export.
Lo stesso Trump, durante il fine settimana non si è lasciata sfuggire l’occasione per ribadire su Twitter le condizioni per evitare una guerra commerciale:
“L’Unione Europea, fatta da paesi meravigliosi che nel commercio trattano gli Stati Uniti molto male, ora si lamenta delle tariffe su acciaio e alluminio. Se loro abolissero le loro orribili tariffe sui prodotti che gli Stati Uniti esportano là, noi faremmo lo stesso togliendo le nostre. C’è un grosso deficit. Altrimenti tassiamo le automobili. GIUSTO”.Intanto, lo scorso il 9 marzo, dopo l’incontro con Robert Lighthizer, rappresentante per il Commercio estero degli Stati Uniti, Cecilia Malmström, commissaria al Commercio dell’Unione Europea, ha scritto che
“non è stata fatta immediata chiarezza sulle procedure statunitensi previste per l’esenzione” dai dazi e che un nuovo incontro è previsto questa settimana a Parigi. Riferendosi agli Stati Uniti, Malmström ha aggiunto: “Siamo amici, siamo alleati. Contiamo di essere esclusi” dai dazi”.A Bruxelles c’è preoccupazione e anche un po’ di irritazione per la sortita inattesa del presidente Usa Donald Trump di imporre un dazio del 25% sull’acciaio e del 10% sull’alluminio importato dall’estero, fatta eccezione per alcuni paesi come Messico e Canada. Trump ha lasciato la porta aperta all’esenzione dai dazi anche per l’Australia, offrendo agli altri paesi esportatori la possibilità di discutere “misure alternative” per limitare le minacce alla sicurezza nazionale che, secondo gli Usa, derivano dalle loro importazioni.
A questo proposito, sabato scorso, il segretario al Tesoro Usa, Steve Mnuchin, ha lasciato intendere in un’intervista alla rete televisiva Cnbc che una delle “misure alternative” potrebbe essere un aumento del contributo finanziario dei paesi destinatari dei dazi al bilancio della Nato
venerdì 9 marzo 2018
Italia "cavia" per un nuovo esperimento dell'Ue
Fonte: IlSussidiario.net 09 marzo 2018 Mauro Bottarelli
Non
so se siete dei fumatori. Io sì, mio malgrado e soprattutto in questo
momento che dovrebbe vedermi ancora più attento alla salute. Capirete
quindi il mio stupore, misto voglia di imbracciare il mitra, quando
ieri al bar ho scoperto che da un giorno con l'altro il mio abituale
pacchetto di sigarette è aumentato di 20 centesimi. Di botto: da 4,70 a
4,90 nottetempo, senza avvertire. Come fece Amato con i conti correnti
per garantirci quel paradiso terrestre chiamato Europa. Ora, le
sigarette non sono indispensabili, anzi fanno male, ma aumentare di 20
centesimi il pacchetto solo per tasse, ovvero introito statale, è
delinquenziale e al tempo stesso sintomatico dello stato in cui siamo:
si parlava, negando un giorno e ammettendo l'altro, di questa mossa da
grandi strateghi della finanza pubblica già dall'autunno in fase
preparatoria del Def, ma quando hanno dato il via al salasso per
tabagisti: quattro giorni dopo il voto.
Ovviamente,
è una coincidenza fortuita, non una manovra alla Achille Lauro,
ancorché al contrario. Bravo Padoan, un fenomeno: già vedo una luminosa
carriera di docente in università prestigiose come Oxford o Harvard o
Yale, pubblicazioni e convegni a go-go e, dulcis in fundo, il premio
tanto agognato quanto meritato, un bel Nobel dell'economia che ormai
non si nega a nessuno, persino a chi studia l'inutilità fatta materia
come la cosiddetta economia comportamentale. Poi si lamentano che non
li votano nemmeno più le loro famiglie e che Lega e M5S prendono
preferenze con i badili e i secchi: fanno quasi pena, non fossero
responsabili di furti legalizzati come quello perpetrato nelle
tabaccherie per cercare di tamponare i conti in vista della manovra
correttiva di primavera.
Già,
perché puntuale come morte e tasse, mercoledì l'Europa ha detto "stop"
alla luna di miele elettorale con Roma e cha ricominciato a
richiamarci ufficialmente all'ordine per i nostri conti pubblici e i
loro squilibri, i quali sarebbero ormai tali da mettere a rischio la
stabilità dell'intera eurozona. La cosa non stupisce, ve lo avevo detto
ben prima del voto: Bruxelles aveva chiamato una tregua nella speranza
di favorire un Gentiloni-bis (se Renzi non fosse l'egocentrico che è,
l'attuale delirio politico si sarebbe potuto evitare senza problemi) o,
quantomeno, un buon risultato del Pd che garantisse continuità con le
politiche fin qui adottate. Niente da fare. Nonostante il record
mondiale di chiusura vertenze sindacali vissuto proprio a ridosso delle
urne (in questo caso, a differenza delle sigarette, si è stranamente
operato prima che aprissero i seggi), il Pd ha dimostrato un fiato corto
tale da trasformare un prigioniero sottoposto a waterboarding a Guantanamo in un provetto sommozzatore ad assetto variabile. Schiaffi a destra e a manca, come è giusto che sia stato.
Ora, però siamo al redde rationem:
tocca trovare, in tempi brevi, un minimo di 3,5 miliardi di euro e
fino a un massimo di 5 per soddisfare le richieste dell'Ue. E chi sarà
chiamato a operare in tal senso? L'Europa ha già reso noto di avere
fiducia totale nel presidente Mattarella, di fatto facendo capire che il
processo politico post-elettorale, così come la volontà espressa dai
cittadini con il voto, non contano nulla: l'unica ratio è quella delle
alchimie di Palazzo, in questo caso quirinalizie, visto che solo queste
ultime possono evitare la sciagura in toto di leghisti o grillini a
gestire l'economia. Per carità, non che chi l'ha fatto finora abbia
brillato ma anche soltanto a livello di percezione, flat tax al minimo
assoluto e reddito di cittadinanza non sono voci curriculari di cui
andare fieri. Soprattutto in ambito Ue.
E
a conferma di questo asse invisibile Quirinale-Commissione Ue, ecco
che gli eurocrati hanno sfoderato l'ennesimo atto di magnanimità in
fatto di tempistica: i conti della manovrina andranno presentati un
mese dopo il previsto, ovvero c'è margine fino a maggio. Insomma, hanno
fatto due conti su quanto potrebbero durare consultazioni e giochi di
potere attorno al Quirinale. Ripeto, nulla che stupisca, se non la
certezza - che oggi abbiamo, suffragata dai numeri - di leghisti e
pentastellati in pole position per gestire le casse dello Stato e i
suoi traballanti conti. E se lo stesso presidente Mattarella, proprio
ieri, ha aperto le danza ricordando a tutti gli attori in campo che
questo è il tempo della responsabilità e della priorità da accordare al
bene del Paese, nel pomeriggio è stato il turno del salvatore d'Europa
numero uno, ovvero Mario Draghi, prendere la parola al termine del
board della Bce a Francoforte.
E
cos'ha detto? Una cosa nuova e importante, nel mare di già sentito
rispetto ai tassi di interesse che resteranno bassi anche oltre la fine
del programma di acquisto il prossimo settembre: è stato eliminato dal
comunicato del board ogni riferimento a eventuali prolungamenti o
aumenti del controvalore di acquisti di bond, se questo si rendesse
necessario. Ovviamente, la vulgata ufficiale vede questa mossa come
figlia dei continui miglioramenti della situazione, la quale non
necessiterebbe di sforzi ulteriori nemmeno a causa di rischio al
ribasso da shock esterni (vedi i dazi di Trump, ad esempio), ma non è
così. La fine del Qe sta davvero avvicinandosi? Occorre cambiare
narrativa o siamo all'interno di un gioco delle parti per i mercati,
più che per i governi? O entrambe le cose? Al netto della retorica
ufficiale, cosa Mario Draghi non ha ancora potuto dirci? Cosa non si può ancora ammettere?
Ce
lo mostra questo primo grafico, il quale ci dice come il prossimo anno
sarà il primo da quattro a questa parte in cui i mercati europei
dovranno cavarsela da soli, ovvero senza la mano onnipresente e gli
acquisti di prima e ultima istanza della Bce a comprimere
artificialmente gli spread e a garantire bassi interessi e
finanziamenti a costo zero. E cosa ci mostra il grafico? Che nel 2019
le redemptions totali di reddito fisso europeo (sovrano, ad alto rendimento e investment grade)
saliranno del 20% a un ammontare di 1,1 triliardi di euro: insomma,
gli investitori privati avranno parecchia carta da dover ingoiare tra
qualche mese.
....... il resto al link indicato sopra
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