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domenica 7 luglio 2019

Mercati, cifre positive dall’occupazione Usa. Il commento degli analisti

Fonte: W.S.I. 5 Luglio 2019, di Mariangela Tessa

Dopo la chiusura dei mercati Usa per l’Independence Day, Wall Street torna il punto di riferimento per gli investitori. Dagli Stati Uniti i fari sono puntati sul dato sull’occupazione e le retribuzioni, che potrebbe dare indicazioni significative in vista delle prossime mosse della Fed.
Le attese degli analisti di Reuters indicano, per il mese di giugno, un aumento della crescita dei posti di lavoro di 160.000 unità, dopo essere aumentati di soli 75.000 unità a maggio.
Il miglioramento atteso– dicono gli analisti – non sarà sufficiente a scoraggiare la Federal Reserve dal tagliare i tassi di interesse questo mese, alla luce delle crescenti prove che l’economia sta rallentando. Il mese scorso la Fed ha segnalato che potrebbe allentare la politica monetaria già a luglio, citando una bassa inflazione e crescenti rischi per l’economia  per via delle tensioni commerciali tra Washington e Pechino.
Mentre l’economia festeggia i 10 anni di espansione, la più lunga della storia e i suoi fondamentali rimangono sani, ci sono segnali che il momentum sta rallentando.
“Dati i segnali di un rallentamento della crescita e di pochi progressi materiali nella guerra commerciale, un rimbalzo della crescita occupazionale lascerebbe comunque la Fed in rotta per tagliare i tassi nella riunione di luglio e ci aspettiamo una riduzione di 25 punti base”, ha detto all’agenzia Reuters Sam Bullard, economista di Wells Fargo.

mercoledì 22 maggio 2019

Finanza, “il neoliberismo è al tramonto. La Cina detterà il nuovo ordine, con controlli sugli investimenti speculativi”

Fonte: Il Fatto Quotidiano di | 22 Maggio 2019
Siamo alla vigila di un nuovo ordine finanziario globale di impronta cinese, con un maggiore e più selettivo controllo sui movimenti di capitali? È la domanda finale a cui prova a rispondere il documentatissimo libro di David Lubin Dance of the trillions. L’autore è responsabile della ricerca economica sui paesi emergenti di Citi, e il saggio ripercorre la storia dei controversi effetti che la piena mobilità di capitali ha avuto sui paesi in via di sviluppo nell’ultimo mezzo secolo. Si tratta di un contributo importante e prezioso, in un’epoca di diffusi ripensamenti sulla globalizzazione e di “limbo” per quanto riguarda le politiche economiche. La stagione di adesione quasi incondizionata al dogma neo liberista implementato nella pratica da Margareth Thatcher e Ronald Reagan sembra al tramonto ma ancora stenta a prendere forma una nuova visione sostitutiva. Molto probabilmente, argomenta Lubin, arriverà da Oriente.

Le 130 pagine del libro si aprono con il racconto di quella che fu la prima grande ondata di afflusso di capitali nei mercati emergenti. Negli anni ’70 i paesi produttori di petrolio iniziarono ad accumulare immense ricchezze nelle banche occidentali. La corsa delle quotazioni del greggio aveva spinto a livelli stratosferici gli avanzi di bilancio dei paesi Opec. Nel 1974 l’Arabia Saudita raggiunse un surplus pari al 51% del suo Pil. Negli Stati Uniti però l’inflazione era alta e i tassi relativamente bassi, addirittura negativi in termini reali. Il denaro proveniente dai produttori di petrolio venne quindi investiti in larga parte in titoli di Stato dei paesi emergenti, dove i rendimenti erano maggiori e la crescita economica sostenuta. Brasile, Argentina e altri sperimentarono così la pericolosa seduzione del “plata dulce”, il denaro facile che affluivano nelle casse dei governi finanziando spese pubbliche allegre. Nel 1979 però tutto cambia. La Federal Reserve, guidata da Paul Volcker, avvia una politica di vigorosa lotta all’inflazione, i tassi Usa salgono, i rendimenti tornano positivi e i soldi “tornano a casa”, interrompendo il flusso verso i mercati emergenti provocando forti sofferenze ai bilanci pubblici locali. Fu la prima testimonianza del fortissimo influsso che la Federal Reserve aveva, e continua ad avere, sui mercati emergenti. La “tirannia della Fed”, che sovraintende al sistema dollaro, mostrerà i suoi effetti in numerose altre occasioni, a cominciare dalla crisi delle “tigri asiatiche” nella metà degli anni ’90 e nelle crisi di Brasile e Argentina agli inizi degli anni 2000.
Alla sbornia di capitali degli anni 70 segue così un decennio di crisi. In America Latina sarà ricordato come la decade perduta con il reddito pro capite che, tra il 1980 e il 1990, crolla dal 40% al 28% di quello delle economia avanzate. Tra il 1976 e il 1982, ricorda Lubin, nei 14 più grandi mercati emergenti affluirono 83 miliardi di dollari, nei 7 anni successivi fuoriuscirono 134 miliardi. Ad essere colpiti sono anche paesi europei come Polonia prima e Romania poi. Nel 1989 Nicolae Ceausescu dichiarava che il paese era riuscito finalmente a ripagare il suo debito estero di 10 miliardi di dollari, “grazie al lavoro del nostro popolo”, eufemismo per descrivere feroci privazioni inflitte alla popolazione, senza riscaldamento e a corto di beni di prima necessità. L’ipotesi alternativa di una ristrutturazione del debito era stata respinta dalle banche creditrici. Grecia 2009, vent’anni prima.
L’Unione Sovietica collassa, il muro di Berlino crolla, per il denaro non esistono più confini. Il genio della globalizzazione è ormai uscito dalla lampada. Prima il flusso di capitali era principalmente da governi a governi attraverso l’hub delle banche. Ora a muoversi sono soprattutto soldi privati. Ancora di più, ancora più affamati di rendimenti, ancora più veloci. Denaro bollente. E si scotteranno in tanti: Messico, Thailandia, Russia, Turchia, Brasile, Corea, Indonesia, Filippine, Indonesia per citare solo le crisi più gravi. Colpiti direttamente e nei loro sistemi bancari. Dopo la crisi del 1997 l’Indonesia spenderà una cifra pari al 57% del suo pil per salvare le proprie banche. La Thailandia il 44% del Pil, la Corea il 32%. Nel 2001 la Turchia staccherà un assegno per le sue banche pari al 32% del suo Pil.
I paesi coinvolti iniziano a imparare la lezione: le loro economie non sono adeguatamente equipaggiate per far fronte alla volatilità dei flussi di capitali internazionali. Devono imparare a proteggersi, a “wrapping up warmly”, coprirsi bene per stare al caldo anche nel mezzo delle tempeste finanziarie. Il punto di maggiore vulnerabilità sono bilanci pubblici traballanti e riserve di valuta insufficienti. In queste condizioni la combinazione tra tassi di cambio fissi, o in qualche modo ancorati al dollaro, e la totale mobilità di capitale si dimostra tossica. Studi dettagliati non rivelano nessuna particolare relazione positiva tra integrazione nei mercati finanziari internazionale e tassi di crescita dell’economia. Si corre ai ripari, le riserve in valuta estera dei paesi in via di sviluppo, esclusa la Cina, passano dai 325 miliardi di dollari del 1997 ai 2mila 500 miliardi del 2017, un valore pari al 350% del loro debito estero a breve scadenza. Nel 2002 il rapporto debito/pil di questi paesi era in media del 62%. Nel 2008 era sceso al 34%.
Si inizia comincia a distinguere tra diversi investimenti esteri e a filtrarli. Quelli “buoni” sono gli investimenti diretti esteri (per esempio una multinazionale che costruisce una filiale), più stabili e che portano con se tecnologie. Quelli cattivi sono gli investimenti di natura più speculativa, gli “hot money” che vanno e vengono in un batter di ciglio. Paesi come il Cile alzano barriere per filtrare i capitali in entrata, altri come la Malaysia per contenere quelli in uscita. Qui David Lubin ricorda anche l’equivoco che si è creato nel corso degli anni sul cosiddetto “Washington Consensus”. L’idea originaria era quella dell’eliminazione delle barriere per gli investimenti diretti, ma non per tutti i tipi di flussi di capitale. Sotto la pressione di banche e istituzioni finanziarie nel corso degli anni si è invece sviluppata una versione impura di questa dottrina, orientata ad una liberalizzazione totale.
Arriviamo quindi ai giorni nostri e al ruolo crescente di Pechino. Tra il 2002 e il 2011 le materie prime iniziano uno dei periodi di crescita dei prezzi più lungo della storia. Il 43% di questa produzione è assorbito dalla Cina, la cui crescita tumultuosa trascina con se molti paesi emergenti produttori di commodities rinsaldando i legami con gli Stati coinvolti. A titolo di esempio l’export del Cile verso la Cina valeva l’1% del Pil nel 2001 e l’8% nel 2011. La Cina ha sempre applicato la versione pura del “Washington Consensus”: nessuna o poche barriere per gli investimenti esteri, controlli rigidi sugli altri movimenti di capitale. Tra il 1993 e il 2005 sono affluiti nel paese investimenti stranieri pari in media al 3% del Pil cinese. Nel 2005 il 58% dell’export cinese era riconducibile a imprese a proprietà straniera. Dal 1981 ad oggi non c’è mai stato un solo anno in cui il debito in valuta estera del paese abbia superato il valore delle riserve in valuta straniera. Una garanzia di solidità. La Cina ha potuto permettersi di scegliere grazie alla disponibilità di risparmi privati domestici, contando quindi sulle proprie risorse per fornire carburante alla crescita economica. Non tutti i paesi emergenti possono fare lo stesso.
È chiaro che il “Beijing Consensus” prevede una gerarchia tra diversi tipi di capitali. Alcuni possono entrare, alcuni solo a determinate condizioni, altri no. L’altro gigante emergente, l’India, sembra sostanzialmente condividere questa impostazione. Man mano che i due paesi aumentano la loro influenza, il sistema finanziario globale prenderà la forma che essi prediligono. Esattamente come è stato per gli Usa nell’ultimo mezzo secolo. Controllare i capitali è difficile ma non impossibile. Nuove regole internazionali, una struttura simile al WTO ma destinata a regolamentare e vigilare capitali e non merci, non sono più ipotesi fantascenifiche. Il libro si chiude ricordando le parole di Keynes, pronunciate alla Camera dei Lord nel 1944 sugli accordi di Bretton Woods: “Non semplicemente per una fase di transizione, ma in modo permanente, gli accordi attribuiscono ad ogni paese membro il diritto esplicito di controllare qualsiasi movimento di capitali. Quello che prima era eresia, ora è ortodossia”. Quello che era un’eresia nel sistema finanziario disegnato dagli Stati Uniti, conclude Lubin, si appresta a diventare l’ortodossia del nuovo ordine finanziario cinese.
@maurodelcorno
di | 22 Maggio 2019

martedì 18 dicembre 2018

“Correzione epica a Wall Street, sarà peggio del 1929″

Fonte: W.S.I. 17 dicembre 2018, di Mariangela Tessa

Si susseguono gli allarmi sul futuro del mercato azionario. Dopo che la Bri ha detto ieri che nuovi shock non sono esclusi nei prossimi mesi, anche Ron Paul, politico statunitense, esponente della corrente libertaria del Partito Repubblicano, ha avvertito che le correzioni di quest’anno potrebbero essere solo un assaggio di un crollo epico del mercato, che potrebbe verificarsi prima delle attese degli investitori.
Secondo il politico americano, Wall Street sta diventando più vulnerabile e nei prossimi 12 mesi non si vede nulla di buono. I segnali sono già arrivati: la scorsa settimana la Borsa americana è infatti ufficialmente entrata in fase di correzione per la prima volta da due anni.
“Una volta che questa volatilità dimostrerà di non essere solo una  pausa nel mercato rialzista, allora  gli investitori correranno verso l’uscita”, ha detto Paul intervistato alla CNBC, aggiungendo che quello che può succedere a Wall Street nei prossimi mesi “potrebbe essere peggiore del 1929″.
Durante quell’anno, il mercato azionario ha segnato una correzione di quasi il 90% mentre l’economia americana andava a picco.
Paul, che cita la guerra commerciale USA-Cina in corso come un fattore di rischio in crescita, ha spiegato che il suo scenario base è di un calo del 50% rispetto ai livelli attuali.
“Non sono ottimista sulla soluzione della guerra dei dazi. Penso che il problema si potrarrá anche nel futuro“
Oltre alla guerra dei dazi, Paul cita tra le ragioni alla base delle sue previsioni la fine delle politiche monetarie espansive intraprese dopo la crisi finanziaria del 2008.
“L’allentamento quantitativo della Federal Reserve ha causato la “bolla più grande nella storia dell’umanità” ha sottolineato l’ex membro del Congresso.
Paul crede inoltre che i legislatori di Washington non abbiano la capacità di risolvere in modo efficace il problema del debito, che quest’anno salirà fino alla cifra record di 1,09 trilioni di dollari.

martedì 6 novembre 2018

Mario Draghi difende l’indipendenza della Bce. Ma è davvero così?

Fonte: Il Fatto Quotidiano  Zonaeuro | 3 novembre 2018 

“L’indipendenza di una banca centrale è essenziale”, ha affermato recentemente il presidente della Bce, Mario Draghi. “Se le banche centrali fossero meno indipendenti, e il pubblico percepisse che la politica monetaria può essere condizionata in una direzione o nell’altra, ciò alla fine destabilizzerebbe le aspettative d’inflazione e minaccerebbe la stabilità dei prezzi, proprio come negli anni 70″.
Draghi si riferisce indirettamente agli attacchi che il presidente statunitense Donald Trump ha sferrato contro la Fed, la banca centrale americana, per avere deciso di alzare il tasso di interesse, cioè di aumentare il prezzo del dollaro (manovra questa che ha provocato un brusco calo della borsa di Wall Street). Tuttavia, al di là della legittima (e scontata) difesa d’ufficio dell’indipendenza della sua istituzione, Draghi sbaglia. E non solo perché l’inflazione ormai da molti anni non è più il pericolo principale dell’economia. La minaccia che grava sull’eurozona è infatti quella ben più grave della deflazione, cioè del ristagno dell’economia e della conseguente disoccupazione.
Il cuore del problema è però un altro: la Bce indipendente ha il monopolio della moneta, ma la crea solo a favore delle banche e non degli Stati. Le banche d’affari nazionali e internazionali e gli altri operatori finanziari – fondi di investimento, fondi speculativi, fondi pensione, assicurazioni, fondi sovrani, ecc – diventano così i “padroni della moneta” e gli Stati – che pure con le loro tasse sono i garanti ultimi del valore della moneta e sono formalmente “sovrani” – sono costretti a diventare servi dei mercati per ottenere i soldi necessari per finanziare scuole, ospedali, ricerca, sicurezza, giustizia, pensioni, ponti e strade, ecc. Senza una banca centrale prestatrice di ultima istanza, gli Stati sono in balia dei mercati finanziari. I mercati però non sono enti di beneficenza: prestano soldi dietro lauti interessi svuotando le casse dello Stato. Non a caso, da quando c’è stato il divorzio tra il Tesoro e Bankitalia, tra il 1980 ed il 2014, l’Italia ha pagato ai creditori interessi per 3.450 miliardi di euro (parametrati al 2014), una somma di proporzioni enormi (vedi Scenari economici). E questo non è comunque bastato perché il debito è continuato ad aumentare.
Torniamo al presente: attualmente il governo giallo-verde di Giuseppe Conte avrebbe in teoria tutti i mezzi per realizzare il suo programma. Infatti il bilancio della pubblica amministrazione registra un avanzo primario (entrate meno uscite al netto degli interessi) consistente, pari al 2% circa del Pil, cioè a circa 20-30 miliardi: ovvero i cittadini pagano in tasse 20-30 miliardi in più di quanto ricevono, cioè di quanto lo Stato spende in scuole, ospedali, pensioni, sicurezza, servizi pubblici, ecc. Da 26 anni – con l’eccezione di due soli anni – l’Italia registra un surplus di bilancio primario: questo però non è bastato per pagare tutti gli interessi sul debito. Quindi lo Stato italiano ogni anno è costretto a fare altro deficit – circa 30 miliardi all’anno – non per ripagare il suo debito ma solamente per pagare agli investitori finanziari gli interessi sul debito pregresso. Così il debito pubblico continua ad aumentare. E’ una spirale perversa alimentata dai crescenti tassi di interesse (i più alti in Europa dopo quelli della Grecia) applicati all’Italia dai giganti della finanza. Lo Stato italiano è in deficit solo perché deve pagare gli interessi crescenti ai creditori senza essere coperto da una banca centrale pronta a monetizzare il suo debito – ovvero a stampare denaro a favore dello Stato come fa per le banche.
La Bce, nata a Maastricht sul modello della Bundesbank tedesca, è poi, rispetto alle altre banche centrali, quella più restrittiva. La Bce negli ultimi anni ha salvato le banche dell’eurozona finanziandole per migliaia di miliardi di euro ma – a differenza per esempio della Fed, della Bank of England, della Bank of Japan – non può coprire i debiti degli Stati, neanche quando i debiti pubblici sono necessari per rilanciare l’economia e l’occupazione e uscire dalla crisi. La Bce “indipendente” non può soccorrere neppure temporaneamente gli Stati indebitati ma solvibili (come l’Italia) anche se sono colpiti dalla speculazione, ed è anche l’unica banca centrale al mondo che non può farlo.
Da questo punto di vista sono pienamente giustificate le richieste di Paolo Savona, il ministro per i rapporti con l’Unione Europea, per il quale la Bce dovrebbe potere intervenire in caso di attacco speculativo (come fanno tutte le altre banche centrali).
Dal momento che gli Stati dell’eurozona non hanno lo scudo della Bce, essi costituiscono una facile e ricca preda per la speculazione. Da qui la crescente divaricazione tra Stati creditori e Stati debitori, e la possibile rottura dell’eurozona. Dal mio punto di vista, una moneta non sostenuta dalla Banca Centrale di emissione è infatti strutturalmente fragile, pronta a sciogliersi al primo accenno di crisi monetaria.
Il problema è che le banche centrali sono (apparentemente) indipendenti dai governi ma sono invece troppo dipendenti dalle banche che dovrebbero regolamentare. Tuttavia quando le banche precipitano nella crisi per le loro speculazioni finanziarie, sono gli stati a salvarle con i soldi dei contribuenti. I debiti delle banche diventano debito dello Stato. L’indipendenza della banca centrale diventa allora formale. Inoltre troppo spesso le banche centrali fanno politica. Basti ricordare il contenuto della lettera inviata dalla Bce al governo italiano nel 2011 e firmata dall’ex presidente Trichet e da Mario Draghi: la Bce imponeva di modificare la Costituzione per raggiungere il pareggio di bilancio, di liberalizzare il mercato del lavoro e di privatizzare tutto ciò che era possibile privatizzare. La Bce ha dettato ai governi le nefaste politiche liberiste che hanno devastato e impoverito il nostro paese.
In conclusione: la moneta è un bene comune troppo importante per essere lasciato esclusivamente nelle mani dei banchieri. Il Parlamento dovrebbe avere la possibilità di decidere le linee guida delle politiche monetarie e creditizie. La Banca Centrale dovrebbe godere di autonomia operativa ma non di indipendenza assoluta. Lo Stato democratico dovrebbe ritornare ad avere almeno in parte una sua potestà monetaria; nel quadro dell’Eurozona, l’unica maniera possibile è di emettere dei titoli fiscali quasi-moneta che funzionino da moneta complementare all’euro.
Zonaeuro | 3 novembre 2018

giovedì 11 ottobre 2018

Cina emette bond in dollari: prove tecniche di “opzione nucleare”

Fonte: W.S.I. 11 ottobre 2018, di Alberto Battaglia

La Cina è pronta lanciare una nuova sfida agli Stati Uniti. Nel bel mezzo dell’escalation protezionistica fra le due economie Pechino è pronta a emettere bond a 10 e 30 anni per 3 miliardi di dollari. E lo farà proprio in valuta statunitense.
La mossa segue, un anno dopo, la più grande vendita di titoli di stato americani da parte della Cina, che secondo alcuni scenari potrebbe ala dismissione del proprio portafoglio multimiliardario di T-bond per cercare di influenzare i rendimenti e i costi di finanziamento del debito pubblico americano – la cosiddetta “opzione nucleare”.

L’emissione di obbligazioni in dollari contribuirebbe a esercitare una certa pressione sui rendimenti, oltre che dimostrare la forza con la quale Pechino può attirare moneta americana nella sua economia. “La guerra commerciale in corso, il picco dei rendimenti dei Treasuries statunitensi, unita alla volatilità dei mercati emergenti e all’offerta di obbligazioni in dollari anticipate fino alla fine dell’anno stanno facendo sì che gli investitori prendano una visione più cauta ” e che chiedano un premio maggiore per la vendita, ha affermato a Bloomberg l’executive director presso JPMorgan Chase di Hong Kong, Anne Zhang.
Il recente rialzo dei rendimenti dei buoni del tesoro Usa sembra confermare questo scenario. Ovviamente 3 miliardi di dollari sono una somma insignificante se paragonata ai 600 miliardi circa di valore delle attività e degli scambi commerciali tra Usa e Cina. Ma la Cina con l’iniziativa sta mandando un segnale forte ai mercati e all’America, ossia che volendo è in grado di incrementare i tassi di interesse Usa emettendo Bond in dollari o svendendo i Treasuries in suo possesso.
“C’è un elemento di geopolitica in gioco se si guarda al momento dell’emissione di titoli in dollari emessi dalla Cina”, ha detto Paul Lukaszewski, responsabile del debito societario asiatico presso l’Aberdeen Standard Investments a Singapore, “la Cina vuole dimostrare a tutti gli osservatori che ha un facile accesso ai finanziamenti in dollari a costi molto bassi“.
Questo non avrà certo la portata dell’ “opzione nucleare” vera e propria, ossia la dismissione aggressiva di T-bond. Anche se c’è chi mette in dubbio che alla Cina possa avere i risultati sperati mettendola in pratica:
“Le vendite di buoni del tesoro in un certo senso sono facili da contrastare, dato che la Fed ha gioco molto facile nell’acquistare e vendere titoli del Tesoro per conto proprio”, ha scritto Brad W. Setser, ricercatore per l’economia internazionale presso il Council on Foreign Relations, “ho spesso detto che gli Stati Uniti detengono in fin dei conti le carte migliori: la Fed è l’unico attore al mondo che può acquistare [Treasuries] più di quanto la Cina possa mai vendere”.

venerdì 28 settembre 2018

Krugman contro Bernanke: due visioni a confronto sulla crisi del 2008

Fonte: W.S.I. 24 settembre 2018, di Alberto Battaglia

A dieci anni dal fallimento della Lehman Brothers, divenuto emblema della Grande Recessione, il dibattito fra gli economisti ha ripreso fiato nel tentativo di spiegare, una volta di più, perché un simile evento si sia verificato. E, soprattutto, perché i suoi effetti sono stati così persistenti.

Su quest’ultimo punto si sono confrontati a distanza il premio Nobel per l’economia Paul Krugman e l’ex presidente della Federal Reserve, Ben Bernanke, all’epoca dei fatti all’apice della politica monetaria americana.

In sintesi, Krugman attribuisce alla persistenza della crisi del 2008 un insufficiente stimolo della politica fiscale, ovvero dell’aumento della spesa pubblica, che non avrebbe sostenuto adeguatamente la ripresa. Dal canto suo Bernanke, pur non negando l’importanza dell’intervento dello stato, sostiene che la scarsa resilienza delle banche di fronte al crollo dei prezzi immobiliari ha comportato un aggravamento determinate delle condizioni del credito tale da spingere famiglie e imprese a tirare la cinghia – e ha rallentare a lungo l’economia.
Così Krugman:
“Cosa avremmo dovuto fare per raggiungere una ripresa più veloce? La spesa privata era depressa; la politica monetaria era inefficace perché eravamo al limite inferiore dei tassi di interesse. Quindi avevamo bisogno di espansione fiscale, una combinazione di spesa e tagli alle tasse”, scrive Krugman sul New York Times, imputando le responsabilità anche ai Repubblicani che allora ostacolarono politiche espansive più audaci. “Il risultato finale fu che la politica si mosse rapidamente e in modo abbastanza efficace per salvare le banche, e poi voltò le spalle alla disoccupazione di massa. E’ una storia triste e odiosa. E ci sono tutte le ragioni per credere che se avremo un’altra crisi, accadrà di nuovo”, conclude l’economista.
L’argomento di Krugman, in precedenza è stato condiviso da un altro premio Nobel, Joseph Stiglitz, che in questi giorni ha commentato la crisi del 2008 mettendo l’accento su questioni analoghe e dibattendo a distanza con un altro peso massimo fra gli economisti americani, Larry Summers.
L’argomento di Bernanke, frutto di un nuovo paper, mette al centro i limiti del sistema finanziario.
“Perché la Grande Recessione è stata così profonda? Certamente, il crollo della bolla immobiliare è stato il principale evento scatenante; i prezzi delle case in calo hanno depresso la ricchezza e la spesa dei consumatori e hanno portato a forti riduzioni dell’edilizia residenziale. Tuttavia l’aspetto più dannoso della bolla è stato il fatto che alla fine ha provocato un panico finanziario generalizzato”, scrive Bernanke sul sito della Brookings Institution, un panico che sarebbe stato più contenuto “se il sistema finanziario fosse stato abbastanza forte da assorbire il crollo della bolla immobiliare”.
L’ex numero uno della Fed entra nel dettaglio spiegando che “nel mezzo del panico, qualsiasi azienda che si affida al credito per finanziare le sue operazioni o che potrebbe aver bisogno di credito nel prossimo futuro dovrà affrontare forti incentivi verso il risparmio di denaro e aumentare le riserve precauzionali. Per molte aziende, il modo più rapido per tagliare i costi è licenziare i lavoratori, piuttosto che accaparrarsi manodopera e accrescere le scorte di fronte al rallentamento della domanda, come normalmente farebbero. (…) I lavoratori, a loro volta, essendo stati licenziati o sapendo che potevano esserlo, e in condizioni di mancanza di accesso al credito, hanno parimenti avuto tutti gli incentivi nella riduzione della spesa e verso l’accumulo di riserve di liquidità”.
Dal 2008 a oggi gli interventi di rafforzamento del sistema bancario sono stati sicuramente al centro dell’attenzione dei policy maker – anche se è difficile dire se ciò sia stato fatto a sufficienza.

martedì 29 aprile 2014

La storia che, volutamente, non conosciamo

Si dice e si scrive di tutto ormai (l'ultimo articolo ve lo propongo io dal Fatto Quotidiano di Quattrogatti.info) ma nessuno ha messo il dito sulla piaga vera di questa, come la chiama Stiglitz, Grande Recesione: lo scegliere scientemente di spingere sull'acceleratore della finanza, sentita come il vero motore della ripresa (se rendo il denaro più facile ci sono più soldi in giro e quindi - ma ciò accade solo nelle proiezioni di un mercato perfetto quindi teorico - cresce la percezione di avere più soldi), quando sarebbe da spingere sulla domanda, aggregata e non, dei cittadini: lo ha fatto la FED e lo ha fatto anche la BCE, quindi è acclarato. Tutto parte dalla premessa di "cosa intendiamo sia il compito di una banca centrale e quello del governo e quale dei due debba avere la preminenza". Perchè la "piaga" è esattamente questa: non si scommette sulla crescita come motore dell'occupazione ma come motore dello status quo... ossia una crescita che non crea nuovo lavoro ma non fa altro che spingere nei settori a meno intensità di lavoro specializzato lavoratori specializzati dequalificandoli espellendo, definitivamente, dal mercato del lavoro: per rientrarvi devono accettare condizioni di lavoro degradanti e qui entra in gioco il governo perchè è esattamente questo che vien fatto... si cancellano diritti in nome della crescita e della necessità di dare lavoro a chi l'ha perso e ai giovani: insomma la speranza, di questo si tratta, del governo e che "creando la fiducia dei mercati" essi possano investire, tutto qui ma facendo finta di non sapere che i mercati non sono lì per fare beneficenza ma per fare profitto a spese dei molti, cioè di noi tutti.... c'è un solo soggetto che può fare quanto ci si aspetta, lo Stato. E' l'unica entità in grado di farlo e per farlo non è nemmeno una eccessiva tassazione, come invece fatto per ripagare le banche uniche e vere responsabili della crisi, perchè se si resce a far pagare tutti la base contributiva s'allarga e quindi tutti si paga meno: ma con 10 mln di evasori che corrispondono a 10 e più milioni di voti, quale politico italiano se la sente di metterlo in pratica? Nessuno.. quindi eccoci al problema: pochi pagano per i molti senz'avere in cambio nulla: salari fermi, sennò cresce l'inflazione; prezzi che crescono, anche se di poco perchè sennò l'inflazione s'infiamma, senz'alcun controllo; Stato indebitato che non può fa raltro che tagliare anche l'esseziale; ma qui, guarda caso, avviene un miracolo... più si taglia più cresce il debito: non potrebbe essere altrimenti perchè anche se ridotto all'osso uno Stato deve pur funzionare (anche qui c'è il risvolto della medaglia perchè proprio in italia lo Stato è volutamente inefficiente per un coacervo di interessi strettamente intrecciati fra loro e che fanno da tappo per volontà anche politica) per dare il minimo di servizi... foss'anche interni, difesa, economia. Non ci può essere che l'esplodere della criticità sociale: fabbriche che chiudono; lavoro che si perde; ragazzi che non trovano lavoro...... cui si aggiunge una burocrazia da unione sovietica e una politica corrotta ma soprattutto autoreferenziale che non sono altro che benzina sul fuoco: come ci si può, poi, meravigliare che M5S possa emergere? Davvero credevano che anche le formiche nel loro piccolo s'inkazzano?

lunedì 17 febbraio 2014

Ci si chiede "perchè" lo spread scende? O è meglio non saperlo?

Il punto è esattamente questo: come mai lo spread sta letteralmente crollando in questo periodo?
Facciamo tre ipotesi, così tanto per giocare:
Ipotesi n°1 alias buonista: Possibile che la finanza internazionale, la consorteria che si nasconde dietro i "mitici" fondi pensione americani e non, abbia rinunciato a fare profitti a spese nostre; o meglio: hanno capito che questo paese ha potenzialità enormi e corrono qui a investire billion of Dollars?
Ipotesi n°2 alias neutra: aspettano gli eventi; sanno che sponsor ci sono e quindi al momento si vogliono dare una calmata e, mentre fanno i conti degli interessi che stanno perdendo nel fare i bravi, sperare che le promesse vengano mantenute e i soldi che ora son fermi possano ricominciar a girare senza .. troppi rischi naturalmente, per loro.
Ipotesi n°3 "cattiva": la parola d'ordine è... state boni, se potete. Questo qui, il nostro uomo a roma, si farà garante dei nostri futuri guadagni con le riforme che dovrebbe fare (vendita del patrimonio pubblico, privatizzazioni, liberalizzazioni, esternalizzazione dei servizi dello Stato, quelli rimasti, ecc. ecc.) a breve; con un sistema elettorale che garantisca gli "antichi equilibri" ma permetta ai nuovi arrivati, famelici come i loro predecessori, di fare profitto, speculare; domanda: perchè si son fermati? Perchè, evidentemente, s'aspettano che il loro uomo a roma faccia qualcosa; qualunque cosa tanto loro non ci perderanno mai dato che se fallisce loro fanno presto a vendere qualche miliardo in CDS e in pochi secondi ci rientrano dei soldi se va bene ci sono grandi praterie su cui speculare e quando saranno devastate..... i cocci saranno dei cittadini e quindi, loro, comunque non ci perderanno.
Chi dovesse conoscere un pò di storia economica, sa che queste tre ipotesi sono tutte realistiche perchè si son già verificate... nel periodo che va dal 1918 al 1939 (di cui la Grande Depressione del 1929 fu solo l'apice) con la sequenza inversa e se qualcuno allora ha fatto un bagno perdendoci fu solo perchè da un lato c'era, oggi purtroppo non c'è più, il pericolo rosso.. dall'altro c'erano enormi sacche di povertà che rischiavano di fare da bracere al suindicato pericolo facendo saltare il coperchio........ oggi ci sono ancora le seconde, anzi forse son cresciute proporzionalmetne al crescere della ricchezza dei signori CEO delle grandi agenzie finanziarie e delle cosiddette istituzioni finanziarie internazionali) ma non essendoci il primo si butta qua e là, dicesi ascensore sociale, qualche briciola e ci si gode lo scannarsi dei poveracci.
Chi sa perchè accadde quella crisi? Iniziò tutto con le Save and Loan (le casse di risparmio) che erano vere casseforti di denaro ma erano fuori dal sistema FED..... come faccio a metterci le mani sopra senza passare per un criminale? Semplice, faccio girare una voce nella borsa che sostiene che una di queste, la più grande, non ha liquidità ma nel frattempo esco dal mercato in modo che non possano incolparmi di fare insider trading....il gioco è fatto: in meno di 5 giorni oltre alla file fuori dalla suindicate save & loan per ritirare i risparmi di una vita arriva il guardiano la FED che prepara un piano di salvataggio delle stesse e le sottopone al sistema di controllo FED (è appena il caso di ricordare che la FED è solo in parte - come oggi la BCE e la Banca d'Italia anche - pubblica...... è quel solo in parte che è il problema perchè il governo usa quando vuole soldi li paga anzi li ripaga con capitale + interessi, che vanno ridati e con una certa fretta per giunta; poi se elego ex collusi e finanzieri o petrolieri a Capo delo Stato... il giochino è sicuro e blindato per i finanzieri; i nomi sono i soliti e fanno parte delle solite organizzazioni si proprio quelle di cui parlano i complottisti..... che forse se si sa la storia tanto complottisti non soo e quelli tanto banchieri non sono ma ladri si): da quel momento in poi le Save & Loan persero la funzione principale e tutte passarono sotto il controllo .... dei "privati" che trovarono un enorme fonte di finanziamento; il dado però era tratto e quindi scoppiò il bubbone. Stessa cosa è accaduta in questa crisi che non è iniziata nel 2007 ma nel 2000 con l'esplosione delle bolle.. esplosione indotta naturalmente: ma qui bastano i vari film-doc a spiegarlo bene e quindi me ne astengo; dico solo che, a differenza del periodo 1918-1939, oggi l'intero sistema economico mondiale è preda di fondi sovrani di paesi non democratici e di un centinaio di persone che comunque vada si staccano assegni milionari e diventano sempre più ricchi..... senza badare minimamente al fatto che ogni loro speculazione significa lo svenarsi degli Stati, che altrimenti crollerebbero visto quanto sono inquinati da politici collusi e/o corrotti, e l'impoverimento di centinaia di milioni di persone ovunque sul pianeta: anche nei paesi ricchi del ricco occidente.
Ora; avendo davanti uno scenario anzi tre scenari di quel genere che hanno la caratteristica di avere un precedente storico di rilievo come quello detto, come mai ci siamo ricascati? Siamo così poco intelligenti o c'è altro sotto? Aveva ragione K. Polanyi in uno scritto del 1939, si proprio 1939, definiva il sistema capitalistico dei mercati autoregolantisi, liberismo, tarato e destinato al fallimento e al declino catastrofico dopo una serie di eventi critici? Si, e ce lo spiega proprio lui; ve lo cito a memoria: i mercati "non sono naturali nella storia umana ma un artificio" ... creato da alcuni per fare profitto a spese della generalità; essi fondamentalmente sono tre ossia capitale, lavoro e terra, il secondo e il terzo sono innaturali perchè rigardano due cose non quantificabili finanziariamente e pericolosamente instabili perchè sono parte di quella parte dell'economia che non è passiva ma attiva, ossia nasce, cresce, vive... muore e hanno alcune necessità che non possono essere compresse nè ridotte oltre un certo limite, dice nulla tutto ciò? Il succo è questo, leggetelo e se ci sono imprecisioni fatevi sotto.... è praticamente impossibile sperare, sostiene, che la mano invisibile di questi due mercati possa trovare taumaturgico equilibrio fra una variabile e un altra e quindi mette in guardia dal pensare solo in via teorica a una sorta di offerta e domanda di persone e risorse naturali perchè è autolesionistico, distruttivo e lla fine contrari agli stessi interessi degli operatori di questi mercati perchè sono costretti a ogni rivolta, a ogni aumento di salari a cmbiare mercato, nazione, ecc..... e mi fermo qui.
Eppure oggi è esattamente il contrario che accade..... e questo pensatore liberale aveva visto giusto sia nel delineare il quadro generale sia nel mettere davanti allo specchio i sacerdoti del liberismo.. allora come ora perchè andavano incontro a un disastro ancora peggiore del passato: nemo profeta in patria .. e non solo.

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