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mercoledì 22 maggio 2019

Finanza, “il neoliberismo è al tramonto. La Cina detterà il nuovo ordine, con controlli sugli investimenti speculativi”

Fonte: Il Fatto Quotidiano di | 22 Maggio 2019
Siamo alla vigila di un nuovo ordine finanziario globale di impronta cinese, con un maggiore e più selettivo controllo sui movimenti di capitali? È la domanda finale a cui prova a rispondere il documentatissimo libro di David Lubin Dance of the trillions. L’autore è responsabile della ricerca economica sui paesi emergenti di Citi, e il saggio ripercorre la storia dei controversi effetti che la piena mobilità di capitali ha avuto sui paesi in via di sviluppo nell’ultimo mezzo secolo. Si tratta di un contributo importante e prezioso, in un’epoca di diffusi ripensamenti sulla globalizzazione e di “limbo” per quanto riguarda le politiche economiche. La stagione di adesione quasi incondizionata al dogma neo liberista implementato nella pratica da Margareth Thatcher e Ronald Reagan sembra al tramonto ma ancora stenta a prendere forma una nuova visione sostitutiva. Molto probabilmente, argomenta Lubin, arriverà da Oriente.

Le 130 pagine del libro si aprono con il racconto di quella che fu la prima grande ondata di afflusso di capitali nei mercati emergenti. Negli anni ’70 i paesi produttori di petrolio iniziarono ad accumulare immense ricchezze nelle banche occidentali. La corsa delle quotazioni del greggio aveva spinto a livelli stratosferici gli avanzi di bilancio dei paesi Opec. Nel 1974 l’Arabia Saudita raggiunse un surplus pari al 51% del suo Pil. Negli Stati Uniti però l’inflazione era alta e i tassi relativamente bassi, addirittura negativi in termini reali. Il denaro proveniente dai produttori di petrolio venne quindi investiti in larga parte in titoli di Stato dei paesi emergenti, dove i rendimenti erano maggiori e la crescita economica sostenuta. Brasile, Argentina e altri sperimentarono così la pericolosa seduzione del “plata dulce”, il denaro facile che affluivano nelle casse dei governi finanziando spese pubbliche allegre. Nel 1979 però tutto cambia. La Federal Reserve, guidata da Paul Volcker, avvia una politica di vigorosa lotta all’inflazione, i tassi Usa salgono, i rendimenti tornano positivi e i soldi “tornano a casa”, interrompendo il flusso verso i mercati emergenti provocando forti sofferenze ai bilanci pubblici locali. Fu la prima testimonianza del fortissimo influsso che la Federal Reserve aveva, e continua ad avere, sui mercati emergenti. La “tirannia della Fed”, che sovraintende al sistema dollaro, mostrerà i suoi effetti in numerose altre occasioni, a cominciare dalla crisi delle “tigri asiatiche” nella metà degli anni ’90 e nelle crisi di Brasile e Argentina agli inizi degli anni 2000.
Alla sbornia di capitali degli anni 70 segue così un decennio di crisi. In America Latina sarà ricordato come la decade perduta con il reddito pro capite che, tra il 1980 e il 1990, crolla dal 40% al 28% di quello delle economia avanzate. Tra il 1976 e il 1982, ricorda Lubin, nei 14 più grandi mercati emergenti affluirono 83 miliardi di dollari, nei 7 anni successivi fuoriuscirono 134 miliardi. Ad essere colpiti sono anche paesi europei come Polonia prima e Romania poi. Nel 1989 Nicolae Ceausescu dichiarava che il paese era riuscito finalmente a ripagare il suo debito estero di 10 miliardi di dollari, “grazie al lavoro del nostro popolo”, eufemismo per descrivere feroci privazioni inflitte alla popolazione, senza riscaldamento e a corto di beni di prima necessità. L’ipotesi alternativa di una ristrutturazione del debito era stata respinta dalle banche creditrici. Grecia 2009, vent’anni prima.
L’Unione Sovietica collassa, il muro di Berlino crolla, per il denaro non esistono più confini. Il genio della globalizzazione è ormai uscito dalla lampada. Prima il flusso di capitali era principalmente da governi a governi attraverso l’hub delle banche. Ora a muoversi sono soprattutto soldi privati. Ancora di più, ancora più affamati di rendimenti, ancora più veloci. Denaro bollente. E si scotteranno in tanti: Messico, Thailandia, Russia, Turchia, Brasile, Corea, Indonesia, Filippine, Indonesia per citare solo le crisi più gravi. Colpiti direttamente e nei loro sistemi bancari. Dopo la crisi del 1997 l’Indonesia spenderà una cifra pari al 57% del suo pil per salvare le proprie banche. La Thailandia il 44% del Pil, la Corea il 32%. Nel 2001 la Turchia staccherà un assegno per le sue banche pari al 32% del suo Pil.
I paesi coinvolti iniziano a imparare la lezione: le loro economie non sono adeguatamente equipaggiate per far fronte alla volatilità dei flussi di capitali internazionali. Devono imparare a proteggersi, a “wrapping up warmly”, coprirsi bene per stare al caldo anche nel mezzo delle tempeste finanziarie. Il punto di maggiore vulnerabilità sono bilanci pubblici traballanti e riserve di valuta insufficienti. In queste condizioni la combinazione tra tassi di cambio fissi, o in qualche modo ancorati al dollaro, e la totale mobilità di capitale si dimostra tossica. Studi dettagliati non rivelano nessuna particolare relazione positiva tra integrazione nei mercati finanziari internazionale e tassi di crescita dell’economia. Si corre ai ripari, le riserve in valuta estera dei paesi in via di sviluppo, esclusa la Cina, passano dai 325 miliardi di dollari del 1997 ai 2mila 500 miliardi del 2017, un valore pari al 350% del loro debito estero a breve scadenza. Nel 2002 il rapporto debito/pil di questi paesi era in media del 62%. Nel 2008 era sceso al 34%.
Si inizia comincia a distinguere tra diversi investimenti esteri e a filtrarli. Quelli “buoni” sono gli investimenti diretti esteri (per esempio una multinazionale che costruisce una filiale), più stabili e che portano con se tecnologie. Quelli cattivi sono gli investimenti di natura più speculativa, gli “hot money” che vanno e vengono in un batter di ciglio. Paesi come il Cile alzano barriere per filtrare i capitali in entrata, altri come la Malaysia per contenere quelli in uscita. Qui David Lubin ricorda anche l’equivoco che si è creato nel corso degli anni sul cosiddetto “Washington Consensus”. L’idea originaria era quella dell’eliminazione delle barriere per gli investimenti diretti, ma non per tutti i tipi di flussi di capitale. Sotto la pressione di banche e istituzioni finanziarie nel corso degli anni si è invece sviluppata una versione impura di questa dottrina, orientata ad una liberalizzazione totale.
Arriviamo quindi ai giorni nostri e al ruolo crescente di Pechino. Tra il 2002 e il 2011 le materie prime iniziano uno dei periodi di crescita dei prezzi più lungo della storia. Il 43% di questa produzione è assorbito dalla Cina, la cui crescita tumultuosa trascina con se molti paesi emergenti produttori di commodities rinsaldando i legami con gli Stati coinvolti. A titolo di esempio l’export del Cile verso la Cina valeva l’1% del Pil nel 2001 e l’8% nel 2011. La Cina ha sempre applicato la versione pura del “Washington Consensus”: nessuna o poche barriere per gli investimenti esteri, controlli rigidi sugli altri movimenti di capitale. Tra il 1993 e il 2005 sono affluiti nel paese investimenti stranieri pari in media al 3% del Pil cinese. Nel 2005 il 58% dell’export cinese era riconducibile a imprese a proprietà straniera. Dal 1981 ad oggi non c’è mai stato un solo anno in cui il debito in valuta estera del paese abbia superato il valore delle riserve in valuta straniera. Una garanzia di solidità. La Cina ha potuto permettersi di scegliere grazie alla disponibilità di risparmi privati domestici, contando quindi sulle proprie risorse per fornire carburante alla crescita economica. Non tutti i paesi emergenti possono fare lo stesso.
È chiaro che il “Beijing Consensus” prevede una gerarchia tra diversi tipi di capitali. Alcuni possono entrare, alcuni solo a determinate condizioni, altri no. L’altro gigante emergente, l’India, sembra sostanzialmente condividere questa impostazione. Man mano che i due paesi aumentano la loro influenza, il sistema finanziario globale prenderà la forma che essi prediligono. Esattamente come è stato per gli Usa nell’ultimo mezzo secolo. Controllare i capitali è difficile ma non impossibile. Nuove regole internazionali, una struttura simile al WTO ma destinata a regolamentare e vigilare capitali e non merci, non sono più ipotesi fantascenifiche. Il libro si chiude ricordando le parole di Keynes, pronunciate alla Camera dei Lord nel 1944 sugli accordi di Bretton Woods: “Non semplicemente per una fase di transizione, ma in modo permanente, gli accordi attribuiscono ad ogni paese membro il diritto esplicito di controllare qualsiasi movimento di capitali. Quello che prima era eresia, ora è ortodossia”. Quello che era un’eresia nel sistema finanziario disegnato dagli Stati Uniti, conclude Lubin, si appresta a diventare l’ortodossia del nuovo ordine finanziario cinese.
@maurodelcorno
di | 22 Maggio 2019

giovedì 23 agosto 2018

Il piano Savona: mega investimenti per raddoppiare Pil

Fonte: W.S.I. 20 agosto 2018, di Redazione Wall Street Italia

Dopo il piano Marshall, il piano Savona. Il Ministro per gli Affari europei, economista anti euro con un passato da banchiere e grande believer nel mondo FinTech e nella blockchain, starebbe per proporre all’UE un maxi piano di investimenti per raddoppiare la crescita del PIL italiano e innalzare così gli obiettivi del 2019 al 2%.
Il progetto del professor Savona, rende noto Il Sole 24 Ore, sarebbe concentrato su massicci investimenti pubblici ma anche privati, che interesserebbero in particolare le controllate statali come Enel, Eni Terna e Leonardo.
Queste aziende, secondo le stime di Paolo Savona, oggetto della crisi istituzionale apertasi a fine maggio, potrebbero arrivare a investire sino a 34 miliardi di euro. Questa importante campagna di investimenti consentirebbe all’Italia di raggiungere nel 2019 una crescita del PIL del 2%, a beneficio delle entrate statali e dei conti pubblici.
L’economista, collocato presso un ministero “orizzontale” dopo il placet sulla sua nomina alla guida dell’Economia, intenderebbe portare questa proposta alla Commissione europea in autunno, nell’ambito delle trattative per la nuova legge di Bilancio.
E non solo Savona ha proposte “economiche” da fare per un autunno che si preannuncia caldo, sia sotto il profilo politico che dal punti di vista finanziario (Borsa, Spread, rating ecc). Il sottosegretario alla presidenza del Consiglio, Giancarlo Giorgetti, in seguito ai fatti di Genova, ha già annunciato un vasto piano di investimenti per le infrastrutture, non solo per la messa in sicurezza delle autostrade, ma anche delle scuole ecc.

lunedì 5 settembre 2016

Lavoro, crescita, deficit, 80 euro, fondi alla sanità, mutui e investimenti: quello che le 30 slide di Renzi non dicono

02/09/2016 di triskel182
Il premier ha scelto accuratamente i numeri da usare per raccontare agli italiani, in occasione dei suoi primi 30 mesi a Palazzo Chigi, “come stavamo prima dell’arrivo del nostro governo” e “come stiamo adesso”. Nessun cenno all’aumento del debito pubblico, al fatto che l’occupazione sale solo per gli over 50 e alla restituzione del bonus. Quanto al pil, l’andamento negativo del 2013 viene confrontato con un “+1%” che è il dato – non paragonabile – relativo al primo trimestre 2016 rispetto allo stesso mese del 2015.
“Trenta slide per trenta mesi”. Il premier Matteo Renzi non cambia verso: la settimana dopo il terremoto del Centro Italia, e nel giorno in cui dall’Istat è arrivata la notizia che gli occupatihanno ricominciato a calare, per rivendicare i risultati ottenuti dal governo in due anni e mezzo di lavoro non ha rinunciato alle usuali diapositive con numeri in caratteri cubitali. Improntati come sempre all’ottimismo e alla lotta ai gufi “seminatori di odioe di bugie”. Secondo il premier quei numeri raccontano “come stavamo prima dell’arrivo del nostro governo” e “come stiamo adesso”.
Numeri, “non chiacchiere“, chiosa il presidente del Consiglio nella sua enews, perché “le cifre non mentono“. Ma per comprimere trenta mesi in trenta slide sono state scelte accuratamente, cosa che non può non influenzare il quadro che ne risulta. Basti dire che il debito pubblico non compare da nessuna parte. Non solo: i numeri da soli – senza contesto, riferimenti temporali e spiegazioni – difficilmente danno informazioni sufficienti per “conoscere la verità” “in modo semplice e chiaro”. Soprattutto se si ricorre a quelli che Mario Seminerio sul suo blog Phastidio definisce “mezzucci da perfetto venditore di fumo come il cherry picking (la scelta dei numeri migliori, ndr) sui dati realizzato cambiando l’orizzonte temporale di riferimento”. Proprio per fare chiarezza Ilfattoquotidiano.it ha contestualizzato i principali dati economici che Renzi ha deciso di evidenziare. Aggiungendo i numeri su cui l’inquilino di Palazzo Chigi ha sorvolato.
Nell’ultimo anno su solo gli occupati over 50. E gli sgravi ci costeranno tra i 14 e i 22 miliardi
“Numero occupati: ieri 22,180 milioni, oggi 22,765 milioni“, recita la prima slide. Si tratta dei dati Istat sull’andamento complessivo dell’occupazione dipendente e indipendente. Ne seguono altre che rivendicano il calo della disoccupazionecomplessiva dal 13,1 all’11,4% e di quella giovanile 43,6 al 39,2%. Il confronto tra i numeri del febbraio 2014 e quelli del luglio 2016 è incontestabile, anche se nel frattempo l’istituto di statistica ha rivisto le serie storiche per cui ora i senza lavoro, nel mese in cui Renzi entrò a Palazzo Chigi, sono dati a quota 12,8% in assoluto e 43,1% tra i giovani. Ma soprattutto, i dati scelti dal governo sorvolano su aspetti cruciali.
Punto primo: un anno (il 2015) di sgravi contributivi del 100%sulle nuove assunzioni a tempo indeterminato ha indubbiamente spinto i contratti stabili. Che nel complesso sono saliti dai 14,44 milioni del febbraio 2014 ai 14,85 di luglio 2016. Ma a quale prezzo per le casse dello Stato? A regime, stando ai calcoli della ricercatrice Marta Fana, dottoranda in Economia aSciencesPo Paris, il costo oscillerà tra i 14 e i 22 miliardi di euro a seconda di quanto dureranno i nuovi contratti (occorre ricordare che il Jobs Act ha cancellato le tutele dell’articolo 18). Nel frattempo, il traino degli incentivi sta già venendo meno.
Punto secondo: mentre la disoccupazione giovanile resta a livelli drammatici (39,2% tra i ragazzi che un lavoro lo cercano, ma quasi 600mila sono totalmente inattivi e altri 700mila “hanno interrotto l’azione di ricerca attiva”), l’occupazione sta aumentando solo tra gli over 50. Basta guardare i numeri, come auspica Renzi: a febbraio 2014 erano al lavoro 6,926 milioni di persone con più di 50 anni di età, a luglio 2016 sono 7,815 milioni. Negli stessi 30 mesi gli under 49 al lavoro sono calati da 15,253 a 14,941 milioni. I 25-34enni al lavoro sono ora solo 4 milioni contro i 4,12 del febbraio 2014, i 35-49enni 9,9 milioni contro 10,2. Solo nell’ultimo anno (luglio 2015-luglio 2016) l’occupazione over 50 è salita di 402mila unità mentre quella dei più giovani è scesa di 134mila. Insomma: l’effetto della riforma Fornero si fa sentire sul mercato del lavoro più di Jobs Act e sgravi.
Il divario tra uomini e donne e quello tra Italia e il resto della Ue
Punto terzo: il divario tra uomini e donne resta incolmabile. Il tasso di occupazione maschile è passato, negli ultimi 30 mesi, dal 64,4 al 66,9, mentre quello di disoccupazione calava dal 12,2 al 10,6. Le donne al lavoro, invece, sono solo il 47,8%, pur in lieve salita rispetto al 46,7% del febbraio 2014. E il tasso di disoccupazione femminile resta al 12,6%, contro il 13,7% del 2014. E si concentra tra le donne anche il recente aumento degli inattivi, cioè i disoccupati che hanno perso la speranza di trovare un lavoro per cui hanno smesso di cercarlo: a luglio il numero ha ricominciato a crescere dopo quattro mesi di calo proprio per effetto della crescita delle inattive, salite a 8,83 milioni dagli 8,78 di giugno.
Punto quarto, cruciale per valutare i risultati ottenuti dal governo: nonostante incentivi e Jobs Act, il divario tra l’Italia e il resto della Ue per quanto riguarda la disoccupazione si è addirittura allargato. Il tasso medio dei 28 Paesi è all’8,6% , quello dell’Eurozona al 10,1 per cento.
Infine la cassa integrazione: Renzi rivendica come risultato del governo il fatto che il numero di ore autorizzate sia passato dai1.115 milioni del 2013 ai 677 milioni del 2015. Ma non spiega che il crollo della cassa ordinaria nell’ultima parte dell’anno è dipeso dal blocco delle autorizzazioni causato dall’entrata in vigore del decreto attuativo del Jobs Act che ha riformato gli ammortizzatorisociali prevedendo tra l’altro che i beneficiari non possano riceverli per più di 24 mesi in un quinquennio mobile. Quanto alla riduzione della cassa in deroga, che dall’anno prossimo scomparirà per essere sostituita dalla Naspi, il motivo del calo va cercato nel fatto che le risorse sono state sbloccate a singhiozzo. In più, il fatto che l’analisi si fermi al dicembre 2015 oscura il fatto che quest’anno si è registrato un nuovo aumento della cassa straordinaria, quella che viene concessa per le crisi aziendali più complesse: le ore concesse sono salite del 9,66% rispetto allo stesso periodo del 2015.
Il pil dell’intero 2013 confrontato con la crescita del primo trimestre 2016 rispetto all’anno prima. Ma senza spiegarlo
Qui sulla chiarezza dei numeri ci sarebbe da discutere. Le slide renziane mettono infatti a confronto il calo dell’1,9% del pil nel 2013 con un misterioso “+1%”. Non è facile capire da dove esca quel dato visto che l’unico indizio è “dati Istat” e l’ultimo dato ufficiale diffuso dall’istituto sul pil è il +0% registrato nel secondo trimestre. L’unico +1% – volendo escludere che il governo abbia scelto di anticipare nelle slide la revisione delle sue stime di crescita per l’intero 2016 – si ritrova nelle rilevazioni sul pil del primo trimestre. Che rispetto all’ultimo del 2015 – il confronto più rilevante – è salito a dire il vero dello 0,3%. Ma ha invece registrato, appunto, un +1% rispetto ai primi tre mesi del 2015. E fu quello il dato rivendicato su Twitter da diversi esponenti del governo, che ora si ritrova sulla slide. Un numero superato, considerato che venerdì 2 settembre l’Istat diffonderà il dato definitivo sul secondo trimestre che dallo “0” si discosterà al massimo di un decimale. La crescita acquisita finora è dello 0,6% contro la previsione di un +1,2% inserita nel Documento di economa e finanza, che verrà rivisto a fine mese prendendo atto del rallentamento dei consumi interni e dell’export e della frenata dell’industria. Non è un caso se gli indici di fiducia di consumatori e imprese sono in calo: il primo in agosto è sceso ai minimi da un anno. Nonostante questo, una delle slide di Renzi festeggia il confronto positivo tra il valore attuale dell’indice (definito “fiducia dei cittadini”) e quello registrato durante il governo Letta (109,2 contro 94,5)......
Il resto dell'articolo lo trovate su Il Fatto Quotidiano
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Vi suggerisco dis eguire il link perchè quest'articolo è un vero e proprio atto d'accusa contro le furberie del Governo: con una mano da e con l'altro si prende non solo il 'dato' ma anche gli interessi e gli interessi sugli interessi.....

lunedì 4 luglio 2016

Previsioni, promesse e memoria corta

Oggi parliamo di previsioni, promesse e memoria corta.
Il centro studi di confindustria ci fa sapere che se non passa la riforma costituzionale al referendum di ottobre il PIL crollerà del -1,9%, gli occupati caleranno di 258mila unità.
E’ la stessa confindustria che nel 2011, in piena crisi (la guerra dello spread) sulsuo giornale titolava “fate presto” e invitava gli italiani a prenderci Monti per fare le riforme (tipo quelle della lettera della BCE).
Poi, anche con Monti, il PIL è crollato del 4,4% tra il 2011 e il 2013.
Ecco, Monti, l’uomo del loden e dell’agenda panacea di tutti i mali.
Sotto il suo governo fu messo in Costituzione il “pareggio di bilancio” e approvate le norme del fiscal compact, mettendo allo stesso livello dei principi come istruzione e cure sanitarie i bilanci e i vincoli imposti dall’Europa.
Ma votati quasi all’unanimità da parte del Parlamento.
In seguito forse Monti si è pentito della scelta e ha scaricato la colpa su Draghi:“Il fiscal compact non è stata una buona idea, anche se necessaria. Allora, Mario Draghi doveva accreditarsi agli occhi dei tedeschi”.
Nell’intervista ad Omnibus continuava: “se l’Italia fosse stata la sola a dire no, , sui mercati sarebbe stata una catastrofe”.
Poi abbiamo visto come le cose non sono andate benissimo.
Memoria corta quella del politico italiano: come quelli che nel 2011 quasi ringraziavano la lettera della BCE scritta da Trinchet e Draghi, come l’allora sindaco Renzi 
“Mi ritrovo nella lettera della Bce. E non condivido l’atteggiamento prevalente del Pd che invoca l’Europa quando conviene e ne prende le distanze se propone riforme scomode.”
Lo stesso Renzi che nel 2015 dice che “la politica economica la decidiamo noi non qualche eurobucrocrate”.
In realtà le politiche continuano a basarsi su quella lettera, a cominciare dalla riforma del lavoro e con la contrazione dei salari, per rendere l’Italia attrattiva (e povera).
Non basta attaccare l’Europa e ricordare alla Germania che anche lei ha sforato i vincoli di bilancio quando ne aveva bisogno per farsi bello agli italiani: il bail in è stato approvato in Europa anche da noi italiani. Avranno letto quello che votavano?
Infine, l’ultima previsione dogmatica: il TAV in  Val di Susa.
Dopo anni in cui a prevalere era il dogma dell’opera utile e da fare perché lo diciamo noi, ora siamo passati al TAV in versione light.
Opera comunque inutile poiché l’attuale linea per le merci è sfruttata per un sesto e perché le previsioni (forse più reali) del traffico merci parlano di un flusso con la Francia in calo.
Quei miliardi si possono spendere in modo più proficuo per il paese.
C’era un tale che sosteneva che senza TAV l’Italia sarebbe stata tagliata fuori dall’Europa, era L’ex sindaco di Torino.
Per non parlare delle promesse in termini di occupazione e PIL (le stesse già sentite per Expo, per le olimpiadi ..).
Tutte cifre gonfiate.
Ora siamo al TAV in versione light. E ci aspettiamo che qualcuno chiesa scusa agli italiani.
Che, purtroppo, anche loro hanno una memoria un po’ corta.
Da unoenessuno.blogspot.it
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... e continuano pure a votarli...

domenica 12 aprile 2015

Crisi, come è cambiato l’homo economicus

Fonte: Il Fatto Quotidiano del 12/4/2015 a firma di
La rivoluzione tecnologica creata dall’avvento della rete, la nascita insomma del business.com, venne definita negli Stati Uniti New Economy. Forse sarebbe stato meglio usare un termine diverso, ad esempio “il nuovo settore dell’economia”, perché in fondo la New Economy faceva sempre parte dell’Old Economy, quella tradizionale, governata dai fondamentali d’economia, tra cui il tasso d’interesse.
E’ più corretto parlare oggi di New Economy dal momento che si stanno verificando fenomeni nuovi, che influenzano il comportamento razionale dell’homo economicus e quindi il funzionamento dell’economia e della finanza. Tra questi il più importante è la comparsa per la prima volta nella storia finanziaria del tasso d’interesse negativo per le obbligazioni del debito pubblico. Cosa significa? Che l’investitore paga per detenerle nel tempo. Cerchiamo di capire prima di tutto perché un tasso d’interesse negativo è un fenomeno nuovo.
Esistono due definizioni di tasso d’interesse che si riferiscono al valore del denaro nel tempo, la prima è quella del tasso di mercato il cui valore viene deciso dall’incontro della domanda e dell’offerta. E questo è chiaro: più alta è la domanda per le obbligazioni di stato di un paese minore sarà il tasso al quale quest’ultimo deve indebitarsi. E’ quanto abbiamo visto con i Bund, i titoli di stato tedeschi subito dopo lo scoppio della crisi del debito sovrano europeo, molti investitori hanno venduto le obbligazioni dei paesi della periferia di Eurolandia per acquistare quelle della Germania. Grazie all’aumento della domanda è sceso il tasso d’interesse sui Bund e la Germania ha potuto rifinanziare il proprio debito pubblico a tassi sempre più bassi. Quando la domanda supera costantemente l’offerta è tecnicamente possibile che il tasso d’interesse diventi negativo.
La seconda definizione si riferisce al tasso d’interesse naturale, e cioè il valore più elevato attribuito al bene presente rispetto a questo stesso nel futuro. Il comportamento razionale dell’homo economicus è dunque preferire la soddisfazione presente di un bisogno a quella futura. L’altra faccia di questo concetto è il valore della rinuncia, sono disposto a cedere un dollaro oggi solo se tra un anno mi verrà restituito un valore maggiore. La differenza è il prezzo della mia rinuncia o il tasso d’interesse naturale.
Negli ultimi giorni gli economisti hanno dibattuto il significato delle obbligazioni di stato negative. La prima emissione è quella della Svizzera: 377,9 milioni di franchi con maturità nel 2025 e 2049. Il tasso d’interesse sul decennale è stato 0,055 per cento, quindi negativo. Le opinioni sono divise in due campi: c’è chi sostiene che anche il tasso d’interesse naturale può diventare negativo e chi invece sostiene che questo comportamento sarebbe anormale e produrrebbe cambiamenti disastrosi nel comportamento economico ed anche nell’economia di mercato.
Difficile prendere posizione su questa disputa però è possibile illustrare il perché il debito nel tempo deve generare ricchezza e quindi necessita un interesse positivo.
“Immaginate due villaggi separati da un grande fiume, che non hanno le risorse necessarie per costruire un ponte, un collegamento essenziale che faciliterebbe gli scambi e produrrebbe ricchezza per entrambi. I sindaci si accordano e chiedono un prestito per costruirlo, così facendo attingono dalla ricchezza futura che quel ponte produrrà per i due villaggi. Naturalmente chi si indebita non sono i sindaci ma tutti gli abitanti, che usano i guadagni futuri per realizzare l’opera che li renderà possibili nel tempo. Il debito è dunque un’astrazione creata dall’uomo che consente di utilizzare denaro futuro al fine di realizzare oggi l’investimento produttivo che lo genererà. Una sorta di profezia che si auto-avvera. Grazie a questo finissimo artificio, che in natura non esiste, l’umanità nel corso dei secoli ha potuto sganciarsi da un orizzonte più povero e con molte meno opportunità e migliorare la propria condizione.
Il debito, dunque, non è di per sé negativo, anzi, uno dei motori del progresso è stata l’emissione di titoli di debito, o mezzi di scambio, primo tra tutti il denaro. Ovvero qualsiasi oggetto o simbolo che «sta per» un determinato valore, pur non essendo tecnicamente di valore nel senso in cui lo è, per esempio, la pepita d’oro che esce dalle viscere della terra. Si tratta di ciò che gli anglosassoni definiscono fiat money, una ricchezza astratta che si concretizzerà nel tempo. Questa costruzione filosofica, nata dall’ingegno dell’uomo, è una delle più grandi invenzioni dell’era moderna.” (da Democrazia Vendesi)
E’ evidente che se l’individuo accetta di sottoscrivere un debito con lo stato ad un tasso d’interesse negativo non si aspetta una crescita economica ma una contrazione. La scelta è dettata da due ipotesi: qualsiasi altro investimento gli farà perdere più soldi oppure i tassi nel tempo diventeranno ancora più negativi, e quindi si aspetta una deflazione ancora più seria di quella attuale, e quindi il valore delle obbligazioni acquistate oggi sarà maggiore di quelle future.
In entrambi i casi le aspettative dell’homo economicus sono negative ed il suo comportamento non è più dettato dal desiderio di massimizzare il guadagno ma dalla riduzione della perdita. Ciò significa che l’esempio del ponte di cui sopra non esiste più, il debito contratto non crea ricchezza ma va a coprire perdite presenti e future. Uno scenario incomprensibile ma, ahimé, tristemente reale.
p.s.
poco o nulla da aggiungere e commentare da parte mia: ha ragione da vendere .....

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