Fonte: Il Fatto Quotidiano Economia & Lobby - 21 Giugno 2020 Loretta Napoleoni
Impossibile capire bene cosa stia succedendo all’economia mondiale in relazione alla crisi del Covid
e alle politiche messe in atto per arginare il contagio. Altrettanto
difficile è estrarre la verità scientifica dalla pandemia, le teorie
sono tante – alcune decisamente imbevute di dietrologia – ma i fatti scarseggiano.
Che succede? Ma soprattutto cosa succederà? Una bussola economica che nei momenti di grande crisi raramente sbaglia è il prezzo dell’oro. E allora proviamo ad affidarci a questa per capire dove ci troviamo e dove stiamo andando.
Per
renderci conto del valore politico del metallo giallo facciamo un
piccolo passo indietro nella storia e torniamo agli anni ‘70. Dopo la
tragica dichiarazione di Richard Nixon, che poneva fine
alla convertibilità del dollaro in oro, si pensò che l’oro fosse
destinato solo all’industria dei gioielli, ma non fu così. Quando subito
dopo lo shock petrolifero della metà degli anni 70
l’inflazione iniziò a galoppare, per difendersi dall’erosione del valore
delle monete cartacee gli investitori comprarono oro, confermando che
non c’è bene rifugio più popolare del metallo giallo. E questo è vero
anche oggi.
Dallo scoppio del Covid la corsa all’oro è
ricominciata e il prezzo ha ripreso a salire – oggi è per il 25 per
cento più alto di un anno fa. Nell’incertezza chi ha liquidità la
parcheggia in lingotti e azioni di miniere d’oro.
Questo comportamento ci dice che nei momenti di pericolo e di grande
incertezza il prezzo dell’oro sale perché sale la domanda. Anche dopo
il crollo della Lehman Brothers si verificò lo stesso
fenomeno e il prezzo dell’oro iniziò a salire vertiginosamente
arrivando nel 2011 a ben 1.900 dollari l’oncia. Poi, improvvisamente,
iniziò a scendere.
La natura politica dell’oro fa sì che sia
estremamente sensibile agli eventi politici, vedi il Covid. Ma è anche
vero che essendo un bene rifugio che appartiene ad un mercato molto
piccolo è anche molto sensibile alle opportunità economiche e finanziarie alternative.
La
discesa iniziata nel 2011 è legata all’impennata degli indici di borsa
che attrassero liquidità. Gli investitori decisero di vendere le
posizioni in oro per acquistare quelle in azioni e così
il prezzo dell’oro quasi si dimezzò: ciò significa che chi lo aveva
acquistato vicino al picco perse intorno al 40 per cento del proprio
investimento. Una perdita di questo genere nel mercato azionario succede
solo nei grandi crolli. E’ dunque importante usare l’oro con la massima cautela ed essere pronti ad abbandonarlo nel momento giusto.
E’
vero che negli ultimi trent’anni il prezzo del metallo giallo non ha
fatto che salire – da 400 dollari l’oncia nel 1990 è passato a 1.900
nel 2011 – ma è anche vero che fino al 2007 il prezzo si è mosso di soli
200 dollari. Dal crollo della Lehman al 2011 il prezzo dell’oro in
dollari è salito di ben 1200 dollari. Fu questo il grande momento di crescita.
Come
può questa breve cronistoria dell’oro aiutarci a navigare l’incertezza
del presente? La risposta è semplice: i mercati temono il ritorno
dell’inflazione, i soldi dall’elicottero in
circolazione nel sistema economico stanno già spingendo i prezzi di
alcuni beni verso l’alto. Chi sostiene che ci troviamo in una fase recessiva
sbaglia: in realtà i beni e i servizi operativi, ad esempio i prodotti
alimentari, costano di più. E’ solo questione di tempo prima che le
tendenze inflazioniste inizino a farsi sentire.
In fondo anche all’indomani della crisi finanziaria
del 2007 il timore era l’inflazione. Lo stimolo da migliaia di
miliardi di dollari immesso nel sistema e finito nelle tasche delle
banche e finanziarie produsse la cosiddetta ‘asset inflation’,
l’inflazione dei beni dalle case alle tenute ai beni durevoli come le automobili. Il lingotto offrì protezione a chi poteva acquistarlo.
Morale:
prepariamoci all’ondata inflazionista, che a differenza della seconda
ondata del Covid sicuramente ci travolgerà tutti. E se avete diverse
migliaia di dollari a disposizione comprate qualche lingotto.
si parla di progresso, di evoluzione, di civiltà ci ritroviamo invece in un nuovo medio evo dove conta chi si nasconde dietro il potere o vi si allea con esso.
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lunedì 22 giugno 2020
giovedì 23 gennaio 2020
Calo delle nascite, l’espressione ‘Vecchio Continente’ non è mai stata più vera
Fonte: Il Fatto Quotidiano Loretta Napoleoni Società - 19 Gennaio 2020
L’espressione “Vecchio Continente” non è mai stata più vera. L’Europa è infatti oggi la regione con la popolazione più vecchia al mondo. L’età media è 43 anni, 12 in più rispetto al resto del mondo. L’invecchiamento è un fenomeno inarrestabile, che va avanti da decenni – entro il 2035, circa una persona su quattro avrà 65 anni rispetto a uno su 13 nel 1950 – e, secondo gli esperti, sta per subire un’accelerazione pericolosa. Le Nazioni Unite, infatti, prevedono che dal 2021 la popolazione europea inizierà a contrarsi.
Tra le conseguenze più preoccupanti di questo trend c’è la caduta della crescita. L’economista del Fondo Monetario Philip Engler ha calcolato che entro il 2050 i cambiamenti demografici faranno contrarre il reddito pro capite in Francia, Spagna, Italia e Germania dai 4.759 ai 6.548 euro, prendendo come base i prezzi del 2010. In concomitanza, durante lo stesso periodo, la spesa sanitaria per gli anziani e per le pensioni salirà.
Proiezioni della Commissione europea prevedono che entro il 2040 entrambe queste voci rappresenteranno il 25% del Pil nell’Unione europea. In termini monetari, l’economia d’argento, come viene definita quella che ruota intorno agli anziani, entro il 2025 sarà pari a 6.400 miliardi di euro – nel 2015 era appena 3.700 miliardi di euro – e sarà responsabile di quasi il 40% dei posti di lavoro creati.
Il paese dove l’invecchiamento è più marcato è il nostro. Il trend è di lunga data: negli anni Venti, quindi un secolo fa, la media era di 2,5 bambini, mentre per donne nate subito dopo la seconda guerra mondiale la media scende a 2. Ma è negli ultimi dieci anni che il tasso di natalità è letteralmente crollato: siamo a 1,32 figli per donna, significativamente inferiore al 2,1 definito come il livello minimo di cui un Paese ha bisogno per mantenere la sua popolazione.
Secondo l’Istat, l’anno scorso l’Italia ha registrato il numero più basso di nascite da quando il paese è stato unificato nel 1861. Se non ci fossero le emigrate che procreano di più, i dati sarebbero ancora più bassi. Le donne italiane hanno infatti un tasso medio di natalità di 1,2 bambini, mentre quello delle emigrate è di 1,9, la somma produce una media nazionale di 1,32.
A seguito del crollo delle nascite, la popolazione attiva italiana si sta riducendo rapidamente. Con solo 440mila bambini nati, meno della metà del numero di italiani morti, la popolazione sta invecchiando e diminuendo costantemente. Quasi il 23% degli italiani ha ora più di 65 anni. Il problema è aggravato dall’emigrazione in aumento.
Un numero crescente di giovani emigra per sfuggire ai problemi economici del Paese: nel 2019 160mila italiani hanno lasciato il paese, il livello più alto dall’inizio degli anni Ottanta. Siamo come un paese che sta affrontando l’estinzione? In un certo senso il pericolo è proprio questo.
Secondo gli esperti e le organizzazioni internazionali come l’Onu, il problema della bassa natalità in Italia è legato al pessimo andamento dell’economia, alla mancanza di infrastrutture che aiutino la cura dei figli e all’alto debito pubblico. In altre parole, la situazione sarebbe ben diversa se l’economia italiana assomigliasse di più a quella scandinava, ben strutturata per essere di sostegno ai genitori, specialmente nei primi anni di vita dei figli. Sicuramente questo è vero per quanto riguarda l’ampiezza della contrazione delle nascite in Italia, ma non è una spiegazione sufficiente per l’invecchiamento della popolazione europea.
Alla radice della flessione delle nascite c’è anche un atteggiamento culturale nei confronti dei figli diverso da quello del passato. Questi non più visti come un investimento, e cioè braccia necessarie per lavorare la terra, come è avvenuto nel corso della storia dell’uomo.
Anche il ruolo dei genitori è cambiato. Oggi è molto sentita la responsabilità nei confronti dei figli e questo porta molti ad avere meno figli per dedicar loro più tempo ed energie.
Le statistiche, le proiezioni e i dati economici, dunque, descrivono un fenomeno preoccupante, e cioè l’invecchiamento della popolazione, ma non bastano per farcene capire le ragioni. L’invecchiamento e la contrazione della popolazione europea sono un fenomeno della modernità, con cui bisogna imparare a convivere e che bisogna imparare a gestire.
L’espressione “Vecchio Continente” non è mai stata più vera. L’Europa è infatti oggi la regione con la popolazione più vecchia al mondo. L’età media è 43 anni, 12 in più rispetto al resto del mondo. L’invecchiamento è un fenomeno inarrestabile, che va avanti da decenni – entro il 2035, circa una persona su quattro avrà 65 anni rispetto a uno su 13 nel 1950 – e, secondo gli esperti, sta per subire un’accelerazione pericolosa. Le Nazioni Unite, infatti, prevedono che dal 2021 la popolazione europea inizierà a contrarsi.
Tra le conseguenze più preoccupanti di questo trend c’è la caduta della crescita. L’economista del Fondo Monetario Philip Engler ha calcolato che entro il 2050 i cambiamenti demografici faranno contrarre il reddito pro capite in Francia, Spagna, Italia e Germania dai 4.759 ai 6.548 euro, prendendo come base i prezzi del 2010. In concomitanza, durante lo stesso periodo, la spesa sanitaria per gli anziani e per le pensioni salirà.
Proiezioni della Commissione europea prevedono che entro il 2040 entrambe queste voci rappresenteranno il 25% del Pil nell’Unione europea. In termini monetari, l’economia d’argento, come viene definita quella che ruota intorno agli anziani, entro il 2025 sarà pari a 6.400 miliardi di euro – nel 2015 era appena 3.700 miliardi di euro – e sarà responsabile di quasi il 40% dei posti di lavoro creati.
Il paese dove l’invecchiamento è più marcato è il nostro. Il trend è di lunga data: negli anni Venti, quindi un secolo fa, la media era di 2,5 bambini, mentre per donne nate subito dopo la seconda guerra mondiale la media scende a 2. Ma è negli ultimi dieci anni che il tasso di natalità è letteralmente crollato: siamo a 1,32 figli per donna, significativamente inferiore al 2,1 definito come il livello minimo di cui un Paese ha bisogno per mantenere la sua popolazione.
Secondo l’Istat, l’anno scorso l’Italia ha registrato il numero più basso di nascite da quando il paese è stato unificato nel 1861. Se non ci fossero le emigrate che procreano di più, i dati sarebbero ancora più bassi. Le donne italiane hanno infatti un tasso medio di natalità di 1,2 bambini, mentre quello delle emigrate è di 1,9, la somma produce una media nazionale di 1,32.
A seguito del crollo delle nascite, la popolazione attiva italiana si sta riducendo rapidamente. Con solo 440mila bambini nati, meno della metà del numero di italiani morti, la popolazione sta invecchiando e diminuendo costantemente. Quasi il 23% degli italiani ha ora più di 65 anni. Il problema è aggravato dall’emigrazione in aumento.
Un numero crescente di giovani emigra per sfuggire ai problemi economici del Paese: nel 2019 160mila italiani hanno lasciato il paese, il livello più alto dall’inizio degli anni Ottanta. Siamo come un paese che sta affrontando l’estinzione? In un certo senso il pericolo è proprio questo.
Secondo gli esperti e le organizzazioni internazionali come l’Onu, il problema della bassa natalità in Italia è legato al pessimo andamento dell’economia, alla mancanza di infrastrutture che aiutino la cura dei figli e all’alto debito pubblico. In altre parole, la situazione sarebbe ben diversa se l’economia italiana assomigliasse di più a quella scandinava, ben strutturata per essere di sostegno ai genitori, specialmente nei primi anni di vita dei figli. Sicuramente questo è vero per quanto riguarda l’ampiezza della contrazione delle nascite in Italia, ma non è una spiegazione sufficiente per l’invecchiamento della popolazione europea.
Alla radice della flessione delle nascite c’è anche un atteggiamento culturale nei confronti dei figli diverso da quello del passato. Questi non più visti come un investimento, e cioè braccia necessarie per lavorare la terra, come è avvenuto nel corso della storia dell’uomo.
Anche il ruolo dei genitori è cambiato. Oggi è molto sentita la responsabilità nei confronti dei figli e questo porta molti ad avere meno figli per dedicar loro più tempo ed energie.
Le statistiche, le proiezioni e i dati economici, dunque, descrivono un fenomeno preoccupante, e cioè l’invecchiamento della popolazione, ma non bastano per farcene capire le ragioni. L’invecchiamento e la contrazione della popolazione europea sono un fenomeno della modernità, con cui bisogna imparare a convivere e che bisogna imparare a gestire.
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venerdì 14 dicembre 2018
Crisi, due alternative per uscirne e garantire la crescita economica
Fonte: Il Fatto Quotidiano Economia & Lobby | 13 dicembre 2018 Economia e politica
di Stefano Di Bucchianico *
Nei modelli economici della teoria dominante non è concepibile che politiche fiscali coraggiose guidino la crescita. Bisogna guardare ai modelli post-keynesiani. Un recente dibattito tra Larry Summers e Joseph Stiglitz apparso su Project Syndicate ha riacceso i riflettori sulla teoria della stagnazione secolare (in seguito SS). Successivamente, Paul Krugman ha preso parte alla diatriba con un intervento sul suo blog sul New York Times. Come si vedrà dalla ricostruzione del dibattito, a confronto vi sono la posizione di Stiglitz, che guarda alla stagnazione come risultato di un’inadeguata politica fiscale espansiva, e quella di Summers e Krugman, i quali da un lato ritengono necessario uno stimolo fiscale in situazioni di trappola della liquidità, ma dall’altro giudicano la polemica di Stiglitz priva di contenuti realmente nuovi rispetto a quanto da loro proposto.
Il dibattito
La SS, coniata originariamente da Alvin Hansen (1939) durante gli anni 30 a seguito della Grande depressione che colpì gli Stati Uniti, è stata ripresa e riaggiornata negli ultimi anni da Larry Summers (2014, 2015). Krugman (1998) ne propose una versione embrionale già nei tardi anni 90, discutendo le possibili cause della perdurante stagnazione giapponese. In seguito ha sostenuto la pressoché totale sovrapponibilità tra la sua spiegazione e quella data da Summers. Nella più recente versione di Summers, la rilevanza della politica fiscale torna in auge: in situazioni di stagnazione persistente essa è giudicata preferibile rispetto alle misure di politica monetaria che convenzionalmente agiscono tramite un abbassamento del tasso di interesse di riferimento controllato dalla Banca centrale. Tale prescrizione di politica economica sarebbe preferibile, in quanto la politica monetaria avrebbe esaurito la propria efficacia una volta raggiunto il cosiddetto “zero lower bound” sul tasso nominale dell’interesse di politica monetaria.
Nel dibattito menzionato in apertura Stiglitz ha criticato la lettura data dai teorici della SS della non soddisfacente ripresa dell’economia Usa nel periodo post-Grande recessione del 2008, ossia che i bassi tassi di crescita testimoniati dall’economia americana sarebbero una situazione destinata a permanere. Stiglitz argomenta come la lenta ripresa sia stata dovuta a uno stimolo fiscale (rappresentato dagli 800 miliardi di dollari del piano Obama) insufficiente, non quindi a un’inerente tendenza alla stagnazione. La SS sarebbe perciò sostanzialmente una scusa per coprire la responsabilità attribuibile alle insufficienti politiche di domanda del governo.
Nelle sue parole: “L’improvviso incremento del deficit statunitense, da circa il 3% a quasi il 6% del Pil, dovuto a un mal congegnato sistema di tassazione regressivo e a un aumento della spesa bipartisan, ha spinto la crescita intorno al 4% e portato la disoccupazione al livello più basso degli ultimi 18 anni. Queste misure possono essere mal concepite, ma dimostrano che con un sufficiente stimolo fiscale il pieno impiego può essere raggiunto, anche se i tassi di interesse salgono ben al di sopra dello zero”.
Summers ha risposto a tali argomentazioni sostenendo che la teoria della stagnazione secolare non ha come idea di fondo l’inevitabilità di una persistente crisi, ma al contrario cerca di porre l’attenzione sulle politiche fiscali come soluzione principale da adottare. A suo dire, seppur lo stimolo fiscale non sia stato pienamente soddisfacente, esso era il massimo ottenibile all’epoca date le condizioni politiche. Concludendo la risposta a Stiglitz, Summers tenta una sintesi tra le due posizioni, puntualizzando però circa l’affidabilità della propria impostazione teorica: “Anche se siamo in disaccordo sui passati giudizi di stampo politico e sull’uso del termine ‘stagnazione secolare’, sono lieto che un eminente teorico come Stiglitz concordi con ciò che intendevo enfatizzare con la riproposizione di quella teoria: non possiamo contare su politiche del tasso d’interesse per assicurare il pieno impiego. Dobbiamo sforzarci di pensare a politiche fiscali e misure strutturali per supportare una sostenuta e adeguata domanda aggregata”.
Continua su economiaepolitica.it
* dottore di ricerca Università di Roma Treua
di Stefano Di Bucchianico *
Nei modelli economici della teoria dominante non è concepibile che politiche fiscali coraggiose guidino la crescita. Bisogna guardare ai modelli post-keynesiani. Un recente dibattito tra Larry Summers e Joseph Stiglitz apparso su Project Syndicate ha riacceso i riflettori sulla teoria della stagnazione secolare (in seguito SS). Successivamente, Paul Krugman ha preso parte alla diatriba con un intervento sul suo blog sul New York Times. Come si vedrà dalla ricostruzione del dibattito, a confronto vi sono la posizione di Stiglitz, che guarda alla stagnazione come risultato di un’inadeguata politica fiscale espansiva, e quella di Summers e Krugman, i quali da un lato ritengono necessario uno stimolo fiscale in situazioni di trappola della liquidità, ma dall’altro giudicano la polemica di Stiglitz priva di contenuti realmente nuovi rispetto a quanto da loro proposto.
Il dibattito
La SS, coniata originariamente da Alvin Hansen (1939) durante gli anni 30 a seguito della Grande depressione che colpì gli Stati Uniti, è stata ripresa e riaggiornata negli ultimi anni da Larry Summers (2014, 2015). Krugman (1998) ne propose una versione embrionale già nei tardi anni 90, discutendo le possibili cause della perdurante stagnazione giapponese. In seguito ha sostenuto la pressoché totale sovrapponibilità tra la sua spiegazione e quella data da Summers. Nella più recente versione di Summers, la rilevanza della politica fiscale torna in auge: in situazioni di stagnazione persistente essa è giudicata preferibile rispetto alle misure di politica monetaria che convenzionalmente agiscono tramite un abbassamento del tasso di interesse di riferimento controllato dalla Banca centrale. Tale prescrizione di politica economica sarebbe preferibile, in quanto la politica monetaria avrebbe esaurito la propria efficacia una volta raggiunto il cosiddetto “zero lower bound” sul tasso nominale dell’interesse di politica monetaria.
Nel dibattito menzionato in apertura Stiglitz ha criticato la lettura data dai teorici della SS della non soddisfacente ripresa dell’economia Usa nel periodo post-Grande recessione del 2008, ossia che i bassi tassi di crescita testimoniati dall’economia americana sarebbero una situazione destinata a permanere. Stiglitz argomenta come la lenta ripresa sia stata dovuta a uno stimolo fiscale (rappresentato dagli 800 miliardi di dollari del piano Obama) insufficiente, non quindi a un’inerente tendenza alla stagnazione. La SS sarebbe perciò sostanzialmente una scusa per coprire la responsabilità attribuibile alle insufficienti politiche di domanda del governo.
Nelle sue parole: “L’improvviso incremento del deficit statunitense, da circa il 3% a quasi il 6% del Pil, dovuto a un mal congegnato sistema di tassazione regressivo e a un aumento della spesa bipartisan, ha spinto la crescita intorno al 4% e portato la disoccupazione al livello più basso degli ultimi 18 anni. Queste misure possono essere mal concepite, ma dimostrano che con un sufficiente stimolo fiscale il pieno impiego può essere raggiunto, anche se i tassi di interesse salgono ben al di sopra dello zero”.
Summers ha risposto a tali argomentazioni sostenendo che la teoria della stagnazione secolare non ha come idea di fondo l’inevitabilità di una persistente crisi, ma al contrario cerca di porre l’attenzione sulle politiche fiscali come soluzione principale da adottare. A suo dire, seppur lo stimolo fiscale non sia stato pienamente soddisfacente, esso era il massimo ottenibile all’epoca date le condizioni politiche. Concludendo la risposta a Stiglitz, Summers tenta una sintesi tra le due posizioni, puntualizzando però circa l’affidabilità della propria impostazione teorica: “Anche se siamo in disaccordo sui passati giudizi di stampo politico e sull’uso del termine ‘stagnazione secolare’, sono lieto che un eminente teorico come Stiglitz concordi con ciò che intendevo enfatizzare con la riproposizione di quella teoria: non possiamo contare su politiche del tasso d’interesse per assicurare il pieno impiego. Dobbiamo sforzarci di pensare a politiche fiscali e misure strutturali per supportare una sostenuta e adeguata domanda aggregata”.
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* dottore di ricerca Università di Roma Treua
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lunedì 27 agosto 2018
Questo ciclo economico è alla fine. Un’altra recessione è alle porte
Fonte: Il Fatto Quotidiano Economia & Lobby | 27 agosto 2018 Roberto Marchesi
Quando si parla di borsa e mercati, parlare di “fine di un ciclo” significa innanzitutto dire che una burrasca per i risparmiatori sta arrivando. In questa occasione non si tratterà di una semplice “correzione” (riaggiustamento dei valori, nda) ma sarà certamente una fase recessiva probabilmente lunga e pesante, visto che, oltre ai fenomeni soliti (di seguito descritti), questa avrà caratteristiche globali molto più ampie e contemporanee. Sarà perciò impossibile, nello spazio breve di questo articolo, descrivere compiutamente l’intero intreccio di tutti questi fenomeni, e le responsabilità di chi li governa, ma colgo l’occasione di un chiarissimo articolo pubblicato questo mese dalla popolare rivista americana Fortune, sotto il titolo: “The end is near for the economic boom” (La fine è vicina per il boom economico), per suonare anche qui le sirene, perché quando una crisi arriva negli Usa diventa sempre globale.
Vediamo dunque quali sono questi indicatori economici che fanno scattare l’allarme.
Il primo è il Treasury yield curve (vedi grafico sotto), quello che segna la differenza tra il rendimento delle obbligazioni di medio-lungo periodo da quelle a breve scadenza. E’ un classico: quando questo indicatore arriva all’inversione, cioè quando i bond di breve periodo danno rendimento maggiore di quelli a lunga scadenza, significa che il mercato è arrivato al punto di “correzione” ovvero: l’ottimismo deve essere sostituito dalla prudenza.
il resto dell'articolo qui sul Fatto
Quando si parla di borsa e mercati, parlare di “fine di un ciclo” significa innanzitutto dire che una burrasca per i risparmiatori sta arrivando. In questa occasione non si tratterà di una semplice “correzione” (riaggiustamento dei valori, nda) ma sarà certamente una fase recessiva probabilmente lunga e pesante, visto che, oltre ai fenomeni soliti (di seguito descritti), questa avrà caratteristiche globali molto più ampie e contemporanee. Sarà perciò impossibile, nello spazio breve di questo articolo, descrivere compiutamente l’intero intreccio di tutti questi fenomeni, e le responsabilità di chi li governa, ma colgo l’occasione di un chiarissimo articolo pubblicato questo mese dalla popolare rivista americana Fortune, sotto il titolo: “The end is near for the economic boom” (La fine è vicina per il boom economico), per suonare anche qui le sirene, perché quando una crisi arriva negli Usa diventa sempre globale.
Vediamo dunque quali sono questi indicatori economici che fanno scattare l’allarme.
Il primo è il Treasury yield curve (vedi grafico sotto), quello che segna la differenza tra il rendimento delle obbligazioni di medio-lungo periodo da quelle a breve scadenza. E’ un classico: quando questo indicatore arriva all’inversione, cioè quando i bond di breve periodo danno rendimento maggiore di quelli a lunga scadenza, significa che il mercato è arrivato al punto di “correzione” ovvero: l’ottimismo deve essere sostituito dalla prudenza.
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domenica 3 settembre 2017
Dopo 10 anni di crisi finanziarie, arrivano i primi segnali di ripresa. Dobbiamo fidarci?
di Loretta Napoleoni | 3 settembre 2017 Il Fatto Quotidiano
Sono passati nove anni dal crollo della Lehman Brother, ma la crisi finanziaria iniziò un anno prima, alla fine di agosto del 2007 quando la Northern Rock chiese aiuto alla Banca d’Inghilterra per evitare la bancarotta. A dieci anni di distanza, vale la pena interrogarsi sulla fantomatica ripresa economica di cui tutti parlano.
Nessuno può negare che dall’estate del 2007 fino a quella del 2017, l’economia mondiale ha sofferto a causa di una serie di crisi finanziarie. La prima è partita dal Regno Unito, nonostante gli aiuti Northern Rock venne nazionalizzata per garantire i risparmiatori ed evitare il panico. Poi fu la volta di Bearn Stearns, negli Stati Uniti, all’inizio del 2008, un anno in cui i mercati videro crollare come birilli alcuni dei giganti della finanza.
Nel 2011 fu la volta della crisi del debito sovrano in Europa che è durata più o meno fino al 2013. Nel 2015 è crollato il mercato azionario cinese seguito da una svalutazione del renminbi a sorpresa. Durante tutti questi anni l’economia globale ha registrato un crescita lenta e farraginosa, che in alcuni paesi è stata anche negativa. Ma da qualche mese, gli indicatori economici sembrano dirci che questo lungo periodo di crisi volge al termine. Sarà vero?
Prima di rispondere analizziamo i pericoli. In primis un crollo dei prestiti subprime per l’acquisto di automobili. Negli Stati Uniti il mercato delle auto è cresciuto del 70 per cento negli ultimi sette anni, e la morosità dei prestiti è molto alta. Il rapporto debito/Pil in Cina è salito al di sopra del 300 per cento e viene giudicato da tutti troppo elevato, esiste la possibilità di un crollo. Anche il debito globale è salito vertiginosamente nel 2017 è arrivato a 217 mila miliardi di dollari, 70 miliardi di più che nel 2007. Con tassi d’interesse bassi gli investitori creano continuamente nuove bolle. Infine la concentrazione degli investimenti è salita: sembra un paradosso ma le istituzioni finanziarie sono più grandi oggi di dieci anni fa.
Nonostante queste preoccupazioni molti sono moderatamente ottimisti. Per la prima volta dallo scoppio della Grande recessione del 2007, l’economia globale appare in una fase di ripresa economica sincronizzata, anche se meno forte in alcuni paesi ed in via di accelerazione in altri. Ciò che si sta verificando, insomma, potrebbe essere un’espansione coordinata e sostenibile in tutto il mondo.
L’Europa, in particolare, promette una ripresa forte mentre il Giappone sembra essere in procinto di venir fuori da alcuni sconvolgimenti economici e finanziari che lo hanno danneggiato per decenni. E la crescita della Cina è sicuramente stabile ed a livelli più elevati e veloci di quanto si era previsto. Anche altri mercati emergenti, come il Canada e l’Australia, si trovano in fase di ripresa economica. Ma l’importante è che tutto ciò avvenga in sincronia.
La ripresa attuale segue un rallentamento economico reale in tutto il mondo iniziato nel 2015 a seguito dell’apprezzamento del dollaro e del calo dei prezzi del petrolio. A Wall Street abbiamo ad un rimbalzo dei guadagni negli Stati Uniti, quelli del primo trimestre del 2017 sono stati abbastanza forti, un rally insomma, ma bisogna aspettare la fine del terzo trimestre per averne conferma.
A questo punto alcuni anticipano cambiamenti nella politica monetaria, e cioè la rimozione degli stimoli. Certo se la ripresa è globale e sincronizzata, allora ha senso che le banche centrali inizino a rimuovere alcuni degli stimoli e che lo facciano in concerto. E’ anche vero che nel lungo periodo, la pressione al rialzo dei tassi di interesse potrebbe imporre una correzione sul mercato azionario. In parte il rally del mercato azionario è legato ai tassi di interesse eccezionalmente bassi. La correzione potrebbe essere del 20 per cento se improvvisamente i rendimenti decennali del Tesoro passassero al 3 per cento o a livelli più alti. Tuttavia, se questo avvenisse allora è probabile che i tassi a lungo termine torneranno a scendere, a quel punto il mercato azionario potrebbe avere di un nuovo rally.
Il problema in borsa è la composizione del rally ma lo è anche per la ripresa. Dall’inizio del 2017 l’indice Standard&Poor è salito dell’11 per cento, un record ai livelli attuali. Ma quando si va ad analizzare i dati ci si accorge che la crescita è imputabile a una manciata di grosse imprese, tra queste c’è Amazon, Microsoft, Facebook, Apple e Johnson&Johnson. Il problema è che l’eccellente andamento delle azioni di queste imprese ha contribuito per quasi il 30 per cento alla salita degli indici del mercato azionario compensando anche la caduta delle azioni di imprese che operano nel settore dei consumi ed in quello immobiliare. La crescita, in altre parole, è tutta attribuibile al settore dell’alta tecnologia elettronica e di Internet.
Il pericolo è che gli investitori non siano più in grado di differenziare il proprio portafoglio e smettano di acquistare le stesse azioni. Oppure che uno shock esterno, ad esempio un evento imprevedibile a carattere politico, diventi la scusa per una grossa correzione del mercato.
L’alta concentrazione della composizione dei portafogli azionari è il vero ostacolo alla ripresa economica. E sicuramente questo è il motivo per cui le autorità monetarie del villaggio globale sono caute riguardo al cambio di tendenza della politica monetaria. Alzare i tassi per poi doverli abbassare di nuovo non è auspicabile per nessuno.
Nessuno può negare che dall’estate del 2007 fino a quella del 2017, l’economia mondiale ha sofferto a causa di una serie di crisi finanziarie. La prima è partita dal Regno Unito, nonostante gli aiuti Northern Rock venne nazionalizzata per garantire i risparmiatori ed evitare il panico. Poi fu la volta di Bearn Stearns, negli Stati Uniti, all’inizio del 2008, un anno in cui i mercati videro crollare come birilli alcuni dei giganti della finanza.
Nel 2011 fu la volta della crisi del debito sovrano in Europa che è durata più o meno fino al 2013. Nel 2015 è crollato il mercato azionario cinese seguito da una svalutazione del renminbi a sorpresa. Durante tutti questi anni l’economia globale ha registrato un crescita lenta e farraginosa, che in alcuni paesi è stata anche negativa. Ma da qualche mese, gli indicatori economici sembrano dirci che questo lungo periodo di crisi volge al termine. Sarà vero?
Prima di rispondere analizziamo i pericoli. In primis un crollo dei prestiti subprime per l’acquisto di automobili. Negli Stati Uniti il mercato delle auto è cresciuto del 70 per cento negli ultimi sette anni, e la morosità dei prestiti è molto alta. Il rapporto debito/Pil in Cina è salito al di sopra del 300 per cento e viene giudicato da tutti troppo elevato, esiste la possibilità di un crollo. Anche il debito globale è salito vertiginosamente nel 2017 è arrivato a 217 mila miliardi di dollari, 70 miliardi di più che nel 2007. Con tassi d’interesse bassi gli investitori creano continuamente nuove bolle. Infine la concentrazione degli investimenti è salita: sembra un paradosso ma le istituzioni finanziarie sono più grandi oggi di dieci anni fa.
Nonostante queste preoccupazioni molti sono moderatamente ottimisti. Per la prima volta dallo scoppio della Grande recessione del 2007, l’economia globale appare in una fase di ripresa economica sincronizzata, anche se meno forte in alcuni paesi ed in via di accelerazione in altri. Ciò che si sta verificando, insomma, potrebbe essere un’espansione coordinata e sostenibile in tutto il mondo.
L’Europa, in particolare, promette una ripresa forte mentre il Giappone sembra essere in procinto di venir fuori da alcuni sconvolgimenti economici e finanziari che lo hanno danneggiato per decenni. E la crescita della Cina è sicuramente stabile ed a livelli più elevati e veloci di quanto si era previsto. Anche altri mercati emergenti, come il Canada e l’Australia, si trovano in fase di ripresa economica. Ma l’importante è che tutto ciò avvenga in sincronia.
La ripresa attuale segue un rallentamento economico reale in tutto il mondo iniziato nel 2015 a seguito dell’apprezzamento del dollaro e del calo dei prezzi del petrolio. A Wall Street abbiamo ad un rimbalzo dei guadagni negli Stati Uniti, quelli del primo trimestre del 2017 sono stati abbastanza forti, un rally insomma, ma bisogna aspettare la fine del terzo trimestre per averne conferma.
A questo punto alcuni anticipano cambiamenti nella politica monetaria, e cioè la rimozione degli stimoli. Certo se la ripresa è globale e sincronizzata, allora ha senso che le banche centrali inizino a rimuovere alcuni degli stimoli e che lo facciano in concerto. E’ anche vero che nel lungo periodo, la pressione al rialzo dei tassi di interesse potrebbe imporre una correzione sul mercato azionario. In parte il rally del mercato azionario è legato ai tassi di interesse eccezionalmente bassi. La correzione potrebbe essere del 20 per cento se improvvisamente i rendimenti decennali del Tesoro passassero al 3 per cento o a livelli più alti. Tuttavia, se questo avvenisse allora è probabile che i tassi a lungo termine torneranno a scendere, a quel punto il mercato azionario potrebbe avere di un nuovo rally.
Il problema in borsa è la composizione del rally ma lo è anche per la ripresa. Dall’inizio del 2017 l’indice Standard&Poor è salito dell’11 per cento, un record ai livelli attuali. Ma quando si va ad analizzare i dati ci si accorge che la crescita è imputabile a una manciata di grosse imprese, tra queste c’è Amazon, Microsoft, Facebook, Apple e Johnson&Johnson. Il problema è che l’eccellente andamento delle azioni di queste imprese ha contribuito per quasi il 30 per cento alla salita degli indici del mercato azionario compensando anche la caduta delle azioni di imprese che operano nel settore dei consumi ed in quello immobiliare. La crescita, in altre parole, è tutta attribuibile al settore dell’alta tecnologia elettronica e di Internet.
Il pericolo è che gli investitori non siano più in grado di differenziare il proprio portafoglio e smettano di acquistare le stesse azioni. Oppure che uno shock esterno, ad esempio un evento imprevedibile a carattere politico, diventi la scusa per una grossa correzione del mercato.
L’alta concentrazione della composizione dei portafogli azionari è il vero ostacolo alla ripresa economica. E sicuramente questo è il motivo per cui le autorità monetarie del villaggio globale sono caute riguardo al cambio di tendenza della politica monetaria. Alzare i tassi per poi doverli abbassare di nuovo non è auspicabile per nessuno.
di Loretta Napoleoni | 3 settembre 2017
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lunedì 13 giugno 2016
Brexit, tutti pronti per la catastrofe. Ma non fate appelli al ‘buon senso’ degli inglesi
di Loretta Napoleoni | 12 giugno 2016 dal Fatto Quotidiano
Chi ha paura della Brexit? Viene spontaneo rispondere: gli stessi che hanno paura di Virginia Woolf
– la celeberrima rappresentazione teatrale riguardo alla fine del
matrimonio di una coppia di mezza età – e cioè chi, semplicemente,
temendo il cambiamento per motivi di conformità, sarebbe disposto a
rimanere dentro un matrimonio che non funziona. Certamente non gli
inglesi che, nonostante i decenni di europeismo, mantengono la loro storica flemma anche di fronte ai crolli in borsa legati alle aspettative del divorzio da Bruxelles.
La notizia bomba, lanciata dall’Independent alla fine di questa settimana, secondo cui il fronte della Brexit è a 10 punti di vantaggio rispetto a quello europeista, ha fatto affondare le borse europee.
E fin qui non c’è nulla da dire, tutti sanno che l’uscita della
seconda economia dell’Unione Europea – poiché ormai il Regno Unito de facto ha superato la Francia di Hollande – avrà ripercussioni disastrose sugli equilibri finanziari dell’Ue. Ma un’attenta analisi degli indici di borsa ci dice che la piazza affari che è scesa meno delle altre è proprio quella di Londra. Ed
ecco i dati: Londra, – 1,7 per cento; Madrid – 2,6 per cento,
Francoforte – 2,3 per cento; Parigi – 2 per cento; e come al solito il
crollo massimo si è registrato a Milano – 3,6 per cento.
I blog finanziari londinesi, quelli riservati ai pochi eletti, come
pure le riunioni a porte chiuse dei big della finanza britannica, anche
loro sempre a porte chiuse, sono da mesi concentrati sugli effetti della Brexit, e tutti concordano che la catastrofe finanziaria, seguita a ruota da quella economica, sarà maggiore nel “continente” che nelle isole britanniche. E questo spiega il coro internazionale di voci “che contano” che si è levato a favore della permanenza
nell’Unione. Mai nella storia contemporanea ci eravamo trovati di
fronte ad una gamma così vasta di opinioni identiche: il Regno Unito
deve rimanere nell’Unione a tutti i costi, anche contro la volontà dei propri cittadini, per il bene del mondo intero, dell’economia mondiale ecc. ecc.
Certo, nella City, pochi auspicano l’avvento
di uno scenario apocalittico à la Brexit; i mercati e chi li governa
vogliono la stabilità, ma pochi ormai considerano quella attuale una
situazione stabile, un sentimento, questo, che è condiviso dalla maggior
parte della popolazione britannica. L’opinione dominante è infatti che nei prossimi anni l’Unione si spaccherà, imploderà, perché è ormai un’istituzione anacronistica. Quindi, istintivamente il popolo inglese vuole uscirne. Non è poi detto che la Brexit si riveli una catastrofe. Potrebbe invece mettere in moto un meccanismo di revisione dell’Ue, benefico
nel lungo periodo, e salvare l’Europa ed il mondo dall’implosione
‘naturale’ di questa istituzione nei prossimi anni. Ma agli inglesi
tutto ciò importa poco, il popolo di sua maestà è solo concentrato sul
futuro del proprio paese.
E’ possibile, anzi è probabile, che il 23 giugno la maggioranza degli
inglesi voterà con il cuore, ascoltando il proprio istinto, invece che
usando la testa. Matteo Renzi, che parla l’inglese come Alberto Sordi nel celeberrimo film Un Americano a Roma, pensa il contrario: “Alla fine prevarrà il buon senso”. Una frase che conferma la sua scarsa conoscenza del popolo britannico. Il buon senso britannico, infatti, non ha nulla a che vedere con quello europeo ed in particolare con quello italiano. Lo spirito indipendentista,
isolazionista e nazionalista britannico non ha nulla di razionale, e
certamente non può essere definito un esempio di buon senso, al
contrario il concetto di “non mi piego finché non mi spezzo”, sul quale Churchill costruì tutta la sua retorica bellica, rasenta l’assurdo.
L’interazione
con l’Unione Europea non ha tanto fiaccato questo spirito, anche se
nei giovani è meno forte. Ed infatti le proiezioni mostrano che man
mano che sale l’età, aumenta l’appoggio alla Brexit. Il divario generazionale ha ben poco a che vedere con la campagna elettorale a favore o contro la Brexit, anche perché è condotta male, con grande dispiego di bugie propagandistiche
e dati inventati. Alla radice delle due visioni c’è un’opinione
costruita negli ultimi decenni, non in base alle parole dei politici o
alle previsioni di mercato, ma dei fatti. E questi ultimi non sono a
favore di un’Unione forte e duratura. Sulla base di queste caratteristiche sui generis della popolazione britannica, pochi vorranno restare in Europa, perché temono la catastrofe.
Ciò che gli europei non comprendono è che questo tipo di slogan ha l’effetto opposto.
Se infatti fosse vero che l’uscita danneggerebbe l’Ue ed il Regno
Unito, allora per molti inglesi l’Unione è stata un errore, perché le
condizioni secondo le quali la nazione vi è entrata erano ben diverse, e
cioè movimento libero di merci e persone e nulla più, e vorrebbe dire che non sono state rispettate. Il consiglio, di chi vive da più di quaranta anni nel Regno Unito, ai vari politici e burocrati internazionali è il seguente: non vi preoccupate del Regno Unito, il popolo di sua maestà sa badare a se stesso, piuttosto preoccupatevi dei vostri cittadini e della catastrofe che si potrebbe abbattere sulle vostre finanze. Fossi in Renzi, invece di fare comizi anti Brexit, lavorerei alacremente al piano B di salvataggio delle banche italiane, non dimentichiamoci che la Banca d’Inghilterra è uno degli azionisti di maggioranza della Bce.
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domenica 3 aprile 2016
Banche, se nei prossimi vent’anni il 90% di loro scomparirà, chi le sostituirà?
di Loretta Napoleoni | 3 aprile 2016dal Fatto Quotidiano
Meno di un decennio fa, l’economia mondiale sprofondò nella grande recessione,
la più seria contrazione economica dalla Grande Depressione degli anni
Venti e Trenta. Dal 2008 la ripresa è stata lunga e soprattutto lenta e
poco efficace. Sebbene sulla carta questa ripresa ci sia, ad esempio
l’indice azionario Standard & Poor’s è
salito di oltre il 92% negli ultimi cinque anni, i risultati
nell’economia reale sono scarsissimi. Nel primo trimestre del 2016
l’indice Standard & Poor’s ha iniziato nuovamente a scendere e,
rispetto alla fine del 2015, si è contratto di quasi il 9% anche se poi
nell’ultima settimana è risalito. Siamo di fronte ad una nuova
recessione? E’ quello che molti pensano anche alla luce della
contrazione dell’economia cinese. In realta’ non siamo mai usciti da
quella del 2008. Gran parte della crescita si e’ registrata in Borsa ed
e’ stata prodotta da una politica monetaria super-espansiva
che ha portato i tassi d’interesse a zero o sotto zero. A questo
bisogna aggiungere i frequenti salvataggi governativi delle banche e le
enormi iniezioni di capitali prodotte dal quantitative easing.
Tutto cio’ ha creato distorsioni sul mercato che stanno alterando il
funzionamento di uno dei pilastri del capitalismo: il sistema del
credito, le banche.

La situazione e’ talmente critica che il presidente del Banco Bilbao Vizcaya Argentaria (BBVA) Francisco Gonzalez
ha dichiarato che nel giro di 20 anni il 90 per cento delle banche
mondiali scomparirà. Gonzales sostiene che la struttura attuale è
“insostenibile” dal momento che nessun settore bancario è piu’ in grado
di coprire i costi di capitale. L’Italia ne sa qualcosa. Secondo alcune stime i non performing loans della banche italiane, i cosidetti debiti tossici,
quelli che non vengono ripagati, ammontano al 12 per cento del Pil del
paese ed in alcuni casi si parla del 30 per cento dei bilanci delle
singole banche! Ecco perche’ la Bce ormai tiene sott’occhio giornalmente
i livelli di liquidita’ del Monte dei Paschi.
Ma il problema delle banche va ben oltre quello delle singole nazioni, il nocciolo della questione e’ il funzionamento dell’intero sistema. E’ infatti innegabile che dal 2008 in poi, l’eccessivo interventismo ha mantenuto in vita banche che sarebbero dovute fallire; allo stesso tempo l’eccessiva regolamentazione governativa ha impedito al settore bancario mondiale di operare liberamente sui mercati. Tutto ciò ne ha ridotto l’efficienza, che a sua volta ha contratto i profitti delle banche, un circolo vizioso che nessuno ha ancora cercato di spezzare.
La risposta del sistema finanziario a questo fenomeno è stata la rapida evoluzione verso un modello nuovo, dove alle banche si sostituiscono piattaforme finanziarie ed istituzioni ad hoc, spesso di proprietà privata e che si muovono al di fuori del sistema bancario. Se continua così, nei prossimi anni la maggior parte dell’attività bancaria verrà svolta da sistemi finanziari alternativi che usufruiscono della moderna tecnologia online, sistemi più economici e più semplici da gestire per i clienti.
Rischiano di scomparire più velocemente le banche europee che non hanno usufruito di un sistema di rapida ricapitalizzazione come le consorelle americane. Il motivo è come sempre la mancata integrazione che emerge anche dalla struttura decisionale della Banca Centrale Europea, meno omogenea e compatta di quella della Riserva Federale. La crisi finanziaria del 2007 ha infatti messo in evidenza l’eccessiva capitalizzazione di alcune banche, che non solo le ha rese poco agili ed efficienti ma ha creato seri problemi di solvibilità di fronte a ‘cattivi’ investimenti di capitale.
Ci avviamo, dunque, verso un sistema finanziario dove la banca tradizionale non ha più un ruolo centrale nell’economia e dove nuove istituzioni, non più strutturate secondo i parametri bancari, offriranno quei servizi che le banche non sono più in grado di gestire dal finanziamento al commercio internazionale, a quello per l’impresa fino alla gestione dei portafogli internazionali. Se Gonzalez ha ragione nei prossimi venti anni le quotazioni della banche scenderanno mentre quelle di chi si sostituirà a loro saliranno poiché l’economia capitalista non può funzionare senza i servizi bancari. Sarà opportuno investire nel nuovo settore.
di Loretta Napoleoni | 3 aprile 2016
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giovedì 10 marzo 2016
Meccanismo Europeo di Stabilità: tutto quello che non vi dicono e che dovreste sapere – I
di Paolo Becchi | 1 aprile 2014 dal Fatto Quotidiano
In molti si rincorrono oggi a criticare un Trattato internazionale, il cosiddetto Fiscal compact,
che avrà i suoi effetti dirompenti e drammatici per il nostro paese
dal prossimo anno. A chiedere la rinegoziazione di un accordo che
prevede per il nostro paese l’obbligo del perseguimento del pareggio di bilancio per Costituzione,
quello del non superamento della soglia di deficit strutturale
superiore allo 0,5% del Pil e una significativa riduzione del debito
pubblico al ritmo di un ventesimo (5%) all’anno, fino al rapporto del
60% sul Pil nell’arco di un ventennio, sono, in modo sorprendente e
tragicomico, anche quei partiti che l’hanno ratificato in Parlamento nel
luglio del 2012 dietro le direttive dell’allora premier Mario Monti.
La campagna elettorale per le elezioni europee di maggio, del resto, è iniziata e il regime del partito unico che governa il paese dall’ex Commissario dell’Unione Europea, Monti, a Renzi, passando per Letta, continua nella sua opera di mistificazione verso una popolazione, della quale non interessa nemmeno più il voto.
La campagna elettorale per le elezioni europee di maggio, del resto, è iniziata e il regime del partito unico che governa il paese dall’ex Commissario dell’Unione Europea, Monti, a Renzi, passando per Letta, continua nella sua opera di mistificazione verso una popolazione, della quale non interessa nemmeno più il voto.
Troppo poco, a torto, si sa di un altro Trattato internazionale, quello istitutivo il Meccanismo europeo di stabilità (MES), che, in modo complementare al Fiscal Compact, ha istituito una nuova governance europea per la gestione della crisi.
Il MES ha già prodotto risultati pratici tangibili e enormi.
L’Italia, considerando anche il vecchio Fondo europeo di stabilità
finanziaria (FESF) di cui il Mes è stato l’erede, ha già versato 46 miliardi di euro dei 125 miliardi
previsti fino al 2017. Soldi che chiaramente potevano essere utilizzati
per rilanciare la nostra economia attraverso quei progetti eternamente
sospesi per la mancanza di coperture. Al contrario, il MES ha permesso
alle banche del Nord Europa di riprendere i crediti contratti nei
paesi del Sud, in default a causa delle asimmettrie economiche
insostenibili prodotte dalla moneta unica e emerse in maniera
drammatica nel 2010. Il tutto è stato venduto all’opinione pubblica
come un Fondo salva Stati. Ma è proprio così?
Il MES: la natura del Trattato.
Il meccanismo europeo di stabilità – European Stability Mechanism o ESM – è un Trattato intergovernativo, che, in modo complementare al Fiscal Compact, ha di fatto istituito una nuova governance europea di gestione della crisi, parallela a quella costituita dai Trattati istitutivi dell’Unione Europea.
Il meccanismo europeo di stabilità – European Stability Mechanism o ESM – è un Trattato intergovernativo, che, in modo complementare al Fiscal Compact, ha di fatto istituito una nuova governance europea di gestione della crisi, parallela a quella costituita dai Trattati istitutivi dell’Unione Europea.
La creazione del MES è stata decisa nel Consiglio europeo del 16-17 dicembre 2010.
In quell’occasione si è raggiunto l’accordo per avviare la procedura
di revisione semplificata (ai sensi dell’art. 48 del Trattato
dell’Unione Europea) riguardo all’art. 136 del Trattato funzionamento
dell’Unione europea (TFUE) e si è potuto introdurre il nuovo paragrafo
3, con il quale si riconosce in modo esplicito il potere degli Stati
membri la cui moneta è l’euro di dar vita ad un’istituzione finanziaria
permanente, il MES appunto, con sede a Lussemburgo, non previsto
originariamente dai trattati.
Dato
che per creare il MES si è modificato appunto il Trattato, bisognava
anche consultare il Parlamento, il quale, ahinoi, con una risoluzione
tra l’altro velocissima, ha dato il 23 marzo 2011 parere positivo pur
sollevando diverse obiezioni. Senza tener modo in alcun modo delle
critiche del Parlamento europeo e recependo solo alcune modifiche
introdotte dal Consiglio, il Trattato è entrato in vigore il 27 settembre 2012,
con l’avvenuto deposito da parte di un certo numero di Stati firmatari
degli strumenti di ratifica. Il MES ha istituito un’organizzazione
internazionale permanente con un capitale sociale pari a 700 miliardi di
euro, di cui solo 500 prestabili, rinnovabile all’infinito attraverso
una decisione dell’istituzione stessa. Decisione della quale, a parte
la Germania che l’ha escluso attraverso la sentenza del 12 settembre
del 2012 della sua Corte costituzionale, i Parlamenti nazionali non potranno più avere voce in capitolo.
Perché si è deciso di costituire il MES?Per far fronte alla crisi della zona euro che nel 2010 stava portando al collasso della moneta unica,
si è deciso di ricorrere ad un accordo di diritto internazionale, con
regole proprie che fuoriescono dal sistema normativo comunitario, e
creare un ente finanziario che ha come obiettivo quello di correggere
gli squilibri finanziari maturati nell’ambito della zona euro. La
finalità del MES non consiste quindi nel “salvataggio” degli Stati, ma,
come ha spiegato molto bene Lidia Undiemi, in una conferenza organizzata alla Camera e come dimostrerà in un suo libro di prossima pubblicazione, nella creazione di una governance politica
intergovernativa attraverso la quale potere intervenire tutte le volte
che l’instabilità – a monte generata da una crisi della “bilancia dei
pagamenti” – mette in discussione la sopravvivenza della moneta unica.
Cosa prevede il MES?Sono cinque i punti più importanti del Trattato che devono essere compresi meglio:
– Il MES si baserà su un capitale garantito dagli Stati membri che utilizzerà sui mercati, dai quali attingerà poi le risorse richieste. (art.3 del Trattato istitutivo del MES)
- Il MES “avrà piena personalità giuridica e capacità giuridica”, potrà quindi acquistare e alienare beni immobiliari e mobili o stipulare dei contratti. Tutti i suoi beni, fondi e averi godranno dell’immunità totale da qualunque procedimento giudiziario e saranno esenti da restrizioni, regolamentazioni, controlli e moratorie. (art. 32)
- Per aver accesso all’assistenza del MES, gli Stati dovranno rispettare le regole relative al Patto di stabilità e di crescita, i criteri di convergenza e i Memorandum d’intesa. Prima di ogni erogazione d’aiuti viene fatto firmare un Memorandum. Si tratta di un legame fondamentale e troppo spesso sottovalutato con il cosiddetto Fiscal Compact, che rende i due trattati un unicum politico nella creazione di quella nuova governance europea. (Punto 5 del Preambolo)
- È stata, infine, introdotta una deroga alla regola dell’unanimità e le decisioni più urgenti saranno prese a maggioranza qualificata. (art. 4)
Si tratta di un meccanismo democratico?Vista
l’importanza che il MES ha assunto e assumerà nella gestione della
politica interna dei vari Paesi che hanno chiesto e chiederanno il suo
aiuto è anzitutto importante osservare che il MES è costruito con soldi
pubblici, ma viene gestito senza mai passare attraverso un organo
democraticamente eletto. La governance e l’istituzione è
infatti tripartita tra il Consiglio dei governatori formato dai ministri
delle finanze della zona euro, un Consiglio d’Amministrazione
(nominato dal Consiglio dei governatori) e da un Direttore generale,
che è responsabile dell’intera organizzazione, nominato a maggioranza
qualificata dal Consiglio dei Governatori. Il diritto di voto di ogni
stato membro non ha eguale valore ma varia al variare della quota
versata. È dunque evidente che il MES è saldamente nelle mani dei governi nazionali e poiché la Germania è il maggior contribuente è anche il paese che ha il maggior peso nelle decisioni.
Tre sono i punti che devono essere messi maggiormente sotto i riflettori.
Primo. L’istituzione intergovernativa ed i membri dell’organizzazione – compresi quelli dello staff – sono per Trattato immuni da procedimenti legali
in relazione ad atti da essi compiuti nell’esercizio delle loro
funzioni (art. 32, punto 1). Gli atti scritti e i documenti ufficiali
redatti sono inviolabili: non è previsto alcun meccanismo d’accesso.
Persino i locali e gli archivi del MES sono inviolabili.
Il direttore generale del MES può revocare l’immunità di qualsiasi
membro del personale del MES eccetto se stesso (art. 35). Insomma è
intoccabile.
Secondo. L’esperienza dei Paesi dove ha operato effettivamente il MES. I casi di Grecia, Spagna, Portogallo e Cipro
ci forniscono già quattro indizi che fanno più di una prova: attraverso
il MES, i creditori internazionali della Troika si sostituiscono di
fatto nella gestione della “politica economica” del paese debitore. Lo
Stato che chiede un prestito deve, infatti, sottostare ad una “rigorosa
condizionalità” nell’ambito di un programma di aggiustamento
macroeconomico e di progressivo rientro del suo debito pubblico. Tali
condizioni possono spaziare da un programma di correzioni
macroeconomiche al rispetto costante di condizioni di ammissibilità
predefinite. Il Paese in difficoltà che ha bisogno del prestito deve in
poche parole cedere la propria sovranità nella definizione delle scelte
di politica economica. Imporre ad una nazione in difficoltà un’agenda
economica per soddisfare le richieste di un’istituzione finanziaria,
perlopiù deresponsabilizzata grazie all’immunità, è qualcosa che va
aldilà di ogni regola democratica.
Terzo.
Il MES è infine un’organizzazione che opera concretamente come tutti
gli enti finanziari e quindi eroga prestiti, rivolgendosi al mercato
con l’obiettivo ultimo di un profitto. I privati – tra cui rientrano
finanziatori come Nomura, Goldman Sachs, Merril Lynch e
praticamente tutti i principali istituti di investimento
mondiali – sono poi ammessi (punto 12 del Preambolo), in qualità di
osservatori, a partecipare alle riunioni che hanno ad oggetto la
valutazione della concessione del credito al paese richiedente, nonché
la definizione delle rigorose prescrizioni da imporre alla nazione
“minacciata”. Questa ingerenza si traduce nel serio rischio che a
dettare le disposizioni di politica economica da applicare nel
territorio dello Stato debitore siano coloro che concedono i soldi al
fondo. La sovranità dei singoli Stati membri rischia quindi di essere
sostituita da una governance economica privata in grado di imporsi
facilmente sugli organi sovrani dei vari Paesi membri.
di Paolo Becchi e Alessandro Bianchi
di Paolo Becchi | 1 aprile 2014
_________________________
si
lo so è datato, oltre due anni, ma visto il momento ritengo necessario
rinverdire un pò la memoria per farsi un idea, a meno di improvvisi
balzi nell'orgoglio nazionale e nella schiena dritta dei nostri
politici......, di quello cui stiamo andando incontro allegramente
c'è anche la seconda parte naturalmente che troverete al link sopra messo fra parentesi "seconda parte". Buona lettura.
p.s. 2
All'articolo del Professor Becchi aggiungo solo che ci sono, nel Trattato del MES,
alcune clausole che è bene sapere: 1) edifici e membri sono INVIOLABILI
E DIPLOMATICAMENTE IMMUNI, non possono essere perseguiti; 2) gli Stati
contribuiscono ai fondi del MES ma se ne hanno bisogno devono
sottostare a clausole: significa che noi diamo i nostri soldi al MES ma
se ne abbiamo bisogno ce li danno sotto forma di prestiti con un tasso
d'interesse e con condizioni (Grecia docet); Il MES può ricorrere a
forza di sicurezza direttamente (ricordate l'eurogenfor?)
se lo ritiene necessario; 4) Il MES di fatto si sostituisce al governo
locale.... e senz'alcun controllo visto il grado d'immunità e impunità
di cui godono i propri membri; 5) quale organismo al di sopra di tutto
il MES non risponde a nessuno nè a livello comunitario nè nazionale...
quanto sopra tanto per gradire, poi se ne avete voglia potete sempre qui su questo sito (uno dei tanti): leggioggi.it anche se c'è una parte segretata dello stesso di cui nessuno, se non i soliti hacker complottisti, ne sa l'esatta natura.
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domenica 20 settembre 2015
Migranti, con l’accoglienza la Germania continua a crescere e mantiene il potere
dal Fatto Quotidiano del 20 settembre 2015 a firma di Loretta Napoleoni
Le decine di migliaia di profughi che arrivano alle porte d’Europa ogni giorno raccontano storie agghiaccianti. Trasportati come merci dai mercanti di uomini, dai loro racconti emerge un’economia occulta e disumana che si arricchisce smerciando migranti e profughi. 7000 dollari per raggiungere un’isola greca dal nord della Siria, solo pochi anni fa questo era il costo di un viaggio simile dall’Africa occidentale. Una fortuna per chi vive sotto i bombardamenti da anni. Ed i prezzi continuano a salire. Eppure ogni giorno decine di migliaia di profughi danno fondo agli ultimirisparmi e pagano i traghettatori.
Ma questo è solo il negativo dell’orrenda foto che abbiamo davanti. All’interno della fortezza Europa ci sono gli acquirenti di questa nuova forza lavoro. Nazioni come la Germania e l’Austria pronte ad accogliere i migliori: medici, farmacisti, professionisti che fino a qualche anno conducevano una vita simile a quella di noi europei. L’esodo dei profughi, infatti, può supplire alle carenze demografiche di un continente che sta precipitosamente invecchiando.
Secondo le previsioni dell’Ocse e della Commissione Europea, per evitare la stagnazione economica, l’Unione Europea dovrà assorbire entro il 2060 50 milioni di emigrati. I paesi più a rischio sono quelli con un alto tasso di invecchiamento della popolazione, tra i quali primeggia la Germania.
Dagli studi sopra citati risulta che, a differenza del Regno Unito, entro il 2060 in Germania l’indice di dipendenza, e cioè il rapporto tra popolazione non più attiva ( sopra i 65 anni) e quella considerata attiva (dai 14 ai 65 anni), salirà al 59 per cento contro il 32 per cento registrato nel 2013. Troppo alto per mantenere l’attuale livello dibenessere. L’invecchiamento della popolazione, infatti, crea una serie di problemi che danneggiano la crescita, ad esempio entro il 2060 per ogni tedesco sopra i 65 anni ce ne saranno meno di due in grado di lavorare e pagare le tasse. Ma non basta, entro il 2060 la spesa per l’assistenza medica e le pensioni assorbirà un 5 per cento in più del Pil tedesco. Una situazione, dunque, insostenibile.
Ma l’invecchiamento della popolazione in un’Europa non completamente integrata, dove gli stati nazione continuano a fare il bello ed il cattivo tempo, rischia far saltare gli equilibri di potere. E vediamo perché.
Dalle proiezioni pubblicate all’inizio dell’anno dalla Commissione Europea in un rapporto sull’invecchiamento negli stati membri risulta che la popolazione tedesca scenderà dagli 81,3 milioni del 2013 a 70,8 nel 2060. Diversa è la situazione nel Regno Unito dove c’è forte crescita demografica. Nello stesso intervallo di tempo, la popolazione britannica passerà da 64,1 a 80,1 milioni. Ciò significa che nel 2060 il Regno Unito rimpiazzerà la Germania quale nazione più popolosa dell’Ue. Naturalmente l’alto tasso di crescita demografica britannico è legato all’alta percentuale di emigrati rispetto alla Germania. Sempre secondo le proiezioni della Commissione europea, nel 2060 la percentuale degli emigrati arrivati in Germania dopo il 2013 sarà pari al 9 per cento della popolazione contro il 14 per cento della Gran Bretagna.
Se il Regno Unito voterà no al brexit il peso di questa nazione in termini politici aumenterà, ad esempio, ci saranno più parlamentari inglesi che tedeschi. Il Regno Unito avrà anche il più alto numero di euro-burocrati. In altre parole il primato attuale della Germania scomparirà.
Ed ecco l’ultima grande contraddizione dell’Unione Europea. Demograficamente il vecchio continente è a pelle di leopardo e nonostante la forza lavoro si possa spostare facilmente da una nazione all’altra, chi se lo può permettere rimane a casa propria. Nonostante la crisi economica abbia prodotto grandi migrazioni interne dai paesi meno ricchi a quelli più agiati, siamo lontani dall’equilibrio demografico. Solo l’ingresso di 55 milioni di immigrati entro il 2060, poco meno della popolazione britannica attuale, diretti verso nazioni come la Germania, ci farà evitare la stagnazione economica.
Saranno contenti i mercanti di uomini del Medio Oriente, ai prezzi attuali intascheranno centinaia e centinaia di miliardi di euro.
p.s.
che dire? Ha ragione!
Le decine di migliaia di profughi che arrivano alle porte d’Europa ogni giorno raccontano storie agghiaccianti. Trasportati come merci dai mercanti di uomini, dai loro racconti emerge un’economia occulta e disumana che si arricchisce smerciando migranti e profughi. 7000 dollari per raggiungere un’isola greca dal nord della Siria, solo pochi anni fa questo era il costo di un viaggio simile dall’Africa occidentale. Una fortuna per chi vive sotto i bombardamenti da anni. Ed i prezzi continuano a salire. Eppure ogni giorno decine di migliaia di profughi danno fondo agli ultimirisparmi e pagano i traghettatori.
Ma questo è solo il negativo dell’orrenda foto che abbiamo davanti. All’interno della fortezza Europa ci sono gli acquirenti di questa nuova forza lavoro. Nazioni come la Germania e l’Austria pronte ad accogliere i migliori: medici, farmacisti, professionisti che fino a qualche anno conducevano una vita simile a quella di noi europei. L’esodo dei profughi, infatti, può supplire alle carenze demografiche di un continente che sta precipitosamente invecchiando.
Secondo le previsioni dell’Ocse e della Commissione Europea, per evitare la stagnazione economica, l’Unione Europea dovrà assorbire entro il 2060 50 milioni di emigrati. I paesi più a rischio sono quelli con un alto tasso di invecchiamento della popolazione, tra i quali primeggia la Germania.
Dagli studi sopra citati risulta che, a differenza del Regno Unito, entro il 2060 in Germania l’indice di dipendenza, e cioè il rapporto tra popolazione non più attiva ( sopra i 65 anni) e quella considerata attiva (dai 14 ai 65 anni), salirà al 59 per cento contro il 32 per cento registrato nel 2013. Troppo alto per mantenere l’attuale livello dibenessere. L’invecchiamento della popolazione, infatti, crea una serie di problemi che danneggiano la crescita, ad esempio entro il 2060 per ogni tedesco sopra i 65 anni ce ne saranno meno di due in grado di lavorare e pagare le tasse. Ma non basta, entro il 2060 la spesa per l’assistenza medica e le pensioni assorbirà un 5 per cento in più del Pil tedesco. Una situazione, dunque, insostenibile.
Ma l’invecchiamento della popolazione in un’Europa non completamente integrata, dove gli stati nazione continuano a fare il bello ed il cattivo tempo, rischia far saltare gli equilibri di potere. E vediamo perché.
Dalle proiezioni pubblicate all’inizio dell’anno dalla Commissione Europea in un rapporto sull’invecchiamento negli stati membri risulta che la popolazione tedesca scenderà dagli 81,3 milioni del 2013 a 70,8 nel 2060. Diversa è la situazione nel Regno Unito dove c’è forte crescita demografica. Nello stesso intervallo di tempo, la popolazione britannica passerà da 64,1 a 80,1 milioni. Ciò significa che nel 2060 il Regno Unito rimpiazzerà la Germania quale nazione più popolosa dell’Ue. Naturalmente l’alto tasso di crescita demografica britannico è legato all’alta percentuale di emigrati rispetto alla Germania. Sempre secondo le proiezioni della Commissione europea, nel 2060 la percentuale degli emigrati arrivati in Germania dopo il 2013 sarà pari al 9 per cento della popolazione contro il 14 per cento della Gran Bretagna.
Se il Regno Unito voterà no al brexit il peso di questa nazione in termini politici aumenterà, ad esempio, ci saranno più parlamentari inglesi che tedeschi. Il Regno Unito avrà anche il più alto numero di euro-burocrati. In altre parole il primato attuale della Germania scomparirà.
Ed ecco l’ultima grande contraddizione dell’Unione Europea. Demograficamente il vecchio continente è a pelle di leopardo e nonostante la forza lavoro si possa spostare facilmente da una nazione all’altra, chi se lo può permettere rimane a casa propria. Nonostante la crisi economica abbia prodotto grandi migrazioni interne dai paesi meno ricchi a quelli più agiati, siamo lontani dall’equilibrio demografico. Solo l’ingresso di 55 milioni di immigrati entro il 2060, poco meno della popolazione britannica attuale, diretti verso nazioni come la Germania, ci farà evitare la stagnazione economica.
Saranno contenti i mercanti di uomini del Medio Oriente, ai prezzi attuali intascheranno centinaia e centinaia di miliardi di euro.
p.s.
che dire? Ha ragione!
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mercoledì 15 luglio 2015
Crisi economica: l’insostenibile pesantezza della democrazia
Fonte: il Fatto Quotidiano del 15 luglio 2015 blog di Sergio Noto
Sarà il caldo torrido, ma c’è un’aria strana in giro. Non è solo lo scirocco che arriva dalla Grecia e che riporta solo brutte notiziespesso indecifrabili, incomprensibili e inseparabili dalla propaganda. Non è il venticello calunnioso dei giornali – non solo italiani – tutti allineati e coperti a difendere a una sola voce le stesse cause, i medesimi interessi, non si sa bene rappresentativi di chi, certo non della maggioranza della popolazione. In questa prima parte d’estate la crisi economica sta avendo un effetto-restaurazione spaventoso, che dovrebbe preoccupare un po’ tutti, non solo quelli che non patiscono le torride giornate di questi giorni e non si fanno distrarre dal sudore. Non ridete, la democrazia è in grave pericolo.
PERICLE
La propensione dei politici per la democrazia è proporzionale alla lorodistanza dal potere, se sono ai vertici è uguale a zero. Gli economisti poi non hanno mai avuto nessuna simpatia per la democrazia, un po’ come tutti gli intellettuali, perché in fondo (nemmeno troppo) l’idea che tutti contino allo stesso modo non gli va a sangue. In più, specificamente, nella teoria economica, ad esempio, non c’è spazio per la democrazia. Presso alcuni economisti (i cosiddettiteorici del libero mercato) per precisa convinzione pre-scientifica, per altri – quelli che chiameremmo economisti sociali– per una spocchia inconfessata, che in ogni caso li porta a perseguire discriminazioni non disinteressate, a seconda degli obiettivi del momento (togliere illegittimamente a un ricco o a un povero, dal punto di vista della democrazia è parimenti un controsenso). In altre parole la democrazia non è certo di famiglia (endogena) alla teoria economica, primo perché di proposito ambisce a sottrarsi a principi extra-economici, secondo perché di fatto, come alcuni hanno dimostrato efficacemente, essa è un impaccio all’efficienza economica (Robert J. Barro) soprattutto in fasi di avanzato sviluppo.
Quindi il problema non è solo che l’attuale governo italiano sta attuando una serie di misure limitative della democrazia, dalla riforma del mercato del lavoro, alle leggi elettorali, ai provvedimenti spot a favore di questo o di quello. È una tendenza generale, su più livelli. La crisi (rottura/separazione) ha reso ancora più acuto ilcontrasto antico tra gruppi organizzati e interessi generalie le difficoltà dei primi si sono tradotte in un’intensificazione delle azioni di supporto ai loro obiettivi e quindi in una riduzione dello spazio per la tutela degli interessi diffusi. Tra le banche e i risparmiatori, tra i produttori e i consumatori, tra gli eletti e gli elettori, tra creditori e debitori vediamo quotidianamente a vantaggio di chi sono state fatte le scelte.
Né la storia si limita al fatto, che, come abbiamo visto tutti in questi ultimi mesi, le istituzioni europee, gli Stati nazionali nostri vicini marciano tutti a grandi passi nella direzione di una restaurazione potente del potere delle oligarchie, economiche, politiche, culturali. La Merkel o Cameron, l’euro forte o Obama debole, laCina con i suoi impressionanti rischi e la sua potenza economica condotta come una macchina da guerra da alcuni ‘generali’, laRussia alla ricerca del perduto prestigio internazionale che fa dimenticare ai suoi cittadini la strada della democrazia: sono tutti segni di un mondo ormai tacitamente schierato contro la democrazia e contro l’interesse dei singoli cittadini, come la punta di un processo che riguarda tutto il mondo ‘sviluppato’.
Eppure noi continuiamo a essere fiduciosi che in un futuro anche prossimo, lo sviluppo, passerà attraverso, non dico la democrazia che resta un sogno, ma certamente attraverso un’estensione della partecipazione ai benefici dello sviluppo economico, un’ampliamento del numero dei commensali. Anzi – e vogliamo dirlo ai nostri manovratori – siamo convinti che è veramente miope illudersi che, per vili fini di tutela di alcuni gruppi, la ricchezza e il benessere che viene strappato alla maggior parte dei cittadini non determinerà alla fine reazioni estremamente dannose anche per quanti oggi continuano a credere come proprio vantaggio il danno altrui. Non conviene mai, nel perseguire il proprio interesse, lasciarsi troppi cadaveri alle spalle. Questo non è un vecchio principio democristiano, è una semplice legge del buonsenso. Il benessere, la ricchezza, la qualità della vita – tutti obiettivi composti da molteplici elementi non esclusivamente materiali – si godono meglio in una società che riduca e non alimenti i contrasti.
La questione non è di poco conto e le soluzioni non sono semplici, ma già la consapevolezza che una battaglia è in corso potrebbe essere il punto di partenza per un cambiamento. La libertà è partecipazione – come diceva Gaber – ma a maggior ragione lo è la democrazia. Farsi solo gli affari propri, a meno che non si sia il Ceo di Goldman Sachs, non giova come si potrebbe sperare, né nel medio, né tantomeno nel lungo periodo. Ma questa è una banalità. Bisogna ampliare le nostre prospettive, capire che la vita è una struttura complessa, che non si risolve con scelte semplicistiche causa-effetto. E soprattutto dobbiamo comprendere che è necessario tornare a batterci ogni giorno con estrema concretezza per la democrazia. Non so quando sia incominciato in Italia il percorso della democrazia, ma certamente è ora di riprenderlo con forza, senza divisioni, prima che sia troppo tardi.
p.s.
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Sarà il caldo torrido, ma c’è un’aria strana in giro. Non è solo lo scirocco che arriva dalla Grecia e che riporta solo brutte notiziespesso indecifrabili, incomprensibili e inseparabili dalla propaganda. Non è il venticello calunnioso dei giornali – non solo italiani – tutti allineati e coperti a difendere a una sola voce le stesse cause, i medesimi interessi, non si sa bene rappresentativi di chi, certo non della maggioranza della popolazione. In questa prima parte d’estate la crisi economica sta avendo un effetto-restaurazione spaventoso, che dovrebbe preoccupare un po’ tutti, non solo quelli che non patiscono le torride giornate di questi giorni e non si fanno distrarre dal sudore. Non ridete, la democrazia è in grave pericolo.
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La propensione dei politici per la democrazia è proporzionale alla lorodistanza dal potere, se sono ai vertici è uguale a zero. Gli economisti poi non hanno mai avuto nessuna simpatia per la democrazia, un po’ come tutti gli intellettuali, perché in fondo (nemmeno troppo) l’idea che tutti contino allo stesso modo non gli va a sangue. In più, specificamente, nella teoria economica, ad esempio, non c’è spazio per la democrazia. Presso alcuni economisti (i cosiddettiteorici del libero mercato) per precisa convinzione pre-scientifica, per altri – quelli che chiameremmo economisti sociali– per una spocchia inconfessata, che in ogni caso li porta a perseguire discriminazioni non disinteressate, a seconda degli obiettivi del momento (togliere illegittimamente a un ricco o a un povero, dal punto di vista della democrazia è parimenti un controsenso). In altre parole la democrazia non è certo di famiglia (endogena) alla teoria economica, primo perché di proposito ambisce a sottrarsi a principi extra-economici, secondo perché di fatto, come alcuni hanno dimostrato efficacemente, essa è un impaccio all’efficienza economica (Robert J. Barro) soprattutto in fasi di avanzato sviluppo.
Quindi il problema non è solo che l’attuale governo italiano sta attuando una serie di misure limitative della democrazia, dalla riforma del mercato del lavoro, alle leggi elettorali, ai provvedimenti spot a favore di questo o di quello. È una tendenza generale, su più livelli. La crisi (rottura/separazione) ha reso ancora più acuto ilcontrasto antico tra gruppi organizzati e interessi generalie le difficoltà dei primi si sono tradotte in un’intensificazione delle azioni di supporto ai loro obiettivi e quindi in una riduzione dello spazio per la tutela degli interessi diffusi. Tra le banche e i risparmiatori, tra i produttori e i consumatori, tra gli eletti e gli elettori, tra creditori e debitori vediamo quotidianamente a vantaggio di chi sono state fatte le scelte.
Né la storia si limita al fatto, che, come abbiamo visto tutti in questi ultimi mesi, le istituzioni europee, gli Stati nazionali nostri vicini marciano tutti a grandi passi nella direzione di una restaurazione potente del potere delle oligarchie, economiche, politiche, culturali. La Merkel o Cameron, l’euro forte o Obama debole, laCina con i suoi impressionanti rischi e la sua potenza economica condotta come una macchina da guerra da alcuni ‘generali’, laRussia alla ricerca del perduto prestigio internazionale che fa dimenticare ai suoi cittadini la strada della democrazia: sono tutti segni di un mondo ormai tacitamente schierato contro la democrazia e contro l’interesse dei singoli cittadini, come la punta di un processo che riguarda tutto il mondo ‘sviluppato’.
Eppure noi continuiamo a essere fiduciosi che in un futuro anche prossimo, lo sviluppo, passerà attraverso, non dico la democrazia che resta un sogno, ma certamente attraverso un’estensione della partecipazione ai benefici dello sviluppo economico, un’ampliamento del numero dei commensali. Anzi – e vogliamo dirlo ai nostri manovratori – siamo convinti che è veramente miope illudersi che, per vili fini di tutela di alcuni gruppi, la ricchezza e il benessere che viene strappato alla maggior parte dei cittadini non determinerà alla fine reazioni estremamente dannose anche per quanti oggi continuano a credere come proprio vantaggio il danno altrui. Non conviene mai, nel perseguire il proprio interesse, lasciarsi troppi cadaveri alle spalle. Questo non è un vecchio principio democristiano, è una semplice legge del buonsenso. Il benessere, la ricchezza, la qualità della vita – tutti obiettivi composti da molteplici elementi non esclusivamente materiali – si godono meglio in una società che riduca e non alimenti i contrasti.
La questione non è di poco conto e le soluzioni non sono semplici, ma già la consapevolezza che una battaglia è in corso potrebbe essere il punto di partenza per un cambiamento. La libertà è partecipazione – come diceva Gaber – ma a maggior ragione lo è la democrazia. Farsi solo gli affari propri, a meno che non si sia il Ceo di Goldman Sachs, non giova come si potrebbe sperare, né nel medio, né tantomeno nel lungo periodo. Ma questa è una banalità. Bisogna ampliare le nostre prospettive, capire che la vita è una struttura complessa, che non si risolve con scelte semplicistiche causa-effetto. E soprattutto dobbiamo comprendere che è necessario tornare a batterci ogni giorno con estrema concretezza per la democrazia. Non so quando sia incominciato in Italia il percorso della democrazia, ma certamente è ora di riprenderlo con forza, senza divisioni, prima che sia troppo tardi.
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domenica 12 aprile 2015
Crisi, come è cambiato l’homo economicus
Fonte: Il Fatto Quotidiano del 12/4/2015 a firma di Loretta Napoleoni
La rivoluzione tecnologica creata dall’avvento della rete, la nascita insomma del business.com, venne definita negli Stati Uniti New Economy. Forse sarebbe stato meglio usare un termine diverso, ad esempio “il nuovo settore dell’economia”, perché in fondo la New Economy faceva sempre parte dell’Old Economy, quella tradizionale, governata dai fondamentali d’economia, tra cui il tasso d’interesse.
La rivoluzione tecnologica creata dall’avvento della rete, la nascita insomma del business.com, venne definita negli Stati Uniti New Economy. Forse sarebbe stato meglio usare un termine diverso, ad esempio “il nuovo settore dell’economia”, perché in fondo la New Economy faceva sempre parte dell’Old Economy, quella tradizionale, governata dai fondamentali d’economia, tra cui il tasso d’interesse.
E’ più corretto parlare oggi di New Economy
dal momento che si stanno verificando fenomeni nuovi, che influenzano
il comportamento razionale dell’homo economicus e quindi il
funzionamento dell’economia e della finanza. Tra questi il più
importante è la comparsa per la prima volta nella storia finanziaria del
tasso d’interesse negativo per le obbligazioni del
debito pubblico. Cosa significa? Che l’investitore paga per detenerle
nel tempo. Cerchiamo di capire prima di tutto perché un tasso
d’interesse negativo è un fenomeno nuovo.
Esistono due definizioni di tasso d’interesse che si riferiscono al valore del denaro nel tempo, la prima è quella del tasso di mercato il
cui valore viene deciso dall’incontro della domanda e dell’offerta. E
questo è chiaro: più alta è la domanda per le obbligazioni di stato di
un paese minore sarà il tasso al quale quest’ultimo deve indebitarsi.
E’ quanto abbiamo visto con i Bund, i titoli di stato tedeschi subito dopo lo scoppio della crisi del debito sovrano europeo,
molti investitori hanno venduto le obbligazioni dei paesi della
periferia di Eurolandia per acquistare quelle della Germania. Grazie
all’aumento della domanda è sceso il tasso d’interesse sui Bund e la
Germania ha potuto rifinanziare il proprio debito pubblico a tassi
sempre più bassi. Quando la domanda supera costantemente l’offerta è
tecnicamente possibile che il tasso d’interesse diventi negativo.
La seconda definizione si riferisce al tasso d’interesse naturale,
e cioè il valore più elevato attribuito al bene presente rispetto a
questo stesso nel futuro. Il comportamento razionale dell’homo
economicus è dunque preferire la soddisfazione presente di un bisogno a quella futura.
L’altra faccia di questo concetto è il valore della rinuncia, sono
disposto a cedere un dollaro oggi solo se tra un anno mi verrà
restituito un valore maggiore. La differenza è il prezzo della mia rinuncia o il tasso d’interesse naturale.
Negli
ultimi giorni gli economisti hanno dibattuto il significato delle
obbligazioni di stato negative. La prima emissione è quella della Svizzera:
377,9 milioni di franchi con maturità nel 2025 e 2049. Il tasso
d’interesse sul decennale è stato 0,055 per cento, quindi negativo. Le
opinioni sono divise in due campi: c’è chi sostiene che anche il tasso
d’interesse naturale può diventare negativo e chi invece sostiene che
questo comportamento sarebbe anormale e produrrebbe cambiamenti
disastrosi nel comportamento economico ed anche nell’economia di
mercato.
Difficile prendere posizione su questa disputa
però è possibile illustrare il perché il debito nel tempo deve
generare ricchezza e quindi necessita un interesse positivo.
“Immaginate
due villaggi separati da un grande fiume, che non hanno le risorse
necessarie per costruire un ponte, un collegamento essenziale che
faciliterebbe gli scambi e produrrebbe ricchezza per entrambi. I
sindaci si accordano e chiedono un prestito per costruirlo, così
facendo attingono dalla ricchezza futura che quel ponte produrrà per i
due villaggi. Naturalmente chi si indebita non sono i sindaci ma tutti
gli abitanti, che usano i guadagni futuri per realizzare l’opera che li
renderà possibili nel tempo. Il debito è dunque un’astrazione creata
dall’uomo che consente di utilizzare denaro futuro al fine di
realizzare oggi l’investimento produttivo che lo genererà. Una sorta di
profezia che si auto-avvera. Grazie a questo finissimo artificio, che
in natura non esiste, l’umanità nel corso dei secoli ha potuto
sganciarsi da un orizzonte più povero e con molte meno opportunità e
migliorare la propria condizione.
Il debito, dunque, non è di per sé negativo, anzi, uno dei motori del progresso è stata l’emissione di titoli di debito, o mezzi di scambio, primo tra tutti il denaro. Ovvero qualsiasi oggetto o simbolo che «sta per» un determinato valore, pur non essendo tecnicamente di valore nel senso in cui lo è, per esempio, la pepita d’oro che esce dalle viscere della terra. Si tratta di ciò che gli anglosassoni definiscono fiat money, una ricchezza astratta che si concretizzerà nel tempo. Questa costruzione filosofica, nata dall’ingegno dell’uomo, è una delle più grandi invenzioni dell’era moderna.” (da Democrazia Vendesi)
Il debito, dunque, non è di per sé negativo, anzi, uno dei motori del progresso è stata l’emissione di titoli di debito, o mezzi di scambio, primo tra tutti il denaro. Ovvero qualsiasi oggetto o simbolo che «sta per» un determinato valore, pur non essendo tecnicamente di valore nel senso in cui lo è, per esempio, la pepita d’oro che esce dalle viscere della terra. Si tratta di ciò che gli anglosassoni definiscono fiat money, una ricchezza astratta che si concretizzerà nel tempo. Questa costruzione filosofica, nata dall’ingegno dell’uomo, è una delle più grandi invenzioni dell’era moderna.” (da Democrazia Vendesi)
E’
evidente che se l’individuo accetta di sottoscrivere un debito con lo
stato ad un tasso d’interesse negativo non si aspetta una crescita
economica ma una contrazione. La scelta è dettata da due ipotesi:
qualsiasi altro investimento gli farà perdere più soldi oppure i tassi
nel tempo diventeranno ancora più negativi, e quindi si aspetta una
deflazione ancora più seria di quella attuale, e quindi il valore delle obbligazioni acquistate oggi sarà maggiore di quelle future.
In entrambi i casi le aspettative dell’homo economicus sono negative ed il suo comportamento non è più dettato dal desiderio di massimizzare il guadagno ma dalla riduzione della perdita.
Ciò significa che l’esempio del ponte di cui sopra non esiste più, il
debito contratto non crea ricchezza ma va a coprire perdite presenti e
future. Uno scenario incomprensibile ma, ahimé, tristemente reale.
p.s.
poco o nulla da aggiungere e commentare da parte mia: ha ragione da vendere .....
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venerdì 8 agosto 2014
Recessione, Draghi sfiducia Renzi. E il premier dice ‘in vacanza belli allegri’
di Giorgio Meletti | 8 agosto 2014
In
preda all’estasi comunicativa che gli italiani hanno conosciuto con
B., Matteo Renzi ha salutato i telespettatori della trasmissione di La7
In Onda con un “gli italiani vadano in vacanza belli allegri”. Gaffe memorabile. Nella testa delle moltitudini che in vacanza non ci possono andare è risuonato l’originale di Dario Fo: “E sempre allegri bisogna stare che il nostro piangere fa male al re”.
I casi sono due. O i drammatici dati economici
gli provocano effetti allucinogeni e, come il maestro, l’allievo ha
visioni di ristoranti pieni. O più semplicemente fronteggia le
difficoltà con il mai rottamato sistema democristiano della dissimulazione.
La mazzata di Mario Draghi (“in Italia le riforme non sono condotte con sufficiente impegno”) viene
ammortizzata con un abbraccio: “Ha detto una cosa sacrosanta”, come se
il presidente della Bce non parlasse di lui. È stata una delle più
drastiche bocciature che mai si siano sentite nelle ovattate conferenze
stampa di Francoforte. Tanto più che Draghi chiede perentoriamente ai
Paesi in ritardo con le riforme economiche una “cessione di sovranità”.
Insomma, un preannuncio di commissariamento
che Renzi ha liquidato da par suo: “Non ha detto che l’Italia deve
andare verso una cessione di sovranità”. Ecco. Nel bel mezzo del mitico
semestre di presidenza italiana, l’Europa ci fa sapere che le riforme
forse ce le fa lei. E Renzi, anziché fare i conti con una minaccia per
la democrazia peggiore della stessa Troika, fa finta di non capire e
sfodera nuovi “renzini”: “Con le riforme l’Italia torna a crescere e
volare”. Allegria.
p.s.
non so chi di voi ha
avuto modo di leggere il Fincial Times di oggi.. ha completamente
delegittimato il governo e di conseguenza tutto quello che c'è dietro: è
un chiaro segnale della comunità finanziaria, quella che:
- preme affinchè diventiamo un enorme parco buoi di consumatori che devono imparare a cavarela da soli;
- quella che con le sue dark pool, leggete su wikipedia, e le masse di capitali ha causato volontariamente tutto ciò solo per creare il sogno di qualunque speculatore ossia un enorme mercato senza regole e senza confini dove ognuno va per se e gli speculatori sono sugli spalti non a godersi lo spettacolo della scannatoio ma pure a farci soldi sopra...
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sabato 19 luglio 2014
Crisi economica, gli italiani alla ricerca della bella vita su Google
di Lavoce.info | 19 luglio 2014
"La crisi economica del nostro paese trova origine anche in una filosofia di vita che porta gli italiani a privilegiare il buon vivere rispetto al lavoro? Un confronto tra i primi risultati che emergono da google.it e da google.com fa nascere il sospetto che non si tratti solo di un luogo comune.
di Nicola Persico* (lavoce.info)"
Gli italiani e la bella vita
L’economia italiana, lo sappiamo, cresce poco o niente da circa vent’anni. Sul perché si è discusso tanto, arrivando a valide spiegazioni: il vasto debito pubblico che necessita una tassazione punitiva; la rigidità del mercato del lavoro; una burocrazia asfissiante; e così via. Un’intera generazione di giovani ne ha pagato (e continuerà a pagarne) le conseguenze.
Il pessimismo è condiviso da molti, ma non da tutti. I paladini della “decrescita” sottolineano i lati negativi della crescita economica: l’eccessiva attenzione alla produttività a esclusione dei rapporti umani, la alienazione del lavoro, il rompersi di legami e tradizioni passate, l’insostenibilità ecologica del nostro modello economico. Secondo loro, la qualità della vitanon è pienamente rappresentabile dal prodotto interno lordo; la disoccupazione può altresì vedersi come tempo libero; e, insomma, non è una tragedia se il Pil non cresce.
Per quel poco o tanto che conosco gli italiani, mi sembra che questa seconda prospettiva non sia fra di noi rara. Quando sono in Italia mi capita spesso di sentirmi dire “sì, il lavoro è importante, ma ricordati che si lavora per vivere, non si vive per lavorare”. Questo discorso in America non viene fatto, tant’è che l’espressione corrispondente in inglese non l’ho mai sentita.
Se è vero che gli italiani ricercano meno il successo economico personale e sono più interessati alla qualità della vita, allora forse si comincia a capire come mai possiamo avere il 40 per cento di disoccupazione giovanile senza che scoppi la rivoluzione per le strade – cosa di cui gli americani non si capacitano. Ma è proprio vero che gli italiani aspirano a qualcosa di diverso rispetto al resto del mondo?
Googlare l’alfabeto
Per rispondere a questa domanda vi propongo un’analisi pop, leggera per l’estate: un confronto fra l’output dei motori di ricerca google.it (la versione italiana) e google.com (la versione internazionale con enfasi sugli Usa). L’idea è che i risultati dei due motori di ricerca riflettano, a grandi linee, ciò che è più popolare nelle due comunità, italiana e internazionale. Una delle possibili fonti di errore in questa analisi è che i risultati di google sono ordinati (anche) per maggior somiglianza alla ricerca effettuata. Ne consegue che, facendo una ricerca per lettera, come mi appresto a fare, i primi risultati saranno quelli che presentano la maggior corrispondenza con la singola lettera (e non le parole più popolari che iniziano con quella lettera).
Il metodo di ricerca: in ognuno dei due motori di ricerca imposto una ricerca per ogni lettera dell’alfabeto (prima la A, poi la B, e così via) Poi seleziono il primo risultato proposto dal motore. Se è lo stesso in tutti e due i motori non lo registro – così per esempio non registro i risultati della ricerca per la lettera C perché entrambi danno come primo risultato il linguaggio di programmazione C. Ometto anche quelle lettere i cui primi risultati, sebbene diversi fra i due motori, non mi pare illustrino una differenza interessante: la G, per esempio, in google.it restituisce “grammo” e in .com ritorna “gmail”, una differenza difficilmente interpretabile. Fatta questa scrematura, ecco i confronti residui che mi paiono interessanti.
Partiamo dalle lettere A e B. In Google Italia sono, e ce lo potevamo aspettare, la serie A e B di calcio. In Google.com invece sono l’algoritmo di programmazione A* di computer e la rivista accademica “Physical Review B.” Ci dice qualcosa su cosa gli italiani ricercano rispetto agli americani? Secondo me, sì.
Sulla stessa linea, infatti, troviamo i risultati per la lettera D: google.it ci restituisce “D Repubblica: consigli moda e bellezza, segreti su amore, sesso, vita di coppia e famiglia, ricette di cucina e news su arredamento, casa e design”. Invece google.com rimanda a un linguaggio di programmazione informatica (chiamato appunto “D”). Tutto ciò sembra confermare che le ricerche degli italiani sul web sono focalizzate sul “leisure”, quelle degli americani sul “work”.
Per la lettera “I” google.it offre “I borghi più belli d’Italia”, mentre google.com restituisce “I”, il soggetto di prima persona singolare nella lingua inglese. Si può leggere qui una maggiore attenzione alla qualità della vita in Italia, e in America al contrario un maggiore focus sull’ego? Decidete voi. Se sì, allora siamo 3-0 per l’ipotesi che stiamo verificando.
La lettera L è significativa: da google.it emerge l’ideologia di sinistra (L’Unità); capitalismo invece in google.com (con la multinazionale L’Oreal). Un contrasto simile si trova alla lettera P. Google.com indica il codice di borsa della compagnia Pandora Media. Google.it, incredibilmente, dà come primo risultato l’emoticonperché incluso nel link “Guarda il video «Educazione sessuale a scuola in Giappone :P»”. Insomma, sembra proprio che i risultati in google.it siano meno orientati alla sfera del lavoro e più a quella del sociale (se vogliamo classificare il video di educazione sessuale a scuola in Giappone come appartenente alla sfera del sociale).
La lettera N in google.it restituisce come primo risultato “Decreto ministeriale 5 febbraio 2014 n. 85. Modalità e contenuti delle prove di ammissione ai corsi di laurea e laurea magistrale a ciclo unico ad accesso programmato a livello nazionale a.a. 2014-15”.Burocrazia, ma quanto ci ossessioni? In google.com invece troviamo, più piacevolmente, N+, un gioco di computer con personaggi ninjia. Anche questo mi sembra dare un’idea della differenza fra la vita in Italia e negli Stati Uniti.
La ricerca per la lettera S in google.it rimanda a un’auto di lusso, il modello S della Tesla. Google.com invece restituisce @S, la handle di Twitter che dà le più recenti news scientifiche. Che gli italiani siano interessati ai motori non è una novità, è più sorprendente, almeno per me, che gli americani si occupino di scienza. Infine, la lettera V restituisce su google.it un periodo storico, il “Quinto secolo” e su google.com “v/”, una chatroom dedicata alla discussione di videogame.
In conclusione, questa ricerca altamente non-scientifica conferma il pregiudizio iniziale. Gli italiani si interessano di temi legati alla qualità della vita, alla sfera del sociale e al consumo: automobili, borghi d’Italia, storia, calcio, segreti su amore e sesso. E poi, giocoforza, burocrazia. Gli americani, o comunque chi utilizza la versione “internazionale” di google, ricerca invece temi legati alla sfera del lavoro: linguaggi di programmazione software, quotazioni di borsa, ricerca scientifica. E videogiochi.
Possiamo concludere che gli italiani vogliono qualcosa di diverso dagli americani? Non con certezza. Però il confronto è divertente; fatelo anche voi e fatemi sapere cosa trovate.
*Ha ottenuto il PhD. in Economics alla Northwestern University. Ha insegnato alla University of California Los Angeles (UCLA), alla University of Pennsylvania, e alla New York University, prima di ritornare alla Northwestern University nella Kellogg School of Business. E’ Research Associate per il National Bureau of Economic Research (NBER) e Honorary Fellow del Collegio Carlo Alberto. Ha pubblicato numerosi articoli presso le maggiori riviste scientifiche internazionali. I suoi interessi scientifici riguardano la Political Economy (l’economia della politica), Legge ed Economia, Criminologia, e la teoria economica. Redattore de lavoce.info.
p.s.
commenti? Buona domenica
"La crisi economica del nostro paese trova origine anche in una filosofia di vita che porta gli italiani a privilegiare il buon vivere rispetto al lavoro? Un confronto tra i primi risultati che emergono da google.it e da google.com fa nascere il sospetto che non si tratti solo di un luogo comune.
di Nicola Persico* (lavoce.info)"
Gli italiani e la bella vita
L’economia italiana, lo sappiamo, cresce poco o niente da circa vent’anni. Sul perché si è discusso tanto, arrivando a valide spiegazioni: il vasto debito pubblico che necessita una tassazione punitiva; la rigidità del mercato del lavoro; una burocrazia asfissiante; e così via. Un’intera generazione di giovani ne ha pagato (e continuerà a pagarne) le conseguenze.
Il pessimismo è condiviso da molti, ma non da tutti. I paladini della “decrescita” sottolineano i lati negativi della crescita economica: l’eccessiva attenzione alla produttività a esclusione dei rapporti umani, la alienazione del lavoro, il rompersi di legami e tradizioni passate, l’insostenibilità ecologica del nostro modello economico. Secondo loro, la qualità della vitanon è pienamente rappresentabile dal prodotto interno lordo; la disoccupazione può altresì vedersi come tempo libero; e, insomma, non è una tragedia se il Pil non cresce.
Per quel poco o tanto che conosco gli italiani, mi sembra che questa seconda prospettiva non sia fra di noi rara. Quando sono in Italia mi capita spesso di sentirmi dire “sì, il lavoro è importante, ma ricordati che si lavora per vivere, non si vive per lavorare”. Questo discorso in America non viene fatto, tant’è che l’espressione corrispondente in inglese non l’ho mai sentita.
Se è vero che gli italiani ricercano meno il successo economico personale e sono più interessati alla qualità della vita, allora forse si comincia a capire come mai possiamo avere il 40 per cento di disoccupazione giovanile senza che scoppi la rivoluzione per le strade – cosa di cui gli americani non si capacitano. Ma è proprio vero che gli italiani aspirano a qualcosa di diverso rispetto al resto del mondo?
Googlare l’alfabeto
Per rispondere a questa domanda vi propongo un’analisi pop, leggera per l’estate: un confronto fra l’output dei motori di ricerca google.it (la versione italiana) e google.com (la versione internazionale con enfasi sugli Usa). L’idea è che i risultati dei due motori di ricerca riflettano, a grandi linee, ciò che è più popolare nelle due comunità, italiana e internazionale. Una delle possibili fonti di errore in questa analisi è che i risultati di google sono ordinati (anche) per maggior somiglianza alla ricerca effettuata. Ne consegue che, facendo una ricerca per lettera, come mi appresto a fare, i primi risultati saranno quelli che presentano la maggior corrispondenza con la singola lettera (e non le parole più popolari che iniziano con quella lettera).
Il metodo di ricerca: in ognuno dei due motori di ricerca imposto una ricerca per ogni lettera dell’alfabeto (prima la A, poi la B, e così via) Poi seleziono il primo risultato proposto dal motore. Se è lo stesso in tutti e due i motori non lo registro – così per esempio non registro i risultati della ricerca per la lettera C perché entrambi danno come primo risultato il linguaggio di programmazione C. Ometto anche quelle lettere i cui primi risultati, sebbene diversi fra i due motori, non mi pare illustrino una differenza interessante: la G, per esempio, in google.it restituisce “grammo” e in .com ritorna “gmail”, una differenza difficilmente interpretabile. Fatta questa scrematura, ecco i confronti residui che mi paiono interessanti.
Partiamo dalle lettere A e B. In Google Italia sono, e ce lo potevamo aspettare, la serie A e B di calcio. In Google.com invece sono l’algoritmo di programmazione A* di computer e la rivista accademica “Physical Review B.” Ci dice qualcosa su cosa gli italiani ricercano rispetto agli americani? Secondo me, sì.
Sulla stessa linea, infatti, troviamo i risultati per la lettera D: google.it ci restituisce “D Repubblica: consigli moda e bellezza, segreti su amore, sesso, vita di coppia e famiglia, ricette di cucina e news su arredamento, casa e design”. Invece google.com rimanda a un linguaggio di programmazione informatica (chiamato appunto “D”). Tutto ciò sembra confermare che le ricerche degli italiani sul web sono focalizzate sul “leisure”, quelle degli americani sul “work”.
Per la lettera “I” google.it offre “I borghi più belli d’Italia”, mentre google.com restituisce “I”, il soggetto di prima persona singolare nella lingua inglese. Si può leggere qui una maggiore attenzione alla qualità della vita in Italia, e in America al contrario un maggiore focus sull’ego? Decidete voi. Se sì, allora siamo 3-0 per l’ipotesi che stiamo verificando.
La lettera L è significativa: da google.it emerge l’ideologia di sinistra (L’Unità); capitalismo invece in google.com (con la multinazionale L’Oreal). Un contrasto simile si trova alla lettera P. Google.com indica il codice di borsa della compagnia Pandora Media. Google.it, incredibilmente, dà come primo risultato l’emoticonperché incluso nel link “Guarda il video «Educazione sessuale a scuola in Giappone :P»”. Insomma, sembra proprio che i risultati in google.it siano meno orientati alla sfera del lavoro e più a quella del sociale (se vogliamo classificare il video di educazione sessuale a scuola in Giappone come appartenente alla sfera del sociale).
La lettera N in google.it restituisce come primo risultato “Decreto ministeriale 5 febbraio 2014 n. 85. Modalità e contenuti delle prove di ammissione ai corsi di laurea e laurea magistrale a ciclo unico ad accesso programmato a livello nazionale a.a. 2014-15”.Burocrazia, ma quanto ci ossessioni? In google.com invece troviamo, più piacevolmente, N+, un gioco di computer con personaggi ninjia. Anche questo mi sembra dare un’idea della differenza fra la vita in Italia e negli Stati Uniti.
La ricerca per la lettera S in google.it rimanda a un’auto di lusso, il modello S della Tesla. Google.com invece restituisce @S, la handle di Twitter che dà le più recenti news scientifiche. Che gli italiani siano interessati ai motori non è una novità, è più sorprendente, almeno per me, che gli americani si occupino di scienza. Infine, la lettera V restituisce su google.it un periodo storico, il “Quinto secolo” e su google.com “v/”, una chatroom dedicata alla discussione di videogame.
In conclusione, questa ricerca altamente non-scientifica conferma il pregiudizio iniziale. Gli italiani si interessano di temi legati alla qualità della vita, alla sfera del sociale e al consumo: automobili, borghi d’Italia, storia, calcio, segreti su amore e sesso. E poi, giocoforza, burocrazia. Gli americani, o comunque chi utilizza la versione “internazionale” di google, ricerca invece temi legati alla sfera del lavoro: linguaggi di programmazione software, quotazioni di borsa, ricerca scientifica. E videogiochi.
Possiamo concludere che gli italiani vogliono qualcosa di diverso dagli americani? Non con certezza. Però il confronto è divertente; fatelo anche voi e fatemi sapere cosa trovate.
*Ha ottenuto il PhD. in Economics alla Northwestern University. Ha insegnato alla University of California Los Angeles (UCLA), alla University of Pennsylvania, e alla New York University, prima di ritornare alla Northwestern University nella Kellogg School of Business. E’ Research Associate per il National Bureau of Economic Research (NBER) e Honorary Fellow del Collegio Carlo Alberto. Ha pubblicato numerosi articoli presso le maggiori riviste scientifiche internazionali. I suoi interessi scientifici riguardano la Political Economy (l’economia della politica), Legge ed Economia, Criminologia, e la teoria economica. Redattore de lavoce.info.
p.s.
commenti? Buona domenica
lunedì 30 giugno 2014
Ue: della flessibilità di Renzi non c’è traccia nel programma di Juncker
A completamento del mio post d ieri ho trovato questo articolo sul Fatto Quotidiano del 30 giugno 2014 a firma di Alberto Crepaldi.....
giusto per capirsi, se qualcuno proprio non vuol capire, di cosa si sta
parlando e delle balle che ci piace sorbire per ignavia innata
“Occorrerebbe servirsi delle possibilità offerte dal quadro di bilancio esistente dell’UE per conciliare la disciplina di bilancio e l’esigenza di sostenere la crescita […] e prestare particolare attenzione a riforme strutturali che potenzino la crescita […], anche attraverso un’adeguata valutazione delle misure di bilancio e delle riforme strutturali, sfruttando al meglio, nel contempo, la flessibilità insita nelle norme esistenti del patto di stabilità e crescita”.
Queste poche righe, tratte dalle sintesi ufficiale del vertice europeo di Yprase che ha visto, come atteso, la nomina di Juncker a presidente della Commissione europea, rappresentano il bottino, nero su bianco, portato a casa dal nostro premier Renzi. Si tratta in tutta evidenza di un risultato molto più magro di quello descritto dallo stesso Presidente del Consiglio e rappresentato con enfasi da gran parte dei media italiani.
Appare chiara, infatti, la genericità del richiamo a utilizzare maggiore flessibilità nei confronti di paesi che dimostrino di realizzare riforme strutturali. Ma allo stesso tempo è indiscutibile come nel documento ufficiale redatto al termine del summit europeo si faccia riferimento alla eventualità e non già alla certezza di mettere in campo politiche con cui conciliare rigore di bilancio e crescita.
D’altra parte è stato lo stesso Walter Steinmeier, ministro degli esteri tedesco, ad aver chiarito nelle scorse ore che «è anche emerso chiaramente come nessuno punta ad un ammorbidimento delle regole europee».
Non deve però sorprendere che il cavallo di battaglia del governo italiano abbia avuto così poco peso quantitativo (5 righe in 22 pagine di documento) e nella sostanza in seno alle conclusioni del vertice. Perché il contenuto di esse ricalca in gran parte quello del programma messo a punto dal neopresidente della Commissione europea. Che addirittura, nel suo documento, non fa nemmeno un accenno allo scambio flessibilità-riforme.
“Da presidente della Commmissione europea, mi impegnerò per attuare cinque priorità”, scrive Juncker nel suo blog. “La mia prima priorità – prosegue Juncker – sarà far sì che le politiche che servono a creare crescita ed occupazione siano al centro dell’agenda politica della prossima Commissione europea”. Ed a questo punto ci si aspetterebbe che si facesse riferimento esplicito al nodo del rapporto tra vincoli di bilancio e riforme, tanto caro al nostro premier. Ma Juncker pare avere idee diverse, perché a suo avviso “per fare tutto ciò, abbiamo bisogno di un ingrediente chiave: dobbiamo creare un mercato unico digitale per consumatori ed imprese, sfruttando le grandi opportunità delle tecnologie digitali, che non hanno limiti […] abbattendo le barriere nazionali in materia di regolamentazione del sistema delle telecomunicazioni, diritto d’autore e protezione dei dati, gestione delle frequenze radiofoniche e diritto della concorrenza”. Questa è la via, secondo il neopresidente della Commissione, per dare il la ad “una crescita aggiuntiva di 500 miliardi di euro in Europa […] , creando così centinaia di migliaia di nuovi posti di lavoro e, inoltre, una società attiva fondata sulla conoscenza”.
Sono poi altre quattro le priorità enunciate da Juncker: la riforma e riorganizzazione della politica energetica europea in una nuova Unione energetica europea capace di diversificare le nostre fonti di energia e ridurre la dipendenza energetica di molti dei nostri Stati membri; la negoziazione di un “accordo commerciale ragionevole ed equilibrato con gli Stati Uniti”considerando, argomenta Juncker, come sia “anacronostico che, nel 21esimo secolo, Europei ed Americani ancora impongano dazi doganali sui rispettivi prodotti”; la riforma dell’unione monetaria, consolidando edintegrando le misure straordinarie prese durante la crisi, per semplificarle, renderle socialmente più legittime e in ciò facendo una valutazione non solo di sostenibilità fiscale ma anche dell’impatto sociale di ogni programma di sostegno ai paesi bisognosi. La quinta priorità, per il capo della Commissione, “sarà quella di dare una risposta alla questione britannica”: “nessun politico ragionevole – puntualizza il leader belga – può ignorare il fatto che, nel corso dei prossimi cinque anni, dovremo trovare soluzioni per le preoccupazioni politiche del Regno Unito […], un accordo che accetti le specificità del Regno Unito nell’UE, pur permettendo all’eurozona di proseguire nel processo di integrazione”.
Insomma, di fronte ad indicazioni programmatiche fatte proprie a Ypras dai 26 rappresentanti dei rispettivi paesi e che trovano ampia conferma nel documento messo a punto da Juncker, sono davvero fuori luogo i toni trionfalistici di Matteo Renzi. Per il quale la trattativa nelle prossime settimane con i partner dell’eurozona, tesa ad ottenere maggiore flessibilità in cambio di riforme, appare decisamente in salita.
p.s.
qualcuno ha per caso trovato qualche riferimento nel programma, facilmente reperibile in rete, della famosa flessibilità strappata dal fiorentino a roma?
p.s. 2
non posso che tifare ..... FORZA ALGERIA!!!
“Occorrerebbe servirsi delle possibilità offerte dal quadro di bilancio esistente dell’UE per conciliare la disciplina di bilancio e l’esigenza di sostenere la crescita […] e prestare particolare attenzione a riforme strutturali che potenzino la crescita […], anche attraverso un’adeguata valutazione delle misure di bilancio e delle riforme strutturali, sfruttando al meglio, nel contempo, la flessibilità insita nelle norme esistenti del patto di stabilità e crescita”.
Queste poche righe, tratte dalle sintesi ufficiale del vertice europeo di Yprase che ha visto, come atteso, la nomina di Juncker a presidente della Commissione europea, rappresentano il bottino, nero su bianco, portato a casa dal nostro premier Renzi. Si tratta in tutta evidenza di un risultato molto più magro di quello descritto dallo stesso Presidente del Consiglio e rappresentato con enfasi da gran parte dei media italiani.
Appare chiara, infatti, la genericità del richiamo a utilizzare maggiore flessibilità nei confronti di paesi che dimostrino di realizzare riforme strutturali. Ma allo stesso tempo è indiscutibile come nel documento ufficiale redatto al termine del summit europeo si faccia riferimento alla eventualità e non già alla certezza di mettere in campo politiche con cui conciliare rigore di bilancio e crescita.
D’altra parte è stato lo stesso Walter Steinmeier, ministro degli esteri tedesco, ad aver chiarito nelle scorse ore che «è anche emerso chiaramente come nessuno punta ad un ammorbidimento delle regole europee».
Non deve però sorprendere che il cavallo di battaglia del governo italiano abbia avuto così poco peso quantitativo (5 righe in 22 pagine di documento) e nella sostanza in seno alle conclusioni del vertice. Perché il contenuto di esse ricalca in gran parte quello del programma messo a punto dal neopresidente della Commissione europea. Che addirittura, nel suo documento, non fa nemmeno un accenno allo scambio flessibilità-riforme.
“Da presidente della Commmissione europea, mi impegnerò per attuare cinque priorità”, scrive Juncker nel suo blog. “La mia prima priorità – prosegue Juncker – sarà far sì che le politiche che servono a creare crescita ed occupazione siano al centro dell’agenda politica della prossima Commissione europea”. Ed a questo punto ci si aspetterebbe che si facesse riferimento esplicito al nodo del rapporto tra vincoli di bilancio e riforme, tanto caro al nostro premier. Ma Juncker pare avere idee diverse, perché a suo avviso “per fare tutto ciò, abbiamo bisogno di un ingrediente chiave: dobbiamo creare un mercato unico digitale per consumatori ed imprese, sfruttando le grandi opportunità delle tecnologie digitali, che non hanno limiti […] abbattendo le barriere nazionali in materia di regolamentazione del sistema delle telecomunicazioni, diritto d’autore e protezione dei dati, gestione delle frequenze radiofoniche e diritto della concorrenza”. Questa è la via, secondo il neopresidente della Commissione, per dare il la ad “una crescita aggiuntiva di 500 miliardi di euro in Europa […] , creando così centinaia di migliaia di nuovi posti di lavoro e, inoltre, una società attiva fondata sulla conoscenza”.
Sono poi altre quattro le priorità enunciate da Juncker: la riforma e riorganizzazione della politica energetica europea in una nuova Unione energetica europea capace di diversificare le nostre fonti di energia e ridurre la dipendenza energetica di molti dei nostri Stati membri; la negoziazione di un “accordo commerciale ragionevole ed equilibrato con gli Stati Uniti”considerando, argomenta Juncker, come sia “anacronostico che, nel 21esimo secolo, Europei ed Americani ancora impongano dazi doganali sui rispettivi prodotti”; la riforma dell’unione monetaria, consolidando edintegrando le misure straordinarie prese durante la crisi, per semplificarle, renderle socialmente più legittime e in ciò facendo una valutazione non solo di sostenibilità fiscale ma anche dell’impatto sociale di ogni programma di sostegno ai paesi bisognosi. La quinta priorità, per il capo della Commissione, “sarà quella di dare una risposta alla questione britannica”: “nessun politico ragionevole – puntualizza il leader belga – può ignorare il fatto che, nel corso dei prossimi cinque anni, dovremo trovare soluzioni per le preoccupazioni politiche del Regno Unito […], un accordo che accetti le specificità del Regno Unito nell’UE, pur permettendo all’eurozona di proseguire nel processo di integrazione”.
Insomma, di fronte ad indicazioni programmatiche fatte proprie a Ypras dai 26 rappresentanti dei rispettivi paesi e che trovano ampia conferma nel documento messo a punto da Juncker, sono davvero fuori luogo i toni trionfalistici di Matteo Renzi. Per il quale la trattativa nelle prossime settimane con i partner dell’eurozona, tesa ad ottenere maggiore flessibilità in cambio di riforme, appare decisamente in salita.
p.s.
qualcuno ha per caso trovato qualche riferimento nel programma, facilmente reperibile in rete, della famosa flessibilità strappata dal fiorentino a roma?
p.s. 2
non posso che tifare ..... FORZA ALGERIA!!!
sabato 3 gennaio 2009
Israele/Gaza: INVASIONE!!
La scelta è fatta. Israele ha deciso il da farsi e le forze di terra stanno entrando nella striscia di Gaza: c'è poco da dire, sarà un vero e prorpio scontro casa per casa con in mezzo i civili che ne pagheranno il prezzo più alto in termini di vite perdute, feriti e massacri ....... Era necessario? Direi di no se stiamo a guardare la storia della regione che è sempre più esplosiva e che non farà che accrescere le possibilità di allargamento del conflitto stesso. Infatti non credo che il mondo arabo starà a guardare nè credo che l'Iran abbandoni Hamas ma soprattutto non credo che Siria ed Hezbollah non cerchino in qualche modo di dare manforte ai palestinesi (è inutile negarlo, Hamas ha seguito che ci piaccia o meno) magari fornendogli armi o supporto o chissà cos'altro: mai come ora la diplomazia internazionale dovrebbe lavorare per impedire lo scontro diretto ma soprattutto bisogna impedire che intere generazioni di giovani palestinesi ne aumentino le file (o entrino a far parte delle organizzazioni islamiche internazionali che definiamo terroristiche) e espandino la sua presa su quel martoriato popolo. E' chiaro che la forza militare organizzata israeliana non potrà che avere la meglio però mi chiedo: quale sarà il costo che si pagherà? E chi lo pagherà? E quanto pensiamo di andare avanti in questo modo visto che in ogni singolo paese occidentale c'è una bella fetta di popolazione che in un modo o nell'altro sostiene, anche solo per pura appartenenza alla umma musulmana, i palestinesi? E quanti di questi rischiano di entrare nel grande girone del terrorismo islamico? Come già sostenuto nel precedente post è già un'errore dare visibilità con attacchi "guidati" conto i leader islamici ma ora ci stiamo pericolosamente avvicinando, ancora una volta, a quel punto di non ritorno tanto agognato da chi vede nello scontro di civiltà la nascita del nuovo nemico da abbattare (prima era il sovietismo) dietro cui nascondere il permanere di quell'ingiusto sistema che tanto piace ai nuovi ricchi occidentali e che va sotto il nome di liberismo capitalistico entrato in crisi per eutanasia autoinflitta divorando le stesse società che lo sostengono e l'hanno applicato. Naturalmente non è detto che lo scontro sia portato fino all'estreme conseguenze prospettate (sono scenari) però una cosa è certa: le conseguenze non saranno solo immediate ma avremo diversi anni davanti a noi di incertezza non solo economica ma anche sociale e, grazie all'avveturismo occidentale che appoggia sempre più spesso acriticamente quello israeliano, anni di pericolo terroristico anche in casa nostra.
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