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venerdì 23 febbraio 2018

Jean Claude Juncker è stato lucidissimo. Ecco cosa ci aspetta dopo il voto

Fonte: Il Fatto Quotidiano Elezioni Politiche 2018 | 23 febbraio 2018
Di fronte alle dichiarazioni di Jean Claude Juncker qualche commentatore ha sostenuto che erano estemporanee e che hanno spaventato i mercati. In qualche modo Juncker si confermerebbe come un eurocrate con qualche vizietto etilico che ogni tanto fa dichiarazioni improvvide da cui poi torna indietro.
Io penso al contrario che Juncker sia stato lucidissimo e che le sue dichiarazioni straccino il velo delle menzogne che i principali partiti spargono a piene mani nella campagna elettorale.
L’obiettivo di Juncker mi pare molto evidente: preparare i mercati ad aggredire l’Italia il giorno dopo le elezioni, far salire lo spread sui titoli di Stato e porre le condizioni per un governo di unità nazionale. L’Unione Europea, infatti, vuole applicare il fiscal compact – votato da centro destra e centro sinistra 4 anni fa – e quindi obbligare il governo italiano a recuperare 50 miliardi l’anno attraverso stangate o privatizzazioni. L’unico modo per praticare questa guerra contro il popolo italiano è quella di terrorizzare il popolo italiano in modo da annichilirlo e quindi di avere un governo di unità nazionale, in cui i maggiori partiti siano coinvolti. Perché nella migliore tradizione mafiosa, il lavoro sporco si fa “tutti assieme”.
Juncker non ha spaventato i mercati ma ha detto ai mercati – cioè ai banchieri e agli speculatori che fanno parte della classe dominante come Juncker – che dopo il 5 possono e devono cominciare a speculare sull’Italia e parimenti ha indicato la strada in cui l’Italia si dovrà incamminare: un devastante processo di privatizzazione che è – per quegli stessi banchieri e speculatori – una ghiottissima occasione per spolpare una volta di più il bel paese.
Da questo punto di vista le lamentele dei principali partiti politici sono pura ipocrisia perché condividono con Juncker l’obiettivo di applicare il fiscal compact, sia pure con varianti diverse. Al centro destra e al centro sinistra – di cui giova ricordare che fanno parte Lega e LeU, che hanno votato il pareggio di bilancio in Costituzione e che non chiedono di toglierlo – si è aggiunto anche il Movimento 5 Stelle che su questi temi ha cambiato radicalmente posizione. Mentre i 5 stelle di Beppe Grillo erano per fare il referendum sull’euro, i 5 Stelle di Di Maio propongono nel loro programma di tagliare il debito pubblico di 40 punti in 10 anni. Visto che il fiscal compact prevede il taglio di 70 punti di debito in 20 anni, chiunque può facilmente capire che i 5 Stelle propongono di applicare una versione peggiorata del fiscal compact (in cambio di una maggiore possibilità di manovra sul deficit). Si capisce perché Di Maio è stato accolto bene dalla City….
Parimenti è evidente che da Forza Italia al Pd, dai 5 stelle a Liberi e Uguali, tutti sono concordi sul fatto che – se necessario – occorrerà dar vita ad un governo del Presidente che guidi la transizione. La disponibilità ad un governo di unità nazionale – i cui pesi relativi e i cui partecipanti saranno definiti dalle elezioni – ma il cui obiettivo già definito è l’applicazione del fiscal compact, non solo è chiara, ma è anche condivisa da queste liste. Non sto dicendo che sono uguali: sto dicendo che sono le ali di destra, di centro e di sinistra dello schieramento disposto ad applicare i trattati europei così come sono.
Le dichiarazioni di Juncker non rappresentano quindi il biascicare dell’ubriaco: sono il primo segnale di una aggressione speculativa sull’Italia che determinando un clima di emergenza – Monti docet – porrà la “necessità” di “unire le forze responsabili” per “dare un governo la paese” evitando il default.
Questa è cosa ci aspetta dopo le elezioni: ovviamente i terminali italiani di questa operazione non ne parlano nemmeno sotto tortura: sono troppo impegnati a far promesse che non manterranno. Questo spiega anche perché la lista Potere al popolo sia stata così pesantemente oscurata: al popolo italiano non far sapere che oltre ai liberisti e ai fascisti esiste anche una sinistra antiliberista che propone un’alternativa concreta.
Perché i soldi ci sono, bisogna prenderli a chi ne ha troppi, invece di continuare a strangolare coloro che non ne hanno più e spingerli alla guerra tra i poveri.  Il voto a Potere al Popolo non solo è utile, è necessario!
Elezioni Politiche 2018 | 23 febbraio 2018

venerdì 9 febbraio 2018

Elezioni: qualunque sia il risultato, rapporti con UE saranno più tesi

Fonte: WSI 8 febbraio 2018, di Livia Liberatore
Secondo un’analisi sulle elezioni politiche italiane scritta dal Senior Currency Strategist Neil Mellor di Bny Mellon per The Aerial View il risultato che l’Unione europea preferirebbe vedere dopo il voto è quello di una grande coalizione fra centro destra e centro sinistra, simile all’accordo di governo raggiunto in questi giorni dalla Germania.
Uno scenario che il Primo ministro Paolo Gentiloni ha escluso alla fine di gennaio in un’intervista a Cnbc sottolineando che un Parlamento in stallo non sarebbe positivo per il Paese. Gentiloni aveva anche rassicurato l’Ue che l’Italia non finirà in mano a populisti ed euroscettici e riguardo la persona di Silvio Berlusconi aveva commentato: “non penso che sia populista ma prendo atto del fatto che nella sua coalizione populisti e anti europeisti non solo sono presenti ma predominanti”.
L’analisi di Mellor continua esprimendo le preoccupazioni per il sostegno di Forza Italia all’idea di una valuta parallela, che Berlusconi ha rilanciato durante l’estate 2017 come cavallo di battaglia per portare alla vittoria la coalizione del centro destra. L’idea è quella di una moneta nazionale complementare all’euro che abbia lo scopo di rilanciare i consumi e la domanda.
“In ogni caso”, si conclude l’analisi, “anche con il Partito democratico che vuole rinegoziare il Fiscal compact, si prevede che le relazioni fra Italia e Unione europea diventeranno più difficili dopo il 4 marzo”. Nella presentazione del programma del Pd così Matteo Renzi si era espresso sul Fiscal Compact: “chiediamo di superare il vincolo dell’austerità non per esigenze contabili interne ma perché la filosofia del Fiscal compact non incoraggia gli investimenti economici in Europa”. A febbraio il commissario Ue agli Affari economici Pierre Moscovici ha sostenuto che l’esito incerto delle elezioni italiane rappresenta un rischio politico.

mercoledì 12 luglio 2017

Guerra al Fiscal Compact, Renzi isolato pure da Padoan (Stefano Feltri)

 

Nessuno prende sul serio l’idea del deficit al 2,9%.

In un tempo non lontano qualunque slogan Matteo Renzi lanciasse veniva preso sul serio. Almeno per un giorno. Questa volta non è andata così: tra le anticipazioni del libro dell’ex premier, Avanti, che il Pd sta centellinando sui giornali c’era la grande rivoluzione di politica economica: ignorare il trattato del Fiscal Compact e applicare all’Italia soltanto i vincoli del Patto di stabilità del 1992, con il tetto al 3 per cento per il rapporto tra deficit e Pil. Per almeno cinque anni, così da trovare a debito le risorse per spingere la crescita economia. “Avremo 30 miliardi l’anno per ridurre le tasse e finanziare la crescita”. Questa, per Renzi, è la “base della proposta politica del Pd alle prossime elezioni”.
Le solite indiscrezioni che la Commissione europea lascia filtrare alle agenzie in questi casi lasciano poco spazio alle ambiguità: “È fuori dalle regole: no ad azioni unilaterali”. Ancora più definitive le parole ufficiali di un portavoce del presidente della Commissione, Jean Claude Juncker: “Il presidente ha un rapporto molto buono con il primo ministro italiano Paolo Gentiloni e i nostri commissari hanno rapporti ugualmente buoni con il ministro dell’Economia Pier Carlo Padoan”. E non stupisce, visto che il ministro Padoan – che finora ha sempre coperto le intemperanze contabili di Renzi ma a desso pensa al proprio futuro, forse con un incarico europeo – liquida così il dibattito: “Mi sembra siano temi per la prossima legislatura”. Lui non se ne vuole occupare.
Proprio Padoan, infatti, ha impostato il dialogo (e lo scontro) con Bruxelles su altre basi: dimostrare tutto l’impegno possibile a rispettare gli impegni presi – su riduzione del debito e contenimento della spesa – per poi ottenere concessioni all’ultimo secondo. A inizio giugno ha scritto a Bruxelles di voler rivedere gli impegni presi nel Def, il Documento di economia e finanza di aprile, e di impegnare l’Italia a una correzione strutturale (cioè considerati gli effetti del ciclo economico) soltanto dello 0,3 per cento del Pil nel 2018, invece che lo 0,8 promesso. La risposta è stata – per quanto ancora informale – positiva. La Commissione ormai ha trovato il suo (discutibile e discusso) stile: difendere i vincoli di bilancio come intoccabili ma poi accordare molte eccezioni su base discrezionale e politica. Il confronto diretto e sui principi di fondo non paga.
E questo lo sa pure Renzi. In una sua lontana intervista al Fatto, il 2 gennaio del 2014, poco prima di andare a palazzo Chigi diceva: “Se all’Europa proponi un deciso cambio delle regole del gioco, a partire dalle riforme costituzionali, con un risparmio sui costi della politica che non è solo simbolico, un Jobs Act capace di creare interesse negli investitori internazionali (…) allora in Europa ti applaudono anche se sfori il 3 per cento”.
Articolo intero su Il Fatto Quotidiano del 11/07/2017.

giovedì 10 marzo 2016

Meccanismo Europeo di Stabilità: tutto quello che non vi dicono e che dovreste sapere – I

di | 1 aprile 2014 dal Fatto Quotidiano

In molti si rincorrono oggi a criticare un Trattato internazionale, il cosiddetto Fiscal compact, che avrà i suoi effetti dirompenti e drammatici per il nostro paese dal prossimo anno. A chiedere la rinegoziazione di un accordo che prevede per il nostro paese l’obbligo del perseguimento del pareggio di bilancio per Costituzione, quello del non superamento della soglia di deficit strutturale superiore allo 0,5% del Pil e una significativa riduzione del debito pubblico al ritmo di un ventesimo (5%) all’anno, fino al rapporto del 60% sul Pil nell’arco di un ventennio, sono, in modo sorprendente e tragicomico, anche quei partiti che l’hanno ratificato in Parlamento nel luglio del 2012 dietro le direttive dell’allora premier Mario Monti.
La campagna elettorale per le elezioni europee di maggio, del resto, è iniziata e il regime del partito unico che governa il paese dall’ex Commissario dell’Unione Europea, Monti, a Renzi, passando per Letta, continua nella sua opera di mistificazione verso una popolazione, della quale non interessa nemmeno più il voto.
Troppo poco, a torto, si sa di un altro Trattato internazionale, quello istitutivo il Meccanismo europeo di stabilità (MES), che, in modo complementare al Fiscal Compact, ha istituito una nuova governance europea per la gestione della crisi.
Il MES ha già prodotto risultati pratici tangibili e enormi. L’Italia, considerando anche il vecchio Fondo europeo di stabilità finanziaria (FESF) di cui il Mes è stato l’erede, ha già versato 46 miliardi di euro dei 125 miliardi previsti fino al 2017. Soldi che chiaramente potevano essere utilizzati per rilanciare la nostra economia attraverso quei progetti eternamente sospesi per la mancanza di coperture. Al contrario, il MES ha permesso alle banche del Nord Europa di riprendere i crediti contratti nei paesi del Sud, in default a causa delle asimmettrie economiche insostenibili prodotte dalla moneta unica e emerse in maniera drammatica nel 2010. Il tutto è stato venduto all’opinione pubblica come un Fondo salva Stati. Ma è proprio così? 
Il MES: la natura del Trattato. 
Il meccanismo europeo di stabilità – European Stability Mechanism o ESM – è un Trattato intergovernativo, che, in modo complementare al Fiscal Compact, ha di fatto istituito una nuova governance europea di gestione della crisi, parallela a quella costituita dai Trattati istitutivi dell’Unione Europea.
La creazione del MES è stata decisa nel Consiglio europeo del 16-17 dicembre 2010. In quell’occasione si è raggiunto l’accordo per avviare la procedura di revisione semplificata (ai sensi dell’art. 48 del Trattato dell’Unione Europea) riguardo all’art. 136 del Trattato funzionamento dell’Unione europea (TFUE) e si è potuto introdurre il nuovo paragrafo 3, con il quale si riconosce in modo esplicito il potere degli Stati membri la cui moneta è l’euro di dar vita ad un’istituzione finanziaria permanente, il MES appunto, con sede a Lussemburgo, non previsto originariamente dai trattati.
Dato che per creare il MES si è modificato appunto il Trattato, bisognava anche consultare il Parlamento, il quale, ahinoi, con una risoluzione tra l’altro velocissima, ha dato il 23 marzo 2011 parere positivo pur sollevando diverse obiezioni. Senza tener modo in alcun modo delle critiche del Parlamento europeo e recependo solo alcune modifiche introdotte dal Consiglio, il Trattato è entrato in vigore il 27 settembre 2012, con l’avvenuto deposito da parte di un certo numero di Stati firmatari degli strumenti di ratifica. Il MES ha istituito un’organizzazione internazionale permanente con un capitale sociale pari a 700 miliardi di euro, di cui solo 500 prestabili, rinnovabile all’infinito attraverso una decisione dell’istituzione stessa. Decisione della quale, a parte la Germania che l’ha escluso attraverso la sentenza del 12 settembre del 2012 della sua Corte costituzionale, i Parlamenti nazionali non potranno più avere voce in capitolo.
Perché si è deciso di costituire il MES?Per far fronte alla crisi della zona euro che nel 2010 stava portando al collasso della moneta unica, si è deciso di ricorrere ad un accordo di diritto internazionale, con regole proprie che fuoriescono dal sistema normativo comunitario, e creare un ente finanziario che ha come obiettivo quello di correggere gli squilibri finanziari maturati nell’ambito della zona euro. La finalità del MES non consiste quindi nel “salvataggio” degli Stati, ma, come ha spiegato molto bene Lidia Undiemi, in una conferenza organizzata alla Camera e come dimostrerà in un suo libro di prossima pubblicazione, nella creazione di una governance politica intergovernativa attraverso la quale potere intervenire tutte le volte che l’instabilità – a monte generata da una crisi della “bilancia dei pagamenti” – mette in discussione la sopravvivenza della moneta unica. Cosa prevede il MES?
Sono cinque i punti più importanti del Trattato che devono essere compresi meglio:
– Il MES si baserà su un capitale garantito dagli Stati membri che utilizzerà sui mercati, dai quali attingerà poi le risorse richieste. (art.3 del Trattato istitutivo del MES)
- Il MES “avrà piena personalità giuridica e capacità giuridica”, potrà quindi acquistare e alienare beni immobiliari e mobili o stipulare dei contratti. Tutti i suoi beni, fondi e averi godranno dell’immunità totale da qualunque procedimento giudiziario e saranno esenti da restrizioni, regolamentazioni, controlli e moratorie. (art. 32)
- Per aver accesso all’assistenza del MES, gli Stati dovranno rispettare le regole relative al Patto di stabilità e di crescita, i criteri di convergenza e i Memorandum d’intesa. Prima di ogni erogazione d’aiuti viene fatto firmare un Memorandum. Si tratta di un legame fondamentale e troppo spesso sottovalutato con il cosiddetto Fiscal Compact, che rende i due trattati un unicum politico nella creazione di quella nuova governance europea. (Punto 5 del Preambolo)
- È stata, infine, introdotta una deroga alla regola dell’unanimità e le decisioni più urgenti saranno prese a maggioranza qualificata. (art. 4)
Si tratta di un meccanismo democratico?Vista l’importanza che il MES ha assunto e assumerà nella gestione della politica interna dei vari Paesi che hanno chiesto e chiederanno il suo aiuto è anzitutto importante osservare che il MES è costruito con soldi pubblici, ma viene gestito senza mai passare attraverso un organo democraticamente eletto. La governance e l’istituzione è infatti tripartita tra il Consiglio dei governatori formato dai ministri delle finanze della zona euro, un Consiglio d’Amministrazione (nominato dal Consiglio dei governatori) e da un Direttore generale, che è responsabile dell’intera organizzazione, nominato a maggioranza qualificata dal Consiglio dei Governatori. Il diritto di voto di ogni stato membro non ha eguale valore ma varia al variare della quota versata. È dunque evidente che il MES è saldamente nelle mani dei governi nazionali e poiché la Germania è il maggior contribuente è anche il paese che ha il maggior peso nelle decisioni.
Tre sono i punti che devono essere messi maggiormente sotto i riflettori.
Primo. L’istituzione intergovernativa ed i membri dell’organizzazione – compresi quelli dello staff – sono per Trattato immuni da procedimenti legali in relazione ad atti da essi compiuti nell’esercizio delle loro funzioni (art. 32, punto 1). Gli atti scritti e i documenti ufficiali redatti sono inviolabili: non è previsto alcun meccanismo d’accesso. Persino i locali e gli archivi del MES sono inviolabili. Il direttore generale del MES può revocare l’immunità di qualsiasi membro del personale del MES eccetto se stesso (art. 35). Insomma è intoccabile.
Secondo. L’esperienza dei Paesi dove ha operato effettivamente il MES. I casi di Grecia, Spagna, Portogallo e Cipro ci forniscono già quattro indizi che fanno più di una prova: attraverso il MES, i creditori internazionali della Troika si sostituiscono di fatto nella gestione della “politica economica” del paese debitore. Lo Stato che chiede un prestito deve, infatti, sottostare ad una “rigorosa condizionalità” nell’ambito di un programma di aggiustamento macroeconomico e di progressivo rientro del suo debito pubblico. Tali condizioni possono spaziare da un programma di correzioni macroeconomiche al rispetto costante di condizioni di ammissibilità predefinite. Il Paese in difficoltà che ha bisogno del prestito deve in poche parole cedere la propria sovranità nella definizione delle scelte di politica economica. Imporre ad una nazione in difficoltà un’agenda economica per soddisfare le richieste di un’istituzione finanziaria, perlopiù deresponsabilizzata grazie all’immunità, è qualcosa che va aldilà di ogni regola democratica.
Terzo. Il MES è infine un’organizzazione che opera concretamente come tutti gli enti finanziari e quindi eroga prestiti, rivolgendosi al mercato con l’obiettivo ultimo di un profitto. I privati – tra cui rientrano finanziatori come Nomura, Goldman Sachs, Merril Lynch e praticamente tutti i principali istituti di investimento mondiali – sono poi ammessi (punto 12 del Preambolo), in qualità di osservatori, a partecipare alle riunioni che hanno ad oggetto la valutazione della concessione del credito al paese richiedente, nonché la definizione delle rigorose prescrizioni da imporre alla nazione “minacciata”. Questa ingerenza si traduce nel serio rischio che a dettare le disposizioni di politica economica da applicare nel territorio dello Stato debitore siano coloro che concedono i soldi al fondo. La sovranità dei singoli Stati membri rischia quindi di essere sostituita da una governance  economica privata in grado di imporsi facilmente sugli organi sovrani dei vari Paesi membri.
 
di Paolo Becchi e Alessandro Bianchi
di | 1 aprile 2014

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si lo so è datato, oltre due anni, ma visto il momento ritengo necessario rinverdire un pò la memoria per farsi un idea, a meno di improvvisi balzi nell'orgoglio nazionale e nella schiena dritta dei nostri politici......, di quello cui stiamo andando incontro allegramente
c'è anche la seconda parte naturalmente che troverete al link sopra messo fra parentesi "seconda parte". Buona lettura.
p.s. 2
All'articolo del Professor Becchi aggiungo solo che ci sono, nel Trattato del MES, alcune clausole che è bene sapere: 1) edifici e membri sono INVIOLABILI E DIPLOMATICAMENTE IMMUNI,  non possono essere perseguiti; 2) gli Stati contribuiscono ai fondi del MES ma se ne hanno bisogno devono sottostare a clausole: significa che noi diamo i nostri soldi al MES ma se ne abbiamo bisogno ce li danno sotto forma di prestiti con un tasso d'interesse e con condizioni (Grecia docet); Il MES può ricorrere a forza di sicurezza direttamente (ricordate l'eurogenfor?) se lo ritiene necessario; 4) Il MES di fatto si sostituisce al governo locale.... e senz'alcun controllo visto il grado d'immunità e impunità di cui godono i propri membri; 5) quale organismo al di sopra di tutto il MES non risponde a nessuno nè a livello comunitario nè nazionale...
quanto sopra tanto per gradire, poi se ne avete voglia potete sempre qui su questo sito (uno dei tanti): leggioggi.it anche se c'è una parte segretata dello stesso di cui nessuno, se non i soliti hacker complottisti, ne sa l'esatta natura.

martedì 27 gennaio 2015

Tsipras, le conseguenze della vittoria su debito pubblico e fiscal compact

Fonte: Il Fatto Quotidiano del 27/01/2015 a firma lavoce.info)
Chi ha ‘votato’ per Syriza. E chi no
Certo, grazie all’euro, il mondo è diventato un posto ben singolare. Un partito di sinistra estrema prende il potere in Grecia, e di fatto la sua vittoria viene salutata positivamente da vari ambienti finanziari e accademici “main stream”, oltre che da governi e partiti politici europei che più lontani di così sul piano ideologico da Alexis Tsipras non potrebbero essere. Perfino il Financial Times – un giornale non esattamente noto per le sue posizioni filo-marxiste – ha di fatto caldeggiato la vittoria di Syriza, così come un serissimo economista dell’università di Oxford, per non dire di Thomas Piketty che ha affermato: “Syriza vuole costruire un’Europa democratica, che è proprio quello di cui tutti abbiamo bisogno”.
Specularmente, alla faccia del riserbo e della correttezza istituzionale che dovrebbe caratterizzarne l’azione, il primo a esprimersi ufficialmente in merito ai risultati dell’elezioni greche non è stato un politico, ma il governatore della Bundesbank, Jens Weidmann, ovviamente solo per dire che le elezioni greche non cambiano nulla e che pacta sunt servandada qualsiasi governo. Un altro elemento paradossale è che tutto ciò c’entra relativamente poco con la Grecia e anche con la questione della fondatezza o meno della richiesta di Syriza di ristrutturare il debito. Su questo punto, e sul come eventualmente realizzarlo sotto il profilo tecnico, le opinioni divergono ancora.
La spiegazione è un’altra. La verità è che a parte un gruppo di inossidabili (ma assai influenti in patria) economisti ordo-liberali tedeschi, la stragrande maggioranza degli accademici e degli ambienti economici internazionali, compresi i principali governi dei paesi occidentali non appartenenti all’euro, si sono oramai convinti che così com’è l’Unione monetaria europea non va da nessuna parte, salvo che verso l’abisso. La filosofia dell’austerity si è tradotta in politiche fiscali pro-cicliche (cioè eccessivamente restrittive) in un momento in cui ci sarebbe bisogno di tutt’altro, come non si stanca di ripetere Mario Draghi. È un’Unione monetaria sempre sull’orlo della deflazione e della recessione, che in due anni (2013-2014) ha buttato via circa il 10 per cento del suo Pil aggregato e lasciato a casa molti milioni di lavoratori in più di quanti “necessari” a mantenere il tasso di inflazione al 2 per cento (oggi siamo allo 0,3 per cento). Oltretutto, un’Unione monetaria sempre a rischio di dissolversi al suo interno, con impatti devastanti sul resto del mondo, non conviene a nessuno. La piccola Grecia, con tutti i suoi problemi e anche le sue responsabilità, è diventata dunque il simbolo di una modifica possibile nella conduzione della politica economica europea.
Le difficoltà di un compromesso possibile
Ma proprio questo è il problema. Ci sono ovvie ragioni economiche e di buon senso per trovare un accordo tra le richieste del nuovo governo greco, la Troika – cioè la Commissione europea, la Bce e il Fondo monetario – e il resto dei paesi europei. Del resto, da quello che si capisce dal programma di Syriza, le sue proposte non sono poi molto dissimili da quelle che erano già state considerate da funzionari dell’area euro nel 2012 e che sono più volte riemerse nella discussione successiva, cioè la cancellazione di parte del debito e un allungamento delle scadenze per il residuo (una sorta di piano Brady). Non sappiamo quanto sia chiaro a qualche plaudente o preoccupato politico di casa nostra, ma Tsipras non pretende (o almeno non pretende più e non pretende ora) un default totale della Grecia sul debito con soggetti esteri, quindi tutto a carico degli altri paesi europei. Default che sarebbe invece l’ovvia conseguenza di una eventuale (ma non desiderata da Syriza) uscita o “espulsione” della Grecia dall’euro (ammesso e non concesso che una espulsione sia possibile).
Di fatto, nessuno capisce davvero come la Grecia, anche con interessi artificialmente bassi e scadenze allungate, potrà mai restituire un debito che viaggia attorno al 180 per cento del Pil.
Ma il punto è che tutti sanno che non si sta discutendo affatto della Grecia, e che un allentamento dei programmi di risanamento per questo paese si porterebbe inevitabilmente dietro una revisione delle politiche per tutta l’area, rimettendo in discussione i capisaldi del fiscal compact europeo e di conseguenza rilanciando l’idea di una politica espansiva, coordinata a livello europeo, che vada oltre il fumoso piano Juncker e i piccoli passi in merito alla flessibilità introdotti dalla Commissione europea.
Sul piano politico, questa revisione toglierebbe il fiato ai vari movimenti anti-euro nei paesi del Sud d’Europa, ma ne amplificherebbe i toni nel Nord e soprattutto in Germania, una cosa che non è chiaro se Angela Merkel può permettersi, dopo aver già dovuto ingoiare il Quantitative easing della Bce e dovendo fronteggiare i possibili veti della Corte costituzionale tedesca. Dunque, la partita è aperta e non è affatto detto che un compromesso, per quanto ragionevole sarebbe sperarlo, alla fine si trovi.
Resta il rammarico che tutto questa complessa battaglia politica ed economica avvenga sulle spalle di un paese che ha già pagato duramente per il sostegno dell’ortodossia economica europea.

p.s.
due importanti voci del mondo economico, quello serio, e delle università che non aprono bocca solo per dargli aria ma sanno vedere oltre le luci, i fumi, i nani e le ballerine.... non si può NON ascoltarli.

sabato 22 marzo 2014

l'intervista di Grillo...

Posto l'intervista di Griillo.


.....più che per i salvini (la lega ormai è parte del sistema e destinata a sparire in un cupìo dissolvimento soprattutto perchè una volta entrati dentro il sistema si sono dimostrati peggiori di quelli che loro dicevano di voler combattere..) o grillo (il cui movimento è, piaccia o meno, accreditato di un ottimo risultato elettorale più per insipienza altrui, troppo appiattiti sui diktat europei, che per propri meriti) ma per la incapacità di tanti, ideologicamente e settariamente, schierati sul fronte liberista, ci si sono anche costruiti sopra carriere e proprie fortune, a capire cosa sta arrivando al parlamento europeo: nonostante i tantissimi precedenti storici (le ex tigri asiatiche, i paesi latino-americani, quelli africani per fare alcuni esempi di come si distrugge una economia ... Salvo poi magari fare mea culpa quando dopo il passaggio della orda famelica arrivata a seguito dei salvatori del fmi i popoli locali si son trovati alla fame e a dover rimettere insieme i cocci.... oggi in grecia è così) continuano ad illudersi che tutto si può ridurre a numeri, statistiche, fogli excel, patti ecc facendo finta di non vedere che dietro a tutto ciò ci sono persone, sogni, progetti, ecc che non ci stanno a farsi trattare come animali da soma per far scaldare i loro nobili sederi appoggiati sulle loro nobili fortune. Un semplice studente del m.i.t. ha dimostrato che la teoria su cui si basa il castello di carta della austerità è sbagliata sia nelle promesse, serie storiche e calcoli, che nelle conseguenze: questo la gente lo sa e chi non lo sapesse lo può scoprire facilmente con un semplice click. Ed è solo l'inizio perché il punto non è essere insieme ma come e soprattutto chi comanda se la gente o le banche

venerdì 17 gennaio 2014

Renzi contro Fiscal compact? Nel ‘nuovo’ Pd ci sono i responsabili

come compitino per il week end lascio questo articolo alla Vs riflessione....... mette i puntini, e non solo, sulle i e allarga l'orizzonte delle tante "democristianate" del berluschino, toscano, di sinistra prossimo, così sembra essere, capo del governo.
BUON WEEK END
Sergio Di Cori Modigliani, ex giornalista che nel 1998 restituì il tesserino in forte polemica con l’Odg, ha scritto ieri nel suo blog: “Mettiamo da parte la nostra splendida fantasia e calda immaginazione da cartolina stereotipata e cominciamo ad innamorarci della validità dei dati oggettivi, inchiodando gli interlocutori -chiunque essi siano- a parlare di quelli.”
Vediamo dunque un po’ di dati oggettivi.
La stampa ha quasi totalmente ignorato:
  • La denuncia del Movimento 5 Stelle nei confronti dei responsabili di Mes, Fiscal Compact e principio di pareggio di bilancio in Costituzione.
  • La mozione M5S che ci avrebbe permesso di andare a rinegoziare i patti presi con l’Ue.
Una delle poche eccezioni è TM news. Il loro titolo è “Dopo i giornalisti M5S mette all’indice parlamentari pro Ue”.
E’ un titolo doppiamente disinformante. Viene insinuata l’idea che M5S abbia redatto una “lista di proscrizione” di parlamentari, bissando l’assurda accusa rivolta al blog di Grillo nel caso dei giornalisti “schedati” (infamia perpetrata con veri e propri stupri semantici, smontati con grande eleganza da Luisella Costamagna). Viene inoltre suggerito che trattasi di parlamentari genericamente “pro Ue”, mentre l’accusa del Movimento 5 Stelle è specifica e rivolta verso i colpevoli di contratti-capestro che danneggiano il nostro Paese. Non sono parlamentari “pro Ue”, sono piuttosto “anti Italia”. Quasi superfluo sottolineare, fra l’altro, che i nomi elencati da M5S sono consultabili da qualsiasi cittadino nei siti di Camera e Senato.
Ho chiesto a Sergio Di Cori Modigliani il motivo di tanta “distrazione” da parte della stampa.
Ecco la sua gentile risposta:
“La differenza tra un buon giornalista onesto e uno scarso – spiega Di Cori Modigliani – non consiste nel tipo di risposte che ottiene, bensì nella qualità delle domande che fa. L‘Italia (non a caso 70esimo al mondo nel ranking relativo alla libertà di stampa) è un paese dove ai giornalisti viene insegnato a non porre certe domande, a evitare certi discorsi, a eludere certi argomenti, e così -crescendo- il giornalista incorpora inconsciamente un meccanismo di auto-censura che in seguito gli aprirà le porte verso il successo professionale. Questo appartiene alla tradizione politica del nostro paese, basata sull’idea del mondo enunciata pubblicamente un paio di anni fa dal cardinal Bertone: “Chi sa non parla, chi parla, invece, non sa”. Un’affermazione che postula l’idea per cui la politica e l’informazione appartengono a un mondo occulto, di adepti, di iniziati, di una élite composta da individui che praticano il concetto di omertà.
Questo è il motivo per cui l’intera cupola mediatica – continua Di Cori Modigliani – ha scelto e deciso di non diffondere la “notizia oggettiva” relativa alla mozione chiesta dai parlamentari pentastellati ieri in aula. Se l’avessero fatto si sarebbero esposti al rischio di dover spiegare di che cosa si trattava, chi l’aveva votata, quando, come e perché. Magari ci sarebbe stato anche qualche giornalista che avrebbe ricordato, a questo popolo malato di amnesia, che Pierluigi Bersani in data 28 agosto 2011 dichiarò: “Fiscal Compact? Mai. Non firmeremo mai un accordo che sega le gambe all’Italia e la condanna”. 
Quattro mesi dopo la firmava e nessun organo di stampa ha ricordato la frase pronunciata 126 giorni prima. Questo è un paese che vive di omertà, di auto-censura, di silenzi, di omissioni, di cose sottaciute e non dette. Un movimento politico come il M5s che ha al primo punto la chiarezza e la trasparenza diventa pericoloso per il Potere Italiano – conclude Di Cori Modigliani – perché li obbliga a cambiare giuoco, e loro non sono né capaci né in grado di saperlo giocare.”

di Francesco Manna (@FrancescoLamana)
(sul fatto Quotidiano) PRESSappoco | 17 gennaio 2014

mercoledì 13 novembre 2013

si chiama dumping....

La procedura d'infrazione per eccesso di avanzi commerciali che la UE ha aperto nei confronti della Germania, per chi ha studiato non sui libri universitari degli ultimi 10 anni ma prima dell'epoca d'oro del liberismo, ha un nome ben preciso: DUMPING, ossia mettere in campo delle iniziative al fine di favorire i propri prodotti vendendoli sottocosto o a costi ribassati allo scopo di danneggiare i concorrenti.... nel caso delle germania ha approfittato delle "regole (che per prima ha violato nel periodo 2000-2005)" che ha la UE per vendere i propri prodotti al prezzo migliore mentre gli altri erano presi dal dover pagare i propri debiti alle banche tedesche, e non solo, che si erano rimpinzate di titoli pubblici italiani, spagoli, irlandesi, greci ecc.. Il tutto alla faccia della solidarietà europea e del reciproco aiuto e del fatto, molto romantico per i creduloni che ci credono, che siamo paesi fratelli nel comune ideale europeo: una balla cui solo gli italiani potevano credere, o nel caso dei politici e non solo, o far finta di credervi per opportunismo: il surplus è di ben 70 mld di euro.. una cifra colossale cui abbiamo contribuito non poco non solo facendo del nostro paese terra di conquista per tedeschi e soci ma anche perchè c'era il problema, nascosto, di dover uniformare il sociale italiano, per quanto clientelare fosse sempre sociale e welfare era, a quello desiderato dai grandi interessi finanziari transnazionali di cui si è fatto protatore mr. goldamn sachs quando definì le costituzioni europee troppo sbilanciate e furi tempo e che non favorivano il mercato, ricordate? Bene... questo era il problema vero.. il resto era una crisi del debito privato che hanno fatto pagare agli stati per timore che crollasse tutto: di tutto ciò la Germania (ma pure Cina, USA, Gran Bretagna, S&P, goldman scachs ecc.) ne ha approfittato per tenersi il proprio welfare più o meno così com'era e aiutare la propria produzione manifatturiera a crescere.. non c'era più concorrenza ed ha trovato terreno facile nel farlo!
Ora i punti son due:
  1. se avessimo un governo non banche orientato il gioco nel chiedere i danni, attraverso l'unico vero tribunale internazionale del commercio che oggi gli Stati temono, sarebbe facile come sparare sulla Croce Rossa... ossia denunciare la Germania alla WTO e farsi pagare i danni al libero mercato che i tedeschi hanno commesso .. come direbbe l'amica nina, che spesso mi dice che sono un sognatore (forse ha ragione), è pura ipotesi teorica perchè i nostri governanti non sono altro che servitori del potere "euro-finanziario" e sono più inclini ad autoattribuirsi prebende che a pensare davvero a governare e a farci bere balle su balle come l'ultima della "crescita" che .... s'avvicina mentre tutti gli indicatori dicono l'esatto opposto ossia che ci stiamo avviando in una spirale deflazione/disinflazione che farà danni tali da far impallidire le misure prese da monti e co......
  2. se volessimo avere un movente per denunciare il perverso meccanismo, dovuto alla strana alleanza fra paesi del nord e la finanza internazionale, che si è messo in moto dal 2007, e che ha protato italia, grecia, spagna irlanda ecc. sull'orlo del fallimento, ora ... ce l'avremmo; ne potremmo trarne delle conseguenze finali denunciando il trattato ue e mandando a quel paese l'hydra eurotecnocratica unione. Invece subiamo e non solo: dobbiamo, per giunta, non solo stornare ingenti somme dalle nostre tasse al debito detenuto dalle banche; come non solo siamo alla fame ma dobbiamo anche mendicare, in caso di bisogno (e ci sarà il prossimo anno l'occasione dato che il paese si troverà sull'orlo del default perchè, nonostante l'impennata, le nostre tasse, tutte, sono in calo non solo percentualmente ma anche in valori assoluti), i soldi che accantoniamo nel ESM che servono .. per i momenti bui.
ora perchè il fronte euro-tedesco si sta sfaldando? Come mai la euro-tecnocrazia si rivolta contro la Germania? A mio parere il motivo è estremamente semplice: hanno capito che l'aria che tira per il vecchio mondo non è più la stessa; la gente, gran parte degli italiani esclusi, comincia a riprendersi dallo choc subito e a guardarsi intorno e cominciano a capire che è avvenuta una rapina a loro danno e quindi cominciano a muoversi e agitarsi ed essendoci fra breve  le elezioni europee c'è il grande rischio di ritrovarsi con un parlamento europeo fortemente..... anti-europeo o lameno fortemente contrario all'attuale assetto di questa europa e questo è un vero problema per questi papaveri che finora hanno vissuto il loro sogno liberista al riparo dei grandi partiti, ampiamente infiltrati da esponenti liberisti rappresentanti dei grandi interessi della finanza internazionale, sia di destra che di sinistra, si fa per dire, e ciò può essere pericoloso per questi sepolcri imbiancati. E' quindi una mossa elettoralistica? In buona parte si, ma non si può nemmeno escludere che sia un ammonimento all'amico tedesco a non essere troppo vorace e ingordo nei confronti dei propri "fratelli" perchè gli si potrebbe ritorcere contro...... non tutti gli stati son capaci di proporre, e d'introdurre nel proprio ordinamento, reati penali come il divieto di "parlar male della UE" come hanno proposto in grecia o d'introddurre un capestro come nella nostra costituzione: non tutti son così fessi e, prima o poi, anche i fessi si svegliano... e se non bastasse prima o poi quando sei all'angolo qualunque bestia, anche la pecora, si ribella e reagisce!

lunedì 10 dicembre 2012

Bersani: l'art.18? nemmeno a parlarne.....per tacere del resto

Esatto, forte dell'appoggio "popolare" e dei media il neo-candidato a Palazzo Chigi del PDmenoelle mette i paletti a "sinistra (si fa per dire .. la parola sinistra é un pò forte in questo caso): niente riforma della riforma dell'art.18 che rimane così com'é uscita dal Parlamento, niente cambi di rotta ... dritti per la rotta mercatara.. altro che laburismo "europeo" e baggianate simili qui parliamo dei liberisti di sinistra, ex sinistra berlusconiana, che, come i lupi travestiti da agnelli, ora (grazie all'onda delle primarie) forti dei sondaggi provano a gettare la maschera certi come sono che la gente alla fine li voterà, non foss'altro perché sono il meno peggio.... pensate un pò il meno peggio: come siamo caduti in basso, vero? Ma vediamo cos'ha detto:
"la discussione sull’articolo 18 è un capitolo chiuso" e, per essere più chiari sulle intenzioni del dopo voto, ecco cos'ha aggiunto al Wall street journal:  "Noi rispetteremo gli impegni presi con l’Unione europea e li faremo nostri. Io credo che sarà possibile raggiungere il pareggio di bilancio il prossimo anno in termini strutturali, ma sono sicuro che l’anno successivo la situazione europea favorirà una discussione e una rivisitazione delle politiche economiche e fiscali non per superarle ma per migliorarle con correzioni orientate ad una maggiore flessibilità. La ”revisione” del Fiscal Compact evocata da Fassina non implica la tesi che l’Italia debba lasciare l’accordo"; infine, ha ribadito, c'é la necessità di un’alleanza allargata alle forze centriste ed europeiste... più chiaro di così...... l'ho riportata paro paro dal link onde evitare "intepretazioni" personali.
Appena ieri scrivevo che, se fossimo un popolo maturo, avevamo un occasione unica: mandarli tutti a casa in un colpo solo .. e invece: invece i sondaggi danno al 36% il Pdmenoelle, come a dire "perdete ogni speranza o voi che ...... ", rassegnatevi tanto non avete altro e siete troppo spaventati per aprire gli occhi: o noi o Berlusca, altro non c'è o almeno così vorrebberof arci credere: il problema é che ci stano riuscendo e, come nella teoria degli shock indotti cui accennavo domenica con il video postato, in soccorso é subito arrivato il grande alleato di lor signori, la finanza si quella finanza che ha provocato la crisi che oggi noi stiamo pagando e che mal sopporta la democrazia e i cittadini che liberamente si esprimono e decidono del proprio futuro e, soprattutto, mal sopportano il "nuovo"perché mette a rischio il progetto che stanno attuando e a cui lavorano fin da quando hanno fatto approvare il WTO: la privatizzazione del welfare e di tutto quello che vi é connesso.. tutto sul mercato: chi può vi accede e chi non ha soldi bé c'è sempre la charitas o simile; niente futuro né progetti .. solo il mercato selvaggio e i suoi guardiani ossia la casta.

lunedì 5 marzo 2012

... arriva il fiscal compact

ma cos'é il fiscal compact? In pratica una riedizione del patto di stabilità che nel 2003 italiani, francesi e tedeschi mandarono al macero per ragioni nazionali di bilancio e di malcelato nazionalismo: prevede una maggiore cogenza nella gestione del bilancio degli stati con un, presunto e sicuramente mal accettato, intervento della UE che da l'imprimatur sulla bontà degli stessi. Ci crediamo a questa balla? Qualcuno é realmente convinto che francesi e tedeschi consentano alla Ue di metter becco su questioni quali fisco, bilancio ecc? Varrà per tutti gli altri, ma per loro no e questo minerà fin da subito la sua applicazione perché ad esempio basterà che in Francia vinca Hollande o da noi che so un Monti e già ci saranno le barricate..... un bluff quindi? Si in parte: perché per tutti gli altri varrà eccome, Grecia docet. Questa caratterizzazione, temo, sarà, per il futuro prossimo venturo, il leit motiv della "nuova" europa a due velocità: una parte che avrà mano libera per fare il bello e il cattivo tempo e un altra .... che sarà ipercontrollata e usata come discarica, o come colonia, dei primi senza possibilità di promozioni. Quanto durerà? Poco temo: anche se in Grecia é stato dimostrato che il popolo conta quanto il due di picche se mettiamo assieme quattro o 5 nazioni che si sollevano il problema sorge eccome, e allora addio UE e tutto il resto: anche quel poco di positivo che c'è stato. Personalmente non mi straccerò le vesti per un accadimento del genere ma comprendo che altri, in buona o cattiva fede non m'interessa, possono non pensarla come e possono non essere d'accordo: evidentemente c'é un problema e prima ce ne accorgiamo meglio sarà perché siamo di fronte a scatole cinesi e prima lo comprendiamo meglio sarà per tutti sia che siano scettici che siano entusiasti..

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