Fonte: Il Fatto Quotidiano Zonaeuro - 29 Ottobre 2019 Diego Fusaro
Sono passati esattamente quindici anni da quando è nata la Costituzione europea. Eppure, a giudizio dello scrivente, vi è ben poco da festeggiare. Senza esagerazioni, lo si dovrebbe considerare un giorno di lutto nazionale in ogni Paese del vecchio continente. Come ho cercato di mostrare nel mio recente studio, scritto con Silvio Bolognini e intitolato Il nichilismo dell’Unione Europea, l’Unione europea corrisponde, per sua essenza, alla ristrutturazione verticistica del potere nel quadro post-1989.
È, in sintesi, l’unione delle classi dominanti d’Europa contro le classi lavoratrici e i popoli europei mediante quello che è stato a ragion veduta definito l’euro experiment. Con le grammatiche del Marx del Discorso sul libero scambio
(1848), la classe dominante procedeva ancora una volta a “indicare con
il nome di fratellanza universale lo sfruttamento nella sua forma
cosmopolitica”.
L’Unione europea, in quanto realtà della Europe in the global age, secondo la formula di Anthony Giddens, è l’emblema dello spirito della globalizzazione
cosmomercatista come vittoria della classe dominante
liquido-finanziaria. Non ci protegge dai drammi del globalismo, ma li
favorisce in tutto il territorio europeo: genera quella che ho definito
la “glebalizzazione” (confronta Glebalizzazione. La lotta di classe al tempo del populismo, 2019), ossia l’abbassamento generale delle condizioni di vita e di lavoro dei ceti nazionali-popolari.
L’Unione europea corrisponde, allora, a una controrivoluzione neoliberista:
è la rivolta dell’aristocrazia finanziaria, passata all’offensiva nel
nuovo, e per essa favorevole, diagramma dei rapporti di forza
successivo all’annus horribilis del 1989. Con la fondazione dell’Unione europea, si è prodotta la cessione delle sovranità nazionali
dei popoli: le quali non sono state recuperate a un più alto livello,
ossia come nuova sovranità del popolo europeo unificato. Sono, invece,
state cedute a un ente privato, post-nazionale e non democraticamente
eletto, rispondente al nome di Banca centrale europea (Bce, un soggetto sovrano, extra-nazionale, privato e sottratto anche alle procedure della democrazia elettiva.
In altri termini, secondo quella che è stata etichettata come the retreat of the State,
il governo di Roma e quello di Parigi, quello di Madrid e quello di
Berlino hanno ceduto la propria sovranità, anzitutto quella monetaria, a
una società privata, la Bce, emanazione diretta della classe
globocratica dominante. Quest’ultima, grazie al suo monopolio dei mezzi
di informazione, è altresì riuscita a fare in modo che ciò,
nell’immaginario collettivo, coincidesse con la “democrazia” e che, di
conseguenza, ogni movimento orientato al recupero della sovranità
nazionale fosse aprioricamente delegittimato come antidemocratico e parafascista, nell’apice dell’inversione orwelliana tra parole e cose. È la “Matrix europea”, come l’ha appellata Francesco Amodeo.
“L’euro è irreversibile”, ripetono gli euroinomani, ogni giorno più numerosi: perfino Matteo Salvini s’è recentemente scoperto adepto dell’europeisticamente corretto. Dalla struttura stessa della Ue sono scaturiti tanto il deficit democratico strutturale (e non accidentale, né transeunte) dell’Unione europea, quanto il suo neocolonialismo finanziario,
che decide della vita e della morte dei popoli degli Stati europei.
Stati che – giova rammentarlo – hanno rinunziato alla propria sovranità
monetaria, senza che si ricorresse alla “estetica dei supplizi”, come
l’avrebbe appellata il Michel Foucault di Sorvegliare e punire, connessa alle bombe e ai carri armati.
Complici
i processi di desovranizzazione organizzata, le politiche economiche e
il futuro dei popoli europei sono ora decisi da consigli di
amministrazione. Su queste basi poggia anche quella che vorremmo
definire, senza perifrasi edulcoranti, l’irriformabilità dell’Unione europea: irriformabilità che deriva more geometrico
dal fatto che non si può, “per la contradizion che nol consente”,
riformare e ridemocratizzare uno spazio che è stato pensato e creato ad
hoc per svuotare le democrazie europee, ponendo i processi decisionali
nelle stanze chiuse e postdemocratiche dell’aristocrazia finanziaria.
Insomma, non v’è davvero nulla da festeggiare.
A meno che, ovviamente, non si sia membri della classe dominante,
dell’aristocrazia finanziaria che comanda nell’Unione europea.
si parla di progresso, di evoluzione, di civiltà ci ritroviamo invece in un nuovo medio evo dove conta chi si nasconde dietro il potere o vi si allea con esso.
Visualizzazione post con etichetta Sovranità Nazionale. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta Sovranità Nazionale. Mostra tutti i post
mercoledì 30 ottobre 2019
giovedì 11 luglio 2019
Oggi il vero marxista è sovranista
Fonte: Il Fatto Quotidiano Società | 11 Luglio 2019 Diego Fusaro
Non è possibile risocializzare l’economia, in assenza di un preventivo recupero della sovranità nazionale. Lo Stato nazionale può essere democratico: l’economia globalizzata e senza politica non lo sarà mai. La liberazione dal giogo globalista e dai suoi “vincoli esterni” (modalità Unione Europea), che sovranazionalizzando le decisioni annichiliscono ogni spazio democratico, figura come conditio sine qua non per la ripoliticizzazione dell’economico e per la ridemocratizzazione della realtà socio-politica (con politiche welfaristiche e manovre nazionali orientate alla piena occupazione).
Senza sovranismo politico, non possono esservi democrazia e diritti sociali. Senza populismo, ossia senza movimento dal basso del Servo glebalizzato e uscito dalla passività, non può esservi un sovranismo democratico e socialista.
Contro le anime belle del globalismo dei diritti e della global democracy, occorre ribadire, con il realismo di Antonio Gramsci, che “ogni conquista della civiltà diventa permanente, è storia reale e non episodio superficiale e caduco, in quanto si incarna in una istituzione e trova una forma nello Stato” (Lo Stato e il socialismo, 1919).
Finché ci si limita a immaginare o – à la Toni Negri di Impero – un taumaturgico rovesciamento del globalismo nel comunismo, o una lineare evoluzione della mondializzazione verso la democrazia e l’uguaglianza, l’idea socialista – ancora con le parole del Gramsci di Lo Stato e il socialismo – resta “un mito, una evanescente chimera, un mero arbitrio della fantasia individuale”.
Per attuarsi, il socialismo democratico necessita di una soggettività organizzata in movimento rivoluzionario, coincidente oggi con il Servo nazionale-popolare (momento populista). E, insieme, abbisogna della forma Stato (momento sovranista), come forma in grado di istituzionalizzare le conquiste del movimento e di renderle governo centrato sulla sovranità popolare.
Non si registrano, del resto, forme di socialismo più o meno perfettamente realizzato se non nel quadro di Stati nazionali concreti: dal patria o muerte di Che Guevara al “socialismo in un solo Paese” di area sovietica, passando per le socialdemocrazie scandinave e per i socialismi patriottici “bolivariani” dell’America Latina (Bolivia, Venezuela, ecc.)
Così inteso, il populismo sovranista – variante del marxismo nel nuovo millennio – è il movimento mediante il quale il popolo, abbandonando la condizione di passività subalterna, torna a essere protagonista della propria vicenda storica. Recupera la propria sovranità e il proprio protagonismo conflittuale e rivendicativo, partecipativo e deliberativo: e prende a muoversi, con la propria “volontà collettiva”, direbbe Gramsci, secondo linee concettuali opposte rispetto a quelle del blocco dominante e tutte orbitanti intorno al fuoco prospettico del recupero della sovranità come base della riapertura del conflitto biunivoco tra Servo e Signore e del possibile ritorno alla democrazia e ai diritti sociali.
Per questo, il populismo sovrano, come bene ha mostrato Carlo Formenti in La variante populista, è oggi la sola possibilità di restituire potenza all’elemento democratico.
Senza sovranità “dello” Stato, non può esservi quella sovranità popolare “nello” Stato che coincide, in ultimo, con la democrazia come autodeterminazione del demos: nell’ordine della lotta di classe condotta dall’alto dall’élite globalista liquido-finanziaria, la rimozione delle sovranità “degli” Stati è sempre funzionale alla rimozione delle sovranità popolari “negli” Stati, di modo che le decisioni si spostino dai parlamenti nazionali ai consigli di amministrazione post-nazionali.
Anche da ciò si evince l’inevitabile nesso tra democrazia e spazio nazionale, da una parte, e tra dittatura dell’economico e spazio cosmopolitizzato, dall’altra. La lotta di classe è, oggi, tra l’illimitata apertura finanziaria e l’autonomia nazionale come base della possibile decisione del demos.
Il Signore, che un tempo fu nazionalista, ora è cosmopolita. Il Servo, per parte sua, deve essere sovranista e internazionalista, mai nazionalista in senso regressivo o, alternativamente, cosmopolitico in chiave liberista. Il nazionalismo, in quanto individualismo capitalistico riferito alla nazione, applica il competitivismo del bellum omnium contra omnes al nesso con le altre nazioni: se potesse, le neutralizzerebbe per tutelare il proprio egoismo acquisitivo. Il cosmopolitismo, per parte sua, battaglia contro la dimensione nazionale in nome della openness e della libera circolazione deregolamentata.
L’internazionalismo socialista, infine, valorizza la dimensione nazionale, ma non nazionalista: sa bene che non si può essere internazionali senza essere nazionali, e che non si può essere democratici e socialisti senza rovesciare il nazionalismo imperialista e la sua evoluzione globalizzata, il cosmopolitismo liberista come dominio planetario di un’unica nazione (la monarchia del dollaro) e di una sola maniera di pensare, esistere, parlare e relazionarsi.
Per questo l’internazionalismo socialista, coniugando il populismo sovranista con l’internazionalismo e con la democrazia socialista, si oppone fermamente tanto al nazionalismo imperialista, quanto al cosmopolitismo mercatista. Fa valere l’idea-guida di una costellazione nazionale (e non post-nazionale, à la Habermas) di patrie solidali e comunitarie, socialiste e democratiche, rispettose della propria irriducibile alterità e, insieme, concepite come sorelle e non come competitors nell’arena della guerra di tutti contro tutti.
Non è possibile risocializzare l’economia, in assenza di un preventivo recupero della sovranità nazionale. Lo Stato nazionale può essere democratico: l’economia globalizzata e senza politica non lo sarà mai. La liberazione dal giogo globalista e dai suoi “vincoli esterni” (modalità Unione Europea), che sovranazionalizzando le decisioni annichiliscono ogni spazio democratico, figura come conditio sine qua non per la ripoliticizzazione dell’economico e per la ridemocratizzazione della realtà socio-politica (con politiche welfaristiche e manovre nazionali orientate alla piena occupazione).
Senza sovranismo politico, non possono esservi democrazia e diritti sociali. Senza populismo, ossia senza movimento dal basso del Servo glebalizzato e uscito dalla passività, non può esservi un sovranismo democratico e socialista.
Contro le anime belle del globalismo dei diritti e della global democracy, occorre ribadire, con il realismo di Antonio Gramsci, che “ogni conquista della civiltà diventa permanente, è storia reale e non episodio superficiale e caduco, in quanto si incarna in una istituzione e trova una forma nello Stato” (Lo Stato e il socialismo, 1919).
Finché ci si limita a immaginare o – à la Toni Negri di Impero – un taumaturgico rovesciamento del globalismo nel comunismo, o una lineare evoluzione della mondializzazione verso la democrazia e l’uguaglianza, l’idea socialista – ancora con le parole del Gramsci di Lo Stato e il socialismo – resta “un mito, una evanescente chimera, un mero arbitrio della fantasia individuale”.
Per attuarsi, il socialismo democratico necessita di una soggettività organizzata in movimento rivoluzionario, coincidente oggi con il Servo nazionale-popolare (momento populista). E, insieme, abbisogna della forma Stato (momento sovranista), come forma in grado di istituzionalizzare le conquiste del movimento e di renderle governo centrato sulla sovranità popolare.
Non si registrano, del resto, forme di socialismo più o meno perfettamente realizzato se non nel quadro di Stati nazionali concreti: dal patria o muerte di Che Guevara al “socialismo in un solo Paese” di area sovietica, passando per le socialdemocrazie scandinave e per i socialismi patriottici “bolivariani” dell’America Latina (Bolivia, Venezuela, ecc.)
Così inteso, il populismo sovranista – variante del marxismo nel nuovo millennio – è il movimento mediante il quale il popolo, abbandonando la condizione di passività subalterna, torna a essere protagonista della propria vicenda storica. Recupera la propria sovranità e il proprio protagonismo conflittuale e rivendicativo, partecipativo e deliberativo: e prende a muoversi, con la propria “volontà collettiva”, direbbe Gramsci, secondo linee concettuali opposte rispetto a quelle del blocco dominante e tutte orbitanti intorno al fuoco prospettico del recupero della sovranità come base della riapertura del conflitto biunivoco tra Servo e Signore e del possibile ritorno alla democrazia e ai diritti sociali.
Per questo, il populismo sovrano, come bene ha mostrato Carlo Formenti in La variante populista, è oggi la sola possibilità di restituire potenza all’elemento democratico.
Senza sovranità “dello” Stato, non può esservi quella sovranità popolare “nello” Stato che coincide, in ultimo, con la democrazia come autodeterminazione del demos: nell’ordine della lotta di classe condotta dall’alto dall’élite globalista liquido-finanziaria, la rimozione delle sovranità “degli” Stati è sempre funzionale alla rimozione delle sovranità popolari “negli” Stati, di modo che le decisioni si spostino dai parlamenti nazionali ai consigli di amministrazione post-nazionali.
Anche da ciò si evince l’inevitabile nesso tra democrazia e spazio nazionale, da una parte, e tra dittatura dell’economico e spazio cosmopolitizzato, dall’altra. La lotta di classe è, oggi, tra l’illimitata apertura finanziaria e l’autonomia nazionale come base della possibile decisione del demos.
Il Signore, che un tempo fu nazionalista, ora è cosmopolita. Il Servo, per parte sua, deve essere sovranista e internazionalista, mai nazionalista in senso regressivo o, alternativamente, cosmopolitico in chiave liberista. Il nazionalismo, in quanto individualismo capitalistico riferito alla nazione, applica il competitivismo del bellum omnium contra omnes al nesso con le altre nazioni: se potesse, le neutralizzerebbe per tutelare il proprio egoismo acquisitivo. Il cosmopolitismo, per parte sua, battaglia contro la dimensione nazionale in nome della openness e della libera circolazione deregolamentata.
L’internazionalismo socialista, infine, valorizza la dimensione nazionale, ma non nazionalista: sa bene che non si può essere internazionali senza essere nazionali, e che non si può essere democratici e socialisti senza rovesciare il nazionalismo imperialista e la sua evoluzione globalizzata, il cosmopolitismo liberista come dominio planetario di un’unica nazione (la monarchia del dollaro) e di una sola maniera di pensare, esistere, parlare e relazionarsi.
Per questo l’internazionalismo socialista, coniugando il populismo sovranista con l’internazionalismo e con la democrazia socialista, si oppone fermamente tanto al nazionalismo imperialista, quanto al cosmopolitismo mercatista. Fa valere l’idea-guida di una costellazione nazionale (e non post-nazionale, à la Habermas) di patrie solidali e comunitarie, socialiste e democratiche, rispettose della propria irriducibile alterità e, insieme, concepite come sorelle e non come competitors nell’arena della guerra di tutti contro tutti.
Società | 11 Luglio 2019
Etichette:
blog,
demos,
filosofia,
marxismo,
politica,
populismo,
socialismo,
Sovranità Nazionale
giovedì 10 marzo 2016
Meccanismo Europeo di Stabilità: tutto quello che non vi dicono e che dovreste sapere – I
di Paolo Becchi | 1 aprile 2014 dal Fatto Quotidiano
In molti si rincorrono oggi a criticare un Trattato internazionale, il cosiddetto Fiscal compact,
che avrà i suoi effetti dirompenti e drammatici per il nostro paese
dal prossimo anno. A chiedere la rinegoziazione di un accordo che
prevede per il nostro paese l’obbligo del perseguimento del pareggio di bilancio per Costituzione,
quello del non superamento della soglia di deficit strutturale
superiore allo 0,5% del Pil e una significativa riduzione del debito
pubblico al ritmo di un ventesimo (5%) all’anno, fino al rapporto del
60% sul Pil nell’arco di un ventennio, sono, in modo sorprendente e
tragicomico, anche quei partiti che l’hanno ratificato in Parlamento nel
luglio del 2012 dietro le direttive dell’allora premier Mario Monti.
La campagna elettorale per le elezioni europee di maggio, del resto, è iniziata e il regime del partito unico che governa il paese dall’ex Commissario dell’Unione Europea, Monti, a Renzi, passando per Letta, continua nella sua opera di mistificazione verso una popolazione, della quale non interessa nemmeno più il voto.
La campagna elettorale per le elezioni europee di maggio, del resto, è iniziata e il regime del partito unico che governa il paese dall’ex Commissario dell’Unione Europea, Monti, a Renzi, passando per Letta, continua nella sua opera di mistificazione verso una popolazione, della quale non interessa nemmeno più il voto.
Troppo poco, a torto, si sa di un altro Trattato internazionale, quello istitutivo il Meccanismo europeo di stabilità (MES), che, in modo complementare al Fiscal Compact, ha istituito una nuova governance europea per la gestione della crisi.
Il MES ha già prodotto risultati pratici tangibili e enormi.
L’Italia, considerando anche il vecchio Fondo europeo di stabilità
finanziaria (FESF) di cui il Mes è stato l’erede, ha già versato 46 miliardi di euro dei 125 miliardi
previsti fino al 2017. Soldi che chiaramente potevano essere utilizzati
per rilanciare la nostra economia attraverso quei progetti eternamente
sospesi per la mancanza di coperture. Al contrario, il MES ha permesso
alle banche del Nord Europa di riprendere i crediti contratti nei
paesi del Sud, in default a causa delle asimmettrie economiche
insostenibili prodotte dalla moneta unica e emerse in maniera
drammatica nel 2010. Il tutto è stato venduto all’opinione pubblica
come un Fondo salva Stati. Ma è proprio così?
Il MES: la natura del Trattato.
Il meccanismo europeo di stabilità – European Stability Mechanism o ESM – è un Trattato intergovernativo, che, in modo complementare al Fiscal Compact, ha di fatto istituito una nuova governance europea di gestione della crisi, parallela a quella costituita dai Trattati istitutivi dell’Unione Europea.
Il meccanismo europeo di stabilità – European Stability Mechanism o ESM – è un Trattato intergovernativo, che, in modo complementare al Fiscal Compact, ha di fatto istituito una nuova governance europea di gestione della crisi, parallela a quella costituita dai Trattati istitutivi dell’Unione Europea.
La creazione del MES è stata decisa nel Consiglio europeo del 16-17 dicembre 2010.
In quell’occasione si è raggiunto l’accordo per avviare la procedura
di revisione semplificata (ai sensi dell’art. 48 del Trattato
dell’Unione Europea) riguardo all’art. 136 del Trattato funzionamento
dell’Unione europea (TFUE) e si è potuto introdurre il nuovo paragrafo
3, con il quale si riconosce in modo esplicito il potere degli Stati
membri la cui moneta è l’euro di dar vita ad un’istituzione finanziaria
permanente, il MES appunto, con sede a Lussemburgo, non previsto
originariamente dai trattati.
Dato
che per creare il MES si è modificato appunto il Trattato, bisognava
anche consultare il Parlamento, il quale, ahinoi, con una risoluzione
tra l’altro velocissima, ha dato il 23 marzo 2011 parere positivo pur
sollevando diverse obiezioni. Senza tener modo in alcun modo delle
critiche del Parlamento europeo e recependo solo alcune modifiche
introdotte dal Consiglio, il Trattato è entrato in vigore il 27 settembre 2012,
con l’avvenuto deposito da parte di un certo numero di Stati firmatari
degli strumenti di ratifica. Il MES ha istituito un’organizzazione
internazionale permanente con un capitale sociale pari a 700 miliardi di
euro, di cui solo 500 prestabili, rinnovabile all’infinito attraverso
una decisione dell’istituzione stessa. Decisione della quale, a parte
la Germania che l’ha escluso attraverso la sentenza del 12 settembre
del 2012 della sua Corte costituzionale, i Parlamenti nazionali non potranno più avere voce in capitolo.
Perché si è deciso di costituire il MES?Per far fronte alla crisi della zona euro che nel 2010 stava portando al collasso della moneta unica,
si è deciso di ricorrere ad un accordo di diritto internazionale, con
regole proprie che fuoriescono dal sistema normativo comunitario, e
creare un ente finanziario che ha come obiettivo quello di correggere
gli squilibri finanziari maturati nell’ambito della zona euro. La
finalità del MES non consiste quindi nel “salvataggio” degli Stati, ma,
come ha spiegato molto bene Lidia Undiemi, in una conferenza organizzata alla Camera e come dimostrerà in un suo libro di prossima pubblicazione, nella creazione di una governance politica
intergovernativa attraverso la quale potere intervenire tutte le volte
che l’instabilità – a monte generata da una crisi della “bilancia dei
pagamenti” – mette in discussione la sopravvivenza della moneta unica.
Cosa prevede il MES?Sono cinque i punti più importanti del Trattato che devono essere compresi meglio:
– Il MES si baserà su un capitale garantito dagli Stati membri che utilizzerà sui mercati, dai quali attingerà poi le risorse richieste. (art.3 del Trattato istitutivo del MES)
- Il MES “avrà piena personalità giuridica e capacità giuridica”, potrà quindi acquistare e alienare beni immobiliari e mobili o stipulare dei contratti. Tutti i suoi beni, fondi e averi godranno dell’immunità totale da qualunque procedimento giudiziario e saranno esenti da restrizioni, regolamentazioni, controlli e moratorie. (art. 32)
- Per aver accesso all’assistenza del MES, gli Stati dovranno rispettare le regole relative al Patto di stabilità e di crescita, i criteri di convergenza e i Memorandum d’intesa. Prima di ogni erogazione d’aiuti viene fatto firmare un Memorandum. Si tratta di un legame fondamentale e troppo spesso sottovalutato con il cosiddetto Fiscal Compact, che rende i due trattati un unicum politico nella creazione di quella nuova governance europea. (Punto 5 del Preambolo)
- È stata, infine, introdotta una deroga alla regola dell’unanimità e le decisioni più urgenti saranno prese a maggioranza qualificata. (art. 4)
Si tratta di un meccanismo democratico?Vista
l’importanza che il MES ha assunto e assumerà nella gestione della
politica interna dei vari Paesi che hanno chiesto e chiederanno il suo
aiuto è anzitutto importante osservare che il MES è costruito con soldi
pubblici, ma viene gestito senza mai passare attraverso un organo
democraticamente eletto. La governance e l’istituzione è
infatti tripartita tra il Consiglio dei governatori formato dai ministri
delle finanze della zona euro, un Consiglio d’Amministrazione
(nominato dal Consiglio dei governatori) e da un Direttore generale,
che è responsabile dell’intera organizzazione, nominato a maggioranza
qualificata dal Consiglio dei Governatori. Il diritto di voto di ogni
stato membro non ha eguale valore ma varia al variare della quota
versata. È dunque evidente che il MES è saldamente nelle mani dei governi nazionali e poiché la Germania è il maggior contribuente è anche il paese che ha il maggior peso nelle decisioni.
Tre sono i punti che devono essere messi maggiormente sotto i riflettori.
Primo. L’istituzione intergovernativa ed i membri dell’organizzazione – compresi quelli dello staff – sono per Trattato immuni da procedimenti legali
in relazione ad atti da essi compiuti nell’esercizio delle loro
funzioni (art. 32, punto 1). Gli atti scritti e i documenti ufficiali
redatti sono inviolabili: non è previsto alcun meccanismo d’accesso.
Persino i locali e gli archivi del MES sono inviolabili.
Il direttore generale del MES può revocare l’immunità di qualsiasi
membro del personale del MES eccetto se stesso (art. 35). Insomma è
intoccabile.
Secondo. L’esperienza dei Paesi dove ha operato effettivamente il MES. I casi di Grecia, Spagna, Portogallo e Cipro
ci forniscono già quattro indizi che fanno più di una prova: attraverso
il MES, i creditori internazionali della Troika si sostituiscono di
fatto nella gestione della “politica economica” del paese debitore. Lo
Stato che chiede un prestito deve, infatti, sottostare ad una “rigorosa
condizionalità” nell’ambito di un programma di aggiustamento
macroeconomico e di progressivo rientro del suo debito pubblico. Tali
condizioni possono spaziare da un programma di correzioni
macroeconomiche al rispetto costante di condizioni di ammissibilità
predefinite. Il Paese in difficoltà che ha bisogno del prestito deve in
poche parole cedere la propria sovranità nella definizione delle scelte
di politica economica. Imporre ad una nazione in difficoltà un’agenda
economica per soddisfare le richieste di un’istituzione finanziaria,
perlopiù deresponsabilizzata grazie all’immunità, è qualcosa che va
aldilà di ogni regola democratica.
Terzo.
Il MES è infine un’organizzazione che opera concretamente come tutti
gli enti finanziari e quindi eroga prestiti, rivolgendosi al mercato
con l’obiettivo ultimo di un profitto. I privati – tra cui rientrano
finanziatori come Nomura, Goldman Sachs, Merril Lynch e
praticamente tutti i principali istituti di investimento
mondiali – sono poi ammessi (punto 12 del Preambolo), in qualità di
osservatori, a partecipare alle riunioni che hanno ad oggetto la
valutazione della concessione del credito al paese richiedente, nonché
la definizione delle rigorose prescrizioni da imporre alla nazione
“minacciata”. Questa ingerenza si traduce nel serio rischio che a
dettare le disposizioni di politica economica da applicare nel
territorio dello Stato debitore siano coloro che concedono i soldi al
fondo. La sovranità dei singoli Stati membri rischia quindi di essere
sostituita da una governance economica privata in grado di imporsi
facilmente sugli organi sovrani dei vari Paesi membri.
di Paolo Becchi e Alessandro Bianchi
di Paolo Becchi | 1 aprile 2014
_________________________
si
lo so è datato, oltre due anni, ma visto il momento ritengo necessario
rinverdire un pò la memoria per farsi un idea, a meno di improvvisi
balzi nell'orgoglio nazionale e nella schiena dritta dei nostri
politici......, di quello cui stiamo andando incontro allegramente
c'è anche la seconda parte naturalmente che troverete al link sopra messo fra parentesi "seconda parte". Buona lettura.
p.s. 2
All'articolo del Professor Becchi aggiungo solo che ci sono, nel Trattato del MES,
alcune clausole che è bene sapere: 1) edifici e membri sono INVIOLABILI
E DIPLOMATICAMENTE IMMUNI, non possono essere perseguiti; 2) gli Stati
contribuiscono ai fondi del MES ma se ne hanno bisogno devono
sottostare a clausole: significa che noi diamo i nostri soldi al MES ma
se ne abbiamo bisogno ce li danno sotto forma di prestiti con un tasso
d'interesse e con condizioni (Grecia docet); Il MES può ricorrere a
forza di sicurezza direttamente (ricordate l'eurogenfor?)
se lo ritiene necessario; 4) Il MES di fatto si sostituisce al governo
locale.... e senz'alcun controllo visto il grado d'immunità e impunità
di cui godono i propri membri; 5) quale organismo al di sopra di tutto
il MES non risponde a nessuno nè a livello comunitario nè nazionale...
quanto sopra tanto per gradire, poi se ne avete voglia potete sempre qui su questo sito (uno dei tanti): leggioggi.it anche se c'è una parte segretata dello stesso di cui nessuno, se non i soliti hacker complottisti, ne sa l'esatta natura.
Etichette:
blog,
crisi economica,
economia,
eurogendfor,
fiscal compact,
mes,
noeuro,
Pareggio di Bilancio,
politica,
Sovranità Nazionale,
Zonaeuro
Iscriviti a:
Post (Atom)
test velocità
Test ADSL Con il nostro tool potrete misurare subito e gratuitamente la velocità del vostro collegamento internet e ADSL. (c) speedtest-italy.com - Test ADSL |