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mercoledì 18 marzo 2020

Coronavirus e socialismo, l’epidemia ci sta rivelando una verità rimasta finora sotto traccia

Fonte: Il Fatto Quotidiano Società - 18 Marzo 2020 Diego Fusaro
Non mi stancherò di ripeterlo. La situazione tragica in cui, a causa della diffusione pandemica del Coronavirus versano l’Italia e, sempre più palesemente, il resto del mondo è rivelativa. È rivelativa, se non altro, di alcuni aspetto che, fino a oggi, erano rimasti sotto traccia. E che adesso prorompono in superficie con evidenza incontenibile.
Intanto, come s’è già in altra occasione rammemorato, è emersa la reale essenza della Ue come impaccio e non come sostegno per i popoli europei in difficoltà: l’ha ammesso perfino il Presidente Mattarella, senza troppe perifrasi. La Ue ostacola l’Italia, addirittura rischia di affondarla (si ricordino le irresponsabili parole della Lagarde).
Affiora poi, con limpido profilo, la falsità evidente dello storytelling politicamente corretto ed eticamente corrotto che da anni viene diffuso a reti unificate dagli araldi dell’ordine globalcapitalistico (giornalisti, operatori dei media, intellettuali al guinzaglio): il nuovo ordine mentale di completamento del nuovo ordine mondiale liquido-finanziario ci ha per anni raccontato che il privato era la panacea universale e che, per converso, il pubblico era il male assoluto.
Ebbene, è ora lampante che se sopravvivremo a questa catastrofe, sarà grazie al pubblico: grazie alla sanità pubblica e a quegli eroi che sono gli infermieri e i medici italiani. Lo storytelling egemonico ci ha ripetuto ad nauseam che il nemico principale era l’asse del male composto dagli “Stati canaglia” totalitari, comunisti e nemici dei diritti umani.
Eppure scopriamo ora che alcuni di quegli Stati stanno inviando aiuti all’Italia: la Cina, il Venezuela e Cuba stanno inviando medici, l’ha apertamente ammesso la Regione Lombardia. Non erano Stati canaglia totalitari? In compenso, quello che i monopolisti del discorso celebrano come il regno della democrazia e dei diritti umani, la monarchia del dollaro, non sta facendo nulla per l’Italia e, verosimilmente, nemmeno per le fasce deboli della sua stessa popolazione: quelle che, senza copertura sanitaria pubblica, saranno verosimilmente destinate a morire come le mosche, nel silenzio generale e nel bel mezzo della società opulenta.
La verità, che oggi risplende più che mai, è che l’alternativa continua a essere quella tra socialismo o barbarie: è l’alternativa tra un’“umanità socializzata” (Marx), di Stati sovrani e solidali tra loro, che si relazionano come fratelli, e un “regno animale dello Spirito” improntato alla guerra di tutti contro tutti e alla concorrenza universale tra gli Stati come tra gli individui.

mercoledì 11 marzo 2020

La vita ai tempi dell'epidemia: un'occasione unica per cambiare strada

Potrebbe essere il titolo di un romanzo: 'la vita ai tempi del coronavirus'.. in realtà è un occasione per avviare, a fine epidemia, una riflessione sulle scelte effettuate da noi e dai rappresentanti che abbiamo eletto nelgi ultimi decenni: a partire dal 1989 a oggi. Un paradigma ha fallito e bisogna cambiarlo. Addio al mercato 'libero (libero per chi cir crede che sia libero)' e benvenuto al mercato strettamente regolamentato: insomma un cambio di paradigma. Un diverso paradigma. Meno individualismo, più comunità. Insomma un orizzonte differente con maggiore glocalismo e minore globalizzazione. Schumpeter, un vero padre dell'economia quanto misconosciuto, lo diceva: esiste un capitalismo 'buono' uno 'cattivo'. Il primo ne vediamo gli effetti ultimi  e del secondo se ne  sono perse le tracce nelle nebbie del tempo e nella fine della guerra fredda.... quest'autore, insieme a uno dei maggiori esponenti del pensiero liberale, Isaiah Berlin, per anni hanno sostenuto l'idea: il liberismo che conosciamo è 'cattivo' mentre Berlin sosteneva che difficilmente gli umani (...) accetteranno rimanere nella casella predispostagli dal sistema ossia in basso per rimanervi nei secoli a venire. E' stato interessante sentire, mentre scrivo questo post, il direttore del sole24 ore dire chiaramente che l'europa è al capolinea davvero quindi al  lumicino e che se non da segni di aperta solidarietà, anziché isolarci chiudendoci in faccia le frontiere e/o prestandoci soldi a interesse (soldi che noi versiamo nel fondo salva stati e che il mes, il fmi europeo, controlla senza darne conto a nessuno.. pensate che i funzionari/strozzini del mes sono ignoti e godono dell'immunità diplomatica) è morta... da un lato non cado nella trappola dialettica: costui, rappresentante della confindustria, è strumentalmente polemico in quanto manda un messaggio (nemmeno così criptico) trasversale a uso interno e esterno e dall'altro però segna, non senza un mio piacere nel constatarlo, il limite del riconoscimento di questi europeisti del male che rappresenta quest'europa e dei danni che fa e continuerà a fare se non se ne cambia il dna.. sarebbe meglio mandarla nel cestino e provare a farne un altra naturalmente ma non si costruisce senza distruggere, vero?
Quando l'italia, come il resto dell'occidente, aderì al GATT, poi WTO, aderì a un modi di vedere le cose: da quel momento in poi accettammo il fatto che avremmo dovuto rinunciare non solo alla sovranità economica ma anche alla nostra dignità: in soldoni, e pure i trattati europei vanno nella stessa direzione, tranne interni, giustizia e difesa tutto il resto va 'a mercato' e quanto in precedenza era considerato bisogno da quel momento in poi diventava 'servizio' e quindi doveva essere PAGATO: ben dicevano Rifkin in vari saggi (due su tutti 'Il sogno europeo' e 'l'era dell'accesso'), e la Klein  (anche qui due su tutti ossia 'No logo' e 'Shock economy') che le istituzioni internazionali finanziarie, e non, non hanno come obiettivo la rinascita e l'aiuto ai paesi in difficoltà ma il rientro dei capitali investiti anche, come accaduto in mezzo mondo e da ultimo in Grecia, a costo di affamare i cittadini che, è bene che ce lo diciamo, qualunque cosa e chiunque votino dovranno sempre calarsi le braghe.....
da qui la necessità, cogliendo l'opportunità dell'epidemia, di cambiare il paradigma: dai servizi ai bisogni; dal mercato selvaggio (ricordiamoci della mascherine vendute online a 95 euri mentre prima ne costavano almeno tre volte meno) al mercato regolamentato come da costituzione che lo vincola alla cosidetta 'utilità sociale'. Riprendersi la sovranità monetaria; creare una moneta interna legata all'oro e/o ai metalli preziosi; indirizzare le risorse alla ristrutturazione del sistema pubblico investendo in ricerca, formazione, sanità, scuola e università, welfare ecc. tutto ciò, a li cito a titolo esemplificativo, non a detrimento del privato ma su una strada diversa: esiste un sistema pubblico e universale e uno privato, senza aiuti come ora dello stato, che va per conto suo che uno si paga se può e se vuole via assicurazione ecc. un pò come accade in paesi come Danimarca e Norvegia. I soldi? Ci sono: non è un caso che il governo ha stanziato 25 per rimodularli in base alle eigenze per prevederne reali 20 e sapete perchè? Perchè il nostro paese da anni ha AVANZO DI CASSA, soldi veri che ogni anno sono risparmiati e vanno a perdersi nei mille rivoli del sistema della riserva frazionaria e del debito pubblico in rapporto al pil che, come pochi sanno, è SOLO uno degli strumenti a disposizione per misurare il paese; ce ne sono altri altrettanto validi ma che danno preminenza a indici diversi che in tempo di mercato libero erano passati di moda.... cambiando il paradigma si da il là a una serie di eventi che, se non ci saranno tentennamenti, potrebeb spingere altri a intraprendere la stessa strada: saremo meno euro-liberisti (pochi in realtà mentre in realtà siamo colonia e mercato di sbocco come lo era il sud italia ai tempi della conquista del regno di sardegna) e più italo-europei (ossia soci paritari di un sistema federale dove gli stati sono comprimari senza perdere la propria sovranità e gli organi sovranazionali sono RESPONSABILI IN SOLIDO verso tutti i cittadini essendone ELETTI). Siamo in emergenza è vero ma siamo un popolo che ha superato ben altro nella propria storia e abbiamo una opportunità unica quanto rara di poter ripensare la nostra recente e capire gli errori e gli eccessi fatti....e non mi sembra così male, che ne dite?

mercoledì 5 febbraio 2020

Primarie Usa, chi è Bernie Sanders e qual è il suo programma

Fonte: W.S.I. 4 Febbraio 2020, di Alberto Battaglia

Quattro anni dopo la dura campagna condotta contro Hillary Clinton, Bernie Sanders, 78 anni, ha ripreso la sua corsa per la Casa Bianca. Fra i maggiori candidati alle primarie del partito Democratico americano, Sanders propone il programma politico più audace in senso progressista. Sanders stesso, in un’intervista rilasciata al Washington Post nel 2015, si era autodefinito un “socialista” convinto che “la società potrebbe essere profondamente diversa”. I cavalli di battaglia di Sanders da allora non sono cambiati: più equità sociale, sanità per tutti, regolamentazioni più stringenti per Wall Street e per le banche. Come vedremo i punti chiave sono molto forti, ma il programma non fornisce molti dettagli sul come realizzare queste proposte in caso di elezione. Una cosa, però, è già certa: in caso di vittoria la gran parte degli osservatori e degli analisti prevede una forte correzione sui mercati, prevedendo una stretta sulla tassazione che comprimerà gli utili aziendali.
Sanders, la storiaPrima di essere eletto come senatore del Vermont, nel 2006, la carriera politica di Sanders era già da tempo avviata. Nato a New York nel 1941, Sanders si laureò in scienze politiche presso l’università di Chicago, passò alcuni mesi presso un kibbutz israeliano al termine degli studi, e successivamente si dedicò diversi lavori “umili”: dal falegname all’assistente sociale. Forte di queste esperienze, Sanders continua proporsi agli elettori come un uomo della “classe lavoratrice”. Trasferitosi nel Vermont nel 1968, affiancò ai suoi lavori un’attività di documentarista. Negli anni giovanili Sanders aveva da subito manifestato le proprie simpatie di sinistra unendosi all’affiliazione del Partito socialista d’America. La carriera politica vera e propria per Sanders, però, cominciò nel 1971, quando si iscrisse al Liberty Union Party, una formazione di chiara ispirazione socialista. Nel 1980 Sanders ottenne la sua prima vittoria politica diventando sindaco di Burlington, il più grande centro del Vermont e città ove attualmente risiede. Alla prima elezione comunale (vinta con soli dieci voti di scarto) sono poi seguiti altri tre mandati biennali. Terminato il mandato di sindaco nel 1989, due anni dopo Sanders fece il primo ingresso nella Camera dei rappresentanti di cui sarà una presenza ininterrotta dal ’91 al gennaio 2007. Inizia così l’ultima fase politica come senatore dei Democratici.
Il programma di SandersFacendo leva sulle crescenti diseguaglianze della società americana, Sanders si propone come il portatore di un nuovo equilibrio sociale che rimetta al centro l’equità e gli interessi della “working class”. Sul versante opposto, viene presentato un forte piano di “disciplina” in materia finanziaria. Su questo punto ecco le proposte del senatore del Vermont:
  • “Spezzare” le banche “troppo grandi per fallire” e porre fine alla dottrina troppo “importante per essere incarcerato”.
  • Ripristino della legge Glass-Steagall, che prevede la netta separazione fra le banche d’affari e le banche commerciali.
  • “Controllare la Federal Reserve e renderla un’istituzione più democratica in modo che diventi rispondente ai bisogni degli americani comuni, non solo dei miliardari di Wall Street”.
  • “Limitare la speculazione finanziaria a breve termine con un’imposta sulle transazioni finanziarie”.
Sotto il profilo fiscale, la promessa di Sanders è quella di far pagare alle classi più agiate “una quota più equa di tasse”. Nello specifico:
  • “Abolire le agevolazioni fiscali speciali sulle plusvalenze e sui dividendi a beneficio dell’1% più ricco”.
  • “Aumentare in modo sostanziale l’aliquota fiscale marginale sui redditi oltre i 10 milioni di dollari”.
  • “Chiudere le scappatoie fiscali a beneficio delle società di grandi dimensioni”.
Per gran parte delle promesse elettorali di Sanders sono chiari i principi, ma non i dettagli dell’implementazione. Ad esempio, non viene spiegato in che modo le grandi banche sarebbero costrette a ridimensionarsi per evitare lo status privilegiato del “too big to fail”; oppure, non è chiarito a quanto ammonterebbe l’aliquota sui redditi superiori ai 10 milioni di dollari.
Il programma di politica estera segue lo stesso approccio “per titoli”, mettendo in chiaro però alcuni punti in forte discontinuità con l’amministrazione Trump:
  • “Porre fine al sostegno degli Stati Uniti all’intervento a guida saudita nello Yemen, che ha creato la peggiore catastrofe umanitaria al mondo”.
  • “Aderire di nuovo all’accordo sul nucleare iraniano e parlare con l’Iran su una serie di altre questioni”.
  • “Porre fine in modo responsabile” agli interventi militari in Afghanistan, Iraq e Siria e riportare a casa le nostre truppe”.
Le chance di vittoria di Sanders
Secondo la media dei sondaggi elaborata da RealClearPolitics (aggiornata al 4 febbraio), Bernie Sanders ha consolidato il suo secondo posto, staccando l’altra candidata più a sinistra, Elizabeth Warren. Il suo consenso è attualmente al 23,7% contro il 27% di Joe Biden, ritenuto il candidato più solido, e il 15% della Warren. L’ex sindaco di New York, Michael Bloomberg è dato all’8%.

giovedì 11 luglio 2019

Oggi il vero marxista è sovranista

Fonte: Il Fatto Quotidiano Società | 11 Luglio 2019  

Non è possibile risocializzare l’economia, in assenza di un preventivo recupero della sovranità nazionale. Lo Stato nazionale può essere democratico: l’economia globalizzata e senza politica non lo sarà mai. La liberazione dal giogo globalista e dai suoi “vincoli esterni” (modalità Unione Europea), che sovranazionalizzando le decisioni annichiliscono ogni spazio democratico, figura come conditio sine qua non per la ripoliticizzazione dell’economico e per la ridemocratizzazione della realtà socio-politica (con politiche welfaristiche e manovre nazionali orientate alla piena occupazione).
Senza sovranismo politico, non possono esservi democrazia e diritti sociali. Senza populismo, ossia senza movimento dal basso del Servo glebalizzato e uscito dalla passività, non può esservi un sovranismo democratico e socialista.
Contro le anime belle del globalismo dei diritti e della global democracy, occorre ribadire, con il realismo di Antonio Gramsci, che “ogni conquista della civiltà diventa permanente, è storia reale e non episodio superficiale e caduco, in quanto si incarna in una istituzione e trova una forma nello Stato” (Lo Stato e il socialismo, 1919).
Finché ci si limita a immaginare o – à la Toni Negri di Impero – un taumaturgico rovesciamento del globalismo nel comunismo, o una lineare evoluzione della mondializzazione verso la democrazia e l’uguaglianza, l’idea socialista – ancora con le parole del Gramsci di Lo Stato e il socialismo – resta “un mito, una evanescente chimera, un mero arbitrio della fantasia individuale”.
Per attuarsi, il socialismo democratico necessita di una soggettività organizzata in movimento rivoluzionario, coincidente oggi con il Servo nazionale-popolare (momento populista). E, insieme, abbisogna della forma Stato (momento sovranista), come forma in grado di istituzionalizzare le conquiste del movimento e di renderle governo centrato sulla sovranità popolare.
Non si registrano, del resto, forme di socialismo più o meno perfettamente realizzato se non nel quadro di Stati nazionali concreti: dal patria o muerte di Che Guevara al “socialismo in un solo Paese” di area sovietica, passando per le socialdemocrazie scandinave e per i socialismi patriottici “bolivariani” dell’America Latina (Bolivia, Venezuela, ecc.)
Così inteso, il populismo sovranista – variante del marxismo nel nuovo millennio – è il movimento mediante il quale il popolo, abbandonando la condizione di passività subalterna, torna a essere protagonista della propria vicenda storica. Recupera la propria sovranità e il proprio protagonismo conflittuale e rivendicativo, partecipativo e deliberativo: e prende a muoversi, con la propria “volontà collettiva”, direbbe Gramsci, secondo linee concettuali opposte rispetto a quelle del blocco dominante e tutte orbitanti intorno al fuoco prospettico del recupero della sovranità come base della riapertura del conflitto biunivoco tra Servo e Signore e del possibile ritorno alla democrazia e ai diritti sociali.
Per questo, il populismo sovrano, come bene ha mostrato Carlo Formenti in La variante populista, è oggi la sola possibilità di restituire potenza all’elemento democratico.
Senza sovranità “dello” Stato, non può esservi quella sovranità popolare “nello” Stato che coincide, in ultimo, con la democrazia come autodeterminazione del demos: nell’ordine della lotta di classe condotta dall’alto dall’élite globalista liquido-finanziaria, la rimozione delle sovranità “degli” Stati è sempre funzionale alla rimozione delle sovranità popolari “negli” Stati, di modo che le decisioni si spostino dai parlamenti nazionali ai consigli di amministrazione post-nazionali.
Anche da ciò si evince l’inevitabile nesso tra democrazia e spazio nazionale, da una parte, e tra dittatura dell’economico e spazio cosmopolitizzato, dall’altra. La lotta di classe è, oggi, tra l’illimitata apertura finanziaria e l’autonomia nazionale come base della possibile decisione del demos.
Il Signore, che un tempo fu nazionalista, ora è cosmopolita. Il Servo, per parte sua, deve essere sovranista e internazionalista, mai nazionalista in senso regressivo o, alternativamente, cosmopolitico in chiave liberista. Il nazionalismo, in quanto individualismo capitalistico riferito alla nazione, applica il competitivismo del bellum omnium contra omnes al nesso con le altre nazioni: se potesse, le neutralizzerebbe per tutelare il proprio egoismo acquisitivo. Il cosmopolitismo, per parte sua, battaglia contro la dimensione nazionale in nome della openness e della libera circolazione deregolamentata.
L’internazionalismo socialista, infine, valorizza la dimensione nazionale, ma non nazionalista: sa bene che non si può essere internazionali senza essere nazionali, e che non si può essere democratici e socialisti senza rovesciare il nazionalismo imperialista e la sua evoluzione globalizzata, il cosmopolitismo liberista come dominio planetario di un’unica nazione (la monarchia del dollaro) e di una sola maniera di pensare, esistere, parlare e relazionarsi.
Per questo l’internazionalismo socialista, coniugando il populismo sovranista con l’internazionalismo e con la democrazia socialista, si oppone fermamente tanto al nazionalismo imperialista, quanto al cosmopolitismo mercatista. Fa valere l’idea-guida di una costellazione nazionale (e non post-nazionale, à la Habermas) di patrie solidali e comunitarie, socialiste e democratiche, rispettose della propria irriducibile alterità e, insieme, concepite come sorelle e non come competitors nell’arena della guerra di tutti contro tutti.
Società | 11 Luglio 2019

domenica 27 novembre 2016

... e pure Fidel se n'è andato

A 90 anni Fidel Castro se n'è andato. Il lider maximo è passato alla storia. E' una di quelle figure che non riescono a non far parlare di se anche quando non ne avevano voglia.
Alcune note storiche:
  1. Figlio di un benestate possidente terriero, di origine spagnola, e di una cubana (ricordate: aveva ragione Pasolini quando diceva che i rivoluzionari vengono sempre dalla borghesia e quasi mai i proletari. Cuba non è sfuggita a questa massima).
  2. Ha avuto una formazione presso scuole gestite dai Gesuiti (e anche questo non è un caso, vero?)
  3. Era un nazionalista. Aveva un sogno, insieme a molti altri dell'intellighencia cubana (e non solo perchè in tutta l'America latina il nazionalismo è la radice su cui si sono innestati tanti movimenti rivoluzionari), ossia quello di liberarsi dagli yankee (e dalla mafia che di Cuba ne aveva fatto una colonia propria determinandone anche la politica).
  4. Fu la stoltaggine americana a farlo cadere nelle braccia russe e NON una scelta predefinita;
  5. l'amicizia con Ernesto Guevara de la Serna (detto anche Che Guevara) era vera ma aveva alti e bassi e, come sempre accade in questi casi, a ragion di Stato ebbe la preminenza rispetto ad essa.. è vero che il Che andò in america latinae in Africa a esportare la 'revolucion' ma è altrettanto vero che a un certo punto proprio la ragion di stato e la suddivisione del mondo in 'orticelli' impedì questo processo e determinò l'abbandono dell'appoggio cubano, e dietro esso russo, al lotta del Che e causandone la morte a opera dell'esercito boliviano (e dopo delazione). Non di meno fu la sua visione troppo bolivariana (la creazione di un solo stato latino-americano frutto del suo viaggio per l'intero sub-continente quand'era giovane) e filo-cinese a livello internazionale ad allontanarlo prima da Cuba e poi dall'appoggio dei mmovimenti comunisti e rivoluzionari latino-americani.
.. nonostante tutto e tutti Cuba ha resistito per tutti questi anni all'embargo; anzi è rimasta un modello, con tutti i limiti, sia chiaro, dovuti a una dittatura, per le altre nazioni e anche per gli usa: non è un caso che in molti campi i cubani hanno, e si spera continueranno a farlo, primeggiato con il resto del pianeta. La Sanità, lo sport, l'educazione scoalstica e universitaria ecc. sono campi dove questa piccola nazione non ha nulla da invidiare al ersto del mondo, anzi direi che forse anche qui avremmo qualcosa da imparare da loro.
Il futuro ora è incognito e non si sa se, o meno, Cuba rimarrà un isola lontana dal mercatismo amorale imperante altrove o ridiventerà quello che era negli anni '50; sarebeb sperabile che la democrazia, e i suoi anticorpi, vinca ma spero che non venga snaturata l'idea alla base della revolucion ossia l'affermazione del principio comunitario e solidale. Finchè Cuba rimarrà e manterrà i suoi aspetti peculiari ci sarà speranza non solo per l'america latina...

lunedì 14 maggio 2012

.. son solo affari, loro non nostri.

Il titolo riporta una parte di uno scambio di battute fatte nel film "l'onore dei prizzi" (suggerito), perché? Semplice: come faccio io banchiere ad assicurarmi che gli Stati paghino i debiti che hanno contratto con me garantendomi profitti sicuri per i prossimi decenni? Facendoli indebitare, é ovvio; ma può non bastare: c'é anche una piccola postilla perché per assicurarmi che lo facciano seriamente, senza tener conto delle proteste della gente che viene affamata, devono indebitarsi fino al collo... il limone dev'essere spremuto sul serio e anche la buccia va spremuta, non deve rimanere niente. Ecco, quindi, che per assicurarmi una rendita sicura praticamente illimitata finanzio prima i politici, magari li faccio entrare in qualche CdA, in modo che costoro riconoscenti perseguano obiettivi non loro ma mie: ad esempio approvando trattati internazionali che mettano al servizio mio ingenti capitali, eliminando gli ostacoli che i singoli paesi potevano frapporre (che so regole di mercato chiare e stringenti); ed ecco che appaiono i "sacerdoti", ossia gli economisti (da me finanziati adeguatamente), a profetizzare ricette che, basandosi su ricette antiche adeguatamente riviste e corrette alla mie esigenze di banchiere, premiano l'indidvidualismo egoista e rendono schiavo l'individuo del feticcio denaro ceh deve procurarsi, naturalmente a un certo interesse...... una volta resi schiavi del consumismo gli individui, e creata la domanda crescente di denaro che non é più uno striumento ma una merce in sé, si passa agli stati (e alle loro istituzioni di base, scuola, università, ecc.) che ormai sono vacui ed eterei: pallidi simulacri di quello che furono. Se mi sono creato al loro interno la V° colonna a quel punto posso raggiungere, gradualmente, il mio obiettivo: farli indebitare al punto che sono costretti a vendere tutto, ma proprio tutto... per farlo bisogna farli fallire, ecco a cosa serve ilsistema che si basa sull'indebitamento e sugli interessi degli interessi, e spingere affinché privatizzino tutto, ma proprio tutto in modo che i cittadini per pagare anche il solo uscire di casa debbano aver bisogno di soldi ... anche presi a prestito, naturalmente li hanno finché possono pagare sennò son dolori, in ogni caso io banchiere ci guadagno non una ma tre volte: come possiamo uscire da un cappio siffatto? La risposta semplice é: NAZIONALIZZIAMO LE BANCHE, un vero errore. In realtà non vanno toccate anzi vanno tenute a distanza; basta una piccola "riforma": costringerle a dividere il momento del finanziamento del territorio dalla speculazione finanziaria, per meglio capirci azzerare Basilea, sia 1 che 2, e riportare il tutto a prima dei protocolli (non di Sion), se sono d'accordo non c'é problema sennò lo Stato sceglie altre strade per salvaguardare il reddito delle persone oneste garantendo ad esempio, sempre per via legislativa, che i loro conto correnti siano protetti dalle avventure finanziarie dell'istituto, con quale mezzo? Ad esempio ridando alle Poste la possibilità di raccogliere risparmio da impiegare in lavori pubblici o ristrutturazioni di edifici da impiegare in edilizia popolare ... per fare un esempio. Socialismo? può darsi.. aspetto proposte alternative altrettanto valide... ma soprattutto aspetto proposte alternative che impediscano al banchiere di fare profitti a mie spese............




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