Fonte:
Il Fatto Quotidiano Società | 11 Luglio 2019
Diego Fusaro
Non è possibile
risocializzare l’economia, in assenza di un preventivo recupero della
sovranità nazionale.
Lo Stato nazionale può essere democratico: l’economia globalizzata e
senza politica non lo sarà mai. La liberazione dal giogo globalista e
dai suoi “vincoli esterni” (modalità
Unione Europea), che sovranazionalizzando le decisioni annichiliscono ogni spazio democratico, figura come
conditio sine qua non per la ripoliticizzazione dell’economico e per la ridemocratizzazione della realtà socio-politica (con politiche
welfaristiche e manovre nazionali orientate alla piena occupazione).
Senza sovranismo politico, non possono esservi
democrazia e diritti sociali. Senza
populismo,
ossia senza movimento dal basso del Servo glebalizzato e uscito dalla
passività, non può esservi un sovranismo democratico e socialista.
Contro le anime belle del
globalismo dei diritti e della
global democracy, occorre ribadire, con il realismo di
Antonio Gramsci, che “ogni conquista della civiltà diventa
permanente, è storia reale e non episodio superficiale e caduco, in quanto si incarna in una istituzione e trova una forma nello Stato” (
Lo Stato e il socialismo, 1919).
Finché ci si limita a immaginare o –
à la Toni Negri di
Impero – un taumaturgico rovesciamento del globalismo nel
comunismo,
o una lineare evoluzione della mondializzazione verso la democrazia e
l’uguaglianza, l’idea socialista – ancora con le parole del Gramsci di
Lo Stato e il socialismo – resta “un mito, una evanescente
chimera, un mero arbitrio della fantasia individuale”.
Per attuarsi, il socialismo democratico necessita di una soggettività organizzata in movimento
rivoluzionario,
coincidente oggi con il Servo nazionale-popolare (momento populista).
E, insieme, abbisogna della forma Stato (momento sovranista), come
forma in grado di istituzionalizzare le conquiste del movimento e di
renderle governo centrato sulla sovranità popolare.
Non si registrano, del resto, forme di
socialismo più o meno perfettamente realizzato se non nel quadro di Stati nazionali concreti: dal
patria o muerte di
Che Guevara al “socialismo in un solo Paese” di area
sovietica, passando per le socialdemocrazie scandinave e per i socialismi patriottici “bolivariani” dell’
America Latina (Bolivia, Venezuela, ecc.)
Così inteso, il populismo sovranista – variante del
marxismo
nel nuovo millennio – è il movimento mediante il quale il popolo,
abbandonando la condizione di passività subalterna, torna a essere
protagonista
della propria vicenda storica. Recupera la propria sovranità e il
proprio protagonismo conflittuale e rivendicativo, partecipativo e
deliberativo: e prende a muoversi, con la propria “volontà collettiva”,
direbbe Gramsci, secondo linee concettuali
opposte
rispetto a quelle del blocco dominante e tutte orbitanti intorno al
fuoco prospettico del recupero della sovranità come base della
riapertura del conflitto biunivoco tra Servo e Signore e del possibile
ritorno alla democrazia e ai diritti sociali.
Per questo, il populismo sovrano, come bene ha mostrato
Carlo Formenti in
La variante populista, è oggi la sola possibilità di restituire potenza all’elemento democratico.
Senza
sovranità “dello” Stato, non può esservi quella sovranità popolare
“nello” Stato che coincide, in ultimo, con la democrazia come
autodeterminazione del
demos:
nell’ordine della lotta di classe condotta dall’alto dall’élite
globalista liquido-finanziaria, la rimozione delle sovranità “degli”
Stati è sempre funzionale alla rimozione delle sovranità popolari
“negli” Stati, di modo che le decisioni si spostino dai
parlamenti nazionali ai consigli di amministrazione post-nazionali.
Anche da ciò si evince l’inevitabile nesso tra democrazia e spazio nazionale, da una parte, e tra
dittatura dell’economico e spazio cosmopolitizzato, dall’altra. La
lotta di classe è, oggi, tra l’illimitata apertura finanziaria e l’autonomia nazionale come base della possibile decisione del
demos.
Il Signore, che un tempo fu nazionalista, ora è
cosmopolita. Il Servo, per parte sua, deve essere sovranista e
internazionalista,
mai nazionalista in senso regressivo o, alternativamente,
cosmopolitico in chiave liberista. Il nazionalismo, in quanto
individualismo capitalistico riferito alla nazione, applica il
competitivismo del
bellum omnium contra omnes al nesso con le altre nazioni: se potesse,
le neutralizzerebbe
per tutelare il proprio egoismo acquisitivo. Il cosmopolitismo, per
parte sua, battaglia contro la dimensione nazionale in nome della
openness e della libera circolazione deregolamentata.
L’internazionalismo socialista, infine, valorizza la dimensione nazionale, ma non
nazionalista:
sa bene che non si può essere internazionali senza essere nazionali, e
che non si può essere democratici e socialisti senza rovesciare il
nazionalismo
imperialista e la sua evoluzione
globalizzata, il cosmopolitismo liberista come dominio planetario di
un’unica nazione (la monarchia del dollaro) e di una sola maniera di
pensare, esistere, parlare e relazionarsi.
Per questo
l’internazionalismo socialista, coniugando il populismo sovranista con
l’internazionalismo e con la democrazia socialista,
si oppone fermamente
tanto al nazionalismo imperialista, quanto al cosmopolitismo
mercatista. Fa valere l’idea-guida di una costellazione nazionale (e non
post-nazionale,
à la Habermas) di patrie solidali e comunitarie, socialiste e democratiche, rispettose della propria irriducibile
alterità e, insieme, concepite come sorelle e non come
competitors nell’arena della guerra di tutti contro tutti.