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giovedì 11 luglio 2019

Oggi il vero marxista è sovranista

Fonte: Il Fatto Quotidiano Società | 11 Luglio 2019  

Non è possibile risocializzare l’economia, in assenza di un preventivo recupero della sovranità nazionale. Lo Stato nazionale può essere democratico: l’economia globalizzata e senza politica non lo sarà mai. La liberazione dal giogo globalista e dai suoi “vincoli esterni” (modalità Unione Europea), che sovranazionalizzando le decisioni annichiliscono ogni spazio democratico, figura come conditio sine qua non per la ripoliticizzazione dell’economico e per la ridemocratizzazione della realtà socio-politica (con politiche welfaristiche e manovre nazionali orientate alla piena occupazione).
Senza sovranismo politico, non possono esservi democrazia e diritti sociali. Senza populismo, ossia senza movimento dal basso del Servo glebalizzato e uscito dalla passività, non può esservi un sovranismo democratico e socialista.
Contro le anime belle del globalismo dei diritti e della global democracy, occorre ribadire, con il realismo di Antonio Gramsci, che “ogni conquista della civiltà diventa permanente, è storia reale e non episodio superficiale e caduco, in quanto si incarna in una istituzione e trova una forma nello Stato” (Lo Stato e il socialismo, 1919).
Finché ci si limita a immaginare o – à la Toni Negri di Impero – un taumaturgico rovesciamento del globalismo nel comunismo, o una lineare evoluzione della mondializzazione verso la democrazia e l’uguaglianza, l’idea socialista – ancora con le parole del Gramsci di Lo Stato e il socialismo – resta “un mito, una evanescente chimera, un mero arbitrio della fantasia individuale”.
Per attuarsi, il socialismo democratico necessita di una soggettività organizzata in movimento rivoluzionario, coincidente oggi con il Servo nazionale-popolare (momento populista). E, insieme, abbisogna della forma Stato (momento sovranista), come forma in grado di istituzionalizzare le conquiste del movimento e di renderle governo centrato sulla sovranità popolare.
Non si registrano, del resto, forme di socialismo più o meno perfettamente realizzato se non nel quadro di Stati nazionali concreti: dal patria o muerte di Che Guevara al “socialismo in un solo Paese” di area sovietica, passando per le socialdemocrazie scandinave e per i socialismi patriottici “bolivariani” dell’America Latina (Bolivia, Venezuela, ecc.)
Così inteso, il populismo sovranista – variante del marxismo nel nuovo millennio – è il movimento mediante il quale il popolo, abbandonando la condizione di passività subalterna, torna a essere protagonista della propria vicenda storica. Recupera la propria sovranità e il proprio protagonismo conflittuale e rivendicativo, partecipativo e deliberativo: e prende a muoversi, con la propria “volontà collettiva”, direbbe Gramsci, secondo linee concettuali opposte rispetto a quelle del blocco dominante e tutte orbitanti intorno al fuoco prospettico del recupero della sovranità come base della riapertura del conflitto biunivoco tra Servo e Signore e del possibile ritorno alla democrazia e ai diritti sociali.
Per questo, il populismo sovrano, come bene ha mostrato Carlo Formenti in La variante populista, è oggi la sola possibilità di restituire potenza all’elemento democratico.
Senza sovranità “dello” Stato, non può esservi quella sovranità popolare “nello” Stato che coincide, in ultimo, con la democrazia come autodeterminazione del demos: nell’ordine della lotta di classe condotta dall’alto dall’élite globalista liquido-finanziaria, la rimozione delle sovranità “degli” Stati è sempre funzionale alla rimozione delle sovranità popolari “negli” Stati, di modo che le decisioni si spostino dai parlamenti nazionali ai consigli di amministrazione post-nazionali.
Anche da ciò si evince l’inevitabile nesso tra democrazia e spazio nazionale, da una parte, e tra dittatura dell’economico e spazio cosmopolitizzato, dall’altra. La lotta di classe è, oggi, tra l’illimitata apertura finanziaria e l’autonomia nazionale come base della possibile decisione del demos.
Il Signore, che un tempo fu nazionalista, ora è cosmopolita. Il Servo, per parte sua, deve essere sovranista e internazionalista, mai nazionalista in senso regressivo o, alternativamente, cosmopolitico in chiave liberista. Il nazionalismo, in quanto individualismo capitalistico riferito alla nazione, applica il competitivismo del bellum omnium contra omnes al nesso con le altre nazioni: se potesse, le neutralizzerebbe per tutelare il proprio egoismo acquisitivo. Il cosmopolitismo, per parte sua, battaglia contro la dimensione nazionale in nome della openness e della libera circolazione deregolamentata.
L’internazionalismo socialista, infine, valorizza la dimensione nazionale, ma non nazionalista: sa bene che non si può essere internazionali senza essere nazionali, e che non si può essere democratici e socialisti senza rovesciare il nazionalismo imperialista e la sua evoluzione globalizzata, il cosmopolitismo liberista come dominio planetario di un’unica nazione (la monarchia del dollaro) e di una sola maniera di pensare, esistere, parlare e relazionarsi.
Per questo l’internazionalismo socialista, coniugando il populismo sovranista con l’internazionalismo e con la democrazia socialista, si oppone fermamente tanto al nazionalismo imperialista, quanto al cosmopolitismo mercatista. Fa valere l’idea-guida di una costellazione nazionale (e non post-nazionale, à la Habermas) di patrie solidali e comunitarie, socialiste e democratiche, rispettose della propria irriducibile alterità e, insieme, concepite come sorelle e non come competitors nell’arena della guerra di tutti contro tutti.
Società | 11 Luglio 2019

domenica 6 maggio 2018

Il capitalismo muore senza Marx

Fonte: Il Fatto Quotidiano Cultura | 5 maggio 2018
Starà anche tornando di moda, ma per il momento il già bisecolare Herr Dr. Karl Marx non se lo ricordava più nessuno. Fino a pochi anni fa, anche il più disinteressato tra gli studenti universitari avrebbe saputo darvi uno straccio di definizione del plusvalore, tutti sapevano cosa fosse il materialismo storico. Oggi non è più così. Tra gli studenti di economia (e temo anche tra i docenti) pochissimi si sono piegati sui ponderosi tomi del Capitale per conoscere la ricchezza e la varietà delle sue teorie, alla faccia del bicentenario.
Abbiamo dovuto attendere le spaventose crisi economiche e finanziarie degli ultimi anni, dopo che il (finto) capitalismo ha mostrato la sua faccia più disgustosa e caricaturale – quella che appunto piaceva a Marx – per veder crescere la popolarità delle teorie marxiane (Thomas Piketty). Ma purtroppo non bastano le storture del turbocapitalismo alla Gordon Gekko per incentivare gli studi seri, per recuperare teorie che hanno sentito fortemente il peso degli anni e la cui maggiore validità – più che nelle conclusioni (che lo stesso Marx faticò a tirare) – consiste nel metodo e nei principi ispiratori, che già hanno aiutato il capitalismo a risolvere problemi non molto differenti dai nostri. Peccato che, come diceva Joseph Schumpeter (che era un grande conoscitore del marxismo, oltre che un amante del capitalismo imprenditoriale): “il capitalismo non morirà per mano dei suoi nemici” e il marxismo è certamente tra questi “ma scomparirà grazie ai Mellon, ai Carnegie, ai Rockfeller“, cioè per mano degli stessi capitalisti.
A parte la necessaria distinzione tra marxismo e comunismo, non c’è dubbio che il lascito più grande delle idee di Karl Marx fu quello di uno spirito radicalmente critico, oserei dire rivoluzionario, all’interno della cultura occidentale. La critica radicale di Marx al capitalismo, oggi come ieri, ci dice che l’accettazione supina e conformista del pensiero egemone è lo strumento più sicuro per fermare lo sviluppo, per impedire il progresso. Marx (come su un altro versante lo stesso Schumpeter dopo di lui) aveva compreso che senza rivoluzioni la società muore. Là dove ci si rifiuta di misurarsi seriamente con modelli e prospettive radicalmente differenti lì, oltre alla noia mortale, si annidano i rischi maggiori per tutta l’umanità di retrocedere da conquiste per le quali ci siamo battuti e che nessuno oggi vorrebbe perdere. Questo vale nel campo delle strutture sociali come in quello dei modelli di sviluppo economico e altrettanto in ambito imprenditoriale. In questo senso l’eredità marxiana è come una specie di veleno del pensiero; assumerlo integralmente non è possibile, troppa fantasia, troppa escatologia. Ma non possiamo farne a meno – come per certe medicine salvavita, prese in dosi adeguate – per salvare le sorti di un’umanità sotto le spinte conservatrici di quanti hanno già raggiunto la ricchezza, il benessere e il potere sociale.
Le teorie marxiane – se restano riflessione teorica, punto di riferimento intellettuale e non ambiscono a diventare integralmente programma politico – dovrebbero essere ben presenti a politici e intellettuali. Friedrich von Hayek – il maggiore economista liberale del XX secolo -, mentre spregiava fin nelle radici il comunismo come soluzione sociale, aveva un grande rispetto per Marx come intellettuale e in molti punti possiamo perfino ritenere che gli sia debitore di aspetti non secondari delle sue teorie, come ad esempio nell’utilizzo di una metodologia storica applicata all’economia, nell’attenzione alla realtà reale dell’economia e non alle sue apparenze formali, etc.
Il pensiero liberale (lo ha dimenticato?) quindi deve molto al marxismo, anzi come molti hanno sostenuto è probabilmente l’altra faccia, non contrapposta di quest’ultimo. In ogni caso, oggi a 200 anni dalla nascita del fondatore del marxismo, dobbiamo continuare a sentirci debitori nei confronti di questo intellettuale tedesco, che così grandemente ha influenzato la storia occidentale. La tradizione liberale e democratica farebbe bene a non dimenticare che – da molteplici prospettive – il socialismo marxista è sempre stato un alleato dialettico della “società aperta”. Già abbiamo visto all’inizio del secolo, l’antitesi al mondo liberale e democratico non è il mondo che si ispira al marxismo. È infatti la società fondata su postulati etici e morali l’opposto della società liberale. La società liberale se non affronta e risolve molti dei problemi posti da Marx 200 anni fa rischia di farci rimpiangere il passato, con tutto ciò che ne consegue.

giovedì 31 gennaio 2013

e se prendessero lezioni dalla storia....

Ok, dal post precedente sono emerse due cose:
  1. Keynes é la scelta ritenuta migliore non solo perché ha avuto successo in precedenza ma soprattutto perché ha dimostrato di saper leggere la realtà circostante ...... é una scelta che condivido fra le altre cose.
  2. che, nessuno lo dice ma scegliendo Keynes é la conseguenza logica dei commenti, il liberismo, meglio detto liberalismo economica, é "il male" perché é andato oltre gli stessi intenti dei suoi ideologi dato che si é configurato nel tempo come una ideologia vera e propria (già questo farebbe inorridire i veri liberali) e per di più intollerante verso i dissensi, che pur ci sono all'interno proprio del pensiero liberale moderno (penso a Krugman, premio nobel dell'economia), che sono aumentati in qualità enumero quando si é dimostrato a di là di ogni ragionevole dubbio che la ricetta "liberista" ha miseramente fallito: e non da ora ma fin da quando é stata applicata.. più o meno nei paesi del terzo mondo dal 1950  a oggi in europa. quella che la tiene su ora é la comunanza di poteri e interessi intrecciati, nient'altro e non é poca cosa perché, anche se numericamente pochi, hanno nelle proprie mani un potere enorme capace di far fallire intere nazioni in un solo giorno con una sola piccola scommessa, cosa che ritengo criminale ma che i ceti dirigenti non osano nemmeno pensare di contrastare, anzi vi si alleano ben sapendo che senza quei soldi il loro é solo un castello di carta.
ora dirò la mia... tutte le ricette sono buone se i presupposti ideologici, econometrici  siano corretti (ad esempio, lo scrissi in un precedente post, il FMI ha riconosciuto che tutte le proprie ricette sono sbagliate anche se nonoostante questo riconoscere che la parte econometrica era semplicemente errata loro continueranno ad applicarla.. non so se ricordate) e che la variabile "umana" collabori o sia costretta a farlo: e ciò non avviene quasi mai perché se da un lato aumenta il benessere e la ricchezza dall'altro aumentano povertà e frustrazione perché la quantità di ricchezza é limitata non infinita come si dice e si fa credere ai noi comuni mrtali con l'idea della perenne crescita unita all'ascensore sociale.
Io credo abbiate capito che non sono un liberale, anzi, ma con il tempo  e la lettura ho potuto comprendere che in tutte le idee politiche ed economiche ci sono diverse visioni... noi le chiamiamo correnti di pensiero: ce ne sono nel marxismo, tutte o quasi degeneri, come nel liberalismo le diverse sensibilità danno il via a diversi percorsi; uno di questi é quello di Keynes che riuscì a coniugare il principio liberale con l'economia ma soprattutto riuscì a non rinchiudersi in una stanza grigia di qualche università ma comprese che senza il fattore "K (le aspettative della gente comune)" nulla avrebbe potuto funzionare, nemmeno la sua ricetta..... perché Keynes aveva compreso una lezione di un altro grande pensatore liberale, Isaiah Berlin (forse il maggior pensatore liberale del '900 checché ne dicano le mezze tacche neoliberiste),  ossia che solo il pensiero "plurale" poteva avere effetti positivi nelle società: cosa é? Il credere nella molteplicità di concetti, ugualmente validi se pur a volte reciprocamente incompatibili, sul come vivere evitando di imporre all'umanità una immagine onnicomprensiva della realtà; in pratica cari neoliberisti: siete condannati alla perdizione nell'inferno liberale perché avete imposto un pensiero unico a noi tutti in nome di una fece cieca nel mercato usato come una religione e per giunta oltranzista ..... ossia avete fatto lo stesso dei paesi che si richiamavano al pensiero marxista, vostri nemici giurati, che presupponevano un interpretazione autentica dell'autore cui si richiamavano senza saperlo nemmeno leggere davvero, ed infatti quei regimi sono crollati miseramente  così come i regimi che si basano sulle vostre "misurazioni" crolleranno miseramente ..... non importa quanto tempo ci vorrà, ma crolleranno.
Sarà un caso che non si sente parlare di questo gigante del pensiero liberale nel mondo occidentale?
Sarà perché Berlin vedeva come il toro vede un drappo rosso lo sconfinare del liberalismo nell'economia e quest'ultima nella politica che oggi é stato messo nel dimenticatoio... a chi era scomodo?
Sarà per questo che i liberisti sono teorici del pensiero unico e breve mentre i padri del liberalismo perdevano intere vite a spiegare che un tal modo di vedere era, come dire, di "corte vedute" perché limitava l'essere umano?
Se davvero ne vogliamo uscire da questo pantano ideologico credo fermamente, pur non essendo io un liberale, che bisognerebbe che questa corrente di pensatori (come Keynes, Berlin, ecc.) sia rivalutata perché avevano una capacità unica: capirono che gli esseri umani non sono "monisti" ossia non si conformano mai troppo a lungo a un solo sentiero di pensiero e di azione, ma ...... variano e questo variare ne ha decretato il successo evolutivo.

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