martedì 27 giugno 2017

Sotto attacco (suicida)

Cos’è questa?
Insipienza? Miopia? Incapacità di leggere il presente? Cosa..
PD: Renzi sotto attacco
Da chi di grazia?
Dagli elettori di sinistra che hanno abbandonato la ditta?
Dagli elettori di centro destra che dovevamo inseguire per vincere (perché vincere è tutto)?
Proviamo a ribaltare il modo di vedere le cose.
Non è Renzo sotto attacco.
E’ il suo ex elettorato, è il PD, sono i valori della sinistra (le bandiere rosse di cui parlava ieri sera Blob) ad essere sotto attacco.
Poi se uno nemmeno adesso vuole vedere le cose come stanno.
Da unoenessuno.blogspot.it

lunedì 26 giugno 2017

Breve storia delle elezioni

E si finiamo subito il commento sui ballottaggi:
Chi li perde:
  1. Il PD; senza se e senza ma sia dove arrivava avanti che dove rincorreva. E dove vince, Lucca, lo fa per pochissimi voti. Una debacle vera e propria negata dal suo segretario che da un lato dice che non è una sconfitta (porta numeri che se scomposti mettono insieme realtà differenti l'un dall'altra) e dall'altro nega che sia il suo stile a farli perdere.. come a Genova dove il trauma è forte e nessuno a livello locale si sogna di pensare che sia solo un problema locale. Di questi tempi si sa che la non negazione è affermazione assoluta del suo contrario... nnon è un caso che il Segretario non si è fatto vedere in giro altrimenti nemmeno i voti di scuderia avrebbero preso.
  2. La sinistra in generale. Anche qui siamo all'anacronismo perchè divisasi in cespugli e incapace di legarsi dietro un idea da spettacolo di se di come NON si deve vincere e NON si deve combattere non dico per vincere ma per affermarsi... ormai è passata dalla storia al cestino e non ci si rende conto che l'atto finale del riciclo di essa non può che portare i suoi, pochi, voti altrove... dalla lega ai 5 stelle.
Chi vince:
  1. La destra. Berlusconi, da gran furbone qual'è, si è fatto riciclare come alleato e pattista nel futuro governo anti-5 stelle lavandosi in questo modo la coscienza (di questi tempi non vanno molto per il sottile nel PD) e la faccia e ripresentandosi sul palcoscenico come alternativa riuscendo a riprendersi parte dei voti in libera uscita in precedenza verso i 5 Stelle.... è il vero vincitore!!!
  2. La Lega. Già proprio la  Lega; versione 2.0. Stile lepenista che guarda con un occhio a Putin e con l'altro a Trump e.... vince. Senza essa la destra non va da nessuna parte e nememno si fanno i futuri governi!!! Anch'essa ha recuperato voti dai 5 stelle e dal pd ma non ha disdegnato quello operaio... insomma un contenitore nel qale si scaricano le frustrazioni di quella parte d'Italia che è stufa di farsi prendere per i fondelli o degli 80 euri...
Fuori dai giochi:
  1. M5S. A parte Parma, ma non è più parte del moVimento (Pizzarotti visto il buco di bilancio lasciato dai suoi predecessori non se l'è cavata così male.... soprattutto ha vinto stando lontano proprio dai 5 stelle) vince sempre ai ballottaggi.. cui è arrivato. Però l'impressione che da è che la storia d'amore fra 5 stelle e la parte del paese frustrata sia già finita o stia finendo: lasciandosi anche nel peggiore dei modi.... Grillo se n'è accorto e ha già suonato la campanella della fine della pausa pranzo ai suoi e ha già detto che o si fa squadra o si finisce: non potrebbe avere più ragione!!!!
.... insomma siamo alle solite. Gli italiani ondeggiano e a ogni spallata l'edificio s'incrina ma non crolla, purtroppo!!!

domenica 25 giugno 2017

Breve identikit dei signori del mondialismo

di | 25 giugno 2017

Il Fatto Quotidiano

Con un’espressione in bilico tra l’onesto riconoscimento della realtà fattuale e l’arroganza propria del potere, così ebbe modo di affermare nel 2011 uno dei massimi miliardari del pianeta, esponente dell’oligarchia ribelle e globalista, Warren Buffet: “La lotta di classe esiste e la mia classe la sta vincendo”. Si tratta, in effetti, di una chiara e ludica analisi del rapporto di forza quale si è venuto riconfigurando nel tempo della ribellione dell’aristocrazia finanziaria ai danni del Servo (classe media e classe lavoratrice) precarizzato, disarmato, riplebeizzato e privato di ogni rappresentanza.
La nuova classe dominante è composta da una masnada di miliardari ultraliberali, petrolieri plutocratici, banchieri apolidi, finanzieri delocalizzati e signori indicussi dell’investment banking e dell’attività di lobbying: tra i quali si possono ricordare Rockefeller, Rupert Murdoch, JP Morgan, Rothschild e la Open Society Foundation del banchiere filantropo George Soros, generoso promotore di molteplici rivoluzioni colorate neo-coloniali made in Usa.
La Open Society Fundation, in particolare, figura come una rete di fondazioni “senza scopo di lucro” (in cui, cioè, Soros stesso può agevolmente investire parte dei suoi profitti sottraendoli al prelievo fiscale). Fu fondata nel 1976, con il dichiarato scopo di “favorire la transizione alla democrazia” dei paesi dell’ex Patto di Varsavia, ossia per combattere il comunismo storico novecentesco come potenza frenante il dilagare del capitalismo americano-centrico: dopo il 1989, il suo scopo resta coerentemente la lotta contro ogni forza reale e simbolica in grado di contrastare l’avanzata mondiale del capitale finanziario (Stati sovrani, eticità, religioni della trascendenza).
Il progetto del gruppo neo-oligarchico mondialista sta nel mantenimento, nella difesa e nell’incremento del proprio interesse privato individuale e, dunque, nell’intensificazione dello sfruttamento e della pauperizzazione delle masse neoschiavili e nell’estensione infinita dei princìpi della crematistica del capitale: perché lo sfruttamento delle masse proletarie e borghesi confluite nella nuova plebe post-proletaria e post-borghese possa avvenire in forma compiuta, esso deve farsi planetario. Deve, cioè, superare ogni confine e trasformare il mondo intero in un immenso “sistema dei bisogni” senza eticità e, dunque, senza più le fonti dell’etica comunitaria, dalla famiglia come sua cellula originaria fondata sull’immediatezza del sentimento allo Stato come completamento supremo dell’eticità regolante l’economia.
 
di | 25 giugno 2017

giovedì 22 giugno 2017

Il renzismo in breve

Andrea Scanzi su Facebook

Un giorno gli storici si porranno anche domande stupide. Molto stupide. Per esempio: "Cos'è stato il renzismo?". Possiamo rispondergli in tempo reale. Il renzismo (cioè niente) in breve? Una "classe dirigente" di sconfinata pochezza. Anche nei suoi elementi "meno" improponibili. Prendete ieri mattina Omnibus, La7. Fiano, uno di quelli che il Pokemon Tontolone di Rignano manda in tivù nei casi disperati, ammette candidamente all'eversivo Marco Lillo che Marroni (mai indagato) è stato fatto fuori perché ha confermato le accuse. E che probabilmente, qualora si fosse rimangiato tutto contro Lotti, papà Pokemon e derivati, non sarebbe stato rimosso. Poi, resosi conto dell'enormità asserita, abbassa lo sguardo ed elemosina l'aiuto della Sardoni: scena leggendaria e assai emblematica di questi tempi mesti. È davvero torcida imperitura. Lo avesse fatto/detto Berlusconi o un berlusconiano, e lo facevano/dicevano ogni giorno o quasi, certa gente oggi iper-renziana avrebbe marciato su Roma in un parossismo di girotondi, Internazionali intonati da Gad Lerner in babbucce e post-it gialli appiccicati di persona da Don Zucconi. Si vola.

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Qualcosa da aggiungere?

mercoledì 21 giugno 2017

Terremoto le promesse mancate (GIULIANO FOSCHINI E FABIO TONACCI)



In strada il 92% delle macerie e poche casette consegnate La ricostruzione nel caos.
ASASHA avevano detto che entro sette mesi avrebbe avuto una casetta di legno. Proprio lì a Visso, il suo paese distrutto. Era novembre. Sasha, oggi, vive ancora in una roulotte. A Marco, 11 anni, avevano detto che la sua classe sarebbe rimasta unita, che non avrebbe perso i compagni di scuola: a settembre, per il secondo anno di fila, ne conoscerà di nuovi sulla costa adriatica. A Enzo, allevatore di Castelsantangelo sul Nera, avevano detto che gli avrebbero portato una nuova stalla. Sta per iniziare la prima estate del dopo terremoto, e le sue bestie dormono in quel che rimane della vecchia.

Avevano promesso. Le istituzioni avevano promesso. Il governo Renzi prima, il governo Gentiloni poi, i governatori regionali. Tutti. Hanno fatto credere agli abitanti del cratere più vasto della storia del nostro Paese – 131 comuni in quattro Regioni – che “presto” sarebbero tornati a una vita, tutto sommato, accettabile. Che “presto” sarebbe finita. Dieci mesi dopo, invece, non è nemmeno cominciata: le macerie sono a terra, di casette ne sono arrivate pochissime, la ricostruzione è un miraggio.
Una volta c’era “il modello Bertolaso” che, in nome della rapidità, calpestava regole e aggirava i controlli: la somma urgenza invocata per qualsiasi cosa, i Grandi Eventi, le deroghe, le ordinanze di Protezione civile firmate direttamente dal Presidente del consiglio. E abbiamo visto con quale facilità si sono inseriti speculatori e corruttori all’Aquila, al G8 della Maddalena, ai mondiali di nuoto del 2009. Ora, in una sorta di contrappasso, siamo precipitati nel “modello Burocrazia”: il cavillo, la carta bollata, l’indecisione spaventata di chi negli enti pubblici pretende dieci autorizzazioni anche solo per puntellare un muro. «Non si può fare più in fretta», vanno dicendo a Roma i tecnici della Struttura di Missione della Presidenza del consiglio. «Le normative sono quello che sono e il cratere è troppo grande». Sventolano mappe, leggi, ordinanze. Fanno confronti. «Ci sono 208.000 abitazioni da verificare e non abbiamo ancora finito: dopo il terremoto dell’Aquila ne avevamo 75.000, in Emilia 42.000. Vi rendete conto?»
UNDICI PASSAGGI PER UN PREFABBRICATO
«Vi rendete conto?», si chiede il sindaco di Visso, Giuliano Pazzaglini. Per accedere alla zona rossa del suo paese deve attraversare una capanna accanto alla pasticceria vissana. «In sette mesi dovevano arrivare le casette di legno », mormora. «Mica me lo sto inventando, c’è scritto sul sito della Protezione Civile. Sapete quante ne abbiamo viste a Visso? Zero».
Sulle casette antisismiche le promesse si sono frantumate, fin da subito. «Entro Natale daremo le prime venti ad Amatrice», dichiarò il 23 settembre l’allora premier Renzi. Le famiglie amatriciane le hanno avute a marzo. Finora ne sono state ordinate 3.620 in 51 comuni del cratere. Consegnate? Appena l’8 per cento: 296 in tutto, e quelle effettivamente abitate (188) sono soltanto in due comuni, Amatrice e Norcia. Il “modello Burocrazia”.
Come un rosario, Pazzaglini sgrana la farraginosa procedura imparata a memoria. «Il sindaco deve stabilire quante casette servono, poi individua le aree dove metterle, poi la Protezione civile deve valutarle, poi interviene il genio civile regionale, poi si passa all’esproprio, poi la società incaricata disegna il layout, poi il layout deve essere autorizzato in municipio, poi torna in Regione, poi la Regione dà l’incarico per la progettazione, poi il progetto passa all’Erap (Ente per l’abitazione pubblica, ndr) di Pesaro e infine la gara la fa l’Erap di Macerata… ». Si contano almeno undici passaggi. E una selva di sigle, dentro cui si perde chi sta provando a rialzarsi dopo il sisma: Sae, Map, Dicomac, Aedes, Fast, Erap, Mude, Mapre, Cas. «A gennaio ho comunicato che mi servivano 225 casette: sei mesi sono passati e niente si muove».
NORME MODIFICATE TRE VOLTE AL MESE
Siamo ancora nella fase uno del post terremoto, quella dell’emergenza, sotto la responsabilità condivisa della Protezione Civile e dei governatori di Lazio, Umbria, Marche e Abruzzo. Si muovono all’interno della cornice del decreto legge 189 del governo Renzi, già modificato tre volte: dal successivo decreto Gentiloni, dalla finanziaria e dalla recente “manovrina”. E si devono districare tra le 29 ordinanze firmate dal Commissario straordinario alla ricostruzione Vasco Errani, dieci delle quali intervenute a cambiare le precedenti. Come nel caso delle casette di legno, quando si sono accorti che l’iter era troppo lungo. «Con le norme che mutano due-tre volte al mese la ricostruzione non si farà mai», si lamenta Marco Rinaldi, ingegnere ed ex sindaco di Ussita, dimessosi dopo un avviso di garanzia ricevuto per un’indagine che non c’entra col terremoto. «A Roma devono capire che qui c’è stata la Seconda guerra mondiale».
Quest’ansia di non farcela è stata raccolta dall’Anci e dal suo presidente, Antonio Decaro, del Pd, che ha chiesto al premier Gentiloni un incontro urgente. «I ritardi accumulati sono troppi. Se neanche a settembre le casette dovessero essere pronte le famiglie saranno costrette a iscrivere i figli in scuole diverse e lontane per il secondo anno di fila. Così le comunità si perdono, non torneranno più».
SOLO L’8 PER CENTO DI DETRITI RACCOLTI
Come fanno a tornare, se per strada hanno i frantumi delle case crollate? Secondo una stima per difetto ci sono 2,3 milioni di tonnellate di macerie da rimuovere: da quel 24 agosto, quando il primo terremoto distrusse Amatrice e Accumoli, la macchina dell’emergenza è stata in grado di portarne via 176mila e 700, meno dell’8 per cento. Nel Lazio hanno cominciato a novembre: rimosse 98mila su un milione; in Umbria 3.700 su 100mila; in Abruzzo 10mila su 100mila. Nelle Marche sono partiti solo ad aprile. Ad oggi hanno raccolto appena 65mila tonnellate su un milione. Il 6,5 per cento del totale.
Nelle province di Macerata, Fermo e Ascoli, le più colpite dalla scossa del 30 ottobre (6.5 gradi, la più forte degli ultimi 37 anni), si procede a passo di lumaca. Per dire: ci sono voluti cinque mesi e sette autorizzazioni perché la Conferenza dei servizi autorizzasse la ditta Htr a portare macerie nel sito di stoccaggio di Arquata. Htr vince l’appalto a novembre, i camion si sono mossi ad aprile. Accanto a questa lavorano due aziende pubbliche che si occupano di rifiuti: Cosmari nel Maceratese e Picenambiente nell’Ascolano. È una precisa scelta del governo, che ha equiparato le macerie a “rifiuti urbani non pericolosi”, dunque scommettendo sugli operatori che normalmente si occupano della spazzatura. Prezzo medio: 50 euro a tonnellata. Giuseppe Giampaoli, direttore della Cosmari, nonostante tutto è ottimista. «Entro il 2018 ce la faremo». Al momento nelle Marche viaggiano a un ritmo di 1.200 tonnellate al giorno: a spanne serviranno non meno di due anni e mezzo. «Ma a regime raggiungeremo le 2.000 tonnellate », promettono dalla Regione. «Il nostro territorio è a forte rischio idrogeologico, motivo per cui si è faticato a individuare aree idonee dove mettere casette e macerie».
CERCASI PERSONALE DISPERATAMENTE
Sono, e saranno, mesi di superlavoro. Per questo il decreto Renzi ha previsto una norma ad hoc per aiutare i municipi più piccoli: l’articolo 50 bis autorizza l’assunzione di 350 persone a tempo determinato, da dividere in quote fra le varie amministrazioni. Sembra facile, invece è complicato. Il decreto infatti impone di scegliere i nomi attingendo alle graduatorie pubbliche vigenti, seguendo la procedura ordinaria che tutela la trasparenza e che però, declinata nel cratere, si è rivelata un ostacolo. La spiega così Sergio Pirozzi, sindaco di Amatrice: «Mettiamo il caso che mi serva un geometra e che sia disponibile a venire qui uno che è classificato cinquantesimo nella graduatoria a Roma. Prima di prenderlo devo mandare un telegramma, a 6 euro l’uno, agli altri 49 e aspettare la loro risposta. Se qualcuno si oppone, si blocca tutto. Ancora: per ogni assunzione serve un Rup, responsabile unico del procedimento. Ma un funzionario comunale per essere Rup deve avere almeno dieci anni di anzianità. E dove li vado a trovare? In comune ho 14 posti scoperti che non riesco a riempire». Un’alternativa sarebbe pescare tra i 350 collaboratori assumibili durante l’emergenza, come previsto dal governo. Ma, fanno notare dall’Anci, si tratta di contratti co.co.pro che scadono il 31 dicembre e in pochi li hanno già firmati. «Non avranno neanche il tempo di realizzare dove si trovano».
A RISCHIO CINQUEMILA CONTRIBUTI
Fin qui la gestione dell’emergenza. Ma la fase due? La ricostruzione di prime e seconde case è diretta responsabilità del Commissario Errani. Con le macerie a terra e le zone rosse sigillate, è prematuro anche solo parlare della rinascita dei centri storici più devastati. Per i danni lievi, invece, il timore è che qualcuno possa perdere il treno dei contributi statali.
Per averli infatti bisogna presentare una domanda allegando lo stato dell’immobile (la famigerata scheda Aedes). I tecnici della Protezione civile hanno fatto 184.700 sopralluoghi su 208.000 case da verificare: ne mancano 23.000, di cui 19.200 nelle Marche. «Senza la scheda, niente contributi », spiega Paolo Vinti, presidente dell’Ordine degli architetti di Perugia. «Il tempo stringe perché il termine scade il 31 luglio 2017. Siamo stati fermi per nove mesi, a studiare ordinanze che cambiano di continuo. Solo a maggio siamo partiti coi rilievi per i progetti di ristrutturazione e i comuni non sono in grado di fornirci le relazioni geologiche. È impossibile farcela». Trentuno luglio 2017, manca un mese. «Quella è solo una data indicativa», sostengono i tecnici della Presidenza del consiglio. E però l’ordinanza 20 del 7 aprile recita: «Il mancato rispetto del termine determina l’inammissibilità della domanda ». Stando così le cose, una stima approssimativa dei sindaci calcola in cinquemila le pratiche a rischio esclusione. «Se sarà necessario, emetteremo un’altra ordinanza e adegueremo i termini », tagliano corto dal governo. Comunque sia, un pasticcio. Come quello di far pagare le imposte di successione sui ruderi ereditati, per cui Pirozzi minaccia di riconsegnare la fascia di sindaco se il governo, come però ha promesso ieri, non modificherà la legge.
ISTITUZIONI SENZA FIDUCIA
Nel cratere, è evidente, c’è bisogno di ricostruire anche la fiducia nelle istituzioni, e puntellare i palazzi non sarà sufficiente. Errani ci sta provando, con un pacchetto di norme all’avanguardia per disciplinare la ricostruzione. Ma quello è il domani.
Articolo intero su La Repubblica del 20/06/2017.

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.. e se lo dice repubblica..

martedì 20 giugno 2017

Vault 7/ CherryBlossom, così la CIA controlla router e access point

Roma - Wikileaks ha recentemente pubblicato un nuovo rilascio della serie Vault 7 dedicata alla CIA: una sessantina di documenti segreti risalenti al periodo compreso tra il 2006 e il 2012 e relativi a CherryBlossom; un progetto realizzato dalla CIA con la collaborazione dell'ente non profit SRI International con lo scopo di monitorare l'attività Internet degli obiettivi dell'agenzia, attraverso l'hacking di decine di modelli di router ed access point destinati all'utilizzo domestico, pubblico e al mondo enterprise.Nel dettaglio, CherryBlossom è un componente firmware compatibile con decine di modelli di router delle principali marche, tra cui Asus, Belkin, Linksys, D-Link, 3Com, US Robotics. Nella maggior parte dei casi, la CIA è in grado di installare il componente senza la necessità di avere accesso fisico al dispositivo, sfruttando la possibilità di aggiornare il firmware del router da remoto. Nel caso in cui sia stata inibita la possibilità di upgradare il firmware da una connessione WiFi tramite interfaccia Web o terminale, la CIA ha sviluppato appositi Wireless Upgrade Packages (WUPs) che comprendono anche degli exploit in grado di ricavare dal dispositivo la password di amministrazione.Fa inoltre parte del progetto un software chiamato "Claymore", avente varie funzionalità che vanno dalla scansione dei dispositivi, alla cattura di pacchetti, fino all'aggiornamento forzato del firmware. Infine, nel caso in cui il dispositivo non sia wireless, i documenti descrivono la possibilità di aggiornare il firmware via cavo, attraverso un'inevitabile operazione sul campo, che consisterebbe nell'intercettare il dispositivo a metà strada tra l'acquirente e il venditore.L'accesso remoto al dispositivo avviene tentando il login con password deboli o predefinite, oppure sfruttando degli exploit ancora non noti, denominati Tomato e Surfside. Una volta ottenuto l'accesso e aggiornato il firmware del router con CherryBlossom, il dispositivo infetto diventa una FlyTrap, gestibile da remoto dagli agenti della CIA per mezzo di un server command-and-control, analogo a quello utilizzato dai virus di tipo trojan. Il server, che porta il nome CherryTree, possiede un'interfaccia web di amministrazione chiamata CherryWeb.architettura cherryblossomNel caso in cui un router diventi una FlyTrap, esso inizia a inviare messaggi, detti beacon, al proprio server di riferimento, riportando il proprio stato e le proprie impostazioni di sicurezza. Instaurato questo collegamento, le principali operazioni effettuabili dagli agenti della CIA sono le seguenti: estrazione di dati, come indirizzi email, nickname utilizzati in servizi di chat, indirizzi MAC, numeri VoIP; copia di tutto o parte del traffico di rete effettuato dagli utenti; reindirizzamento della navigazione Internet, effettuata tramite la tecnica del doppio iframe. In pratica, la risposta HTTP viene sostituita da due iframe: il primo iframe contiene la URL della richiesta originale, il secondo, nascosto, restituisce il contenuto desiderato. In alternativa, il reindirizzamento avviene tramite HTTP redirect. In questo caso la risposta HTTP viene sostituita con un redirect al contenuto desiderato; il browser viene poi ulteriormente reindirizzato alla URL originale in modo da trarre in inganno l'utente; installazione di un proxy su una o tutte le connessioni di rete, al fine di effettuare attacchi di tipo man-in-the-middle; creazione di un tunnel VPN tra la FlyTrap e il server di command-and-control, in modo da poter tentare l'accesso su tutti i client collegati alla FlyTrap, via cavo o WiFi; esecuzione di applicazioni sulla FlyTrap.interfaccia cherrywebInoltre, qualora la trasmissione di beacon tra FlyTrap e CherryTree si interrompa, allo scadere di un determinato suicide timeout CherryBlossom termina la sua esecuzione, senza compromettere il funzionamento normale del router. Tuttavia, seppur non più funzionante, CherryBlossom continua a risiedere all'interno dell'immagine del firmware salvata in memoria, in quanto una procedura di rimozione completa richiederebbe troppo tempo e rischierebbe di compromettere il funzionamento del dispositivo.Questo rilascio di documenti da parte di Wikileaks, a differenza dei precedenti della serie Vault 7, non comprende binari o codice sorgente: di conseguenza, exploit e strumenti come Tomato, Surfside e Claymore restano - almeno per il momento - oggetti misteriosi.
Elia Tufarolo

da punto informatico

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Perchè Vault 7? Perchè in un gioco fanta horror (liberamente ispirato al romanzo, e al film dallo stesso nome, 'La strada' di cormack mc cormick) Fallout 3 poco prima che scoppiasse, in quella realtà accentuata e aletrnativa al nostro mondo, una guerra nucleare fra americani e cinesi una società guidata da una ristrettissima élite che controllava il potere aveva costruito dei Vault dei rifugi (non sto a dilungarmi basta faer una ricerchina su google con la chiave story teller di Fallout 3 pre trovare tutta la storia) in cui alcuni si potevano rifugiare chiamati appunto Vault...
 

lunedì 19 giugno 2017

Francia: fra bombe e Macron

Bè oltre l'ennesimo attentato a Parigi la Francia fa registrare un record: una percentuale bulgara alle legislative che da al neo presidente della repubblica la maggiroanza assoluta in parlamento. Spariscono i socialisti; la Lepen (cui Macron dovrebbe erigere un monumento per essere diventata la sua competitor.... non poteva esserci migliore avversario per il giovane presidente, vero? Sembra fatto apposta) ai minimi storici, ecc. ma qual'è la realtà? Che a votare ci sono andati in pochissimi: in pratica poco più del 30% degli aventi diritto il che significa che il partito di Macron governa avendo preso poco del 17% dei voti degli aventi diritto.. un porzione, piccola porzione che si appresta a governare in nome di tutti e per conto di tutti. E fin qui nulla di nuovo perchè se non partecipi non ti puoi lamentare: andavi a votare era meglio. Ma il punto è la parola minoranza: nei sistemi liberal-democratici la competizione elettorale è una 'guerra' di minoranz, quella più forte governa l'altra va all'opposizione e prepara le condizioni per un ricambio se ne è  capace e la votano, ma ... ma qui è diverso: è una minoranza nella minoranza ossia fra primo e secondo turno non avrebbe raggiunto, in tempi normali, il 20%, un inezia. Come può Macron governare con numeri da 0, ecc.? Lo farà per un semplice motivo: ha il mandato elettorale ricevuto secondo le regole e, cosa più importante, ha alle spalle i Rotschild per cui ha lavorato e dove si è formato... mica bau bau micio micio e potete scometterci che se davvero ci son loro alle spalle prima che i francesi si possano riappropriare della democrazia ne passerà di tempo e ne sborseranno di soldi.. ci sono da fare le 'riforme' le stesse che hanno fatto qui: solo che lì i numeri ci sono eccome e, secondo le elezioni, anche il consenso popolare (ipse dixit). Ma, come sempre, il diavolo è nei dettagli; manca una cosa: chi farà 'l'opposizione' o meglio chi farà finta di farla? ci saranno utili idioti al soldo che si sacrificheranno allo scopo? Si hanno davvero esagerato e non hanno pensato a questo aspetto non secondario se non vogliono ammettere che in Francia di tutto si potrà parlare tranne che di democrazia parlamentare visto che hanno messo un parlamento di tipo 'sovietico' dove c'è 'il partito' e una serie di satelliti di facciata e nient'altro. Troppo poco, anche per chi è di palato non ricercato come l'Italia dove parlano male dei 5 stelle ma, ora che sono anche loro addomesticati, che nei reconditi recessi dei pensieri dei grigi detentori della, vera, borsa della spesa gli farebbero un monumento.... senza di loro saremmo anche noi con un partito unico.
La domanda che ci si dovrebbe porre è la seguente: ma senza opposizione parlamentare le 'riforme' passeranno fra la gente o la si costringerà a ingoiarle loro malgrado (mica son italiani che pigliano tutto quel che passa il convento e alcuni ne sono anche felici perchè pensano hanno beccato quei fessi e non me, per ora in realtà) e anche se non sono d'accordo sono stato eletto e comando? Il problema non è da poco.. non essendo italiani  e avendo inventato la ghigliotttina fossi in Macron un pensierino ce lo farei.. ma per mia fortuna non lo sono e quindi mi limito ad osservare la cosa aspettandomi una 'vigorosa protesta e poco di più..
p.s.
da notare un piccolo particolare, ma vi avverto entriamo nel campo complottista quindi siamo in zona grigia...., ossia: avete notato la serie di attentati? Non è che questi attentati sono filodiretti? Ossia per tenermi buoni gli eventuali oppositori ho creato che so un gruppo o ho finanziato un gruppo di disperati facendogli credere di fare il jihad che mi fa da utile idiota in senso karamazoviano? Si? No? A leggere da questa prospettiva in senso storico la cosa non mi parrebbe così peregrina, soprattutto se pensiamo a quanto venuto fuori con wikileaks e i suoi file? I paesi occidentali non sono nuovi a false flag del genere: ad esempio la Francia fu accusata, e mai venne smentito anzi credo che non ci fu nemmeno un inchiesta giudiziaria, di aver fatto affondare la nave di greenpeace con un azione in false flag dei servizi segreti francesi... naturalmente complotti e maldicenze ma sapete com'è no? Diceva Andreotti 'a pensar male magari ...'

domenica 18 giugno 2017

Spionaggio e altre storie, il vizio della deviazione nei servizi segreti italiani


Il vizio della “deviazione”, nella tradizione dei nostri servizi segreti, è piuttosto radicato. Esso risale addirittura a prima della loro nascita ufficiale. Correva l’anno 1863, quando Filippo Curletti, agente segreto del conte di Cavour, descrive in un libretto di una trentina di pagine l’opera svolta nel corso della sua carriera. Ciò al fine di alterare, a favore di casa Savoia, i risultati del referendum del 1861, che sanciva l’annessione al Piemonte delle terre liberate da Giuseppe Garibaldi e Vittorio Emanuele II. Nell’Italia repubblicana, le deviazioni hanno avuto diverse forme: nel periodo 1949-1959 esse sono principalmente consistite in un gigantesco lavoro di schedatura sia degli esponenti delle sinistre, sia di personaggi politici della maggioranza invisi al capo del governo o ai ministri della Difesa o dell’Interno.
Nel quinquennio 1960-1964, il Servizio informazioni forze armate (Sifar) ha predisposto l’applicazione sul campo delle teorie della guerra non ortodossa” in Alto Adige e poi la pianificazione di un vero e proprio colpo di Stato: il Piano Solo del luglio 1964. Dal 1965 al 1977 i servizi hanno esplicato azioni volte a proteggere terroristi sospetti autori di stragi. Dal 1978, le deviazioni hanno spaziato dal depistaggio dei giudici che indagavano sulla strage di stazione di Bologna del 2 agosto 1980 allo storno di 14 miliardi di fondi riservati provato il 20 dicembre 1992 sui conti bancari personali di venticinque alti dirigenti del Servizio per le informazioni e la sicurezza democratica (Sisde). Una grave crisi di sistema colpì l’Italia tra il 1992 e il 1993 e trovò soluzione nella nascita della cosiddetta Seconda Repubblica. Gli eventi che segnarono quel tragico biennio “portano il segno di una grande opera di destabilizzazione messa in pratica anche con la collaborazione delle mafie e con l’intento di causare un effetto shock sulla popolazione, creando un clima di incertezza e di paura e disgregando le nostre strutture di intelligence”. Questi avvenimenti sono ricostruiti oggi su documenti e con dovizia di dettagli, dalla giornalista Stefania Limiti, non nuova a proficue incursioni sul terreno impervio della storia dei servizi e delle attività d’informazione e di controinformazione, nel libro La strategia dell’inganno (Chiarelettere, 2017).
 
La strategia dell'inganno: 1992-93. Le bombe, i tentati golpe, la guerra psicologica in Italia

.. il resto sul Fatto Quotidiano

giovedì 15 giugno 2017

Matteo Renzi e la nuova definizione di faccia di bronzo

di | 14 giugno 2017  Il Fatto Quotidiano

Ai tempi d’oro della “Prima Repubblica”, quando ancora tutti i politici dovevano parlare in pubblico nei comizi in piazza, tenendo un linguaggio rispettoso e, almeno apparentemente, sincero (non nei super-protetti studi televisivi dove ogni sorta di commedia è sempre ammessa ed applaudita da colleghi e pubblico scientemente selezionati per far accettare dalla platea di qua e di là dello schermo qualunque frottola purché raccontata con maestria) nessun venditore di fumo politico, ancorché bravo e suadente, si sarebbe arrischiato a presentarsi in pubblico dopo aver solennemente “bucato”, non una promessa qualunque, ma nientemeno che la parola d’onore che, in caso di sconfitta elettorale, egli stesso avrebbe fatto ammenda dei suoi errori ritirandosi a vita privata.
Ai giorni nostri invece qualunque atteggiamento, anche il più fantasioso, il più bizzarro, il meno onorevole, è consentito. Nella convinzione (per niente plausibile) che il popolo al di là dello schermo sia una vuota entità senza memoria e senza cervello, utile solo a tracciare una crocetta sulla scheda voto, voluttuosamente disegnata non solo sul piano grafico ma anche su quello istituzionale allo scopo unico e palese di fare il “pieno” elettorale senza nulla impegnare seriamente né di pubblico né di personale.
Il cittadino dunque, degradato a soggetto immateriale per mezzo di qualche panzana ben condita con adeguata retorica e astuzia, può essere attraversato impunemente con la stessa naturalezza dell’etereo fantasma mentre procede con noncuranza oltre un muro di consistente materia, diventando così bersaglio e oggetto dei più ingegnosi progetti di conquista per ogni livello di potere. Anche dei più eccelsi, come ci è data testimonianza dalle conquiste attuate nell’ultimo trentennio da una triade di improbabili o improvvisati statisti, diventati famosi a livello planetario oltre che per le loro similitudini culturali, anche grazie ai nomignoli coi quali i media di mezzo mondo li hanno battezzati: mi riferisco ovviamente agli oramai ben noti “Renzusconi Trumpusconi”.
Ben diverso approccio poteva ovviamente consentirsi qualunque politico che avesse deciso, nel secolo scorso, per dovere e convenienza professionale, di attraversare una piazza che immateriale non era. E se avesse fatto pubblicamente quella avventata promessa, senza sentirsi poi in serio dovere di mantenerla, sarebbe stato immancabilmente accolto da una pioggia di verdura variegata e di abbondanti quantità di uova scrupolosamente scelte tra quelle sicuramente marce.
Nel secolo scorso, per molto meno che una totale abiura fatta da un personaggio pubblico di altissimo livello, si diceva di chi teneva tale comportamento che aveva una “faccia di tolla”, probabilmente allo scopo di caratterizzare la scarsa affidabilità e consistenza del materiale usato per “metterci la faccia” di chi impegnava la propria credibilità senza curarsi del fatto che era invece già ben nota la sua completa inaffidabilità.
Generalmente tale appellativo era assegnato a fanciulli che bonariamente e furbescamente, speravano di conquistare credibilità a danno dei compagni di gioco. Mai si sarebbe pensato che lo stesso puerile atteggiamento potesse essere ripetuto a distanza di un secolo nientemeno che da qualcuno che fino a pochi mesi prima era assiso nella poltronissima di Palazzo Chigi.
Ecce homo, dicevano i latini.
Se questo è l’uomo dobbiamo però ricordarci di aggiungere nel vocabolario dei sinonimi, anche la nuova locuzione “faccia di Renzi”, vicino alle consimili “faccia di bronzo” e “faccia di tolla”, per indicare chi non si preoccupa minimamente di essere privo di ogni credibilità ogni volta che apre bocca, tanto più quando si mette su un piedistallo istituzionale promettendo a destra e manca riforme la cui affidabilità, personale e politica, è ridotta ormai allo stremo dello zero negativo.
di | 14 giugno 2017

Il Fatto Quotidiano

mercoledì 14 giugno 2017

Decreto vaccini: il corto circuito tra affari, una scienza usata male e una politica senza politica

di | 13 giugno 2017  Il Fatto Quotidiano

Sia chiaro io credo giusto riportare la copertura vaccinale nel nostro paese nei livelli di sicurezza convenzionale, ma dissento sull’imbroglio che il decreto rappresenta. L’imbroglio, vaccini a parte, sono i vaccinatori d’assalto. Per costoro i vaccini sono un treno che passa e che per tante e diverse ragioni di bottega conviene cogliere al volo perché un treno così perfetto non capita tanto di frequente.
Perché “imbroglioni”? Quando la scienza viene usata in modo scorretto per influenzare la politica e quando la politica è preoccupata di sopravvivere a se stessa, allora gli imbroglioni hanno un nome, si chiamano “tecnocrati”.
Si definisce tecnocrazia la tendenza ad affiancare il potere politico non per consigliarlo, secondo competenza, ma per soppiantarlo, assumendo in proprio la funzione decisionale. La razionalità della tecnocrazia che ha ispirato, controllato e validato il decreto è fondata su elementi meramente quantitativi, relegando nel mondo dell’irrazionale, quindi del deprecabile per definizione, tutto ciò che non è quantificabile, quindi tutto ciò che è sociale, culturale, personale.
E siccome la paura della gente, la sfiducia nella medicina e nei medici, il disagio non sono quantificabili, tutto ciò viene assunto dal tecnocrate d’assalto come inesistente, con la conseguenza di cancellare la società come problema. Alla fine l’errore politico e scientifico più grande di questo decreto ottuso è quello di proporci una medicina senza umanità e un vaccino come un dogma di cui non si può dubitare.
Per me (attenti a non equivocarmi) la salute della gente, per la sua estrema complessità, è sempre e soprattutto una questione politica che, ovviamente, nel decidere cosa fare deve tenere conto delle indicazioni della scienza. L’ultima parola, però, non spetta alla scienza, ma alla politica (la “scienza regia” di Platone), perché ciò che serve in certi casi non è il massimo grado di razionalità, ma il massimo grado di saggezza.
Non c’è dubbio che il decreto derivi da una certa razionalità ma non c’è dubbio che esso sia pressoché privo di saggezza. Coloro che l’hanno congegnato non sono gli scienziati che dicono di essere, ma degli impiegati della scienza con smisurati curricula personali che dimostrano non la genialità del loro pensiero scientifico, ma la loro grande capacità nel penetrare all’interno dei sistemi di potere della scienza, quindi la loro smisurata ambizione personale.
Dietro a questo decreto si intravede il medico intransigente che si rifà delle tante umiliazioni sofferte gonfiando il petto dello scienziato; il professore universitario convinto di accrescere il suo appeal soprattutto nei confronti dell’industria farmaceutica; il grande burocrate convinto in cuor suo di essere l’unico ad avere i titoli per fare il ministro della salute nel mondo.
Tutta questa roba è l’imbroglio tecnocratico.
Quando mi è capitato di vedere in tv da una parte, la ministra della Salute Beatrice Lorenzin parlare di evidenza scientifica, di società da rieducare alla scienza, e che quasi offesa, accusava di “demenza” coloro (cioè noi) che pur estimatori dei vaccini nutrivamo dubbi sul loro uso superficiale (La 7 “Faccia a faccia”15 maggio 2017); dall’altra i “funzionari della scienza” a supporto della stessa ministra nota per le sue gaffe e tanti dottorini infilati financo nei board scientifici delle aziende farmaceutiche che parlano di vaccini come se non avessero alcun conflitto di interesse. Si vedeva chiaramente il corto circuito tra affari, una scienza usata male e una politica senza politica. E’ da questo cortocircuito che nascono le coercizioni in luogo della persuasione, le multe in luogo degli incentivi, le aberrazioni anticostituzionali in luogo del rispetto dei diritti, ma soprattutto il disamore per la gente e l’uso dei medici e della medicina come se fossero i primi degli esattori e la seconda una clava.
In questo decreto la tecnocrazia è andata oltre i mezzi necessari all’azione sociale e si è appropriata degli scopi sociali, parlando di false emergenze, con false epidemie, per cui la decisione saggia che sarebbe convenuta a tutti noi non è stata presa, perché le convenienze personali dei vaccinatori di assalto, hanno semplicemente prevalso.
Ma la politica che si fa vicariare dalla tecnocrazia, non fa mai un buon affare.
Intanto etichettare tutti i critici del decreto come “no vax” è una prima stupidaggine che vi assicuro le persone anche del Pd, non hanno gradito. Poi pensare che i presunti “no vax” siano tutti fuori dal PD o tutti M5S è un’altra stupidaggine. Chi non vuole i 12 vaccini tutti obbligatori allo stesso modo e difende il valore della responsabilità genitoriale, è in tutti i luoghi di questa società. La questione è trasversale.
Chiudo invitando tutti a riflettere sull’esperienza diversa del Veneto (Quotidiano sanità 8 giugno 2017) che ha organizzato, innanzitutto, un’anagrafe vaccinale dai cui dati si dimostra che se si usa il cuore oltre che la testa, è possibile ottenere una buona copertura vaccinale, senza inutili costrizioni.
di | 13 giugno 2017

Il Fatto Quotidiano

martedì 13 giugno 2017

Elezioni amministrative 2017: chi perde, chi non vince, chi vince (Andrea Scanzi)

Riflessione su queste amministrative 2017, che hanno acceso gli animi come un doppio misto al torneo di Tegoleto tra Picierno e Sibilia versus Gasparri e la Fusani.
Chi perde
Il Movimento 5Stelle. Era ampiamente previsto, le Amministrative sono il loro tallone d’Achille. Stavolta però sono riusciti ad andare oltre ogni ragionevole speranza (degli avversari). Suicidio a Genova e Palermo, harakiri colpevolissimo a Parma (e Pizzarotti sogna la torcida). In passato, avevano spesso vinto in città stremate dalle disastrose giunte di centrosinistra e centrodestra: Parma, Livorno, Roma. Adesso no (Taranto). Sul piano nazionale è tutto un altro sport, ma i campanelli d’allarme ci sono. Pizzarotti ha ragione quando asserisce sadicamente che ormai il M5s è forza che mira più al nazionale che al locale (e ciò è in controtendenza con gli albori dei Meet up).
In più, alle Amministrative si votano le persone e non i simboli. E le persone candidate dai 5Stelle non le conosce quasi nessuno. È difficile dare la propria città in mano a uno sconosciuto, ancor più contro avversari molto più organizzati e radicati. Il teatrino sulla legge elettorale ha spostato pochissimo, gli affanni di Raggi e parzialmente Appendino, un po’ di più. L’aspetto dirimente resta però l’allergia dei 5Stelle alle amministrative: una Torino non fa primavera, mentre una Genova è per sempre.
Chi non vince
Il Partito democratico. Sta esultando perché i grillini hanno scontato la pena, ma in 13 casi si presenteranno al ballottaggio in ritardo rispetto al centrodestra: Asti, Como, Monza, Genova, Padova, Spezia, Piacenza, Rieti, Lecce, Taranto, Catanzaro, Oristano, Trapani. E, in nove di questi casi, la giunta uscente era di centrosinistra o di sinistra. Il Pd soffre (ovviamente), anche in realtà un tempo rossissime: se questa è una vittoria, Orfini è il nuovo leader dei Led Zeppelin. Ha ragione il Movimento democratico e progressista (Mdp), nel ricordare che, senza l’aiuto della “sinistra riformista” (e spesso pure “radicale”), il Pd non va da nessuna parte. Se non a un apericena con Verdini.
A Renzi è già tornata la voglia di andare al voto anticipato, stavolta a novembre, ma non si capisce quali meriti avrebbe avuto. In primo luogo, il Pd non ha vinto, ma casomai pareggiato: solo i ballottaggi diranno se sarà trionfo o gogna. In secondo luogo, le elezioni nazionali seguiranno tutt’altre logiche. C’è poi l’aspetto personale: Renzi, terrorizzato di perdere, per queste elezioni non si è mai fatto vedere (e anche per questo non sono andate malissimo). Non è che adesso può appropriarsi di una (non) vittoria. O meglio: non potrebbe, ma lo farà. Ah, dimenticavo: è riuscito a perdere anche nella sua Rignano. Idolo.
Chi vince
Più volte ho scritto – e detto – in questi mesi che, tra i due litiganti, il Berlusconi gode. Appunto: a livello comunale e regionale, il centrodestra signoreggia con antica sicumera baldanzosa. I motivi sono semplici. Uno: l’Italia è un paese di centrodestra. Due: il centrodestra è, da sempre, la forza che in nome del bene comune (cioè il loro) è in grado di ingoiare qualsiasi rospo. Mentre Pisapia litiga con Fratoianni che litiga con Bersani che litiga con Civati, e mentre i 5Stelle rileggono in chiave nu-metal i sacri testi dell’Asilo Mariuccia, il centrodestra in apparenza si scazza, ma poi si presenta unito come un sol uomo. Per questo vinceranno. O comunque saranno sempre decisivi per fare un governo nazionale. Agili.
Dal Fatto Quotidiano

lunedì 12 giugno 2017

Boom licenziamenti: Stato e imprese raggirati

12 giugno 2017, di Mariangela Tessa
WSI
Che nel 2016 ci sia stato un vero e proprio boom di licenziamenti per giusta causa lo dicono chiaramente le statistiche. Secondo la Cgia di Mestre, dietro a questo fenomeno potrebbe esserci un raggiro ai danni delle imprese e delle casse dell’Inps collegato alla volontà del lavoratore di ricorrere di ottenere vantaggi previsti dall’attuale normativa. Quest’ultima prevede una indennità speciale dell’azienda che può arrivare a sfiorare i 1.500 euro e un sostegno al reddito da parte dell’Inps fino a 2 anni.
Nel 2016, sempre secondo l‘Ufficio studi della Cgia, i licenziamenti per giusta causa o giustificato motivo soggettivo nel settore privato hanno registrato una crescita del 26,5%, contro il +3,5% generale delle interruzioni di rapporti.
Stante la leggera ripresa economica e l’aumento dell’occupazione in atto, questo orientamento fatica a trovare una giustificazione legata alle normali dinamiche esistenti tra i datori di lavoro e le proprie maestranze”, si sostiene.  “Non sono pochi coloro che negli ultimi tempi hanno deciso di non recarsi più al lavoro senza dare alcuna comunicazione al proprio titolare”.
Questo per far sì che sia il datore di lavoro, dice la Cgia, a muovere il primo passo e iniziare la procedura di interruzione del rapporto.
Per il segretario della Cgia, Renato Mason, è un “astuto espediente” avrebbe “assunto i contorni di un raggiro a carico di moltissime aziende e anche dello Stato, perché un numero sempre crescente di dipendenti non rispetta la norma e costringe gli imprenditori al licenziamento e, di conseguenza, fa scattare la Nuova ASpI (NASpI, in vigore dal maggio 2015) in maniera impropria”.
 

domenica 11 giugno 2017

Jeremy Corbyn, la sua rimonta è la prova che la nostra idea di carisma è sbagliata


Può un anziano dirigente laburista britannico dalle idee radicali e i toni compassati guidare il suo partito a una rimonta nel periodo di massima egemonia dei conservatori? Secondo molti, era solo fantascienza. Corbyn era “troppo scollato dal mondo reale”, “troppo socialista”, “troppo novecentesco”, “troppo poco mediatico”, dando per scontato che il suo partito sarebbe stato relegato a un ruolo di pura comparsa alle elezioni. Questa prognosi infondata ha costretto in molti a mangiarsi il cappello tra giovedì sera e venerdì mattina, quando il Labour Party ha dimostrato di essere ancora vivo e vegeto, ottenendo molti più seggi di quanti ne avesse ottenuti nel 2015 il più moderato Ed Miliband, e prendendo molti più voti di quanti ne avesse presi nel 2005 l’ex primo ministro Tony Blair, oratore dall’eloquio coinvolgente.
L’impresa ha il sapore dello straordinario soprattutto perché mette un argine alla destra in un periodo in cui la sua ideologia sembrava dilagante, e solo poche settimane dopo che i sondaggi avevano previsto per Corbyn una Caporetto definitiva. Non è una vittoria, ma la rimonta c’è stata e l’attuale debolezza di Theresa May potrebbe di qui a poco aprire lo scenario di nuove elezioni, a cui i Labour si presenterebbero da una posizione di maggior forza. Il risultato ha lasciato molti commentatori basiti. Non solo Corbyn incarna un orientamento politico dato per sconfitto, ma è altrettanto vero che il candidato laburista non sia esattamente un appassionato agitatore di folle. Il suo aspetto da vecchio professore di geografia e i suoi pacati sermoni fanno di lui un leader anomalo e riluttante – aspetto, quest’ultimo, confermato anche da chi lo conosce bene. Nel senso classico del termine, Corbyn non è esattamente una figura carismatica: le sue battute non sono prorompenti, i suoi giri di parole sono semplici, la voce non ha mai acuti e non sciorina metafore graffianti.
Questa, tuttavia, è l’analisi superficiale di chi si limita a prendere in considerazione le caratteristiche esteriori della politica. Il politologo americano James Scott offre una definizione di carisma molto più convincente. Il carisma non risiederebbe tanto in qualità personali – ossia nel magnetismo di un determinato candidato –, quanto nella reciprocità che si viene a stabilire tra quest’ultimo e un particolare pubblico....

come sempre il resto sulla pagina del Fatto

venerdì 9 giugno 2017

quoque tu....

E' tutto il giorno che rompono gli zebedei sui grullini che hanno impallinato ecc. ecc. con una faccia di bronzo che mai prima.. poi è bastato un Franco Bechis a .....
bè godetevi il filmato


e il link di dagospia
Buon weekend

UK: May (non) vince..

Che la si giri come si vuole ma la May non vince, anzi... se con un sistema maggioritario puro come quello inglese non ottieni la maggioranza allora un problema ce l'hai eccome: ed è esattamente quello che è accaduto in queste ore; gli inglesi hanno decretato che si dovrà trovare una quadra fra i partiti non facile, atrimenti dovranno tornare a votare. E' la destra in generale che perde e non solo i Conservative: UKIP, SNP stanno ai minimi termini (anche se il dato scozzese andrebbe visto a aprte perchè è chiaro che andrebbe scorporato e valutato a parte e non comparato al dato uscito dall'intera elezioni nazionale) e i libdem pur aumentando non conoscono i fasti del passato... ora se nemmeno con il maggioritario si garantisce la stabilità come se la caveranno?
Diciamo che la cosa migliore sarebbe un inciucione ma non sarebbe nel loro dna... Corbyn è il vero vincitore e lo sa non ha i numeri per governare ma è l'astro nascente, in senso lato, e potrebbe fare la differenza per portare il Regno Unito dove chiede l'elettorato. Accadrà? Può darsi ma se avete letto il suo programma la vedo dura visto che prevede alcune cose che vanno in direzione esatta e contraria agli ultimi 30 anni e non solo inglesi.
Un governo libdem con appoggio esterno degli altri partiti o di uno di essi? Per carità: sono inglesi ... non italiani
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ecco cosa ne dice il Fatto
di | 9 giugno 2017 Il Fatto Quotidiano

I Tory primi, ma senza maggioranza assoluta: la premier uscente Theresa May perde la sua sfida e ora rischia investitura e leadership dentro il partito. Le elezioni in Gran Bretagna, quando ancora mancano all’appello i risultati di alcuni collegi, lasciano il Paese nel peggiore degli incubi: l’hung Parliament, ovvero il “Parlamento impiccato”. Al momento i Conservatori hanno ottenuto 313 seggi e il Labour di Jeremy Corbyn 260. L’affluenza al voto si è attestata oltre il 68 per cento secondo dati indicativi, due punti in più del 2015.
.. come sempre il resto sito del quotidiano

mercoledì 7 giugno 2017

Justin Trudeau, le insospettabili politiche sul clima di quel bel faccino canadese

di | 7 giugno 2017 Il Fatto Quotidiano

Di Monica Di Sisto*
Nei giorni del G7 di Taormina, politici e celebrities italiane hanno fatto a gara per farsi fotografare o portare a casa un souvenir del passaggio nel bel Paese del decorativo premier canadese Justin Trudeau. Bel faccino, parole accattivanti, compiacenti al punto da dirsi “femminista” in un incontro alla Camera dei deputati in cui la maggior parte dell’audience era femminile, inclusa la padrona di casa, la presidente della Camera Laura Boldrini.
Il giorno prima dell’incontro, però, la presidente si è vista recapitare, tra l’altro dalle dirette mani dalla segretaria generale della Cgil Susanna Camusso e del presidente di Coldiretti Roberto Moncalvo, una lettera sottoscritta da alcune importanti organizzazioni nazionali per chiedere, a lei come al presidente del Senato Pietro Grasso, e a tutte le parlamentari e i parlamentari italiani di stoppare la ratifica del Ceta: il trattato di liberalizzazione degli scambi e degli investimenti tra Europa e Canada che rischia di danneggiare non soltanto la nostra capacità commerciale, ma il clima e la democrazia stessa in modo molto serio.
Alla vigilia del G7 ambiente che si terrà a Bologna, dove tutti puntano il dito contro Trump, il leader statunitense che ha dichiarato di non voler onorare l’Accordo di Parigi contro i cambiamenti climatici, se guardiamo bene dietro il sorriso accattivante di Trudeau troviamo però che non è di un campione del clima che stiamo parlando. Come ha avuto modo di scrivere anche il Guardian un paio di mesi fa, Trudeau sta spingendo per pompare olio, gas e scavare carbone nel suo Paese come mai negli ultimi anni. Raccogliendo una vera ovazione a Houston da una platea di petrolieri, Trudeau ha infatti affermato nel marzo scorso: “Nessuno Paese troverebbe 173 miliardi di barili di petrolio nel terreno e li lascerebbe lì”. Questi 173 miliardi di barili sono in realtà la stima dell’olio recuperabile nelle sabbie bituminose canadesi che Trudeau vuole estrarre e immettere nel mercato proprio grazie a un accordo con Trump, ma che se bruciati, secondo i conti di Oil change international, genererebbero proprio quel 30% di anidride carbonica necessaria per portarci oltre l’obiettivo di 1.5 gradi centigradi di incremento di temperatura atmosferica che il Canada ha aiutato a stabilire come soglia massima di aumento con l’accordo di Parigi.
E non è questo il solo accordo che Trudeau sta stringendo con Trump a danno dei diritti e del clima. Molta parte della revisione dell’area di libero scambio che esiste da oltre 20 anni tra Canada, Usa e Messico, il Nafta, che i leader di Usa e Canada vogliono rinegoziare a danno del Messico, mirano ad accelerare trivellazioni, commercio d’energia e sfruttamenti di suolo e acque. Purtroppo c’è anche di più: il Ceta, infatti, come il Ttip, che la Commissione Europea vuole cercare di negoziare ancora con Trump, nonostante non contenga nessuna clausola di salvaguardia climatica o ambientale, rischia di mettere in discussione il principio di precauzione dell’Ue, che permette alle autorità pubbliche di adottare misure restrittive per contrastare i potenziali rischi generati dai flussi commerciali per la salute o per l’ambiente.
Si fa, infatti, riferimento alle disposizioni della Wto (capitolo cinque, misure sanitarie e fitosanitarie, l’articolo 5.5 Diritti e obblighi), che consentono un divieto permanente al commercio solo se vi è un consenso scientifico che riconduca il danno a uno specifico prodotto o ingrediente. In caso di inesattezza o disaccordo scientifico, si applica al massimo un divieto temporaneo, giungendo a un’interpretazione del principio di precauzione molto più limitata rispetto a quella che prevale di solito all’interno dell’Ue. È per questo che la campagna Stop Ttip Italia promuove l’iniziativa Trump o Trudeau? Preferisco vivere, nell’ambito di un G7 ambiente parallelo di associazioni e movimenti. L’evento si terrà venerdì 9 giugno a Bologna dalle ore 15,30 presso le aule Belmeloro dell’università, in via Belmeloro 14. In quest’occasione presenteremo il nostro nuovo Rapporto sull’impatto di Ceta, Ttip e liberalizzazioni commerciali su clima e ambiente. Ci vediamo a Bologna!
*Campagna Stop TTIP Italia
di | 7 giugno 2017

martedì 6 giugno 2017

Totò Riina e la possibile scarcarazione, il silenzio degli impenitenti

di | 6 giugno 2017  Il Fatto Quotidiano

di Francesca Scoleri 
Qualche anno fa, Bernardo Provenzano ricevette una visita in carcere dall’allora Presidente della Commissione speciale antimafia del Parlamento Europeo, Sonia Alfano. Durante quell’incontro, Provenzano, fu sollecitato a raccontare “ciò che sapeva”. A detta della Alfano, Provenzano lasciò aperto uno spiraglio spingendosi addirittura a chiedere un colloquio fuori dal carcere.
I presunti buoni propositi di Provenzano, furono stoppati subito. In seguito le sue condizioni si aggravarono anche a causa di quelle che furono definite “cadute dal letto”. Il boss è poi morto nel luglio scorso mentre versava da mesi in stato vegetativo. Quello stesso Stato che, per 43 anni, lo aveva lasciato libero di muoversi in Italia e all’estero, sfoggia forza e determinazione col vegetale inerme tenendolo al regime detentivo. Nessuna morte dignitosa per chi ormai non può più nuocere rivelando segreti inconfessabili.
L’attuale indignazione verso la possibile scarcerazione di Riina è più che lecita dal momento che non versa in condizioni particolarmente gravi. Avrei, però, voluto cogliere la medesima indignazione davanti ad altri fatti simili o addirittura più gravi. Mi avrebbero restituito l’immagine di un popolo informato e non dormiente, in grado di provare moti di repulsione per la sostanza dei fatti e non solo per il nome “Riina”.
il resto dell'articolo sul Fatto Quotidiano
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da registrare anche l'articolo sul Fatto Quotidiano di Nando Dalla Chiesa in merito: da condividere in toto

lunedì 5 giugno 2017

Gruppo Bilderberg riunito in Virginia, rompere il silenzio intorno a questa cupola

di | 3 giugno 2017  dal Fatto Quotidiano

Nel totale occultamento dei mass media nostrani è cominciato a Chantilly, in Virginia, l’incontro annuale del gruppo Bilderberg. Fino al 4 giugno questa cupola composta da banchieri, manager, politici, militari e giornalisti discuteranno su come perseverare con quel sistema neoliberista che permette a 8 persone di possedere una ricchezza pari a 426 miliardi di dollari, una somma equivalente a quella che hanno 3,6 miliardi di persone.
Il gruppo Bilderberg, annualmente raduna, in lussuosi alberghi a porte chiuse, il gotha della plutocrazia mondiale. Il nome del club deriva dal nome dell’hotel de Bilderberg a Oosterbeek, nei Paesi Bassi dove si tenne nel 1954 la prima riunione.
Tra i 130 partecipanti di Chantilly saranno presenti il segretario generale della Nato Jens Stoltenberg, David Cohen ex vicedirettore della Cia, José Manuel Barroso presidente della Goldman Sachs e Christine Lagarde direttore del Fondo Monetario Internazionale. In nostra “rappresentanza” oltre al solito John Elkann ci saranno Lilli Gruber e Beppe Severgnini. Ovviamente nulla potranno riferire perché, proprio come accade con la Mafia e la Massoneria, è vietatissimo far uscire notizie; viene da domandarsi cosa ci vadano a fare dei giornalisti se poi non possono svolgere quello che dovrebbe essere il loro compito e cioè informare i cittadini. Perché i maggiori organi di “informazione” non reputano sia importante dare la notizia che gli uomini più potenti del mondo si incontreranno per alcuni giorni tutti insieme e a porte chiuse?
L'intero articolo sul Fatto Quotidiano
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.. finiti i tempi dei complotti, vero? Ora anche nei media ufficiali Bilderberg è sinonimo di potere oscuro e transnazionale.

sabato 3 giugno 2017

Legge elettorale, com’è fatto il sistema venduto per tedesco che tedesco non è..

di | 2 giugno 2017  Il Fatto Quotidiano

Ancora una volta lo chiamano “tedesco” e ancora una volta non c’entra niente. Lo chiama così Matteo Renzi, lo chiama così Silvio Berlusconi, lo chiama così Beppe Grillo che, anzi, ha parlato di tedesco quando ha fatto votare ed approvare agli iscritti M5s il via libera all’intesa tra i tre Grandi del Parlamento. Ma col tedesco la legge elettorale in discussione alla Camera non c’entra niente. Di sicuro c’è che il nuovo sistema che ha già raggiunto un record: è il più contorto e complicato della storia della Repubblica che oggi festeggia il compleanno. Di sicuro si tornerà alle nottate elettorali e ai calcoli che non finiscono nemmeno all’alba. Di sicuro allungherà la vita all’eterna promessa: “Avremo un vincitore la sera delle elezioni”. Col cavolo: un vincitore quella sera non ci sarà. “Garantisce governabilità e rappresentanza” assicurano tutti quelli che la sostengono. Ma se c’è una cosa certa è che con questa legge la notte delle elezioni non si saprà quale maggioranza sosterrà quale governo, ma che sicuramente ci sarà ben oltre metà del Parlamento composto da nominati dei dirigenti di partito.
Cos’ha di tedesco, dunque, questa legge? “Nulla – dice in un’intervista al Fatto il costituzionalista Andrea Pertici – tranne la soglia di sbarramento al 5 per cento”. “Non è il sistema tedesco” conferma Walter Veltroni in un’intervista al Corriere della Sera. “Non c’è la sfiducia costruttiva – sottolinea – Ci sono 5 anni di fibrillazione e lacerazioni interne ai partiti, che con il proporzionale si sentiranno liberi di fare tutto quel che vogliono. C’è il trionfo del trasformismo. Già in questa legislatura ci sono stati 491 cambi di casacca; figuriamoci nella prossima”.
L'intero articolo su Fatto Quotidiano.. con annesso in basso un link al secondo capitolo ancora più interessante di questo.
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Se queste sono le premesse, stavolta faranno a meno del mio voto e del mio tempo per andarci.....

mercoledì 31 maggio 2017

M5S + sinistra: si può?

di | 31 maggio 2017  Il Fatto Quotidiano

Ieri Marco Travaglio ha immaginato, o per meglio dire auspicato, quello che sarebbe di gran lunga il migliore scenario possibile post-elezioni. Ve lo riassumo: si va a votare a ottobre con il sistema tedesco, che è peraltro una legge discreta. Ovviamente c’è il rischio che venga snaturato, per esempio con i capilista bloccati (li prevede il “Rosatellum”, e già il nome fa schifo) o con uno sbarramento al 3% invece del 5% per fare un contentino a nessuno (cioè Alfano, che comunque forse non raggiungerebbe neanche il 3%).
Le tre maggiori forze (PD, M5S, centrodestra) non sono in grado di governare da sole. Qui qualcuno dirà “Noi arriveremo al 50% più uno”, ma di fronte alle dichiarazioni lisergiche non ha senso controbattere. Quindi si riparte col Renzusconi, proseguendo l’inciucione che va avanti da 6 anni (Monti ruleZ). Questo scenario è il peggiore possibile. Quindi accadrà, perché l’Italia politicamente non è redimibile, altrimenti non avrebbe sopportato per decenni i Mussolini, gli Andreotti, i Craxi, i Berlusconi e i Renzi. Oltretutto c’è chi afferma che, “perdendo” con il 30/35% dei voti, i 5 Stelle sarebbero nella condizione ideale: forti nel fare opposizione, ma senza responsabilità nazionali. Sarebbero liberi di vedere il sicuro sfacelo altrui, macinerebbero ulteriore esperienza per poi battere cassa alle elezioni del 2022 (o molto prima). Possibile.
Marco ieri ha proposto l’unica alternativa: le frattaglie di sinistra si uniscono, da Bersani a Pisapia a Civati a Fratoianni eccetera; trovano un leader credibile, sperando nell’effetto Melenchon; e raccattano un 5-10%. A quel punto i 5 Stelle, qualora baciati da un largo consenso (e non è affatto detto), dovrebbero bussare alla porta della sinistra, per fare un governo di scopo con pochi punti fondamentali. Per esempio reddito di cittadinanza, seria legge anticorruzione, legge sul conflitto di interessi, lotta all’evasione, recupero del sommerso, abolizioni dei vitalizi e più in generali degli sprechi, interruzione delle cosiddette “grandi opere” (inutili). Eccetera. Non un’alleanza pre-elettorale, ma un accordo programmatico post-elettorale limitato ad alcuni punti. Del resto, nel Parlamento Europeo, il M5S vota quasi sempre con la sinistra (alla faccia dell’alleanza tattica con Ukip) e il Pd quasi sempre col centrodestra: “Renzusconi” esiste già e l’unico a non averlo capito è Zucconi. Tale accordo, per quanto complicato per motivazioni personali ma pure politiche (pensate alla tematica migratoria e a quella europeista), sarebbe possibile. E sarebbe bello. Ma non credo che accadrà. Per questi motivi.
il resto del'articolo sul Fatto Quotidiano

martedì 30 maggio 2017

Risparmio e Pir, l’ultima trovata del Tesoro per rilanciare l’economia a spese delle famiglie

di | 30 maggio 2017  Il Fatto quotidiano

Si chiamano Piani individuali di risparmio (Pir). E sono l’ultima trovata del Tesoro per racimolare denaro fra i risparmiatori nell’intento di finanziare le imprese e sostituire il più possibile il credito bancario. Non è detto però che siano un affare per i piccoli investitori che da un lato non pagheranno tasse sui rendimenti, ma dall’altro non avranno garanzie su guadagni e capitale. Come nel caso dei fondi di investimento, i ritorni dei Pir sono infatti legati a doppio filo con la performance delle aziende su cui il gestore deciderà di puntare investendo in azioni ed obbligazioni.
A differenza degli altri prodotti finanziari in circolazione, i Pir hanno come maggior vantaggio l’esenzione dall’imposta sui redditi da capitale (26% per azioni e bond, 12,5% per i titoli di Stato). A patto di non toccare i soldi per almeno cinque anni. Inoltre promettono rendimenti cospicui, anche se non stellari. I gestori dei Pir proposti dalla società di gestione di risparmio di Banca Intesa, Eurizon, prevedono, ad esempio, un rendimento annuo fra il 3 e il 7 per cento. Si tratta di guadagni consistenti in tempi di tassi bassi. Ma non è tutto oro quel che luccica: questi prodotti che, al momento, sono distribuiti da banche e assicurazioni, ma che ben presto faranno capolino anche allo sportello postale, potrebbero riservare sorprese inattese ad un risparmiatore poco avvezzo al gergo finanziario.
Innanzitutto il rendimento atteso non è una certezza, ma una previsione lorda di redditività. Dall’eventuale guadagno bisognerà poi sottrarre le commissioni bancarie che, a seconda dell’intermediario e del prodotto, variano fra l’1,15 e il 5 per cento. Inoltre, si dovranno anche detrarre le spese di gestione che variano fra l’1 e il 2,5 per cento del capitale investito. Nel caso poi la performance del Pir sia positiva, va anche detratta una commissione di risultato che varia fra il 10 e il 25 per cento. Così alla fine la convenienza rispetto ad un buon conto deposito o ad un altro prodotto finanziario è tutta da verificare.
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in ogni caso, anche senza voler leggere l'intero articolo, a me pare chiaro che stanno per l'ennesima volta truffandoci!!!!

lunedì 29 maggio 2017

Da “delinquente naturale” ad alleato abituale del Pd: ricordate chi è Berlusconi (Gianni Barbacetto)

Amnesie – Il Caimano torna sulla scena come interlocutore dell’ex rottamatore per fare la legge elettorale e da argine al “populismo”. Ma il suo passato è tutto una macchia.Silvio torna. Sì, Berlusconi si prepara a essere di nuovo al centro della vita politica italiana. Come leader del suo schieramento, che non ha trovato un “federatore”. Ma anche come interlocutore privilegiato, anzi unico, del centrosinistra di Matteo Renzi, per fare la legge elettorale. Intendiamoci: nel centrosinistra per vent’anni hanno ripetuto che non bisognava demonizzarlo. Ma allora almeno qualcuno c’era a ricordare ogni giorno i conflitti d’interessi, le amicizie pericolose, le indagini penali. Del resto, occupava la scena politica e parlare con lui, se non trattare con lui, poteva apparire scelta obbligata.
Oggi invece il sistema politico di cui Berlusconi era diventato il perno è saltato, la scena è cambiata, le sue forze si sono ridotte, le sue schiere sfrangiate, il bipolarismo non c’è più. Eppure c’è chi cerca un nuovo patto del Nazareno. Il leone è invecchiato, ha incassato sonore sconfitte, si è indebolito politicamente, è stato sostituito da nuovi narcisismi a Palazzo Chigi. Ma tutto questo sembra valergli una sanatoria generale, una amnistia della memoria. Il Caimano è dimenticato, oggi Silvio è un partner strategico con cui Renzi può fare argine al male assoluto: il “populismo”. Forse vale però la pena di fare un esercizio di memoria e di ricordare chi è Silvio Berlusconi, il politico unfit all’estero, pregiudicato in Italia.
La sentenza che lo butta fuori dalla scena politica (per ora) è del 1 agosto 2013: la Corte di cassazione conferma 4 anni di pena per frode fiscale. Perché ritiene provato al di là di ogni ragionevole dubbio che Berlusconi, quando già era in politica e formalmente non più alla guida delle sue società, abbia nascosto cifre imponenti al fisco italiano e agli altri azionisti di Mediaset. La condanna riguarda “solo” 7,3 milioni di euro, occultati negli anni 2002 e 2003. Altri 6,6 milioni (del 2001) sono stati cancellati dalla prescrizione. Ma in totale, scrivono i giudici, “le maggiorazioni di costo realizzate negli anni” sono di ben “368 milioni di dollari”. Nella sentenza di primo grado, i giudici scrivono che l’imputato ha una “una naturale capacità a delinquere”. Può essere richiamato in scena, come alleato politico, un personaggio che ha nascosto al fisco 368 milioni di dollari?
Ma è lunga la storia imprenditoriale e politica di Berlusconi, che spesso coincide con la sua storia giudiziaria: 35 procedimenti penali, sette prescrizioni, una amnistia, due proscioglimenti per leggi modificate su misura in corso d’opera, quattro processi ancora in corso. Tra questi, il Ruby 3, per aver pagato testimoni affinché mentissero al processo Ruby 1 (per concussione e prostituzione minorile, nel quale è stato assolto anche grazie al cambiamento della legge sulla concussione).
Certo è stata ormai dimenticata la sentenza che condanna il suo vecchio avvocato, Cesare Previti, per aver comprato la sentenza che ha fatto diventare proprietà di Berlusconi la Mondadori, la più grande casa editrice italiana. Per lui è arrivata la prescrizione, grazie alle attenuanti generiche: ma che la sentenza sia stata comprata da Previti, per Berlusconi e con i soldi di Berlusconi, è provato, al di là di ogni ragionevole dubbio.
Per non andare troppo indietro nel tempo, della Prima Repubblica possiamo qui ricordare solo una delle mazzette che hanno fatto la storia di Tangentopoli: ma è la mazzetta più grande pagata a un singolo uomo politico, 23 miliardi di lire a Bettino Craxi, segretario del Psi e gran protettore del Silvio Berlusconi diventato padrone unico delle tv private italiane. Il processo All Iberian si è concluso con un’ennesima prescrizione (grazie alla generosità del giudice che gli ha concesso le attenuanti generiche, dimezzando così i termini), ma il finanziamento illecito dei 23 miliardi è stato riconosciuto provato. Delicato il capitolo palermitano della irresistibile ascesa dell’imprenditore diventato politico.
È in carcere per mafia Marcello Dell’Utri, braccio destro di Berlusconi e ideatore di Forza Italia, condannato nel 2014 a 7 anni di reclusione per concorso esterno in associazione mafiosa, per aver fatto da mediatore tra Silvio Berlusconi e Cosa Nostra, a cui giungevano finanziamenti da Arcore. Ma già una sentenza irrevocabile del 1997 stabiliva, condannando per associazione mafiosa l’uomo d’onore Pierino Di Napoli, che certamente la Fininvest di Silvio Berlusconi versava ogni anno 200 milioni di lire a Cosa Nostra per la “protezione delle antenne tv in Sicilia”. I soldi passavano da Dell’Utri al suo amico Gaetano Cinà, che poi li consegnava a Pierino Di Napoli, il quale andava dal boss Raffaele Ganci con un sacchetto di plastica e gli diceva: “Raffaele, questi i soldi delle antenne”. Poi – dice la sentenza – Ganci si presentava da Totò Riina e gli consegnava il pacchetto: “Zu’ Totuccio, vedi che Pierino ha portato i soldi delle antenne”. (Particolare temporale: i versamenti sono continuati anche dopo il 1992, anno della strage in cui è morto Giovanni Falcone, di cui ora Berlusconi si dice tifoso. Tanto tifoso da continuare a versare 200 milioni ai suoi assassini).
Articolo intero su Il Fatto Quotidiano del 25/05/2017.

domenica 28 maggio 2017

Economia e conti pubblici, privatizzazioni a favore di cosa?

di
di Flaminio de Castelmur per @SpazioEconomia
Abbiamo appena ottenuto l’ok alla manovra correttiva di Bilancio da parte dell’Unione Europea e già il pensiero è rivolto alla nuova legge di Bilancio da approvare in autunno. Tanto difficile da confezionare che le forze politiche stanno pensando di anticipare le elezioni ad una data anteriore, giusto per non perdere voti. Volgiamo l’attenzione alla (solita) voce dei Bilanci statali dedicata alle privatizzazioni. Quelle che la dottrina individua come dismissioni o cessioni di quote partecipative, perché le privatizzazioni tramite cambio di veste giuridica delle società per ora non ci riguarda.
Di “privatizzazioni” cominciano a parlare i documenti ufficiali di programmazione economica nel 1992, anche se le norme che regolano la vendita di società pubbliche (sia una quota del capitale che l’intera partecipazione) sono quelle del Regolamento generale di contabilità dello Stato (art. 37 del R.D. 827 del 1924).
Quelle prime privatizzazioni italiane recavano la firma di Giuliano Amato e Mario Draghi. Lo Stato allora controllava ancora quasi tutto il sistema produttivo e bancario: banche, ferrovie per l’intero e settore aereo, autostrade, gas, elettricità e acqua, telefonia, tanta parte della produzione siderurgica e altro ancora. Quel piano fu il primo a prevedere delle privatizzazioni spinto dall’urgenza di risanare i conti pubblici. Si partì quindi da subito con Credito italiano e Banca commerciale italiana, per proseguire con Telecom Italia e, nel 1999 durante il Governo D’Alema, autostrade e porzioni di Enel.
Leggendo la Relazione al Parlamento sulle privatizzazioni, redatta dalla direzione Finanza e Privatizzazioni del dipartimento del Tesoro e pubblicata nel dicembre 2016, si possono scoprire le operazioni di vendita delle partecipazioni azionarie prima possedute dal ministero dell’Economia, concluse tra inizio 2011 e fine 2016, con i rispettivi incassi. Sono interessanti inoltre i dati di sintesi delle somme incassate dallo Stato con la cessione di quote possedute in società varie, a partire dal 1994, anno nel quale si approvò la norma più recente relativa alle procedure di dismissione del patrimonio statale (L. 474/1994) e che vide una accelerazione delle vendite di partecipazioni dello Stato in società per azioni. Ebbene, leggendo questi dati, apprendiamo che da tale data, grazie alla vendita di azioni lo Stato ha incassato 110 miliardi netti. Maggiori incassi tramite le cessioni di azioni dell’Enel (35,7 miliardi), dell’Eni (28,5 miliardi) e di Telecom (12,0 miliardi

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giovedì 25 maggio 2017

La gara della modernità


«Qualsiasi pensiero "responsabile", "moderno" e "realista",
ovvero conforme a tale razionalità, è caratterizzato
dall'accettazione preventiva dell'economia di mercato,
delle virtù della concorrenza, dei vantaggi della globalizzazione
dei mercati, dei vincoli ineludibili introdotti
dalla "modernizzazione" finanziaria e tecnologica.»
Pierre Dardot e Christian Lavalle, La nuova ragione del mondo.

- 1 -
Senza la complicità della sinistra, e non solo quella socialdemocratica, il neoliberismo non avrebbe raggiunto un tale grado di penetrazione, di pervasione, di perversione. Le politiche, ad esso ispirate, della Thatcher e di Reagan dei primi anni '80 si sono perfezionate - si potrebbe dire compiute - con la third way di Blair, che ha cantato le lodi del mercatismo fino a farne il principio ispiratore di un'intera stagione di contro-riforme che ha smantellato una parte consistente della cultura del welfare, dei diritti del lavoro, della solidarietà sociale.
Ma andiamo con ordine.
Il motivo ricorrente, per molti versi fondativo, di una sinistra convertita alle ragioni del management esistenziale, più ancora che aziendale, è la patetica solfa della centralità dello stato e della sua mission, di contro alle presunte tesi neoliberiste del laissez faire. L'arrogante bugia è stata, in altre parole, quella di raccontarsi come portatrice di un valore - l'organizzazione della società da parte dello stato - in netto contrasto con la strategia della spoliazione statale attribuita alla destra.
Una maledetta balla!
Già da tempo, e completamente dentro al suo dibattito interno, il neoliberismo aveva precisato la funzione fondamentale dello stato nella cornice teorica e politica che assegnava ai mercati - al loro giudizio finale - una sorta di priorità metodologica nella definizione dei programmi economici e sociali. Il cosiddetto laissez faire era ed è rimasta solo una delle posizioni che compongono la galassia neo-liberale. Lo stato deve costruire, mantenere, sorvegliare, una complessa struttura istituzionale che garantisca la realizzazione dei princìpi fondamentali della governamentalità neoliberista: la concorrenza sempre e dovunque, la misura della valorizzazione economica applicata alle materie più refrattarie, il dispiegamento pieno e privo di intralci della cultura del "capitale umano".
La distinzione è dunque fasulla, come una moneta fra i denti che segnala la sua natura fraudolenta. Una sinistra che consegna l'anima e il corpo a una "razionalità" irriducibile, moderna, autocentrata, senza deroghe, fatta di progressive mortificazioni del patrimonio keynesiano di una politica economica e di una economia politica nel segno del compromesso sociale. Una sinistra il cui sogno - da realizzare mediante la sostituzione della lotta per l'uguaglianza con la lotta alla povertà - è divenuto la scomparsa delle classi. E non nel senso vaticinato da Marx...
Insomma, un mondo totalmente riempito da piccoli medi e grossi capitalisti!

- 2 -
Ma la responsabilità della sinistra, specie nell'imminenza del varo dell'euro e dell'Europa come fetazione di quel processo ambiguo che è la globalizzazione (altra infatuazione ingovernabile), non si esaurisce nel fatto di aver fornito alla destra finanziaria i suoi strumenti istituzionali. Il potere di penetrazione che la nuova ragione del mondo ha dispiegato nel passaggio al nuovo millennio proviene dalla sottile, pervicace, quotidiana costruzione di una soggettività perfettamente speculare alle necessità oggettive di cui lo stato si fa garante. La forgia di un soggetto costantemente richiamato al suo diritto/dovere di essere libero - concorrenzialmente libero - è stata portata avanti nelle officine di una sinistra che ha fatto valere il peso delle sue rinunce, della sua sconfitta, della sua colpa, quasi come un enorme motivo di vanto: una gara con la destra nella partita della modernità, una vigliacca dimostrazione di cambiamento epocale sulle spalle di un'intera umanità del lavoro, che ha visto stravolgere giorno dopo giorno il modo di intendere, di vivere, di sognare il rapporto con il proprio fare e con il proprio essere, entrambi risucchiati dentro la logica dell'auto-misurazione, dell'auto-premiazione, perfino dell'auto-esecrazione.
La solidarietà sociale è divenuta presto una sorta di materia purulenta che infetta la mente e l'anima dell'individuo, privandolo dell'energia che gli occorre per realizzare la piena forma del suo essere: un capitale da amministrare, nei rischi e nei successi, nella certezza che l'infelicità è riconducibile solo e soltanto a un errore di computo!


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