lunedì 22 maggio 2017

Va rispettata la legge, non i “valori” (Massimo Fini)

La sentenza della Cassazione che obbliga lo straniero che vive in Italia a conformarsi ai nostri valori (e implicitamente a quelli occidentali) è aberrante, inquietante, pericolosa. Lo straniero che vive in Italia ha il solo obbligo, come tutti, di rispettare le leggi dello Stato italiano. Punto. Il sikh che girava con un coltello kirpan, sacro nella sua cultura, doveva essere condannato perché in Italia è vietato andare in giro armati. Se si accettasse il principio enunciato dalla Cassazione un italiano che vive in un Paese islamico dovrebbe, in conformità alla cultura di quel Paese, farsi musulmano.
La sentenza della Cassazione è incostituzionale perché viola l’articolo 3 della nostra Carta: “Tutti i cittadini hanno pari dignità sociale e sono eguali davanti alla legge, senza distinzione di sesso, di razza, di lingua, di religione, di opinioni politiche, di condizioni personali e sociali”. La questione non riguarda semplicemente le differenze religiose, punto su cui si sono soffermati quasi tutti, ma è molto più ampia: riguarda l’identità culturale, religiosa e non religiosa. La Cassazione afferma: “La società multietnica è una necessità, ma non può portare alla formazione di arcipelaghi culturali confliggenti a seconda delle etnie che la compongono”. Non so dove la Cassazione sia andata a scovare un principio di questo genere, inaudito nel senso letterale di mai udito fino a oggi. Lo straniero che vive in Italia non ha l’obbligo di conformarsi alle nostre tradizioni, ha il sacrosanto diritto di conservare le sue, sempre che, naturalmente, non siano in contrasto con le nostre leggi. Al limite lo straniero non ha nemmeno l’obbligo di imparare la nostra lingua, sarebbe più intelligente se lo facesse ma non ne è obbligato. La questione della sicurezza, importante ma che non ha nessuna rilevanza se lo straniero rispetta le leggi del nostro Stato (il burqa va vietato non perché è un simbolo religioso ma perché copre l’intero viso e le nostre leggi prevedono che si debba andare in giro a volto scoperto), sta facendo dell’“arcipelago culturale” occidentale un sistema totalitario che non tollera le diversità culturali sia all’esterno (vedi le aggressioni armate ad altri Paesi, dalla Serbia alla Libia) sia al proprio interno. Stiamo di fatto calpestando proprio quei valori, democrazia in testa, cui diciamo di appartenere e ai quali vorremmo costringere qualsiasi “altro da noi”. Alla povera gente che migra nel nostro Paese e negli altri Stati europei, a causa molto spesso delle nostre prevaricazioni economiche e armate che abbiamo fatto nei loro, vorremmo togliere, alla fine, anche l’anima. Spostando il discorso mi piacerebbe sapere quali sono i nostri valori. A parte quello di una democrazia che in realtà non è tale, perché non appartiene ai cittadini ma è nel pieno possesso di oligarchie, nazionali e internazionali, non vedo in Occidente un altro valore che non sia l’adorazione del Dio Quattrino e la supina subordinazione alle leggi del mercato. Siamo molto gelosi della nostra identità, più che altro a parole perché un’identità non l’abbiamo più, ma non tolleriamo quella altrui.
Io sono libero di essere sikh, sono libero di essere indù, sono libero di essere musulmano, sono libero, se abito in un Paese di cultura diversa, di essere laico. Dell’Illuminismo abbiamo conservato e sviluppato il peggio, ma abbiamo dimenticato il meglio che sta nella famosa frase di Voltaire: non sono d’accordo con le tue idee ma difenderò il tuo diritto a esprimerle fino alla morte.
Articolo intero su Il Fatto Quotidiano del 18/05/2017.
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HA RAGIONE!!

venerdì 19 maggio 2017

Basta Parlamenti di nominati: no al Verdinellum che piace ai massoni

Niente preferenze, Parlamento di nominati, porte aperte al voto di scambio e ingovernabilità: la porcata di Matteo Renzi è servita. La legge elettorale che ha proposto è una nuova legge truffa, pensata per ingannare gli elettori e distorcere la volontà popolare, ma soprattutto per consentire a Pd, Forza Italia e Verdini di governare insieme nonostante siano espressioni di una minoranza di elettori.
Il Verdinellum inganna gli elettori perché si basa su collegi uninominali che permettono coalizioni multiple, cioè accozzaglie elettorali tipiche della Seconda Repubblica, e inciuci tra i partiti che per spartirsi i collegi si coalizzeranno in maniera differente a seconda della convenienza, con alleanze che varieranno da Nord a Sud, da circoscrizione a circoscrizione. Il PD di Renzi pur di vincere vuole allearsi con Pisapia a Milano, con Alfano ad Agrigento e con Verdini a Firenze, senza che gli elettori se ne rendano conto leggendo la scheda sulla quale voteranno.
In questo modo alla Camera e al Senato si avrà una rappresentanza totalmente distorta della volontà popolare: potrebbe verificarsi che il partito che prende più voti ottenga meno seggi, oppure che il secondo partito che prende pochi voti in meno del primo sia estremamente sotto rappresentato. Tanto valeva che le abolissero direttamente le elezioni!
Il MoVimento 5 Stelle che, fedele ai suoi principi, non fa voto di scambio, non fa accordi segreti in combutta con gli altri partiti e alle spalle dei cittadini per spartirsi a tavolino i collegi sicuri, e che rifiuta le pluricandidature, in Parlamento potrebbe vedere una rappresentanza che equivale alla metà del consenso popolare di cui gode nel Paese.
E’ una legge abominevole e antidemocratica perché favorisce clientelismo e voto di scambio e dà un potere enorme ai capibastone locali, i De Luca di turno che sanno come muovere voti. La ciliegina sulla torta è l’assenza delle preferenze che consegnerà il Parlamento ai fedelissimi nominati da Renzi e dagli altri capi partito.
Il collegio uninominale – in cui vince chi prende un voto in più degli avversari – avvantaggerà chi ha tanti soldi da investire per la campagna elettorale e a livello locale può promettere un posto di lavoro o altri benefici in cambio di un voto. A ispirare questa legge è stato Denis Verdini, tirando fuori dal cassetto un progetto che non era riuscito a imporre nemmeno a Silvio Berlusconi ma che, dicono i ben informati, piace alla massoneria.
Dove troverà i voti per fare approvare la sua legge truffa? In Parlamento, naturalmente, ridotto già in questi giorni a mercato delle vacche e dove aleggia già ora la puzza insopportabile di compravendita di parlamentari. Come li convincerà? Cosa prometterà loro? Per il resto basterà raccattare i voti dei voltagabbana e dei partitini che alle ultime elezioni non esistevano nemmeno, che si sono creati artificialmente in Parlamento e che non rappresentano la volontà popolare espressa nel 2013.
Gli italiani sappiano che la legge elettorale – una legge cruciale perché detta le regole del gioco di un sistema democratico – viene fatta da un uomo spregiudicato e assetato di potere, con una maggioranza che non esiste, raccattata appositamente per truffare i cittadini e la loro volontà.
Da beppegrillo.it
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a parte la firma, le obiezioni le trovo del tutto condivisibili

giovedì 18 maggio 2017

Lavoro, nel primo trimestre -92% di nuovi contratti stabili rispetto allo stesso periodo del 2015 (con gli sgravi)

di | 18 maggio 2017  Il Fatto Quotidiano

Finiti gli sgravi contributivi, crollano i nuovi contratti a tempo indeterminato. La tendenza, emersa già lo scorso anno, è conclamata nei dati dell’Osservatorio Inps sul precariato relativi ai primi tre mesi del 2017, anno in cui gli incentivi alle assunzioni voluti da Matteo Renzi si sono azzerati. Nel primo trimestre i nuovi contratti stabili, incluse le trasformazioni da apprendistato o da contratti a termine, sono stati 398.866, ma il saldo tra i nuovi posti e le cessazioni di contratti stabili è stato di 17.537 contro i 41.731 dello stesso periodo dello scorso anno, quando gli sgravi c’erano ancora pur se in forma ridotta, e i 214.765 nuovi contratti “netti” (612.158 attivazioni meno 397.393 cessazioni) attivati nel primo trimestre 2015. Un crollo del 91,8 per cento. Finiti gli incentivi, insomma, le imprese hanno invertito la rotta tornando ad orientarsi sui contratti a termine, esattamente come prima del Jobs Act e della legge di Stabilità per il 2016.
Nel periodo preso in esame le assunzioni fatte dai datori di lavoro privati sono risultate 1.439.000, in aumento del 9,6% rispetto a gennaio-marzo 2016. Ma il maggior contributo è dovuto alle assunzioni di apprendisti (+29,5%) e a quelle a tempo determinato (+16,5%), mentre sono diminuite quelle a tempo indeterminato (-7,6%). Significativa anche la crescita dei contratti di somministrazione (+14,4%). Le cessazioni nel complesso sono state 1.117.000, in aumento rispetto all’anno precedente (+6,6%). A crescere sono le cessazioni di rapporti a termine (+12,5%), mentre quelle di rapporti a tempo indeterminato sono leggermente in diminuzione (-2,1%).

il resto sul sito del Fatto quotidiano

mercoledì 17 maggio 2017

DEF? Un successo.. è durata appena un paio di mesi

I numeri in se, si sa, sono impietosi... nel nostro DEF di qualche mese fa, quello messo a stampa per far rientrare il nostro paese nei parametri che mamma Europa c'ha dato dopo le, come dire, promesse (?) del Governo ... precedente che aveva gettato qualche miliardo di euro qui e lì in maniera allegra. Ebbene quel DEF è già.. passato e sepolto: altro che 1,1.. qui siamo al 0,2 nel primo trimestre (Fonte: Istat) che significa un altro enorme successo ossia, se va bene, 0,5: un successo! Crescita sicura; mercato che funziona; ecc. tutto bene.. e invece, no. I numeri inchiodano lì e le chiacchiere stanno a zero: siamo messi male prendiamone atto! Eppure a sentire media e social sembra che abbiamo una impetuosa ripresa... nei loro sogni
Non è un caso che chi ha in mano le nostre redini stia già pensando a un sostituto del precedente... statista! Per ora ci dovremo accontentare del suindicato e di .... Prodi che ha appena pubblicato un libro che libro non è ma suona come un programma politica: nessuna novità, in verità, solo qualche specchietto per le allodole per gli allocchi e la solita solfa che vi risparmio. Potrete comprarlo e leggere e se avete buona memoria non potete non notare l'antichità delle stesse proposte... allora ci si poteva credere ma oggi? Se siam messi così è anche responsabilità di siffatti personaggi che hanno bellamente svenduto il patrimonio industriale italiano e hanno fatto pagare a una parte del paese l'entrata in europa sia con tasse che in termini di minori diritti.. volete davvero il ritorno di uno così?

martedì 16 maggio 2017

Migranti: diamo i numeri..

Bene:
  1. 35 euro per migrante (in buona parte europei.. una torta enorme per chi volesse fare affari);
  2. 4,5 mld l'impegno totale delle risorse; da dove arrivano sti soldi e si poteva utilizzarli altrove? Si certo.. ma c'è il giro di affari al punto precedente che fa gola e c'è la manina di qualcuno che qui ce li vuole questi migranti;
  3. Qui prodest? Alla storiella del disagio secolare di cui saremmo responsabili.. non ci credo. Si l'occidente nel suo insieme per secoli ha sfruttato, e lo fa ancora per altre vie, ma ciò non toglie che io singolo mi debba sentire a disagio confortato anche da quanto disse, cito a memoria, Padre Alex Zanotelli a riguardo: non vi sentite in colpa non è colpa vostra è di chi ha le leve del potere la colpa e si nasconde dietro di voi.... a memoria naturalmente ma il senso è questo: fra l'altro questo prete ha vissuto per decenni nella più grande discarica dell'Africa ossia Korogocho; a suo dire un vero inferno; quindi sa di cosa parla.
  4. Perchè poi son solo Italia e Grecia a pagarne lo scotto? Bella domanda.. mi attengo ai fatti ed evito le teorie ma non posso non notare il - 84% degli altri paesi nell'accogliere migranti! Un caso? No, semplicemente .. mercato: noi siamo sacrificabili, qui a peggior danno c'è anche il Vaticano (anche nelle articolazioni affaristiche) che ci si mette, altri no? Si, un netto si..
  5. Le conseguenze? Sotto gli occhi di tutti.. non scendo in particolari e non mi va nemmeno perchè in cuo nostro asppiamo benissimo di cosa parlo: non si parla di invasione o altre amenità del genere ma qui è arrivato di tutto e non da ora e ora le conseguenza si vedono: al di là di tutto prima o poi qulcuno dovrà far qualcosa perchè quando uno di questi qui si comporterà male con un comune mortale è un conto.. affari suoi che vuole e magari è anche razzista ma quando arriveranno a certi livelli? Allora sarà un altra storia: per esempio il G7: il flusso sarà fermato e i potenti non possono essere disturbati dalla vista di quest'umanità..  sarà interrotto? No solo deviato altrove.. quindi si può fermare e perchè non lo si fa? A voi le risposte che darete nel vostro intimo...
da quanto sopra non si può non pensare che questi che arrivano hanno uno scopo un pò più recondito: l'esercito di riserva di marxiana memoria.. il lumpenproletariat hce sarà in diretta concorrenza con gli aborigeni e per giunta concorrenza al ribasso illegale.
Riflettete..
p.s.
qui in toscana in alcuni centri hanno sospeso la card che veniva loro data, sapete perchè? anzichè usarla per i fini per cui era data questi ci si sono comprati smatphone ecc. ci sono state proteste, non solo degli 'ospiti' anche delle solite anime belle, ma alla fine sapete com'è finita? E' intevenuto 'qualcuno' e tutto è tornato sotto traccia.. ossia hanno avuto esattamente quel che volevano gli ospiti!! Bene: siamo bravi davvero con i soldi altrui oltre che nostri vero?

lunedì 15 maggio 2017

Banca Etruria, lo scontro Boschi-de Bortoli nasconde mica un’operazione Macron?


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Da qui la domanda: c’è qualcuno da qualche parte di un qualche Palazzo che sta progettando una sorta di operazione Macron per l’Italia? Indurrebbe tale sospetto il concerto che ha attivato e sostenuto la polemica attorno a una semplice battuta saltata fuori, quasi casualmente, dopo due centinaia di pagine di un libro di memorie. Ne fa fede – ad esempio – il determinato sostegno di una testata già filo-renziana come la Repubblica; a firma della sua penna più appuntita, quale Massimo Giannini.
Ma se dietro a tutto questo c’è un disegno, risulta difficile immaginare chi possa incarnarlo. L’Emmanuel Macron, realizzato in vitro dagli alambicchi della finanza e della massoneria francese, è comunque espressione di un Paese che ancora possiede istituzioni ben più salde e propulsive delle nostre. E il giovanotto comunque ha saputo preservare un’aura di novità. Chi potrebbe rileggere lo spartito d’oltralpe dalle nostre parti non è dato vedere. Il sempre “in riserva della Repubblica” ma carismaticamente debole Enrico Letta? Lo stesso de Bortoli?
di | 14 maggio 2017

giovedì 11 maggio 2017

IL PIÙ DEBOLE A RISCHIO (Chiara Saraceno)

È VERO che il matrimonio non è più inteso come una sistemazione a vita. E che non se ne ha più una concezione patrimoniale, come scrivono i giudici della Corte di Cassazione, ma per quanto stipulato come scelta di libertà e di reciproco affetto, esso è basato su aspettative di solidarietà e di mutuo riconoscimento di ciò che ciascuno dà e riceve nel rapporto.
Un rapporto che, soprattutto nella società italiana continua a essere asimmetrico sia nella divisione del lavoro famigliare, sia nelle opportunità che uomini e donne hanno nel mercato del lavoro, come mostrano da un lato i dati sull’uso del tempo, dall’altro sui tassi di occupazione femminile e maschile, sui redditi da lavoro di uomini e donne, sulla distribuzione di uomini e donne lungo la scala delle carriere professionali.

La maggior capacità di reddito del marito è in larga misura basata sul fatto che la loro presenza nel mercato del lavoro è più legittima, mentre sono sollevati dal lavoro domestico e di cura svolto, appunto, dalle loro mogli.
Il tenore di vita è quindi frutto di un lavoro comune, anche se quello pagato e quello non pagato sono distribuiti diversamente tra i due coniugi. Dire, quando un matrimonio finisce, che tutto questo non conta, perché ci si è sposate da “libere ed eguali” è una ipocrisia. Non è la prima volta che un tribunale prende una decisione simile e con la stessa motivazione. Infatti gli assegni di mantenimento per il/la coniuge sono andati diminuendo negli anni, specie se la ex moglie è ancora relativamente giovane e non ci sono figli piccoli. Ma credo che sia la prima volta della Cassazione, che quindi farà autorevolmente giurisprudenza.
Si può discutere se e in quali circostanze un assegno di mantenimento debba durare tutta la vita, se debba servire, in caso di persone ancora giovani, per recuperare il tempo perduto in modo da trovare una adeguata collocazione nel mercato del lavoro, come avviene, ad esempio, in alcuni paesi. Si può e deve considerare anche caso per caso, matrimonio per matrimonio.
Articolo intero su La Repubblica del 11/05/2017.

mercoledì 10 maggio 2017

Macron, la paura e la speranza

Ma il problema è che avrei votato come il 43 per cento di coloro che lo hanno fatto, dati Ipsos: cioè solo per evitare che all’Eliseo andasse Le Pen.
In altre parole: sui quasi ventuno milioni di voti presi dal neopresidente al ballottaggio, più di nove non erano per lui, ma contro quell’altra. Altri sette milioni l’hanno votato solo perché «nuovo». Tre milioni (pochissimo, il 15 per cento) per simpatia verso il suo programma; e meno di due milioni per simpatia personale verso di lui.
È curioso: stiamo tutti qui a parlare di Macron come speranza e invece ha vinto per paura.
Paura della postfascista figlia di Vichy, paura delle frontiere chiuse, paura per le proposte economiche-monetarie.
Questo presidente ha vinto per paura.
E con il tasso di astensione più alto da quarant’anni a questa parte (35 per cento) e con un record assoluto perfino di schede bianche: 4.066.802 di francesi, pari al 11,49 per cento dell’elettorato. In termini assoluti, l’astensione è cresciuta di 1.830.832 unità mentre le schede bianche sono aumentate di 2.354.699 e le nulle di 768.632.
«Questi numeri sono sintomo di un popolo tutt’altro che rapito dalla retorica di Emmanuel Macron» (Francesco Maselli, nel blog italiano che ha seguito meglio le presidentielles).
Lo paragonano a Obama, ma Obama nel 2008 era hope, speranza. Tutto il contrario. Nessuno aveva paura del povero McCain.
Auguro fortemente alla Francia e all’Europa e a tutte le democrazie di poter tornare un giorno a votare per un progetto, per un programma, per una speranza. Non per paura.
Che la paura, diceva Frank Herbert, uccide la mente.
Da gilioli.blogautore.espresso.repubblica.it

martedì 9 maggio 2017

Parigi. Sindacati, studenti e sinistra subito in piazza per avvertire Macron: “Non tocchi il lavoro”. Tensioni con polizia

A meno di 20 ore dall’elezione del nuovo presidente della Repubblica, centinaia di persone si sono radunate in una delle piazze simbolo della Capitale. E’ il primo messaggio di fronte al programma di rafforzare il Jobs act all’italiana: “Se lui vuole fare in fretta, noi scenderemo nelle strade ancora più velocemente”.Presidenza di Emmanuel Macron, giorno 1. Se al nuovo Capo dello Stato francese serviva un assaggio di come saranno i prossimi mesi sulla poltrona più importante della Francia, è stato accontentato in meno di 20 ore. “Non sei lì con il nostro voto. Il lavoro non si tocca”, è stato il coro di migliaia di persone radunate in place de la République a Parigi e poi in corteo fino alla Bastiglia.
Eccolo il primo avvertimento di studenti, sindacalisti e militanti di sinistra di fronte al programma del presidente (che tra l’altro entrerà in carica solo fra una settimana) di rafforzare il Jobs act all’italiana e di modificare il codice del lavoro. Mentre gli imprenditori e alcuni sindacati hanno preso tempo in attesa di vedere le mosse del presidente, il Front Social, una realtà che unisce collettivi e i rappresentanti dei lavoratori Cgt e Sud, ha deciso di chiamare subito alla mobilitazione. Durante il corteo ci sono state, come ormai da routine in ogni manifestazione, alcuni momenti di tensione con le forze dell’ordine e dopo una carica della polizia i partecipanti si sono lentamente dispersi.
La Francia, e la Capitale soprattutto, portano ancora le tracce nella memoria delle manifestazioni di piazza contro la legge sul lavoro (la famosa Loi El Khomri) voluta e approvata sotto la presidenza di François Hollande. Era maggio 2016, e le proteste sarebbero servite a poco. Anche per questo oggi, le strade si sono affollate con così poca difficoltà. “Siamo qui per esorcizzare e per contarci. Sappiamo che con Macron non cambierà niente ed è importante dare un segnale. Non potrà fare quello che gli pare”, ha detto Loic, elettore dell’estrema sinistra di Jean-Luc Mélenchon. Dal palco i sindacalisti hanno spiegato ancora meglio il messaggio: “A Macron noi rispondiamo con la lotta. Non toccherà i diritti dei lavoratori. Se vuole fare in fretta, noi siamo pronti a scendere ancora più in fretta per le strade”. Sono tutti qui gli astensionisti, quel 25,38 per cento di elettori (la cifra più alta dal 1969) che ha deciso di non presentarsi alle urne, ma anche quelli che invece ci sono andati e lo hanno fatto a malincuore pur di opporsi all’estrema destra di Marine Le Pen.
La manifestazione è iniziata intorno alle 14 in place de la Republique, la stessa piazza dove per mesi ci sono state le commemorazioni per le vittime degli attentati terroristici e là dove gruppi di attivisti hanno organizzato le Nuit debout per la partecipazione cittadina. La tensione è salita durante il corteo, anche se non ci sono stati particolari scontri. Lo scoppio di una bomba carta ha provocato la reazione degli agenti di polizia che si sono schierati nel mezzo del boulevard isolando un gruppo di manifestanti. Un poliziotto ha alzato uno spara lacrimogeni puntandolo all’altezza del viso degli attivisti, che si sono subito radunati davanti alle forze dell’ordine. Dopo vari minuti di tensione, è intervenuto uno dei sindacalisti chiedendo all’uomo di abbassare l’arma: “La prego”, ha gridato più volte fino a che non è stato ascoltato. A quel punto il corteo ha cercato di avanzare, ma è stato bloccato da un gruppo di agenti che hanno caricato le prime file. Dopo quindici minuti di tensione, i manifestanti si sono dispersi nella piazza della Bastiglia.
L’8 maggio per i francesi non è un giorno qualunque: si festeggia la vittoria contro i nazisti dopo la seconda guerra mondiale e scuole e uffici rimangono chiusi. In mattinata Macron ha partecipato alla cerimonia ufficiale sugli Champs-Elysées, a cui poche ore dopo hanno replicato i militanti del Front Social. Nelle strade hanno sfilato gli uni accanto agli altri simboli politici e delle rappresentanza sindacale, i grandi assenti della festa al Louvre della sera prima. Con loro anche ecologisti, gruppi anti-capitalisti e anarchici. Tutti, in modo unanime, hanno minacciato lunghi mesi di mobilitazione se il piano della nuova presidenza sarà rispettato. “Si tolga dalla testa”, ha spiegato Basile Peot, sindacalista Sud delle Scnf, “che noi stiamo a guardare mentre lui smantella i diritti dei lavoratori. Il suo programma è lo stesso di Nicolas Sarkozy o di un qualsiasi politico di destra e non potremo che rispondere con la lotta”. Anche Basile è tra quelli che ieri non sono andati alle urne: “Ho esitato fino all’ultimo, ma quando ho visto che i sondaggi pubblicati in Belgio nel pomeriggio lo davano in testa ho deciso di stare a casa. Proprio non potevo farcela a dargli il mio voto”. Al suo fianco Giorgio Stassi, sindacalista pure lui e da 20 anni in Francia per lavoro: “Non ci faremo trovare impreparati. Il suo programma parla chiaro e così noi non ci stiamo”. Ma il corteo non era monopolio dei sindacati: a sfilare con cartelli e bandiere della France Insoumise o del Partito comunista, anche tanti delusi della sinistra. Magali ad esempio, ha chiesto al compagno di andare al corteo dopo quella che lei ha chiamato “la brutta giornata” di domenica: “Avevo bisogno di vedere che non siamo da soli. Che per tanti essere stati costretti a votare Macron pur di dare uno schiaffo alla Le Pen, è stato traumatico. Io ho esitato fino in fondo e poi mi sono detta che era la cosa giusta da fare. Ma oggi avevo bisogno di non sentirmi sola”. Loic, l’ha tenuta abbracciata per tutto il tempo: “Saranno cinque anni molto difficili”.
Il Fatto Quotidiano

lunedì 8 maggio 2017

elezioni francesi: diamo i numeri

Partiamo dalla foto. Un incubo vero e proprio nel prossimo futuro per l'Italia e per la Francia.. è da oggi che questa foto gira per il web, insieme a tanto altro, e da sola da il senso della giornata: una filiazione della (ex)sinistra che partorisce un ibrido che del paese che dovrà gestire ne può fare fettine piccole piccole: per giunta con il consenso di tutti i ceti: i perdenti perchp non votano più e i vincenti perchè l'hanno fatto per 'fermare il fascismo' dimenticando che loro stessi votavano per un fascismo finanziario che sempre fascismo è!!!!
p.s.
volevate buttare nel cestino 850 euro? Obama a Milano tanto costava...
Elezioni francesi: diamo i numeri
Fonte: Wikileaks
finanziatori di Macron:
Soros : 2 365 910,16 €
David Rothschild : 976 126,87 €
Goldman-Sachs : 2 145 100 €
Obama : 10 654 €

.... per fare alcuni nomi

Fonte - Ministère de l'Interieur
Macron - 20.703.631 voti pari al 66,06%

Le Pen - 10.637.183 voti pari al 33,94%
Aventi diritto al voto - 46. 303. 662, votanti 30 .841. 813 pari al 66,61% ,
Astensione -11.416. 454 pari al 24,66%

Schede bianche - 2.989. 270 pari all' 8,57%

Schede nulle - 1.056 .125 pari 3,03%
.... allora: un dato è chiaro ossia che l'elettorato di sinistra si è astenuto in massa determinando la vittoria del banchiere.Come sempre la sinistra, non solo italiota, non sa fare a meno del sindrome del tafazzismo: non solo crea 'ibridi' ma gli da anche la possibilità di far danni a proprio svantaggio; ha ragione la Dr.ssa Napoleoni, nell'articolo che ieri in piccola parte ho postato qui, quando sostiene che si doveva guardare al voto/non voto delle tute blu.. questo ceto sociale ad oggi, come in Italia e Spagna, non ha una sua rappresentanza politica e quindi è un massa di manovra in  mano a chiunque sappia intercettarne gli umori: che sia Lepen, Trump, o chissà chi ha per le mani milioni di voti e se ci sa fare ed è almeno presentabile quel capitale elettorale è oro per chi vuol vincere.. qui però siamo ai se; mentre invece quel dato, l'astensionismo, rimane non tanto come scelta consapevole ma quanto come scelta di cortissimo respiro: mi martello da solo gli zebedei sol perchè non riesco a vedere la trave che mi arriva addosso (Macron) e non il pelo (Lepen).. Questa scelta la ritengo un grave errore: primo perchè Lepen è si di destra ma è una destra che conosciamo bene e che sappiamo come combatterla; Trump ne è un esempio del tipo di destra di cui si parla e in pratica è già stato fermato: si le spara grosse e emana ordine esecutivi e quant'altro ma quando si arriva ai soldi poi.... chi decide è la maggiorazna repubblicana non certo l'inquilino della Casa Bianca!!! Lo abbiamo visto con la Corea; e lo vedremo con il resto.. immaginate invece cosa sarebbe accaduto con la Clinton che invece è meno legata al partito, se di partito si può parlare, e più agli intressi di fortissime lobby finanziarie e industriali: secondo me in guerra guerreggiata ci saremmo già!!! Inoltre: qualcuno ha più sentito parlare di contestazioni di massa negli USA contro Trump? No, vero? E sapete perchè? Perchè le varie fondazioni e ONG americane (una delle più influenti è al Move On di Soros) si sono improvvisamente zittite... chissà perchè: a voi la risposta ma non è quella giusta l'immaginare in un cambiamento di Trump, anzi è sempre lo stesso e fosse per lui gli USA sarebebro oggi già un enorme SpA!!!

domenica 7 maggio 2017

Elezioni Francia, l’esclusione della classe operaia è il vero pericolo



Una delle chiavi di lettura più interessanti della svolta a destra del libero occidente è la scomparsa della classe operaia. Scomparsa nel senso fisico e non solo figurativo della parola. Gli operai e le loro famiglie quale categoria sociale praticamente non esistono più e coloro che lo erano e i pochi che ancora vanno in fabbrica ogni mattina sono piombati nella povertà. L’alienazione è la bandiera che sventola sui casermoni di periferia dove costoro vivono e nelle fabbriche dove condividono il lavoro con i compagni robot. Scenari distopici a pochi chilometri dalle nostre case.
Su questi temi verte il dibattito che imperversa tra alcuni intellettuali occidentali, tra cui un giovane francese, Edouard Louis, autore di un romanzo autobiografico The End of Eddy dove si racconta la profonda povertà della sua infanzia e adolescenza a Hallencourt, un piccolo villaggio nel Nord della Francia. Quando mancava da mangiare il padre lo mandava dagli zii a elemosinare una pagnotta di pane o un chilo di spaghetti. Non siamo nella Francia pre-rivoluzionaria ma nel presente, Edouard Louis è nato negli anni Novanta.
Perso il lavoro a causa di un grave incidente in fabbrica, il padre di Edouard è diventato un escluso, senza un ruolo nel sindacato e nei partiti della sinistra i cui punti di riferimento sociali non includevano individui come lui. L’esclusione sociale e politica, una parola che in inglese suona meglio che in italiano disenfranchised, ha portato Louis padre ad abbracciare la causa del Front National di Le Pen padre.
Il resto sul Fatto Quotidiano

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finchè si continuerà a pensare in termini sinistra/destra saremo sempre fregati...

sabato 6 maggio 2017

Ballottaggi Francia, Macron vincerà ma c’è poco da festeggiare


Se Emmanuel Macron dovesse vincere al secondo turno, come i sondaggi continuano a ripeterci, dalla mattina seguente ricomincerebbe, in modo ovviamente amplificato rispetto alle ultime due settimane, la ricerca del Macron d’oltralpe. Chi è il Macron italiano? Qual è la figura che più gli si avvicina? Quale sarà l’eroe che ci salverà dal populismo? E immagino che discorsi identici siano già stati fatti, o verranno preso fatti, anche in altri Paesi. Macron sarà dipinto come l’archetipo del politico moderno, che si libera delle zavorre ideologiche della destra e della sinistra, propone un programma innovativo, diciamo anche “smart”, mette tutti d’accordo e così soffoca sul nascere le pulsioni radicali che in altri contesti nessuno è riuscito a tenere a bada.
E tutto ciò accadrà, in caso di vittoria, nonostante Macron sia un personaggio che arriva in ritardo di almeno dieci anni, con un programma economico respinto non soltanto dall’evidenza dalla storia recente ma anche dagli stessi elettori francesi, e che potrebbe diventare Presidente soltanto perché le persone che la pensano diversamente da lui su economia e lavoro sono irrimediabilmente divise su altri temi.
La ricetta di Macron consiste, in sostanza, nel connubio trito e ritrito di tagli considerevoli alla spesa pubblica e alleggerimento dei vincoli che ricadono sui datori di lavoro. Con meno regole, meno coinvolgimento dello Stato e un’apertura incondizionata al mercato globale, gli imprenditori saranno finalmente liberi di creare lavoro, si tornerà a crescere e saranno tutti più contenti. Tutto ciò è in continuità con la seconda versione, liberista, di Hollande. Un Presidente che è passato dalle roboanti dichiarazioni della campagna elettorale, e dal proclamato intento di ridare unità e serenità alla Francia, all’approvazione della sua ormai famosa legge sul lavoro (licenziamenti più facili e meno ricorsi) che è riuscita nello straordinario intento di unire nelle proteste e nelle manifestazioni studenti e lavoratori, come non avveniva più da tanto tempo. Per poi terminare il mandato con una popolarità così bassa da escludere perfino la sua partecipazione alle elezioni seguenti.
Il resto sul Fatto online

giovedì 4 maggio 2017

“Vaccini, famiglie tenute all’oscuro del rischio”.


Nel 2013 l'onorevole dem Burtone chiese di istituire una "giornata in memoria delle vittime". La legge, mai discussa, è stata ritirata giusto ieri, in piena polemica anti-M5s. E c'è chi come il ministro Pinotti ha dichiarato, interrogata dai colleghi parlamentari che "non esiste allo stato, anche per i vaccini, la garanzia assoluta che siano innocui". Per non dire delle vaccinazioni obbligatorie nelle scuole, osteggiate trasversalmente tanto dal candidato alla segreteria Emiliano che da consiglieri regionali di FdI nel Lazio


“Ritirato il 3 maggio 2017”. Non è sopravvissuta alla necessità politica la proposta di legge dell’onorevole Giovanni Burtone. Burtone è un medico chirurgo, di professione medico legale. E’ anche deputato del Partito Democratico. Il 21 maggio 2013, a legislatura appena iniziata, deposita a sua firma un progetto di legge che prevede l’istituzione della “Giornata nazionale in ricordo delle vittime dei vaccini”. Non era facile ignorare la circostanza, visto che è una delle poche menzioni riportate perfino da Wikipedia sull’attività del parlamentare. Ma i vaccini non fanno male e neppure vittime, chi lo dice è uno spergiuro populista, è la linea del partito. Che soffre evidentemente di amnesie selettive: nella sua proposta Burtone parla di vittime “le cui famiglie sono state tenute all’oscuro del rischio reale in cui i loro cari sarebbero incorsi. Sono cittadini ai quali il diritto ad avere una vita normale è stato negato per tutelare il bene supremo della salute”. Per il deputato dem, la colpa “è da ricercare in chi ha compiuto una valutazione degli interessi collettivi al limite di quelle che sono state denominate le scelte tragiche del diritto”. Cosa è successo tra il 21 maggio 2013 e il 3 maggio 2017 per arrivare a ritirare il testo?
Scorre il sangue, politicamente parlando, sulla questione vaccini. Dopo Report, dopo l’attacco del New York Times sulle “epidemie colpa dei populisti come Grillo” in Italia si è scatenata la corsa ad appioppare il nomignolo di “partito anti-vaccini” ai Cinque Stelle, che non hanno mai fatto mistero dei loro dubbi in materia e hanno incaricato l’immunologo Guido Silvestri di chiarirgli le idee e scrivere per loro (senza compenso) un piano strategico per la prevenzione e il contrasto tramite terapia vaccinale che sarà presentato oggi. La polemica politica divampa. Renzi va all’attacco con post e tweet e ai suoi dice: “Ragazzi, dobbiamo inchiodare i grillini sui vaccini, deve essere la Banca Etruria”. Detto, fatto. Oggi tanti rilanciano e vanno a scandagliare i vecchi video di Grillo e le proposte di legge firmate dai Cinque Stelle che proverebbero definitivamente da che parte soffia il vento irrazionale di diffidenza verso la medicina. Tutto lecito. Salvo scoprire poi che il partito anti vaccini in Italia è molto trasversale e annovera, tra gli altri, anche esponenti e onorevoli dello stesso Pd che oggi vuol monetizzare (o dimenticare) il caso.
Il resto sul Fatto Quotidiano

mercoledì 3 maggio 2017

Alitalia, il conto è già raddoppiato: il prestito ponte è salito a 600 milioni di euro

Il premier Gentiloni ribadisce che la nazionalizzazione è esclusa, ma c’è già chi è pronto a scommettere che l’aiuto varato a favore della compagnia Alitalia sarà un boomerang per i contribuenti.Fino ad una manciata di ore fa per Alitalia si prospettava un prestito ponte da 300-400 milioni per “traghettare” la ex compagnia di bandiera verso i privati. E invece alla fine il governo ha raddoppiato la posta in gioco la posta in gioco appesantendo ulteriormente il fardello delle imprese attaccate alla macchina dell’ossigeno pubblico. Proprio mentre slittava la vendita dell’Ilva e il conto per la messa in sicurezza del Monte dei Paschi di Siena si appresta a salire, il consiglio dei ministri ha deciso di varare un prestito ponte da 600 milioni a favore di Alitalia.
Su proposta del premier Paolo Gentiloni e dei ministri Pier Carlo Padoan e Carlo Calenda, che, durante il referendum dei lavoratori, si erano espressi contro qualsiasi operazione di sostegno pubblico per l’ex compagnia di bandiera. “Per Alitalia siamo ad un nuovo inizio – dice Padoan, intervistato da Cnn International  – Abbiamo nominato tre commissari e garantito liquidità per altri sei mesi in cui i voli continueranno. Alitalia ha asset di valore in termini di capitale umano e rotte che possono rappresentare un nuovo inizio, possibilmente con altri partner”.
“Il finanziamento è concesso, nel rispetto della disciplina sugli aiuti di Stato per il salvataggio e la ristrutturazione di imprese non finanziarie in difficoltà (…) e dovrà essere restituito entro sei mesi dalla sua erogazione”, spiega una nota di Palazzo Chigi. Sempre che i neoincaricati commissari, Luigi Gubitosi, Enrico Laghi e Stefano Paleari, non abbiano bisogno “di qualche altro mese” come precisa il ministro delle Infrastrutture, Graziano Delrio. Per ora bisognerà accontentarsi perché “questo è il massimo che si possa fare ad oggi” spiega il ministro Calenda, che fino a lunedì sembrava intenzionato ad abbandonare Alitalia al suo destino.
Certo il premier Gentiloni ribadisce che la nazionalizzazione è esclusa come del resto fa Padoan (“Se c’è una soluzione è una soluzione di mercato. La nazionalizzazione l’abbiamo già rifiutata pubblicamente”), ma c’è già chi è pronto a scommettere che l’aiuto varato a favore di Alitalia sarà un boomerang per i contribuenti: “Un prestito che nessuno restituirà agli italiani. Gli unici che rimangono sempre a terra!” commenta il leader di Direzione Italia, Raffaele Fitto via Twitter. E mentre infervora la polemica politica sui nomi dei tre commissari, durante la trasmissione televisiva Di Martedì, l’ex premier Romano Prodi spiega che “se non c’è una strategia precisa e un’alleanza, l’Alitalia non si salva”.
Non ci vorrà molto a capire come andranno a finire le cose e quale sarà il conto per i contribuenti di una partita più politica che strategica. Finora del resto Alitalia è sempre stata un bacino elettorale importante per la politica romana e decisamente caro per i contribuenti. Secondo la ricostruzione dell’ufficio studi di Mediobanca, i diversi salvataggi dell’ex compagnia di bandiera sono costati 7,4 miliardi. Solo per tenere in piedi la compagnia pubblica sono stati necessari 2,9 miliardi per coprire le perdite ed evitare in più occasioni il dissesto. Non è andata meglio nell’era dell’Alitalia privatizzata. Con l’arrivo dei capitani coraggiosi, la musica non è cambiata e fra amministrazione straordinaria della bad company e nuove perdite il conto si è più che raddoppiato. L’operazione Ethiad avrebbe dovuto finalmente rompere con il passato. E, invece, dopo il no dei sindacati alla nuova ondata di tagli, il governo è tornato alla vecchia ricetta: amministrazione straordinaria e prestito ponte per un conto finale ancora da scrivere. E che potrebbe non escludere nuove misure a favore dell’ex compagnia di bandiera.
Dal Fatto Quotidiano

martedì 2 maggio 2017

Grecia, l’ultima frustata di Tsipras ai suoi poveri

di | 2 maggio 2017   Il Fatto Quotidiano


Tutti zitti, grosse novità dall’Egeo: Alexis Tsipras ottiene 7 miliardi dai creditori, ma ne deve restituire 7,4 tra un mese. Quindi taglia ancora le pensioni e aumenta le tasse. E la Troika? Ancora spaccata, con il Fmi che chiede la riduzione del debito ellenico come prerequisito per continuare a partecipare al tavolo dei creditori.
E’ lo spaccato delle ultime 48 ore in Grecia, dove non a caso il corteo dedicato al 1 maggio aveva concluso la propria giornata sotto l’hotel Hilton ad Atene, proprio dove i rappresentati del governo Syriza stavano immolando ancora una volta gli ultimi e chi proprio non può difendersi: pensionati e poveri. Solo lo scorso 25 gennaio il premier in udienza pubblica aveva promesso che non un altro euro sarebbe gravato sulle tasche del contribuente greco. Oggi ha fatto il contrario, perché dall’inizio della crisi siamo in presenza del quarto taglio alle pensioni. Non è questa una riforma, o una modernizzazione o il tentativo di abbattere il costo del lavoro per incentivare nuovi investimenti. No, questa si chiama macelleria sociale perché rientra in una serie di interventi che non toccano il grosso dell’evasione fiscale, né chi ha fatto fuggire i canadesi che cercavano l’oro in Calcidica, in un Paese dove chi sta privatizzando oggi trova un panorama assurdo, come l’impossibilità di pagare con bancomat un biglietto del treno o bigliettai che rubavano allegramente gli incassi, o professionisti che rilasciavano ricevute di un euro. Nessuno vedeva ieri e nessuno vede oggi.
C’è poco da festeggiare, anche se troppi si affannano a ragionare con il metro del male minore. Cosa avrebbe dovuto fare? Di fatto questo temporeggiare nelle trattative e la concessione della tredicesima lo scorso dicembre ai pensionati ha provocato un altro scossone nei conti disastrati: si chiamano clausole di salvaguardia e se fatte scattare potrebbero portare, udite udite, un altro aumento dell’Iva ed un altro taglio alle pensioni. Quelle basse, si intende, mentre il cumulo degli stipendi della casta è salvo, e una seria legge sui conflitti di interessi in Grecia è come la temperatura di Bolzano. Ma meglio non scriverlo, perché questo è il momento di celebrare accordi e risultati: le elezioni incombono in troppi Paesi e il 2017 è solo a metà della sua vita.
Intanto nel Paese un cronista che volesse consumare qualche paio di scarpe avrebbe molte cose, originali e diverse, da osservare e riportare. Lasciando poi al lettore la possibilità di farsi un’idea. Un chilo di mele a 2,5 euro in un mercato di una cittadina di provincia, l’hotspot delle Termopili con 500 siriani e iracheni dove con la macchina fotografica è meglio non avvicinarsi perché, mi dicono, le condizioni igienico-sanitarie sono pessime. E ancora, i furti negli appartamenti quadruplicati per via delle bande rom, gli incappucciati e i black bloc che una volta ogni tre giorni fanno guerriglia urbana per le strade ateniesi, a cui però la polizia non può replicare in maniera troppo veemente. Si tratta, infatti, degli stessi contestatori che nel 2012 occupavano piazza Syntagma sfoggiando le bandiere di Syriza. E che oggi si trovano ad aver votato un governo che li lascia con un pugno di mosche in una mano. Mentre nell’altra si moltiplicano le molotov.
Ma al Megaro Maximos, il palazzo del governo ellenico, non lo sanno: da due anni la circolazione è sbarrata da due mezzi blindati dalla polizia. Un isolamento materiale, e finanche uno scollamento ideale, da ciò che sta accadendo davvero in terra di Grecia.
twitter@FDepalo
di | 2 maggio 2017

venerdì 28 aprile 2017

ONG-trafficanti: vietato parlarne, perchè?

Allora ci sono delle intercettazioni fatte da servizi segreti stranieri acquisiti non secondo i canoni delle leggi italiane (.....) che PROVANO contatti fra trafficanti di esseri umani in terra di Libia e alcune navi di ong che prendevano accordi!! Capisco, anzi la prudenza del Magistrato nel parlare di sospetti, è materiale non ufficiale, ma qualcosa c'era eccome!!!!!!!!! Ora toccherebbe al governo rendere ufficiale quel materiale, ma siamo nel paese dei balocchi... e se tutto ciò fosse solo in parte vero una prova dell'aver toccato un nervo, che definire scoperto è un eufemismo, arriva proprio dalle reazioni scomposte delle stesse ong e dei vari loro sostenitori, in buona fede e non, che si trovano in giro per il paese!!!! Io al Magistrato dò CREDITO e dico: lasciamolo lavorare e vediamo se le ONG non hanno nulla da nascondere non hanno nemmeno nulla da temere, vi pare? O forse è il timore di perdere il giro di mld di euro che girano per la varie tasche?

Detto quanto sopra...
buon 1° Maggio

giovedì 27 aprile 2017

E’ tempo di sognare (Andrea Scanzi)

E’ tempo di sognare: facciamolo con Renzi. In questo video, durante il quale ha dato il 197esimo bacio della morte a qualcuno o qualcosa, il nostro eroe dà il meglio di sé. Era il 2015 e RenziRegna era all’apice del successo, quindi delle cazzate. Notate anzitutto la postura, la mimica, le faccette da “boro” nei film di Verdone. Si alza, petto (pancia) in fuori, e ha la faccia di chi si sente figo (ahahahahah). Poi si guarda attorno, continua a pensare “So’ fico” e strofina le mani assumendo la posizione della foca monaca triste. Bei momenti.
Quindi, dopo un leggendario “Caro Luca” (Montezemolo), parte con la solita messa cantata sul futuro, l’ottimismo e soprattutto stocazzo. La cosa buffa è che per anni ci hanno detto che uno così ha carisma, sa parlare ed è mediaticamente forte. Come no: al bar di Montione ne conosco almeno 74 che sono più efficaci. “Buona strada, buon volo, buon lavoro” (come gufa lui, nessuno mai). Poi butta là delle frasi a caso in inglese (“veri veri arddddd momenzzzz”, stavolta con un’esaltante espressione da prugna corrucciata).”Il futuro è sembrato sempre dietro di noi” (questa gliel’ha scritta Farinetti). “Il futuro sembrava dietro di noi” (eddai: gli piace proprio il pensiero forte da bacio Perugina). “Quello che sta cambiando è il progetto, che guarda per la prima volta in maniera non episodico alla più grande opportunità che ha l’Italia: quella di essere noi stessi” (parole e concordanze lessicali in libertà, con supercazzola prematurata antani). Ecco poi un’altra messa cantata: le due Italie. Oddio che due coglioni. “Ci sono due Italie davanti a voi”. Ancora con ‘sta sega: bastaaaaaaaaa. Quando distribuivano la banalità, era proprio in prima fila. Faccetta da D’Urso incupita, sbrodolata sui “lamentoni” che criticano tutto, “l’Italia del pianto e del rimpianto” e bla bla bla. Vuoto cosmico, fiera della scontatezza: si vola. Ovviamente la seconda Italia è la sua (?), ovvero quella “che può scrivere la pagina del futuro”. Siamo proprio a livelli di Smemoranda per bimbominkia. Gran finale, comicamente enfatico e con smulinare inutile di mani, braccia, mascelle molli e pappegorge fiere: “Vorrei chiedervi di allacciarvi le cinture di sicurezza” (Moccia in confronto è Faulkner). “Qui stiamo decollando davvero, piaccia o non piaccia”. Evidentemente non è piaciuto. “Il decollo dell’Italia è il decollo di Alitalia”. E allora siam messi male di nulla, vai.
Da facebook.com/andreascanzi

mercoledì 26 aprile 2017

Quando Emmanuel Macron...

dall'Huffington Post

Astro nascente della sinistra liberal alternativa ai partiti tradizionali, tirato per la giacca dalle forze europeiste e in Italia dal Partito Democratico (che già si accalora interrogandosi su chi sia il Macron italiano tra i candidati alla segreteria), il vincitore del primo turno delle presidenziali francesi ha un trascorso politico non privo di inciampi e uscite fuori luogo che poco si attagliano a un profilo "progressista". Tralasciando il suo passato come banchiere in Rothschild, il "simpatico ma maldestro" (copyright Dominique Strauss-Kahn) Emmanuel Macron ha infatti un passato ancorato nel socialismo francese.
Da fedelissimo di Francois Hollande è diventato ministro dell'Economia nel governo Valls II. Ed è da allora ha disseminato le sue uscite pubbliche di una lunga serie di gaffe. Pochi giorni dopo la sua nomina a ministro innescò una raffica di proteste per una frase infelice: intervenendo nel settembre 2014 ad un dibattito sui mattatoi di Gad, in Bretagna, dove i lavoratori vivevano forti difficoltà e gli stabilimenti erano alle prese con una profonda crisi aziendale, Macron si lasciò sfuggire che le lavoratrici del posto "sono perlopiù ignoranti". "In questa società - disse l'allora ministro - c'è una maggioranza di donne, per lo più ignoranti. Viene spiegato loro: 'Qui o nei dintorni non avete futuro, andate a lavorare a 50 o 60 chilometri'. Ma loro non hanno la patente. Che facciamo? Diamo loro 1.500 euro, e aspettiamo un anno?". La frase sulle donne "ignoranti" con difficoltà a prendere la patente suscitò non poche polemiche perché seguì di pochi giorni l'accusa al presidente Hollande di chiamare in privato "sdentati" le persone povere. Per queste parole Macron si scusò il giorno stesso in Assemblea Nazionale: "Il primo rimpianto è per le affermazioni che ho tenuto stamani se ho offeso, e perchè ho offeso alcuni operai. E' inaccettabile. E non è quello che volevo fare".
Non fu un bel biglietto di presentazione per il giovane e liberal ministro delle finanze francesi. Pochi mesi e Macron viene di nuovo investito dalle polemiche. In un'intervista al quotidiano Les Echos in occasione del suo viaggio a Las Vegas per il Ces affermò che "c'è bisogno di giovani francesi che abbiano voglia di diventare miliardari" perchè il Paese abbia successo nell'high tech, "un settore di superstar". Una frase che rompeva con le posizioni tradizionali della gauche francese, da sempre critica con l'eccessiva ricchezza e la sua ostentazione. Frase che gli attirò gli strali non solo dei suoi oppositori politici ma anche del suo partito: "Macron si smaschera, l'uomo dei miliardari - commentò Gerard Filoche, una delle voci più polemiche dell'ala sinistra del partito - quando la Francia ne ha già troppi, e anche troppi poveri".
il resto sul sito del Huffington

martedì 25 aprile 2017

L’uomo nuovo (BERNARDO VALLI)

Verso il ballottaggio del 7 maggio pesano le incognite dell’islamismo radicale Il duello per l’Eliseo non riguarda solo la Francia ma tutta l’Unione europea.

Da Fillon a Hamon, tutti contro Le Pen Un “fronte repubblicano” per l’Europa.
PARIGI – SI PRECISANO i contorni dell’ottavo presidente della Quinta Repubblica. E indicano Emmanuel Macron. Né il populismo, né il terrorismo sono riusciti a cancellare la figura del giovane garante di una lineare continuità democratica. Alla sua avversaria, a Marine Le Pen, è andata male, anche se ha preso oltre 7 milioni di voti, un bel pezzo di Francia. Il personaggio Macron appare un “uomo nuovo” rispetto al vecchio establishment, il quale è stato relegato in seconda fila.

È stato messo in castigo, perché giudicato incapace di affrontare le continue minacce terroristiche e i vasti mutamenti della società quasi senza confini. Dirigenti dell’Europa unita burocraticamente non hanno osato difenderla idealmente.
Soltanto tra due settimane è in programma l’ultimo atto: l’incoronazione ufficiale del presidente monarca, che ormai ha la scettro in tasca. Il confronto definitivo sarà una faticosa formalità perché per arrivarci oltre ai i comizi e alle polemiche ci sono le incognite dell’islamismo in collera e assassino. Il duello decisivo sarà tra l’Europa e l’ anti Europa: la prima rappresentata da Emmanuel Macron, ieri arrivato in testa con il 23,9 per cento dei voti, la seconda rappresentata da Marine Le Pen, rimasta sotto il 21,7 percento. Questo è il principale significato del doppio voto. Dopo il primo scrutinio possiamo tirare un respiro di sollievo. Chi teme e rifiuta una disintegrazione dell’Europa può rallegrarsi del 23 aprile francese. Una diserzione elettorale dei transalpini, sulla traccia dei britannici, avrebbe avuto tristi conseguenze.
L‘elezione di Macron a presidente della Repubblica è garantita dalla formazione di un “fronte repubblicano”, spontaneo o concordato, per evitare l’ingresso di Marine Le Pen, la leader populista, nel palazzo dell’Eliseo. Lo stacco tra i due finalisti, stando ai pronostici, dovrebbe aggirarsi sul quindici per cento in favore di Macron. L’esito iniziale della maratona elettorale allontana il rischio di gravi traumi, anche istituzionali, alla Quinta Repubblica. Sarebbe infatti problematico per larga parte dell’apparato statale eseguire le direttive di un esecutivo populista.
Il voto di domenica ha comunque sconvolto la società politica. I principali partiti, quelli che hanno dominato, alternativamente, al potere e all’opposizione, la vita politica francese degli ultimi decenni sono stati esclusi dal ballottaggio. Cioè dalla possibilità che uno dei loro esponenti occupi la massima carica dello Stato. Né un socialista né un notabile del centrodestra (seguito bastardo del gollismo), parteciperà al secondo turno. La République ha cambiato connotati. Non è stata una rivoluzione, ma c’è mancato poco.
Marine Le Pen è presidente del Front National, partito escluso da quello che definivamo in Italia “ arco costituzionale”. Emmanuel Macron, pur avendo un intenso passato politico, prima come consigliere di François Hollande, il presidente socialista, e poi come ministro dell’Economia, ha creato un movimento nuovo, “In marcia!”, che vuole sfuggire al sistema basato sull’equazione destra-sinistra. Gira le spalle, almeno ufficialmente, all’attuale classe politica. Nonostante il suo netto rifiuto di confondersi con l’establishment alle sue spalle, gli avversari continuano a indicarlo come la continuità, sotto un’altra veste, di François Hollande. Visto che la barca stava affondando, il giovane ministro l’avrebbe abbandonata con il consenso tacito del capitano.
Il presidente socialista, afflitto da una pesante impopolarità, non avrebbe osato riproporsi per un secondo mandato, e considererebbe Macron un suo delfino segreto. L’ex primo ministro socialista. Manuel Valls e due ministri pure loro socialisti hanno girato le spalle al candidato ufficiale del partito, Benoit Hamon (che ha ottenuto un modesto 6,3 per cento), e si sono schierati con Macron. Numerose sono le diserzioni socialiste in favore del fondatore di “In marcia!”, che tuttavia accetta quelle adesioni a titolo individuale. Come accetta del resto, secondo lo stesso principio, gli appoggi provenienti dal centrodestra. Riferendosi al suo passato di funzionario della Banca Rotschild, gli avversari indicano Macron come vicino al mondo degli affari. Lui si definisce progressista ed europeo, e come tale parla. Dice: mantengo l’equilibrio democratico della Francia.
La maratona elettorale non è tuttavia conclusa. Restano le due settimane, fino al 7 maggio, durante le quali gli sconfitti dovranno curarsi le ferite e i vincitori prepararsi al nuovo duello. Nessun grande partito democratio oserà appoggiare il Front National. Né a destra né a sinistra. Tutti i leader democratici, compresi Fillon e Hamon, si sono già pronunciati per Macron contro la Le Pen.
Il partito socialista esce frantumato dalla prova elettorale. Il candidato designato dalle primarie è stato abbandonato al suo destino dai compagni. Giudicato troppo a sinistra, Benoit Hamon, è stato lasciato solo. Si è avuta l’impressione che il vecchio partito socialista, di Guy Mollet e di François Mitterrand si fosse in larga parte trasferito nel movimento di Macron, “In marcia!”. Una diserzione di massa. Comandanti in testa, che non pronunciandosi apertamente per Hamon, si sono pronunciati in silenzio per Macron. E coloro che non hanno voluto fare la piroetta hanno appoggiato Jean-Luc Mélenchon, alla testa della “Francia indomita”, grande tribuno di estrama sinistra con un cuore socialdemocratico. E convinto euroscettico. Ha ottenuto un buon risultato, 19 e qualcosa per cento.
Il candidato dei Républicains, di centro destra, ha avuto gli stessi voti. Ma era un canditato zoppo per via degli affari a suo carico. Perduti per strada due loro leader, Nicolas Sarkozy, l’ex presidente della Repubblica, e Alain Juppé, ex primo ministro, entrambi bocciati alle primarie, i Républicains si sono accodati con fatica a François Fillon, il candidato zoppo, preferito dai cattolici conservatori che non amano i matrimoni gay e neppure troppo i musulmani. Hanno tenuto insieme il partito per le legislative di giugno, quando ci sarà il terzo turno.
La Quinta repubblica è semipresidenziale: il capo dello Stato eletto al suffragio universale dispone di ampi poteri se ha la maggioranza parlamentare o ne ha molto pochi (politica estera e difesa) se non ne ha.
Articolo intero su La Repubblica del 24/04/2016.

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ci sono fascismi e fascismi e non sempre quelli evidenti sono i peggiori... il caso Macron è emblematico

domenica 23 aprile 2017

Manovrina, soldi a tutti tranne a disabili e poveri (Carlo Di Foggia)

Dietrofront – Nelle bozze del decreto non c’è traccia dei 250 milioni tagliati ai fondi per il sociale trasferiti alle Regioni che il governo s’era impegnato a restituire.Di tutto di più, tranne i fondi per le categorie più a rischio, in barba alle promesse. La rassicurazione era arrivata il 17 marzo scorso: quel giorno il ministro del Lavoro Giuliano Poletti, accompagnato dal presidente della Conferenza delle Regioni Stefano Bonaccini aveva promesso di ripristinare le risorse destinate al fondo per le non autosufficienze e alle politiche sociali appena tagliate tra polemiche feroci. Nel primo provvedimento utile, però, della misura non c’è traccia: nelle bozze della manovrina del governo, il cui testo ufficiale dovrebbe uscire oggi, lo stanziamento infatti non compare.
E le speranze che possa spuntare all’improvviso sono poche. Tra i governatori – da quanto filtra – c’è molta preoccupazione, e per questo ne hanno discusso nell’ultima conferenza delle Regioni tenutasi giovedì scorso. Al termine è toccato a Massimo Garavaglia, assessore in Lombardia e coordinatore per gli affari finanziari della Conferenza lanciare l’allarme: “C’era l’impegno del governo, ma da quanto risulta dalla versione fantomatica del decreto non c’è nulla. È opportuno che venissero messe le risorse e venisse mantenuta la parola, anche perché a farne le spese sono le categorie sensibili”.
Breve riassunto. Il 23 febbraio scorso, per effetto di un’intesa nella Conferenza Stato-Regioni è stato deciso un maxi-taglio di 485 milioni ai fondi sociali che vengono trasferiti dal governo centrale ai governatori. Tra questi: 50 milioni al fondo per la non autosufficienza (disabili, malati gravi e familiari che li assistono), che è tornato così ai 450 stanziati solo nell’ottobre scorso e 211 milioni a quello per le politiche speciali, che passa così da 311 a 99 milioni (-67%). Soldi che finanziano asili nido, misure di sostegno alle famiglie più povere, assistenza domiciliare e centri anti-violenza. Il fondo per le non autosufficienze, peraltro, era appena stato incrementato di 50 milioni dal “decreto Mezzogiorno” come promesso dal governo alle associazioni che seguono i malati di Sla.
La scure calata il 23 febbraio viene da lontano: le Regioni, infatti, dovevano ripartire i 2,7 miliardi di tagli sul 2017 imposti dalle manovre finanziarie del governo Renzi. Di questi, 2,2 miliardi per effetto del decreto sul “bonus Irpef” del 2014, i famosi 80 euro in busta paga (finanziati in buona parte con questa partita di giro a danno degli Enti locali). Una volta resa pubblica l’intesa, è arrivata la rivolta delle associazioni, in primis la Federazione italiana per il superamento dell’handicap. I 5Stelle, ma anche Sinistra italiana e parte del Pd hanno chiesto lumi al governo, che ha fatto finta di scoprirlo in quel momento (le trattative, però, erano state fatte con Palazzo Chigi).
Per spegnere le polemiche, il governo ha così promesso di tornare sui suoi passi riportando il fondo politiche sociali a 311 milioni e incrementando quello per la non autosufficienza di 37 milioni (destinati al capitolo del trasporto dei disabili). Dal canto loro, le Regioni s’erano impegnate a trovare altri 50 milioni. Il tagli erano a valere sui fondi 2017, c’era quindi una certa urgenza. La manovrina era la destinazione perfetta per lo stanziamento, anche perché il decreto, nato per correggere di 3,4 miliardi il deficit pubblico come chiesto dalla Commissione europea, nel frattempo è diventato un provvedimento “omnibus” di 68 articoli. “È quasi una finanziaria”, ha ammesso ieri il ministro dell’Economia Pier Carlo Padoan. Nella bozza del testo, però, i fondi promessi non compaiono.
In compenso, c’è la garanzia pubblica da 97 milioni per la Ryder cup, la gara internazionale di golf che l’Italia ospiterà nel 2022 e i fondi per permettere a Cortina d’Ampezzo di ospitare le finali di Coppa del mondo e dei Campionati mondiali di sci alpino nel 2020 e 2021. Nel testo ci sono anche risorse (poche, per la verità) per i Comuni e le Province, oltreché per il trasporto pubblico locale.
(Articolo intero su Il Fatto Quotidiano del 22/04/2017.)

giovedì 20 aprile 2017

Essere divisivi

In un paese conformista dove si tende sempre a stare dalla parte del più forte e a seguire il branco, a costituire un problema sono le persone e gli enti “divisivi“.
Divisivi come l’Anpi, l’associazione partigiana accusata di non rappresentare più i veri partigiani.
Divisivi come come il 25 aprile, giornata in cui si festeggia la liberazione dal nazifascismo, nel giorno dell’insurrezione generale del 25 aprile 1945.
Ma anche la giornata in cui si deve consentire ai fascisti di manifestare con bandiere e simboli e sfilare nella sezione del cimitero di Milano dedicata ai loro morti.
Vietare la loro manifestazione sarebbe da fascisti, dicono i sedicenti liberali all’italiana.
Quelli che guai a manifestare contro il gasdotto TAP o, peggio ancora, contro il TAV in val di Susa.
Quelli che guai a manifestare contro le aperture nei centri commerciali la domenica di Pasqua.
Essere antifascisti, dunque dalla parte della Costituzione e delle Istituzioni e dalle loro radici che affondano nella Resistenza significa sì, essere divisivi.
Vietare i raduni fascisti è illiberale? E cosa diremmo se a radunarsi fossero nostalgici del terrorismo (una delle tante sigle nate negli anni settanta)?
E perché allora si vietano gli inchini delle processioni religiose sotto casa dei mafiosi?
Forse perché così si manifesta, in pubbilco, l’autorevolezza del mafioso, lo si rende uguale e superiore agli altri cittadini.
E lo stesso vale per questi gruppi, gli stessi che appiccicano manifesti per boicottare negozi di stranieri a Roma.
Non possiamo stare dalla parte dello Stato e dire che vigileremo con le forze dell’ordine ..
Non rimane altra strada, visto che si è scelto di non insegnare la storia, di non spiegare alle persone cosa è stato il fascismo veramente.
L’assenza di diritti, delle libertà di pensiero e di espressione, di radunarsi in associazioni.
Di poter raccontare il paese, quello che si vede sui giornali.
Come voleva fare Gabriele del Grande in Turchia e Siria. Due paesi dove immagino che i nostri liberali non vorrebbero vivere, o sbaglio?
Da unoenessuno.blogspot.it

mercoledì 19 aprile 2017

“L’11,9 per cento delle famiglie in grave difficoltà economica nel 2016”

“Nel 2016 non si è osservata una riduzione dell’indicatore di grave deprivazione materiale, corrispondente alla quota di persone in famiglie che sperimentano sintomi di disagio”. E per gli under 35 è sempre più difficile trovare lavoro.L’11,9 per cento delle famiglie italiane nel 2016 si è trovata nelle condizioni di “grave deprivazione materiale”. Lo rileva l’Istat nel dossier sul Def, nel corso dell’audizione nelle commissioni Bilancio di Camera e Senato. I minori che nel 2016 risultano in condizioni di “grave deprivazione” sono 1.250.000, pari al 12,3% della popolazione con meno di 18 anni. “Tale quota risulta in lieve diminuzione rispetto agli anni precedenti”.
“Nonostante il miglioramento delle condizioni economiche delle famiglie – ha spiegato Roberto Monducci, dirigente dell’Istituto di statistica – nel 2016 non si è osservata una riduzione dell’indicatore di grave deprivazione materiale, corrispondente alla quota di persone in famiglie che sperimentano sintomi di disagio. Secondo i dati provvisori del 2016, tale quota si attesta all’11,9%, sostanzialmente stabile rispetto al 2015″. Tra gli altri dati Monducci spiega che “tra il 2015 e il 2016 l’indice peggiora per le persone anziane (65 anni e più) da 8,4% a 11% e per chi vive in famiglie con persona di riferimento in cerca di occupazione (da 32,1% a 35,8%)”.
Monducci ha ricordato che “il governo ha messo in campo una serie di provvedimenti importantissimi per quanto riguarda la lotta alla povertà”. Ma a petto di un “miglioramento delle condizioni economiche delle famiglie”, dall’altra parte “non si è osservata una riduzione dell’indicatore di grave deprivazione materiale. Si tratta della quota di persone che sperimentano sintomi di disagio di vario tipo” che, secondo i dati provvisori del 2016 “è stabile” rispetto all’anno precedente. Nonostante “migliori il mercato del lavoro, crescita economica e la disuguaglianza – osserva il direttore – rimane stabile questa quota che percepisce gravi difficoltà”.
Il miglioramento del mercato del lavoro tuttavia non riguarda i giovani tra i 25 e i 34 anni, per i quali “la situazione” è “ancora sfavorevole“, sottolinea Monducci. Secondo il dossier del Def, infatti, per gli under 35 senza lavoro trovare un posto risulta sempre più difficile. “I dati longitudinali della Rilevazione sulle forze di lavoro consentono di effettuare un’analisi delle transizioni verso l’occupazione degli individui disoccupati a un anno di distanza”, spiega. “Il 21,2% dei 25-34enni disoccupati nel quarto trimestre del 2015 è occupato un anno dopo, il 43,8% risulta ancora disoccupato e il 35% inattivo”. E i dati evidenziano un peggioramento, perché “la quota di giovani che ha trovato lavoro nel periodo è più bassa sia rispetto a quella registrata nello stesso periodo dell’anno precedente (27,9%) sia di due anni prima (24,4%)”. (dal Fatto Quotidiano)
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Le riforme? Funzionano.... Avanti tutta!!!

martedì 18 aprile 2017

5 cose da sapere per capire la crisi nord-coreana

dall'Huffington Post
Venti di guerra agitano le acque del Nordest asiatico, presto presidiate da una portaerei Usa (con relativa flotta di supporto) inviata dal presidente Donald Trump ad ammonire, o minacciare, la Corea del Nord. Cosa ha provocato la crisi, e cosa possiamo aspettarci?
Qual è l'oggetto del contendere?
Il problema è l'arsenale nucleare della Corea del Nord, uno stato recluso retto da un regime totalitario, spregiudicato e profondamente ostile a Corea del Sud e Giappone nonché al loro principale alleato, gli Stati Uniti.
Le ambizioni nucleari nord-coreane sono un problema che si trascina dagli anni 1990. Un accordo quadro tra Usa e Corea del Nord, basato su uno scambio tra forniture energetiche Usa e arresto del programma nucleare nord-coreano, è naufragato nei primi anni 2000, quando la Corea ha abbandonato il Trattato di non-proliferazione nucleare. Un'iniziativa diplomatica a sei, che includeva le due Coree più Cina, Giappone, Russia e Usa, si è arrestata nel 2008. Dal 2006 la Corea del Nord ha condotto cinque test nucleari, di cui due nel 2016, e numerosi test missilistici.
Che pensano i vicini (e gli Usa)?
Formalmente sono tutti impegnati a raggiungere l'obiettivo della denuclearizzazione della penisola coreana. Le convergenze tuttavia si fermano qui.
Usa e Giappone favoriscono, almeno in linea di principio, il cambio di regime. La Corea del Sud è ostile al regime ma ne teme il collasso perché porterebbe a forti tensioni Usa-Cina e causerebbe un fiume di profughi dal Nord. Russia e Cina diffidano del regime ma non vogliono che crolli perché temono possa portare ad un aumento dell'influenza americana nell'area.
Perché questa improvvisa accelerazione?
Obama, anche perché impegnato su altri fronti, aveva optato per il principio della 'pazienza strategica', evitando di reagire alle provocazioni nord-coreane e lavorando con la Cina per aumentare la pressione economica sul regime. Trump ritiene, con qualche ragione, che la Cina non faccia abbastanza e si dice pronto ad agire unilateralmente.
L'urgenza di Trump si spiega con i progressi fatti dai nord-coreani. Secondo i servizi sud-coreani, il Nord avrebbe acquisito il know-how per miniaturizzare una testata nucleare in modo da montarla su un missile balistico. L'intelligence Usa ritiene inoltre plausibile che entro la fine del mandato di Trump il Nord possa aggiungere al suo già robusto arsenale balistico il gioiello della corona: un missile intercontinentale capace di raggiungere la costa ovest degli Usa. Per gli Usa, uno scenario inaccettabile.
il resto sull'Huffington Post
 
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lunedì 17 aprile 2017

Carne separata meccanicamente

Da Wikipedia, l'enciclopedia libera.
La carne separata meccanicamente (CSM) o carne recuperata meccanicamente (CRM) è ottenuta rimuovendo i residui di carne dalle ossa (in particolare di suino) o dalle carcasse di pollame (pollo e tacchino) usando mezzi fisici, che portano quindi alla perdita o alla modifica della struttura fibrosa del muscolo una volta rimossi i tagli più pregiati (Regolamento CE N. 853/2004)
In tutta l'Unione europea è obbligatorio indicarla in etichetta. Nel Regno Unito i controlli sono particolarmente stringenti e la Food Standards Agency[chi?] ha chiesto[quando?] un'audizione al governo sui rischi della CSM che ha introdotto in seguito una moratoria per vietare la CSM derivata da crani di bovino entro l'aprile del 2012 (per il rischio di Encefalopatia spongiforme bovina) e per l'utilizzo di nuove etichette nella CSM derivata da pollame. Sempre nel 2012 la Commissione europea tramite le indagini del Food Veterinary Office britannico ha ufficialmente considerato la desinewed meat (DSM) uguale alla CSM e non più in una categoria a parte, invece negli Stati Uniti non è previsto alcun tipo di etichettatura e le stime parlano del 50-70% di carne prodotta in questo modo.
Nei würstel di pollo prodotti in Italia la presenza di CSM è al minimo al 40%.
il resto sul sito..
.. da youtube

venerdì 14 aprile 2017

Grecia, la crisi ha molti padri: parliamo dell’ultimo, Tsipras?


Non c’è destra, sinistra, centro o socialismo in ciò che sta accadendo in Grecia. Non sono le idee o i partiti a dover bere una volta per tutte una buona dose di cicuta: ma la mediocrità di uomini che ingannano, fuorviano, illudono, per poi, un attimo dopo, fare peggio dei propri nemici. Dopo 4 tagli in sei anni a stipendi, pensioni e indennità ecco un’altra sforbiciata alle pensioni, grazie alla riforma firmata dal ministro del lavoro Georgios Katrugalos che si scontra con nessun provvedimento per favorire invece nuova occupazione. Un altro taglio del 25% a partire dal 2019 e del 15% per chi ha fatto domanda nel 2016.
Uno scenario che cozza con i proclami di Alexis Tsipras che, anche dopo una campagna elettorale condotta a suon di tuoni contro l’Ue (con slogan come “la Troika è il passato; il voto contro l’austerità è stato forte e chiaro; il futuro non è l’austerità; la speranza ha vinto”), inneggiava a una fantomatica griglia di nuove proposte per far uscire la Grecia dalla recessione. Invece resta immutata, nonostante sacrifici ai ceti medi e bassi e nonostante una guida incertissima per un Paese altrettanto incerto.
Sarebbe stato meglio scegliere delle due l’una: avrebbe dovuto o, in coerenza con quanto promesso agli elettori, fare una battaglia seria e potabile contro Bruxelles (con proposte credibili) oppure, stando agli impegni (forse?) presi in separata sede con Berlino, evitare almeno questo doppio ruolo di “Masaniello” nei giorni pari e coniglio in quelli dispari. Con nel mezzo la povera gente che affonda ogni giorno di più.
Nel pamphlet Greco. Eroe d’Europa che ho scritto nel 2014, ho raccontato molto del malaffare ellenico e in maniera assolutamente trasversale. Senza sconti, anzi, con più di qualche reazione non benevola nei miei riguardi che, anche la traduzione in lingua greca, mi ha causato. Chi oggi si sente toccato da analisi, valutazioni di merito e semplici fatti messi in fila con oggettività, fa peggio dei predecessori.
.... il resto sul Fatto Quotidiano
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.. A PROPOSITO PER CHI CREDE IN QUESTE COSE BUONA PASQUA
 

giovedì 13 aprile 2017

Moneta fiscale, una proposta che può farci uscire dalla crisi dell’Eurozona

di | 13 aprile 2017  Il Fatto Quotidiano

Lo Stato può creare moneta? Certamente sì. L’economia può crescere solo se c’è moneta: la Cina, per esempio, è cresciuta molto rapidamente non per i soldi raccolti con le tasse o per i prestiti esteri, ma creando moneta ex novo. La domanda infatti traina l’offerta (e non viceversa, come insegna J. M. Keynes). Una società con carenza di moneta fa la fine del Giappone, fermo da tre decenni. Anche l’Eurozona è in deflazione ormai da un decennio perché l’euro è strutturalmente una moneta deflazionistica, perché la Bce presta enormi quantità di denaro solo alle banche, e perché le banche investono nella finanza e non nell’economia reale. Le banche non prestano denaro perché hanno troppi crediti in sofferenza; e le aziende non riescono a restituire i debiti perché manca la domanda e le banche non danno più respiro.
Per uscire dalla trappola della liquidità occorre quindi immettere nuova liquidità nell’economia reale. Siccome però l’euro non circola, occorre creare una moneta alternativa valida: la moneta fiscale.
In Italia la principale e la più strutturata proposta di moneta alternativa – che sta dando origine ad altre varianti, come quella comparsa sul blog di Beppe Grillo e presentata in bozza dal prof. Gennaro Zezza – è certamente quella promossa da Micromega e dal compianto Luciano Gallino, uno dei più stimati sociologi italiani. Questa proposta si basa sull’emissione di notevoli quantità di moneta fiscale da parte dello Stato senza però creare debito, ovvero senza fuoriuscire dai Trattati dell’Eurozona. L’obiettivo è di attuare manovre espansive senza provocare nuove drammatiche crisi alla gente.
A differenza di quanto ha scritto su Il Fatto Quotidiano il 5 aprile scorso Fabio Scacciavillani, la moneta alternativa che proponiamo non è però una vera e propria moneta; ovviamente questa è infatti proibita a causa del monopolio della Bce sull’euro e sulla moneta legale: questo lo sanno tutti. La moneta fiscale che abbiamo studiato è invece un titolo di Stato che può fungere perfettamente come moneta.
.............................. Il resto sul Fatto Quotidiano

mercoledì 12 aprile 2017

Questa voglia di disintermediare

Una cosa in comune c’è tra l’ex segretario candidato e il garante padrone del M5S, Renzi e Grillo intendo.
La parola è disintermediazione.
A che serve la libera informazione quando c’è  già pronto il blog con tutte le informazioni?
Da una parte il blog dall’altra il blog, il #Matteorisponde e i quotidiani che fanno da grancassa: entrambi i leader (e i loro fans) dimostrano una certa allergia quando le domande sono scomode. Una esempio fatto già ieri sera durante la trasmissione Gazebo: se le domande sono di Report, ad arrabbiarsi è il Pd e il suo tesoriere, mentre a far la parte del difensore della stampa è il movimento.
Quando invece sono due esponenti del M5S che tampinano il direttore Orfeo(TG1) reo (secondo il movimento) di censurare l’inchiesta Consip, i ruoli si invertono.
Il Pd dalla parte della stampa libera.
Il movimento contro “certi giornalisti” .
In questo modo tutto, il caso Consip, il caso Raggi, le manovrine del governo, i dati dell’occupazione, l’inchiesta di Report sugli intrecci tra Pessina Unità e appalti viene trattata alla stessa maniera. Come maniera da tifo da stadio.
L’inchiesta consip diventa la storiella del magistrato che, assieme al carabiniere amico di Travaglio ha orchestrato tutto per infangare un partito.
Eversione, si è scritto..
Manco fossimo tornati ai tempi di Piazza Fontana.
Servirebbe un’informazione libera da condizionamenti che racconti i fatti e aiuti le persone a costruirsi una sua opinione.
E una classe politica che accettasse l’intromissione della stampa, come un fatto naturale.
Ma qui torniamo alla disintermediazione, alla voglia di parlare direttamente col popolo, togliendo di mezzo quanti (la stampa, i sindacati, gli stessi organi intermedi nei partiti) si mettono di mezzo.
Da unoenessuno.blogspot.it

martedì 11 aprile 2017

Sicurezza: la grande illusione (Furio Colombo)

Le cose sono complicate, e ogni buona notizia porta altre complicazioni. Per esempio dentro la rete scorrono risorse infinite, devi solo conoscerle, prendere e scambiarle. Ma non sai che cosa trovi davanti alla porta di casa quando la apri per entrare nel mondo reale. Non lo sai e non ti fidi. Poiché siamo avvertiti in tempo e in anticipo di quasi tutto, (a che ora ci sarà il temporale) la felice e rischiosa discontinuità della vita diventa un blocco di notizie e di dati che si possono (si devono) controllare. Entrano nella nostra vita due guardaspalle che sono la sicurezza e il controllo. Non un controllo vero su ciò che accade, ma una serie di preavvisi su ciò che potrebbe accadere. Non sono benevoli i preavvisi, e non facilitano il contatto, perché non sei mai abbastanza sicuro, e non ti devi fidare mai.
I punti di passaggio degli aeroporti internazionali sono diventati il simbolo del nostro tempo e del nostro mondo. Macchine scrutano ogni dettaglio di un corpo e realizzano “la trasparenza” che viene tanto invocata in politica. Manca l’aggancio con i pensieri. Ma potrebbe avvenire in ogni momento e ci sembrerà una notizia ovvia. Comunque ciò che avviene ai diffidenti confini dei Paesi del mondo è già un anticipo. Da una parte si troveranno tra poco (sempre di più dopo ogni nuovo grave shock di paure e terrore) metodi sempre migliori per collegare ciò che si vede con ciò che si teme. Dall’altra, nel mondo dei robot e dell’intelligenza artificiale in arrivo, nessuno resterà più il titolare esclusivo di se stesso. Tutto dunque è predisposto per cauterizzare gli affetti, fare in modo che le emozioni e i sentimenti non abbiano più alcun ruolo. Due conseguenze: il comportamento dei cittadini, che non apprezzano cause e ragioni ideali. E il mutamento della immagine del leader. Non importa che sia arido, conta che sia deciso a tutelare la sicurezza. Naturalmente mi riferisco alla sicurezza nei confronti dei migranti e al pericolo che fatalmente portano con sé o come terroristi o come ladri di lavoro o come potenziali malati, naturalmente infettivi. E a una leadership adatta a confrontarsi con questo problema. Mi rendo conto di avere descritto un paesaggio nazionale incredibilmente modesto. Ma lo è. Il Paese è privo di politica estera, e non immagina di darsi alcuna regola di condotta nei confronti dei luoghi e problemi del mondo, che non sia di convenienza o di subordinazione. Circola simpatia per Putin perché ha forza, potere, danaro, nessun ideale o scrupolo, è in grado di liberarci da un ostacolo senza discorsi inutili, porta energia e accetta prodotti. Aumenta la simpatia per Trump, perché chiude i confini senza preavviso e senza riguardo alla vita degli altri. Basta che dichiari la ragione: sicurezza. E la simpatia per Trump rimane e tende a crescere persino se Trump sta minacciando dazi durissimi alla Vespa e ai formaggi italiani. Infatti non dispiace quel suo “America First” che può essere tradotto dovunque “prima noi”, e ti conferma che ci sono una immensità di ragioni per diffidare. Chi resta fuori dall’America (o da ciascuno dei nostri Paesi) resta fuori anche se è il prossimo Premio Nobel. La sicurezza non guarda in faccia a nessuno. Obama è stato l’ultimo presidente portatore di ideali, valori, diritti. Si sono trovati molti modi diversi per screditarlo senza dire le vere ragioni: era nero, non ha fatto guerre e ci voleva costringere a un minimo di fraternità con gli esclusi del mondo. Era un lusso da élite e da establishment. Adesso è necessaria, ti dicono, una politica senza ideali e senza orizzonti. Papa Bergoglio è un ingombro. È chiaro e tenace. Ma è come la confessione per tanti cattolici. Ti senti prosciolto, sollevato, e ricominci subito da capo.
Non c’è una regola di condotta italiana verso l’Europa, di cui siamo membri fondatori, che non sia di discussione, anche aspra, sul costo del biglietto, bravi a chiedere lo sconto, ma non a fornire idee o visioni. E così Francia e Austria ci hanno chiuso le frontiere e noi accettiamo, alla cieca, di aiutarli prestando anche la nostra polizia (ci credereste? Pattuglie miste di agenti italiani e francesi per impedire il passaggio in Francia e aumentare il tappo italiano). Come soluzione ai nostri problemi, ci è venuto in mente di essere disposti a tutto in Libia. Dunque abbiamo assoldato tutte le bande armate che vagano in cerca di preda nel deserto libico, per farne la guardia (con le modalità che vorranno) alla nostra sicurezza. In questo modo pensiamo di avere risposto alle richieste della nuova leadership.
Articolo intero su Il Fatto Quotidiano del 09/04/2017.

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