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giovedì 5 aprile 2018

Fonte: Punto Informatico giovedì 29 marzo 2018 di Alfonso Maruccia

Fonte: Punto Informatico giovedì 29 marzo 2018 di Alfonso Maruccia

Dopo la scoperta dell'abuso dei dati del social network per la campagna elettorale di Trump, Facebook deve ora fare i conti con il crollo in borsa, le polemiche, le cause legali e la FTC che alita sul collo di Zuckerberg
Roma - Può una piccola società di analisi britannica come Cambridge Analytica (CA) affossare un colosso come Facebook, social network con un giro di affari annuale di oltre 70 miliardi di dollari e più di 2 miliardi di utenti attivi al mese? Per ora, lo scandalo alimentato dall'accesso non autorizzato a 50 milioni di account da parte di CA sta facendo passare un brutto quarto d'ora alla creatura di Mark Zuckerberg e soci, e nel prossimo futuro le cose non potranno far altro che peggiorare.

In molti si sono detti "arrabbiati" per la scoperta della reale natura del business di Facebook, vale a dire la vendita dei dati degli utenti a soggetti di terze parti e ai network pubblicitari: Lauren Price, un utente del Maryland, sostiene di aver sperimentato in prima persona la campagna di advertising a tema politico scaturita dal lavorìo di CA con il team di Donald Trump nel 2016, e ora vuole fare causa al social network. Un'altra iniziativa legale la sta portando avanti Fan Yuan, azionista di Facebook che si considera frodato per le comunicazioni non veritiere che stanno ora portando al calo del titolo in borsa.

Le performance azionarie di Facebook non possono che essere descritte come un vero e proprio tracollo, visto che negli ultimi 10 giorni il titolo ha perso qualcosa come 100 miliardi di dollari di valore. E se gli utenti o gli azionisti sono arrabbiati le aziende che fanno pubblicità non hanno reagito meglio, con Mozilla che ha comunicato la "sospensione" delle sue campagne pubblicitarie seguita dal rivenditore di ricambi per auto Pep Boys, il colosso bancario tedesco Commerzbank e altri ancora.
In rete è nato il movimento #DeleteFacebook per invogliare utenti e aziende a cancellare la propria presenza sul social network in disgrazia, un'iniziativa appoggiata dal co-fondatore di WhatsApp Brian Acton che tra l'altro ha portato persino Elon Musk a eliminare le pagine di SpaceX e Tesla. Musk ha cancellato milioni di "follower" e commenti accumulati nel tempo senza battere ciglio.

La maggioranza degli utenti - soprattutto negli USA - non si fida più di Facebook, mentre Facebook spende somme considerevoli dispensando messaggi pubblicitari in cui Zuckerberg chiede scusa e promette di fare il bravo in futuro. Un futuro che potrebbe però riservargli un'autentica mazzata economica, visto che la Federal Trade Commission (FTC) statunitense ha confermato l'apertura di un'indagine nella possibile violazione dell'accordo stretto tra le due entità nel 2011. Un'eventuale multa potrebbe valere miliardi di dollari, e non si parla certo di soldi virtuali.

E mentre Zuckerberg chiede scusa per lo scandalo CA, un altro potenziale guaio Facebook lo sperimenta con la scoperta, da parte degli utenti, delle abitudini di tracciamento della corporation sui telefonini Android: provando a cancellarsi dal social network, qualcuno si è trovato davanti a un archivio con l'elenco particolareggiato delle chiamate e dei messaggi testuali scambiati negli anni. È una funzionalità attiva solo con il consenso "informato" del cliente e che serve a migliorare l'esperienza utente, si sono giustificati da Facebook.

Alfonso Maruccia

martedì 20 marzo 2018

Alexander Nix, chi è il numero uno di Cambridge Analytica che schedava gli americani

Fonte: Il Fatto Quotidiano Tecno | 20 marzo 2018 
“Il suo nome era Cerutti Gino ma lo chiamavan drago, gli amici al bar del Giambellino dicevan che era un mago…” cantava Giorgio Gaber.
Anche al protagonista di questa storia sono stati attribuiti poteri straordinari, doti miracolose, attitudini stregate. Chi lo intervistava per commentare il successo elettorale di Trump sembrava abbagliato dal suo misterioso carisma e, a cercare in Rete qualche traccia di quel momento, non si fatica a trovare elogi e celebrazioni. Chi si è sperticato in quelle lodi – tipiche di chi si genuflette dinanzi ai potenti e ai suoi scudieri – ha dato prova di non conoscere il personaggio in questione o di essersi limitato ad una superficiale pratica adulatoria, senza approfondire il vero profilo del tizio prima di osannarlo. Ma il mondo è questo e il plauso troppo spesso è riservato a chi ottiene risultati a prescindere della correttezza o della liceità del suo operato.
Il nostro “Cerutti Gino” si chiama Alexander James Ashburner Nix. Nato il 1° maggio 1975 e cresciuto a Londra nei dintorni di Notting Hill, ha studiato all’Eton College e alla Machester University.
Appena laureato in Storia dell’Arte lavora per qualche mese come junior financial analyst negli uffici di Città del Messico di Baring Securities, poi torna per un paio d’anni in Inghilterra ad occuparsi di pubblicità, quindi si trasferisce in Argentina per vendere soluzioni tecnologiche di supporto al business. Nel 2000, nuovamente a Londra, per un po’ si dedica alla finanza aziendale, assume il ruolo di direttore strategico di Athena Trust e infine approda agli Strategic Communication Laboratories (l’SCL Group che lavora per la difesa e altre realtà governative) e lì nel 2013 diventa responsabile della loro affiliata britannica Cambridge Analytica.
Progressivamente trasborda la sua esperienza dal settore dei comportamenti umani al più avvincente (e redditizio) contesto dello “psychological warfare”: le sue conoscenze della personalità della popolazione abbinate a strumenti tecnologici con elevata capacità di memorizzazione e di calcolo danno forma ad un vero e proprio centro di potere in grado di condizionare qualsiasi scelta di una platea sterminata di elettori o consumatori.
Suelette Dreyfus, assistente universitaria alla School of Computing and Information Systems dell’ateneo di Melbourne, l’anno scorso diceva che l’arma dei “big data” messa a disposizione dall’industria di settore avrebbe aiutato i politici a mentire meglio, sottolineando la straordinaria possibilità di personalizzare la manipolazione dell’informazione. Il signor Nix non ha mai accettato simili addebiti, dichiarandosi banalmente un fornitore di servizi interessato soltanto a offrire il meglio alla propria clientela. Il cosiddetto “microtargeting”, ossia il prendere di mira non un pubblico indiscriminato ma zoomare sul singolo individuo, è semplicemente il suo punto di forza.
Stephanie Wood, giornalista di The Canberra Times, ha studiato Nix scandagliandone il passato e impegnandosi a luglio scorso in una intervista che l’ha fatta trovare dinanzi a una sorta di muro di gomma. Il numero uno di Cambridge Analytica si è trincerato dietro la sorprendente barricata della difesa della propria privacy, proprio lui che quella degli altri profana costantemente.
Stephanie, tornando in taxi alla redazione, tira fuori lo smartphone dalla tasca e accede a Facebook: vuole vedere se l’impenetrabile Alexander Nix ha un profilo. Naturalmente non ce n’è traccia. Comincia a scorrere i post presenti sullo schermo sulla sua pagina iniziale del social network e si accorge che qualcuno ha appena pubblicato un link ad un quiz che dovrebbe rilevare i segreti della personalità. Dato che non crede alle combinazioni, sorride e clicca sull’opzione che permette di escludere in futuro contenuti di quel genere.
Purtroppo quel tipo di passatempo, apparentemente innocuo, è stato lo strumento per radiografare milioni e milioni di utenti che – incuriositi dall’opportunità di scoprire qualcosa di nuovo riferito alle proprie caratteristiche, passioni, tendenze – non hanno capito di essersi confessati con l’interlocutore sbagliato.
In occasione delle elezioni per la Presidenza statunitense la banda di Nix ha schedato 220 milioni di americani. Non pensiamo alla solita raccolta di nomi, luoghi e date di nascita, indirizzi urbani o di posta elettronica: ogni persona è archiviata con una sorta di cartellino digitale che – se completo – contiene 5000 data-points (quelli che un tempo gli informatici chiamavano “campi” e che corrispondono in pratica alle singole voci di un qualunque modulo di compilazione quotidiana).
Probabilmente – e sarà una brutta giornata quella in cui scopriremo l’inutilità di tale avverbio – è capitato qualcosa di analogo anche in altre circostanze e in altri ambiti geografici, a dispetto di qualsivoglia regola o legge in materia di riservatezza dei dati.
Quel che maggiormente impressiona è il silenzio di chi dalle nostre parti è incaricato di tutelare la privacy dei cittadini. Sembra che il caso Facebook/Cambridge Analytica sia accaduto su un altro pianeta, forse in un’altra galassia.
Nel frattempo la stampa coraggiosa, approfittando della lentezza (o dell’inerzia) delle istituzioni, procede ad una sorta di rastrellamento. La guerra dell’informazione è fatta anche di reporter dissimulati (è il caso dei giornalisti del britannico Channel 4 News) che sono riusciti a farsi raccontare cose incredibili da dirigenti di Cambridge Analytica (che mai avrebbero immaginato di perire della stessa loro spada). E’ così saltato fuori che il personale di Nix non andava tanto per il sottile non disdegnando di ricorrere alle più bieche tecniche per aiutare i propri committenti, dall’incastrare candidati politici rivali con fasulli tentativi di corruzione al far cadere in trappola chi non resisteva alla seduzione di procaci prostitute.
Facebook è precipitata sul mercato azionario e si ritrova a dover gestire il fin troppo ovvio terremoto interno determinato dalla caccia ai responsabili della vicenda (le dimissioni del capo della sicurezza Alex Stamos sono solo il primo scossone), Cambridge Analityca sembra prossima a veder perquisita la propria sede, e il meglio pare debba ancora arrivare.
Però chi non ricorda qualcosa della propria vita, anche qualche dettaglio insignificante, sa a chi può chiederlo…
Tecno | 20 marzo 2018

domenica 25 febbraio 2018

Facebook e la (dura) legge europea

Fonte: Punto Informatico di Alfonso Maruccia
 Roma - Se oltreoceano i pentiti del social network pensano a iniziative in grado di liberare i giovani dal disturbo ossessivo-compulsivo degli aggiornamenti di stato e delle chat tra "amici", in Europa le autorità pensano piuttosto a condannare il più esteso business della socialità telematica per il mancato rispetto della privacy e delle leggi locali.

È successo ad esempio in Germania, dove la settimana scorsa una corte ha dato ragione all'associazione dei consumatori Verbraucherzentrale Bundesverband (vzbv) nella sua contesa legale contro Facebook. Motivo del contendere: il mancato consenso dell'utente sulle pratiche di raccolta dei dati.

Per vzbv - e quindi per il giudice che ha dato ragione all'associazione - Facebook non ha fatto abbastanza per informare gli utenti in merito alle opzioni sulla privacy abilitate di default nella app mobile ufficiale, potendo ad esempio tracciare la location dell'utente (comunicandola all'interlocutore nelle chat) senza prima chiedere il consenso informato all'operazione.
Ancora più dura è stata poi la sanzione decisa dalla Corte di Bruxelles, in Belgio, in merito a un caso promosso dalla Commissione sulla privacy del paese: Facebook ha raccolto i dati degli utenti e li ha tracciati (tramite pixel invisibili) in maniera illegale, e ora la corporation statunitense dovrà cancellare tutti i dati sulle abitudini di navigazione dei cittadini belgi.

L'alternativa, per il social network, è vedersi comminata una multa da €250.000 al giorno fino a un massimo di €100 milioni. Inutile dirlo, la sentenza è stata accolta con "disappunto" da Facebook mentre il Segretario di Stato Philippe De Backer ha salutato la decisione dei giudici come "una vittoria per la privacy" senza se e senza ma.

Alfonso Maruccia

lunedì 12 febbraio 2018

Social network, il grande reflusso

Fonte: Punto Informatico di Alfonso Maruccia

Roma - Si è aperta la stagione della caccia ai social network, una tecnologia che a dire di chi ha contribuito a crearla rappresenta oramai un rischio per l'umanità più che uno strumento utile a socializzare in rete. Dall'interno, il padrone di Facebook pensa piuttosto a restituire un senso di "genuinità" all'esperienza.

Mark Zuckerberg ha annunciato da tempo che il social network in blu deve cambiare, e ora il fondatore di Facebook ha ammesso che i cambiamenti radicali agli algoritmi di selezione per il feed delle notizie (focalizzato sui post di parenti e amici piuttosto che su tutto il resto) hanno spinto gli utenti a passare 50 milioni di ore in meno ogni giorno sul portale.

L'obiettivo di Zuckerberg è naturalmente quello di migliorare le interazioni del suo social, ma dall'esterno c'è chi si limita a squalificare l'intero concetto di social networking come malsano, pericoloso e deleterio per l'umanità e soprattutto per i più piccoli.
E da tempo ormai che gli "insider" hanno preso a sparare sul mondo che hanno contribuito a creare, con personalità come Sean Parker (già presidente di Facebook) impegnate a denunciare i danni al cervello provocato dai meccanismi di cattura dell'attenzione insiti nelle reti sociali. Anche Chamath Palihapitiya, già vice-presidente di Facebook, ha sparato ad alzo zero sul servizio parlando di "strumenti che stanno facendo a pezzi il tessuto sociale del modo in cui funziona la nostra società."

I pentiti del social networking ossessivo compulsivo si sono ora coalizzati nel Center for Humane Technology, organizzazione che ha la missione dichiarata di "creare consapevolezza culturale" in merito ai gravi rischi di Facebook, YouTube e compagnia. Le grandi corporation dell'IT hanno scelto di danneggiare in maniera deliberata la psiche dei loro utenti, dicono i membri dell'organizzazione, e per contrastare il fenomeno intendono favorire studi sulla dipendenza dei più giovani dalle tecnologie, fornire risorse ai genitori per razionare l'uso dei gadget mobile dei figli e altro ancora.

Alfonso Maruccia

lunedì 13 novembre 2017

L'ex-presidente di Facebook: i social fanno male al cervello

Punto Informatico
di Alfonso Maruccia

Roma - Non bastavano le polemiche sulle fake news, l'advertising comprato dai servizi segreti russi e le accuse di monopolio nei servizi di rete; ora Facebook deve fare i conti anche con le reprimende di chi, per aver investito i primi soldi nel futuro colosso dei social network, è diventato miliardario e ora accusa: "Facebook ci sta friggendo il cervello, e sta facendo del male soprattutto agli utenti in giovane età".

Le nuove accuse contro Facebook arrivano infatti da Sean Parker, presidente originario della corporation, miliardario e cofondatore del primo network di file sharing della storia (Napster) che in un evento organizzato a Philadelphia parla degli inizi dell'impresa di Zuckerberg e soci. Un'impresa progettata per imbrigliare la mente dei suoi utilizzatori.

Facebook è stato pensato fin dall'inizio per consumare quanto più tempo e attenzione cosciente degli utenti, rivela Parker, sfruttando "una vulnerabilità nella psicologia umana" per creare un "social-validation feedback loop" capace di raggiungere lo scopo indipendentemente dalla forza di volontà dei partecipanti al network.
Arrivato alle dimensioni attuali, dice ancora Parker, Facebook ha la capacità di "cambiare letteralmente la relazione con la società, la relazione di ciascuno con l'altro", e soprattutto di modificare in chissà quali modi - molti evidentemente negativi - "la mente dei nostri bambini."

Dopo aver guadagnato più di due miliardi con il social network, Parker dice ora di essere diventato un "obiettore coscienzioso" e di essere piuttosto interessato alla ricerca sul cancro o altre attività filantropiche del genere.

Di certo la posizione critica di Parker rispetto al social networking - e a Facebook in particolare - non è isolata, nell'ambito della Silicon Valley e della società civile americana; altri pezzi da novanta e dipendenti del Facebook delle origini dicono ora di sentirsi "colpevoli" per tutto il male che la corporation ha portato, sta portando e porterà alle relazioni sociali lontano dallo schermo.

Vista dall'interno di Facebook, invece, la soluzione contro i danni della "socialità" virtuale sembra essere un coinvolgimento sempre maggiore dell'azienda nelle esigenze concrete delle comunità. La nuova iniziativa in tal senso si chiama Community Boost, e vuole fornire le competenze digitali necessarie a "tirare fuori il meglio da Internet" a persone in cerca di lavoro, piccole imprese e startup. Il servizio sarà disponibile nel 2018 per 30 città americane.

Alfonso Maruccia

mercoledì 25 febbraio 2015

Un po'

Fonte: il contropelo di radio capital (alias massimo rocca)
Qualche giorno fa sul New York Times è stato lanciato un allarme. La democrazia dal 2006 sta arretrando. La democrazia cui ci si riferisce è la versione ufficiale e corrente, quella della fine della storia di Francis Fukuyama. Un mix perfetto di liberismo e liberalesimo, oltre il quale non vi sarebbero evoluzioni possibili. Come parametro bisogna pensare alla Russia che sarebbe stata più democratica ai tempi di Eltsin che in quelli di Putin. E proprio la Russia, e la Turchia con il ritorno fondamentalista di Erdogan sarebbero tra i casi che hanno provocato questa inversione di tendenza. Noi occidentali ovviamente la Storia l’abbiamo finita e quindi quello che stiamo facendo alla Grecia sicuramente non starà peggiorando le classifiche . Ma pensate un po’ alle ciniche parole di Antonio Polito sul Corriere. Dopo essersi compiaciuto dei fallimenti degli scioperi indetti dalla Fiom ammette che il governo italiano ha uno stile democraticamente sbrigativo ma chiude con nonchalance “di questi tempi perfino i suoi elettori sembrano disposti a scambiare un po’ di benessere in più con un po’ di democrazia parlamentare in meno.” Ah, ecco.
Fonte: Facebook dimissioni e tutti a casa


p.s.
conoscete la legge di murphy? Bene...... mi pare renda benissimo il quadro della situazione dove ogni tizio che si avventura che era nelle stanzze dei bottoni non intende minimamente salvare la barca ma solo evitare, quando s'incaglierà, che quando fa l'inchino i propri sostenitori non si bagnino..

martedì 18 novembre 2014

Senza tetto nè legge

Fonte: la pagina Facebook del "Contropelo di Radiocapital" alias Massimo Rocca
Una notizia dall’ America mi riporta nelle nostre periferie, anzi davanti al portone di casa mia. La notizia è che un bambino americano su 30 è un senza tetto. Sono due milioni e mezzo, più o meno quanti i profughi dalla Siria. Profughi da tutto un altro genere di guerra, a differenza di quelle mediorientali con un ben preciso vincitore. Per chi si è goduto in tv The wire, o la seconda serie di The killing, non è certo una scoperta la condizione dei bambini che vivono negli scantinati, nelle case diroccate, nelle macchine o sotto i ponti, esposti ad ogni genere di predatori, o predatori essi stessi. E’ questo il destino che vogliamo infliggere ai minori di Tor sapienza, o delle decine di analoghe situazioni? Perchè il bambino rom rumeno, più o meno sei anni, uguale a quello di ladri di biciclette o a quello con le mani alzate, il soldato tedesco alle spalle, del ghetto di Varsavia che, forse, mia moglie è riuscita a spostare dal supermercato sotto a casa a scuola, e che campa da qualche parte lungo la Tiburtina, l’acqua presa con le taniche e scaldata con il camping gaz, mangiando le merendine che gli regalano ai bar è un essere umano, e solo la pelle sottile della nostra accoglienza lo separa dal destino dei piccoli senza tetto americani
p.s.
come sono lontani i giorni della liberazione e della rinascita di un paese piegato dal fascismo e dall'occupazione nazista, suo sodale, dello stivale dopo l'8 settembre.. come son lontani i giorni della solidarietà e della volontà di guardare al futuro a tutti i costi per mettersi alle spalle le brutture del regime e della guerra. Non è un caso che di quel capitolo oggi non se ne paela più, anzi a quanto si apprende "bisogna ridurre la presenza della resistenza nella memoria", dopo aver ridotto tutto il resto a una semplificazione molto pericolosa facendo passare, larvatamente, il tutto come una lotta fra bande. C'avete fatto caso o no che fa più scalpore e clamore la notizia del matrattamento di un cane che la violenza fisica (pestaggi, pedofilia, asportazioni di organi ecc.) sui cosiddetti soggetti deboli o provenienti dal terzo e quarto mondo? Quanto accaduto in giro per questo paese, di cui Tor sapienza non è che appena l'ultimo atto, ci sono persone che odiano il proprio simile per il sol fatto che ha un colore diverso della pelle o perchè, in base a leggi fatte dal "libero" Parlamento, hanno in affitto una casa che gli indigeni non hanno? Le scene viste a Tor sapienza sono un segnale, l'ennesimo, del degrado sociale in cui siamo precipitati...... più o meno con il valido aiuto del ceto politico troppo preso dal fare i propri affari per ascoltare la società sottostante.
Nell'assenza totale di uno Stato che sa solo chiedere senza dare cosa deve fare il cittadino comune delle nostre città quando si trova a dover competere con altri suoi simili senz'alcuna rete sociale? E come si pretende che i "nuovi arrivi" riospettino quelle tradizioni, leggi, ecc. quando i nativi per primi se ne fanno beffe (istigati in ciò da una scarsa preparazione civica e da una altrettanto povera, non solo di spirito, e mediocre classe politica)?
Qui prodest? I soliti noti, naturalmente..... ma quello che mi preoccupa di più è che siano i soliti "ignoti" che tirano i fili, i burattinai, a guadagnarci!

domenica 9 marzo 2014

Web e diffamazione, le leggi ci sono. Ma l’Italia punta verso Indonesia e Filippine

ricorderete il post in cui parlavo di censure, si quel post "antico" che mi pareva attuale? Si quello nel quale avevo "dimenticato" di mettere la parola giusta ma conunque dimostrava una certa attualitò, vero? Lo ricordate?Era preso da Punto informatico...
il titolo era: Speciale/ Italia, ufficiale la censura su Internet.
Bene.. se mai ci fossero dubbi.. ecco cosa scrive sul Fatto Quotidiano (il 9 marzo 2014)
Una gara su chi meglio padroneggia i segreti del sesso orale. E’ la notte del 6 febbraio e i profili di Alessandra Moretti, Pd, e Paola Taverna, M5S, infiammano Twitter con un lungo botta e risposta degno di una chat porno. Gli account sono stati hackerati e al mattino entrambe sporgono denuncia, ma la deputata Pd va oltre e annuncia: bisogna regolamentare “quella terra di nessuno che sono i social. Sono la promotrice di una proposta di legge sull’hate speech (incitazione all’odio) in rete”. Per punire le violazioni – spiegano i giuristi – bastano le norme esistenti, ma da anni i politici chiedono e presentano disegni di legge ad hoc. Un anelito all’iper-regolamentazione che allontana l’Italia dai grandi paesi occidentali, nei quali ai reati commessi sul web vengono semplicemente applicati i codici penali, e che è proprio delle democrazie meno mature: senza considerare realtà come Russia e Cina in cui la censura è sistema, leggi speciali sono in vigore in paesi come l’Indonesia e le Filippine. “Ma la cosa da terzo mondo – spiega Giovanni Maria Riccio, docente di Diritto comparato ed europeo della comunicazione all’università di Salerno – è che i politici italiani invocano queste norme ogni volta che uno di loro si sente sbeffeggiato su un social network o un blog. Chiedono cioè delle leggi ad personam”.
UN CORO BIPARTISAN 
La moda è esplosa negli mesi. Il 14 aprile 2013 Laura Boldrini scopre sul profilo Facebook di un giornalista di Latina un fotomontaggio in cui compare nuda. Il 3 maggio, in un’intervista a Repubblica, il presidente della Camera chiedeva misure per “il controllo del web”: servono “decisioni misurate, sensate, efficaci (..). La politica deve agire”. Una richiesta che meritava il plauso del collega al Senato, Piero Grasso: “Le leggi che proteggono dal web… beh, quelle le dobbiamo assolutamente ideare. Ma è un discorso che facevo già da Procuratore Nazionale Antimafia”. Due mesi dopo è il turno del Pdl. Il 3 luglio Mara Carfagna denuncia le minacce ricevute su Facebook (“Ti verremo a prendere a casa”). Occorre “regolamentare il comportamento da tenere in rete”, tuona Maria Stella Gelmini. Nel 2012 era stato addirittura un ministro della Giustizia a chiedere norme ad hoc: ”Occorre regolamentare i blog – spiegava il 26 aprile Paola Severino – questo mondo va regolamentato altrimenti si finisce nell’arbitrio”. Un’allergia che, dal 2° governo Prodi al governo Letta, si è tradotta in una lunga serie di ddl presentati in Parlamento.  
SCORZA: “LE LEGGI ESISTONO GIA’” 
“Eppure gli strumenti per punire gli illeciti commessi sul web, dalla diffamazione all’istigazione a delinquere, sono tutti già previsti nell’ordinamento – spiega Guido Scorza, avvocato, blogger del Fatto e docente di Ricerca in Informatica Giuridica e Diritto delle nuove Tecnologie – tutto ciò che è reato per la stampa, è reato anche su internet. La diffamazione, ad esempio, è regolata dalla legge sulla stampa 47/48 e tutte le fattispecie che riguardano il web sono comprese nella formula ‘… o con qualsiasi altro mezzo di pubblicità’ del comma terzo dell’articolo 595 del Codice Penale”, che prevede la reclusione da 6 mesi a 3 anni. “Tutti gli altri illeciti che possono essere commessi tramite i media sono previsti dal codice penale”. E il caso del post di Beppe Grillo su Facebook: “Cosa succederebbe se ti trovassi la Boldrini in macchina?” che aveva scatenato una marea di commenti a sfondo sessuale? “Grillo è perfettamente identificabile: se si ritiene che la sua condotta configuri reato, lo si può processare”. 
“IL DDL MORETTI? NORME GIA’ PREVISTE” 
Anche molte disposizioni contenute nel ddl Moretti sono già nell’ordinamento. “Il testo prevede maggior tutele per i minori – continua Riccio – già previste dal Codice della Privacy; contempla l’aggiornamento e l’integrazione dei dati personali pubblicati su internet, anche questi diritti già riconosciuti dal diritto all’oblio garantito dallo stesso Codice”. Il testo, poi, modifica la disciplina sulla diffamazione e crea una disparità di trattamento: “Qualora la diffamazione sia commessa a mezzo di una testata telematica registrata – scrive Francesco Paolo Micozzi, avvocato esperto di diritto dell’informatica, su Leggioggi.it – si prevede la sanzione della multa da € 2.000 a € 10.000; nel caso di diffamazione commessa, invece, a mezzo blog la pena è quella della multa da € 1.000 a euro 7.000 aumentata della metà ai sensi del “nuovo” ultimo comma dell’art. 595 ossia da € 1.500 a € 10.500″. Resta poi da capire che senso abbia presentare nuove modifiche al reato di diffamazione proprio mentre il Parlamento ne sta approvando la riforma: il 17 ottobre 2013 la Camera ha detto sì a un ddl che esclude il carcere per i giornalisti, sostituito da multe fino a 60 mila euro, e ora il testo è al Senato.   
SE SI APPLICA LA LEGGE, LE PENE ARRIVANO 
E’ accaduto a Dolores Valandro, la consigliera comunale della Lega a Padova denunciata per istigazione ad atti sessuali compiuti per motivi razziali per aver scritto su Facebook “Mai nessuno che se la stupri” riferendosi al ministro dell’Integrazione Cécile Kyenge: il 17 luglio 2013 è stata condannata per direttissima a 13 mesi di carcere e 13mila euro di multa. A volte l’applicazione delle norme può causare timori sul futuro della libertà in rete. Con una sentenza 31 dicembre 2012 il Tribunale di Livorno ha condannato per diffamazione aggravata una 27enne che, licenziata dal centro estetico dov’era impiegata, aveva offeso più volte il suo ex datore di lavoro su Facebook.  Il giudice ha richiamato l’articolo 595, terzo comma del codice penale, in cui il reato è punito più severamente quando l’offesa è recata a mezzo stampa o attraverso “qualsiasi altro mezzo di pubblicità”. Per il giudice, Facebook è una piazza virtuale dalla “diffusione incontrollata”. 
COSA ACCADE ALL’ESTERO: REGNO UNITO
“Nei paesi occidentali non esiste una legislazione speciale – spiega Giampiero Giacomello, docente dell’università di Bologna e relatore italiano del report Freedom on the Net 2013 - prendiamo la Gran Bretagna: lì esistono severe leggi antiterrorismo che vengono applicate in casi molto rari e seri. Se qualcuno chiedesse di usarle per punire a chi sbeffeggia i politici sul web, gli inglesi si solleverebbero”. Così bastano le leggi ordinarie. Il 24 gennaio 2 ventenni che avevano minacciato di “stupro” una femminista su Twitter sono stati condannati a 12 e 8 settimane di carcere in base al Public Order Act del 1986 e all’Offences Against The Person Actdel 1881. Nel 2012 Liam Stacey, 21 anni, trovò divertente deridere Patrice Muamba, calciatore di colore del Bolton collassato in campo per un attacco di cuore: “Che risate, Muamba! E’ morto!”, scrisse su Twitter. Venne condannato a 2 mesi per incitazione all’odio razziale sotto il Public Order Act 1986 . Nel 2011 era toccato a 2 ventenni che avevano usato Facebook per incitare ai disordini sociali: furono condannati a 4 anni per istigazione a delinquere in base al Serious Crime Act 2007. Era il 6° caso in pochi anni.  
GERMANIA, SI APPLICA IL CODICE PENALE 
In Germania la diffamazione è punita duramente sia dallo Strafgesetzbuch (il codice penale), sia dalle leggi sulla stampa dei vari Lander, con pene che vanno dai 3 mesi ai 2 anni. Si arriva a 5 anni se si danneggia ingiustamente una persona impegnata nella vita politica. Ovviamente le regole sono valide anche sul web. Lo stesso vale per gli altri tipi di reati. Nel 2012 un 18enne incitò su Facebook al linciaggio di un 17enne accusato dell’omicidio di una bambina di 11 anni, Lena, a Emden. In seguito all’appello una folla si presentò con bruttissime intenzioni alla stazione di polizia in cui il sospettato veniva interrogato. Il linciaggio non avvenne, ma l’istigatore fu condannato a 2 settimane di carcere: i giudici tennero conto dell’età, ma per il reato il codice tedesco prevede pene fino a 5 anni. 
FRANCIA, SU FACEBOOK NON C’E’ DIFFAMAZIONE 
Anche in Francia niente leggi speciali, ma nel 2013 il sistema giudiziario ha prodotto due importanti sentenze sulla libertà nei social. Il 10 aprile la Corte di Cassazione ha stabilito che Facebook non è un luogo pubblico come la tv, la radio o un giornale e chi posta opinioni e commenti in bacheca non può essere condannato per diffamazione. Per la Corte, che doveva giudicare il caso di una donna che aveva scritto di voler assistere allo “sterminio di tutte le direttrici come la sua”, la dipendente non può essere accusata di aver ingiuriato il datore di lavoro in pubblico:  la bacheca di FB sarebbe un luogo privato cui solo gli “amici” possono avere accesso. A giugno, poi, il Tribunal de grande instance di Parigi aveva obbligato Twitter a fornire alle autorità i dati degli autori di alcuni tweet antisemiti pubblicati nel 2012: la legge francese proibisce la discriminazione basata su principi religiosi e razziali.  
USA, LA COSTITUZIONE TUTELA ANCHE I “LIKE“
Negli Usa la libertà di parola è garantita dal Primo Emendamento e non esistono reati federali a mezzo stampa che comportino il carcere, previsti invece in 17 Stati. Una tutela costituzionale estesa ora anche ai blog. Lo ha stabilito il 18 gennaio la Corte d’Appello: nelle cause per diffamazione i blogger devono essere considerati alla stregua dei giornalisti e non possono essere condannati se danno notizie di interesse pubblico e svolgono il loro lavoro con accuratezza. Il First Emendament protegge anche i “like” su Facebook: lo ha deciso il 18 settembre 2013 la Corte d’Appello del 4° Circuito (in Italia, invece, un uomo di Parma è stato rinviato a giudizio per un “mi piace” ad un commento giudicato diffamatorio e rischia 3 anni). Gli altri reati? Il 14 febbraio 2013, in un’America ancora con i nervi a fior di pelle per l’eccidio di 20 bambini nella scuola Sandy Hook di Newtown, Justin Carter, 19enne texano, scrisse su Facebook: “Ora vado a fare una strage in una scuola piena di bambini, li uccido tutti e divoro i loro cuori ancora pulsanti”. In poche ore il ragazzo è finito in carcere per aver violato l’articolo 22 del Codice penale del Texas: “Minacce terroristiche”. E rischia 10 anni. 
INDONESIA, LA LEGGE AD HOC: PENE PIU’ ASPRE PER IL WEB 
Le leggi speciali per il web sono proprie di altre latitudini, geografiche e culturali. In Indonesia è in vigore la legge “11/2008 on Electronic Information and Transactions (ITE)”. L’articolo 27 prevede che “chiunque sia trovato colpevole di usare media elettronici, inclusi social network, per intimidire o diffamare rischia fino a 6 anni e una multa fino a un miliardo di rupie” (105.000 dollari). Quando per la diffamazione sui media tradizionali il codice penale prevede pene molto più basse, il che fa sì che chi è soltanto accusato di aver commesso il reato su internet possa essere sottoposto fino a 50 giorni di custodia cautelare. Secondo l’Institute for Policy Research and Advocacy, tra il 2008 e il 2013 sono state processate almeno 37 persone, mentre per il watchdog Information and Communication Technology Watch facendo leva sulla legge il governo ha filtrato e bloccato i contenuti di vari siti considerati scomodi. “Ai nostri governanti non piace l’idea di una rete libera”, ha spiegato a Human Rights Watch Leo Batubara, presidente dell’Indonesia’s Press Council. Non è un caso che la legge sia stata approvata nell’aprile 2008 con i voti dei 3 maggiori partiti del paese. 
FILIPPINE, FINO A 12 ANNI DI CARCERE
Il 12 settembre 2012 il presidente filippino Benigno Aquino III firma il Cybercrime Prevention Act,  legge nata per combattere la pirateria online che estende alla sfera digitale il reato di diffamazione già previsto dal Codice penale. Il testo innalza drasticamente le pene per chi commette il reato sul web: la pena minima aumenta di 12 volte, passando da 6 mesi a 6 anni; quella massima raddoppia da 6 a 12 anni. L’ammenda può raggiungere i 24 mila dollari e il provvedimento punisce anche i commenti giudicati offensivi sui social network e i “like” di Facebook.
p.s.
ehm, commenti?

martedì 23 ottobre 2012

ho visto cose......

questo l'ho trovato su facebook sulla pagina di "Good morning vietnam" e lo ripropongo qui, nella speranza che piaccia come é piaciuto a me:

"Io ne ho viste cose che voi umani non potreste immaginarvi:

Ho visto prostitute tolte dalla strada da uomini caritatevoli che hanno dato loro un lavoro in parlamento.


Ho visto sindacalisti rifiutare di parlare ai metalmeccanici perche' tirano bulloni voler parlare solo ai falegnami perche' tirano seghe.


Ho visto ragazze extracomunitarie dichiarare di non essere mai state minorenni nella loro vita.

Ho visto case della liberta' diventare pian piano case circondariali.


Ho visto donne di plastica sussurrare ai cavalli dei pantaloni.


Ho visto uomini senza coglioni trasformarsi in donne con le palle.


Ho visto Batman fuori forma aggirarsi per le vie di Roma in cerca di ostriche.


Ho visto resorts a 7 stelle al largo di Orione, abitati da uomini in preda a vuoti di memoria.

Ho visto movimenti a 5 stelle alle porte di Thannoiser, ignorati dai media.

Ho visto presidenti della repubblica intoccabili precettare la Magistratura.

E tante altre cose: e' tempo di cambiare
".


C R O N A U E R — con Carlo Capuzzo"

























.....già é tempo di cambiare:
  1. se é vero che i comizi di Grillo in Sicilia sono pienissimi.
  2. se é vero che il pd non sia al 25% ma al ..... 20%.
  3. se è vero che M5S sia al 19% e non al 14%.
  4. se é vero che l'implosione del PDL provocherà il crollo dell'intero costrutto venuto su negli ultimi 20anni;
  5. se é vero che, forse, la frustrazione degli italiani o meglio di quella parte che viene tartassata si decide a non  votare per i soliti noti o a seguire la propria dignità mandando a casa questo ceto politico una volta per tutte.
e si potrebbe continuare perché fra:
  1. DdL sulla corruzione che non colpisce la corruzione prescrivendo in pochi anni i reati;
  2. buchi neri nei quali si versano quintali di soldi nostri senza che se ne abbia nessun ritorno per i cittadini;
  3. questo governo sobrio e rigido quando si tratta di colpire invalidi, pensionati di guerra, giovani, lavoratori, ecc. non si fa scrupolo ... ma se si tratta di chiedere gli arretrati alla Chiesa in materia di Ici improvvisamente diventa molle come la gelatina e si oppone correndo il rischio che quei soldi dovuti dalla Chiesa .. li paghiamo noi, e a nulla serve che "ce lo chiede l'europa" perché questa frase evidentemente é valida per alcuni ma rimane lettera morta per altri;
  4. questi politici bravi a scappar con la cassa e i comuni mortali che ne pgano le conseguenze chi credete che conti davvero?
  5. fra trattative stato-mafie e collusioni politiche questo paese ha smarrito il senso di sé perdendo di vista che ci sono stati uomini che l'hanno servito, sono morti, senza che nessuno dia segnali che quel sacreificio andasse onorato e no dimenticato...
.......io ne ho viste cose che voi umani....

domenica 20 maggio 2012

La padania si stacca....

Bé che dire.. non so se é il caso di citarlo; visti i fatti di cui questo paese é oggetto: l'attentato a Brindisi e il terremoto in Emilia. Ma oggi, se volevate l'ennesimo esempio della mentalità che é presente in alcuni nostri concittadini, ne é sbucata una che definire fuori luogo é ..... un eufemismo. Stefano Venturi, leghista di Rovato, candidato alle amministrative, scrive: «terremoto nel Nord Italia... Ci scusiamo per i disagi, ma la Padania si sta staccando. (La prossima volta faremo più piano...)». La Padania si stacca? Su facebook questo signore (...) ha pensato bene di fare dell'ironia sull'argomento: si deve anche dire che non solo, poco dopo, questo padano si é dimesso ma ha anche chiesto scusa e si é dimesso, non prima di aver cancellato tutto e non prima di aver ricevuto oltre 300 commenti diciamo non "teneri". Ripeto: la padania si stacca? Ecchissenefrega!!!!!! Voglio anche capire che al di là delle proprie intenzioni ma a poche ore non é proprio il momento, o no? E se la padania affondasse? Ne sentiremmo la mancanza? Io no, e voi? Siamo oltre il livello di guardia ormai e temo questo non sarà l'ultimo "incidente", vedrete ma non si può più tollerare che si dia il via alla propria lingua senza nessuna censura o autocensura perché ormai é come una miccia accesa e il problema non é se si riesce a spegnerla o meno ma quando esploderà perché prima o poi qualcuno s'inkazzerà davvero qui e la follia eromperà i limiti, peraltro ormai labilissimi, e quello che dovrebbero essere delle rare eccezioni da ospedale psichiatrico sembrano diventate la norma e chiunque si sente in diritto di dire tutte le fesserie che gli vengono in mente a ruota libera: perché cose come queste, se unite alle tragedie cui si possono riferire, realmente possono far deflagrare tutto..... La Lega ha stigmatizzato, sia chiaro; però non si può non dimenticare "cosa" é stata in grado di fare al governo e in che modo così come in questi 20 anni cosa son stati capaci di dire e quale cancro hanno fatto crescere nella società: é il momento di dire basta.... mi scuso se sono poco chiaro ma sono nauseato al punto da fare fatica a parlarne...




giovedì 22 ottobre 2009

Irap; abruzzi; qualcos'altro? si facebook.....

Nel forsennato negare che un certo livello di tasse significa un certo livello di servizi, il Nostro ha tirato un bel coniglio dal cappello: il taglio dell'Irap fino alla sua eliminazione; connessi ci saranno anche altri tagli pr "incentivare" le imprese. C'è un ma: l'Irap, circa 40 miliardi di euro, serve alla Regioni per finanziare soprattutto la Sanità; come si fa senza? Lo stesso discorso valse anche per l'ICI (con i quali i comuni fiannziavano il sociale) Si costringerebbe le Regioni a taglia re la Sanità così come la conosciamo e realizzeremmo il sogno di una Sanità "americana e privata" lanciandoci nelle mani degli squali delle assicurazioni private (mentre negli USA Obama in qualche modo cerca di riportarla nel pubblico), ossia una gioia per chi guadagna con il lavoro dipendente, vero? Immagino la gioia degli autonomi, degli artigiani e di confindustriali; meno immagino chi ha poco o nulla e che già ora se è ammalato spesso deve pagarsi le medicine, immaginiamo ora cosa accadrebbe in un paese strafottente e off shore come siamo diventati che effetto dirompente avrebbe una cosa del genere; e immaginiamo se quanto prima li immergiamo in un federalismo come lo vuole la lega; e infine, continuando a giocare con l'immaginazione, proviamo a pensarenche razza di paese diventeremo con una "riforma" siffatta, vi piace? continuate a votare per costoro (che intanto mentre ci blandiscono con queste "proposte" mettono il turbo alle leggi che davvero gli interessano come la legge di riforma degli ordini professionali, la legge sulle intercettazioni telefoniche; e altre cose di questo genere), se invece credete che questa percorso si possa fermare allora sperate che alle prossime elezioni ci sia un sussulto di orgoglio e dignità dei cittadini onesti e si mandi un bel segnale al sistema attualmente oggi presente in Parlamento votando per il male minore o per i rompiscatole, ma so già che è vano cavar sangue da una rapa.
In abruzzo accadono davvero i miracoli: le case da danneggiate e pericolanti improvvisamente diventano agibili e la gente che aveva avuto le case (con tanto di cerimonia mediatica e foto ricordo) ora viene da esse sloggiata e rimandata nelle vecchie: immagino una nuova concezione della ricostruzione che ci porterà all'avanguardia nel mondo
Facebook: c'è un sito su facebook che si chiama "uccidete Berlusconi".... ma si può essere più scemi? Questi cercano il minimo appiglio per fare cagnara e gli si da anche l'agio per mettere il bavaglio alla rete? Non è da ora che che ci stanno provando: ovunque nel mondo, sia che sia quello "libero (si fa per dire)" che in quello oppresso (dove però in massa ci sono le aziende commerciali occidentali alla ricerca di bassi salari, poche tutele, zero sindacati, ecc. alla faccia della libertà e della democrazia) fanno di tutto per mettere obblighi e controlli; da noi fin da Prodi ci hanno provato e questi gli danno l'agio di riuscirci davvero! Farei però notare che ci s'indigna per un sito demenziale e non si dice nulla per siti altrettanto violenti (proprio su facebook c'è n'è uno che inneggia alla morte di Roberto Saviano) e NESSUNO, dico NESSUNO, ha battuto ciglio): come mai? due pesi due misure come al solito? A voi la risposta...

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