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lunedì 29 marzo 2021

Perché si parla poco del costante calo del quoziente intellettivo della popolazione

 

Fonte: Il Fatto Quotidiano Paolo Ercolani Società - 28 Marzo 2021

 

Uno degli esempi più lampanti di quanto poco la nostra epoca si preoccupi dell’intelligenza è dato dall’hashish. Legalizzarlo sì, legalizzarlo no, un favore alla malavita, però lenisce le sofferenze dei malati terminali (vero), placa l’ansia (vero solo in alcuni casi). Nessuno, però, che si concentri sull’unico effetto accertato: i danni provocati al cervello, in particolare la riduzione del volume della materia grigia orbito-frontale, in molti casi con un riscontrato calo del quoziente intellettivo.

Già, il quoziente intellettivo. Al netto di tutte le critiche legittime sui criteri, e sulla pretesa di misurare un fenomeno così complesso come l’intelligenza, se ci atteniamo ai dati degli ultimi cento anni facciamo una scoperta interessante. Per larga parte del XX secolo e fino al 2009 il livello medio di intelligenza della popolazione è aumentato (fenomeno noto come “effetto Flynn”). Ciò è dovuto a vari fattori, tra cui un ambiente sociale e intellettuale più stimolante, il protrarsi e l’intensificarsi degli studi scolastici, le sfide intellettuali lanciate quotidianamente dalla società (attraverso libri, giornali, inchieste eccetera), i progressi della Scienza dell’educazione e, infine, la maggiore attenzione dei genitori nel curare il livello e la qualità dell’apprendimento dei loro figli.

Insomma, la società lavorava per l’intelligenza della popolazione. Fino alla notizia shock del 2016, a cui stranamente si dette scarsa risonanza. Un nuovo studio condotto da Richard Flynn e da un suo collega mostrò che tra il 1990 e il 2009 il Q.i. aveva cominciato lentamente ma inesorabilmente a calare. Un calo costante che, oggi, è diventato vero e proprio tracollo, se pensiamo alla percentuale di persone afflitte dal cosiddetto analfabetismo funzionale (sanno leggere, ma non capiscono il senso né sono in grado di rielaborarlo e spiegarlo). Le cause di questo tracollo sono molteplici, come sempre, ma una emerge su tutte le altre: la comparsa di nuove tecnologie digitali che, specialmente nel caso dei più giovani, rappresentano un potentissimo e pervasivo elemento di degradazione delle facoltà cognitive, emotive e relazionali.

E dire che l’uomo, fra le creature più deboli fisicamente e povere di istinti di tutto il pianeta, ha un bisogno fondamentale della propria intelligenza, perché è con essa che riesce a sopperire ai limiti di cui sopra e adattarsi alle insidie del mondo esterno. Il processo che consiste nell’immagazzinare dati, creando così la memoria, per poi elaborarli creando un ordine di senso con cui “afferrare” le cose del mondo, si chiama apprendimento. Il fatto che ogni individuo impari il processo di cui sopra in maniera funzionale e singolare, rende possibile la formazione di un pensiero “autonomo e critico”, che significa non meccanicamente generato da dogmi superiori né passivamente omologato alle “leggi” imposte da un regime.

Il guaio è che oggigiorno è l’Intelligenza Artificiale a occuparsi del processo di immagazzinamento, memoria ed elaborazione dei dati, con l’intelligenza umana ridotta a svolgere un ruolo ausiliario e sempre più ininfluente. Ecco cosa scrive a tal proposito il neurobiologo Laurent Alexandre, a pagina 73 del suo La guerra delle intelligenze. Intelligenza artificiale contro intelligenza umana, EDT, Torino 2017: “Laddove il libro favoriva una concentrazione duratura e creativa, Internet incoraggia la rapidità, il campionamento distratto di piccoli frammenti d’informazioni provenienti da fonti diverse. Un’evoluzione che ci rende più che mai dipendenti dalle macchine, assuefatti alla connessione, incapaci di procurarci un’informazione senza l’aiuto di un motore di ricerca, dotati di una memoria difettosa e alla fine più vulnerabili a manipolazioni di ogni sorta”.

Spogliati da ogni pregiudizio o istinto reazionario, bisognerebbe riflettere su tutto questo prima di aderire acriticamente alle politiche di diffusione entusiasta delle nuove tecnologie presso i ragazzi. Penso, solo a titolo di esempio, alla recente campagna “Digitali e uguali”, promossa dal gruppo editoriale Gedi, guarda caso in collaborazione con una nota impresa che vende prodotti rigorosamente online. L’iniziativa è eticamente ineccepibile (dotare di un computer ogni ragazzo nell’epoca della Didattica a distanza), ma condotta con finalità economiche più che pedagogiche. Non contesto le ragioni economiche, perché sebbene il comparto delle imprese online sia l’unico che sta facendo riscontrare profitti enormi in questa epoca di lockdown, la cosa è perfettamente legittima.

Quanto piuttosto dovrebbe allarmare l’entusiasmo acritico con cui la nostra società, con tanto di testimonial illustri (le luci della ribalta hanno un prezzo), non si preoccupi per nulla dei danni irreparabili che l’abuso di queste nuove tecnologie provoca sui giovani. Mi può stare anche bene l’idea di un computer a “testa”, ma vorrei che si spendessero energie (e finanze) anche per occuparsi della qualità di quelle “teste”, quando in realtà si spendono cifre astronomiche per potenziare l’Intelligenza Artificiale e quasi più nulla per quella umana. A farlo dovrebbe essere un mondo politico e sociale seriamente interessato alla formazione cognitiva dei propri cittadini, e non appiattita sulla logica finanziaria di chi, per tante ragioni, sembra interessato soltanto a crescere quelli che Charles Wright Mills chiamava i “docili robot”...

domenica 21 febbraio 2021

Perché è caduto Conte?

 

Fonte: Il Fatto Quotidiano

Dopo due giorni di travolgente emozione, commozione, brividi e pelle d’oca per i Grandi Discorsi di Draghi tra Senato e Camera, sobriamente celebrati dalla maggioranza politico-mediatica modello Pyongyang come il ritorno di Demostene e Cicerone fusi insieme, è finalmente chiaro ciò che il governo farà di buono e giusto (tutto) e di cattivo e sbagliato (niente). Un solo interrogativo resta inevaso: perché è caduto il governo Conte-2? Breve catalogo di opzioni.

Incapace. Conte era un premier incapace con ministri scappati di casa provenienti da partiti incompetenti ed è stato travolto dal “fallimento della politica” e dalla “crisi di sistema”? Draghi governa coi partiti incompetenti che appoggiavano Conte (più Lega, Fi ecc.) e con 9 dei suoi ministri più due tecnici (Bianchi e Colao) che operavano con lui. Poi ci sono Brunetta, Gelmini, Giorgetti&C.

Recovery Plan. Conte aveva fallito sul piano, scritto coi piedi, in perenne ritardo e con una governance accentrata fra Mef, Mise e Affari Ue tipica dei dittatori, roba da cestinare e rifare da capo? Draghi dichiara al Senato che “il precedente governo ha già svolto una grande mole di lavoro sul Programma”, “finora costruito in base a obiettivi di alto livello” che ora “dobbiamo approfondire e completare, ma “le missioni del Programma resteranno quelle enunciate nei documenti del governo uscente”. Resta da fare ciò che due mesi di crisi impedirono a Conte di fare: “rafforzarlo per gli obiettivi strategici e le riforme che li accompagnano”. E la governance? Draghi l’accentra al Mef, molto più dell’accentratore Conte.

Pandemia. Conte ha fallito sulla gestione della pandemia, con le arlecchinesche Regioni a colori, le troppe chiusure, i ritardi sui vaccini, i disastri di Speranza, Arcuri e Cts? Draghi dichiara al Senato: “Ringrazio il mio predecessore Giuseppe Conte che ha affrontato una situazione di emergenza sanitaria ed economica come mai era accaduto dall’Unità d’Italia”. Conferma Speranza, il Cts e probabilmente Arcuri. E sui vaccini – salvo che riesca a fabbricarli in proprio – attende anche lui notizie dalla Commissione europea, quella dei competenti che si son fatti fregare dalle case farmaceutiche con contratti suicidi.

Prescrizione. Conte ha fallito perché non voleva cancellare la blocca-prescrizione di Bonafede? Draghi non la nomina, la Cartabia la rinvia a data da destinarsi e gli emendamenti contrari vengono ritirati da Fi, Iv, Azione e +Europa che fino all’altroieri li ritenevano urgentissimi e decisivi.

Giustizia. Conte, presentando al Senato il suo secondo governo, annunciò “una riforma della giustizia civile, penale e tributaria, anche attraverso una drastica riduzione dei tempi”.

E si dilungò sulla lotta alla mafia. Draghi promette di “aumentare l’efficienza del sistema giudiziario civile”; di penale e di mafia non parla, se non in replica; e aggiunge che la giustizia deve rispettare “garanzie e principi costituzionali che richiedono a un tempo un processo giusto e di durata ragionevole”. Ovvietà copiate dall’art. 111 della Costituzione e dai discorsi degli ultimi 30-40 predecessori. Per sua fortuna la relazione Bonafede, su cui è caduto il Conte-2, già prevede 16 mila nuovi assunti nei tribunali con 2,8 miliardi del Recovery.

Carceri. Conte non fece nulla contro il sovraffollamento delle carceri, Draghi sermoneggia fra le standing ovation sulle “carceri, spesso sovraffollate” e su chi ci vive “esposto al rischio della paura del contagio e particolarmente colpito dalle misure contro la diffusione del virus”. Ma il rischio Covid è molto più alto fuori che dentro (in un anno 12 morti in carcere su 100mila detenuti passati per le celle, contro i 95.223 morti fuori su 60 milioni: 0,00012% contro 0,00015); e Bonafede nell’anno del Covid ha ridotto l’affollamento dai 61mila presenti a marzo ai 52.515 di oggi.

Mes. Gli incompetenti Conte e Gualtieri, per compiacere la follia dei 5S, rifiutavano i 36 miliardi del Mes? Il competentissimo Draghi manco lo cita e chi lo invocava un giorno sì e l’altro pure – FI, Iv&giornaloni – ha improvvisamente deciso che non serve più.

Ponte sullo Stretto. Vedi Mes, una prece.

Scuola. Conte ha fallito sulla scuola per colpa dell’incompetente Azzolina? Draghi nomina ministro Bianchi (già capo della task force dell’Azzolina); promette di “tornare rapidamente a un orario scolastico normale” (difficile, con l’aumento dei contagi con varianti Covid) e di “recuperare le ore di didattica in presenza perse” con le scuole aperte fino a giugno. Ma questo l’aveva già detto la Azzolina che, dopo aver garantito in piena pandemia un numero di ore in presenza superiore alla media Ue (dati Unesco), vede elogiare la Dad da lei inventata un anno fa come “notevole e rapida” nella kermesse mondiale Google Education, in corso negli Usa.

Ambiente. Conte non era abbastanza ambientalista? Draghi ha dato fondo a tutti gli slogan sul tema. Conte già nel settembre 2019 parlò di “transizione ecologica”, “riconversione energetica, fonti rinnovabili, biodiversità dei mari, dissesto idrogeologico, economia circolare” e stop alle trivelle. E disse le stesse cose che avrebbe detto Draghi 17 mesi dopo anche su fisco, pagamenti elettronici, Sud, atlantismo, europeismo, ricerca, Pa, digitalizzazione e migranti.

Quindi il giallo del premiericidio senza movente rimane irrisolto: perché è caduto il governo Conte?

sabato 13 febbraio 2021

ostaggi delle lobby...

 

un merito i partiti c'è l'hanno: gettata definitivamente la maschera hanno mostrato il vero volto del potere reale, che non è il loro,  e quanto tenga in considerazione il sistema democratico che è finito, morto. Oggi ne registriamo il decesso dopo lunghissima agonia iniziata con la caduta del Mur di Berlino e la fine dei blocchi contrapposti.

Segnali c'erano stati ma i cittadini, ebbri dalla raggiunta fine della distruzione reciproca e inebriati dalla nuova libertà acquisita, non se ne sono accorti e hanno continuato nel loro folle percorso a bordo di un treno destinato ad andare a sbattere contro un muro.

Cassandre non sono mancate:tante o poche che fossero noi sordi al loro richiamo e anche se fossero riuscite a farsi sentire le abbiamo ignorate, e questi sono i risultati: siamo passati da 'i mercati insegneranno agli italiani per chi votare' a un più brutale 'non si vota e per giunta ingoiate un banchiere di goldman sachs imposto assieme a una squadra di esponenti di tante lobby difesi da un manipolo di politici che rappresentano il peggio della partitocrazia, vecchia e nuova.

Siamo passati da una democrazia zoppa a una post-democrazia: dove i 'migliori' e i 'lobbisti' governano a loro piacimento a fronte dell'impossibilità dei cittadini di esprimersi....

Levatrici del nascituro governo sono state vari personagi ma la responsabilità maggiore è dei pentastellati che hanno pervicacemente lavorato alla sua nascita anche mettendo in conto dolorosi abbadoni e questi manipolatori sulla loro piattaforma di voto: tutto pur di farlo passare e mettergli in tessta anche il proprio di cappello: non conta il fatto che lo fanno insieme al peggior ceto dirigente della ns pur triste storia e nemmeno conta che hanno permesso il ritorno al governo di personaggi che speravamo non vedere e sentire più; ma in questo paese, si sa, al peggio non c'è mai fine.. le profetiche parole di Barber (da cittadini a consumatori), in un suo saggio, risuonano come l'epitaffio di questo paese...

lunedì 21 dicembre 2020

Brexit, da gennaio 2021 si dovrà trovare il modo di gestire il futuro dell’Europa. Con o senza accordo

 

Fonte: Il Fatto Quotidiano Zonaeuro - 20 Dicembre 2020 Loretta Napoleoni

 

Fino all’ultimo momento non sapremo cosa succede con la Brexit, ed anche dopo il 31 dicembre non c’è nessuna certezza riguardo a come si svilupperanno i rapporti tra Regno Unito ed Europa Unita. Premesso che una nazione sovrana in quanto tale può cambiare idea su tutto – è infatti un suo diritto e a riprova c’è la stessa Brexit – qualsiasi accordo stipulato oggi e che in futuro verrà reputato dannoso per il Regno Unito o per la stessa Unione Europea potrà essere invalidato. Certo bisognerà fare i conti con le conseguenze di tali decisioni, e qui Brexit docet!

È così per tutti gli accordi internazionali. La storia ci insegna che le alleanze si formano e si sciolgono nel tempo. A volte questo succede di comune accordo, altre volte anche all’insaputa del partner. Il tira e molla infinito tra Londra e Bruxelles appare motivato da risentimenti personali più che da motivi politici: la prima non vuol dare a vedere che sta cedendo di fronte alle richieste dell’altra e Bruxelles vuole dare una lezione a Boris Johnson che serva da monito per chiunque pensi di seguire il suo esempio. Il risultato è pessimo dal momento che mette a nudo meschinità e piccolezze di entrambi.

L’Unione europea, che comanda un mercato di quasi mezzo miliardo di persone, potrebbe essere più magnanima e invece si ostina a trattare una nazione di poco più di 67 milioni di abitanti come una seria minaccia. Certo nel settore dei servizi finanziari Londra è sempre stata all’avanguardia, ma se è vero che il Regno Unito può rappresentare una minaccia per il mercato unico allora la teoria che l’unione fa la forza, che un mercato di quasi 500 milioni di persone è più forte di uno di 60 milioni crolla.

L’idea che Johnson trasformi Londra nella Singapore sul Tamigi e così facendo attiri i capitali europei oltre manica e che Bruxelles non possa fare nulla per evitarlo è anch’essa poco fondata. Esistono altri paradisi fiscali al mondo, anche in Europa, si pensi a Montecarlo, e l’Unione non ha stipulato con loro accordi ad hoc, ha fatto in modo che non la disturbino. Perché Londra dovrebbe far paura e Montecarlo no?

Tralasciamo la questione della pesca – l’industria ittica contribuisce per lo 0,1 per cento al Pil britannico – che naturalmente non può da sola impedire un accordo commerciale e contriamoci invece sui danni veri, quelli già esistenti. Dopo anni di negoziazioni né il Regno Unito e né l’Unione europea hanno prodotto, se non leggi, almeno procedure da seguire per quanto riguarda i movimenti di merci e di persone dal primo gennaio del 2021. A due settimane dall’uscita dall’Ue i due partner non hanno un protocollo per l’ingresso o l’uscita dal loro territorio. Con o senza accordo a gennaio avremo il caos alle frontiere e a rimetterci, almeno nel breve periodo sarà principalmente il Regno Unito.

La Gran Bretagna invia il 43 per cento delle sue esportazioni nell’Ue; Germania, Francia e Italia inviano tutte circa il 6 per cento delle loro esportazioni nel Regno Unito. La popolazione del Regno Unito è di quasi 67 milioni; quella dell’Ue è di 447 milioni. Anche senza il Regno Unito la l’Unione Europea ha un mercato unico di dimensioni paragonabili a quello degli Stati Uniti o della Cina.

Finché l’Unione europea manterrà la sua unità, i due blocchi, sebbene entrambi sovrani, non saranno mai uguali in termini di potere. Morale: vince l’Europa. Le dimensioni dei mercati, ecco ciò che dovrebbe contare in questi negoziati e quello che sicuramente conterà dopo il 31 dicembre. Questo è il motivo per cui la Gran Bretagna ha fatto una serie di dolorose concessioni negli ultimi quattro anni, in particolare accettando uno status separato per l’Irlanda del Nord, che vedrà i controlli doganali sulle merci che attraversano il Mare d’Irlanda, dividendo di fatto il Regno Unito.

A questo punto perché continuare a discutere? Il danno è fatto, e da gennaio 2021 con o senza accordo si dovrà trovare il modo di gestire il futuro dell’Europa.

lunedì 9 novembre 2020

3 mln della vergogna..

 

Per tanti gli usa sono un faro.. di tutto; ma per chi usa i pochi neuroni ancora sopravvissuti al bombardamento mediatico di questi anni alcune cose non le può non notare: in primis i mali del sistema e in secundis i problemi che questi mali producono lì, cosa di cui non me ne può importare di meno (affari loro se non fosse per quella non poco importante teria del caos che sostiene che un battito d'ali in un punto crea un uragano altrove), e qui nel vecchio mondo.

A me Trump non va giù per niente ma alcune cose vanno dette: ha messo all'angolo la Cina stanandola dall'angolo dorato in cui s'era nascosta; ha approfittato della favorevole congiuntura per mantenere le promesse fatte agli ex blu collar e all'ex ceto-medio (america first ecc.); ha letteralmente protetto l'america e la grande finanza, wall street gliene dovrebbe essere riconoscente (i soldi, si sa, però, che non guardano in faccia nessuno e i mercati già scontavano la sua sconfitta e applaudivano Biden), e tante altre cose... errori fatti? Tra i molti il più importante è il covd-19; il suo negazionismo gli ha fatto enormi dani di immagine e di voti.

Detto ciò, però la sconfitta, come dicono i media, tale non è dato che ha ...... vinto le elezioni. Ha preso circa 3 mln di voti più del suo avversario, ma il perverso sistema americano lo sconfigge come lo sconfiggono anche i brogli (che ci sono stati.. i democrats sono storicamente famosi per aver fatto brogli lungo tutta la storia di qel paese). Ha preso più voti di Clinton, di Obama, ecc. e trovo che abbia tutte le ragioni di chiedere un ricontrollo dei voti dato che gli stessi media che lo danno per sconfitto quando poi pubblicano le slide non possono cancellare il dato reale: 77 contro 74 milioni di voti.

A questo punto in ballo non c'è solo lo Stato americano ma il concetto stesso di voto e di sua espressione visto che anche qui ormai è chiaro che chiunque e qualunque cosa votialla fine decidono i mercati, quel commissario tedesco aveva ragione ahinoi, e Bruxelles... il sistema è in crisi e, come diveva Sartori ai tempi, ormai alcuni concetti forti, espressi in parole, del sistema occidentale sono ormai svuotati di ongi significato: sono simulacri, nel senso che ne dava P.K. Dick, del tempo che fu e servono solo come specchio delle allodole per noi comuni mortali.... prima ce ne accorgiamo e ne traiamo le conseguenze meglio sarà per porvi rimedio, se del caso, o crearne un altro meno verticale e.... meno elitario?

venerdì 9 ottobre 2020

La Confindustria di Bonomi in campo contro i ‘poveracci’

 

Fonte: Il Fatto Quotidiano Pierfranco Pellizzetti Economia & Lobby - 8 Ottobre 2020

“All’accusa che i leader sindacali hanno rivolto a Confindustria di non volere i contratti abbiamo risposto con chiarezza che Confindustria i contratti li vuole sottoscrivere e rinnovare. Solo che li vogliamo ‘rivoluzionari’, rispetto al vecchio scambio di inizio Novecento tra salari e orari”. Tradotto: in quanto autorizzino la piena mano libera delle imprese nelle decimazioni aziendali a mezzo licenziamenti, cancellando (rivoluzionariamente?) qualcosa come un secolo e mezzo di lotte per i diritti del lavoro.

Così strepita Carlo Bonomi, il grossista di apparecchiature elettromedicali scelto dagli industriali aderenti a Confindustria quale loro presidente per dare voce allo stato d’animo prevalente nella categoria: il revanscismo da ultima raffica, che li destina a massa di manovra al servizio (inconsapevole?) dei grandi tessitori anti-governo giallo-rosa; che sbavano all’idea di poter mettere le mani sul malloppo, in presumibile arrivo da Bruxelles (Recovery Fund o Next Generation che dir si voglia)-

Altri – anche su queste pagine – si sono fatti carico di mostrare in maniera convincente l’ipocrisia di chi – pur avendo ricevuto dal Conte Bis la quota più consistente di risorse per affrontare la crisi pandemica – ora non si accontenta del molto ma pretende il tutto. Io stesso ho provato a tratteggiare in questa sede – partendo proprio dalle carte ufficiali di Confindustria – le gravissime responsabilità di un ceto industriale assenteista nel declino inarrestabile del nostro sistema produttivo. Vere campane a martello sulle vanità padronali di gestire loro la ripresa nazionale.

Ciò dato per acquisito, ora vorrei accennare alle modalità argomentative con cui i confindustriali promuovono le loro pretese; e sui retro-pensieri su cui si fondano. Quel qualcosa tra la petulanza e l’arroganza tradotto in luogo comune di cui oggi è icastico interprete il Carlo Calenda, che prima di impegnarsi in politica e prima ancora di aver portato la borsa all’industriale da jet-set Montezemolo, faceva il funzionario nel palazzone nero dell’Eur, sede di Confindustria: la torpida convinzione di una superiorità genetica dei membri del consesso con il simbolo dell’aquilotto, in quanto portatori di una suprema idea di efficienza.

Convinzione coltivata già prima che il reaganismo e il neoliberismo ottundessero le capacità analitiche di un Paese colonizzato culturalmente – quale l’Italia – da una ricezione fideistica della cultura proprietaria di matrice anglosassone-

Baggianate riassumibili in due principi guida: la metafora della Mano Invisibile, intesa come naturale tendenza del mercato al cosiddetto “ottimo paretiano” (la migliore allocazione delle risorse), e il mito pericolosissime del Darwinismo Sociale: con buona pace di Charles Darwin, la credenza che le dinamiche competitive selezionino al meglio eliminando i perdenti. Lasciti di una tradizione che parla in lingua inglese, per cui Beniamino Franklin, non limitandosi a indicare nell’alcolismo la soluzione ottimale per fiaccare i nativi americani, dichiarava che meno si fa per i poveri “meglio riusciranno a cavarsela”. Gli faceva eco sull’altra sponda dell’Atlantico Francis Galton (cugino dell’incolpevole Darwin), inventore della pseudo-scienza Eugenics, proponendo la sterilizzazione dei “poveri inutili”, per la loro incapacità “costituzionale” di inserirsi nel mondo del lavoro.

Ora, nelle parole del confindustriale Bonomi c’è tutto il disprezzo (atlantico) nei confronti dei “poveracci” che non albergava in una cultura come quella italiana, almeno dal punto di vista formale e dichiarativo, intrisa del misericordioso messaggio evangelico delle beatitudini: “beati voi poveri perché vostro è il regno di Dio”.

Un’attitudine solidale cancellata dall’alluvione americanista a fumetti; mentre – nel dilagare delle diseguaglianze – assistiamo all’invadenza di un elitismo che si tinge di palesi retro-pensieri razzisti: i poveracci come specie inferiore. Anche se fa un po’ ridere che a manifestarlo sia la congrega dei padroncini; che si ritengono un’aristocrazia, mentre si aggirano alla ricerca famelica di sussidi statali.

domenica 19 luglio 2020

https://blog.libero.it/Karamazov/15040376.html

Fonte: Il Fatto Quotidiano Loretta Napoleoni Mondo - 19 Luglio 2020
Gli eventi straordinari cambiano il mondo e spesso non si riesce a stare al loro passo. E’ quello che successe a Winston Churchill alla fine della seconda guerra mondiale, considerato un grandissimo statista in tempo di pace non venne rieletto a guerra finita. Il motivo? Voleva riportare il Regno Unito ai tempi d’oro pre-bellici.
Anche il 78enne Joe Biden, candidato democratico per la presidenza degli Stati Uniti, vuole spostare le lancette del tempo a 12 anni fa, quando era vicepresidente, per cancellare con un colpo di spugna l’amministrazione Trump e la catastrofe del Coronavirus. E’ questa la buccia di banana sulla quale il prossimo novembre il partito democratico americano potrebbe scivolare.
Possibile che nessuno si renda conto delle mutate condizioni geopolitiche mondiali, che non abbia intuito che siamo entrati nella guerra fredda in 3D dove si combatte in digitale e tornare indietro non si può più? Basta menzionare un’impresa, Huawei, al centro della guerra del 5G, un conflitto con ripercussioni enormi sulla tecnologia del futuro, quella del trasporto senza autista. E chi dire degli hacker, i moderni guerrieri eccellenti, le spie digitali che rubano di tutto – dai potenziali vaccini contro il Covid ai profili dei politici e dei volti celebri di Twitter?
Sullo sfondo di questo scenario apparentemente fantascientifico le rassicurazioni di Biden sul ritorno all’alleanza atlantica nata nel dopoguerra e funzionale alla vecchia guerra fredda appaiono fuori tempo più che anacronistiche. Il futuro è arrivato, lo stiamo vivendo e né Biden né il partito democratico che lo sostiene vogliono accettare questa verità. Donald Trump è stato solo strumentale per il cambiamento epocale in atto dall’inizio del secolo, forse il suo modo schizofrenico di fare politica ha accelerato la rottura degli equilibri del passato, ma non è stato certo lui o la sua amministrazione a cambiare il mondo.
La transizione è frutto della globalizzazione, della trasformazione epocale del moderno capitalismo ormai inarrestabile e con la quale bisogna imparare a convivere. Ed ecco i punti chiave, i confini della guerra fredda in 3D.
A livello politico il mondo ha metabolizzato il nazionalismo spocchioso di Trump, si pensi a paesi come la Polonia o l’Ungheria, ma anche al Regno Unito della Brexit; il mondo ha anche imparato a non fidarsi degli Stati Uniti ed a guardare a Washington non più come un ombrello protettivo ma come una nazione tra molte altre, anche se ancora grande ed importante. In questo contesto Pechino ha smesso di evitare qualsiasi confronto con Washington per paura di pestare i piedi alla superpotenza e ha iniziato a tessere una politica estera in aperta opposizione all’amministrazione Trump, si pensi all’accordo recente con l’Iran.

Cosa propone Biden? Un ritorno al passato di Obama, che in politica estera non è stato affatto glorioso, e a quello ancora più remoto dell’amministrazione Clinton. Così l’amministrazione Biden si opporrà all’annessione da parte di Israele del 30% della West Bank, ri-confirmerà gli accordi nucleari del 2015 con l’Iran, che Trump ha abbandonato nel 2018, purché Teheran faccia quanto promesso, e avrà un atteggiamento più scettico nei confronti di Putin. Tutte proposte interessanti ma che serviranno a ben poco per frenare le trasformazioni geopolitiche in atto, per rilanciare il primato degli Stati Uniti o garantire un equilibrio mondiale.
Sul piano economico il mondo ha capito che la dipendenza dal dollaro quale moneta di scambio internazionale è pericolosa perché condiziona il commercio internazionale e i tassi di cambio ai bisogni del tesoro americano. L’Unione Europea ha persino iniziato a studiare meccanismi per sostituire nelle transazioni internazionali il dollaro con l’euro. Biden, lo sappiamo, è ben visto a Wall Street, ciò significa che continuerà la politica monetaria di Trump, pompando liquidità dovunque scarseggi.
Anche in materia di ambiente l’assicurazione che una vittoria di Biden farà tornare Washington tra i sottoscrittori dell’accordo sul clima di Parigi è poca cosa, tutti sanno che per salvare il pianeta dai cambiamenti climatici ci vuole ben altro.
Morale: con o senza una rielezione di Trump il declino degli Stati Uniti è inarrestabile, come fu per l’Unione Sovietica il viale del tramonto sarà lungo e passerà attraverso cambiamenti epocali, incomprensibili a una classe politica ferma ai tempi d’oro della supremazia americana.

domenica 12 luglio 2020

Il lavoro nero è diffuso dappertutto, ma tra Nord e Sud ha un peso diverso

Fonte: Il Fatto Quotidiano Lavoce.info
Dal punto di vista dei numeri, la diffusione del lavoro nero non è poi molto diversa tra Nord e Sud. Ma nel Mezzogiorno è probabile che i lavoratori irregolari siano i soli occupati in famiglia, mentre non è così nelle regioni settentrionali
L’occupazione irregolare in Italia: le tendenze
La discussione sulle misure per sostenere le famiglie che la pandemia Covid19 ha privato di ogni reddito da lavoro ha riproposto la questione dell’occupazione irregolare, che era scomparsa dal dibattito pubblico dopo i tentativi di favorirne l’emersione nei primi anni Duemila. Con la chiusura forzata di quasi tutte le attività economiche si è scoperto che il reddito di cittadinanza non sarebbe stato sufficiente a coprire tutte le situazioni di grave disagio causato dalla perdita del lavoro, perché non pochi occupati irregolari non ne avevano fatto domanda, per il timore di subire gravi sanzioni in caso fossero stati scoperti.
L’“invenzione” del reddito di emergenza nel “decreto Rilancio” è stata spiegata soprattutto così. E anche in questa occasione si è detto che le regioni meridionali sarebbero state le più interessate dalla nuova misura.
Ma è proprio vero che l’occupazione non regolare è più diffusa nel Mezzogiorno?
Da oltre 20 anni l’Istat stima nelle statistiche di contabilità nazionale anche gli occupati non regolari, la cui prestazione lavorativa è svolta senza il rispetto della normativa in materia lavoristica, fiscale e contributiva. I criteri di stima sono cambiati più volte, ma pur con qualche approssimazione è possibile delineare le tendenze del tasso di irregolarità dell’occupazione, nel complesso e per grandi settori.
Come mostra la figura 1, la percentuale di occupazione irregolare dal 1995 al 2017 presenta un leggero andamento a U, con un brusco calo dal 2001 al 2003, dovuto alla più grande sanatoria degli immigrati irregolari, e una ripresa dal 2009 negli anni della grande recessione. Sia pure in modi e tempi diversi, anche i tassi di irregolarità dei quattro grandi settori presentano un andamento simile. Ma la ripresa del lavoro nero non ha suscitato grande attenzione, benché l’Italia sia, con Spagna e Grecia, il paese dell’Europa occidentale con il tasso di irregolarità di gran lunga più alto.

Dal tasso di irregolarità al tasso di occupazione irregolare
Il tasso di irregolarità, cioè la percentuale di occupazione non regolare sul totale, è utilizzato dall’Istat anche per rilevare le differenze territoriali. Come mostra la figura 2, il tasso di irregolarità per il 2017, ultimo anno disponibile, varia da valori pari o inferiori al 10% per cinque regioni settentrionali su sei, sino a valori pari o superiori al 15% per tutte le regioni meridionali, con una punta intorno al 20% per Calabria e Sicilia. Alle differenze territoriali nel tasso di disoccupazione, le più ampie tra i paesi europei, sembra si aggiungano forti differenze nella consistenza del lavoro non regolare.

..... il resto di seguito a questo link sul fatto Quotidiano

martedì 7 luglio 2020

Fauci lancia l’allarme: “Coronavirus è mutato ed è più contagioso”

Fonte: W.S.I. Alessandra Caparello

Mentre negli Stati Uniti si registrano in appena 24 ore circa 40mila nuovi casi di contagio da coronavirus, il consulente sanitario della Casa Bianca Anthony Fauci lancia l’allarme. Il virus può essere già mutato e diventato più contagioso.
La ricerca è in corso per confermare la possibile mutazione e le sue implicazioni, ha detto Fauci, aggiungendo che “c’è una piccola controversia al riguardo”. I virus mutano naturalmente e gli scienziati hanno già detto di aver osservato mutazioni minori nel coronavirus che non hanno influito sulla sua capacità di diffondersi o di causare il progredirsi della malattia in modo significativo.
Coronavirus: mutazione in corso?La possibile mutazione che Fauci ha citato è stata riportata dagli ispettori del Los Alamos National Laboratory in un articolo pubblicato dalla rivista Cell e anche i virologi della Scripps Research in Florida hanno scritto sulla mutazione il mese scorso, dicendo che “migliora la trasmissione virale”. Non è chiaro quando la mutazione possa essersi verificata ma sottolinea Fauci “i dati mostrano che c’è una singola mutazione che rende il virus in grado di replicarsi meglio e forse di avere un alto carico virale”.
L’Organizzazione Mondiale della Sanità e il suo team di ricercatori globali hanno osservato più di 60.000 diverse sequenze genetiche del coronavirus raccolte da campioni prelevati in tutto il mondo.
Tutti i virus si evolvono, o mutano, nel corso della loro vita. I virus RNA come il coronavirus mutano più rapidamente di alcuni altri virus, ha detto il mese scorso i funzionari dell’OMS ai giornalisti, perché a differenza del DNA umano, i virus RNA non hanno un “controllo naturale degli errori”, il che significa che il codice del virus non può correggersi da solo.
I nuovi casi negli USA sono aumentati in 40 dei 50 stati americani, ma 25 mila dei 55mila nuovi casi di contagio sono concentrati in quattro stati: Arizona, California, Florida e Texas. L’amministrazione Trump continua a sostenere che l’alto numero di casi sia dovuto al gran numero di test effettuati,  ma ora le parole del virologo Fauci gettano nuove ombre sulla pandemia.

domenica 28 giugno 2020

E se Immuni impazzisse? I primi segnali ci sono e finiremmo tutti ‘prigionieri’

Fonte: Il Fatto Quotidiano Andrea Lisi Tecnologia - 26 Giugno 2020
L’app Immuni continua a far discutere e adesso inizia a mietere i suoi primi prigionieri, raccomandando a chi riceve l’alert di chiudersi in casa alla ricerca dell’agognato tampone. Molti si stupiscono, ma era tutto piuttosto prevedibile. Vediamo cosa e perché sta accadendo.
I primi segnali che ci fosse qualche problema con le segnalazioni di contatto con un positivo effettuate da Immuni le avevamo avute dalla Regione Marche, dove durante la prima sperimentazione dell’app di Stato era stata resa nota una comunicazione e-mail che la stessa Regione aveva inviato in via riservata alle Direzioni Sanitarie per “dare indicazioni agli operatori sanitari di disattivare il Bluetooth durante l’orario di lavoro al fine di evitare segnalazioni di falsi contatti”. Poi è toccato alla Puglia e qualche giorno fa a una signora barese è toccato disperarsi a causa dell’app Immuni, scaricata come dovere civico e poi diventato strumento di “prigionia di Stato”. E, solo dopo circa una settimana (e avrebbero potuto essere 14 giorni) di isolata disperazione, le è stata donata la libertà perché – come lei stessa aveva a gran voce segnalato – non aveva contratto il virus. Per arrivare infine a un’intera squadra del 118 che è stata messa in quarantena dopo essere stata in contatto con una signora che il giorno prima aveva ricevuto l’alert da Immuni senza averlo comunicato immediatamente agli operatori del 118. E l’Asl di competenza, informata dei fatti, ha così disposto ex lege l’isolamento preventivo domiciliare per tutto il personale medico intervenuto, che verrà sottoposto al tampone non prima di 7 giorni.
In realtà, ciò che sta accadendo è conseguenza ovvia nell’utilizzo dell’applicazione Immuni. Si riceve sul proprio smartphone un alert che ci informa che un determinato giorno per più di 15 minuti siamo stati a “stretto contatto” con persona risultata positiva e, secondo le disposizioni di legge applicabili, ci viene raccomandato un isolamento di almeno due settimane, salvo poter effettuare un tampone in tempi brevi e poter dimostrare di non aver contratto il virus. Ma tale verifica del proprio stato di salute non è detto che sia immediata ed è quindi inevitabile essere “invitati” a eseguire un lockdown personale (che andrebbe esteso a tutti i nostri prossimi congiunti).
In realtà, settimane fa, proprio qui sulle pagine del mio blog su ilfattoquotidiano.it, facendo riferimento all’sms partito per errore da Ats Milano in Lombardia che avvertiva ignari cittadini di essere stati contagiati, avevo provocato scrivendo “immaginate cosa potrebbe succedere se sul server centralizzato di Immuni, in mano a Sogei, arrivassero dati inesatti, poi gestiti per avvertire i cittadini italiani. Si bloccherebbe nuovamente un Paese generando panico incontrollato, senza neppure più abusare del lockdown”.
Ecco stiamo amaramente scoprendo che il rischio più grande di Immuni non è (solo) la nostra privacy, ma è proprio questo. Essere costretti a chiuderci in casa a causa di un alert che potrebbe rivelarsi inesatto e contenere quindi una falsa informazione, non verificabile nell’immediatezza. E del resto ci aveva anche avvertiti Sven Mattisson – co-inventore della tecnologica Bluetooth su cui si basa Immuni per avvisarci del contatto – del fatto che questa tecnologia non è stata inventata per questo e avrebbe senz’altro generato dati inesatti. La tecnologia Bluetooth non è in grado di misurare con esattezza la distanza tra due persone, non può riconoscere se c’è una parete porosa divisoria, non può verificare le condizioni ambientali in cui avviene il contatto con una persona positiva, non può sapere se indossiamo una mascherina, se siamo voltati di spalle etc.…e del resto c’è oggi un dibattito internazionale sui grandi limiti di tali soluzioni e molti Paesi si stanno interrogando sull’utilità di app che generano così tanti falsi positivi e negativi.
Il problema è che queste false informazioni generate da una tecnologia che non è stata sviluppata per risolvere problemi legati al contenimento di pandemie comportano serie conseguenze sulla nostra libertà di movimento con cui oggi stiamo facendo i conti. E già si paventano ipotesi di possibili richieste di risarcimento danni nei confronti dello Stato che non ha saputo gestire questo grave problema.
Non mi stancherò mai di ripetere che una tecnologia di questo tipo, se si vuole davvero utilizzarla, andrebbe prima testata su piccoli territori, andrebbe inserita in una corretta strategia sanitaria per contenere il rischio di falsi positivi, assicurando una verifica immediata del proprio stato di salute. Non si può sperimentare Immuni sull’intero territorio nazionale senza averne verificato in profondità i suoi limiti e senza averla incardinata in una strategia coordinata tra ministeri competenti (sanità e innovazione digitale).
Proviamo solo a immaginare cosa potrebbe succedere se fosse in atto oggi una pandemia e l’app immuni ci regalasse migliaia di alert impazziti di questo tipo. Intere comunità familiari sarebbero condannate all’isolamento, lasciate nel panico, senza possibilità di immediate verifiche sul proprio stato di salute.
Forse il governo dovrebbe essere più chiaro e trasparente sui limiti di Immuni e sulle conseguenze legate al suo utilizzo e magari finalmente coordinare meglio i suoi ministeri in modo che Immuni possa esprimersi tecnologicamente in modo più appropriato.

lunedì 22 giugno 2020

Coronavirus, la vera bussola in periodo di crisi è il prezzo dell’oro

Fonte: Il Fatto Quotidiano Economia & Lobby - 21 Giugno 2020 Loretta Napoleoni

Impossibile capire bene cosa stia succedendo all’economia mondiale in relazione alla crisi del Covid e alle politiche messe in atto per arginare il contagio. Altrettanto difficile è estrarre la verità scientifica dalla pandemia, le teorie sono tante – alcune decisamente imbevute di dietrologia – ma i fatti scarseggiano.
Che succede? Ma soprattutto cosa succederà? Una bussola economica che nei momenti di grande crisi raramente sbaglia è il prezzo dell’oro. E allora proviamo ad affidarci a questa per capire dove ci troviamo e dove stiamo andando.
Per renderci conto del valore politico del metallo giallo facciamo un piccolo passo indietro nella storia e torniamo agli anni ‘70. Dopo la tragica dichiarazione di Richard Nixon, che poneva fine alla convertibilità del dollaro in oro, si pensò che l’oro fosse destinato solo all’industria dei gioielli, ma non fu così. Quando subito dopo lo shock petrolifero della metà degli anni 70 l’inflazione iniziò a galoppare, per difendersi dall’erosione del valore delle monete cartacee gli investitori comprarono oro, confermando che non c’è bene rifugio più popolare del metallo giallo. E questo è vero anche oggi.
Dallo scoppio del Covid la corsa all’oro è ricominciata e il prezzo ha ripreso a salire – oggi è per il 25 per cento più alto di un anno fa. Nell’incertezza chi ha liquidità la parcheggia in lingotti e azioni di miniere d’oro. Questo comportamento ci dice che nei momenti di pericolo e di grande incertezza il prezzo dell’oro sale perché sale la domanda. Anche dopo il crollo della Lehman Brothers si verificò lo stesso fenomeno e il prezzo dell’oro iniziò a salire vertiginosamente arrivando nel 2011 a ben 1.900 dollari l’oncia. Poi, improvvisamente, iniziò a scendere.
La natura politica dell’oro fa sì che sia estremamente sensibile agli eventi politici, vedi il Covid. Ma è anche vero che essendo un bene rifugio che appartiene ad un mercato molto piccolo è anche molto sensibile alle opportunità economiche e finanziarie alternative.
La discesa iniziata nel 2011 è legata all’impennata degli indici di borsa che attrassero liquidità. Gli investitori decisero di vendere le posizioni in oro per acquistare quelle in azioni e così il prezzo dell’oro quasi si dimezzò: ciò significa che chi lo aveva acquistato vicino al picco perse intorno al 40 per cento del proprio investimento. Una perdita di questo genere nel mercato azionario succede solo nei grandi crolli. E’ dunque importante usare l’oro con la massima cautela ed essere pronti ad abbandonarlo nel momento giusto.
E’ vero che negli ultimi trent’anni il prezzo del metallo giallo non ha fatto che salire – da 400 dollari l’oncia nel 1990 è passato a 1.900 nel 2011 – ma è anche vero che fino al 2007 il prezzo si è mosso di soli 200 dollari. Dal crollo della Lehman al 2011 il prezzo dell’oro in dollari è salito di ben 1200 dollari. Fu questo il grande momento di crescita.
Come può questa breve cronistoria dell’oro aiutarci a navigare l’incertezza del presente? La risposta è semplice: i mercati temono il ritorno dell’inflazione, i soldi dall’elicottero in circolazione nel sistema economico stanno già spingendo i prezzi di alcuni beni verso l’alto. Chi sostiene che ci troviamo in una fase recessiva sbaglia: in realtà i beni e i servizi operativi, ad esempio i prodotti alimentari, costano di più. E’ solo questione di tempo prima che le tendenze inflazioniste inizino a farsi sentire.
In fondo anche all’indomani della crisi finanziaria del 2007 il timore era l’inflazione. Lo stimolo da migliaia di miliardi di dollari immesso nel sistema e finito nelle tasche delle banche e finanziarie produsse la cosiddetta ‘asset inflation’, l’inflazione dei beni dalle case alle tenute ai beni durevoli come le automobili. Il lingotto offrì protezione a chi poteva acquistarlo.
Morale: prepariamoci all’ondata inflazionista, che a differenza della seconda ondata del Covid sicuramente ci travolgerà tutti. E se avete diverse migliaia di dollari a disposizione comprate qualche lingotto.

sabato 20 giugno 2020

Ue, in vigore nuova norma choc. Rischio default del Paese e nessuno la blocca

Venerdì, 19 giugno 2020 - 17:01:00 visto su Affari italiani

dovrebbe bastare questa immagine.. ma se volete andate al link suindicato e leggetevi l'articolo.... nche questa è l'europa che ci attende.

domenica 14 giugno 2020

Stati Generali, il Piano Colao ripropone il liberismo: occorre cambiare strada

Fonte: Il Fatto Quotidiano Paolo Ferrero Politica - 12 Giugno 2020
Nella crisi del coronavirus abbiamo assistito ad un paradosso: tutto quanto era stato glorificato negli ultimi vent’anni ha fallito e tutto ciò che era stato demonizzato ha retto la situazione. Hanno glorificato il libero mercato, le privatizzazioni e la libertà di impresa. Grazie a queste politiche in Italia non c’erano le mascherine, non ci sono i tamponi e la sanità privata non è servita a nulla.
Dall’altra, la sanità pubblica – o meglio ciò che ne rimane dopo le devastazioni prodotte dai continui tagli – è stata decisiva per combattere l’epidemia e i tanto deprecati dipendenti pubblici – medici ed infermieri – sono diventati degli eroi. La stessa cosa nell’istruzione: la scuola pubblica ha retto l’impatto e gli insegnanti hanno organizzato, prima ancora che venisse loro prescritto, il lavoro di tenuta in rete degli studenti, sia sul piano formativo che esistenziale.
La stessa cosa è avvenuta a livello mondiale: i nostri potenti alleati, a partire dagli Usa, si accaparravano le mascherine, mentre i negletti della terra, i cubani rivoluzionari e socialisti, ci hanno inviato equipe mediche di prim’ordine. In nome di parole desuete, come la solidarietà e l’umanità. Parole che noi comunisti condividiamo con il Papa.
Ce la possiamo raccontare come vogliamo ma la pandemia è stata combattuta dalle strutture pubbliche, dai tanto deprecati dipendenti pubblici – vogliamo farlo il conto dei medici e degli infermieri morti per aver lavorato in condizioni folli? – ed è stata combattuta con le armi della solidarietà e dell’umanità, non della concorrenza e del profitto.
Di fronte a questa situazione il governo cosa fa? Stati generali che saranno aperti dagli interventi della troika – verso cui la platea si genufletterà – e che sono finalizzati ad un gigantesco trasferimento di risorse dallo Stato alle imprese. Sì, perché l’unica cosa che emerge dai progetti del governo è di fare quel che dice Vittorio Colao ma senza dirlo: soldi per le imprese senza alcun vincolo sociale né ambientale-
L’opposizione non si farà vedere perché sarebbe imbarazzante verificare che sulle linee di fondo – la centralità dell’impresa orientata alle esportazioni – la pensano in larga parte nello stesso modo. Noi non siamo d’accordo e pensiamo sia necessario un piano completamente diverso.
In primo luogo occorre garantire a tutte e tutti coloro che non hanno più il lavoro un reddito dignitoso che non duri tre mesi ma fino a quando non vi sia un lavoro pagato come deve essere pagato. In secondo luogo occorre finanziare fortemente la sanità e l’istruzione pubblica: sia sul piano strutturale, sia per fare le assunzioni stabili necessarie, sia per adeguare gli stipendi dei dipendenti. Per non fare che un esempio, a settembre non si può continuare a fare lezioni via web e occorre assumere gli insegnanti necessari per far funzionare la scuola così come recuperare i locali per sdoppiare le classi.
In terzo luogo occorre dar vita ad un piano generale per la riconversione ambientale delle produzioni e dell’economia che veda un forte intervento pubblico e che fissi dei vincoli molto chiari alle imprese beneficiarie dei fondi pubblici: mantenimento dei livelli occupazionali e riconversione ambientale delle produzioni.
Si tratta cioè di uscire dalle follie del liberismo e di usare i soldi pubblici per rafforzare la struttura sociale ed economica del paese a partire da una gigantesca operazione di riconversione ambientale. Perché il coronavirus segnala che l’umanità sta distruggendo il pianeta e che occorre cambiare strada.
Detta in soldoni, la politica del governo non affronta i problemi del paese che sono destinati ad aggravarsi e lascia una prateria alla demagogia di Salvini che punta proprio allo sfascio per presentarsi – con un mojito in mano – come salvatore della patria. Occorre cambiare strada per quanto riguarda sia le spese che le risorse.
E’ infatti evidente che i soldi stanziati a livello europeo sono pochi e arriveranno tardi, non prima dell’anno prossimo. Quest’anno, a fronte di un crollo di 200 miliardi di Pil, avremo solo la possibilità di impiccarci con i prestiti del Mes-
Per questo è necessario fare subito una tassa sulle grandi ricchezze – sopra il milione di euro – che entri a regime rapidamente e porti soldi freschi e per questo è necessario – invece di genuflettersi dinnanzi alla troika – chiedere a gran voce l’intervento della Bce per finanziare direttamente la spesa per l’emergenza.
Occorre cambiare strada. Per questo sabato mattina saremo a manifestare contro il governo davanti a Villa Pamphili, per questo domenica alle 18 daremo vita ad un controvertice per raccogliere le proposte alternative e per questo vi invitiamo a firmare la petizione che chiede l’intervento della Bce.

mercoledì 10 giugno 2020

La Nuova Zelanda è Covid-free: i cinque segreti di cui anche l’Italia dovrebbe fare tesoro

Fonte: Il Fatto Quotidiano Mondo - 10 Giugno 2020 Federico Marcon
A Jacinda Ardern, la meravigliosa Primo Ministro neozelandese che sta riscrivendo il manuale di come si possa essere un fantastico politico e un’amorevolissima madre allo stesso tempo, è scappato persino un balletto in casa quando ha potuto annunciare alla popolazione che la Nuova Zelanda era Covid-free, non avendo registrato nuovi casi per oltre due settimane e non avendo un solo caso attivo in tutto il paese. In questo lato del mondo la Nuova Zelanda non è l’unico paese ad aver raggiunto tale invidiabile status: altre nazioni come la Papua Nuova Guinea, East Timor, Fiji, Samoa e Tonga sono nella medesima situazione.
L’obiezione è facilmente prevedibile: la Nuova Zelanda è un paese poco popolato – circa 5 milioni di persone contro i quasi 27 milioni di pecore -, distante da tutto e tutti, con confini alquanto impermeabili essendo un’isola remota e con un distanziamento sociale naturale, visti gli immensi spazi a fronte di un numero esiguo di abitanti. Tutto vero e sacrosanto. Ma sarebbe semplicistico e sbagliato non cercare di capirne di più e magari assorbire qualche lezione e buona pratica da utilizzare in altri contesti.
Quali sono stati dunque i segreti di questa piccola nazione nel Pacifico?
1. Una catena di comando cortissima. A differenza dell’Italia, dove abbiamo avuto frotte di virologi, pseudo-esperti, politici e compagnia bella pronti a fornire commenti, notizie e raccomandazioni ogni giorno, in Nuova Zelanda le persone deputate a parlare sono state due: la stessa Ardern e il Direttore Generale della sanità Ashley Bloomfield. Nessun altro si è impossessato della scena per confondere le acque.
2. Una pianificazione pazzesca, che ha portato il Governo a prendere misure drastiche in largo anticipo, quando il numero dei casi era ancora basso. Come un giorno rispose la Ardern, quando la rimproverarono di aver avviato il lockdown con soli 102 casi nel Paese: “Anche l’Italia ad un certo momento aveva solo 102 casi… e vedete poi cosa è successo”.
3. Il concetto, molto anglosassone, di “walk the talk”, che potremmo tradurre in “predica bene e razzola meglio”. Riprova di ciò, il fatto che il ministero della Salute David Clark è stato declassato dopo aver ignorato il lockdown e aver portato la propria famillia a fare una scampagnata in una spiaggia a 20 km da casa sua, nel primo weekend di applicazione delle nuove misure restrittive. Clark, invece di gridare al complotto, si è semplicemente definito un idiota. Suona poco familiare, vero?
4. L’aver creato – con una sapiente comunicazione – l’idea che tutto il Paese è nella medesima condizione e situazione, compresi i politici di alto rango ed altre personalità di spicco. Questa è stata sempre la grande forza della Ardern, che in altre dolorose circostanze – come l’attentato terroristico alle moschee di Christchurch che 15 mesi fa costò la vita a 51 persone – è sempre riuscita a creare un senso di comunità, dove lo Stato non è considerato altro rispetto alla gente.
Questo mi pare alquanto differente dalla situazione italiana, dove cresce il malcontento e si amplificano le proteste di varie categorie che accusano il Governo di ogni nefandezza, con la solita narrativa della classe politica che se ne frega della popolazione e pensa solo agli affari propri. In Nuova Zelanda tale recriminazione non si verifica, in quanto non esiste tale dicotomia tra la Stato e popolazione, considerati un unicum e non antagonisti
5. Da ultimo, ed è una logica conseguenza di quanto esposto in precedenza, colpisce l’attenzione della persone e della stampa per le storie individuali, piuttosto che per i numeri. Certo, è più facile concentrarsi sulle storie individuali quando il numero dei morti è ridotto – solo 22 fino ad oggi.
Ma il focus sullo storytelling fa parte di un approccio al Covid che nazioni come la Nuova Zelanda e in parte l’Australia hanno promosso durante la crisi: poca ricerca dello scandalo e del terrore, uno sforzo congiunto di tranquillizzare la popolazione e proteggerle con misure forti e minuziosamente pianificate. Tenendo sempre in primo piano le persone, le loro esigenze, le loro storie e i loro legami familiari. E ricordandoci che non siamo numeri, ma essere umani.
Il miracolo neozelandese nasce da un mix di tutti questi ingredienti. L’Italia è troppo grande, avanzata, eurocentrica e supponente per poter imparare da esperienze virtuose di altri Paesi, seppur piccoli? Lascio a voi la risposta… nella speranza di essere smentito.

lunedì 8 giugno 2020

https://blog.libero.it/Karamazov/14976500.html

Fonte: Il Fatto Quotidiano Economia Occulta - 7 Giugno 2020 Loretta Napoleoni
Gli appartenenti alla generazione dei baby boomer americani si ricordano bene il 1968. Quello fu un anno traumatico per tutti. I giovani sedevano davanti alla Tv insieme ai genitori mentre il governo gestiva una lotteria dove i numeri corrispondevano alle date di nascita e la posta era la loro vita. I più anziani si domandavano a che serviva la guerra nel Vietnam, specialmente nell’ottica della vittoria della seconda guerra mondiale. Nel paese la tensione era altissima e scontri e manifestazioni erano all’ordine del giorno. Poi iniziarono gli assassinii politici, Martin Luther King e Bobby Kennedy, vennero falciati da forze endemiche, le stesse che avevano messo fine secoli prima all’operato di altri grandi leader americani, forze resuscitate dalle tensioni sociali della fine degli anni Sessanta.
Gli afro-americani erano in fermento, volevano porre fine alle diseguaglianze, al razzismo e i bianchi erano in fermento perché non volevano quella guerra lontana. La polizia era brutale, specialmente nei confronti dei primi.
Come il 2020, annus horribilis americano, il 1968 era un anno elettorale che avrebbe portato alla Casa Bianca Richard Nixon, un repubblicano che adesso sappiamo era senza scrupoli, ma che allora sembrava ben incarnare i valori conservatori di quell’America agiata che grazie al Piano Marshall stava diventando ancora più ricca. Un’America bianca, naturalmente.
La campagna elettorale si svolse sullo sfondo della contestazione contro la guerra nel Vietnam, degli assassinii politici e degli scontri nelle strade. Esattamente come oggi, mentre l’America scivolava nel caos gli indici di borsa salivano. I mercati e le élite che nel 1968 li gestivano avevano fiducia nella vittoria di Nixon, erano certi che il futuro presidente ed il suo partito avrebbero mantenuto l’ordine ed i privilegi di cui l’alta finanza aveva sempre goduto.
Nixon intuì l’importanza di presentarsi come il difensore dello status quo, il garante dell’ordine e sfruttò al massimo le tensioni del 1968. Oggi Donald Trump sta facendo la stessa cosa. Da febbraio ha trasformato la pandemia in una piattaforma elettorale giornaliera e da due settimane le manifestazioni e gli scontri di piazza nell’antitesi della ‘sua America’. Trump è il nuovo Nixon, un abile imbroglione.
Gli americani ricordano bene che fine ha fatto Richard Nixon come non hanno dimenticato il danno economico inflitto dalla sua presidenza. Per finanziare la guerra in Vietnam Nixon usò le riserve auree del paese, lo fece nascostamente ma alla fine fu costretto ad ammetterlo. E così nel 1971 si pose fine alla convertibilità del dollaro. Un’umiliazione per la grande America ma anche un bel problema economico. Ondate deflazioniste ed inflazioniste si abbatterono sull’economia americana che rimase depressa fino all’inizio degli anni Novanta-
Donald Trump è altrettanto irresponsabile. Sta combattendo il Covid-19 stampando carta monete e distribuendola a pioggia, senza una logica sociale. In questo modo sostiene Wall Street, suo cavallo di battaglia da sempre. Ma come quello di Nixon, l’escamotage monetario è un boomerang, funziona nel breve periodo e poi torna indietro con nuovi problemi.
L’altra mortalità tra gli afro-americani, appena il 13 per cento della popolazione, ma di gran lunga la maggioranza dei deceduti, poteva essere evitata con i test, i tamponi, agli aiuti finanziari per migliorare le condizioni di vita e di lavoro di questo segmento della popolazione.
Le tensioni sociali potevano essere evitate se si fosse agito per tempo. Da sempre gli afro-americani muoiono per mano dei poliziotti, nel 1992 Rodney King venne ucciso a Los Angeles in un modo simile all’esecuzione di George Floyd. La scena venne ripresa da un passante che aveva una video camera ed i network la mostrarono. Quasi trent’anni dopo ce la ritroviamo davanti. Non va bene, non va affatto bene.
La speranza è che il 2020 non finisca a novembre come il 1968, la speranza è che Trump non riesca a spuntarla questa volta e che il vento della riforma sia talmente forte da scuotere anche il moderatissimo candidato democratico, Joe Biden. La speranza è che questa volta qualcosa davvero cambi.

martedì 2 giugno 2020

Guerra fredda Usa-Cina, e se il coronavirus fosse un prodotto stelle e strisce?

Fonte: Il Fatto Quotidiano Diego Fusaro  Mondo - 30 Maggio 2020

Fin dal cominciamento della pandemia, sostenni – si ricorderà – che quanto stava accadendo, al di là della narrazione del pipistrello, chiedeva di essere letto e interpretato nel quadro della nuova Guerra Fredda tra Cina e Usa: guerra che domenica 24 maggio è stata apertamente ammessa, infine, dalla stessa Cina in via ufficiale. Insomma, su un piano stricto sensu geopolitico, possiamo dire che il Covid-19 – quale che sia la sua reale origine – giunge nel bel mezzo di una nuova Guerra Fredda, che solo ora è riconosciuta apertamente, ma che, invero, era in atto già da tempo.
A suffragare questa lettura sono, come sappiamo, i rapporti niente affatto distesi che si erano venuti a creare tra i due Paesi ben prima dell’emergenza Covid-19: la quale sempre più appare essere essa stessa un momento di quella “Guerra Fredda” più che una sua temporanea battuta d’arresto. Si pensi anche solo alla guerra per il “5G” e l’affaire Huawei. Non si trascuri, poi, che il 28 novembre 2019 Trump firma e promulga l’“Hong Kong Human Rights and Democracy Act”, per sostenere le protese anticinesi divampate a Hong Kong. La Cina reagisce senza esitazioni: lo fa convocando l’ambasciatore Usa ed esortandolo a non applicare la legge, dacché la questione Hong Kong è interna alla Cina e, dunque, di sua esclusiva competenza. Ancora, gli Usa accusano la Cina: il 17 febbraio un cacciatorpediniere cinese avrebbe puntato un laser su un aereo da ricognizione Poseidon P-8A americano nel Pacifico al fine di disturbarne le operazioni. L’episodio sarebbe avvenuto a 600 chilometri dall’isola di Guam, non distante dalle Filippine.
La Guerra Fredda si è manifestata senza posa nel corso dell’emergenza Covid-19, dichiarata “pandemia” dall’Oms l’11 marzo scorso. Lijian Zhao, portavoce del ministero degli Esteri cinese, ha apertamente, senza troppe perifrasi, attaccato gli Usa: “It might be US army who brought the epidemic to Wuhan”. Così scrisse testualmente sul suo profilo Twitter il 12 marzo.
La Cina, per il tramite di un esponente di spicco del suo governo, stava chiaramente indicando quelli che, dal suo punto di vista, erano i reali responsabili. Le accuse di Lijian Zhao meritano di essere analizzate più estesamente. Fanno leva sulla scarsa chiarezza della civiltà del dollaro sui propri casi di Covid-19: “A quando risale – chiedeva Lijian Zhao – il paziente zero negli Stati Uniti? Quante persone sono state infettate negli States? Come si chiamano gli ospedali dove sono ricoverate? Potrebbe essere stato l’esercito americano ad aver portato l’epidemia a Wuhan. Vogliamo trasparenza! Che siano resi pubblici i vostri dati! Gli Stati Uniti ci devono una spiegazione”.
È interessante, di questa accusa, il fatto che essa rovesci la narrazione, ponendo gli Usa nella posizione in cui essi avevano fino a quel momento cercato di porre la Cina: ossia nella posizione di chi deve dare conto al mondo intero delle proprie responsabilità.
In un secondo messaggio su Twitter, Lijian Zhao ha ricordato che Robert Redfield, portavoce e rappresentante del Parlamento Usa, ha ammesso apertamente l’esistenza di decessi per Covid-19 negli Usa. Ne dà notizia anche The Guardian, il 12 marzo. Il video a cui allude Lijian Zhao era stato pubblicato da “People’s Daily”: in esso Robert Redfield affermava che alcuni morti di influenza, negli Usa, era in realtà contagiati da Covid-19… Con le parole di Robert Redfield: “Some cases have actually diagnosed that way in the United States today”. Queste affermazioni, in effetti, aprono alla possibilità che il virus non sia “cinese” (come continua a ripetere Trump), ma atlantista.
Alla sbarra dell’imputato è ora, improvvisamente, la civiltà del dollaro. Quanti dei morti di influenza negli Usa – incalza Lijian Zhao – sono connessi al Covid-19? Perché gli Usa, così solerti nell’attaccare la Cina, hanno nascosto al mondo intero le proprie responsabilità?
Le catilinarie politiche di Lijian Zhao sono supportate dalle affermazioni dell’epidemiologo e pneumologo Zhong Nanshan, che nel 2003 scoprì il Coronavirus Sars, e che fu anche presidente della Chinese Medical Association (2005-2009). Pur senza puntare il dito contro gli Usa, Zhong Nanshan ha affermato, il 27 febbraio 2020, che il virus, rilevato la prima volta in Cina, “potrebbe non essere nato in Cina”. Queste, in estrema sintesi, alcune delle accuse mosse dalla Cina agli Usa. E gli Usa? Il Consigliere per la Sicurezza nazionale statunitense, Robert O’Brien, ha quasi da subito accusato la Cina di non aver gestito nel modo giusto l’epidemia “mettendo a tacere i medici coinvolti o mettendoli in isolamento”. E, in effetti, Li Wenliang, il dottore che per primo aveva invano denunciato il Covid-19, è – come sappiamo – morto isolato e dimenticato. E vi sono stati, in Cina, altri episodi di repressione di dissidenti.
il resto al link suindicato

venerdì 29 maggio 2020

https://blog.libero.it/Karamazov/14969981.html

Fonte: Il Fatto Quotidiano Centro studi Unimed Mondo - 29 Maggio 2020
di Luigi Manfra*
Con globalizzazione si definisce quel fenomeno che, negli ultimi due decenni, ha portato alla intensificazione degli scambi e degli investimenti internazionali su scala mondiale rendendo le economie nazionali sempre più interdipendenti, anche grazie alla rivoluzione digitale che ha reso le relazioni economiche, soprattutto quelle finanziarie, particolarmente veloci.
La diffusione delle tecnologie informatiche ha favorito i processi di delocalizzazione delle imprese e lo sviluppo di reti di produzione e di scambio sempre meno condizionate dalle distanze geografiche, alimentando la crescita dei gruppi multinazionali e i fenomeni di concentrazione su scala mondiale.
Tra gli aspetti positivi della globalizzazione vanno annoverati la crescita esponenziale del volume di informazioni disponibili, lo sviluppo economico di nazioni marginali, la riduzione dei costi per il consumatore finale grazie all’incremento della concorrenza su scala planetaria. Ma, a fianco di questi aspetti positivi, si sono acuiti fenomeni già presenti nel passato come l’intensificazione dello sfruttamento del lavoro, il degrado ambientale, l’aumento delle disparità sociali.
Il termine globalizzazione descrive l’interconnessione dei sistemi economici nazionali attraverso catene globali del valore, o Global Value Chains (Gvc), dove la produzione di beni e servizi a livello mondiale è segmentata in diverse fasi, localizzate in aree diverse, spesso molto distanti l’una dall’altra. L’aspetto più rilevante è l’impatto che i nuovi modelli produttivi Gvc hanno sulla disuguaglianza economica in termini di distribuzione geografica delle attività produttive.
Ricerca e sviluppo, design e marketing, appannaggio dei paesi ricchi, si appropriano della parte predominante del valore aggiunto, mentre la produzione è sempre più delocalizzata nel sud del mondo dove i livelli salariali sono molto bassi. Tra i paesi maggiormente colpiti dal Covid-19 vi sono gran parte delle economie, Cina in testa, che svolgono un ruolo di enorme rilevanza lungo le catene globali del valore.
In altri termini, l’interconnessione delle strutture produttive dei diversi paesi a livello internazionale fa sì che queste catene rappresentino i canali privilegiati lungo cui si propaga il virus della recessione in tutto il mondo. Ma la crisi economica, oltre che sulla produzione, avrà effetti negativi anche sulla domanda.
Le misure intraprese dalla maggior parte dei paesi allo scopo di contenere il virus, dalla drastica riduzione della mobilità delle persone alla chiusura degli esercizi commerciali, di teatri, biblioteche e musei, hanno comportato una riduzione dei consumi da parte delle famiglie. Particolarmente colpito è stato il settore dei servizi, dai trasporti, al turismo e alla ristorazione.
La chiusura di molte attività produttive e commerciali si è tradotta in un aumento del tasso di disoccupazione e, quindi, in una riduzione del reddito disponibile di molti lavoratori e lavoratrici soprattutto nel settore informale dell’economia. Infine, è atteso un aumento della propensione al risparmio da parte delle famiglie a fini precauzionali, che ridurrà i consumi fino a quando il timore del contagio non sarà definitivamente svanito.
...il resto al link suindicato del giornale

mercoledì 27 maggio 2020

Recovery fund, il piano proposto oggi dalla Commissione Ue

Fonte: W.S.I. 27 Maggio 2020, di Alberto Battaglia

La Commissione europea ha alzato il velo sulla proposta di Recovery Fund che diventerà la base negoziale intorno alla quale gli Stati Membri dovranno raggiungere un consenso unanime. Il piano complessivo è stato battezzato con il nome di Next Generation EU e consentirà alla Commissione europea “di utilizzare il suo solido rating creditizio per prendere in prestito dai mercati finanziari 750 miliardi”.
Questi fondi “saranno indirizzati attraverso i programmi Ue e ripagati in un arco di tempo lungo attraverso i futuri budget Ue – non prima del 2028 e non dopo il 2058”, si legge sulla nota ufficiale diramata dalla Commissione Ue.
L’esecutivo Ue ha proposto, inoltre, di emendare il piano finanziario 2014-2020 in modo da “rendere 11,5 miliardi di euro in funding già disponibili” per l’anno in corso.
“Il piano di risanamento trasforma l’immensa sfida che stiamo affrontando in un’opportunità, non solo sostenendo la ripresa ma anche investendo nel nostro futuro: il Green Deal europeo e la digitalizzazione promuoveranno l’occupazione e la crescita, la resilienza delle nostre società e la salute del nostro ambiente. Questo è il momento dell’Europa”, ha dichiarato la presidente della Commissione, Ursula von der Leyen nel corso del suo intervento al Parlamento europeo, “la nostra volontà di agire deve essere all’altezza delle sfide che tutti noi affrontiamo. Con Next Generation EU stiamo fornendo una risposta ambiziosa”.
Il Recovery Fund proposto dalla Commissione europea
Per quanto riguarda il “Recovery Fund” vero e proprio (nome ufficiale: Recovery and Resilience Facility) esso avrà una dotazione di 560 miliardi di euro. Si tratta di un leggero incremento rispetto ai 500 miliardi delineati dall’accordo franco-tedesco; come previsto, però, esso agirà solo in parte attraverso trasferimenti diretti agli Stati membri.
La componente “a fondo perduto” si limiterà a 310 miliardi, mentre ulteriori 250 miliardi saranno messi a disposizione degli stati sotto forma di prestiti.
“Il supporto sarà disponibile per tutti gli stati membri, ma concentrato sui Paesi più colpiti e nei quali i bisogni di resilienza sono maggiori”. Secondo fonti informate citate dall’Ansa all’Italia potrebbero andare circa 170 miliardi di euro. Nel dettaglio, 81,807 miliardi sarebbero versati come aiuti e 90,938 miliardi come prestiti.
“La crisi ha effetti di contagio in tutti i Paesi e nessuno può ripararsi da solo”, ha dichiarato Von del Leyen nel corso del suo intervento, “un’economia in difficoltà da una parte indebolisce una forte dall’altra. Divergenze e disparità aumentano e abbiamo solo due scelte: o andiamo da soli, lasciando Paesi e regioni indietro, o prendiamo la strada insieme. Per me la scelta è semplice, voglio che prendiamo una strada forte insieme”.
Il piano per il supporto degli stati membri si compone di alcuni altri aiuti di minore entità, fra i quali:
  • 55 miliardi per le politiche di coesione che “saranno allocate sulla base degli impatti socio-economici della crisi, inclusi i livelli di disoccupazione giovanile e la relativa prosperità degli stati membri”
  • 40 miliardi per la transizione verde, con l’obiettivo della neutralità climatica
  • 15 miliardi rivolti allo sviluppo dell’agricoltura per favorire i cambiamenti strutturali necessari a centrare gli obiettivi del Green Deal europeo.
Il piano, perché possa essere approvato dovrà incassare il voto favorevole del Parlamento europeo e del Consiglio.

lunedì 18 maggio 2020

Soros ha la soluzione per la crisi economica da Covid-1

Fonte: Il Fatto Quotidiano Roberto Marchesi Zonaeuro - 18 Maggio 2020

Alla domanda di Gregor Peter Schmitz, del Project Syndicate, che gli chiedeva se avesse mai visto nella sua lunga vita e carriera una crisi simile a questa, George Soros, uno dei più terrificanti speculatori finanziari operante a cavallo del XX e XXI secolo, ha risposto senza esitare: “No. This is the crisis of my lifetime!”.
Chi ha più di 50 anni non ha necessità di essere un intenditore dei mercati finanziari per conoscere la fama di George Soros. All’inizio degli anni ’90, operando spregiudicatamente con operazioni “short” sulle valute europee (sterlina inglese e lira italiana) ha guadagnato per i suoi Hedge Funds (e per se stesso, diventando di colpo multimiliardario) molti miliardi di dollari – e altre valute, inclusa la lira italiana. Le cui banche centrali, che intervenivano nei mercati in difesa della propria moneta, lui trattava come fossero birilli del bowling, infliggendo perdite colossali.
Attualmente, benché ormai da ultraottantenne abbia lasciato ai figli l’attività dei fondi da lui creati, continua, dopo essersi trasformato in perfetto filantropo con la sua Fondazione “Open Society”, a dare forte impulso nel diretto sostegno di molte attività culturali e civili, tutte aventi finalità progressiste e liberali, ma anche, più specificamente, politiche, rivolte al contenimento dei dilaganti nazionalismi che spuntano un po’ ovunque, ma soprattutto nella sua amata Europa (lui è nativo ungherese).
Dunque chiedere a Soros un parere sulla gravità di questa crisi è come chiedere ad uno storico se conosce un “certo” Napoleone. Nella risposta più circostanziata Soros non ha perso l’occasione di precisare che anche prima della crisi da Coronavirus aveva già capito di trovarsi “in un momento rivoluzionario nel quale ciò che era ritenuto impossibile diventava non solo possibile, ma addirittura necessario”.
Soros è quindi, al pari di molti altri economisti, perfettamente cosciente che l’impatto della globalizzazione sulle economie nazionali, insieme ad altre motivazioni più specifiche, aveva già rotto da tempo diversi equilibri e che una pesante crisi era nell’aria. Il Covid-19 ha quindi rotto una diga di “cartapesta”, tenuta insieme (a mio avviso) più dall’ottimismo degli operatori di Borsa che dalla reale rispondenza delle quotazioni al valore intrinseco dei titoli.
Tuttavia anche Soros si chiede come abbia potuto questa pandemia cogliere così di sorpresa tutti i governi del mondo, essendo storicamente noto che pestilenze di questo tipo, negli ultimi quattro secoli, sono state una costante purtroppo ineluttabile e hanno falciato ogni volta decine di migliaia di vittime inermi.
Benché la contagiosità di questo virus sia molto alta, ciò che è successo e sta succedendo in America è indicativo di errori plateali e di assoluta mancanza di tutele preventive sul piano sociale. Non è concepibile che in una democrazia evoluta i morti da virus raggiungano il numero di 100mila e l’indice della disoccupazione passi in soli due mesi dal minimo storico del 3,5% di febbraio al massimo storico del 14,7% di fine aprile. Queste cifre sono non solo una tragedia per l’intera popolazione, ma anche una pessima pagella per qualunque governo.
Soros liquida con una battuta di sconforto il giudizio sul governo, ma alla domanda se il “capitalismo” sopravviverà a questa catastrofe non fa sconti e dice che no, non potrà ritornare a dove eravamo: questa crisi cambierà tutto, anche se adesso nessuno sa come. Teme che a livello globale guadagneranno spazio i sistemi autocratici, Cina in testa, ma lamenta anche le aspirazioni autoritarie di Trump, che trovano fortunatamente nella Costituzione, e nel popolo, un freno adeguato.
E’ invece più preoccupato per l’Europa, in questo momento, perché è tuttora una Unione incompleta e quindi è più facilmente attaccabile dai nazionalismi già presenti al suo interno.
Non gli sfugge nemmeno (come è ovvio, con la sua immensa esperienza proprio in campo finanziario) il problematico momento “finanziario” apparentemente irrisolvibile a causa dei litigi tra i maggiori partner europei su come coprire l’immensa spesa generata dalla pandemia e dagli indispensabili blocchi nelle attività produttive, la cui copertura è stata individuata dalla presidente Ursula von der Leyen in almeno un trilione di euro (mille miliardi).
Ma gli Usa, dopo i due trilioni di dollari concessi a Trump e in buona parte già distribuiti il mese scorso, si apprestano ora ad un altro “mega-regalo” di tre trilioni (pressappoco con le stesse modalità del precedente) che vede i democratici favorevoli e i repubblicani che vorrebbero – ma non possono – dire di no (se vogliono salvare consensi per le elezioni di novembre).
La proposta di Soros è però diversa sia da quella vecchia dei coronabond sia da quella del Recovery Fund, ora approvata dal Parlamento Ue. Secondo me, nell’ottica di una seria costruzione dell’Europa unita, sarebbe persino preferibile a quella attuale Ue – che tuttavia, al momento, sarebbe il “male minore” perché consente di proseguire la presenza europea (e italiana) nei mercati ma mantenendo intatta la distinzione del debito originario dei singoli Stati, che nella costruzione di un Organismo unico è una palla al piede già ora pesantissima ma che peserà sempre di più: è semplicemente impossibile sperare che l’Italia possa, in un situazione come quella che si sta determinando, ridurre il suo debito e nel contempo mantenere la sua potenza economica. Lui propone invece i cosiddetti “Consols” (consolidated bonds), nient’altro che “Perpetual Bonds” già emessi dalla Gran Bretagna per finanziare le guerre napoleoniche e per la prima guerra mondiale (ma anche gli Stati Uniti si sono serviti di questo strumento finanziario nel 1870).
I “Consols”, a differenza dei Coronabond, verrebbero emessi dalla Commissione Europea in accordo con la Bce; avendo un periodo di vita “perpetuo” (cioè destinati alla rinegoziazione/cancellazione dopo un periodo molto lungo di anni) verrebbero sottoscritti soprattutto da quei risparmiatori di lungo periodo (Fondi, Assicurazioni, ecc.) che necessitano di un buon rendimento a breve. Essendo questo un tempo in cui gli interessi sono molto bassi, o addirittura negativi, l’offerta troverebbe certamente elevato interesse nel particolare mercato dei bond.
La spiegazione completa del loro funzionamento è descritta nell’articolo dal titolo The EU should issue Perpetual Bonds, a firma dello stesso Soros.

lunedì 11 maggio 2020

Savona, l’Italia non rischia il default: il vero problema è lo spread

Fonte: Sputnik Italia
L'Italia non è un paese a rischio default, la sua stabilità economica si fonda sul risparmio degli italiani e sull'export del Made in Italy e della manifattura d'alta qualità. Preoccupa lo spread.
L’Italia può stare tranquilla che non rischia il default, il vero problema è lo spread sui titoli di stato rispetto ai bund tedeschi. Lo dice il presidente Consob Paolo Savona ospite dell’evento streaming Milano Capitali, organizzato dall’emittente televisiva Class Cnbc.
L’Italia può poggiarsi su due pilastri che sono i suoi punti di forza, ovvero il risparmio degli italiani e l’esportazione del Made in Italy quale trainante per la ripresa economica.
Mettere il risparmio al servizio della crescitaLa vera domanda che ci dobbiamo porre, afferma Savona, è come dobbiamo mettere il risparmio degli italiani al servizio della crescita e della ripartenza del Paese.
Fare in modo che quei fondi che giacciono semi inerti nei conti correnti dei cittadini possano fruttare a beneficio di tutta la comunità nazionale.
Sottoscrivere il debito pubblicoPer dimostrare che teniamo a un futuro diverso dobbiamo “sottoscrivere il debito pubblico” ha detto il presidente della Consob.
E per quanto riguarda l’aumento del rapporto debito/Pil, Savona crede che la soluzione sia l’emissione di titoli di debito irredimibili con rendimento pari al massimo dell’inflazione che la BCE indica come tetto non superabile.
La Consob a sostegno dell’ItaliaNel suo ruolo di Autorità di controllo dei mercati finanziari la Consob è attiva sin dall’inizio della fase più acuta della pandemia per evitare che si verifichino sulla Borsa di Milano atti speculativi o predatori ai danni delle imprese italiane quotate.
Le vendite allo scoperto sono vietate nell’Unione Europea e anche la Consob ha vietato l’attività fino al 18 giugno, allo scopo di proteggere il mercato finanziario italiano dall’eccessiva speculazione.

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