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martedì 2 giugno 2020

Guerra fredda Usa-Cina, e se il coronavirus fosse un prodotto stelle e strisce?

Fonte: Il Fatto Quotidiano Diego Fusaro  Mondo - 30 Maggio 2020

Fin dal cominciamento della pandemia, sostenni – si ricorderà – che quanto stava accadendo, al di là della narrazione del pipistrello, chiedeva di essere letto e interpretato nel quadro della nuova Guerra Fredda tra Cina e Usa: guerra che domenica 24 maggio è stata apertamente ammessa, infine, dalla stessa Cina in via ufficiale. Insomma, su un piano stricto sensu geopolitico, possiamo dire che il Covid-19 – quale che sia la sua reale origine – giunge nel bel mezzo di una nuova Guerra Fredda, che solo ora è riconosciuta apertamente, ma che, invero, era in atto già da tempo.
A suffragare questa lettura sono, come sappiamo, i rapporti niente affatto distesi che si erano venuti a creare tra i due Paesi ben prima dell’emergenza Covid-19: la quale sempre più appare essere essa stessa un momento di quella “Guerra Fredda” più che una sua temporanea battuta d’arresto. Si pensi anche solo alla guerra per il “5G” e l’affaire Huawei. Non si trascuri, poi, che il 28 novembre 2019 Trump firma e promulga l’“Hong Kong Human Rights and Democracy Act”, per sostenere le protese anticinesi divampate a Hong Kong. La Cina reagisce senza esitazioni: lo fa convocando l’ambasciatore Usa ed esortandolo a non applicare la legge, dacché la questione Hong Kong è interna alla Cina e, dunque, di sua esclusiva competenza. Ancora, gli Usa accusano la Cina: il 17 febbraio un cacciatorpediniere cinese avrebbe puntato un laser su un aereo da ricognizione Poseidon P-8A americano nel Pacifico al fine di disturbarne le operazioni. L’episodio sarebbe avvenuto a 600 chilometri dall’isola di Guam, non distante dalle Filippine.
La Guerra Fredda si è manifestata senza posa nel corso dell’emergenza Covid-19, dichiarata “pandemia” dall’Oms l’11 marzo scorso. Lijian Zhao, portavoce del ministero degli Esteri cinese, ha apertamente, senza troppe perifrasi, attaccato gli Usa: “It might be US army who brought the epidemic to Wuhan”. Così scrisse testualmente sul suo profilo Twitter il 12 marzo.
La Cina, per il tramite di un esponente di spicco del suo governo, stava chiaramente indicando quelli che, dal suo punto di vista, erano i reali responsabili. Le accuse di Lijian Zhao meritano di essere analizzate più estesamente. Fanno leva sulla scarsa chiarezza della civiltà del dollaro sui propri casi di Covid-19: “A quando risale – chiedeva Lijian Zhao – il paziente zero negli Stati Uniti? Quante persone sono state infettate negli States? Come si chiamano gli ospedali dove sono ricoverate? Potrebbe essere stato l’esercito americano ad aver portato l’epidemia a Wuhan. Vogliamo trasparenza! Che siano resi pubblici i vostri dati! Gli Stati Uniti ci devono una spiegazione”.
È interessante, di questa accusa, il fatto che essa rovesci la narrazione, ponendo gli Usa nella posizione in cui essi avevano fino a quel momento cercato di porre la Cina: ossia nella posizione di chi deve dare conto al mondo intero delle proprie responsabilità.
In un secondo messaggio su Twitter, Lijian Zhao ha ricordato che Robert Redfield, portavoce e rappresentante del Parlamento Usa, ha ammesso apertamente l’esistenza di decessi per Covid-19 negli Usa. Ne dà notizia anche The Guardian, il 12 marzo. Il video a cui allude Lijian Zhao era stato pubblicato da “People’s Daily”: in esso Robert Redfield affermava che alcuni morti di influenza, negli Usa, era in realtà contagiati da Covid-19… Con le parole di Robert Redfield: “Some cases have actually diagnosed that way in the United States today”. Queste affermazioni, in effetti, aprono alla possibilità che il virus non sia “cinese” (come continua a ripetere Trump), ma atlantista.
Alla sbarra dell’imputato è ora, improvvisamente, la civiltà del dollaro. Quanti dei morti di influenza negli Usa – incalza Lijian Zhao – sono connessi al Covid-19? Perché gli Usa, così solerti nell’attaccare la Cina, hanno nascosto al mondo intero le proprie responsabilità?
Le catilinarie politiche di Lijian Zhao sono supportate dalle affermazioni dell’epidemiologo e pneumologo Zhong Nanshan, che nel 2003 scoprì il Coronavirus Sars, e che fu anche presidente della Chinese Medical Association (2005-2009). Pur senza puntare il dito contro gli Usa, Zhong Nanshan ha affermato, il 27 febbraio 2020, che il virus, rilevato la prima volta in Cina, “potrebbe non essere nato in Cina”. Queste, in estrema sintesi, alcune delle accuse mosse dalla Cina agli Usa. E gli Usa? Il Consigliere per la Sicurezza nazionale statunitense, Robert O’Brien, ha quasi da subito accusato la Cina di non aver gestito nel modo giusto l’epidemia “mettendo a tacere i medici coinvolti o mettendoli in isolamento”. E, in effetti, Li Wenliang, il dottore che per primo aveva invano denunciato il Covid-19, è – come sappiamo – morto isolato e dimenticato. E vi sono stati, in Cina, altri episodi di repressione di dissidenti.
il resto al link suindicato

lunedì 4 maggio 2020

Blix-Ghebreyesus. Armi chimiche-Covid-19. Le accuse di Trump alla Cina finiranno come quelle di Bush all'Iraq?

Visto su: L'Antidiplomatico
Sembra uno scenario già visto, cambiano gli attori, finora c'è solo "piccolissima" differenza: non c'è ancora uno scontro militare in atto e, se ci fosse, avrebbe conseguenze catastrofiche. Ormai la stampa occidentale, salvo alcune eccezioni, sembra fare da megafono al leit motiv di Trump, ovvero il Covid-19 è stata colpa della Cina e in qualche modo la deve pagare.
Sembra uno scenario già visto, cambiano gli attori, finora c'è solo "piccolissima" differenza: non c'è ancora uno scontro militare in atto e, se ci fosse, avrebbe conseguenze catastrofiche. Ormai la stampa occidentale, salvo alcune eccezioni, sembra fare da megafono al leit motiv di Trump, ovvero il Covid-19 è stata colpa della Cina e in qualche modo la deve pagare.


Cambiano gli attori, ma lo scenario sembra quello del 2003. George W. Bush dopo gli attentati dell'11 settembre sull'onda dell'Operazione Enduring Freedom, il cui scopo sarebbe stato quello di sconfiggere al Qaeda, tanta amata da suo padre quando si doveva contrastare l'URSS in Afghanistan, accusa l'Iraq di Saddam Hussein di possedere armi chimiche. Emblematica l'immagine di Colin Powell, l'allora segretario di Stato USA, che all'ONU mostra le famigerate provette.

C'era un ostacolo per Washington al suo disegno bellico. E non da poco. Hans Blix, il capo degli ispettori ONU che visionavano che l'Iraq avesse smantellato e non possedesse armi chimiche.
Blix più di una volta sostenne che l'Iraq non possedeva armi chimiche o altre di distruzione di massa. Fu tutto vano. Come è andata a finire lo sappiamo e soprattutto le conseguenze le viviamo ancora oggi di quella guerra criminale.

Oggi, gli Stati Uniti e l'amministrazione Trump si scagliano allo stesso modo contro il Direttore dell'organizzazione Mondiale della Sanità, Tedros Adhanom Ghebreyesus, il quale sostiene, insiste, confortato da diverse pubblicazioni scientifiche, dagli stessi servizi segreti USA, che il Covid-19 non è stato prodotto in laboratorio.

La strategia di Trump l'ha descritta molto bene il giornalista del quotidiano inglese The Independent, Patrick Coburn: "Il livello di mendacia di Trump è molto più grave di quello usato per vendere la guerra in Iraq sostenendo che Saddam Hussein possedeva armi di distruzione di massa (WMD). Anche allora c'erano storie di laboratori segreti che sviluppavano armi biologiche. Sebbene stia depurando i capi dell'intelligence USA e sostituendoli con i lealisti di Trump, anche loro non hanno potuto sostenere la sua ultima teoria della cospirazione. 'L'intelligence concorda anche con l'ampio consenso scientifico sul fatto che il virus Covid-19 non è stato creato dall'uomo o geneticamente modificato', ha affermato una dichiarazione dell'ufficio del direttore dell'intelligence nazionale, Richard Grenell." ha scritto Coburn qualche giorno fa.

In un altro passaggio il giornalista evidenzia che "lo scopo delle bugie di Trump non è di convincere con argomentazioni razionali ma di dominare l'agenda delle notizie con accuse oltraggiose. Questo semplice trucco di pubbliche relazioni ha funzionato in precedenza per lui, ma il capro espiatorio della Cina potrebbe non essere sufficiente a distogliere l'attenzione dal prezzo che gli americani hanno pagato per il suo disastroso maltrattamento della pandemia. Le cifre delle vittime raccontano la loro triste storia: in Cina ci sono stati 84.373 casi di malattia e 4.643 morti mentre negli Stati Uniti ci sono stati poco più di 1,1 milioni di casi e 64.460 morti. I lealisti di Trump affermeranno che i cinesi mentono, ma poi devono anche spiegare la minore perdita di vite umane in Corea del Sud, Singapore e Taiwan."

Coburn ricorda che "molti di coloro che hanno usato le armi di distruzione di massa per lanciare una guerra calda contro l'Iraq nel 2003, sono le stesse persone che promuovono una guerra fredda contro la Cina oggi. Questo approccio richiede uno straordinario grado di irresponsabilità: Trump sta lanciando la sua guerra fredda contro la Cina proprio quando è necessaria una risposta medica ed economica globale per contrastare un virus che si è diffuso dal Tagikistan nell'Amazzonia superiore e può essere soppresso o contenuto solo dall'azione internazionale ."

Coburn è fra i pochi giornalisti occidentali che sottolinea come Trump cerchi attraverso la Cina di coprire il disastro della Sanità americana nell'affrontare il Covid-19. Mentre il mainstream in generale criticano Trump sempre, però quando di solito un inquilino della Casa Bianca va in guerra, diventa l'idolo di tutti. Basta leggere e vedere i resoconti unanimi a favore di Trump dopo gli attacchi alla Siria nel 2017 e 2018.

Nelle pretestuose accuse di Bush e Trump ci sono tanti richiama alla nota avola del Lupo e dell'agnello.

Non basterà la scienza a distogliere Trump e la sua amministrazione dal cercare uno scontro diretto con la Cina. Che tipo di scontro? Una nuova Guerra Fredda? Guerra Commerciale? O addirittura vuole affrontarla militarmente? La Cina non è certo l'Iraq proveniente da 13 anni di embargo, è ormai una potenzia non solo economica ma anche militare.

Insomma, dati gli attori in campo, c'è poco da stare tranquilli.
La Redazione
Notizia del: 04/05/2020
 

lunedì 13 aprile 2020

C’è un’intima relazione tra pandemie, progresso e modernità. Ma questa volta è diverso

Fonte: Il Fatto Quotidiano Loretta Napoleoni Economia Occulta - 12 Aprile 2020

Le due parole più comuni che si trovano nelle notizie sono pandemia e recessione mondiale. Due parole che descrivono eventi che in passato hanno causato il crollo di intere civiltà. Ciò che temiamo oggi è proprio questo, un finale apocalittico della nostra società, tra le più avanzate della storia dell’uomo. Ma questa volta è diverso: il Covid-19 non ci distruggerà. Fino ad ora la lezione della storia ci ha guidato permettendoci di evitare la catastrofe. Una catastrofe causata dal nostro folle desiderio di onnipotenza, di schiavizzare la natura e di sconfiggere la morte. Ma non siamo ancora in salvo, tutto dipende da come ci comporteremo quando la pandemia se ne sarà andata e si potrà tornare alla cosiddetta normalità.
In passato, a gettare i semi della distruzione sono stati modernità, “progresso”, tecnologia e arroganza umana. Questa volta non è diverso: le cause profonde della pandemia e il possibile collasso dell’economia globalizzata derivano dall’industrializzazione incontrollabile e dalla selvaggia tempesta di modernità che ha distrutto il delicato equilibrio degli ecosistemi in alcune regioni del mondo. Una crescita senza precedenti della popolazione mondiale, grazie alla medicina moderna, ha anche trasformato la nostra specie in una sorta di cancro della natura: siamo troppi, consumiamo troppo e distruggiamo le risorse più velocemente di quanto possano riprodursi.
La prima volta che il lato oscuro della modernità ci ha colpitoè stato agli albori della civiltà, nella transizione dal Paleolitico al Neolitico intorno al 10.000 – 8.000 a.C. Alla società di cacciatori-raccoglitori – egalitaria, tribale e basata su un’economia di sussistenza – si sostituì una società agraria. La gente iniziò a coltivare il terreno e ad addomesticare gli animali, allo stesso tempo si cominciò ad accumulare scorte e venne introdotta la proprietà privata. Questa semplice transizione, resa possibile da scoperte tecnologiche come l’uso dei semi per piantare i raccolti e l’utilizzo degli animali domestici in agricoltura produsse anche le prime disuguaglianze di ricchezza.
Il Neolitico fu anche caratterizzato dalla nascita di villaggi, dove la gente viveva a stretto contatto, alcuni centri arrivarono ad avere una popolazione di 20.000 abitanti. I ricchi usavano i poveri come forza lavoro. Quando arrivava la carestia, i primi sopravvivevano grazie alle scorte ed i secondi morivano di fame. Quando scoppiava la guerra, i poveri la combattevano ed i ricchi la sovvenzionavano. Il ciclo di vita e di morte del Neolitico era dunque basato sulla ricchezza e non più sulla natura come avveniva nel Paleolitico.
Il nuovo stile di vita portò carestia e nuove malattie, spesso causate dalla vicinanza degli esseri umani con gli animali. Tuttavia, il progresso e la modernità fecero crescere la popolazione in quanto erano più facilmente disponibili cibi nutrienti. Poi, intorno al 6.000 – 5.000 a.C., la popolazione dell’Europa subì una caduta improvvisa e, fino a pochi anni’ fa misteriosa, al punto che si rischiò l’estinzione in tutto il continente. Questo periodo è noto come declino del Neolitico.
Nessuno sapeva esattamente cosa fosse successo fino al 2015 quando in un’antica tomba in Svezia, gli archeologi scoprirono il corpo di una donna della fine del Neolitico che era morta a causa del più antico ceppo del batterio mortale che ha ucciso centinaia di milioni di persone nel corso dei millenni, la Yersinia pestis, comunemente noto come il batterio della peste. La donna era morta a causa della versione più antica del genoma della peste, la madre di tutte le future pestilenze.
Oggi sappiamo che ciò che ha quasi spazzato via la popolazione europea è stata una pandemia che si è diffusa in tutto il vecchio continente come un incendio grazie ai legami commerciali della popolazione neolitica in Europa, il primo esperimento di globalizzazione. Come facciamo a saperlo? La donna svedese viveva in una piccola comunità agricola, lontana dal centro del mondo neolitico dove scoppiò la pesta. La peste prospera in ambienti in cui grandi gruppi di persone vivono in spazi ristretti, condividono lo spazio con gli animali e il cibo immagazzinato e si riscontrano cattive condizioni sanitarie.
Dagli insediamenti neolitici più importanti la peste si diresse verso il piccolo villaggio agricolo svedese grazie a una vasta rete commerciale resa possibile dall’espansione dei carri trainati da animali. Così la malattia si diffuse lungo le rotte commerciali in tutto il continente e molto probabilmente causò il declino del Neolitico. Bisognerà aspettare fino al 2.500 a.C. affinché queste regioni vengano ripopolate dalle migrazioni provenienti dall’Asia centrale.
La peste del quattordicesimo secolo, nota come la morte nera, fu ugualmente tremenda, uccise un terzo della popolazione europea e causò il collasso del sistema economico basato sulla servitù della gleba. I baroni dovettero pagare per far coltivare la loro terra e, con una riserva di lavoro drasticamente ridotta, i braccianti agricoli ricevettero salari più alti. Il declino della popolazione spinse la ricerca tecnologica al fine di migliorare la produttività del lavoro, tra le invenzioni c’è l’aratro pesante. La produzione divenne più flessibile, innovativa ed efficiente.
La peste causò una rivoluzione in tutti i campi, dall’agricoltura all’economia alla tecnologia e alla vita sociale. Poiché la popolazione crollò le risorse non scarseggiarono più. Soprattutto, la peste dette vita ad una ridistribuzione della ricchezza che ha arricchito la società europea e portato a una maggiore alfabetizzazione, scolarità e progresso. Ciò ha reso possibile l’ascesa di una nuova classe sociale, quella che oggi chiamiamo classe media.
Sembra che esista una relazione intima tra pandemie, progresso e modernità. Nel corso della storia questi fenomeni si sono nutriti a vicenda, segnando grandi e traumatici cambiamenti nello sviluppo umano. Quando le società non possono adattarsi alla distruzione delle pandemie, collassano, ma è anche vero che quando una società collassa, può riprendersi e prosperare. Questa è la lezione di storia che stiamo imparando di nuovo oggi. E come sempre questo ciclo si svolge sullo sfondo di inimmaginabili tragedie umane.
È però improbabile che la nostra civiltà crollerà a causa di Covid-19. Oggi abbiamo gli strumenti, le conoscenze, la tecnologia e la comprensione per sopravvivere. Abbiamo anche compassione per le sofferenze umane. Prima di tutto, ci stiamo adattando: in tutto il mondo, le persone hanno accettato le raccomandazioni dei loro leader. Democrazie, dittature, società comuniste e di libero mercato hanno tutti abbandonato il loro stile di vita quotidiano e accettato di rintanarsi in casa. Questa è una prova notevole della nostra maturità come specie.
In secondo luogo, lo stato sta impedendo l’inevitabile collasso dell’economia, inondando le persone di denaro, permettendo loro di pagare l’affitto, comprare cibo e vestire le loro famiglie. Anche questo è senza precedenti. Durante la Grande Depressione ci volle quasi un decennio per mettere in atto il New Deal, a quel punto gli Stati Uniti erano precipitati nella profonda povertà. Oggi le nazioni resistono alla tentazione di introdurre misure protezioniste come hanno fatto dopo il crollo del 1929, che ha ampliato la recessione. In terzo luogo, la medicina moderna sta lavorando all’unisono, le nazioni condividono informazioni, scoperte e cure. Troveremo il vaccino, è solo una questione di tempo.
Il coronavirus non ci sconfiggerà, ma ciò che potrebbe far crollare la nostra civiltà è come ci comporteremo dopo la pandemia. Se torniamo alla vita che stavamo conducendo fino a dicembre 2019 – il consumo costante come se le risorse fossero davvero infinite – un altro virus molto più forte e più sinistro comparirà, e questa volta potrebbe essere l’ultimo.

giovedì 19 marzo 2020

Coronavirus, perché così tanti morti in Italia? C’è una risposta ottimistica e altre meno

Fonte: Il Fatto Quotidiano Cronaca - 19 Marzo 2020 Marco Lillo
Il triste sorpasso di oggi (l’Italia totalizza 3.405 morti da Covid-19 contro le 3.245 morti dichiarate in tutta la Cina) impone una domanda: perché così tanti morti in Italia rispetto alla Cina, alla Germania o alla Corea del Sud? I morti in Germania sono stati 43 su 14mila e 481 positivi. In Corea del Sud i morti sono sono 91 su 8mila e 565 casi e in Cina i morti sono 3.245, poco meno dell’Italia ma su 81mila 155 casi.
C’è una risposta ‘ottimistica‘ e altre che lo sono molto meno a questa domanda.
La prima risposta è che la ragione risiede nel diverso modo di rilevazione delle morti. Cioè in Italia cataloghiamo come morti da Covid-19 anche i cosiddetti ‘morti con il coronavirus’ ma che avevano altre patologie. Mentre in Cina, Germania e Corea del Sud, è il corollario, i medici non rileverebbero e non inserirebbero quel tipo di morti ‘non per ma con coronavirus’ nelle statistiche.
Purtroppo per noi, quando questa domanda è stata posta ai funzionari dell’Oms che si stanno occupando della pandemia a livello europeo, la risposta non è stata questa. Durante la conferenza dell’Organizzazione Mondiale della Sanità del 17 marzo scorso a Copenaghen (alla quale Il Fatto ha partecipato on-line, di seguito il video integrale) la domanda è stata posta da Bloomberg. La risposta che potrete ascoltare (minuto 28 circa) è di Richard Pebody, capo del team di intervento sulle emergenze infettive in Europa dell’Oms. Pebody premette che non c’è una risposta certa a questa domanda e conclude che bisogna studiare ancora il tema però nel mezzo fa delle ipotesi.
A questo punto potremmo dire, va bene, aspettiamo la fine degli studi. Purtroppo non stiamo parlando di un tema di ricerca astratta. La discussione sulle ragioni della differenza tra Italia e Germania non è una speculazione inutile perché dalle conclusioni di questa analisi derivano istruzioni immediate e impellenti per chi deve pensare i piani d’azione per combattere non domani ma oggi il virus.
Quando gli chiedono se il tasso di mortalità è così alto in Italia per via del differente sistema ospedaliero, per ragioni demografiche (più anziani) o per il differente modo con il quale i paesi classificano i pazienti, Richard Pebody, Team leader europeo per la gestione dell’emergenze infettive dell’Oms risponde: “Gran bella domanda. Non abbiamo una risposta certa. Probabilmente è una combinazione dei fattori che lei sottolinea”.
Pebody però non si ferma qui. E aggiunge che la ragione potrebbe essere proprio il diverso modo di conteggiare i malati (non i morti) nei diversi paesi. Secondo Pebody alcuni paesi fanno i test ai malati solo quando presentano sintomi acuti mentre altri li fanno anche a chi presenta solo sintomi lievi. Il funzionario dell’Oms non la nomina ma si riferisce all’Italia.
Il punto è che finora ci eravamo cullati nella certezza che l’Italia avesse fatto più test degli altri paesi. Ciò è vero in termini assoluti rispetto a paesi come la Germania ma non vale nemmeno in termini assoluti verso la Corea. Con 51 milioni di abitanti, meno dell’Italia quindi, Seoul ha fatto quasi il doppio dei test. La ‘pesca’ a strascico dei coreani ha scoperto poco più di 8mila casi. La pesca più mirata degli italiani (solo sui malati gravi ultimamente) ha prodotto quasi cinque volte più casi. Allora c’è da domandarsi quanti ‘pesci’ ci sono da pescare nel nostro mare. Cioè quanti casi avremmo trovato in Italia e soprattutto nel nord del paese se avessimo applicato anche noi la tecnica di caccia estensiva al virus dei coreani.
In altri termini una possibile spiegazione della differenza Italia-Corea sembra essere non tanto il denominatore (i morti con altre patologie rilevati come da Covid-19 in Italia e non in altri paesi) ma il numeratore (cioè i malati che in altri paesi sono ‘ricercati’ con più aggressività dalle autorità anche se con sintomi lievi) ergo la situazione dell’Italia è peggiore di quel che sembra ed è fotografata non solo dai malati ‘rilevati’ ma anche dalle morti effettivamente avvenute. Cioè la ‘fotografia’ da incubo con più di 40mila malati, in questa logica, sarebbe persino ottimistica. Mentre sarebbe più fedele la diagnosi del malato Italia fatta partendo dai certificati di morte.
Questa tesi risulta confermata da un dato italiano: la Regione Veneto che ha cercato di fare molti test con un approccio più sudcoreano, ha un tasso di mortalità più basso della Lombardia. Questo stesso ragionamento fatto sopra nel paragone Corea-Italia o Veneto-Lombardia non trova immediato riscontro per la Germania che ha fatto meno test di noi.
In questo caso si potrebbe spiegare il tasso di mortalità diverso con il differente ritmo dei contagi, più rapidi delle morti, che invece seguono un’onda più lunga, tanto che in Cina, i contagi interni sono ormai pari a zeri ma ogni giorno si registrano ancora diverse morti. E l’impennata dei morti in Germania delle ultime ore andrebbe in questo senso. Però la risposta almeno in parte potrebbe risiedere nei diversi livelli della sanità italiana e tedesca, che almeno per il numero attuale dei malati sta rispondendo meglio.
Tornando alle possibili spiegazioni alternative alla prima dei test, nella sua risposta a Bloomberg, Richard Pebody, dopo avere esaminato il tema dell’atteggiamento diverso in fase di ‘caccia alla malattia’, prosegue dicendo che, qualora invece il rapporto tra malati e morti non fosse falsato da questa discrasia di rilevazione dei primi, resterebbero alcune variabili da considerare: le differenze demografiche tra i paesi e i differenti livelli di assistenza.
La dottoressa Dorit Nitzan, coordinatrice delle emergenze in Europa, è sembrata propendere per la tesi demografica più che per la tesi del diverso (nel senso di peggiore) livello della sanità italiana rispetto a Corea o Germania. Nella medesima conferenza stampa infatti Nitzan ha invitato alla cautela nel trarre conclusioni sul tasso di mortalità e ha fatto notare che i coreani hanno lavorato bene ma sono stati aiutati rispetto all’Italia dalla demografia: le persone malate, poi guarite, erano spesso donne (che reagiscono meglio al virus) e giovani.
La risposta complessa alla domanda sull’elevato tasso di mortalità italiano può dunque essere così sintetizzata: certamente noi italiani siamo tra i più anziani al mondo (secondi dopo i giapponesi) e come è noto gran parte delle vittime del Coronavirus ha più di 70 anni. Però ci sono altri due possibili fattori che potrebbero spiegare almeno una parte della differenza tra l’Italia e gli altri paesi: non facciamo abbastanza test per avere una fotografia della realtà nitida come quella scattata alla popolazione coreana. E forse, quando Richard Pebody accenna al diverso livello dei servizi sanitari, potrebbe anche alludere all’incapacità del sistema sanitario nazionale, sfiancato dai tagli e dalle privatizzazioni, di affrontare una simile emergenza come può fare la Germania.
L’età media del paese non è colpa di nessuno e non è una variabile sulla quale possiamo incidere. Sui livelli di assistenza possiamo impegnarci di più ma nei limiti delle risorse disponibili. Sui test invece possiamo e dobbiamo decisamente fare di più.

martedì 25 febbraio 2020

Coronavirus, il virologo Perno: “No agli allarmismi, ma non è come un’influenza”

Fonte: Il Fatto Quotidiano | 25 Febbraio 2020
Il responsabile del Laboratorio di medicina di Niguarda spiega come funziona il controllo dei nuovi casi sospetti. "Al momento nessun collo di bottiglia, ma le autorità e le aziende produttrici dei kit devono prepararsi a eventuali focolai più ampi". E mette in guardia: "Anche dal mondo scientifico sento sottovalutazioni ed esagerazioni"
La macchina dei test per individuare il coronavirus, o meglio questo tipo di coronavirus detto Covid-19, al momento regge. Nonostante la mancanza di tamponi che, assicurano i vertici della Regione Lombardia e del ministero della Salute, è in via di risoluzione. Ma è possibile che il sistema vada in emergenza se i casi di sospetto contagio dovessero impennarsi? “No, a patto che le autorità e le aziende che producono i kit seguano un percorso razionale. Se domani si scoprissero decine di migliaia di casi sospetti in un focolaio, dobbiamo essere preparati a fronteggiarli”. Carlo Federico Perno è professore ordinario di Microbiologia e virologia dell’Università di Milano e dirige il Dipartimento di medicina di laboratorio dell‘Ospedale Niguarda, impegnato in questi giorni a sfornare responsi sui nuovi casi di contagio. Perno è specializzato proprio nello studio dei Coronavirus, una grande famiglia che, nella versione umana, è responsabile per esempio del comune raffreddore. “Il Covid-19, invece, è di origine animale, coma la Sars e la Mers, e ha fatto il salto di specie. La sua peculiarità – spiega il professore – è che colpisce direttamente i polmoni“. Così è stato necessario approntare un nuovo kit diagnostico che andasse a scovare questa specifica forma del virus: “Le aziende del settore hanno lavorato giorno e notte e oggi abbiamo un test molto affidabile, che continua a essere migliorato”.
Il primo passo, come ormai abbiamo imparato tutti, è il tampone, una sorta di grande cotton fioc che raccoglie il muco nasale e i liquidi polmonari del paziente. Il campione messo in provetta va poi fatto arrivare rapidamente in uno dei centri specializzati, dotati di una macchina per questo tipo di analisi, la stessa che si usa da molti anni per individuare altre patologie, a partire dalla comune influenza. Si chiama “termociclatore” e, in sostanza, riscalda e amplifica il materiale genetico del virus che si sta cercando, attraverso un processo che si chiama reazione a catena delle polimerasi. Materia per addetti ai lavori, ma la buona notizia, dice Perno, è che il termociclatore è un oggetto grande come un forno a microonde, del costo di qualche migliaia di euro secondo il modello, utilizzato in un gran numero di laboratori. “Pensatelo come un lettore cd. L’apparecchio è sempre quello, poi suonerà Battisti o Jovanotti secondo il disco che ci metto dentro. Il disco, nel nostro caso, è il kit specifico per la ricerca del Covid-19”. Ogni singolo kit permette di analizzare diverse decine di campioni.
La macchina può trattare diverse decine di provette contemporaneamente e restituisce i risultati nel giro di qualche ora. “Se il risultato è positivo significa che il paziente è contagiato, anche se non necessariamente malato. I test sono affidabili e di norma si eseguono una volta sola, con un ulteriore controllo sulla correttezza dei parametri impostati nella macchina”. Così funziona il sistema che permette di identificare i casi di contagio da isolare per limitare l’epidemia, e al momento non si vedono colli di bottiglia che lo rallentino in modo significativo. Ma attenzione: se si verificassero aumenti imprevisti di casi sospetti, la soluzione non sarebbe quella di mettere in campo tutti i termociclatori presenti in qualunque laboratorio: “Sarebbe sconsigliabile rivolgersi ai piccoli ospedali o ai centri privati, perché questo tipo di analisi richiede competenze professionali specifiche e livelli elevati di biosicurezza”.
Per questo è necessario attrezzarsi in vista di un’eventuale esplosione di casi e limitare al massimo i rischi di contagio. “Di fronte al Covid-19 sento giudizi inesatti anche dal mondo scientifico”, afferma il professor Perno. “Da un lato c’è chi lo paragona a una banale influenza, ma non lo è affatto, è un’infezione polmonare. Dall’altro c’è chi evoca epidemie catastrofiche come la ‘spagnola’, ma finora sono decedute persone con altre patologie gravi, alcune molto anziane, per i quali non mi sentirei di dire che la causa di morte è davvero il coronavirus. Non abbiamo ancora elementi precisi per prevedere l’andamento dell’epidemia, dobbiamo osservarne l’evoluzione giorno per giorno”.
Non esageriamo con l’allarmismo, conclude Perno, ma ben vengano le restrizioni imposte da governo e regioni: “Sono provvedimenti sgradevoli ma necessari, la priorità è impedire al virus di infettare. Dobbiamo chiudere le stalle prima che i buoi scappino”.

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