Fonte: W.S.I. Alessandra Caparello
Mentre
negli Stati Uniti si registrano in appena 24 ore circa 40mila nuovi
casi di contagio da coronavirus, il consulente sanitario della Casa Bianca Anthony Fauci lancia l’allarme. Il virus può essere già mutato e diventato più contagioso.
La
ricerca è in corso per confermare la possibile mutazione e le sue
implicazioni, ha detto Fauci, aggiungendo che “c’è una piccola
controversia al riguardo”. I virus mutano naturalmente e gli scienziati
hanno già detto di aver osservato mutazioni minori nel coronavirus che
non hanno influito sulla sua capacità di diffondersi o di causare il
progredirsi della malattia in modo significativo.
Coronavirus: mutazione in corso?La
possibile mutazione che Fauci ha citato è stata riportata dagli
ispettori del Los Alamos National Laboratory in un articolo pubblicato
dalla rivista Cell e anche i virologi della Scripps Research in Florida
hanno scritto sulla mutazione il mese scorso, dicendo che “migliora la
trasmissione virale”. Non è chiaro quando la mutazione possa essersi
verificata ma sottolinea Fauci “i dati mostrano che c’è una singola
mutazione che rende il virus in grado di replicarsi meglio e forse di
avere un alto carico virale”.
L’Organizzazione
Mondiale della Sanità e il suo team di ricercatori globali hanno
osservato più di 60.000 diverse sequenze genetiche del coronavirus
raccolte da campioni prelevati in tutto il mondo.
Tutti i virus si
evolvono, o mutano, nel corso della loro vita. I virus RNA come il
coronavirus mutano più rapidamente di alcuni altri virus, ha detto il
mese scorso i funzionari dell’OMS ai giornalisti, perché a differenza
del DNA umano, i virus RNA non hanno un “controllo naturale degli
errori”, il che significa che il codice del virus non può correggersi
da solo.
I nuovi casi negli USA sono aumentati in 40 dei 50 stati americani,
ma 25 mila dei 55mila nuovi casi di contagio sono concentrati in
quattro stati: Arizona, California, Florida e Texas. L’amministrazione
Trump continua a sostenere che l’alto numero di casi sia dovuto al gran
numero di test effettuati, ma ora le parole del virologo Fauci gettano
nuove ombre sulla pandemia.
si parla di progresso, di evoluzione, di civiltà ci ritroviamo invece in un nuovo medio evo dove conta chi si nasconde dietro il potere o vi si allea con esso.
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martedì 7 luglio 2020
giovedì 19 marzo 2020
Coronavirus, perché così tanti morti in Italia? C’è una risposta ottimistica e altre meno
Fonte: Il Fatto Quotidiano Cronaca - 19 Marzo 2020 Marco Lillo
Il triste sorpasso di oggi (l’Italia totalizza 3.405 morti da Covid-19 contro le 3.245 morti dichiarate in tutta la Cina) impone una domanda: perché così tanti morti in Italia rispetto alla Cina, alla Germania o alla Corea del Sud? I morti in Germania sono stati 43 su 14mila e 481 positivi. In Corea del Sud i morti sono sono 91 su 8mila e 565 casi e in Cina i morti sono 3.245, poco meno dell’Italia ma su 81mila 155 casi.
C’è una risposta ‘ottimistica‘ e altre che lo sono molto meno a questa domanda.
La prima risposta è che la ragione risiede nel diverso modo di rilevazione delle morti. Cioè in Italia cataloghiamo come morti da Covid-19 anche i cosiddetti ‘morti con il coronavirus’ ma che avevano altre patologie. Mentre in Cina, Germania e Corea del Sud, è il corollario, i medici non rileverebbero e non inserirebbero quel tipo di morti ‘non per ma con coronavirus’ nelle statistiche.
Purtroppo
per noi, quando questa domanda è stata posta ai funzionari dell’Oms
che si stanno occupando della pandemia a livello europeo, la risposta
non è stata questa. Durante la conferenza dell’Organizzazione Mondiale
della Sanità del 17 marzo scorso a Copenaghen (alla quale Il Fatto ha partecipato on-line, di seguito il video integrale) la domanda è stata posta da Bloomberg. La risposta che potrete ascoltare (minuto 28 circa) è di Richard Pebody,
capo del team di intervento sulle emergenze infettive in Europa
dell’Oms. Pebody premette che non c’è una risposta certa a questa
domanda e conclude che bisogna studiare ancora il tema però nel mezzo fa
delle ipotesi.
A questo punto potremmo dire, va bene, aspettiamo la fine degli studi. Purtroppo non stiamo parlando di un tema di ricerca astratta. La discussione sulle ragioni della differenza tra Italia e Germania non è una speculazione inutile perché dalle conclusioni di questa analisi derivano istruzioni immediate e impellenti per chi deve pensare i piani d’azione per combattere non domani ma oggi il virus.
Quando gli chiedono se il tasso di mortalità è così alto in Italia per via del differente sistema ospedaliero, per ragioni demografiche (più anziani) o per il differente modo con il quale i paesi classificano i pazienti, Richard Pebody, Team leader europeo per la gestione dell’emergenze infettive dell’Oms risponde: “Gran bella domanda. Non abbiamo una risposta certa. Probabilmente è una combinazione dei fattori che lei sottolinea”.
Pebody però non si ferma qui. E aggiunge che la ragione potrebbe essere proprio il diverso modo di conteggiare i malati (non i morti) nei diversi paesi. Secondo Pebody alcuni paesi fanno i test ai malati solo quando presentano sintomi acuti mentre altri li fanno anche a chi presenta solo sintomi lievi. Il funzionario dell’Oms non la nomina ma si riferisce all’Italia.
Il punto è che finora ci eravamo cullati nella certezza che l’Italia avesse fatto più test degli altri paesi. Ciò è vero in termini assoluti rispetto a paesi come la Germania ma non vale nemmeno in termini assoluti verso la Corea. Con 51 milioni di abitanti, meno dell’Italia quindi, Seoul ha fatto quasi il doppio dei test. La ‘pesca’ a strascico dei coreani ha scoperto poco più di 8mila casi. La pesca più mirata degli italiani (solo sui malati gravi ultimamente) ha prodotto quasi cinque volte più casi. Allora c’è da domandarsi quanti ‘pesci’ ci sono da pescare nel nostro mare. Cioè quanti casi avremmo trovato in Italia e soprattutto nel nord del paese se avessimo applicato anche noi la tecnica di caccia estensiva al virus dei coreani.
In altri termini una possibile spiegazione della differenza Italia-Corea sembra essere non tanto il denominatore (i morti con altre patologie rilevati come da Covid-19 in Italia e non in altri paesi) ma il numeratore (cioè i malati che in altri paesi sono ‘ricercati’ con più aggressività dalle autorità anche se con sintomi lievi) ergo la situazione dell’Italia è peggiore di quel che sembra ed è fotografata non solo dai malati ‘rilevati’ ma anche dalle morti effettivamente avvenute. Cioè la ‘fotografia’ da incubo con più di 40mila malati, in questa logica, sarebbe persino ottimistica. Mentre sarebbe più fedele la diagnosi del malato Italia fatta partendo dai certificati di morte.
Questa tesi risulta confermata da un dato italiano: la Regione Veneto che ha cercato di fare molti test con un approccio più sudcoreano, ha un tasso di mortalità più basso della Lombardia. Questo stesso ragionamento fatto sopra nel paragone Corea-Italia o Veneto-Lombardia non trova immediato riscontro per la Germania che ha fatto meno test di noi.
In questo caso si potrebbe spiegare il tasso di mortalità diverso con il differente ritmo dei contagi, più rapidi delle morti, che invece seguono un’onda più lunga, tanto che in Cina, i contagi interni sono ormai pari a zeri ma ogni giorno si registrano ancora diverse morti. E l’impennata dei morti in Germania delle ultime ore andrebbe in questo senso. Però la risposta almeno in parte potrebbe risiedere nei diversi livelli della sanità italiana e tedesca, che almeno per il numero attuale dei malati sta rispondendo meglio.
Tornando alle possibili spiegazioni alternative alla prima dei test, nella sua risposta a Bloomberg, Richard Pebody, dopo avere esaminato il tema dell’atteggiamento diverso in fase di ‘caccia alla malattia’, prosegue dicendo che, qualora invece il rapporto tra malati e morti non fosse falsato da questa discrasia di rilevazione dei primi, resterebbero alcune variabili da considerare: le differenze demografiche tra i paesi e i differenti livelli di assistenza.
La dottoressa Dorit Nitzan, coordinatrice delle emergenze in Europa, è sembrata propendere per la tesi demografica più che per la tesi del diverso (nel senso di peggiore) livello della sanità italiana rispetto a Corea o Germania. Nella medesima conferenza stampa infatti Nitzan ha invitato alla cautela nel trarre conclusioni sul tasso di mortalità e ha fatto notare che i coreani hanno lavorato bene ma sono stati aiutati rispetto all’Italia dalla demografia: le persone malate, poi guarite, erano spesso donne (che reagiscono meglio al virus) e giovani.
La risposta complessa alla domanda sull’elevato tasso di mortalità italiano può dunque essere così sintetizzata: certamente noi italiani siamo tra i più anziani al mondo (secondi dopo i giapponesi) e come è noto gran parte delle vittime del Coronavirus ha più di 70 anni. Però ci sono altri due possibili fattori che potrebbero spiegare almeno una parte della differenza tra l’Italia e gli altri paesi: non facciamo abbastanza test per avere una fotografia della realtà nitida come quella scattata alla popolazione coreana. E forse, quando Richard Pebody accenna al diverso livello dei servizi sanitari, potrebbe anche alludere all’incapacità del sistema sanitario nazionale, sfiancato dai tagli e dalle privatizzazioni, di affrontare una simile emergenza come può fare la Germania.
L’età media del paese non è colpa di nessuno e non è una variabile sulla quale possiamo incidere. Sui livelli di assistenza possiamo impegnarci di più ma nei limiti delle risorse disponibili. Sui test invece possiamo e dobbiamo decisamente fare di più.
Il triste sorpasso di oggi (l’Italia totalizza 3.405 morti da Covid-19 contro le 3.245 morti dichiarate in tutta la Cina) impone una domanda: perché così tanti morti in Italia rispetto alla Cina, alla Germania o alla Corea del Sud? I morti in Germania sono stati 43 su 14mila e 481 positivi. In Corea del Sud i morti sono sono 91 su 8mila e 565 casi e in Cina i morti sono 3.245, poco meno dell’Italia ma su 81mila 155 casi.
C’è una risposta ‘ottimistica‘ e altre che lo sono molto meno a questa domanda.
La prima risposta è che la ragione risiede nel diverso modo di rilevazione delle morti. Cioè in Italia cataloghiamo come morti da Covid-19 anche i cosiddetti ‘morti con il coronavirus’ ma che avevano altre patologie. Mentre in Cina, Germania e Corea del Sud, è il corollario, i medici non rileverebbero e non inserirebbero quel tipo di morti ‘non per ma con coronavirus’ nelle statistiche.
A questo punto potremmo dire, va bene, aspettiamo la fine degli studi. Purtroppo non stiamo parlando di un tema di ricerca astratta. La discussione sulle ragioni della differenza tra Italia e Germania non è una speculazione inutile perché dalle conclusioni di questa analisi derivano istruzioni immediate e impellenti per chi deve pensare i piani d’azione per combattere non domani ma oggi il virus.
Quando gli chiedono se il tasso di mortalità è così alto in Italia per via del differente sistema ospedaliero, per ragioni demografiche (più anziani) o per il differente modo con il quale i paesi classificano i pazienti, Richard Pebody, Team leader europeo per la gestione dell’emergenze infettive dell’Oms risponde: “Gran bella domanda. Non abbiamo una risposta certa. Probabilmente è una combinazione dei fattori che lei sottolinea”.
Pebody però non si ferma qui. E aggiunge che la ragione potrebbe essere proprio il diverso modo di conteggiare i malati (non i morti) nei diversi paesi. Secondo Pebody alcuni paesi fanno i test ai malati solo quando presentano sintomi acuti mentre altri li fanno anche a chi presenta solo sintomi lievi. Il funzionario dell’Oms non la nomina ma si riferisce all’Italia.
Il punto è che finora ci eravamo cullati nella certezza che l’Italia avesse fatto più test degli altri paesi. Ciò è vero in termini assoluti rispetto a paesi come la Germania ma non vale nemmeno in termini assoluti verso la Corea. Con 51 milioni di abitanti, meno dell’Italia quindi, Seoul ha fatto quasi il doppio dei test. La ‘pesca’ a strascico dei coreani ha scoperto poco più di 8mila casi. La pesca più mirata degli italiani (solo sui malati gravi ultimamente) ha prodotto quasi cinque volte più casi. Allora c’è da domandarsi quanti ‘pesci’ ci sono da pescare nel nostro mare. Cioè quanti casi avremmo trovato in Italia e soprattutto nel nord del paese se avessimo applicato anche noi la tecnica di caccia estensiva al virus dei coreani.
In altri termini una possibile spiegazione della differenza Italia-Corea sembra essere non tanto il denominatore (i morti con altre patologie rilevati come da Covid-19 in Italia e non in altri paesi) ma il numeratore (cioè i malati che in altri paesi sono ‘ricercati’ con più aggressività dalle autorità anche se con sintomi lievi) ergo la situazione dell’Italia è peggiore di quel che sembra ed è fotografata non solo dai malati ‘rilevati’ ma anche dalle morti effettivamente avvenute. Cioè la ‘fotografia’ da incubo con più di 40mila malati, in questa logica, sarebbe persino ottimistica. Mentre sarebbe più fedele la diagnosi del malato Italia fatta partendo dai certificati di morte.
Questa tesi risulta confermata da un dato italiano: la Regione Veneto che ha cercato di fare molti test con un approccio più sudcoreano, ha un tasso di mortalità più basso della Lombardia. Questo stesso ragionamento fatto sopra nel paragone Corea-Italia o Veneto-Lombardia non trova immediato riscontro per la Germania che ha fatto meno test di noi.
In questo caso si potrebbe spiegare il tasso di mortalità diverso con il differente ritmo dei contagi, più rapidi delle morti, che invece seguono un’onda più lunga, tanto che in Cina, i contagi interni sono ormai pari a zeri ma ogni giorno si registrano ancora diverse morti. E l’impennata dei morti in Germania delle ultime ore andrebbe in questo senso. Però la risposta almeno in parte potrebbe risiedere nei diversi livelli della sanità italiana e tedesca, che almeno per il numero attuale dei malati sta rispondendo meglio.
Tornando alle possibili spiegazioni alternative alla prima dei test, nella sua risposta a Bloomberg, Richard Pebody, dopo avere esaminato il tema dell’atteggiamento diverso in fase di ‘caccia alla malattia’, prosegue dicendo che, qualora invece il rapporto tra malati e morti non fosse falsato da questa discrasia di rilevazione dei primi, resterebbero alcune variabili da considerare: le differenze demografiche tra i paesi e i differenti livelli di assistenza.
La dottoressa Dorit Nitzan, coordinatrice delle emergenze in Europa, è sembrata propendere per la tesi demografica più che per la tesi del diverso (nel senso di peggiore) livello della sanità italiana rispetto a Corea o Germania. Nella medesima conferenza stampa infatti Nitzan ha invitato alla cautela nel trarre conclusioni sul tasso di mortalità e ha fatto notare che i coreani hanno lavorato bene ma sono stati aiutati rispetto all’Italia dalla demografia: le persone malate, poi guarite, erano spesso donne (che reagiscono meglio al virus) e giovani.
La risposta complessa alla domanda sull’elevato tasso di mortalità italiano può dunque essere così sintetizzata: certamente noi italiani siamo tra i più anziani al mondo (secondi dopo i giapponesi) e come è noto gran parte delle vittime del Coronavirus ha più di 70 anni. Però ci sono altri due possibili fattori che potrebbero spiegare almeno una parte della differenza tra l’Italia e gli altri paesi: non facciamo abbastanza test per avere una fotografia della realtà nitida come quella scattata alla popolazione coreana. E forse, quando Richard Pebody accenna al diverso livello dei servizi sanitari, potrebbe anche alludere all’incapacità del sistema sanitario nazionale, sfiancato dai tagli e dalle privatizzazioni, di affrontare una simile emergenza come può fare la Germania.
L’età media del paese non è colpa di nessuno e non è una variabile sulla quale possiamo incidere. Sui livelli di assistenza possiamo impegnarci di più ma nei limiti delle risorse disponibili. Sui test invece possiamo e dobbiamo decisamente fare di più.
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venerdì 30 agosto 2019
Acqua azzurra, acqua scarsa. Un dramma che ci appare sempre lontano (e che non lo è affatto)
Fonte: Il Fatto Quotidiano Ambiente & Veleni - 30 Agosto 2019 Paolo Martini
Sono senz’acqua potabile e senza servizi igienico-sanitari adeguati, ancora oggi, più di due miliardi di persone in una sessantina di Paesi del mondo. E, quel che è peggio, nonostante mirino ad ottenere l’accesso all’acqua entro il 2030, anche grazie a piani di sviluppo internazionale, gran parte di questi Stati poveri del Terzo e Quarto mondo non ce la faranno a raggiungere una soglia idrica minima per mancanza di risorse economiche e professionali: è quanto drammaticamente certificato dall’Organizzazione Mondiale della Sanità alla conferenza di Stoccolma di fine agosto, in occasione della Settimana dell’Acqua.
Questi dati dell’Oms chiudono l’estate in cui si è per la prima volta certificato come il riscaldamento globale produca, tra l’altro, ondate migratorie senza precedenti, i cosiddetti profughi climatici, stimati in 143 milioni di persone entro il 2050.
Purtroppo il dramma dell’acqua ci appare sempre lontano, e anche notizie come quest’ultimo allarme dell’Oms finiscono relegate ai margini dell’agenda dell’informazione nel nostro mondo, si riducono a poche righe scampate a quello che Antonio Scurati (Dal tragico all’osceno, 2012) definì “il doppio filtro di rifiuto e disinteresse”, che è l’ineluttabile destino delle tragedie che hanno protagonisti sfortunatamente nati nel mondo povero.
Eppure almeno il tema dell’acqua dovrebbe trovarci sensibili, dato che persino nella nostra “civilissima” Europa un 16% della popolazione non può contare su acqua corrente potabile e sono addirittura 140 milioni gli europei che non possono accedere ad acque pulite né a servizi igienico-sanitari decenti. E se si calcola che nel mondo muoiono per l’acqua 5mila bambini al giorno (circa 3,5 al minuto! Saranno più di dieci quando avrete finito di leggere questo articolo), sono più di 15mila all’anno qui in Europa. Quindici decine di migliaia di bambini che finiscono al cimitero o chissà, per carenza di risorse idriche adeguate, e sono quasi tutti nella cosiddetta Sub-regione B, che si estende verso est dall’Albania all’Uzbekistan.
Ma forse anche questo dato, pur Incredibilmente Vicino, non ci colpisce affatto Molto Forte, per dirla col celebre titolo di un romanzo di Jonathan Safran Foer, scrittore tra i più sensibili anche agli effetti del climate change. Noi italiani comodamente disponiamo di circa duemila litri d’acqua al giorno a persona, e ne sprechiamo tutti una quantità incredibile: ciò nonostante, circa otto milioni d’italiani soffrono di carenza d’acqua, sotto la soglia dei 50 litri a persona, in particolare durante i quattro mesi estivi.
Ed è proprio la siccità di fronte alla quale ci mette ormai fatalmente il riscaldamento globale che riporterà l’acqua nell’agenda pubblica. Ancora nell’ultima stagione estiva la crisi agricola seguita all’alternanza tra siccità ed episodi estremi di maltempo ha fatto sentire il suo peso nella nostra vita di tutti i giorni. Figurarsi poi se, man mano che salgono le temperature medie, si sposterà sempre più in alto la quota in cui si possono gestire coltivazioni intensive, come meleti e vigneti, che richiedono grandi quantità d’acqua, magari nelle stesse aree dove lo sconsiderato sviluppo distrut-turistico dirotta risorse idriche consistenti verso l’innevamento artificiale.
Ma, se sentite ancora indifferenza per la possibile guerra per l’acqua tra il comparto dello sci e i contadini nel Nord Est – ed è più che comprensibile -, eccovi un’altra notizia che dovrebbe farci riflettere e invece è sfuggita ai più: l’analisi delle vere radici della recessione che si sta innescando nell’economia più forte del Vecchio Continente.
Silenziata quanto un allarme dell’Oms, è filtrata solo tra le righe delle corrispondenze più attente sulla stampa specializzata, la notizia che tra i fattori della crisi tedesca si nota particolarmente – fonte Isabella Buffacchi sul Sole 24 ore – l’abbassamento del livello dei fiumi, che colpisce il settore chiave del trasporto fluviale e genera interruzioni senza precedenti anche nel ciclo produttivo della chimica, che dovrebbe essere continuo e alimentato da grandi quantità d’acqua.
La Germania è leader europeo di questo settore, con 155 miliardi di euro di fatturati sui 542 dell’intera Ue (il che fa della chimica il quarto settore manifatturiero continentale, con nove società tra le top 20 al mondo, e un decisivo contributo di 45 miliardi di euro all’avanzo di bilancio – dati Federchimica 2019). Ecco, se si pensa che la sola industria chimica italiana, che vale un terzo di quella tedesca, ha bisogno di 1300 milioni di metri cubi d’acqua l’anno per il raffreddamento degli impianti (quasi tutta di fiume e in piccola parte di mare), il ragionamento è presto fatto: man mano che la siccità toccherà le nostre tasche, oltre che le nostre abitudini di vita, ci renderemo finalmente tutti conto del dramma dell’acqua.
E anche del problema di fondo, strutturale si direbbe, del rischio estinzione del pianeta: un sistema economico ordo-liberista che, questo sì, comincia a fare acqua da tutte le parti, folle com’è nella finalizzazione al guadagno immediato di pochi, assolutamente indifferente al principio del bene comune.
Sono senz’acqua potabile e senza servizi igienico-sanitari adeguati, ancora oggi, più di due miliardi di persone in una sessantina di Paesi del mondo. E, quel che è peggio, nonostante mirino ad ottenere l’accesso all’acqua entro il 2030, anche grazie a piani di sviluppo internazionale, gran parte di questi Stati poveri del Terzo e Quarto mondo non ce la faranno a raggiungere una soglia idrica minima per mancanza di risorse economiche e professionali: è quanto drammaticamente certificato dall’Organizzazione Mondiale della Sanità alla conferenza di Stoccolma di fine agosto, in occasione della Settimana dell’Acqua.
Questi dati dell’Oms chiudono l’estate in cui si è per la prima volta certificato come il riscaldamento globale produca, tra l’altro, ondate migratorie senza precedenti, i cosiddetti profughi climatici, stimati in 143 milioni di persone entro il 2050.
Purtroppo il dramma dell’acqua ci appare sempre lontano, e anche notizie come quest’ultimo allarme dell’Oms finiscono relegate ai margini dell’agenda dell’informazione nel nostro mondo, si riducono a poche righe scampate a quello che Antonio Scurati (Dal tragico all’osceno, 2012) definì “il doppio filtro di rifiuto e disinteresse”, che è l’ineluttabile destino delle tragedie che hanno protagonisti sfortunatamente nati nel mondo povero.
Eppure almeno il tema dell’acqua dovrebbe trovarci sensibili, dato che persino nella nostra “civilissima” Europa un 16% della popolazione non può contare su acqua corrente potabile e sono addirittura 140 milioni gli europei che non possono accedere ad acque pulite né a servizi igienico-sanitari decenti. E se si calcola che nel mondo muoiono per l’acqua 5mila bambini al giorno (circa 3,5 al minuto! Saranno più di dieci quando avrete finito di leggere questo articolo), sono più di 15mila all’anno qui in Europa. Quindici decine di migliaia di bambini che finiscono al cimitero o chissà, per carenza di risorse idriche adeguate, e sono quasi tutti nella cosiddetta Sub-regione B, che si estende verso est dall’Albania all’Uzbekistan.
Ma forse anche questo dato, pur Incredibilmente Vicino, non ci colpisce affatto Molto Forte, per dirla col celebre titolo di un romanzo di Jonathan Safran Foer, scrittore tra i più sensibili anche agli effetti del climate change. Noi italiani comodamente disponiamo di circa duemila litri d’acqua al giorno a persona, e ne sprechiamo tutti una quantità incredibile: ciò nonostante, circa otto milioni d’italiani soffrono di carenza d’acqua, sotto la soglia dei 50 litri a persona, in particolare durante i quattro mesi estivi.
Ed è proprio la siccità di fronte alla quale ci mette ormai fatalmente il riscaldamento globale che riporterà l’acqua nell’agenda pubblica. Ancora nell’ultima stagione estiva la crisi agricola seguita all’alternanza tra siccità ed episodi estremi di maltempo ha fatto sentire il suo peso nella nostra vita di tutti i giorni. Figurarsi poi se, man mano che salgono le temperature medie, si sposterà sempre più in alto la quota in cui si possono gestire coltivazioni intensive, come meleti e vigneti, che richiedono grandi quantità d’acqua, magari nelle stesse aree dove lo sconsiderato sviluppo distrut-turistico dirotta risorse idriche consistenti verso l’innevamento artificiale.
Ma, se sentite ancora indifferenza per la possibile guerra per l’acqua tra il comparto dello sci e i contadini nel Nord Est – ed è più che comprensibile -, eccovi un’altra notizia che dovrebbe farci riflettere e invece è sfuggita ai più: l’analisi delle vere radici della recessione che si sta innescando nell’economia più forte del Vecchio Continente.
Silenziata quanto un allarme dell’Oms, è filtrata solo tra le righe delle corrispondenze più attente sulla stampa specializzata, la notizia che tra i fattori della crisi tedesca si nota particolarmente – fonte Isabella Buffacchi sul Sole 24 ore – l’abbassamento del livello dei fiumi, che colpisce il settore chiave del trasporto fluviale e genera interruzioni senza precedenti anche nel ciclo produttivo della chimica, che dovrebbe essere continuo e alimentato da grandi quantità d’acqua.
La Germania è leader europeo di questo settore, con 155 miliardi di euro di fatturati sui 542 dell’intera Ue (il che fa della chimica il quarto settore manifatturiero continentale, con nove società tra le top 20 al mondo, e un decisivo contributo di 45 miliardi di euro all’avanzo di bilancio – dati Federchimica 2019). Ecco, se si pensa che la sola industria chimica italiana, che vale un terzo di quella tedesca, ha bisogno di 1300 milioni di metri cubi d’acqua l’anno per il raffreddamento degli impianti (quasi tutta di fiume e in piccola parte di mare), il ragionamento è presto fatto: man mano che la siccità toccherà le nostre tasche, oltre che le nostre abitudini di vita, ci renderemo finalmente tutti conto del dramma dell’acqua.
E anche del problema di fondo, strutturale si direbbe, del rischio estinzione del pianeta: un sistema economico ordo-liberista che, questo sì, comincia a fare acqua da tutte le parti, folle com’è nella finalizzazione al guadagno immediato di pochi, assolutamente indifferente al principio del bene comune.
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venerdì 20 ottobre 2017
In Italia l’inquinamento uccide più che negli Usa. 9 i milioni di morti nel mondo all’anno
Quindici volte più di guerre e conflitti, oltre il triplo rispetto a Aids, tubercolosi e malaria messe insieme: è l’inquinamento il grande killer che l’umanità si auto-inflitta, in grado di provocare (nel solo 2015) 9 milioni di morti premature a livello globale, il 16% di tutti i decessi nel mondo. In altre parole, un sesto di tutte le morti al mondo, quota che sale ancora (dati Oms) a 12,6 milioni allargando il quadro a tutte le morti legate a cause ambientali evitabili. Una tragedia che dunque ci riguarda tutti, ma è tutt’altro che cieca. Il 92% delle morti legate all’inquinamento è circoscritto ai Paesi a reddito medio-basso, e ovunque l’aria, l’acqua e il suolo inquinati opprimono in particolar modo le minoranze e gli emarginati. L’apoteosi dell’ingiustizia che travalica la morte.
È un mondo sporco e cattivo quello descritto dalla prestigiosa rivista medico-scientifica The Lancet, la cui Commissione sull’inquinamento e la salute ha appena pubblicato il suo ultimo rapporto. Una pubblicazione che giunge in un’Italia già asserragliata dallo smog ben prima della consueta emergenza invernale, anticipata quest’anno da caldo e assenza di piogge – anch’essi fenomeni legati all’impatto dell’uomo sull’ambiente, attraverso il cambiamento climatico. Un’emergenza che, in ogni caso, parte da lontano. Gli stessi dati elaborati da Lancet ci descrivono come un Paese dove il numero di morti attribuibili all’inquinamento ogni 100mila abitanti (si veda l’immagine a lato, ndr) è superiore a quello registrato in buona parte d’Europa – Francia, Spagna, Portogallo o l’intera Scandinavia, ad esempio – ma anche a quello che affligge l’intero continente americano, Stati Uniti compresi.
«Anche in Italia – commenta al proposito il leader dei Verdi, Angelo Bonelli – un decesso ogni sei è attribuibile all’inquinamento. Infatti secondo l’Istat, la mortalità nel 2014 nel nostro paese è pari a 598.670 morti, e se confrontiamo questo dato con le vittime per inquinamento (secondo l’Agenzia Europea dell’Ambiente) si registra nel 2014 il più alto numero di decessi di sempre pari a 95.930 a causa delle Pm 2,5, NO2 e O3». Si tratta di una realtà molto costosa, oltre che dolorosa, da accettare. A livello globale le perdite di benessere economico legate all’inquinamento sono stimate in 4,6 trilioni di dollari, ovvero il 6,2% della produzione economica mondiale.
Mentre l’inquinamento domestico dell’aria e dell’acqua o le forme di inquinamento associate a profonda povertà e stili di vita tradizionale stanno lentamente diminuendo, l’inquinamento atmosferico, l’inquinamento chimico e l’inquinamento del suolo sono tutti in aumento. Il più grande problema è ancora rappresentato dall’inquinamento atmosferico, individuato come causa di 6,5 milioni di morti all’anno nel mondo, seguito dall’inquinamento idrico e del suolo (1,8 milioni di decessi) e da quello legato al posto di lavoro (0,8). Anche l’inquinamento chimico rappresenta un dramma in crescendo: come ricorda Lancet, oltre 140mila nuovi prodotti chimici e pesticidi sono stati sintetizzati dall’uomo a partire dal 1950, e di questi 5mila che sono stati prodotti in gran volume sono anche stati ampiamente dispersi nell’ambiente rendendosi responsabili di un’esposizione umana «quasi universale». Non sappiamo neanche bene quali siano i loro effetti: meno della metà di questi prodotti chimici sono stati sottoposti a test rigorosi in merito a sicurezza e a-tossicità, divenuti obbligatori sono negli ultimi 10 e anni e solo in pochi paesi ad alto reddito al mondo.
Per quanto drammatica, quella che stiamo vivendo non è una storia dal destino segnato. «La buona notizia – osservano da Lancet – è che un sacco di inquinamento può essere eliminato, e che la prevenzione dell’inquinamento può essere molto conveniente». È la storia a dimostrarlo. negli Stati Uniti, ad esempio, le concentrazioni di sei comuni inquinanti atmosferici sono diminuite di circa il 70% dall’approvazione del Clean air act nel 1970 e, da allora il Pil Usa è aumentato di quasi il 250%: ogni dollaro investito nella lotta contro l’inquinamento dell’aria negli Stati Uniti migliora non solo la salute, ma porta anche benefici economici pari 30 dollari.
Si tratta di continuare a credere, investendo in ciò che già abbiamo dimostrato essere possibile, anche in Italia. Se nel mondo ben l’85% del particolato atmosferico insieme all’inquinamento da ossidi di azoto e zolfo arriva dai combustibili fossili e (nei paesi poveri) da biomasse, come ricordato da ultimo in seno al ministero della Salute in Italia i principali interventi per migliorare la qualità dell’aria devono concentrarsi sul traffico veicolare e sul riscaldamento residenziale: è una partita che possiamo vincere, ma dove occorre investire capitale economico e politico. E oggi il secondo sembra scarseggiare ancor più del primo.
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sabato 23 settembre 2017
Vaccino esavalente, ecco il documento “riservato” Glaxo che cita l’autismo
Il Tribunale di Milano ha stabilito che il
ministero della Salute dovrà versare un assegno a un bimbo di 9 anni
affetto dalla malattia dopo che nel 2006 ipotizzando una correlazione
con il farmaco Infanrix Hexa Sk. Ilfattoquotidiano.it ha letto il documento della casa produttrice che cita tutte le possibili reazioni avverse
Fa discutere la sentenza del Tribunale del Lavoro di Milano che afferma l’esistenza di “un nesso causale” tra il vaccino esavalenteInfanrix Hexa Sk (contro difterite, tetano, poliomelite, epatite b, Haemophilus influenzae di tipo B e pertosse) prodotto da GlaxoSmithKline e l’autismo, e condanna il ministero della Salute (che ha “adottato” questo farmaco) a versare per tutta la vita un assegno bimestrale a un bimbo di nove anni affetto dalla patologia, al quale nel 2006 fu iniettato il vaccino. La sentenza cita la perizia del medico legale Alberto Tornatore, nominato dal Tribunale milanese, il quale sottolinea che “è probabile, in misura certamente superiore al contrario, che il disturbo autistico del piccolo sia stato causato, o almeno concausato dal vaccino Infranrix Hexa Sk”, e che questo vaccino “mostra una specifica idoneità lesiva per il disturbo autistico”. La relazione del medico legale fa riferimento a “un poderoso documento riservato della GlaxoSmithKline (GSK)”. Un documento “confidenziale rivolto agli enti regolatori”, di 1271 pagine, quasi interamente tabelle, datato 16 dicembre 2011, cheIlFattoQuotidiano.it ha avuto modo di analizzare (qui è possibile leggere la versione integrale). Le tabelle mostrano i cosiddetti “eventi avversi dell’Infanrix Hexa Sk”, gli effetti collaterali del vaccino esavalente “emersi nel corso della sperimentazione clinica pre-autorizzazione o successivamente, fra l’ottobre 2009 e lo stesso mese del 2011”. Il perito del Tribunale milanese fa in particolare riferimento a “cinque casi di autismo segnalati durante i trial, ma omessi dall’elenco degli effetti avversi sottoposto alle autorità sanitarie per l’autorizzazione al commercio”. Pubblicità Il documento della Glaxo è basato su 1.742 referti medici internazionali, provenienti da 41 Paesi, in prevalenza Italia, Germania e Francia, inviati “spontaneamente” nel corso del biennio 2009-2011. Secondo l’indagine, a partire dal 2000, anno di lancio del vaccino esavalente approvato in 92 Paesi, sono state distribuite complessivamente più di 70 milioni di dosi e sono tra 6 e 24 milioni – un numero variabile in base al dosaggio raccomandato – i bambini vaccinati. Il documento presenta, in forma di tabelle, le “reazioni avverse al vaccino” elencate nelle varie relazioni mediche redatte dopo la vaccinazione: 3825 casi differenti di complicazioni mediche, relative a diversi apparati del corpo, come il sistema cardiovascolare, nervoso, respiratorio, o immunitario. Di questi 559 sono considerati più gravi, ma solo 56 sono elencati nel documento ufficiale. Nelle tabelle si fa riferimento anche all’autismo, inserito tra i cosiddetti “disordini mentali”, e ai cinque casi citati dal perito del Tribunale. Il rapporto si conclude affermando che “il profilo beneficio/rischio dell’Infanrix hexa continua a essere favorevole”. Manca, però, una descrizione dettagliata dei casi e dellacorrelazione con l’autismo, malattia che in Italia colpisce circa 600mila persone. Una correlazione che fa discutere, mai dimostrata scientificamente, tanto da spingere l’Organizzazione mondiale della sanità (Oms) ad affermare che “I dati epidemiologici disponibili indicano che non ci sono prove che suggeriscono che qualsiasi vaccino dell’infanzia possa aumentare il rischio di disturbi dello spettro autistico e che, in base a revisioni commissionate dall’Oms, non vi è alcuna associazione tra l’uso di conservanti come il Thimerosal, che contiene etilmercurio nei vaccini e disturbi dello spettro autistico”. Proprio il mercurio è adesso finito sul banco degli imputati nella sentenza del Tribunale del Lavoro di Milano. In attesa di nuovi progressi della ricerca, soprattutto sulle cause all’origine della malattia, ancora in parte sconosciute, c’è da giurare che le polemiche non si placheranno. Il ministero della Salute, infatti, contrariamente a quanto circolato inizialmente, ha preannunciato di aver presentato ricorso in appello contro la sentenza milanese, affermando in un comunicato che “sono destituite di ogni fondamento le dichiarazioni attribuite dalla stampa al difensore del ricorrente, secondo cui la sentenza sarebbe ormai passata in giudicato”.
Fonti: Il Fatto Quotidiano e Sapere e potere
Fa discutere la sentenza del Tribunale del Lavoro di Milano che afferma l’esistenza di “un nesso causale” tra il vaccino esavalenteInfanrix Hexa Sk (contro difterite, tetano, poliomelite, epatite b, Haemophilus influenzae di tipo B e pertosse) prodotto da GlaxoSmithKline e l’autismo, e condanna il ministero della Salute (che ha “adottato” questo farmaco) a versare per tutta la vita un assegno bimestrale a un bimbo di nove anni affetto dalla patologia, al quale nel 2006 fu iniettato il vaccino. La sentenza cita la perizia del medico legale Alberto Tornatore, nominato dal Tribunale milanese, il quale sottolinea che “è probabile, in misura certamente superiore al contrario, che il disturbo autistico del piccolo sia stato causato, o almeno concausato dal vaccino Infranrix Hexa Sk”, e che questo vaccino “mostra una specifica idoneità lesiva per il disturbo autistico”. La relazione del medico legale fa riferimento a “un poderoso documento riservato della GlaxoSmithKline (GSK)”. Un documento “confidenziale rivolto agli enti regolatori”, di 1271 pagine, quasi interamente tabelle, datato 16 dicembre 2011, cheIlFattoQuotidiano.it ha avuto modo di analizzare (qui è possibile leggere la versione integrale). Le tabelle mostrano i cosiddetti “eventi avversi dell’Infanrix Hexa Sk”, gli effetti collaterali del vaccino esavalente “emersi nel corso della sperimentazione clinica pre-autorizzazione o successivamente, fra l’ottobre 2009 e lo stesso mese del 2011”. Il perito del Tribunale milanese fa in particolare riferimento a “cinque casi di autismo segnalati durante i trial, ma omessi dall’elenco degli effetti avversi sottoposto alle autorità sanitarie per l’autorizzazione al commercio”. Pubblicità Il documento della Glaxo è basato su 1.742 referti medici internazionali, provenienti da 41 Paesi, in prevalenza Italia, Germania e Francia, inviati “spontaneamente” nel corso del biennio 2009-2011. Secondo l’indagine, a partire dal 2000, anno di lancio del vaccino esavalente approvato in 92 Paesi, sono state distribuite complessivamente più di 70 milioni di dosi e sono tra 6 e 24 milioni – un numero variabile in base al dosaggio raccomandato – i bambini vaccinati. Il documento presenta, in forma di tabelle, le “reazioni avverse al vaccino” elencate nelle varie relazioni mediche redatte dopo la vaccinazione: 3825 casi differenti di complicazioni mediche, relative a diversi apparati del corpo, come il sistema cardiovascolare, nervoso, respiratorio, o immunitario. Di questi 559 sono considerati più gravi, ma solo 56 sono elencati nel documento ufficiale. Nelle tabelle si fa riferimento anche all’autismo, inserito tra i cosiddetti “disordini mentali”, e ai cinque casi citati dal perito del Tribunale. Il rapporto si conclude affermando che “il profilo beneficio/rischio dell’Infanrix hexa continua a essere favorevole”. Manca, però, una descrizione dettagliata dei casi e dellacorrelazione con l’autismo, malattia che in Italia colpisce circa 600mila persone. Una correlazione che fa discutere, mai dimostrata scientificamente, tanto da spingere l’Organizzazione mondiale della sanità (Oms) ad affermare che “I dati epidemiologici disponibili indicano che non ci sono prove che suggeriscono che qualsiasi vaccino dell’infanzia possa aumentare il rischio di disturbi dello spettro autistico e che, in base a revisioni commissionate dall’Oms, non vi è alcuna associazione tra l’uso di conservanti come il Thimerosal, che contiene etilmercurio nei vaccini e disturbi dello spettro autistico”. Proprio il mercurio è adesso finito sul banco degli imputati nella sentenza del Tribunale del Lavoro di Milano. In attesa di nuovi progressi della ricerca, soprattutto sulle cause all’origine della malattia, ancora in parte sconosciute, c’è da giurare che le polemiche non si placheranno. Il ministero della Salute, infatti, contrariamente a quanto circolato inizialmente, ha preannunciato di aver presentato ricorso in appello contro la sentenza milanese, affermando in un comunicato che “sono destituite di ogni fondamento le dichiarazioni attribuite dalla stampa al difensore del ricorrente, secondo cui la sentenza sarebbe ormai passata in giudicato”.
Fonti: Il Fatto Quotidiano e Sapere e potere
martedì 19 settembre 2017
Vaccini, perché obbligare? Ecco i veri motivi della legge Lorenzin
di Ivan Cavicchi | 18 settembre 2017 Il Fatto Quotidiano
Fermo restando il mio – più volte ribadito (anche su questo blog) – favore scontato per la profilassi delle malattie, ho sempre pensato e continuo a pensare che la legge fatta dal governo sui vaccini sia brutta, sbagliata, incivile
e per certi versi assurda. Ma perché? A parte le ragioni di merito su
cui abbiamo discusso tanto, quali sono le motivazioni vere che spiegano
questa apparente assurdità?
Continuo a credere, considerando tutto, che al governo non interessava fare una buona legge per gli italiani ma solo ottemperare a degli accordi internazionali in ragione dei quali l’Italia è diventata paese capofila per la vaccinazione del mondo. Mi riferisco all’accordo di Washington del 29 settembre 2014 raggiunto tra il nostro paese, l’industria farmaceutica e il Global health security agenda.
Nessuno si è mai chiesto ma perché proprio l’Italia? E la risposta più plausibile non è perché abbiamo degli igienisti e degli epidemiologi famosi nel mondo, o perché l’Istituto superiore di sanità è davvero superiore, o perché noi siamo più bravi degli altri, ma è ragionevolmente geopolitica: noi siamo al centro del Mediterraneo e quindi siamo la porta di ingresso per l’Europa degli immigrati.
Per comprendere certe forzature quindi dovremmo vedere la nostra legge come qualcosa di straordinario cioè quasi come una misura eccezionale che va ben oltre il calo della copertura vaccinale e ben oltre l’ambito strettamente nazionale. Vediamo le forzature, quelle più importanti.
1. La prima è stata quando il governo, sui vaccini, decide di “scippare” l’iniziativa legislativa al Parlamento e di giocarsela tutta di corsa per conto suo attraverso un incomprensibile decreto d’urgenza obbligando il parlamento con la fiducia a chinare la testa;
2. la seconda è stata quando i vaccini da atti consensuali, come consigliato dall’Organizzazione mondiale della sanità, sono diventati in modo ingiustificato trattamenti sanitari obbligatori;
3. la terza: la flagrante anti-costituzionalità delle norme;
4. infine, la quarta sul piano scientifico dove la mistificazione è massima. Vi sono vaccini nei quali prevale il vantaggio del singolo su quello collettivo per i quali non ha senso imporre l’obbligatorietà e invocare l’interesse collettivo (almeno sei su dieci).
Pochi giorni fa, la ministra Beatrice Lorenzin molto compiaciuta dei complimenti ricevuti dall’Europa sulla legge vaccini, alludendo a Romania e Francia, ha dichiarato “anche altri paesi stanno seguendo la rotta tracciata dal nostro Paese” fino a auspicare che “in tutta Europa siano resi uniformi i calendari vaccinali in modo da poter rendere omogenea la copertura dei bambini di tutta l’Unione europea” (Quotidiano Sanità, 13 settembre 2017).
Questa dichiarazione me ne ha fatto ricordare un’altra, sempre del ministro Lorenzin, fatta in occasione di quell’accordo internazionale che ho citato prima. Essa mi colpì non poco perché, a parte essere difforme da quella tecnica dell’allora presidente Aifa che si limitava a parlare di calo della copertura vaccinale e di ostilità crescente dell’Occidente verso i vaccini, sembrava preoccupata prevalentemente proprio di questioni geopolitiche. Eccola, giudicate voi:
“Sul tema della salute dobbiamo rafforzare la cooperazione internazionale (….) Il nostro Paese si trova al centro dell’area mediterranea e le molte crisi internazionali hanno portato a nuovi imponenti flussi migratori. È necessario rafforzare i controlli nei confronti di malattie endemiche riemergenti come polio, tubercolosi, meningite o morbillo. Se vogliamo evitare il collasso dei sistemi sanitari del Vecchio Continente dobbiamo rafforzare i processi di vaccinazione verso tutte le persone che vivono in Europa (…) Abbiamo già sufficiente esperienza per coordinare campagne di prevenzione contro nuove possibili epidemie”.
Questa dichiarazione avvalora i nostri sospetti, i nostri dubbi, e ci consente di gettare una nuova luce su una legge che non a caso ha finito con il dividere il nostro paese creando così tanto scompiglio.
Le dichiarazioni del ministro Lorenzin ci fanno comprendere che il calo della copertura vaccinale, fenomeno che non mi sogno di negare, è usato in realtà dal governo italiano, come giustificazione per mettere in campo una politica di difesa dell’Europa e per esportare un modello di profilassi coercitivo da rendere omogeneo in tutti i paesi d’Europa contro i pericoli di epidemie relativi agli immigrati.
La Lorenzin, ministro della Salute, parla di “malattie endemiche riemergenti” che rischiano di “collassare” i sistemi sanitari e propone di “rafforzare i processi di vaccinazione verso tutte le persone che vivono in Europa” rendendo “uniformi i calendari vaccinali in tutta Europa”. Il problema è che, tanto la Lorenzin quanto la Global health security agenda, vedono al momento solo fantasmi dal momento che oggettivamente non esistono epidemie e meno che mai epidemie causate dagli immigrati.
Mi si obietterà, immagino, che le autorità sanitarie internazionali hanno il dovere di prevedere i problemi. D’accordo, ma qualsiasi previsione comunque deve basarsi su dei dati, su dei fatti e non essere strampalata e implausibile.
Di cappellate fino ad ora queste autorità ne hanno fatte parecchie gridando a epidemie inesistenti, obbligandoci a comprare enormi quantità di vaccini per poi buttarli nel cesso, e solo per pararsi le terga dalle responsabilità. Resta il fatto che, anche prevedendo epidemie improbabili, non ha senso approvare una legge tanto irrazionale sulla base delle angosce dell’Europa e degli interessi dell’industria farmaceutica.
Ma secondo voi, ha senso per proteggere l’Europa da rischi inesistenti, obbligare i paesi sviluppati a profilassi discutibili come se fossero paesi sottosviluppati e per di più minacciati da epidemie che non esistono? Questa legge sui vaccini è un ballon d’essai dietro il quale vedo tanta imbecillità nazionale e internazionale, tanti affari e poco amore per i cittadini.
Se volete approfondire il tema, in edicola trovate Fq Millennium, “Il vaccino dell’obbligo”
Continuo a credere, considerando tutto, che al governo non interessava fare una buona legge per gli italiani ma solo ottemperare a degli accordi internazionali in ragione dei quali l’Italia è diventata paese capofila per la vaccinazione del mondo. Mi riferisco all’accordo di Washington del 29 settembre 2014 raggiunto tra il nostro paese, l’industria farmaceutica e il Global health security agenda.
Nessuno si è mai chiesto ma perché proprio l’Italia? E la risposta più plausibile non è perché abbiamo degli igienisti e degli epidemiologi famosi nel mondo, o perché l’Istituto superiore di sanità è davvero superiore, o perché noi siamo più bravi degli altri, ma è ragionevolmente geopolitica: noi siamo al centro del Mediterraneo e quindi siamo la porta di ingresso per l’Europa degli immigrati.
Per comprendere certe forzature quindi dovremmo vedere la nostra legge come qualcosa di straordinario cioè quasi come una misura eccezionale che va ben oltre il calo della copertura vaccinale e ben oltre l’ambito strettamente nazionale. Vediamo le forzature, quelle più importanti.
1. La prima è stata quando il governo, sui vaccini, decide di “scippare” l’iniziativa legislativa al Parlamento e di giocarsela tutta di corsa per conto suo attraverso un incomprensibile decreto d’urgenza obbligando il parlamento con la fiducia a chinare la testa;
2. la seconda è stata quando i vaccini da atti consensuali, come consigliato dall’Organizzazione mondiale della sanità, sono diventati in modo ingiustificato trattamenti sanitari obbligatori;
3. la terza: la flagrante anti-costituzionalità delle norme;
4. infine, la quarta sul piano scientifico dove la mistificazione è massima. Vi sono vaccini nei quali prevale il vantaggio del singolo su quello collettivo per i quali non ha senso imporre l’obbligatorietà e invocare l’interesse collettivo (almeno sei su dieci).
Pochi giorni fa, la ministra Beatrice Lorenzin molto compiaciuta dei complimenti ricevuti dall’Europa sulla legge vaccini, alludendo a Romania e Francia, ha dichiarato “anche altri paesi stanno seguendo la rotta tracciata dal nostro Paese” fino a auspicare che “in tutta Europa siano resi uniformi i calendari vaccinali in modo da poter rendere omogenea la copertura dei bambini di tutta l’Unione europea” (Quotidiano Sanità, 13 settembre 2017).
Questa dichiarazione me ne ha fatto ricordare un’altra, sempre del ministro Lorenzin, fatta in occasione di quell’accordo internazionale che ho citato prima. Essa mi colpì non poco perché, a parte essere difforme da quella tecnica dell’allora presidente Aifa che si limitava a parlare di calo della copertura vaccinale e di ostilità crescente dell’Occidente verso i vaccini, sembrava preoccupata prevalentemente proprio di questioni geopolitiche. Eccola, giudicate voi:
“Sul tema della salute dobbiamo rafforzare la cooperazione internazionale (….) Il nostro Paese si trova al centro dell’area mediterranea e le molte crisi internazionali hanno portato a nuovi imponenti flussi migratori. È necessario rafforzare i controlli nei confronti di malattie endemiche riemergenti come polio, tubercolosi, meningite o morbillo. Se vogliamo evitare il collasso dei sistemi sanitari del Vecchio Continente dobbiamo rafforzare i processi di vaccinazione verso tutte le persone che vivono in Europa (…) Abbiamo già sufficiente esperienza per coordinare campagne di prevenzione contro nuove possibili epidemie”.
Questa dichiarazione avvalora i nostri sospetti, i nostri dubbi, e ci consente di gettare una nuova luce su una legge che non a caso ha finito con il dividere il nostro paese creando così tanto scompiglio.
Le dichiarazioni del ministro Lorenzin ci fanno comprendere che il calo della copertura vaccinale, fenomeno che non mi sogno di negare, è usato in realtà dal governo italiano, come giustificazione per mettere in campo una politica di difesa dell’Europa e per esportare un modello di profilassi coercitivo da rendere omogeneo in tutti i paesi d’Europa contro i pericoli di epidemie relativi agli immigrati.
La Lorenzin, ministro della Salute, parla di “malattie endemiche riemergenti” che rischiano di “collassare” i sistemi sanitari e propone di “rafforzare i processi di vaccinazione verso tutte le persone che vivono in Europa” rendendo “uniformi i calendari vaccinali in tutta Europa”. Il problema è che, tanto la Lorenzin quanto la Global health security agenda, vedono al momento solo fantasmi dal momento che oggettivamente non esistono epidemie e meno che mai epidemie causate dagli immigrati.
Mi si obietterà, immagino, che le autorità sanitarie internazionali hanno il dovere di prevedere i problemi. D’accordo, ma qualsiasi previsione comunque deve basarsi su dei dati, su dei fatti e non essere strampalata e implausibile.
Di cappellate fino ad ora queste autorità ne hanno fatte parecchie gridando a epidemie inesistenti, obbligandoci a comprare enormi quantità di vaccini per poi buttarli nel cesso, e solo per pararsi le terga dalle responsabilità. Resta il fatto che, anche prevedendo epidemie improbabili, non ha senso approvare una legge tanto irrazionale sulla base delle angosce dell’Europa e degli interessi dell’industria farmaceutica.
Ma secondo voi, ha senso per proteggere l’Europa da rischi inesistenti, obbligare i paesi sviluppati a profilassi discutibili come se fossero paesi sottosviluppati e per di più minacciati da epidemie che non esistono? Questa legge sui vaccini è un ballon d’essai dietro il quale vedo tanta imbecillità nazionale e internazionale, tanti affari e poco amore per i cittadini.
Se volete approfondire il tema, in edicola trovate Fq Millennium, “Il vaccino dell’obbligo”
di Ivan Cavicchi | 18 settembre 2017
domenica 19 marzo 2017
L’eredità di un mondo insostenibile: il costo dell’inquinamento sui bambini
di Italian Climate Network | 19 marzo 2017 Il Fatto Quotidiano
di Samantha Pegoraro
“In teoria le statistiche dovrebbero servire a risolvere i contrasti”, scrive William Davis su The Guardian riportando alla luce un tema – quello dei numeri e della loro interpretazione – centrale quanto controverso nella descrizione della società, della popolazione e del tessuto nel quale viviamo. Questo solo in teoria, perché nell’epoca attuale il modello del dubbio sembra essere la migliore risposta all’attendibilità delle statistiche. Una questione di fiducia, o di sfiducia, insomma.
In quella che da Radio 3 è stata definita la “settimana dei numeri”, arriva fresco di stampa il nuovo rapporto stilato dall’Organizzazione mondiale della sanità (Oms), dal titolo “Inheriting a sustainable world: Atlas on children’s health and the environment”. I dati, qui, parlano chiaro. Nessuna post verità.
Il costo ambientale sui bambini si può misurare. Il risultato? Nel 2015, sono 5.9 milioni a non raggiungere i 5 anni di età. Di queste morti premature, il 26% sarebbe stato prevenibile agendo sui rischi ambientali. Più di un milione e mezzo di bambini. Dividendo per 365, poi per 24 e infine per 60, si contano tre decessi al minuto.
Analizziamo i rischi. Quelli più conosciuti comprendono l’inquinamento atmosferico da particolati, i problemi legati all’acqua e all’igiene, le malattie da vettori (come la malaria, che soltanto nel 2015 ha ucciso 438.000 persone nel mondo), l’esposizione a sostanze chimiche come il piombo, l’arsenico o il mercurio, i ritardanti di fiamma, gli ftalati e i fungicidi. Tutte sostanze che si trovano negli oggetti di uso comune. In Giocattoli, apparecchi elettronici, prodotti alimentari, cosmetici. Nell’acqua stessa.
Ancora, il cambiamento climatico dipendente dall’accumulo di gas serra nell’atmosfera con conseguente aumento della temperatura è responsabile della comparsa dei cosiddetti “eventi estremi”, calamità naturali tra le quali rientrano alluvioni, uragani, tornado, ma anche siccità e temperature eccessivamente alte. Tutti fattori che vanno a minare le fasce vulnerabili della popolazione, dagli anziani ai più poveri. E, ovviamente, i più piccoli. Attenendoci ai dati, la carenza di acqua dovuta a episodi di estrema siccità ha colpito 30 milioni di persone in Africa nel 2015. Nello stesso periodo, in 100.000 hanno dovuto abbandonare la propria casa per un’alluvione massiva in Paraguay.
Il peso dell’ambiente sulle vite sembra riduttivo se tradotto in numeri, e non in volti. La statistica aiuta a capire il quadro generale, è come guardare un panorama dall’alto.
Nonostante il peso ambientale ricada in misura maggiore nei Paesi a basso reddito e la visione globale di un mondo minacciato dai rischi ambientali si concretizzi in modo diverso a seconda della regione geografica di appartenenza, senza dimenticare l’influenza delle scelte politiche su tutti i fattori citati (si pensi alla variabilità sulla possibilità di commercializzazione dei prodotti nei differenti Paesi del mondo), nessuna area geografica può dirsi esente da rischi. Il gioco della globalizzazione funziona anche in questo caso.
E, se è vero che in Italia la mortalità stimata di bambini al di sotto dei 5 anni di età e dovuta a cause ambientali è di 9.89 su 100.000 e in Guinea Bissau tocca i 486.40 su 100.000 (dati relativi al 2012), le disuguaglianze si combattono su un terreno comune, un terreno che non si misura in passi, chilometri o miglia. Siamo tutti nello stesso campo da calcio. Non ci sono due squadre, non c’è arbitro, ma c’è un qualcosa lì, al centro, che ruota. Siamo in gioco, siamo nel Mondo.
di Italian Climate Network | 19 marzo 2017
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venerdì 30 ottobre 2015
insetti, coloranti, nanomateriali..
Già arrivano gli ... alieni. si sta autorizzando proprio in questi giorni l'ingresso sulle nostre tavole di tutta una serie di alimenti non proprio tradizionali, almeno per noi: insetti in primis ma pure nuovi coloranti e nanoalimenti (ossia alimenti modificati a livello molecolare) ecc. insomma una rivoluzione alimentare imposta dall'alto e con il placet delle grandi aziende e, a voler essere dietrologi, ciò spiega anche la bordata dell'oms contro carne e ora contro il caffè... un offensiva su tutta la linea per far, o costringere a superare, superare quelle barriere, soprattutto culturali, e uniformare i nutrimenti a livello planetario; il mercato unico planetario.
Perfino i nutrizionisti sostengono che una cosa del genere, ossia l'introduzione di tali nuovi alimenti nella nostra cucina, andrebbero bene ... solo in caso di carestia di proporzioni "bibliche": e chissà che non arrivi... a voler pensar male i CEO son capaci di tutto.
Non discuto sulla libertà della scelta di cosa si usa per cibarsi, mi va bene tutto ma vedermelo imposto mi estremamente fastidio soprattutto perchè so benissimo che non c'è una reale volontà di aprire mercati quanto la necessità di ridurre costi alle aziende e, nel caso dei nanoalimenti, di costringermi a nutrirmi con cose che NON sono per nulla naturali ma costruite in laboratorio di cui l'azienda produttrice possiede il brevetto per cui non posso sapere di cosa è composta: se ho una reazione allergica a chi chiedo i danni se non conosco cosa sto mangiando?
Quest'Europa, che sta firmando in gran segreto il TTIP, mi piace sempre meno......
Perfino i nutrizionisti sostengono che una cosa del genere, ossia l'introduzione di tali nuovi alimenti nella nostra cucina, andrebbero bene ... solo in caso di carestia di proporzioni "bibliche": e chissà che non arrivi... a voler pensar male i CEO son capaci di tutto.
Non discuto sulla libertà della scelta di cosa si usa per cibarsi, mi va bene tutto ma vedermelo imposto mi estremamente fastidio soprattutto perchè so benissimo che non c'è una reale volontà di aprire mercati quanto la necessità di ridurre costi alle aziende e, nel caso dei nanoalimenti, di costringermi a nutrirmi con cose che NON sono per nulla naturali ma costruite in laboratorio di cui l'azienda produttrice possiede il brevetto per cui non posso sapere di cosa è composta: se ho una reazione allergica a chi chiedo i danni se non conosco cosa sto mangiando?
Quest'Europa, che sta firmando in gran segreto il TTIP, mi piace sempre meno......
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