di Umberto Rapetto | 15 novembre 2017 Il Fatto Quotidiano
Dopo la Svezia, Anonymous. Eh no, non si fa così. Alla cocente mortificazione sul campo di calcio, segue lo smacco alla sicurezza cibernetica del Paese.
Incuranti delle centinaia di convegni in cui si affilano le chiacchiere a protezione di infrastrutture critiche, archivi segreti e dati riservati, gli hacker di Anonymous hanno umiliato gli immarcescibili guru della cybersecurity e saccheggiato i forzieri digitali della presidenza del Consiglio e di vari Ministeri.
Forse approfittando della circostanza che tutti gli esperti erano impegnati a preparare slide per il prossimo workshop o intenti in un copia-e-incolla di cose che non sapevano, i pirati informatici si sono scaricati un quantitativo imprecisato di informazioni personali relative a personale in servizio nelle Forze armate e di Polizia o a Palazzo Chigi (e qui magari pure nelle dependance delle “barbe finte”). L’arrembaggio – compiuto “per il diritto alla democrazia e della dignità dei popoli” – avrebbe consentito il download dei contratti di consulenti ed esperti e degli stipendi dei dipendenti in uniforme e non, dei riferimenti ai più diversi documenti di identità, degli indirizzi email e dei telefoni, dei numeri di targa e di chissà cosa altro.
Il “leaking”, ovvero la sottrazione di dati da sistemi gestionali e database, non avrebbe una data precisa e potrebbe essere avvenuto gradualmente. L’unica constatazione che non può essere messa in dubbio è la permeabilità dell’architettura tecnologica dei più importanti organismi vitali della macchina pubblica nazionale. Poco importa se lo scippo è stato fulmineo o se i banditi hanno proceduto lento pede così da non dare nell’occhio. Il fatto più avvilente è che si scoprano queste cose solo dopo che il “nemico” ha esposto le sue prede al ludibrio collettivo.
E’ quindi fin troppo legittimo pensare ci siano state altre e chissà quante occasioni in cui nessuno ha sbandierato le proprie prodezze e che invece abbiano gravemente compromesso la sicurezza del Paese. I fatti – e non i proclami alla “Vincere, e vinceremo” – parlano chiaro ed evidenziano l’infimo livello nel contrasto alla minaccia cibernetica. La situazione sul fronte digitale è oggettivamente critica ed è purtroppo lo specchio del contesto politico.
La citazione di Platone pubblicata da Anonymous nell’ostentazione della malefatta cova presentimenti atavici. Quel “La gente si separa da coloro cui fa la colpa di averla condotta a tale disastro”, ad esempio, ci costringe a riflettere sullo sbalorditivo astensionismo in Sicilia e sulla inarrestabile scissione tra cittadini e rappresentanti nelle sedi istituzionali.
Ci si augura che le parole del filosofo greco si avverino solo per metà. “Così la democrazia muore: per abuso di se stessa. E prima che nel sangue, nel ridicolo” scriveva Platone nella sua Repubblica. L’auspicio è che non si arrivi ad episodi cruenti. La certezza è che il “ridicolo” – almeno nella cybersecurity – è quotidiano. Qualche novità è in cantiere nel disegno di legge n. 2960 ovvero nella legge di bilancio 2018.
All’articolo 35 già si prospetta una “fondazione di diritto privato” costituita dal Dipartimento delle informazioni per la sicurezza con la partecipazione di enti ed amministrazioni pubbliche e soggetti privati. Vedremo a chi sarà affidato il timone e quale ne sarà la ciurma. Senza aspettarci miracoli.
Nel frattempo, oltre a quelle di Carlo Tavecchio e Gian Piero Ventura, sarebbe bello poter vedere le dimissioni di trainer e player della cybesecurity (tre parole anglofone nelle ultime cinque digitate mi fanno capire che sono sulla buona strada) che continuano a giocare contro una immaginaria Svezia dell’altro giorno o – a voler esser vintage a tutti i costi – contro l’indimenticabile Pak Doo Ik della Corea ai Mondiali del 66.
Incuranti delle centinaia di convegni in cui si affilano le chiacchiere a protezione di infrastrutture critiche, archivi segreti e dati riservati, gli hacker di Anonymous hanno umiliato gli immarcescibili guru della cybersecurity e saccheggiato i forzieri digitali della presidenza del Consiglio e di vari Ministeri.
Forse approfittando della circostanza che tutti gli esperti erano impegnati a preparare slide per il prossimo workshop o intenti in un copia-e-incolla di cose che non sapevano, i pirati informatici si sono scaricati un quantitativo imprecisato di informazioni personali relative a personale in servizio nelle Forze armate e di Polizia o a Palazzo Chigi (e qui magari pure nelle dependance delle “barbe finte”). L’arrembaggio – compiuto “per il diritto alla democrazia e della dignità dei popoli” – avrebbe consentito il download dei contratti di consulenti ed esperti e degli stipendi dei dipendenti in uniforme e non, dei riferimenti ai più diversi documenti di identità, degli indirizzi email e dei telefoni, dei numeri di targa e di chissà cosa altro.
Il “leaking”, ovvero la sottrazione di dati da sistemi gestionali e database, non avrebbe una data precisa e potrebbe essere avvenuto gradualmente. L’unica constatazione che non può essere messa in dubbio è la permeabilità dell’architettura tecnologica dei più importanti organismi vitali della macchina pubblica nazionale. Poco importa se lo scippo è stato fulmineo o se i banditi hanno proceduto lento pede così da non dare nell’occhio. Il fatto più avvilente è che si scoprano queste cose solo dopo che il “nemico” ha esposto le sue prede al ludibrio collettivo.
E’ quindi fin troppo legittimo pensare ci siano state altre e chissà quante occasioni in cui nessuno ha sbandierato le proprie prodezze e che invece abbiano gravemente compromesso la sicurezza del Paese. I fatti – e non i proclami alla “Vincere, e vinceremo” – parlano chiaro ed evidenziano l’infimo livello nel contrasto alla minaccia cibernetica. La situazione sul fronte digitale è oggettivamente critica ed è purtroppo lo specchio del contesto politico.
La citazione di Platone pubblicata da Anonymous nell’ostentazione della malefatta cova presentimenti atavici. Quel “La gente si separa da coloro cui fa la colpa di averla condotta a tale disastro”, ad esempio, ci costringe a riflettere sullo sbalorditivo astensionismo in Sicilia e sulla inarrestabile scissione tra cittadini e rappresentanti nelle sedi istituzionali.
Ci si augura che le parole del filosofo greco si avverino solo per metà. “Così la democrazia muore: per abuso di se stessa. E prima che nel sangue, nel ridicolo” scriveva Platone nella sua Repubblica. L’auspicio è che non si arrivi ad episodi cruenti. La certezza è che il “ridicolo” – almeno nella cybersecurity – è quotidiano. Qualche novità è in cantiere nel disegno di legge n. 2960 ovvero nella legge di bilancio 2018.
All’articolo 35 già si prospetta una “fondazione di diritto privato” costituita dal Dipartimento delle informazioni per la sicurezza con la partecipazione di enti ed amministrazioni pubbliche e soggetti privati. Vedremo a chi sarà affidato il timone e quale ne sarà la ciurma. Senza aspettarci miracoli.
Nel frattempo, oltre a quelle di Carlo Tavecchio e Gian Piero Ventura, sarebbe bello poter vedere le dimissioni di trainer e player della cybesecurity (tre parole anglofone nelle ultime cinque digitate mi fanno capire che sono sulla buona strada) che continuano a giocare contro una immaginaria Svezia dell’altro giorno o – a voler esser vintage a tutti i costi – contro l’indimenticabile Pak Doo Ik della Corea ai Mondiali del 66.
di Umberto Rapetto | 15 novembre 2017
Circa
la metà dei 65 Paesi coinvolti dallo studio hanno registrato
nell'ultimo anno un declino e solo 13 di essi hanno registrato invece
miglioramenti (quasi esclusivamente di entità minore). L'ondata
minacciosa è rappresentata nella maggior parte dei casi dalla proliferazione delle fake news
e dalla creazione di falsi account volti ad alimentare lo scontro e
l'odio online. Come d'altronde accaduto durante la campagna elettorale
statunitense, occasione nella quale l'opera di disinformazione attuata
dal governo russo sia stata documentata dalle indagini ancora in corso.
Mai
il declino della democrazia su Internet è attaccato sotto molti altri
fronti. Alcuni governi hanno infatti minato la libertà bloccando completamente la connessione a Internet
in alcune zone del Paese abitate da minoranze etniche, come l'area
tibetana in Cina e Oromo in Etiopia, imposto censura e nel peggiore dei
casi proibito l'utilizzo della rete (Corea del Nord). Ma vi sono anche
casi di disconnessione mirata nel tentativo di impedire la trasmissione di video live: è il caso della 