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martedì 25 febbraio 2020

Coronavirus, il virologo Perno: “No agli allarmismi, ma non è come un’influenza”

Fonte: Il Fatto Quotidiano | 25 Febbraio 2020
Il responsabile del Laboratorio di medicina di Niguarda spiega come funziona il controllo dei nuovi casi sospetti. "Al momento nessun collo di bottiglia, ma le autorità e le aziende produttrici dei kit devono prepararsi a eventuali focolai più ampi". E mette in guardia: "Anche dal mondo scientifico sento sottovalutazioni ed esagerazioni"
La macchina dei test per individuare il coronavirus, o meglio questo tipo di coronavirus detto Covid-19, al momento regge. Nonostante la mancanza di tamponi che, assicurano i vertici della Regione Lombardia e del ministero della Salute, è in via di risoluzione. Ma è possibile che il sistema vada in emergenza se i casi di sospetto contagio dovessero impennarsi? “No, a patto che le autorità e le aziende che producono i kit seguano un percorso razionale. Se domani si scoprissero decine di migliaia di casi sospetti in un focolaio, dobbiamo essere preparati a fronteggiarli”. Carlo Federico Perno è professore ordinario di Microbiologia e virologia dell’Università di Milano e dirige il Dipartimento di medicina di laboratorio dell‘Ospedale Niguarda, impegnato in questi giorni a sfornare responsi sui nuovi casi di contagio. Perno è specializzato proprio nello studio dei Coronavirus, una grande famiglia che, nella versione umana, è responsabile per esempio del comune raffreddore. “Il Covid-19, invece, è di origine animale, coma la Sars e la Mers, e ha fatto il salto di specie. La sua peculiarità – spiega il professore – è che colpisce direttamente i polmoni“. Così è stato necessario approntare un nuovo kit diagnostico che andasse a scovare questa specifica forma del virus: “Le aziende del settore hanno lavorato giorno e notte e oggi abbiamo un test molto affidabile, che continua a essere migliorato”.
Il primo passo, come ormai abbiamo imparato tutti, è il tampone, una sorta di grande cotton fioc che raccoglie il muco nasale e i liquidi polmonari del paziente. Il campione messo in provetta va poi fatto arrivare rapidamente in uno dei centri specializzati, dotati di una macchina per questo tipo di analisi, la stessa che si usa da molti anni per individuare altre patologie, a partire dalla comune influenza. Si chiama “termociclatore” e, in sostanza, riscalda e amplifica il materiale genetico del virus che si sta cercando, attraverso un processo che si chiama reazione a catena delle polimerasi. Materia per addetti ai lavori, ma la buona notizia, dice Perno, è che il termociclatore è un oggetto grande come un forno a microonde, del costo di qualche migliaia di euro secondo il modello, utilizzato in un gran numero di laboratori. “Pensatelo come un lettore cd. L’apparecchio è sempre quello, poi suonerà Battisti o Jovanotti secondo il disco che ci metto dentro. Il disco, nel nostro caso, è il kit specifico per la ricerca del Covid-19”. Ogni singolo kit permette di analizzare diverse decine di campioni.
La macchina può trattare diverse decine di provette contemporaneamente e restituisce i risultati nel giro di qualche ora. “Se il risultato è positivo significa che il paziente è contagiato, anche se non necessariamente malato. I test sono affidabili e di norma si eseguono una volta sola, con un ulteriore controllo sulla correttezza dei parametri impostati nella macchina”. Così funziona il sistema che permette di identificare i casi di contagio da isolare per limitare l’epidemia, e al momento non si vedono colli di bottiglia che lo rallentino in modo significativo. Ma attenzione: se si verificassero aumenti imprevisti di casi sospetti, la soluzione non sarebbe quella di mettere in campo tutti i termociclatori presenti in qualunque laboratorio: “Sarebbe sconsigliabile rivolgersi ai piccoli ospedali o ai centri privati, perché questo tipo di analisi richiede competenze professionali specifiche e livelli elevati di biosicurezza”.
Per questo è necessario attrezzarsi in vista di un’eventuale esplosione di casi e limitare al massimo i rischi di contagio. “Di fronte al Covid-19 sento giudizi inesatti anche dal mondo scientifico”, afferma il professor Perno. “Da un lato c’è chi lo paragona a una banale influenza, ma non lo è affatto, è un’infezione polmonare. Dall’altro c’è chi evoca epidemie catastrofiche come la ‘spagnola’, ma finora sono decedute persone con altre patologie gravi, alcune molto anziane, per i quali non mi sentirei di dire che la causa di morte è davvero il coronavirus. Non abbiamo ancora elementi precisi per prevedere l’andamento dell’epidemia, dobbiamo osservarne l’evoluzione giorno per giorno”.
Non esageriamo con l’allarmismo, conclude Perno, ma ben vengano le restrizioni imposte da governo e regioni: “Sono provvedimenti sgradevoli ma necessari, la priorità è impedire al virus di infettare. Dobbiamo chiudere le stalle prima che i buoi scappino”.

domenica 23 febbraio 2020

Coronavirus......

23 Febbraio 2020 liberoquotidiano.it
"Poco più di un'influenza?, niente affatto". Per il virologo Roberto Burioni il coronavirus non deve essere preso sotto gamba. Sul suo sito Medical Facts Burioni l'esperto sembra replicare alle parole di Maria Rita Gismondo, direttore del laboratorio di analisi dell'ospedale Sacco di Milano che aveva affermato che l'epidemia cinese non è molto di più di un'influenza. "Attenzione – dice però Burioni - a chi, superficialmente, dà informazioni completamente sbagliate. Leggete i numeri". E ancora: "Il tentare di informare nella maniera più corretta i nostri lettori. Mai allarmismi, ma neanche si possono trattare i cittadini come bambini di 5 anni. Qualcuno, da tempo, ripete una scemenza di dimensioni gigantesche: la malattia causata dal coronavirus sarebbe poco più di un'influenza. Ebbene, questo purtroppo non è vero" chiosa. D'altronde lui stesso settimane fa aveva predetto quello che poi si è avverato: un'emergenza.
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bene, il professor succitato non è né un allarmista né un gombloddisda, né altro: è un infettivologo, ossia è del mestiere e dice cose chiarissime e, da tecnico responsabile qual è, richiama la necessità del non creare inutili allarmismi ma, e qui cade l'asino della disinformazione, nemmeno trattare gli italiani come 'bambini' ossia propinandogli balle non vere... e proprio per questi motivi che credo che bisognerà prima o poi dire la verità: c'è un epidemia in corso che è nata in orientee si sta propagandoa macchia d'olio in giro per il pianeta ed è anche una emergenza da non prendere sottogamba visto che il numero dei contagi sale e non sembra rallentare in mancanza di vaccini e cure valide. Capisco che bisogna dare l'impressione dello 'stare calmi' ma oggi nelle regioni colpite la corsa alle mascherine all'amuchina e alle scorte alimentari c'è stata ugualmente e quindi il panico esiste e ci si deve fare i conti: sopratutto in un paese che negli utlimi decenni ha tagliato enormi quantità di soldi alla ricerca, alla sanità e alla prevenzione.. anzi di prevenzione in generale se ne parla e basta ma di fatti zero: anzi da oltre 30 anni parole e parole ma investimenti manco a parlarne. Ora siamo proprio dove qualcuno temeva arrivassimo e tutti sono a rincorrere l'emergenza ma di programmi e iniziative, oltre al contenimento, nulla di nulla (ad esempio: per coloro che lavorano a contatto con il pubblico perchè non prevredere la fornitura di mascherine con capacità ffp3 fin da ora?) in questo immobilismo il panico dilaga, i prezzi vanno alle stelle (amuchina e mascherine costo un occhio della testa e sono quasi introvabili), i cittadini non sanno a che santo votarsi appesi al filo della speranza che tutto si fermi o almeno rallenti ma, soprattutto, che non tocchi a loro... personalmente credo che se si supera una certa soglia si dovrà, a malincuore, assumere misure draconiane come la sospensione di schengen e la limitazione degli spostamenti come in china.

giovedì 11 gennaio 2018

I bambini non vaccinati sembrano essere immuni al virus misterioso che si diffonde attualmente nel Midwest statunitense

Fonte: IL SAPERE E' POTERE 2


Il misterioso virus conosciuto come EV-D68 si è diffuso in tutto il Midwest ad una velocità senza precedenti. 

Molti bambini sono stati ricoverati in ospedale con il virus, circa 475 nella sola Kansas City, e non esiste alcun vaccino conosciuto per ridurre gli effetti del virus o proteggere quelli che non lo hanno contratto.
EV-D68 ha creato un focolaio nel Colorado, Missouri, Utah, Kansas, Illinois, Ohio e altri quattro stati nel Midwest.
I sintomi possono imitare quelli del virus dell’influenza, ma possono avere un impatto molto più grave su coloro che si ammalano. La dottoressa Mary Anne Jackson, direttore della divisione dell’ospedale per le malattie infettive, ha condiviso la sua preoccupazione con CNN .
“È peggio in termini di portata nei bambini affetti da critiche condizioni che necessitano di assistenza intensiva. Lo chiamerei “senza precedenti”. Ho praticato per 30 anni in pediatria e non ho mai visto niente di simile a questo “
Anche se non esiste un vaccino conosciuto per il virus, il risultato che verrà raggiunto è anche sconosciuto, quelli che SONO INFETTATI stanno seguendo una TERAPIA COMUNE. Sono tutti VACCINATI con i vaccini MMR , i vaccini contro l’influenza e i vaccini contro la polio.
Naturalmente, molti bambini negli Stati Uniti sono stati vaccinati e la maggior parte è obbligata ad essere vaccinati per entrare a scuola. Tuttavia, è interessante notare che la malattia non sta avvenendo tuttavia, nei bambini che NON SONO STATI vaccinati.
William Shaffner, capo del Dipartimento di Medicina Preventiva dell’Università Vanderbilt, non ha condiviso che EV-D68 ha infettato solo i bambini vaccinati, ma condivide la sua preoccupazione per il virus.
“La maggior parte degli enterovirus causa un po ‘di raffreddamento’ o di una malattia diarroica, in alcuni casi causano la meningite. Questo è un cugino strano, diciamo. Provoca sintomi respiratori importanti. Perché lo fa, non lo sappiamo“.
Non c’è dubbio che lo scoppio di EV-D68 è abbastanza spaventoso, e possa essere più pericoloso della epidemia del virus RSV della fine degli anni ’90.
Molti genitori stanno chiedendo cosa fare per mantenere i loro figli protetti e proteggerli dal contrarre il virus. Il CNN ha condiviso le seguenti informazioni per proteggere i propri figli.
“Per ridurre il rischio di infezione, gli individui devono lavare le mani spesso con sapone e acqua per 20 secondi, soprattutto dopo il cambio dei pannolini; evitare di toccarsi gli occhi, il naso e la bocca con le mani non lavate; evitare di baciarsi, abbracciare e condividere le tazze o mangiare con posate di persone malate; disinfettare superfici spesso toccate come giocattoli e manicotti; e rimanere a casa quando ci si sente male … “
Alcune agenzie di reporting stanno inoltre raccomandando l’uso di Vitamina D, un naturale sistema immunitario, per contribuire a rafforzare il sistema immunitario prima che il virus raggiunga gli individui.
Finora, gli stati che sono isolati dal virus come Indiana e Michigan, sembrano essere al sicuro dall’epidemia. Solo il tempo dirà se continuerà a diffondersi, o alla fine si fermerà come l’influenza aviaria.

domenica 5 ottobre 2014

Hiv, rintracciati luogo e data del salto da animale a uomo. “Similitudini con Ebola”


di Daniele Guido Gessa | 5 ottobre 2014

Kinshasa, anni Venti del Novecento. Spostamenti resi più facili dai “nuovi” mezzi di trasporto, treni e convogli per le merci. Inoltre, un boom demografico e una sessualità sempre più spinta e frenetica, resa possibile anche dalla prostituzione “di massa”. Infine, le nuove terapie mediche, con le iniezioni – con aghi spesso infetti – come cura a ogni male. L’università di Oxford insieme a quella di Lovanio, in Belgio, hanno ricostruito esattamente quando e dove il virus dell’Hiv, responsabile per l’Aids, fece il primo “salto di specie” dalle scimmie all’uomo, diventando endemico per decenni, per poi esplodere in tutto il mondo negli anni Ottanta del secolo scorso.
Il periodo – rintracciato grazie all’analisi storica del genoma dell’Hiv – è appunto quello degli anni Venti, quando iniziò il colpo di coda dell’era degli imperi, un’epoca di sviluppo per le nazioni colonizzate e di grandi cambiamenti sociali. Il luogo, dicono ora gli studiosi delle due università, era la Kinshasa (Leopoldville fino al 1966) allora avamposto del potere belga in Africa, la più grande città di quella che ora è la Repubblica Democratica del Congo. Con un parallelo inquietante, per quanto riguarda l’origine del virus, con l’attuale epidemia di Ebola: la notizia relativa a una trasmissione dovuta ai cacciatori che maneggiavano la carne della selvaggina delle foreste. Sangue e altri liquidi biologici infetti. E così si arrivò a quel numero di persone che finora hanno contratto l’Hiv: 75 milioni in tutto il mondo.
“Fu la tempesta perfetta”, dicono ora gli studiosi. Il Belgio aveva infatti appena costruito le ferrovie, facilitando gli spostamenti della popolazione e portando, ogni anno, un milione di pendolari a Kinshasa. Inoltre, tutti quei lavoratori – maschi – che portarono la rete dei binari nel Congo non fecero altro che far aumentare la sproporzione fra uomini e donne, in un rapporto di due a uno che rendeva difficili le relazioni amorose e quasi impossibile, per gli operai, trovare una fidanzata o una moglie. Come conseguenza, sottolineano gli scienziati, si ebbe un aumento della prostituzione, spesso in case di piacere, con un aumento “incredibile” di malattie a trasmissione sessuale. Fra le quali, appunto, l’Aids. Che allora, chiaramente, non si chiamava così, era una malattia praticamente sconosciuta, ma gli scienziati, studiando il genoma del virus, ne sono ora certi: l’Hiv rimase endemico per almeno sessant’anni, per poi esplodere negli anni Ottanta e colpire, in primo luogo, la comunità omosessuale di Stati Uniti ed Europa. Ancora, sottolineano gli studiosi di Oxford e Lovanio, in un certo qual modo anche la moderna medicina è stata colpevole. In quegli anni le cliniche cominciarono a effettuare le iniezioni così come le conosciamo noi oggi. Con aghi spesso infetti, chiaramente e, una volta che la persona malata saliva su un treno per tornare nella sua provincia di provenienza, il virus viaggiava sullo stesso vagone.
Parlando con la Bbc, il professor Oliver Pybus dell’università di Oxford, ha detto: “Possiamo vedere le impronte della storia nei genomi di oggi, che hanno lasciato una traccia, un segno della mutazione del Dna che che non può essere eradicato. Così facendo abbiamo potuto ricostruire ‘l’albero genealogico’ del virus e rintracciare le sue radici”. Ormai, del resto, è quasi certo, almeno per la scienza ufficiale: l’Hiv è una versione mutata di un virus degli scimpanzé, un’immunodeficienza dei primati tuttora presente in molte comunità di scimmie. Secondo gli studiosi “il passaggio fra animale e uomo non è avvenuto solo una volta” ed ecco così la presenza di diversi ceppi del virus, con dei sottogruppi che, in Africa, sono endemici di alcune zone ben specifiche. Pybus e il team di studiosi hanno così definito anche la prima vera causa del diffondersi del virus: “Una zona molto popolata e molto in crescita, dove anche la medicina di quei tempi registrava un’alta incidenza di malattie sessualmente trasmesse”. Un boom demografico, insomma, unito alla maggiore facilità di movimento. “Ed è affascinante ora avere uno sguardo interno alla prima fase della pandemia dell’Hiv”, ha commentato il professor Jonathan Ball, che ha collaborato con il gruppo di ricerca. Proprio mentre l’epidemia dell’Ebola, che finora ha ucciso più di 3mila persone in Africa, ha persino fatto il salto dell’Oceano, arrivando – ma finora solo con un caso accertato – negli Stati Uniti d’America. Non treni ma aerei questa volta, ma le similitudini sono tante, hanno ammesso gli studiosi.
p.s.
ehm, mi sorge un dubbio: ma davvero ebola non era previsto che potesse esplodere in questo modo? E come mai è già uscito fuori dai breaking news dei media? E come mai non ci sono iniziative internazionali per fermarla? Forse Big Pharma, e i suoi sodali, ha i fatto i suoi e visto che lì ci sono molti poveri e pochi soldi da spillare ha deciso di tenere un profilo basso e aspettare che esploda nel mondo ricco?

mercoledì 16 luglio 2014

Aids, per l’Onu “entro il 2030 sarà possibile fermare l’epidemia del virus Hiv”

Ogni tanto ne esce una. Ora tocca all'onu che ci dice che la diffusione della sindrome dell'AIDS è "sotto controllo": non è vero. E' vero il contrario: nei paesi occidentali il paziente vive di più e meglio  ma le campagne informative scarseggiano; negli altri paesi è poco sotto una strage di massa: interie generazioni rischiano di sparire. PErchè allora l'annuncio? Semplice, le statistiche dicono che sta rallentando: tutto qui; la sindrome in realtà ha nella maggior parte dei casi un decorso non breve e quindi se è possibile che in teoria sembra stia rallentando nella realtà, temo, si stia solo incubando nella prossima generazione.
Domanda: se fossi un politico responsabile della salute dei miei cittadini, sapendo che non c'è, ancora, una cura cosa posso fare per dare il mio contributo? La parola d'ordine sarebbe PREVENIRE: lanciare campagne incisive in rete, sulla stampa, in tv per far entrare nella testa delle persone che "solo usando preservativi" ci si può difendere dalla sindrome.. altro non c'è se non in contemporanea alle campagne informative fare controlli, anche volontari, sanitari nella parte della popolazione più a rischio: anche nel mondo del sesso a pagamento fino a legalizzarlo favorendo forme già sperimentate nel mondo, puritano, del nord europa.
Perchè non avviene? Sembra un bollettino di guerra: le malattie veneree stanno aumentando (soprattutto fra i giovani); alcune sindrome infantili, (anche grazie a scriteriate campagne contro i vaccini di massa) come il morbillo, stanno rispuntando; malattie finora curabili come la TBC sono riapparse con ceppi immuni alle cure; l'ebola è sempre lì ... e ora è arrivata anche qui; e si potrebbe continuare per molto ancora per molto senza soluzione di continuità. E il prossimo futuro non sembra roseo vista, da un lato, la tendenza verso una integrazione fra sanità pubblica e assicurazioni private, anche nel nostro paese (notoriamente le assicurazioni non sono società a scopo di beneficenza, basta guardare negli usa dove tutto il sistema sanitario è privato e chi non ne ha una non può accedere alle cure anche minime.... fra parentesi quel sistema sanitario sta fallendo miseramente ed è il meno efficiente del pianeta), dall'altro lo Stato è reticente nella prevenzione per tanti motivi: non ultimi i benpensanti, i cattolici, e gli stessi politici che, pur di mantenere lo scranno, gli vanno dietro tagliando i fondi alle suindicate campagne fino al punto che nel nostro paese quasi nessuno le fa..... nelle scuole tutto è lasciato alla buona voilontà di genitori e prof per dirne una: nessun coordinamento anzi repressione di chi va fuori della righe.
Leggendo in quest'ottica l'articolo della redazione del Fatto Quotidiano del 16 luglio 2014 forse fa apparire meno sensazionale l'annuncio dell 'onu e ne scopre la vena finanziaria di Big Pharma che ogni tanto tira la corda per scroccare fondi pubblici in ricerca e sviluppo... dei propri profitti
In meno di vent’anni il virus dell’Aids potrebbe essere fermato. E’ quanto afferma l’Onu, dandosi come data ultima per dare uno stop alla diffusione della malattia il 2030. “Porre fine all’epidemia provocata dal virus Hiv è possibile”, ha affermato Michel Sidibé, direttore esecutivo dell’Unaids, il programma congiunto dell’Onu su Hiv/Aids. Secondo il rapporto delle Nazioni Unite, nel mondo ci sono circa 35 milioni di sieropositivi, di cui 24,7 milioni nell’Africa sub-sahariana. Dallo scoppio dell’epidemia, più di trent’anni fa, 78 milioni di persone sono state infettate e 39 milioni sono morte per malattie correlate all’Aids. Dati che non sembrano spaventare l’Onu, capace di mettere nero su bianco la possibilità di dare un freno all’epidemia. ”Questo traguardo potrebbe essere raggiunto entro il 2030 in ogni Paese” anche perché “il numero di morti per il virus sta diminuendo”, continuano le Nazioni Unite.
Secondo un’analisi del rapporto fatta da al Jazeera, ci sono diverse ragioni per accreditare la speranza di raggiungere il controllo della malattia. Il mondo ha osservato importanti cambiamenti sul fronte dell’Aids e sono stati registrati più successi negli ultimi cinque anni che ne 23 precedenti, sottolinea l’Uniads. In particolare, l’accesso alle terapie antiretrovirali è cresciuto, portando a 12,9 milioni il numero di persone con l’Hiv che vi hanno accesso, pari al 37% di chi convive con il virus. Sempre secondo al Jazeera, la diffusione dei farmaci antiretrovirali è tra i miglioramenti più importanti e decisivi, se si pensa che un anno prima erano in trattamento solo 10 milioni di malati, mentre nel 2010 meno di 5 milioni subivano il trattamento. Per quanto riguarda le nuove infezioni, dal 2001 sono diminuite del 38%. Calo anche per i decessi, scesi del 35% negli ultimi 10 anni. “Oggi più che mai, c’è la possibilità di combattere la battaglia finale per la diffusione del virus”. 
Prospettive positive, quindi, anche se molto resta da fare. Primo fra tutti, un cambio di approccio. Incrementati quindi i fondi destinati al debellamento del virus: così che i 19 miliardi di dollari decisi dal programma delle Nazioni Unite per il 2013, dovranno necessariamente aumentare per il 2015, crescendo fino a 24 miliardi. Il rapporto definisce quindi i prossimi cinque anni come determinanti per indirizzare l’andamento dei prossimi 15. “Se il mondo accrescerà gli sforzi entro il 2020, l’umanità sarà in grado di porre fine all’epidemia”, continua Sidibé. 
Per “fine dell’aids”, quindi, si intende che la diffusione del virus potrebbe essere sotto controllo, anche perché è stato marginalizzato l’impatto della malattia per le persone e i contesti sociali. Il virus continuerà probabilmente ad esistere a lungo, ma il suo impatto può essere annullato applicando azioni di prevenzione e continuando a diffondere le cure esistenti. Una malattia per cui tutt’ora non esiste la cura, come ha dimostrato il noto caso della bambina statunitense nata sieropositiva, che sembrava fosse guarita fino a che qualche giorno fa non è tornata ad avere tracce di Hiv nel sangue.

domenica 8 novembre 2009

USA avanguardia e simbolo dell'occidente

Sappiamo tutti che negli USA, causa pessime condizione della sanità americana, é uno dei paesi più colpiti dalla influenza suina ... oops .... "A" e Obama ha dichiarato lo stato di emergenza. Fin qui lo sappiamo tutti, qual'é la news? Sapete a chi hanno consegnato per primi i vaccini? Le Banche ........... ecco se volevamo un esempio di cosa é il sistema liberistico, che non ragiona al fine di assicurare la felicità umana ma solo in base a costi, benefici e ragionamenti economici (del genere cosa mi è più utile e cosa no) non ci dovremmo meravigliare di ciò, vero? Atro che paese della ricerca della felicità.........

sabato 19 settembre 2009

H1N1: I NUMERI STIMATI, PANICO NON NECESSARIO?

Intanto oggi una donna è morta per complicanze polmonari, e non è certo un buon viatico. Che sia "nuova" questa H1N1, detta suina, non c'è dubbio perchè tutti ci dicono che il nostro organismo non ha memoria immunitaria di essa. Però c'è un però se le stime parlano, nel caso peggiore, di 95.000 morti e 10 milioni di casi e un minimo di preoccupazione c'è dato lo stato del nostro "mitico" S.S.N., vero? Basti pensare alle infezioni contratte in ospedale per farsi venire qualche brivido: soprattutto se si pensa che si viene ricoverati in raprti infettivi dove c'è di tutto e si rischia di beccare qualcosa di peggio rispetto a quello con cui si è entrati nella struttura. La cosa sperabile è che passi presto e che non ci siano troppi danni, vista la psicosi che rischia di espandersi a macchia d'olio e molto potranno fare i media con una corretta informazione che eviti di fare allarmismi. Un'aspetto finora poco considerato è quello della selezione del virus: se diventiamo resistenti al ceppo chi ci dice che non se ne selezioni uno peggiore? Una volta tanto sarebbe meglio che si rinunciase ai profitti e si facesse vera ricerca in materia.

domenica 12 luglio 2009

E dopo linfluenza ora abbiamo l'ebola suina

Ricordate la H1N1, o virus dei maiali? Molti casi di umani infettati pochi morti e l'allarme che pure c'è ha trovato ben presto le autorità sanitarie pronte almeno in Occidente a farvi fronte (Big Pharma avrà già calcolato i profitti da produzione di tamiflu salvo scoprire che il ceppo del virus par sia diventato resistente a questo farmaco e i profitti da eventuali vaccini) e a rassicurare i cittadini, ma....... c'è un ma: è spuntata l'ebola suina che ha infettato, nelle Filippine, alcuni umani (ma non hanno contratto la malattia sia chiaro ma solo sono stati a contatto con essa) e se, con questo passaggio nei maiali (che sono simili a noi più di quanto si pensi) ci dovesse essere il salto e sviluppare una propria patogenicità anche in maniera più virulenta di come, l'ebola classica che tutti conosciamo è già di per se pericolosa, è ora allora sì che sorgerebbe un problema. Le malattie che passano da animali ad uomini possono provocare danni enormi e sviluppare delle pandemie gravi se non si ricorre presto a contromisure: magari in occidente riusciamo anche a salvarci la pelle, ma negli altri paesi? E, in particolare, nel terzo mondo come la mettiamo? E se la guerra contro i virus che, come noi, si adattano è continua il vero problema nasce quando si comincia a parlare di costi sanitari e ricerca per i vaccini: quanto si può reggere? E chi la ricerca non ce l'ha, che fa?

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