Fonte: Il Fatto Quotidiano Loretta Napoleoni Mondo - 19 Luglio 2020
Gli eventi straordinari cambiano il mondo e spesso non si riesce a stare al loro passo. E’ quello che successe a Winston Churchill
alla fine della seconda guerra mondiale, considerato un grandissimo
statista in tempo di pace non venne rieletto a guerra finita. Il motivo?
Voleva riportare il Regno Unito ai tempi d’oro pre-bellici.
Anche il 78enne Joe Biden, candidato democratico per la presidenza degli Stati Uniti, vuole spostare le lancette del tempo a 12 anni fa, quando era vicepresidente, per cancellare con un colpo di spugna l’amministrazione Trump
e la catastrofe del Coronavirus. E’ questa la buccia di banana sulla
quale il prossimo novembre il partito democratico americano potrebbe
scivolare.
Possibile che nessuno si renda conto delle mutate
condizioni geopolitiche mondiali, che non abbia intuito che siamo
entrati nella guerra fredda in 3D dove si combatte in digitale e tornare indietro non si può più? Basta menzionare un’impresa, Huawei, al centro della guerra del 5G,
un conflitto con ripercussioni enormi sulla tecnologia del futuro,
quella del trasporto senza autista. E chi dire degli hacker, i moderni
guerrieri eccellenti, le spie digitali che rubano di tutto – dai
potenziali vaccini contro il Covid ai profili dei politici e dei volti
celebri di Twitter?
Sullo sfondo di questo scenario apparentemente fantascientifico le rassicurazioni di Biden sul ritorno all’alleanza atlantica
nata nel dopoguerra e funzionale alla vecchia guerra fredda appaiono
fuori tempo più che anacronistiche. Il futuro è arrivato, lo stiamo
vivendo e né Biden né il partito democratico che lo sostiene vogliono
accettare questa verità. Donald Trump è stato solo
strumentale per il cambiamento epocale in atto dall’inizio del secolo,
forse il suo modo schizofrenico di fare politica ha accelerato la
rottura degli equilibri del passato, ma non è stato certo lui o la sua
amministrazione a cambiare il mondo.
La transizione è frutto della globalizzazione,
della trasformazione epocale del moderno capitalismo ormai
inarrestabile e con la quale bisogna imparare a convivere. Ed ecco i
punti chiave, i confini della guerra fredda in 3D.
A livello politico il mondo ha metabolizzato il nazionalismo spocchioso di Trump, si pensi a paesi come la Polonia o l’Ungheria, ma anche al Regno Unito della Brexit;
il mondo ha anche imparato a non fidarsi degli Stati Uniti ed a
guardare a Washington non più come un ombrello protettivo ma come una
nazione tra molte altre, anche se ancora grande ed importante. In questo
contesto Pechino ha smesso di evitare qualsiasi
confronto con Washington per paura di pestare i piedi alla superpotenza e
ha iniziato a tessere una politica estera in aperta opposizione
all’amministrazione Trump, si pensi all’accordo recente con l’Iran.
Cosa propone Biden? Un ritorno al passato di Obama, che in politica estera non è stato affatto glorioso, e a quello ancora più remoto dell’amministrazione Clinton. Così l’amministrazione Biden si opporrà all’annessione da parte di Israele del 30% della West Bank, ri-confirmerà gli accordi nucleari del 2015 con l’Iran, che Trump ha abbandonato nel 2018, purché Teheran faccia quanto promesso, e avrà un atteggiamento più scettico nei confronti di Putin.
Tutte proposte interessanti ma che serviranno a ben poco per frenare
le trasformazioni geopolitiche in atto, per rilanciare il primato degli
Stati Uniti o garantire un equilibrio mondiale.
Sul piano economico il mondo ha capito che la dipendenza dal dollaro quale moneta di scambio internazionale è pericolosa
perché condiziona il commercio internazionale e i tassi di cambio ai
bisogni del tesoro americano. L’Unione Europea ha persino iniziato a
studiare meccanismi per sostituire nelle transazioni internazionali il
dollaro con l’euro. Biden, lo sappiamo, è ben visto a Wall Street, ciò significa che continuerà la politica monetaria di Trump, pompando liquidità dovunque scarseggi.
Anche
in materia di ambiente l’assicurazione che una vittoria di Biden farà
tornare Washington tra i sottoscrittori dell’accordo sul clima di
Parigi è poca cosa, tutti sanno che per salvare il pianeta dai cambiamenti climatici ci vuole ben altro.
Morale: con o senza una rielezione di Trump il declino degli Stati Uniti è inarrestabile,
come fu per l’Unione Sovietica il viale del tramonto sarà lungo e
passerà attraverso cambiamenti epocali, incomprensibili a una classe
politica ferma ai tempi d’oro della supremazia americana.
si parla di progresso, di evoluzione, di civiltà ci ritroviamo invece in un nuovo medio evo dove conta chi si nasconde dietro il potere o vi si allea con esso.
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domenica 19 luglio 2020
lunedì 12 ottobre 2015
Tpp, Cina prepara contromossa all’accordo di libero scambio tra Usa e Pacifico
dal Fatto Quotidiano, di Gabriele Battaglia, di China Files per il Fatto | 12 ottobre 2015
Appena appresa la notizia, la Cina ha fatto buon viso. Quando il 5 ottobre i media internazionali hanno annunciato il varo della Trans-Pacific Partnership (Tpp) ad Atlanta, il ministero del Commercio di Pechino è uscito con un comunicato che definisce l’intesa “uno dei principali accordi di libero scambio per la regione dell’Asia-Pacifico“, aggiungendo che “la Cina è aperta a qualsiasi meccanismo che segua le regole dell’Organizzazione mondiale del commercio e possa aumentare l’integrazione economica nell’area”. Segno che la Cina si aspetta, prima o poi, di essere tirata dentro al patto tra i 12 Paesi che in totale rappresentano il 40% dell’economia mondiale.
Peccato che il Tpp escluda la Cina e sia proprio nato in funzione anticinese. Proposto inizialmente nel 2007, quando partirono i primi negoziati tra Cile, Nuova Zelanda e Singapore, fu di fatto cavalcato dagli Stati Uniti a partire dall’anno successivo ed è diventato ben presto uno dei cardini di quel pivot to Asia con cui l’amministrazione Obama ha cercato di riguadagnare spazio in estremo Oriente e contenere l’ascesa cinese.
All’Apec di Pechino del 2014, la Cina aveva risposto con la proposta di un’area di libero scambio più inclusiva, che comprendesse anche se stessa e la Russia, incassando il sì di tutti, tranne gli Stati Uniti. Ma da allora non se ne è più sentito parlare. Pechino si è poi sempre più focalizzata sul progetto di Via della Seta, con la neonata Banca asiatica degli Investimenti e delle Infrastrutture a fare da volano economico. Un istituto finanziario in cui, guarda un po’, non ci sono Stati Uniti e Giappone. Ma per scelta loro – questo va detto – non per ostracismo cinese.
Al netto degli iniziali convenevoli diplomatici, la Cina starebbe ora preparando le contromosse al Tpp Usa-centrico, che muta il contesto economico in Asia-Pacifico. Certo, l’accordo è lungi dall’essere un fatto acquisito, ma meglio prendere le misure necessarie per tempo. A Pechino e dintorni è infatti opinione piuttosto diffusa che gli Stati Uniti stiano cercando di contenere l’ascesa cinese sia dal punto di vista politico sia da quello economico, laddove i due aspetti si compenetrano totalmente.
Eliminando circa 18mila tariffe doganali, il Tpp rischia di spostare nuovamente la catena delle forniture attraverso la più vasta area economica del mondo. La Cina, già afflitta dal rallentamento della sua economia, teme di vedersi strappare troppo presto il ruolo di “fabbrica del mondo” mentre si trova ancora a metà del guado nella sua transizione verso un sistema economico più evoluto. Rischia di perdere competitività mentre non è ancora pronta a misurarsi sulle produzioni ad alto valore aggiunto.
Così, probabilmente, le autorità cinesi spingeranno sempre più sui trattati bilaterali di libero scambio con singoli Paesi. È, questa, una strategia ormai tradizionale per la Cina, che nei suoi accordi “uno-a-uno” cerca anche di emanciparsi dal dollaro e scambiare in renminbi e nella valuta del partner di turno. Ci sarebbe poi allo studio un accordo trilaterale di libero scambio con Giappone e Corea del Sud. Il South China Morning Post di Hong Kong riporta le parole del ministro delle Finanze giapponese Taro Aso, secondo cui i rappresentanti economici dei tre Paesi dovrebbero incontrarsi a margine di una riunione del G20 previsto per questa settimana in Perù.
Infine, Pechino cerca di accelerare il cosiddetto Partenariato economico globale regionale (Rcep), i cui negoziati dovrebbero fare progressi durante un summit in Corea del Sud, previsto dal 12 al 16 ottobre. Ne sono coinvolti i 10 membri dell’Asean più Australia, India, Giappone, Corea del Sud, Nuova Zelanda e, secondo Xinhua, si punta a risultati concreti entro l’East Asia Summit di novembre. Ipotizzando queste contromosse, si intravede una strategia a cerchi concentrici.
In un recente articolo, Yukon Huang, ex direttore della Banca Mondiale per la Cina, ha azzardato che Pechino, per ottenere il duplice scopo di internazionalizzare la propria moneta e non attirare instabilità economica, potrebbe fare dello yuan una “valuta regionale” che gradualmente si sgancia dal dollaro senza rischiare nel mare magnum della volatilità internazionale. Niente accordi eccessivamente estesi nello spazio – niente Ttp made in China – ma proprio una strategia a cerchi concentrici e una moneta cinese che, al pari del commercio, si protende all’esterno con gradualità, fino a costituire un nuovo sistema di Stati tributari, riaggiornato al ventunesimo secolo.
Forse, il detto attribuito a Deng Xiaoping – “attraversare il fiume toccando le pietre” – per Pechino vale anche quando al posto del fiume c’è l’Oceano Pacifico. E forse, le felicitazioni rivolte agli Stati Uniti per il Tpp non sono in fondo in fondo un masticare amaro; ma un mandare avanti gli altri mentre si procede a piccoli passi.
_______________
p.s.
....insomma USA e Cina cercano di fregarsi a vicenda ma a quanto pare chi sembra giocare meglio le proprie carte è proprio la Cina visto che sembra avere maggiori carte in mano a differenza degli americani che possono mettere sul cmapo, fattivamente, molto poco...... vedremo. Visto invece in ottica "guerra" a me pare l'ennesima provocazione per indurre a commettere un passo falso al colosso cinese che, per ora, sembra nicchiare ben sapendo sia che senza la propria economia l'intero pianeta è più lento sia che la stessa economia cinese ha bisogno di commesse estere per evitare un ulteriore rallentamento, indotto, dal cordone sanitario che americani e la finanza internazionale le stanno costruendoi introrno.
Che ci sia qualcuno che soffia sul fuoco è ormai chiaro come il sole e che questo qualcuno miri a debellare il regime misto cinese per farne carne da macello dell'economia è altrettanto chairo: bisognerà vedere, ancora una volta, se i dirigenti cinesi sapranno tenere i nervi calmi continuando nel frattempo il cammino iniziato nell'adeguamento della propria economia agli standard internazionali sarà meglio per tutti... nel frattempo procede la sottomissione dell'economia europea a quella americana: il TTIP ormai è in porto, AHINOI...
Appena appresa la notizia, la Cina ha fatto buon viso. Quando il 5 ottobre i media internazionali hanno annunciato il varo della Trans-Pacific Partnership (Tpp) ad Atlanta, il ministero del Commercio di Pechino è uscito con un comunicato che definisce l’intesa “uno dei principali accordi di libero scambio per la regione dell’Asia-Pacifico“, aggiungendo che “la Cina è aperta a qualsiasi meccanismo che segua le regole dell’Organizzazione mondiale del commercio e possa aumentare l’integrazione economica nell’area”. Segno che la Cina si aspetta, prima o poi, di essere tirata dentro al patto tra i 12 Paesi che in totale rappresentano il 40% dell’economia mondiale.
Peccato che il Tpp escluda la Cina e sia proprio nato in funzione anticinese. Proposto inizialmente nel 2007, quando partirono i primi negoziati tra Cile, Nuova Zelanda e Singapore, fu di fatto cavalcato dagli Stati Uniti a partire dall’anno successivo ed è diventato ben presto uno dei cardini di quel pivot to Asia con cui l’amministrazione Obama ha cercato di riguadagnare spazio in estremo Oriente e contenere l’ascesa cinese.
All’Apec di Pechino del 2014, la Cina aveva risposto con la proposta di un’area di libero scambio più inclusiva, che comprendesse anche se stessa e la Russia, incassando il sì di tutti, tranne gli Stati Uniti. Ma da allora non se ne è più sentito parlare. Pechino si è poi sempre più focalizzata sul progetto di Via della Seta, con la neonata Banca asiatica degli Investimenti e delle Infrastrutture a fare da volano economico. Un istituto finanziario in cui, guarda un po’, non ci sono Stati Uniti e Giappone. Ma per scelta loro – questo va detto – non per ostracismo cinese.
Al netto degli iniziali convenevoli diplomatici, la Cina starebbe ora preparando le contromosse al Tpp Usa-centrico, che muta il contesto economico in Asia-Pacifico. Certo, l’accordo è lungi dall’essere un fatto acquisito, ma meglio prendere le misure necessarie per tempo. A Pechino e dintorni è infatti opinione piuttosto diffusa che gli Stati Uniti stiano cercando di contenere l’ascesa cinese sia dal punto di vista politico sia da quello economico, laddove i due aspetti si compenetrano totalmente.
Eliminando circa 18mila tariffe doganali, il Tpp rischia di spostare nuovamente la catena delle forniture attraverso la più vasta area economica del mondo. La Cina, già afflitta dal rallentamento della sua economia, teme di vedersi strappare troppo presto il ruolo di “fabbrica del mondo” mentre si trova ancora a metà del guado nella sua transizione verso un sistema economico più evoluto. Rischia di perdere competitività mentre non è ancora pronta a misurarsi sulle produzioni ad alto valore aggiunto.
Così, probabilmente, le autorità cinesi spingeranno sempre più sui trattati bilaterali di libero scambio con singoli Paesi. È, questa, una strategia ormai tradizionale per la Cina, che nei suoi accordi “uno-a-uno” cerca anche di emanciparsi dal dollaro e scambiare in renminbi e nella valuta del partner di turno. Ci sarebbe poi allo studio un accordo trilaterale di libero scambio con Giappone e Corea del Sud. Il South China Morning Post di Hong Kong riporta le parole del ministro delle Finanze giapponese Taro Aso, secondo cui i rappresentanti economici dei tre Paesi dovrebbero incontrarsi a margine di una riunione del G20 previsto per questa settimana in Perù.
Infine, Pechino cerca di accelerare il cosiddetto Partenariato economico globale regionale (Rcep), i cui negoziati dovrebbero fare progressi durante un summit in Corea del Sud, previsto dal 12 al 16 ottobre. Ne sono coinvolti i 10 membri dell’Asean più Australia, India, Giappone, Corea del Sud, Nuova Zelanda e, secondo Xinhua, si punta a risultati concreti entro l’East Asia Summit di novembre. Ipotizzando queste contromosse, si intravede una strategia a cerchi concentrici.
In un recente articolo, Yukon Huang, ex direttore della Banca Mondiale per la Cina, ha azzardato che Pechino, per ottenere il duplice scopo di internazionalizzare la propria moneta e non attirare instabilità economica, potrebbe fare dello yuan una “valuta regionale” che gradualmente si sgancia dal dollaro senza rischiare nel mare magnum della volatilità internazionale. Niente accordi eccessivamente estesi nello spazio – niente Ttp made in China – ma proprio una strategia a cerchi concentrici e una moneta cinese che, al pari del commercio, si protende all’esterno con gradualità, fino a costituire un nuovo sistema di Stati tributari, riaggiornato al ventunesimo secolo.
Forse, il detto attribuito a Deng Xiaoping – “attraversare il fiume toccando le pietre” – per Pechino vale anche quando al posto del fiume c’è l’Oceano Pacifico. E forse, le felicitazioni rivolte agli Stati Uniti per il Tpp non sono in fondo in fondo un masticare amaro; ma un mandare avanti gli altri mentre si procede a piccoli passi.
_______________
p.s.
....insomma USA e Cina cercano di fregarsi a vicenda ma a quanto pare chi sembra giocare meglio le proprie carte è proprio la Cina visto che sembra avere maggiori carte in mano a differenza degli americani che possono mettere sul cmapo, fattivamente, molto poco...... vedremo. Visto invece in ottica "guerra" a me pare l'ennesima provocazione per indurre a commettere un passo falso al colosso cinese che, per ora, sembra nicchiare ben sapendo sia che senza la propria economia l'intero pianeta è più lento sia che la stessa economia cinese ha bisogno di commesse estere per evitare un ulteriore rallentamento, indotto, dal cordone sanitario che americani e la finanza internazionale le stanno costruendoi introrno.
Che ci sia qualcuno che soffia sul fuoco è ormai chiaro come il sole e che questo qualcuno miri a debellare il regime misto cinese per farne carne da macello dell'economia è altrettanto chairo: bisognerà vedere, ancora una volta, se i dirigenti cinesi sapranno tenere i nervi calmi continuando nel frattempo il cammino iniziato nell'adeguamento della propria economia agli standard internazionali sarà meglio per tutti... nel frattempo procede la sottomissione dell'economia europea a quella americana: il TTIP ormai è in porto, AHINOI...
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