Fonte: Il Fatto Quotidiano Loretta Napoleoni Mondo - 19 Luglio 2020
Gli eventi straordinari cambiano il mondo e spesso non si riesce a stare al loro passo. E’ quello che successe a Winston Churchill
alla fine della seconda guerra mondiale, considerato un grandissimo
statista in tempo di pace non venne rieletto a guerra finita. Il motivo?
Voleva riportare il Regno Unito ai tempi d’oro pre-bellici.
Anche il 78enne Joe Biden, candidato democratico per la presidenza degli Stati Uniti, vuole spostare le lancette del tempo a 12 anni fa, quando era vicepresidente, per cancellare con un colpo di spugna l’amministrazione Trump
e la catastrofe del Coronavirus. E’ questa la buccia di banana sulla
quale il prossimo novembre il partito democratico americano potrebbe
scivolare.
Possibile che nessuno si renda conto delle mutate
condizioni geopolitiche mondiali, che non abbia intuito che siamo
entrati nella guerra fredda in 3D dove si combatte in digitale e tornare indietro non si può più? Basta menzionare un’impresa, Huawei, al centro della guerra del 5G,
un conflitto con ripercussioni enormi sulla tecnologia del futuro,
quella del trasporto senza autista. E chi dire degli hacker, i moderni
guerrieri eccellenti, le spie digitali che rubano di tutto – dai
potenziali vaccini contro il Covid ai profili dei politici e dei volti
celebri di Twitter?
Sullo sfondo di questo scenario apparentemente fantascientifico le rassicurazioni di Biden sul ritorno all’alleanza atlantica
nata nel dopoguerra e funzionale alla vecchia guerra fredda appaiono
fuori tempo più che anacronistiche. Il futuro è arrivato, lo stiamo
vivendo e né Biden né il partito democratico che lo sostiene vogliono
accettare questa verità. Donald Trump è stato solo
strumentale per il cambiamento epocale in atto dall’inizio del secolo,
forse il suo modo schizofrenico di fare politica ha accelerato la
rottura degli equilibri del passato, ma non è stato certo lui o la sua
amministrazione a cambiare il mondo.
La transizione è frutto della globalizzazione,
della trasformazione epocale del moderno capitalismo ormai
inarrestabile e con la quale bisogna imparare a convivere. Ed ecco i
punti chiave, i confini della guerra fredda in 3D.
A livello politico il mondo ha metabolizzato il nazionalismo spocchioso di Trump, si pensi a paesi come la Polonia o l’Ungheria, ma anche al Regno Unito della Brexit;
il mondo ha anche imparato a non fidarsi degli Stati Uniti ed a
guardare a Washington non più come un ombrello protettivo ma come una
nazione tra molte altre, anche se ancora grande ed importante. In questo
contesto Pechino ha smesso di evitare qualsiasi
confronto con Washington per paura di pestare i piedi alla superpotenza e
ha iniziato a tessere una politica estera in aperta opposizione
all’amministrazione Trump, si pensi all’accordo recente con l’Iran.
Cosa propone Biden? Un ritorno al passato di Obama, che in politica estera non è stato affatto glorioso, e a quello ancora più remoto dell’amministrazione Clinton. Così l’amministrazione Biden si opporrà all’annessione da parte di Israele del 30% della West Bank, ri-confirmerà gli accordi nucleari del 2015 con l’Iran, che Trump ha abbandonato nel 2018, purché Teheran faccia quanto promesso, e avrà un atteggiamento più scettico nei confronti di Putin.
Tutte proposte interessanti ma che serviranno a ben poco per frenare
le trasformazioni geopolitiche in atto, per rilanciare il primato degli
Stati Uniti o garantire un equilibrio mondiale.
Sul piano economico il mondo ha capito che la dipendenza dal dollaro quale moneta di scambio internazionale è pericolosa
perché condiziona il commercio internazionale e i tassi di cambio ai
bisogni del tesoro americano. L’Unione Europea ha persino iniziato a
studiare meccanismi per sostituire nelle transazioni internazionali il
dollaro con l’euro. Biden, lo sappiamo, è ben visto a Wall Street, ciò significa che continuerà la politica monetaria di Trump, pompando liquidità dovunque scarseggi.
Anche
in materia di ambiente l’assicurazione che una vittoria di Biden farà
tornare Washington tra i sottoscrittori dell’accordo sul clima di
Parigi è poca cosa, tutti sanno che per salvare il pianeta dai cambiamenti climatici ci vuole ben altro.
Morale: con o senza una rielezione di Trump il declino degli Stati Uniti è inarrestabile,
come fu per l’Unione Sovietica il viale del tramonto sarà lungo e
passerà attraverso cambiamenti epocali, incomprensibili a una classe
politica ferma ai tempi d’oro della supremazia americana.
si parla di progresso, di evoluzione, di civiltà ci ritroviamo invece in un nuovo medio evo dove conta chi si nasconde dietro il potere o vi si allea con esso.
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domenica 19 luglio 2020
mercoledì 5 febbraio 2020
Primarie Usa, chi è Bernie Sanders e qual è il suo programma
Fonte: W.S.I. 4 Febbraio 2020, di Alberto Battaglia
Quattro anni dopo la dura campagna condotta contro Hillary Clinton, Bernie Sanders,
78 anni, ha ripreso la sua corsa per la Casa Bianca. Fra i maggiori
candidati alle primarie del partito Democratico americano, Sanders
propone il programma politico più audace in senso progressista. Sanders
stesso, in un’intervista rilasciata al Washington Post
nel 2015, si era autodefinito un “socialista” convinto che “la società
potrebbe essere profondamente diversa”. I cavalli di battaglia di
Sanders da allora non sono cambiati: più equità sociale, sanità per tutti, regolamentazioni più stringenti per Wall Street e per le banche.
Come vedremo i punti chiave sono molto forti, ma il programma non
fornisce molti dettagli sul come realizzare queste proposte in caso di
elezione. Una cosa, però, è già certa: in caso di vittoria la gran parte
degli osservatori e degli analisti prevede una forte correzione sui mercati, prevedendo una stretta sulla tassazione che comprimerà gli utili aziendali.
Sanders, la storiaPrima di essere eletto come senatore del Vermont, nel 2006, la carriera politica di Sanders era già da tempo avviata. Nato a New York nel 1941, Sanders si laureò in scienze politiche presso l’università di Chicago, passò alcuni mesi presso un kibbutz israeliano al termine degli studi, e successivamente si dedicò diversi lavori “umili”: dal falegname all’assistente sociale. Forte di queste esperienze, Sanders continua proporsi agli elettori come un uomo della “classe lavoratrice”. Trasferitosi nel Vermont nel 1968, affiancò ai suoi lavori un’attività di documentarista. Negli anni giovanili Sanders aveva da subito manifestato le proprie simpatie di sinistra unendosi all’affiliazione del Partito socialista d’America. La carriera politica vera e propria per Sanders, però, cominciò nel 1971, quando si iscrisse al Liberty Union Party, una formazione di chiara ispirazione socialista. Nel 1980 Sanders ottenne la sua prima vittoria politica diventando sindaco di Burlington, il più grande centro del Vermont e città ove attualmente risiede. Alla prima elezione comunale (vinta con soli dieci voti di scarto) sono poi seguiti altri tre mandati biennali. Terminato il mandato di sindaco nel 1989, due anni dopo Sanders fece il primo ingresso nella Camera dei rappresentanti di cui sarà una presenza ininterrotta dal ’91 al gennaio 2007. Inizia così l’ultima fase politica come senatore dei Democratici.
Il programma di SandersFacendo leva sulle crescenti diseguaglianze della società americana, Sanders si propone come il portatore di un nuovo equilibrio sociale che rimetta al centro l’equità e gli interessi della “working class”. Sul versante opposto, viene presentato un forte piano di “disciplina” in materia finanziaria. Su questo punto ecco le proposte del senatore del Vermont:
Il programma di politica estera segue lo stesso approccio “per titoli”, mettendo in chiaro però alcuni punti in forte discontinuità con l’amministrazione Trump:
Secondo la media dei sondaggi elaborata da RealClearPolitics (aggiornata al 4 febbraio), Bernie Sanders ha consolidato il suo secondo posto, staccando l’altra candidata più a sinistra, Elizabeth Warren. Il suo consenso è attualmente al 23,7% contro il 27% di Joe Biden, ritenuto il candidato più solido, e il 15% della Warren. L’ex sindaco di New York, Michael Bloomberg è dato all’8%.
Sanders, la storiaPrima di essere eletto come senatore del Vermont, nel 2006, la carriera politica di Sanders era già da tempo avviata. Nato a New York nel 1941, Sanders si laureò in scienze politiche presso l’università di Chicago, passò alcuni mesi presso un kibbutz israeliano al termine degli studi, e successivamente si dedicò diversi lavori “umili”: dal falegname all’assistente sociale. Forte di queste esperienze, Sanders continua proporsi agli elettori come un uomo della “classe lavoratrice”. Trasferitosi nel Vermont nel 1968, affiancò ai suoi lavori un’attività di documentarista. Negli anni giovanili Sanders aveva da subito manifestato le proprie simpatie di sinistra unendosi all’affiliazione del Partito socialista d’America. La carriera politica vera e propria per Sanders, però, cominciò nel 1971, quando si iscrisse al Liberty Union Party, una formazione di chiara ispirazione socialista. Nel 1980 Sanders ottenne la sua prima vittoria politica diventando sindaco di Burlington, il più grande centro del Vermont e città ove attualmente risiede. Alla prima elezione comunale (vinta con soli dieci voti di scarto) sono poi seguiti altri tre mandati biennali. Terminato il mandato di sindaco nel 1989, due anni dopo Sanders fece il primo ingresso nella Camera dei rappresentanti di cui sarà una presenza ininterrotta dal ’91 al gennaio 2007. Inizia così l’ultima fase politica come senatore dei Democratici.
Il programma di SandersFacendo leva sulle crescenti diseguaglianze della società americana, Sanders si propone come il portatore di un nuovo equilibrio sociale che rimetta al centro l’equità e gli interessi della “working class”. Sul versante opposto, viene presentato un forte piano di “disciplina” in materia finanziaria. Su questo punto ecco le proposte del senatore del Vermont:
- “Spezzare” le banche “troppo grandi per fallire” e porre fine alla dottrina troppo “importante per essere incarcerato”.
- Ripristino della legge Glass-Steagall, che prevede la netta separazione fra le banche d’affari e le banche commerciali.
- “Controllare la Federal Reserve e renderla un’istituzione più democratica in modo che diventi rispondente ai bisogni degli americani comuni, non solo dei miliardari di Wall Street”.
- “Limitare la speculazione finanziaria a breve termine con un’imposta sulle transazioni finanziarie”.
- “Abolire le agevolazioni fiscali speciali sulle plusvalenze e sui dividendi a beneficio dell’1% più ricco”.
- “Aumentare in modo sostanziale l’aliquota fiscale marginale sui redditi oltre i 10 milioni di dollari”.
- “Chiudere le scappatoie fiscali a beneficio delle società di grandi dimensioni”.
Il programma di politica estera segue lo stesso approccio “per titoli”, mettendo in chiaro però alcuni punti in forte discontinuità con l’amministrazione Trump:
- “Porre fine al sostegno degli Stati Uniti all’intervento a guida saudita nello Yemen, che ha creato la peggiore catastrofe umanitaria al mondo”.
- “Aderire di nuovo all’accordo sul nucleare iraniano e parlare con l’Iran su una serie di altre questioni”.
- “Porre fine in modo responsabile” agli interventi militari in Afghanistan, Iraq e Siria e riportare a casa le nostre truppe”.
Secondo la media dei sondaggi elaborata da RealClearPolitics (aggiornata al 4 febbraio), Bernie Sanders ha consolidato il suo secondo posto, staccando l’altra candidata più a sinistra, Elizabeth Warren. Il suo consenso è attualmente al 23,7% contro il 27% di Joe Biden, ritenuto il candidato più solido, e il 15% della Warren. L’ex sindaco di New York, Michael Bloomberg è dato all’8%.
martedì 18 dicembre 2018
“Correzione epica a Wall Street, sarà peggio del 1929″
Fonte: W.S.I. 17 dicembre 2018, di Mariangela Tessa
Si susseguono gli allarmi sul futuro del mercato azionario. Dopo che la Bri ha detto ieri che nuovi shock non sono esclusi nei prossimi mesi, anche Ron Paul, politico statunitense, esponente della corrente libertaria del Partito Repubblicano, ha avvertito che le correzioni di quest’anno potrebbero essere solo un assaggio di un crollo epico del mercato, che potrebbe verificarsi prima delle attese degli investitori.
Secondo il politico americano, Wall Street sta diventando più vulnerabile e nei prossimi 12 mesi non si vede nulla di buono. I segnali sono già arrivati: la scorsa settimana la Borsa americana è infatti ufficialmente entrata in fase di correzione per la prima volta da due anni.
Paul, che cita la guerra commerciale USA-Cina in corso come un fattore di rischio in crescita, ha spiegato che il suo scenario base è di un calo del 50% rispetto ai livelli attuali.
Si susseguono gli allarmi sul futuro del mercato azionario. Dopo che la Bri ha detto ieri che nuovi shock non sono esclusi nei prossimi mesi, anche Ron Paul, politico statunitense, esponente della corrente libertaria del Partito Repubblicano, ha avvertito che le correzioni di quest’anno potrebbero essere solo un assaggio di un crollo epico del mercato, che potrebbe verificarsi prima delle attese degli investitori.
Secondo il politico americano, Wall Street sta diventando più vulnerabile e nei prossimi 12 mesi non si vede nulla di buono. I segnali sono già arrivati: la scorsa settimana la Borsa americana è infatti ufficialmente entrata in fase di correzione per la prima volta da due anni.
“Una volta che questa volatilità dimostrerà di non essere solo una pausa nel mercato rialzista, allora gli investitori correranno verso l’uscita”, ha detto Paul intervistato alla CNBC, aggiungendo che quello che può succedere a Wall Street nei prossimi mesi “potrebbe essere peggiore del 1929″.Durante quell’anno, il mercato azionario ha segnato una correzione di quasi il 90% mentre l’economia americana andava a picco.
Paul, che cita la guerra commerciale USA-Cina in corso come un fattore di rischio in crescita, ha spiegato che il suo scenario base è di un calo del 50% rispetto ai livelli attuali.
“Non sono ottimista sulla soluzione della guerra dei dazi. Penso che il problema si potrarrá anche nel futuro“Oltre alla guerra dei dazi, Paul cita tra le ragioni alla base delle sue previsioni la fine delle politiche monetarie espansive intraprese dopo la crisi finanziaria del 2008.
“L’allentamento quantitativo della Federal Reserve ha causato la “bolla più grande nella storia dell’umanità” ha sottolineato l’ex membro del Congresso.Paul crede inoltre che i legislatori di Washington non abbiano la capacità di risolvere in modo efficace il problema del debito, che quest’anno salirà fino alla cifra record di 1,09 trilioni di dollari.
martedì 18 settembre 2018
Lehman Brothers, salvando l’alta finanza abbiamo creato solo disuguaglianze
Fonte Il Fatto Quotidiano Economia Occulta | 16 settembre 2018 Loretta Napoleoni
Questa settimana tra gli impuniti del crollo della Lehman Brothers c’è stato chi ne ha festeggiato l’anniversario perché per costoro sono stati dieci anni di grassa, basta ricordare che l’indice Standard & Poor durante questo periodo è salito del 325 per cento. L’alta finanza, dopo il crollo ha ricominciato a fare ciò che faceva prima, giocando con una leva finanziaria semplicemente più piccola. Chi ha pagato il conto è la classe media e quelle più basse.
Tuttavia è presto per poter esprimere un giudizio sul 2008, dieci anni sono troppo pochi per analizzarne le conseguenze socio-politiche. Forse si potrà farlo alla fine del XXI secolo, in fondo più la prospettiva storica è lunga meglio è. Possiamo però immaginare cosa scriveranno gli analisti e gli storici di fine secolo. In primis è molto, molto probabile che il concetto di villaggio globale non esisterà più, è possibile che la globalizzazione avrà ingoiato gli stati nazione dando vita a super-nazioni, e.g. Usa, Cina, Russia, circondate da stati o regioni satelliti; oppure torneremo alla decentralizzazione politica antecedente la nascita dello stato nazione, con città stato come Singapore, regioni più o meno piccole sotto il controllo di ricchi signori o di regimi totalitari, come la Turchia.
Neppure l’internet sarà più quella forza democratica prorompente, o sarà censurato, o l’accesso non sarà più libero o sarà talmente pieno di fake news che diverrà impossibile distinguere il vero dal falso. Fantapolitica? E perché no, in Italia in fondo ci viviamo dentro da tempo. Per confermarlo basta porsi un paio di domande: avreste creduto possibile un anno fa che il Movimento 5 Stelle si sarebbe alleato con la Lega per governare il paese? E avreste mai pensato che uno dei fautori di questa alleanza sarebbe stato Steve Bannon, il sacerdote della destra americana, consigliere speciale di Donald Trump durante la campagna elettorale? Eppure è successo.
La fantapolitica ormai ci offre un’immagine più realista dell’analisi politica classica del mondo in cui viviamo. Ed ecco un bell’esempio di surrealismo.
Macron, il Pd, il Movimento 5 Stelle litigano sulla paternità del concetto di reddito di cittadinanza anche se nessuno di loro lo ha mai realizzato. Poco importa che l’assegno mensile realmente esista e che ci siano i soldi perché’ non venga emesso a vuoto, l’importante è sostenere che lo stato è finanziariamente responsabile dei cittadini che non hanno un reddito. Seguendo questa logica, secondo me lo Stato viene descritto come un ente assistenziale piuttosto che l’espressione politica, economica e sociale di un popolo.
Non sarebbe meglio domandare allo Stato un’economia in grado di offrire lavoro ed un salario equo a tutti? Come succedeva ai tempi del socialismo classico? Ma questo nessuno lo può fare, non solo perché pronunciare la parola “socialismo” è rischioso quanto dichiararsi pedofili, ma perché né Macron, né il Pd e tantomeno i pentastellati o il loro socio Salvini o qualsiasi politico in carica controllano il sistema economico occidentale. E la prova è come fu gestita la crisi del 2008.
Alla fine del secolo sarà divulgata anche un’altra verità. Il salvataggio dell’alta finanza e delle élite del denaro, che la guidavano nel 2008, avvenuto per evitare una catastrofe simile a quella del ’29 ne ha creata un’altra, altrettanto drammatica: l’avvento delle diseguaglianze.
Quella tra i ricchi e la classe media, ormai alle soglie della povertà, è solo uno delle tante. Esiste anche la diseguaglianza di razza, di nazionalità, di sesso, di chi ha un lavoro e di chi non lo ha e così via, concetti di esclusione che circolano regolarmente nelle democrazie occidentali e che sono appoggiati, non solo tollerati, da una fetta della popolazione in costante aumento. Quando Salvini lancia lo slogan “prima gli italiani” non fa che tradurre quello di Trump “make America great again”, si tratta dei messaggi della politica di esclusione dove il mandato è occuparsi delle proprie pecore e disinteressarsi del gregge altrui, a meno che questo pascoli nello stesso prato nel qual caso va cacciato.
Il messaggio politico vincente oggi è quello che distingue e classifica gli individui secondo criteri non universali ma nazionali o razziali. In altre parole, gli uomini non sono più uguali come si pensava ai tempi della rivoluzione francese o della dichiarazione di indipendenza americana o della nostra costituzione, sono diversi. Dato che l’uguaglianza non esiste, allora bisogna a tutti i costi difendere i propri privilegi, proteggerli da chi è più in alto o più in basso nella piramide sociale. Per farlo ci vogliono guerrieri politici, gente disposta a tutto per difendere il proprio gregge, politici come Trump, Salvini, Orban.
Ecco la genesi della rivoluzione della destra occidentale che sta per travolgersi. Alla fine del XXI secolo scriveranno che a partorire questo mostro fu proprio il grande crollo finanziario del 2008 e forse avranno ragione.
Questa settimana tra gli impuniti del crollo della Lehman Brothers c’è stato chi ne ha festeggiato l’anniversario perché per costoro sono stati dieci anni di grassa, basta ricordare che l’indice Standard & Poor durante questo periodo è salito del 325 per cento. L’alta finanza, dopo il crollo ha ricominciato a fare ciò che faceva prima, giocando con una leva finanziaria semplicemente più piccola. Chi ha pagato il conto è la classe media e quelle più basse.
Tuttavia è presto per poter esprimere un giudizio sul 2008, dieci anni sono troppo pochi per analizzarne le conseguenze socio-politiche. Forse si potrà farlo alla fine del XXI secolo, in fondo più la prospettiva storica è lunga meglio è. Possiamo però immaginare cosa scriveranno gli analisti e gli storici di fine secolo. In primis è molto, molto probabile che il concetto di villaggio globale non esisterà più, è possibile che la globalizzazione avrà ingoiato gli stati nazione dando vita a super-nazioni, e.g. Usa, Cina, Russia, circondate da stati o regioni satelliti; oppure torneremo alla decentralizzazione politica antecedente la nascita dello stato nazione, con città stato come Singapore, regioni più o meno piccole sotto il controllo di ricchi signori o di regimi totalitari, come la Turchia.
Neppure l’internet sarà più quella forza democratica prorompente, o sarà censurato, o l’accesso non sarà più libero o sarà talmente pieno di fake news che diverrà impossibile distinguere il vero dal falso. Fantapolitica? E perché no, in Italia in fondo ci viviamo dentro da tempo. Per confermarlo basta porsi un paio di domande: avreste creduto possibile un anno fa che il Movimento 5 Stelle si sarebbe alleato con la Lega per governare il paese? E avreste mai pensato che uno dei fautori di questa alleanza sarebbe stato Steve Bannon, il sacerdote della destra americana, consigliere speciale di Donald Trump durante la campagna elettorale? Eppure è successo.
La fantapolitica ormai ci offre un’immagine più realista dell’analisi politica classica del mondo in cui viviamo. Ed ecco un bell’esempio di surrealismo.
Macron, il Pd, il Movimento 5 Stelle litigano sulla paternità del concetto di reddito di cittadinanza anche se nessuno di loro lo ha mai realizzato. Poco importa che l’assegno mensile realmente esista e che ci siano i soldi perché’ non venga emesso a vuoto, l’importante è sostenere che lo stato è finanziariamente responsabile dei cittadini che non hanno un reddito. Seguendo questa logica, secondo me lo Stato viene descritto come un ente assistenziale piuttosto che l’espressione politica, economica e sociale di un popolo.
Non sarebbe meglio domandare allo Stato un’economia in grado di offrire lavoro ed un salario equo a tutti? Come succedeva ai tempi del socialismo classico? Ma questo nessuno lo può fare, non solo perché pronunciare la parola “socialismo” è rischioso quanto dichiararsi pedofili, ma perché né Macron, né il Pd e tantomeno i pentastellati o il loro socio Salvini o qualsiasi politico in carica controllano il sistema economico occidentale. E la prova è come fu gestita la crisi del 2008.
Alla fine del secolo sarà divulgata anche un’altra verità. Il salvataggio dell’alta finanza e delle élite del denaro, che la guidavano nel 2008, avvenuto per evitare una catastrofe simile a quella del ’29 ne ha creata un’altra, altrettanto drammatica: l’avvento delle diseguaglianze.
Quella tra i ricchi e la classe media, ormai alle soglie della povertà, è solo uno delle tante. Esiste anche la diseguaglianza di razza, di nazionalità, di sesso, di chi ha un lavoro e di chi non lo ha e così via, concetti di esclusione che circolano regolarmente nelle democrazie occidentali e che sono appoggiati, non solo tollerati, da una fetta della popolazione in costante aumento. Quando Salvini lancia lo slogan “prima gli italiani” non fa che tradurre quello di Trump “make America great again”, si tratta dei messaggi della politica di esclusione dove il mandato è occuparsi delle proprie pecore e disinteressarsi del gregge altrui, a meno che questo pascoli nello stesso prato nel qual caso va cacciato.
Il messaggio politico vincente oggi è quello che distingue e classifica gli individui secondo criteri non universali ma nazionali o razziali. In altre parole, gli uomini non sono più uguali come si pensava ai tempi della rivoluzione francese o della dichiarazione di indipendenza americana o della nostra costituzione, sono diversi. Dato che l’uguaglianza non esiste, allora bisogna a tutti i costi difendere i propri privilegi, proteggerli da chi è più in alto o più in basso nella piramide sociale. Per farlo ci vogliono guerrieri politici, gente disposta a tutto per difendere il proprio gregge, politici come Trump, Salvini, Orban.
Ecco la genesi della rivoluzione della destra occidentale che sta per travolgersi. Alla fine del XXI secolo scriveranno che a partorire questo mostro fu proprio il grande crollo finanziario del 2008 e forse avranno ragione.
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domenica 3 dicembre 2017
Bitcoin, le follie e la bolla
Punto Informatico di Alfonso Maruccia
Roma - A pochissima distanza dal traguardo degli 8000 dollari, il valore del Bitcoin ha in queste ore sperimentato una nuova, prorompente cavalcata attestandosi sui 10.000 dollari, con picchi che hanno superato gli 11.000 nella giornata di ieri 29 novembre. Al momento di scrivere il valore di un BTC continua ad oscillare tra i 10.000 e gli 11.000 dollari, un risultato che riafferma la criptomoneta come argomento perennemente sulla bocca degli esperti finanziari ma anche tra gli utenti più o meno mainstream.
Il superamento del valore di 10.000 dollari è arrivato con un balzo del 10 per cento nelle 24 ore precedenti, e rappresenta l'ennesima soglia psicologica abbattuta in pieno accordo con le previsioni degli analisti di questi ultimi mesi. L'intero mercato Bitcoin vale ora 200 miliardi di dollari, anche se l'impatto sui 200 milioni di miliardi di asset finanziari "tradizionali" (in teoria più solidi rispetto a una moneta virtuale) non è ancora particolarmente significativo.
I "cripto-fondi" che investono in Bitcoin sono ora più di 120, in alcuni casi gestiti da veterani di Wall Street e in altri appartenenti a chi non vede di buon occhio le banche e le istituzioni finanziarie centrali. Bitcoin è una moneta decentralizzata senza alcun "potere forte" a controllarne il mercato, una prospettiva che alcuni considerano con terrore mentre altri come un'opportunità da sfruttare.
Tra chi considera Bitcoin una "frode" (il CEO di JPMorgan) e chi fa paralleli con il passato in attesa dell'esplosione della presunta nuova bolla finanziaria della net economy del nuovo millennio, gli investimenti in BTC continuano a crescere anche presso coloro che sono alla ricerca di un nuovo "asset rifugio" contro la volatilità delle monete tradizionali.
Oltre alla costante crescita di valore, dei bitcoin continua inarrestabile anche la caccia a Satoshi Nakamoto, l'ignoto inventore della criptomoneta che secondo le nuove ipotesi non sarebbe altri che Elon Musk; il diretto interessato, fin troppo impegnato con la produzione di auto elettriche Tesla e con le mire di conquista di Marte con SpaceX, nega l'addebito e dice di non ricordarsi nemmeno dove ha messo l'unico Bitcoin che un amico gli regalò tempo fa.
Un altro argomento "hot" riguardante i BTC, che in molti continuano a sottovalutare, è infine quello della sicurezza, o meglio della tendenza della tecnologia Bitcoin a svelare insicurezze e vulnerabilità assortite con cadenza quasi quotidiana. Tra le ultime si è scoperto che buona parte delle app Android pensate per funzionare da wallet sono vulnerabili, mentre il wallet ufficiale di Bitcoin Gold - nuova fork della criptomoneta - è stato recentemente compromesso da ignoti.
Alfonso Maruccia
Roma - A pochissima distanza dal traguardo degli 8000 dollari, il valore del Bitcoin ha in queste ore sperimentato una nuova, prorompente cavalcata attestandosi sui 10.000 dollari, con picchi che hanno superato gli 11.000 nella giornata di ieri 29 novembre. Al momento di scrivere il valore di un BTC continua ad oscillare tra i 10.000 e gli 11.000 dollari, un risultato che riafferma la criptomoneta come argomento perennemente sulla bocca degli esperti finanziari ma anche tra gli utenti più o meno mainstream.
Il superamento del valore di 10.000 dollari è arrivato con un balzo del 10 per cento nelle 24 ore precedenti, e rappresenta l'ennesima soglia psicologica abbattuta in pieno accordo con le previsioni degli analisti di questi ultimi mesi. L'intero mercato Bitcoin vale ora 200 miliardi di dollari, anche se l'impatto sui 200 milioni di miliardi di asset finanziari "tradizionali" (in teoria più solidi rispetto a una moneta virtuale) non è ancora particolarmente significativo.
I "cripto-fondi" che investono in Bitcoin sono ora più di 120, in alcuni casi gestiti da veterani di Wall Street e in altri appartenenti a chi non vede di buon occhio le banche e le istituzioni finanziarie centrali. Bitcoin è una moneta decentralizzata senza alcun "potere forte" a controllarne il mercato, una prospettiva che alcuni considerano con terrore mentre altri come un'opportunità da sfruttare.
Tra chi considera Bitcoin una "frode" (il CEO di JPMorgan) e chi fa paralleli con il passato in attesa dell'esplosione della presunta nuova bolla finanziaria della net economy del nuovo millennio, gli investimenti in BTC continuano a crescere anche presso coloro che sono alla ricerca di un nuovo "asset rifugio" contro la volatilità delle monete tradizionali.
Oltre alla costante crescita di valore, dei bitcoin continua inarrestabile anche la caccia a Satoshi Nakamoto, l'ignoto inventore della criptomoneta che secondo le nuove ipotesi non sarebbe altri che Elon Musk; il diretto interessato, fin troppo impegnato con la produzione di auto elettriche Tesla e con le mire di conquista di Marte con SpaceX, nega l'addebito e dice di non ricordarsi nemmeno dove ha messo l'unico Bitcoin che un amico gli regalò tempo fa.
Un altro argomento "hot" riguardante i BTC, che in molti continuano a sottovalutare, è infine quello della sicurezza, o meglio della tendenza della tecnologia Bitcoin a svelare insicurezze e vulnerabilità assortite con cadenza quasi quotidiana. Tra le ultime si è scoperto che buona parte delle app Android pensate per funzionare da wallet sono vulnerabili, mentre il wallet ufficiale di Bitcoin Gold - nuova fork della criptomoneta - è stato recentemente compromesso da ignoti.
Alfonso Maruccia
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lunedì 13 febbraio 2017
Trump e la rinascita dell’impero Usa, la teoria apocalittica che potrebbe avverarsi
di Loretta Napoleoni | 12 febbraio 2017 Il Fatto Quotidiano
Secondo questa teoria la storia del popolo americano si muove in cicli di 80-100 anni chiamati saecula. L’idea risale ai tempi dell’antica Grecia quando si pensava che alla fine di ogni secolo ci sarebbe stato un ekpyrosis, un evento catastrofico in grado di distruggere il vecchio ordine e mettere le fondamenta di uno nuovo. Il periodo di transizione è il Fourth Turning.
Bannon, come Strauss e Howe identificano le transizioni passate americane con la Rivoluzione americana e la nascita dell’Unione; la guerra civile e la ricostruzione; la grande depressione e la Seconda guerra mondiale. Secondo Bannon, al momento l’America si trova nel bel mezzo di un nuovo Fourth Turning.
La dinamica di questi fenomeni eccezionali è sempre la stessa: periodi di terrore e di degrado sociale, economico e politico costringono il popolo americano a unirsi per ricostruire un nuovo futuro. Ma la ricostruzione e la rinascita avvengono solo dopo la catastrofe o un conflitto, e cioè dopo la perdita di molte vite. Il Fourth Turning inizia sempre con un casus belli eccezionale, poi c’è un periodo in cui si tenta di ricucire l’ordine pubblico, ma non ci si riesce e infatti subito dopo arriva la catastrofe che spazza via il nuovo ordine. Alla fine del processo arriva la risoluzione, la creazione di un nuovo ordine.
E’ interessante notare che per Bannon l’elemento catalizzante dell’attuale Fourth Turning è stato il crollo della Lehman Brother e la crisi finanziaria mondiale, non l’11 settembre. Al momento ci troviamo nella fase in cui si cerca di ricucire il tutto con scarsissimi risultati. Howe e Strauss descrivono questo periodo come una fase di grande isolamento, durante la quale un governo centralizzato molto potente ri-immagina l’economia e lancia grandi opere pubbliche per potenziare le infrastrutture del paese.
In altre parole, e interpretando il pensiero di Bannon, l’America si sta preparando per una guerra di grandi dimensioni, la fase catastrofica della transizione della teoria del Fourth Turning. E questa potrebbe verificarsi dovunque: un conflitto con la Cina, per esempio, non è da escludere. La forza della storia è tale che la scelta non spetta ai popoli ma agli eventi, alla storia che si ripete sempre nello stesso modo.
I critici di Bannon sostengono che da anni cerca di far accelerare la fase attuale per arrivare al conflitto, alla catastrofe, ed ecco spiegato perché è guerrafondaio. L’obiettivo è infatti la ricostruzione, arrivare al punto in cui il peggio è passato e si può ricostruire la nazione. In fondo i Neo-Con di Bush non erano poi molto diversi, anche loro erano ossessionati dall’idea di ricostruire l’impero americano, consumati dalla smania di creare una nuova nazione.
Secondo Howe e Strauss, caratteristica del periodo attuale, quello che segue il casus belli e che mette in moto il Fourth Turning, è l’unione del popolo dietro a un leader che per affrontare la crisi diventa autoritario, severo ed inflessibile. Ed ecco l’immagine di Donald Trump, che prende le redini del Paese. Identica a quella del presidente Franklin Delano Roosevelt che ricostruisce la nazione dalle ceneri della grande depressione.
Ed è qui che Bannon e l’intera teoria crollano. In America oggi non si può parlare di unità, al contrario il Paese non è mai stato così diviso, spaccato di fronte a tutti i poteri ed a chi è a capo delle istituzioni. Anche se i “fatti alternativi”, meglio noti come le notizie false, proiettano una nazione coesa dietro al suo comandate in capo, quello americano è un popolo confuso, impaurito ed arrabbiato. Non sono queste le caratteristiche descritte da Howe e Strauss.
Gianbattista Vico, con la sua teoria dei corsi e dei ricorsi storici, aveva presentato una teoria ciclica evolutiva simile, ma a differenza del Fourth Turning era meno schematica. La teoria americana, infatti, sembra ingessata in un ciclo predeterminato anche in termini temporali. Se prendiamo come guida Vico allora è irrilevante che alla Casa Bianca ci sia Trump o la Clinton, che l’America si unita o disunita, la natura umana è tale che ripercorre sempre gli stessi sentieri di montagna, ma a ogni ciclo sale un po’ di in alto. Qualcuno dovrebbe regalare a Bannon un cofanetto con tutte le opere del filosofo napoletano.
di Loretta Napoleoni | 12 febbraio 2017
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sabato 26 aprile 2014
Marx to market, una nuova regola per le economie globalizzate di Roberto Marchesi dal Fatto Quotidiano del 24/4/2014
Questo non è un refuso di stampa, il riferimento a Marx si riferisce proprio a Karl Marx, e la regola, anche se non è la ben nota regola di valorizzazione delle rimanenze finanziarie (Mark to market) che per poco non ha mandato in fallimento tutte le grandi banche quotate a Wall Street
nel 2008, è presumibilmente la nuova regola, ancora da scrivere ma
perfettamente auspicabile, a cui si dovranno attenere tutti gli
operatori finanziari del mondo se non vorranno vedere molto presto
risorgere le forche nelle piazze delle principali città delle nazioni
cosiddette “evolute”.
Non prendetemi per matto, o “fatto”, non ho mai preso nemmeno un grammo di droga in vita mia e prima di scrivere questo articolo ne ho letti almeno una dozzina in italiano e in inglese che avvertono tutti lo stesso pericolo (anche se non così esplicitamente come ho fatto io nel paragrafo precedente).
A scatenare una vera ridda di articoli su questo argomento è stato il libro Il capitale nel XXI secolo dell’economista francese Thomas Piketty, da poco tradotto anche in inglese e pubblicato negli Usa. Anche Il Fatto Quotidiano se ne è occupato nel febbraio scorso (Loretta Napoleoni: “Tasse globali per redistribuire la ricchezza: la proposta di Piketty”).
Del resto, nemmeno il titolo (Marx to market) è una mia invenzione, essendo questo il titolo che la rivista Bloomberg Businessweek ha dato ad un suo articolo del 19 settembre 2011.
Diceva Businessweek: “La rinnovata attenzione per Marx e’ il minimo da attendersi in un tempo dove le banche Europee sono sull’orlo del collasso e il livello della poverta’ negli Usa ha raggiunto livelli mai visti nelle due ultime decadi”.
Anch’io ho già scritto nel 2013 su questo tema: “L’avanzata barbarica globalizzata”.
Il punto centrale della discussione è, come è facile intuire, quello della redistribuzione del reddito. Da troppo tempo ormai la ricchezza prodotta dal sistema capitalista, che nella prima metà del secolo scorso, per ragione di diversi fattori, aveva fatto crescere un benessere diffuso in molte nazioni che avevano preso il modello capitalista ad esempio, non riesce più, da almeno vent’anni, a distribuire la ricchezza prodotta con equità sufficiente a soddisfare tutte le categorie sociali.
In passato ci sono stati economisti, o politici, come Keynes, i due Roseevelt, Lyndon Johnson che, seppure operanti in nazioni ad indirizzo capitalista, hanno saputo moderare l’esosità del modello capitalista, e suggerire, o disporre, politiche di redistribuzione della ricchezza capaci di far crescere armonicamente tutta la società, e non solo, come avviene ora, di favorire la parte già benestante di essa (quel famigerato 1%, che ora molti riducono persino allo 0,01%).
Dunque aveva ragione Karl Marx? Si chiede anche il New York Times in un dibattito del 31 marzo scorso a cui hanno partecipato 5 studiosi.
Il primo, Doug Henwood (editore di Left Business Observer), si chiede proprio come sia possibile non vedere i danni prodotti sulla società attuale dal corrente modello capitalista, i cui alfieri ai vertici delle istituzioni favoriscono sfacciatamente le grandi ricchezze a scapito dei meno abbienti. (seguono diversi esempi). Ciò che di buono poteva dare il sistema capitalista, lo ha già dato, ora appare anch’esso obsoleto e capace solo di ampliare le già ampie disuguaglianze esistenti.
E’ di diverso avviso Michael R. Strain (Studioso dell’ American Enterprise Institute) che, pur riconoscendo a Marx la serietà e qualità degli studi prodotti, ritiene che sia ormai generalizzata l’opinione della loro obsolescenza. Se oggi solo il 5,4% della popolazione globale è costretta a vivere con meno di un dollaro al giorno, contro il 26,8% del 1970, è merito della libera imprenditorialità, che lungi dallo stereotipo di sfruttare i lavoratori, ha creato invece infinite opportunità per la crescita sociale ed economica di una larga fascia di popolazione.
Yves Smith (giornalista e scrittrice), ricorda che il fulcro del pensiero economico di Marx fu quello di prevedere per il sistema capitalista, una serie di fasi di super-produzione, con conseguenti crisi correttive. (Cio che non e’ difficile da individuare oggi, anche se, invece che la produzione industriale, e’ l’attivita’ finanziaria ad essere estremamente in sovra-produzione). Secondo la Smith, Marx ha solo sbagliato i tempi. La sua previsione che gli effetti di una grave crisi possono produrre sommosse e rivolte da parte di una popolazione che non accetta piu’ di vedere i privilegi e gli sprechi di una piccola parte di essa, e’ piu’ attuale oggi che allora. Solo rilanciando i profitti della classe media, si puo’ evitare il peggio.
Tyler Cowen (professore di economia alla George Mason University) vede il nocciolo del problema distributivo nell’esagerato costo del sistema sanitario e scolastico americano. Risolvendo questi due problemi si avrebbe automaticamente un riallineamento nella distribuzione del reddito anche senza agire sulla leva retributiva e distributiva. Quindi a suo parere Marx non ha nulla da dire sotto questo profilo.
Brad DeLong (professore di economia alla Università di California Berkeley) sostiene che il pensiero fisso di Marx era quello di attribuire all’accumulazione del capitale, derivante dai continui investimenti, la responsabilità del minore potere contrattuale dei lavoratori. Ma si sbagliava. Anche la tecnologia e l’automazione hanno sollevato nel passare degli anni molte paure sulla “tenuta” della classe media che perdeva il lavoro. Ma le cose si sono sempre sistemate. Quindi si può vedere il futuro sociale o in modo ottimistico: tutto si sistemerà automaticamente grazie all’incremento delle cose che verranno prodotte, recuperando insieme alla crescita economica i posti di lavoro persi, oppure in maniera pessimistica, coi lavoratori pagati sempre peggio e pressoché schiavi di sistemi sempre più automatizzati.
Ho sintetizzato molto le risposte, ma le prime tre sono quelle che danno le risposte più attinenti al quesito posto. Alcuni (anche in altri articoli sull’argomento) si perdono a confutare sul piano tecnico-economico le teorie di Marx, trovando (abbastanza facilmente direi) gli errori, dovuti peraltro ad una società e ad un sistema produttivo radicalmente cambiato.
Sfugge quasi totalmente a queste persone l’aspetto socio-economico, che è il vero propulsore delle rivolte. Aspetto che invece viene colto in pieno da Piketty che rileva invece un sistema ormai fuori controllo sotto il profilo della redistribuzione del reddito.
Chi pensa che si tratti sostanzialmente solo di invidia verso chi guadagna molto non ha capito niente né sotto il profilo sociale né sotto quello economico.
Il richiamo a Marx non significa per nessuno (o quasi) un ritorno a quelle teorie ormai irrimediabilmente obsolete, ma significa che sottostimare le proteste e le rivolte di chi non ha più un futuro dignitoso da vivere è stupidamente folle.
Le rivoluzioni di due-tre anni fa nel nord Africa erano più per l’iniquità distributiva del reddito nazionale che per ansia di democrazia. E’ sempre questo, insieme all’ansia di libertà, il motore che spinge alle sommosse e alle rivoluzioni.
Ma nelle democrazie sviluppate la libertà c’è già e se non sapranno risolvere il problema di dare il lavoro a tutti e di pagarlo in modo sufficiente per vivere una dignitosa esistenza, l’intolleranza verso i ricchi, i manager superpagati e i politici trafficoni sarà sufficiente a mettere a rischio lo stesso sistema democratico.
E’ già successo, meno di un secolo fa.
p.s.
l'ipotesi che il massimo sacerdote, K.Marx, del capitalismo avesse ragione fa giustizia di chi per anni ha fatto di tutto per cancellarlo dalla storia
p.s.
BUON WEEK END
Non prendetemi per matto, o “fatto”, non ho mai preso nemmeno un grammo di droga in vita mia e prima di scrivere questo articolo ne ho letti almeno una dozzina in italiano e in inglese che avvertono tutti lo stesso pericolo (anche se non così esplicitamente come ho fatto io nel paragrafo precedente).
A scatenare una vera ridda di articoli su questo argomento è stato il libro Il capitale nel XXI secolo dell’economista francese Thomas Piketty, da poco tradotto anche in inglese e pubblicato negli Usa. Anche Il Fatto Quotidiano se ne è occupato nel febbraio scorso (Loretta Napoleoni: “Tasse globali per redistribuire la ricchezza: la proposta di Piketty”).
Del resto, nemmeno il titolo (Marx to market) è una mia invenzione, essendo questo il titolo che la rivista Bloomberg Businessweek ha dato ad un suo articolo del 19 settembre 2011.
Diceva Businessweek: “La rinnovata attenzione per Marx e’ il minimo da attendersi in un tempo dove le banche Europee sono sull’orlo del collasso e il livello della poverta’ negli Usa ha raggiunto livelli mai visti nelle due ultime decadi”.
Anch’io ho già scritto nel 2013 su questo tema: “L’avanzata barbarica globalizzata”.
Il punto centrale della discussione è, come è facile intuire, quello della redistribuzione del reddito. Da troppo tempo ormai la ricchezza prodotta dal sistema capitalista, che nella prima metà del secolo scorso, per ragione di diversi fattori, aveva fatto crescere un benessere diffuso in molte nazioni che avevano preso il modello capitalista ad esempio, non riesce più, da almeno vent’anni, a distribuire la ricchezza prodotta con equità sufficiente a soddisfare tutte le categorie sociali.
In passato ci sono stati economisti, o politici, come Keynes, i due Roseevelt, Lyndon Johnson che, seppure operanti in nazioni ad indirizzo capitalista, hanno saputo moderare l’esosità del modello capitalista, e suggerire, o disporre, politiche di redistribuzione della ricchezza capaci di far crescere armonicamente tutta la società, e non solo, come avviene ora, di favorire la parte già benestante di essa (quel famigerato 1%, che ora molti riducono persino allo 0,01%).
Dunque aveva ragione Karl Marx? Si chiede anche il New York Times in un dibattito del 31 marzo scorso a cui hanno partecipato 5 studiosi.
Il primo, Doug Henwood (editore di Left Business Observer), si chiede proprio come sia possibile non vedere i danni prodotti sulla società attuale dal corrente modello capitalista, i cui alfieri ai vertici delle istituzioni favoriscono sfacciatamente le grandi ricchezze a scapito dei meno abbienti. (seguono diversi esempi). Ciò che di buono poteva dare il sistema capitalista, lo ha già dato, ora appare anch’esso obsoleto e capace solo di ampliare le già ampie disuguaglianze esistenti.
E’ di diverso avviso Michael R. Strain (Studioso dell’ American Enterprise Institute) che, pur riconoscendo a Marx la serietà e qualità degli studi prodotti, ritiene che sia ormai generalizzata l’opinione della loro obsolescenza. Se oggi solo il 5,4% della popolazione globale è costretta a vivere con meno di un dollaro al giorno, contro il 26,8% del 1970, è merito della libera imprenditorialità, che lungi dallo stereotipo di sfruttare i lavoratori, ha creato invece infinite opportunità per la crescita sociale ed economica di una larga fascia di popolazione.
Yves Smith (giornalista e scrittrice), ricorda che il fulcro del pensiero economico di Marx fu quello di prevedere per il sistema capitalista, una serie di fasi di super-produzione, con conseguenti crisi correttive. (Cio che non e’ difficile da individuare oggi, anche se, invece che la produzione industriale, e’ l’attivita’ finanziaria ad essere estremamente in sovra-produzione). Secondo la Smith, Marx ha solo sbagliato i tempi. La sua previsione che gli effetti di una grave crisi possono produrre sommosse e rivolte da parte di una popolazione che non accetta piu’ di vedere i privilegi e gli sprechi di una piccola parte di essa, e’ piu’ attuale oggi che allora. Solo rilanciando i profitti della classe media, si puo’ evitare il peggio.
Tyler Cowen (professore di economia alla George Mason University) vede il nocciolo del problema distributivo nell’esagerato costo del sistema sanitario e scolastico americano. Risolvendo questi due problemi si avrebbe automaticamente un riallineamento nella distribuzione del reddito anche senza agire sulla leva retributiva e distributiva. Quindi a suo parere Marx non ha nulla da dire sotto questo profilo.
Brad DeLong (professore di economia alla Università di California Berkeley) sostiene che il pensiero fisso di Marx era quello di attribuire all’accumulazione del capitale, derivante dai continui investimenti, la responsabilità del minore potere contrattuale dei lavoratori. Ma si sbagliava. Anche la tecnologia e l’automazione hanno sollevato nel passare degli anni molte paure sulla “tenuta” della classe media che perdeva il lavoro. Ma le cose si sono sempre sistemate. Quindi si può vedere il futuro sociale o in modo ottimistico: tutto si sistemerà automaticamente grazie all’incremento delle cose che verranno prodotte, recuperando insieme alla crescita economica i posti di lavoro persi, oppure in maniera pessimistica, coi lavoratori pagati sempre peggio e pressoché schiavi di sistemi sempre più automatizzati.
Ho sintetizzato molto le risposte, ma le prime tre sono quelle che danno le risposte più attinenti al quesito posto. Alcuni (anche in altri articoli sull’argomento) si perdono a confutare sul piano tecnico-economico le teorie di Marx, trovando (abbastanza facilmente direi) gli errori, dovuti peraltro ad una società e ad un sistema produttivo radicalmente cambiato.
Sfugge quasi totalmente a queste persone l’aspetto socio-economico, che è il vero propulsore delle rivolte. Aspetto che invece viene colto in pieno da Piketty che rileva invece un sistema ormai fuori controllo sotto il profilo della redistribuzione del reddito.
Chi pensa che si tratti sostanzialmente solo di invidia verso chi guadagna molto non ha capito niente né sotto il profilo sociale né sotto quello economico.
Il richiamo a Marx non significa per nessuno (o quasi) un ritorno a quelle teorie ormai irrimediabilmente obsolete, ma significa che sottostimare le proteste e le rivolte di chi non ha più un futuro dignitoso da vivere è stupidamente folle.
Le rivoluzioni di due-tre anni fa nel nord Africa erano più per l’iniquità distributiva del reddito nazionale che per ansia di democrazia. E’ sempre questo, insieme all’ansia di libertà, il motore che spinge alle sommosse e alle rivoluzioni.
Ma nelle democrazie sviluppate la libertà c’è già e se non sapranno risolvere il problema di dare il lavoro a tutti e di pagarlo in modo sufficiente per vivere una dignitosa esistenza, l’intolleranza verso i ricchi, i manager superpagati e i politici trafficoni sarà sufficiente a mettere a rischio lo stesso sistema democratico.
E’ già successo, meno di un secolo fa.
p.s.
l'ipotesi che il massimo sacerdote, K.Marx, del capitalismo avesse ragione fa giustizia di chi per anni ha fatto di tutto per cancellarlo dalla storia
p.s.
BUON WEEK END
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giovedì 3 aprile 2014
Shale gas, due studi: “Con il fracking al massimo due anni di abbondanza”
Maria Rita D'Orsogna 1 aprile 2014 da Il Fatto Quotidiano
Nonostante tutta la propaganda di petrolieri, investitori, banche e politici lo shale gas non sarà la soluzione di nessuno dei nostri problemi energetici o occupazionali.
E questo non lo dice l’ultimo arrivato, ma due studi eseguiti dal Post Carbon Institute e dall’ Energy Policy Forum in cui si analizzano circa 65 mila pozzi da fracking e il ruolo delle speculazioni di Wall Street nel promuovere lo shale gas. Questi studi colpiscono a picconate il mito secondo il quale gli Usa diventeranno “energeticamente indipendenti” grazie allo shale gas. Gli autori dei report sono J. David Hughes, geologo, che per ben 32 anni ha lavorato per l’industria del petrolio e del gas (e quindi sa quel di cui parla) e che adesso è il presidente della Global Sustainability Research. Assieme a lui, Deborah Rogers, analista finanziaria di Wall Street.
Dai due, due parole soltanto: bolla energetica. Ma prima un passo indietro.
In questi anni si è sentito da tutte le parti che gli Usa hanno questa abbondanza di shale gas, che finalmente si svezzeranno dal Medio Oriente, che è una questione di sicurezza nazionale fare fracking. In tutto questo, l’Agenzia Internazionale dell’Energia (IEA) ha dato una grossa mano. Ad esempio, nell’edizione 2013 del suo World Energy Outlook, spara con ottimismo che le risorse di “petrolio recuperabili” continuano a crescere di pari passo con i progressi tecnologici, appunto fracking e trivellazione di pozzi orizzontali.
Obama stesso, nel discorso alla nazione dopo l’inaugrazione del 2012 annunciò trionfante che il fracking avrebbe portato a circa 600 mila posti di lavoro e che “abbiamo riserve di gas che dureranno per 100 anni e la mia amministrazione farà di tutto per sviluppare questa fonte energetica in modo sicuro“.
L’Iea prevede che nel 2035 si useranno circa 100 milioni di barili di petrolio e gas al giorno. Oggi ne usiamo 85. Ma niente paura: abbiamo 2670 miliardi di barili di petrolio convenzionale e gas naturale, 345 miliardi di barili di tight oil leggero, 1880 miliardi di barili di bitume e petrolio extra-pesante e 1070 miliardi di barili di kerogen oil. Un sacco di numeri e il paradiso petrolifero per tutti!
Ora tutte queste cose di cui si parla sono per la maggior parte idrocarburi non convenzionali, e cioè idrocarburi difficili da tirare fuori, più inquinanti di quelli convenzionali – bitume, petrolio da spremere dalle rocce, terreno da fratturare, alte temperature e solventi per separare il petrolio dal resto.
E’ pura distruzione.
Ma grazie alla creatività e alla tecnologia Usa – un paese che risolve ogni problema – non ci saranno problemi: diventeranno il maggior produttore mondiale, saranno addirittura esportatori di gas e di petrolio e in qualche modo il tutto sarà fatto in “sicurezza”! Un paradiso ancora più paradiso di prima.
Entrata in scena di Hughes e Rogers.
I due analizzano scientificamente e con dettaglio circa 65 mila pozzi di fracking da gas e da petrolio situati in 31 giacimenti e concludono che invece di un secolo di energia a basso costo e prosperità economica, il fracking darà… al massimo dieci anni di abbondanza! Dicono:
1. Il boom del tight oil e shale gas è stato ampiamente sovrastimato dagli operatori e dagli speculatori. Le riserve di shale gas sono state sovrastimate dai vari operatori da un minimo del 100 per cento fino al 400-500 per cento. Cioè hanno sparato numeri a casaccio.
2. Wall Street ha giocato un ruolo chiave dietro le quinte nella promozione del boom del fracking attraverso fusioni e acquisizioni societarie, replicando un modello simile a quello già visto con il boom immobiliare e che ha portato alla crisi finanziaria recente.
3. Giacimenti da sfruttare con il fracking e che sono altamente produttivi sono quasi un miraggio. Basta pensare che l’80 per cento di tutta la produzione di queste fonti non convenzionali viene solo da cinque giacimenti di gas e due di petrolio. Addirittura le aree più produttive sono delle piccole macchie all’interno di questi giacimenti. I due principali giacimenti di shale oil negli Usa sono il Bakken Shale fra North Dakota e Montana e l’Eagle Ford in Texas, dove ci sono riserve per circa 5 miliardi di barili – 10 mesi di fabbisogno nazionale USA.
4. I pozzi di tight sono in declino e sono poco efficenti, proprio come i pozzi di estrazione di shale gas. Il declino medio per pozzo va dal 77 all’89 per cento nel corso dei primi tre anni dalla trivellazione. Cioè se prima tiri fuori 100, dopo tre anni tiri fuori 25 se è troppo. Se si guarda ai giacimenti interi, dove il numero di pozzi può aumentare nel tempo, il declino è compreso tra il 28 ed il 47 per cento all’anno.
5. Visto che ciò che si estrae da ciascun pozzo diminuisce rapidamente, tutto quello che si può fare è di aumentare spasmodicamente il tasso di trivellazione. Ogni anno vengono trivellati circa 7 mila nuovi pozzi di shale gas a un costo di 42 miliardi di dollari semplicemente per cercare di mantenere una produzione costante. Spesso sono pozzi secondari, più difficili da trivellare o da cui estrarre idrocarburi, per cui si stima che con il passare del tempo ne verranno costruiti sempre di più, sempre meno redditizi, e con costi saranno sempre più alti.
E come risponde Wall Street a tutto questo?
Con poca voglia di promuovere ulteriori investimenti, progetti di oleodotti e di gasdotti abbandonati. La panacea pare essere l’esportazione. E infatti il prezzo del gas negli Usa è molto minore che negli altri paesi e si pensa che esportando il gas ci saranno maggiori introiti.
Deborah Rogers continua cosi: “Il dibattito sul fracking in Usa è sempre stato costantemente incentrato sulla capacità di creare nuovi posti di lavoro e benefici economici, con rischi molto limitati sui possibili impatti sull’ambiente e sulla salute pubblica. Ma i dati non mentono: in tutte le regioni in cui c’è stato lo sfruttamento dei giacimenti di shale gas l’equilibrio economico è dimostrato essere stato molto elusivo, mentre il degrado ambientale ed i costi secondari indotti sono stati reali”.
Cioè progresso duraturo niente, devastazione ambientale vera.
p.s.
ricordate il post di ieri, vero (in questo blog c'è sempre una ragione per le cose, a prima vista, astruse scritte)? Bene se leggete questo articolo della D'Orsogna nella prospettiva proposta ieri..... emerge una verità realmente problematica che dovrebbe far porre domande ai cittadini del pianeta a qualunque latitudine perchè non è possibile che ogni volta venditore, peraltro ricchissimi, di puro fumo.. diventino credibili
Nonostante tutta la propaganda di petrolieri, investitori, banche e politici lo shale gas non sarà la soluzione di nessuno dei nostri problemi energetici o occupazionali.
E questo non lo dice l’ultimo arrivato, ma due studi eseguiti dal Post Carbon Institute e dall’ Energy Policy Forum in cui si analizzano circa 65 mila pozzi da fracking e il ruolo delle speculazioni di Wall Street nel promuovere lo shale gas. Questi studi colpiscono a picconate il mito secondo il quale gli Usa diventeranno “energeticamente indipendenti” grazie allo shale gas. Gli autori dei report sono J. David Hughes, geologo, che per ben 32 anni ha lavorato per l’industria del petrolio e del gas (e quindi sa quel di cui parla) e che adesso è il presidente della Global Sustainability Research. Assieme a lui, Deborah Rogers, analista finanziaria di Wall Street.
Dai due, due parole soltanto: bolla energetica. Ma prima un passo indietro.
In questi anni si è sentito da tutte le parti che gli Usa hanno questa abbondanza di shale gas, che finalmente si svezzeranno dal Medio Oriente, che è una questione di sicurezza nazionale fare fracking. In tutto questo, l’Agenzia Internazionale dell’Energia (IEA) ha dato una grossa mano. Ad esempio, nell’edizione 2013 del suo World Energy Outlook, spara con ottimismo che le risorse di “petrolio recuperabili” continuano a crescere di pari passo con i progressi tecnologici, appunto fracking e trivellazione di pozzi orizzontali.
Obama stesso, nel discorso alla nazione dopo l’inaugrazione del 2012 annunciò trionfante che il fracking avrebbe portato a circa 600 mila posti di lavoro e che “abbiamo riserve di gas che dureranno per 100 anni e la mia amministrazione farà di tutto per sviluppare questa fonte energetica in modo sicuro“.
L’Iea prevede che nel 2035 si useranno circa 100 milioni di barili di petrolio e gas al giorno. Oggi ne usiamo 85. Ma niente paura: abbiamo 2670 miliardi di barili di petrolio convenzionale e gas naturale, 345 miliardi di barili di tight oil leggero, 1880 miliardi di barili di bitume e petrolio extra-pesante e 1070 miliardi di barili di kerogen oil. Un sacco di numeri e il paradiso petrolifero per tutti!
Ora tutte queste cose di cui si parla sono per la maggior parte idrocarburi non convenzionali, e cioè idrocarburi difficili da tirare fuori, più inquinanti di quelli convenzionali – bitume, petrolio da spremere dalle rocce, terreno da fratturare, alte temperature e solventi per separare il petrolio dal resto.
E’ pura distruzione.
Ma grazie alla creatività e alla tecnologia Usa – un paese che risolve ogni problema – non ci saranno problemi: diventeranno il maggior produttore mondiale, saranno addirittura esportatori di gas e di petrolio e in qualche modo il tutto sarà fatto in “sicurezza”! Un paradiso ancora più paradiso di prima.
Entrata in scena di Hughes e Rogers.
I due analizzano scientificamente e con dettaglio circa 65 mila pozzi di fracking da gas e da petrolio situati in 31 giacimenti e concludono che invece di un secolo di energia a basso costo e prosperità economica, il fracking darà… al massimo dieci anni di abbondanza! Dicono:
1. Il boom del tight oil e shale gas è stato ampiamente sovrastimato dagli operatori e dagli speculatori. Le riserve di shale gas sono state sovrastimate dai vari operatori da un minimo del 100 per cento fino al 400-500 per cento. Cioè hanno sparato numeri a casaccio.
2. Wall Street ha giocato un ruolo chiave dietro le quinte nella promozione del boom del fracking attraverso fusioni e acquisizioni societarie, replicando un modello simile a quello già visto con il boom immobiliare e che ha portato alla crisi finanziaria recente.
3. Giacimenti da sfruttare con il fracking e che sono altamente produttivi sono quasi un miraggio. Basta pensare che l’80 per cento di tutta la produzione di queste fonti non convenzionali viene solo da cinque giacimenti di gas e due di petrolio. Addirittura le aree più produttive sono delle piccole macchie all’interno di questi giacimenti. I due principali giacimenti di shale oil negli Usa sono il Bakken Shale fra North Dakota e Montana e l’Eagle Ford in Texas, dove ci sono riserve per circa 5 miliardi di barili – 10 mesi di fabbisogno nazionale USA.
4. I pozzi di tight sono in declino e sono poco efficenti, proprio come i pozzi di estrazione di shale gas. Il declino medio per pozzo va dal 77 all’89 per cento nel corso dei primi tre anni dalla trivellazione. Cioè se prima tiri fuori 100, dopo tre anni tiri fuori 25 se è troppo. Se si guarda ai giacimenti interi, dove il numero di pozzi può aumentare nel tempo, il declino è compreso tra il 28 ed il 47 per cento all’anno.
5. Visto che ciò che si estrae da ciascun pozzo diminuisce rapidamente, tutto quello che si può fare è di aumentare spasmodicamente il tasso di trivellazione. Ogni anno vengono trivellati circa 7 mila nuovi pozzi di shale gas a un costo di 42 miliardi di dollari semplicemente per cercare di mantenere una produzione costante. Spesso sono pozzi secondari, più difficili da trivellare o da cui estrarre idrocarburi, per cui si stima che con il passare del tempo ne verranno costruiti sempre di più, sempre meno redditizi, e con costi saranno sempre più alti.
E come risponde Wall Street a tutto questo?
Con poca voglia di promuovere ulteriori investimenti, progetti di oleodotti e di gasdotti abbandonati. La panacea pare essere l’esportazione. E infatti il prezzo del gas negli Usa è molto minore che negli altri paesi e si pensa che esportando il gas ci saranno maggiori introiti.
Deborah Rogers continua cosi: “Il dibattito sul fracking in Usa è sempre stato costantemente incentrato sulla capacità di creare nuovi posti di lavoro e benefici economici, con rischi molto limitati sui possibili impatti sull’ambiente e sulla salute pubblica. Ma i dati non mentono: in tutte le regioni in cui c’è stato lo sfruttamento dei giacimenti di shale gas l’equilibrio economico è dimostrato essere stato molto elusivo, mentre il degrado ambientale ed i costi secondari indotti sono stati reali”.
Cioè progresso duraturo niente, devastazione ambientale vera.
p.s.
ricordate il post di ieri, vero (in questo blog c'è sempre una ragione per le cose, a prima vista, astruse scritte)? Bene se leggete questo articolo della D'Orsogna nella prospettiva proposta ieri..... emerge una verità realmente problematica che dovrebbe far porre domande ai cittadini del pianeta a qualunque latitudine perchè non è possibile che ogni volta venditore, peraltro ricchissimi, di puro fumo.. diventino credibili
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martedì 22 novembre 2011
e se lo racconta il Wall Street Journal europe......
Prima ci fu tre anni fa la crisi dei subprime che costrinse gli stati, su ricatto delle istituzioni finanziarie, a svenarsi per salvarle: in alcuni casi nazionalizzandole in altri dandogli soldi a fondo perduto; i sacrifici furono chiesti ai cittadini con la scusa che se le banche fossero fallite l'economia si fermava e la crescita si fermava. L'economia reale si accollò il problema e fra chiusure, ristrutturazioni, casse integrazioni e quant'altro le banche tirarono il fiato. Nel frattempo alcuni Stati erano falliti: l'Islanda si trovò a scegliere o pagare il debito accumulato dagli speculatori interni e esteri o salvare il paese e i suoi cittadini; si scelse la seconda e dopo tre anni quel paese ora cresce al ritmo del 3%. L'Irlanda, no. Tagli e ancora tagli, povertà di massa .... com'è andata a finire? Le banche esposte (francesi, tedesche, inglesi) furono e saranno risarcite e mentre nulla mutava a livello legislativo molto a livello sociale accadeva in termini di macelleria..... ora son passati tre anni e da bravi speculatori le istituzioni internazionali gli stessi "salvati" si sono rivoltati contro chi li aveva aiutati e mordono la mano che li ha nutriti attaccando il debito sovrano, nel senso di vendere i titoli del debito pubblico per farne aumentare i tassi e indebitare ulteriormente gli Stati ben sapendo che lo stesso ricatto fatto tre anni fa vale ancora oggi e quindi volere cammello pagare moneta ...... e riecco la giostra che riparte con tagli, e ritagli. Cosa é accaduto? Si è scelta la strada finanziaria e non la strada del salvataggio sociale? Si ma é riduttivo persentarlo così perché l'orizzonte é molto più ampio: ad entrare in crisi é un sistema molto più ampio: il turbocapitalismo. Ne vediamo gli esiti finali, gli ultimi colpi di coda, fra l'altro pericolosissimi, ma nel farlo sta attuando delle rapine bell'e buone del genere "la nave affonda e si salvi chi può". C'erano, poche in verità (e, modestamente, anche questo blog), voci che affermavano: guardate che se salviamo le banche la speculazione non si fermerà, anzi; guardate che questa é "una" ricetta.. ce ne sono anche altre; guardate che non c'è scritto da nessuna parte che le banche, a maggior ragione quelle straniere, debbano essere per forza salvate anzi é meglio farle fallire.... soprattutto dopo aver visionato un documentario come "Inside job (ultimo in ordine di tempo sulla materia)", che spiega benissimo cosa c'è dietro queste manovre bancarie, un governo non può spingere per salvare istituzioni private a fronte dell'impoverimeto repentino di interi ceti sociali... ecc. ecc. basta fare un piccolo sforzo di fantasia. Fin qui mi seguite? Bene... lasciamo stare la storia. Ma ora che accade? Perché la Germania, e a ruota la Francia, spinge per ingerirsi nelle economie altrui? Cosa c'é in gioco in realtà? Bene, analizziamo il paese forte: la Germania, lo dice anche Prodi, ha un surplus di oltre mille miliardi di euro; perché? Perché quel paese ha una necessità enorme di mantenere le proprie quote di mercato per un semplice motivo, la metà di queste esportazioni avvengono in europa..... se le economie crollano dove le vendono? La Merkel da brava liberista propone la sua ricetta: siete nei guai perché vi siete fidati dei mercati e avete speso troppo? Bene, tagliate ma anche acquistate le nostre forniture e acquistate i nostri prodotti... (Grecia aerei ed elicotteri, italia aerei e tecnonologia) e se non avete soldi non c'è problema: apriremo un europa a due velocità dove ci sono i ricchi produttori e un altra dove ci sono le economie deboli, meglio definite come colonie economiche o mercato coloniale.. insomma si sta immaginando una zona euro dove chi può sta al sole e vive relativamente bene... e un altra dove ci si abitua a una disoccupazione al 20% (in gran parte giovanile), dove il reddito é a livelli bassi, dove il pil cresce appena sopra lo zero, dove il debito rimane ... anzi è bene che ci sia perché in questo modo le élite locali sono spinte a vessare i propri cittadini per pagare il debito pubblico mentre contemporaneamente non smette di comprare prodotti d'importazione.... capite cosa nascerebbe? Un enorme suk di cui fanno parte i paesi europei mediterranei che altro non sono che colonie... dove chi può compra case e investe e chi non può s'arrangia... frutto tutto quanto sopra della mia fervida fantasia? Macché, oggi il Wall Street Journal, nella versione europea, ha pubblicato proprio uno scenario del genere: non un giornale comunista; non il solito complottista dietrologo ma il giornale tempio del liberismo borsistico americano, la voce di Wall Street. Perché? Sono ormai così spudorati da non temere l'ira giusta dei popoli? In parte si... ma anche perché, da bravi liberisti, sanno che mettendo una bomba del genere nel flusso comunicativo non viene presa dai popoli come un allarme (anzi passa quasi inosservata) ma piuttosto suona come un avvertimento (per chi sogna futuri di ricchezza, la Germania, e di mercati da egemonizzare) a coloro molto chiaro (a proposito, avete notato coem da quando Monti é Presidente del Consiglio i media si sono subito allineati e coperti con incensamenti vari gli stanno creando, in malafede o meno lo lascio decidere a voi, intorno un aura degna del belusconismo o del craxismo addirittura usando toni degni del miglior D'annunzio? E vi siete chiesti perché? NON E' CHE ANCORA UNA VOLTA AVEVA RAGIONE IL MAESTRO INDRO MONTANELLI CHE SOSTENEVA CHE NOI ABBIAMO SEMPRE LA NECESSITA' DI STARE SOTTO UNA QUALCHE FINESTRA AD ASPETTARE IL MESSIA DI TURNO CHE S'AFFACCIA E CI SALVI SIA DAL PENSARE COME SALVARSI DA SOLI, SIA PER PROPORRE E IMPORRE LE MISURE CHE A SUO GIUDIZIO SONO BUONE PER SALVARCI"?): state attenti che per fare queste mosse dovete tener conto delle nostre esigenze finanziarie, ossia senza di noi (ce ne siamo accorti e vi avvertiamo) sti giochetti non li fate e se proprio li volete fare dev'esserci la nostra parte di profitti e di proventi..... senza vi attacchiamo. Più chiaro di così..... quanto dobbiamo ancora aspettare o sopportare prima di svegliarci e mandargli noi un chiaro segnale, ossia noi che mandiamo un messaggio a lor signori chiaro e forte che recita più o meno così, "Cari signori della finanza internazionale e vostri lacché locali, vi rendete conto che senza di noi siete con i pedi nell'acqua perché se noi decidiamo di non seguirvi più rimanete con in mano un pogno di mosche e attorno ai polsi dei bei ceppi"?
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