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martedì 21 aprile 2020

Tema della Giornata della Terra 2020: azione per il clima

Fonte: Earthday
Le enormi sfide - ma anche le enormi opportunità - di agire sui cambiamenti climatici hanno distinto la questione come argomento più urgente per il 50 ° anniversario. Il cambiamento climatico rappresenta la più grande sfida per il futuro dell'umanità e dei sistemi di supporto vitale che rendono il nostro mondo abitabile.
Alla fine del 2020, le nazioni dovrebbero aumentare i loro impegni nazionali per l'accordo di Parigi del 2015 sui cambiamenti climatici. È giunto il momento per i cittadini di chiedere maggiori ambizioni globali per affrontare la nostra crisi climatica. A meno che tutti i paesi del mondo non si intensifichino - e si intensifichino con urgenza e ambizione - stiamo consegnando le generazioni attuali e future a un futuro pericoloso.
La Giornata della Terra 2020 sarà molto più di un giorno. Deve essere un momento storico in cui i cittadini del mondo insorgono in un appello unito per la creatività, l'innovazione, l'ambizione e il coraggio di cui abbiamo bisogno per affrontare la nostra crisi climatica e cogliere le enormi opportunità di un fut

mercoledì 9 ottobre 2019

Vajont, 56 anni dalla tragedia. Una profezia sul destino del progresso sfrenato

Fonte: Il Fatto Quotidiano Paolo Martini Ambiente & Veleni - 9 Ottobre 2019
Le grandi tragedie possono insegnare tante cose, eppure sembra che non insegnino nulla. Anche quando se ne parla tanto, e nemmeno troppo a sproposito, come è successo con la diga del Vajont: la lunga voce di Wikipedia Italia contempla persino un “Capitolo 7. Nei media”, con sei paragrafi, dal cinema ai fumetti.
È il sunto specialistico che chiude la dettagliata ricostruzione online della tragica vicenda, dal progetto della gigantesca diga sul torrente Vajont, sotto le Dolomiti tra Veneto e Friuli, al tragico crollo del sovrastante monte Tòc nel bacino artificiale, dove si formò un’onda a tre punte alta 250 metri. Gli esperti paragonarono all’atomica di Hiroshima la bomba d’acqua che causò 1917 morti, la distruzione di Longarone e di varie frazioni dei comuni di Erto e di Casso.
“Di queste case”, per dirla con il Poeta, “non è rimasto che qualche brandello di muro”. E dei tanti che ci corrispondevano? Dal punto di vista giornalistico e della memoria, il Vajont è un paradosso proverbiale del nostro povero Paese. Adesso risulta chiaro a molti il finale di partita della nostra epoca, anche grazie al movimento giovanile dei venerdì per salvare il pianeta. Ma in quegli anni del boom economico, la sensibilità ambientale era ben di là da venire: il Progresso, la Tecnica, lo Sviluppo erano gli angeli del dio Denaro invocati quotidianamente.

Quasi tutti veneravano il sistema che alcuni studiosi, come Jason W. Moore, ora chiamano “Capitalocene” (versione eco-neo-marxista del più neutro Antropocene, vedi l’ultimo numero di Jacobin Italia). Giorgio Bocca, Indro Montanelli, nonché un appassionato di montagne come Dino Buzzati, per prendere i primi tre nomi di “signoroni grandi firme”, celiarono e insultarono l’unica giornalista che ebbe il coraggio di denunciare quel progetto tanto folle in un così fragile ecosistema alpino, l’ex partigiana Tina Merlin, che fu anche autrice di vari libri. Una gran donna, vera e bella, come si vede da Laura Morante che l’ha interpretata nel film di Renzo Martinelli del 2001.

Tina era chiamata “la Cassandra del Vajont” dagli illustri colleghi cantori del Capitalocene: scriveva su l’Unità, ancora comunista con la k, in quello scorcio tra seconda metà degli anni Cinquanta e primi Sessanta, quando il capo del Pci era “il Migliore”, Palmiro Togliatti, uno che aveva studiato al Cremlino e parlava tra i primi ai consessi moscoviti. Oggi il caso vuole che l’erede dell’ultimo grande Segretario del Pci, Enrico Berlinguer, abbia ridotto a una macchietta da talk-show Mauro Corona da Erto.
Ma, prima che Bianca Berlinguer lo trasformasse in un tele-orco-oracolante, per rianimare gli ascolti di Raitre, Corona faceva molto bene “solo” lo scrittore, lo scultore e l’alpinista, grazie a un talento che porta le stigmate di quella tragedia in cui si ritrovò appena 13enne, come ha raccontato nelle sue toccanti pagine.
Persino Marco Paolini, che nel 1993 mise in scena con Gabriele Vacis Il racconto del Vajont. Orazione civile, uno dei suoi capolavori, si è ormai un po’ perso via. Il maestro, dopo averci regalato due o tre decenni di ottimo teatro di contenuto politico, è ora lì che s’affanna sul palcoscenico in un improbabile divertissement pseudo-omerico (Il calzolaio di Ulisse), per non dire delle ben due “intemerata” sulle generazioni digitali (Tecnò filò e Numero Primo), genere cazziatone battutista ai figli troppo “Sdraiati” sul divano, da Claudio Bisio con Michele Serra.
Amen, niente potrà mai cancellare i grandi meriti di Paolini, con una serie di spettacoli teatrali di vibrante impegno e di rara efficacia, anche su temi ardui come il disastro aereo di Ustica o il programma nazista di sterminio dei minorati. Di sicuro, quella sua Orazione civile in occasione del trentennale della tragedia di Longarone (che fu poi riproposta in tv) ha rilanciato la memoria di una vicenda che, se non fosse accaduta nello stesso Paese dove l’anno scorso è crollato il ponte Morandi, si potrebbe qualificare tuttora come incredibile.
E, per tornare un attimo a noi, al nostro ormai acclarato “inferno planetario del tardo-capitalismo” (Moore), quel disastro di 56 anni fa appare come un’eccezionale tragica profezia sul destino del modello unico dello Sviluppo. Con tanto di forza simbolica della diga, ovvero dell’idea stessa di contenere e asservire l’elemento primordiale, le acque, in una grande massa di cemento (che poi è la sabbia reinventata dal genere umano moderno, grazie alla chimica, per plasmare la Terra: una sorta di rovesciamento del mito religioso sull’origine dell’uomo creato dalla polvere).
È un monito che evoca ancora: la Natura sfregiata dalla presunzione di una Tecnica che domina oltre ogni limite, anche sul sublime delle cime dolomitiche e di un paesaggio immortalato da Giorgione e Tiziano; l’energia motore di un Progresso che non si deve arrestare dinanzi al rischio; il pensiero unico della Crescita come Bene da edificare, ovvero la Verità umanistica degli Illuminati. E, infine, l’arcana avidità dei potenti che si cela dietro tutto questo, con l’impasto informe e oscuro di politica e interessi privati.
E a proposito di quest’ultimo aspetto, un altro paradosso è che il Vajont non ha quasi per nulla pesato sull’immagine politica del ministro dei Lavori pubblici dell’epoca, Benigno Zaccagnini quando 12 anni dopo, nel 1975, al suo volto anziano e sofferente fu affidata la sorte di un impossibile rilancio morale della Democrazia cristiana. Il mite “Zac” fu messo in campo in quanto figura intonsa di cattolico popolare e di sinistra: era stato addirittura partigiano garibaldino a Ravenna.
Ma, forse proprio perché erano state così azzittite le voci critiche come Tina Merlin e dovevano ancora venire il lavoro di Paolini e la fama di Corona, non pesò come un macigno sulla bianca verginità di Zaccagnini, nel quinquennio da numero uno della Dc, la macchia d’essere stato il ministro del Vajont nel governo Fanfani del 1962-63 (il primo centrosinistra), in qualche modo cioè l’autorità decisiva anche su quella maledetta diga, peraltro proprio mentre la società privata che l’aveva costruita era in fase di nazionalizzazione, come tutta l’energia elettrica.
Sembra una parentesi di troppo, ostica e superflua, questa sul vecchio “Zac”. Invece, per la legge dei corsi e ricorsi, è un po’ la stessa storia – guarda caso – del crollo di un famigerato ponte di Genova e di un ministro alle Infrastrutture che non alzò un dito contro Atlantia-Autostrade, Graziano Delrio, politico “mite” che viene dalla cattolicità emiliana di sinistra e dal giro stretto di quel Fanfan-Renzi che fu il leader più potente dell’Italia vivacchiante di ieri. Non resta che sperare che nuove Merlin, nuovi Paolini o Corona, e magari nuovi Fridays for future riportino a tutti la memoria di quali tragedie umane ha prodotto e produce il mantra dello sviluppo senza freni e della libertà dei capitalisti senza controlli.

martedì 27 agosto 2019

Alaska: l'acqua e' cosi calda che i salmoni muoiono in massa

Fonte: No all'Italia petrolizzata
Della grande ondata di caldo in Alaska e in altre parti del mondo in questa estate del 2019 abbiamo gia' parlato, e questa che segue e' solo un triste corollario.

In Alaska si sono reigstrate enormi morie di salmoni; morte di caldo. Le varieta' si chiamano sockeye, chum, e salmone rosa.

Se ne sono accorti per prima i residenti che hanno visto i corpi dei salmoni morti lungo il fiume Koyokuk verso la fine di luglio. E poi sono arrivati i biologi ed altri esperti, fra cui Stephanie Quinn-Davidson, che dirige la commissione pesca per gli indigeni, detta Yukon Inter-Tribal Fish Commission.

Hanno contato circa 850 salmoni morti e hanno stimanto la moria in totale di essere fino a dieci volte tanto.

C'erano lesioni? Parassiti? Infezioni?

Niente. I salmoni avevano anche uova dentri i loro corpi il che vuol dire che erano sani prima di morire.

L'unica conclusione restante e' che l'acqua fosse troppo calda. 

Non era mai successo prima.
Nel Cook Inlet, a sud di Anchorage, le temperature quest'estate sono esplose. I salmoni vivono in alcune di queste acque e i modelli climatici prevedevano modesti aumenti di temperatura per i fiumi. Invece l'annata 2019 ha fatto registrare temperature che si prevedevano per il 2069!

E non c'e' solo solo la calura opprimente.
 
I salmoni sono da sempre in pericolo a causa dell'eccessiva pesca specie nel Canada e nello stato di Washington, sul Pacifico.
 
Le conseguenze si fanno sentire come effetti domino su altre specie. 
 
Le orche mangiano salmone, e sono pure loro specie a rischio di estinzione. 
 
E poi ci sono le decisioni miopi di Donald Trump e dei suoi amici che hanno deciso che daranno silenzio-assenso ad un progetto di estrazione mineraria di rame e di oro nei pressi di una delle zone piu' grandi di ripopolamento dei salmoni in tutta l'Alaska.

E' triste io penso.
Vediamo dove andiamo a finire.

venerdì 16 agosto 2019

Riscaldamento globale, un’estate ‘liquida’ nell’Artico

Fonte: Il Fatto Quotidiano Ugo Bardi  Ambiente & Veleni - 16 Agosto 2019

di Stefano Agustoni*
Provate a immaginare la quantità di acqua contenuta in 200 vasche da bagno e moltiplicate questa cifra per il numero della popolazione mondiale, circa 7,7 miliardi. Ora cercate di visualizzare una superficie pari ad una volta e mezza l’Unione europea, oltre sei milioni di chilometri quadrati. Queste mastodontiche cifre possono far capire meglio, forse, alcune condizioni ambientali inquietanti che stanno connotando la torrida e terribile estate artica del 2019.
L’acqua contenuta in circa 1600 miliardi di vasche da bagno corrisponde grossomodo alla quantità di ghiaccio che la Groenlandia ha perso nelle ultime settimane: con temperature che hanno oltrepassato i 20°C, dallo scorso mese di luglio se ne sono andati in mare circa 250 miliardi di tonnellate di ghiaccio. Nella sola giornata del 30 luglio la Groenlandia ha perso 12,5 miliardi di tonnellate di ghiaccio, in altri termini s’è riversata in mare una quantità di acqua pari al contenuto di cinque milioni di piscine olimpioniche. La grande isola nordica perde ghiaccio sia attraverso fusione superficiale sia attraverso deflussi di ghiacciai di sbocco.
Questa è l’ennesima estate da fusione accelerante. L’ennesima estate…liquida. Un aspetto relativamente nuovo dei cambiamenti climatici, ben messo in evidenza dalle immagini satellitari raccolte dall’Agenzia spaziale europea e dalla Nasa, è anche l’aumento dei grandi incendi nell’area attorno e oltre il circolo polare artico. Un fenomeno che viene ricondotto all’anomalo ed estremo incremento delle temperature che segna anche questa ennesima estate nordica.
Nell’Artico, infatti, si batte un record climatico dopo l’altro. Per esempio in Siberia la temperatura dello scorso mese di giugno è stata di dieci gradi più calda della media del trentennio 1981-2010. In Alaska a inizio luglio sono stati raggiunti 32 gradi, 13 gradi sopra la media, tre in più del primato precedente. Sul mare di Bering non c’era mai stato così poco ghiaccio e giugno 2019 è stato il più caldo da oltre un secolo. Per quanto concerne estensione totale, volume e spessore della banchisa artica, siamo oggi vicini ai livelli del record negativo del 2012.
L’ondata di calore estremo che ha messo in ginocchio l’Europa nel mese di luglio, s’è infatti spostata nelle regioni artiche, dove le temperature hanno superato di 10-15 gradi quelle normali di stagione, causando, appunto, una fusione glaciale estrema.
E, come detto, vasti incendi. La coltre generata dai moltissimi roghi che stanno infiammando il grande nord – oltre cento quelli fotografati dallo spazio da due mesi a questa parte, dall’Alaska alla Siberia passando per Canada e Groenlandia– ricopre oggi un’area pari a oltre 6 milioni di kmq, la maggior parte dei quali nella sola Siberia.
Stiamo parlando di qualcosa che non ha precedenti: si tratta del numero più alto di incendi in questa regione nordica da 16 anni a questa parte, quando è iniziato un monitoraggio preciso.
Oltre che numerosi, i roghi sono anche persistenti perché intaccano un tipico terreno artico che – come spiegano gli esperti – è particolarmente favorevole alla propagazione e alla persistenza del fuoco.
“A bruciare non è solo il bosco, ma il terreno sottostante, la torba, ‘che può ardere anche per diverse settimane. Contrariamente agli incendi di boschi che si registrano nelle zone temperate, quelli dell’Artico si propagano infatti anche al sottosuolo– afferma il glaciologo ed esperto di Artico Konrad Steffen–, dove si nutrono degli spessi strati di torba. Bruciando in profondità possono durare settimane o addirittura mesi, anziché poche ore o giorni come per la maggior parte degli incendi boschivi alle nostre latitudini. Tutto ciò innesca un circolo vizioso perché vengono rilasciate grandi quantità di CO2, quella generata dalla combustione degli alberi ma anche quella generata dalla torba, una delle più grandi riserve di carbonio organico del mondo. E la CO2 alimenta il riscaldamento”.
Il fumo poi, essendo composto da particolato carbonioso, fuliggine e residui della combustione, provoca un annerimento dei ghiacci artici, che in questo modo assorbono maggior radiazione solare accelerando ulteriormente la loro fusione.
Acqua di fusione e fumi da incendi: due fenomeni allarmanti causati da un riscaldamento che nell’Artico è molto più intenso e rapido rispetto alla media globale, amplificato anche da un numero impressionante di circoli viziosi come quelli descritti sopra.
* Stefano Agustoni è diplomato in geografia e climatologia presso l’Eth di Zurigo docente di scienze della Terra e di geografia ed ecologia del turismo presso la Scuola specializzata superiore del Turismo di Bellinzona – Svizzera

martedì 13 agosto 2019

Riscaldamento globale, è ‘albedo’ la parola dell’estate

Fonte: Il Fatto Quotidiano Paolo Martini Ambiente & Veleni - 13 Agosto 2019

L’estate delle brutte sorprese del riscaldamento globale ci ha portato anche una ventata d’esotismo entomologico. Conoscevamo già bene le zanzare tigre, ma ora con le famiglie West Nile e Usutu sono diventate infide, se non mortali. Portano malattie dai nomi altrettanto strani: dengue, chikungunya e zika virus. Ci mancavano solo le vespe samurai ed ecco che sono arrivate, poco prima di ferragosto, indicate dagli esperti come ultima spiaggia per contenere i danni devastanti alle culture ortofrutticole delle cimici asiatiche (halyoforma halys) e di altri parassiti orientali, come la drosophila suzukii: nemmeno i fitofarmaci con nomi da brivido, come il clorpirifos-metile e l’imidacloprid, tossici anche per l’uomo, riescono a fare pulizia come gli antagonisti naturali (le vespe samurai, ovvero il trissolcus japonicus e il t.mitsukurii), della famiglia terribile degli Imenotteri.
Dagli insetti alla storia: c’è stato persino un titolista giocoliere del Sole 24 ore che s’è divertito a mescolare il latino con l’inglese delle nuove espressioni che questa caldissima estate ha portato alla ribalta: “Tutta ‘culpa’ del climate change, così è caduto l’Impero romano”. Sic! Del resto, in pieno agosto ce ne vuole per far digerire ai pur colti lettori del domenicale allegato al quotidiano economico color salmone, un nuovo malloppo di 520 pagine sul destino di Roma, che del resto l’autore, un brillante storico dell’Oklahoma, Kyle Harper, svela chiaramente nel sottotitolo: “Clima, epidemie e fine di un Impero”.
È una fortuna se nel nostro circo mediatico sempre smanioso di novità, soprattutto se ansiogene, la narrazione degli effetti del riscaldamento globale non porta alla ribalta solo esotismi e anglicismi, ma anche antiche parole latine. E forse la più poetica che s’è riaffacciata nell’agenda di giornali e televisioni è “albedo“, che anche in inglese si conserva tale e quale l’originale, tutt’al più dietro a un suffisso “ice”.
Tra gli specialisti l’espressione ricorre dalla seconda metà dell’Ottocento, dopo che un climatologo autodidatta, James Croll, riuscì a formulare una prima teoria delle ere glaciali considerando anche l’effetto che si poteva imputare alla capacità di riflessione della luce da parte del ghiaccio, denominato “ice-albedo”. Già contadino, apprendista in una bottega di ruote, commerciante di tè, albergatore e agente delle assicurazioni, il geniale Croll affinò le sue intuizioni sul nostro albedo lavorando poi come bidello alla biblioteca dell’Anderson’s College dell’Università di Glasgow, e infine come custode delle mappe al servizio geologico scozzese.
Tornando ai giorni nostri, l’albedo entra nell’uso comune dei giornalisti con i primi approfondimenti sullo scioglimento dei ghiacciai alpini, un fenomeno che viene spiegato anche in conseguenza delle polveri da inquinamento e delle sabbie del Sahara che rendono più scuri, e quindi più caldi, gli strati superiori di queste riserve glaciali. L’albedo ha poi preso definitivamente il centro del discorso in seguito a uno degli eventi più tragici di questa estate, gli incendi che si sono portati via un grande patrimonio boschivo artico. Greenpeace ha parlato in prima battuta di qualcosa come tre milioni e 300mila ettari di foreste in fiamme, un’area più grande del Belgio, che avrebbe prodotto una quantità di CO2 in fumo pari a quasi 140 milioni di tonnellate, il doppio per esempio rispetto a quella dell’Austria.
“In un solo giorno, il 31 luglio, si sono sciolti dieci miliardi di tonnellate d’acqua e il 56% dei ghiacciai della Groenlandia si è assottigliato di un millimetro”, riassumeva un inquietante sommario de Il Manifesto, sotto al titolo: “Scioglimento record della calotta polare con gli incendi artici”. Bisogna considerare che non solo queste aree desertico-boschive funzionavano come uno dei più capaci polmoni di raffreddamento della terra, ma a preoccupare gli studiosi è anche la trasformazione di queste piante in fuliggine (il cosiddetto “black carbon“) che si sparge prima di tutto verso le zone artiche del pianeta e diminuisce ancor più l’albedo.
Tutte le foreste, a dire il vero, contribuiscono in modo fondamentale all’indice d’albedo del Pianeta: le tundre della Siberia e della Yakuzia che si sono incendiate lo facevano con percentuali maggiori, ma anche le fasce amazzoniche che Jair Bolsonaro sta lasciando abbattere per fare campi di soia avevano un ruolo notevole nell’equilibrio tra zone di maggiore riflessione e altre di maggiore assorbimento della luce. Che non importi nulla dell’ice-albedo alla stragrande maggioranza dei potenti della Terra è purtroppo arcinoto, ma questo è un triste discorso che non scalfisce il ‘plus’ poetico della parola.
Nella sua singolarità, l’albedo ha conosciuto una certa fortuna anche molto precedentemente allo studio del clima: se ne è cominciato a parlare secoli fa in alchimia, con la maiuscola, Albedo, a indicare la seconda fase della Grande Opera, dopo il nigredo e prima del rubedo, il rossore che accompagna la sublimazione e il compimento, tra fenice e pietra filosofale, nel sogno di trasformare in oro i metalli. Con echi meno esoterici, si può poi ritrovare d’uso comune l’albedo anche in botanica, per definire le parti bianche degli agrumi. Persino curiosando sul versante etimologico l’albedo moltiplica il suo effetto. Siamo nell’ambito dei vocaboli intorno all’alba, che nasce dal latino lux alba, ovvero luce bianca. A dire il vero è ancora incerto e misterioso l’originale remoto del femminile alba, che sarebbe “albus”, termine da cui vengono anche albo e album, intesi da secoli come tavolette appunto bianche da esporre per sovrascriverci gli avvisi pubblici.
Divagando ancora, viene naturale chiedersi quale sia stato il processo per cui ci siamo persi il bianco latino derivante da questo “albus”, per adottare il “blank” germanico: forse, in prima battuta, è stato traslitterato in cognome dai longobardi. Resta da notare che, mentre l’umanità intera si gioca il futuro facendo diminuire l’albedo alla terra, in italiano abbiamo accantonato il precedente “albèdine”: era questa, almeno fino al 1979, stando al grande dizionario di Cortellazzo-Zolli, l’unica e rara ricorrenza nella nostra lingua dell’albedo latino. E adesso, altro che l’eco soave di un’albedine perduta: stiamo per negare alle prossime generazioni anche l’esperienza del gelo nei boschi, un tesoro culturale senza cui non avremmo mai avuto i racconti di Jack London, per citare il primo esempio che viene in mente.
Ma del resto oggi, persino potendo trovare una foresta ancora nella fissità estrema di un inverno glaciale, immersi come siamo nei rumori permanenti delle nostre appendici elettroniche, pochi sarebbero ancor in grado di ascoltare – per dirla con un nostro grande poeta – “l’impercettibile sussurro” dell’albèdine tra gli alberi, “lieta dove non passa l’uomo”.

domenica 28 luglio 2019

Earth Overshoot Day

Fonte: Il Fatto Quotidiano | 28 Luglio 2019

Cade il 29 luglio l’Earth Overshoot Day 2019, ovvero il giorno in cui saranno esaurite tutte le risorse che il nostro pianeta può generare nell’anno. Una data che si anticipa di anno in anno, a dimostrazione del fatto che il consumo di quello che la Terra offre è sempre più accelerato. Negli ultimi 20 anni, il giorno dell’Overshoot si è spostato infatti di tre mesi in anticipo nel calendario, fino a superare quest’anno anche il record del 2018, quando cadde il 1 agosto. L’evento, che in italiano è letteralmente il “giorno del sovrasfruttamento”, segna il momento dal quale tutti i consumi dell’uomo saranno in eccesso rispetto a quello che gli ecosistemi della Terra possono rigenerare, bruciando in anticipo le risorse per il futuro.
Ad annunciarlo è il Global Footprint Network, un’organizzazione di ricerca internazionale che monitora l’impronta ecologica dell’uomo, ovvero una sorta di contabilità dello sfruttamento delle risorse naturali, che ha stimato che in media, tutto il mondo consumerà nel 2019 le risorse di 1,75 pianeti. Il velocizzarsi del fenomeno di sovra-sfruttamento è dovuto al fatto che intaccare il capitale naturale del pianeta compromette ulteriormente la sua capacità futura di rigenerazione delle risorse. Deforestazione, erosione del suolo, perdita di biodiversità e accumulo di anidride carbonica in atmosfera sono tra gli effetti più tangibili del sovra-utilizzo di quello che il pianeta ha da offrire. Gli stessi cambiamenti climatici e i sempre più frequenti fenomeni di siccità, incendi e uragani sono una conseguenza di queste problematiche, specialmente dell’effetto serra causato dall’accumulo di CO2.
Secondo il Global Footprint Network, l’Italia, che nella classifica dei “paesi spreconi” si trova al nono posto, ha già passato il suo Overshoot Day per quest’anno. Gli italiani avrebbero infatti consumato tutte le loro risorse già dal 15 maggio e, secondo i calcoli, servirebbero le risorse di 4,7 paesi altrettanto grandi per soddisfarne gli sprechi. In termini assoluti però, il paese che divora di più sono gli Stati Uniti: se tutto il mondo consumasse come loro, servirebbero le risorse di 5 pianeti. A seguire ci sono l’Australia, seguita da Russia, Germania e Svizzera.

venerdì 19 luglio 2019

Giugno 2019: il piu' caldo di sempre

Fonte: No All'Italia petrolizzata 



Lo rivela il NOAA, il National Oceanic and Atmospheric Administration degli Stati Uniti.

La temperature nel mese di Giugno e' stata di 2 gradi piu' calda della media mondiale di 15.5 gradi Celsius. 

E' il 414-mese che di fila che la temperatura e' piu' alta della media mensile del 20-esimo secolo.

Cioe' se la media del mese di Maggio per il secolo 1900-2000 e' stata X sono 414 mesi che noi la superiamo. 

Si, 34 anni, perche' le temperature sono iniziate ad aumentare a dismisura gia' alla fine del secolo scorso.

Nove dei giugni piu' caldi degli scorsi 140 anni sono stati dal 2010 ad oggi.
Praticamente tutti, ad eccetto che uno.

Le maggiori botte di caldo si sono registrate in Europa, Asia e in Africa. Anche le Hawaii e il golfo del Messico sono state piu' afose del normale. Tutte queste zone sono state piu' calde di sempre.

Le temperature in Francia, Germania, e Spagna sono state anche di 10 gradi piu' alte del normale. In  Francia sono arrivati anche 46 gradi centigradi, mai visti prima.

Anche le temperature del mare sono in aumento, con una media di quasi due gradi in piu' rispetto alla media di 16 gradi centigradi. Siamo al pari con il 2016, l'anno del mare piu' caldo di sempre. 

Secondo il NOAA, il 2019 sara' di certo uno degli anni piu caldi di sempre.

Cosa fare? 

Beh, e' semplicissimo: prendere azioni per fermare le fonti fossili, la ragione primaria di questo disastro; incoraggiare il sequestro di CO2 piantando alberi e foreste e fermando la deforestazione, e controllando le nascite. 

Siamo troppi sul pianeta.
Sara' sempre peggio.

martedì 5 marzo 2019

Il clima è cambiato. Le mosche lo hanno capito, Trump no

Fonte: Il Fatto Quotidiano Ambiente & Veleni | 4 Marzo 2019  

Capisce più una mosca o l’uomo più potente del mondo?
Sei a 2.100 metri, sui crinali della Val di Susa. Sei scappato per un attimo alle dispute sul Tav per cercare il freddo e la neve vicino alla baita dove da ragazzo venivi in vacanza. Non ci sono più le voci dei compagni di allora, soltanto il silenzio luccicante di mezzogiorno, un tramestio che viene dal bosco di larici. Forse un cervo. Stai lì, cerchi di non fare niente. Proprio niente, neanche pensare. Soltanto respirare, ascoltare, guardare. Esserci e basta. Per pochi minuti, giusto il tempo che le gocce cadendo dall’albero magari scavino un piccolo spazio anche nel ricordo. Poi tornerai a valle, laggiù dove vedi passare auto, muoversi puntini minuscoli. Ma per qualche minuto non ti riguardano, sei qui dove nessuno ti vede, nessuno sa che esisti. Proprio come una pianta, un sasso. Così.
Ma c’è qualcosa che ti distrae mentre cerchi soltanto di seguire le linee scure delle montagne. Un movimento minimo, quasi impercettibile. Si agita sulla neve, salta, sembra che voli. Non è una foglia, è vivo.
Pare proprio una mosca. Possibile? Qui, a più di duemila metri, in pieno inverno? Sì, e sembra più sorpresa di te. Zampetta cauta sulla superficie bagnata che a ogni passo potrebbe inghiottirla. La neve, probabilmente non l’ha mai vista prima. Eppure non è la sola, altri insetti sono usciti dai loro nascondigli, hanno lasciato l’involucro di larve e girano nell’aria. Mentre noi cerchiamo ancora l’inverno nella neve che si scioglie, marcisce (deslengue, direbbe De André in genovese); che seguiamo le piste fasulle tracciate dai cannoni.
Ma le mosche no, non si lasciano ingannare. L’inverno che forse non era mai davvero arrivato è già finito.  Non era mai successo. Le mosche all’inizio di marzo… in mezzo alla neve!
E allora te ne accorgi: questi insetti di un centimetro hanno capito qualcosa che noi non riusciamo ad accettare. È cambiato il clima, stanno cambiando il mondo e la vita. E siamo stati noi, se solo ti volti verso est vedi la cappa grigia dello smog che opprime la Pianura Padana e le città.  Sembrano dirti che soltanto chi se ne accorgerà per tempo riuscirà ad adeguarsi e magari a salvarsi.
Del resto lo scriveva anche Joseph Conrad nell’Agente Segreto: “Sentì contro il vetro di una finestra il debole ronzio di una mosca – la prima dell’anno – che annunciava l’avvicinarsi della primavera meglio di uno stormo di rondini. Quell’organismo minuscolo con il suo agitarsi inquieto”. Già, ma chissà se saremo abbastanza umili da ascoltare il consiglio di un insetto. La mosca che svolazza rattrappita cercando la cacca secca di una mucca ha capito quello che nemmeno il presidente Trump sembra aver ancora afferrato.
Ambiente & Veleni | 4 Marzo 2019

domenica 22 aprile 2018

Giornata Mondiale della Terra


fonte: earthday.org


L’Earth Day (Giornata della Terra) è la più grande manifestazione ambientale del pianeta, l’unico momento in cui tutti i cittadini del mondo si uniscono per celebrare la Terra e promuoverne la salvaguardia. La Giornata della Terra, momento fortemente voluto dal senatore statunitense Gaylord Nelson e promosso ancor prima dal presidente John Fitzgerald Kennedy, coinvolge ogni anno fino a un miliardo di persone in ben 192 paesi del mondo.
Le Nazioni Unite celebrano l’Earth Day ogni anno, un mese e due giorni dopo l'equinozio di primavera, il 22 aprile.
Nata il 22 aprile 1970 per sottolineare la necessità della conservazione delle risorse naturali della Terra. Come movimento universitario, nel tempo, la Giornata della Terra è divenuta un avvenimento educativo ed informativo. I gruppi ecologisti lo utilizzano come occasione per valutare le problematiche del pianeta: l'inquinamento di aria, acqua e suolo, la distruzione degli ecosistemi, le migliaia di piante e specie animali che scompaiono, e l'esaurimento delle risorse non rinnovabili. Si insiste in soluzioni che permettano di eliminare gli effetti negativi delle attività dell'uomo; queste soluzioni includono il riciclo dei materiali, la conservazione delle risorse naturali come il petrolio e i gas fossili, il divieto di utilizzare prodotti chimici dannosi, la cessazione della distruzione di habitat fondamentali come i boschi umidi e la protezione delle specie minacciate.
L'idea della creazione di una “Giornata per la Terra” fu discussa per la prima volta nel 1962. In quegli anni le proteste contro la guerra del Vietnam erano in aumento, ed al senatore Nelson venne l'idea di organizzare un “teach-in” sulle questioni ambientali. Nelson riuscì a coinvolgere anche noti esponenti del mondo politico come Robert Kennedy, che nel 1963 attraversò ben 11 Stati del Paese tenendo una serie di conferenze dedicate ai temi ambientali.
L'Earth Day prese definitivamente forma nel 1969 a seguito del disastro ambientale causato dalla fuoriuscita di petrolio dal pozzo della Union Oi al largo di Santa Barbara, in California, a seguito del quale il senatore Nelson decise fosse giunto il momento di portare le questioni ambientali all'attenzione dell'opinione pubblica e del mondo politico. “Tutte le persone, a prescindere dall'etnia, dal sesso, dal proprio reddito o provenienza geografica, hanno il diritto ad un ambiente sano, equilibrato e sostenibile”.
Il 22 aprile 1970, ispirandosi a questo principio, 20 milioni di cittadini americani si mobilitarono per una manifestazione a difesa della Terra. I gruppi che singolarmente avevano combattuto contro l'inquinamento da combustibili fossili, contro l'inquinamento delle fabbriche e delle centrali elettriche, i rifiuti tossici, i pesticidi, la progressiva desertificazione e l'estinzione della fauna selvatica, improvvisamente compresero di condividere valori comuni. Migliaia di college e università organizzarono proteste contro il degrado ambientale: da allora il 22 aprile prese il nome di Earth Day, la Giornata della Terra.
La copertura mediatica della prima Giornata Mondiale della Terra venne realizzata da Walter Cronkite della CBS News con un servizio intitolato "Giornata della Terra: una questione di sopravvivenza”. Fra i protagonisti della manifestazione anche alcuni grandi nomi dello spettacolo statunitense tra cui Pete Seeger, Paul Newman e Ali McGraw.
La Giornata della Terra diede una spinta determinante alle iniziative ambientali in tutto il mondo e contribuì a spianare la strada al Vertice delle Nazioni Unite del 1992 a Rio de Janeiro.
Nel corso degli anni l'organizzazione dell'Earth Day si dota di strumenti di comunicazione più potenti arrivando a celebrare il proprio ventesimo anno di fondazione con una storica scalata sul monte Everest in cui un team formato da alpinisti statunitensi, sovietici e cinesi, realizzò un collegamento mondiale via satellite. Al termine della spedizione tutta la squadra trasportò a valle oltre 2 tonnellate di rifiuti lasciati sul monte Everest da precedenti missioni.
Nel 2000, grazie alla diffusione di internet, lo spirito fondante dell'Earth Day ed in generale la celebrazione dell'evento vennero promosse a livello globale. L'evento che ne conseguì riuscì a coinvolgere oltre 5.000 gruppi ambientalisti al di fuori degli Stati Uniti, raggiungendo centinaia di milioni di persone, e molti noti personaggi dello spettacolo come l'attore Leonardo di Caprio.
Nel corso degli anni la partecipazione internazionale all'Earth Day è cresciuta superando oltre il miliardo di persone in tutto il mondo: è l'affermazione della “Green Generation”, che guarda ad un futuro libero dall'energia da combustibili fossili, in favore di fonti rinnovabili, alla responsabilizzazione individuale verso un consumo sostenibile, allo sviluppo di una green economy e a un sistema educativo ispirato alle tematiche ambientali.

venerdì 19 gennaio 2018

World economic forum, è nell’ambiente il rischio più pericoloso del 2018

Fonte Green Report di Luca Aterini
Nella lussuosa località svizzera di Davos sta per tornare in scena (dal 23 al 25 gennaio) il World economic forum 2018, ma a guardare i temi del dibattito sembra che l’ultimo anno non sia passato. Il Wef ha presentato ieri il suo nuovo Global risks report, la pubblicazione annuale che contiene le opinioni degli esperti e dei politici al livello globale sui rischi più significativi che affliggono il mondo, e questi rischi – anche se a seguire la cronaca italiana non si direbbe – riguardano gli stessi temi del 2017: ambiente e disuguaglianza. Con una significativa differenza.
Il report del World economic forum si basa su un’indagine annuale svolta dallo stesso Wef chiamata Global risks perception survey, e i risultati suggeriscono che gli esperti consultati si stanno preparando per anno dal rischio elevato; infatti il 59% dei quasi 1.000 intervistati indica un’intensificazione dei rischi, mentre solo il 7% ritiene che i rischi stiano diminuendo.
È interessante notare come i rischi ambientali prevalgano per il secondo anno consecutivo, dopo la rilevazione effettuata l’anno scorso. Al pari del 2017, infatti, l’ambiente si è rivelato di gran lunga la maggiore preoccupazione sollevata dagli esperti, e gli eventi meteorologici estremi sono visti come il rischio più rilevante. In particolare, tra i cinque rischi la cui probabilità di avverarsi nei prossimi 10 anni è data come più elevata, tre posti sono occupati dai rischi ambientali: al primo posti gli eventi meteorologici estremi, al secondo i disastri naturali e al quinto il fallimento delle politiche di mitigazione e adattamento ai cambiamenti climatici. Per quanto riguarda invece i rischi dall’impatto più rilevante, solo la voce “armi di distruzione di massa” – al primo posto – non rientra nella categoria dei rischi ambientali: le altre 4 delle prime 5 posizioni invece sì, aggiungendo ai rischi già nominati quello relativo alle crisi idriche.
In buona sostanza, tra i 30 rischi globali a cui è stato chiesto agli esperti di stabilire l’ordine di priorità, tutti e cinque i rischi ambientali (condizioni meteorologiche estreme, collasso dell’ecosistema, disastri naturali, disastri causati dall’uomo, e il fallimento della mitigazione e dell’adattamento ai cambiamenti climatici) sono stati classificati tra i primi posti in termini di probabilità che si verifichino e impatto.
L’altro grande protagonista dei rischi mondiali per il 2018 – e il paradosso al limite dell’ipocrisia è che l’allarme venga lanciato proprio dal World economic forum di Davos, non esattamente una kermesse proletaria – è la disuguaglianza. Al primo posto tra i rischi più rilevanti per il business spicca infatti la disoccupazione-sottoccupazione, mentre al quinto posto si affaccia la “profonda instabilità sociale”.
Secondo il World economic forum il modello economico prevalente nel mondo è un fallimento che nonostante tutto rimane in piedi: «Nonostante l’impegno di un certo numero di amministratori delegati sia per gli obiettivi di sviluppo sostenibile (Sdg) dell’Onu sia per l’Accordo sul clima di Parigi, il potere dell’avidità delle imprese assicura la sopravvivenza del modello economico dominante. Quando i governi sono intimiditi, o semplicemente non si preoccupano di far rispettare i fondamentali diritti umani e del lavoro, o di assicurare che le tasse sulle imprese siano pagate in modo da poter investire nella protezione sociale e nella salute e nell’educazione dei propri cittadini gente, cedono il controllo all’avidità delle multinazionali».
Ed è quanto sta accadendo, secondo gli stessi esponenti – i più illuminati, evidentemente – del capitalismo internazionale, secondo i quali «è tempo di negoziare un nuovo contratto sociale». Non sono i soli a pensarla così: secondo un sondaggio condotto nel 2017 dall’Ituc (la Confederazione sindacale internazionale) l’85% della forza lavoro mondiale vuole riscrivere le regole dell’economia globale, minata alla base dalla disuguaglianza. Una percentuale simile a quella emersa in Italia da un sondaggio condotto da Oxfam nel 2016, secondo il quale l’80% dei nostri concittadini ritiene prioritario ridurre le disuguaglianze economiche.
Ambiente e disuguaglianza, dunque: se qualche candidato in corsa per le prossime elezioni politiche del 4 marzo fosse in cerca di spunti, farebbe bene a seguire i consigli del World economic forum.

domenica 23 luglio 2017

Clima, poco tempo per evitare la catastrofe. E i governi scaricano i costi sulle spalle dei giovani

Se non si riducono subito i gas serra, ci vorranno 500 trilioni di euro per catturare la CO2.

«La riduzione delle emissioni di gas serra non è sufficiente a limitare il riscaldamento globale a un livello che non metta a rischio il futuro dei giovani». E’ quanto emerge dal nuovo studio “Young people’s burden: requirement of negative CO2 emissions”, pubblicato su Earth System Dynamics , il giornale dell’European Geosciences Union (Egu), da un folto team internazionale di scienziati.
Secondo i ricercatori, dobbiamo arrivare ad emissioni negative e  «Misure come la riforestazione potrebbero compiere gran parte della necessaria rimozione di CO2  dall’atmosfera, ma le continue ed elevate emissioni di combustibili fossili richiederebbero costose soluzioni tecnologiche per estrarre CO2 e prevenire un  riscaldamento pericoloso».
Il principale autore dello studio,  James Hansen, dell’ Earth Institute della Columbia University, che in precedenza j ha lavorato al Nasa Goddard institute for space studies, spiega che «Continuando con le elevate emissioni di combustibili fossili lasceremo ai giovani una enorme e  costoso problema di pulizia e accresceremo gli effetti deleteri del clima, il che dovrebbe essere di incentivo e obbligo per governi a modificare le politiche energetiche senza ulteriori ritardi».
Secondo lo studio, se continuano ad aumentare le emissioni di gas serra, i giovani di oggi potrebbero trovarsi a dover spendere fino a 5 trilioni di euro  (500.000 miliardi) in tecnologie per estrare l’anidride carbonica dall’aria. Invece, se iniziasse rapidamente la fase di abbandono dell’utilizzo dei combustibili fossili, la CO2 potrebbe essere rimossa dall’atmosfera a costi relativamente bassi.
I ricercatori dicono che, se si interviene subito, non sarebbero necessarie le sperimentali e costose tecniche di Carbon capture and storage (Ccs) e che «Migliori pratiche agricole e forestali, tra cui la riforestazione e il miglioramento dei suoli, sarebbero in grado di ottenere la maggior parte dell’estrazione del CO2 necessaria per evitare le conseguenze più pericolose del riscaldamento globale».
Gli effetti del cambiamento climatico comprendono ondate di caldo più frequenti e forti, tempeste, inondazioni, siccità e l’aumento del livello del mare, che potrebbero interessare milioni di persone che vivono nelle zone costiere. Nello studio si legge che «Un aumento del livello del mare di mezzo metro a un metro entro questo secolo, che può essere inevitabile anche se le emissioni diminuiscono, avrebbe conseguenze terribili; eppure queste sarebbero niente rispetto alle catastrofi umanitarie ed economiche che accompagnerebbero l’aumento del livello del mare di diversi metri».
Hansen spiega ancora. «Dimostriamo che l’obiettivo di limitare il riscaldamento globale a non più di +2° C rispetto ai livelli preindustriali non è sufficiente, poiché a + 2° C sarebbe più caldo del periodo Eemiano, quando il livello del mare raggiungeva + 6 – 9 metri Rispetto a oggi». L’Eemiano finì circa 115.000 anni fa ed era un periodo caldo nella storia della Terra tra due ere glaciali.
Secondo lo studio, «Il pericolo è che una temperatura media globale a lungo termine di + 2  C – o addirittura di +1,5 ° C, l’altro limite della temperatura discusso nell’Accordo di Parigi del 2015 – potrebbe innescare un “lento” Feedback sul clima. In particolare, potrebbe portare alla fusione parziale delle calotte glaciali, il che comporterebbe un significativo aumento del livello del mare, come accaduto nell’Eemiano».
Il team di Hansen ha evidenziato che «La CO2 atmosferica dovrebbe essere ridotta a meno di 350 parti per milione (ppm) rispetto al suo attuale livello di circa 400 ppm. Nel 2016 la temperatura media globale ha raggiunto i + 1,3° C rispetto ai livelli preindustriali e aumenterà almeno di alcuni decimi di gradi in più nei prossimi decenni a causa della risposta ritardata ai passati aumenti di CO2 e di altri gas. La riduzione di CO 2 inferiore a 350 ppm porterà al picco delle temperature che più tardi diminuiranno lentamente a circa + 1° C entro questo secolo. Questo obiettivo richiede emissioni negative di CO2 , cioè l’estrazione di CO2 dall’aria, oltre ad una rapida riduzione delle emissioni da combustibili fossili».
Il team di scienziati stima che, se inizieremo a ridurre le emissioni di CO2 nel 2021 ad un tasso del 6% all’anno, entro il 2100 dovremmo estrarre circa 150 gigatonnellate di carbonio dall’atmosfera. La maggior parte di queste, circa 100 gigatonnellate, potrebbero provenire da migliori pratiche agricole e forestali. Queste misure possono essere relativamente poco costose e portano con sé ulteriori vantaggi,  come il miglioramento della fertilità del suolo e i prodotti forestali.
Ma i ricercatori mettono in guardia sul rischio reale delle attuali politiche: «Tuttavia, se le emissioni di CO2 crescono ad un tasso del 2% all’anno (tra il 2000 e il 2015 sono aumentate in media del 2,6% all’anno), dovremmo estrarre ben oltre 1.000 gigatonnellate di carbonio dall’atmosfera entro il 2100. Solo con una soluzione tecnologica costosa, in grado di succhiare il carbonio dall’atmosfera».
Le tecnologie su cui si appunta il maggior interesse sono la bioenergia con la carbon capture and storage cattura e lo stoccaggio del carbonio.  Gli scienziati spiegano ancora: «Le coltivazioni e le piante assorbono CO2 dall’aria mentre si sviluppano, quindi se vengono usate come combustibile e la CO2 viene catturato e stoccata in formazioni geologiche sotto roccia impermeabile, si verificano emissioni negative». Il team stima che il costo totale di questa tecnologia potrebbe arrivare fino a 500 trilioni di euro, e che «Le tecnologie di estrazione hanno grandi rischi e fattibilità incerta».
Hansen conclude: «E’ evidente che i governi stanno scaricando questo problema sulle spalle dei giovani. Questo non sarà facile o poco costoso».
Da .greenreport.it

mercoledì 25 gennaio 2017

Caldo record nel 2016 e ondata di gelo in Italia, scenari preoccupanti per il Paese

da greenreport.it [19 gennaio 2017]
Mentre mezza Italia è sotto la neve e il fragile centro appenninico continua ad essere scosso da terremoti, Nasa e Noaa pubblicano i dati che  dimostrano che il 2016 è stato l’anno più caldo dal  1880. In questo non c’è nessuna contraddizione, anzi, i modelli climatici previsti dagli scienziati si stanno confermando sul lungo periodo e creano a breve termine eventi estremi sempre più frequenti e violenti.
Secondo le elaborazioni Coldiretti su dati Isac Cnr che rilevano le temperature dal 1800 «se a livello globale si registra dunque il terzo record consecutivo, in Italia il 2016 che si è classificato al quarto posto tra gli anni più caldi di sempre con una temperatura che è risultata di 1,24 gradi superiore alla media del periodo di riferimento».
Per Coldiretti, Si conferma anche in Italia la tendenza al surriscaldamento dopo che il 2015 si era posizionato come l’anno più bollente della storia ma nella classifica degli anni più caldi ci sono nell’ordine il 2014, il 2003, il 2016, il 2007, il 2012, 2001, poi il 1994, 2009, 2011 e il 2000. Siamo di fronte agli effetti dei cambiamenti climatici che si stanno manifestano con pesanti effetti sull’agricoltura italiana che negli ultimi dieci anni ha subito danni per 14 miliardi di euro. Si moltiplicano gli eventi estremi, sfasamenti stagionali e precipitazioni brevi, ma intense e il repentino passaggio dal sereno al maltempo. Siccità e bombe d’acqua con forti piogge a carattere alluvionale, ma anche gelate estreme e picchi di calore anomali si alternano lungo l’anno e lungo tutta la Penisola. Anomalie che si evidenziano anche in questi giorni con l’Italia divisa in due tra nord dove è allarme incendi e siccità ed il centro sud che è seppellito dalla neve».
Il Wwf ricorda che «gli scenari per i cambiamenti climatici in Italia sono realmente preoccupanti. Le migliori e più avanzate elaborazioni dell’autorevole Centro euromediteraneo per i cambiamenti Climatici (Cmcc) sono giunte con il suo modello Cosmo-Clm  ad elaborare scenari con pixel di 8 Kmq, una risoluzione veramente alta per gli studi relativi agli scenari climatici, la più alta di quella impiegata in Europa. Nel caso dello scenario di mitigazione ritenuto ormai altamente probabile tra quelli presentati dall’ultimo rapporto dell’Ipcc (Intergovernamental panel on climate change, si parla dello scenario RCP 4.5) si indica un incremento della temperatura media in Italia pari a  circa 3° C per la fine del secolo per l’intero territorio nazionale. In particolare se si considera l’ultimo trentennio del XXI secolo (2071-2100) l’aumento di temperatura giunge anche a circa 4°C nel nord-ovest della penisola italiana nel periodo estivo. Con uno scenario cosiddetto Bau, (sintetizzato in quello definito dall’Ipcc scenario RCP 8.5), l’aumento della temperatura media in Italia sarà invece di circa 6° C entro la fine del secolo. In particolare, nell’ultimo trentennio del XXI secolo (2071-2100), nei mesi estivi le regioni settentrionali della nostra penisola potrebbero mediamente registrare incrementi addirittura maggiori di 6° C. L’urgenza dell’azione anche nel nostro paese è ormai è un obbligo civile e morale».
Un’analisi della Coldiretti sulla base dei dati Ucea, evidenzia che «mentre il Centro sud è stato seppellito dalla neve, non piove e non nevica da mesi in certe aree del Nord dove è allarme incendi e siccità poiché in media sono più che dimezzate le precipitazioni a gennaio (-63,5%) dopo che nell’intero mese di dicembre il taglio era stato addirittura del 78,5%».
Una situazione climatica anomala che favorisce gli incendi nelle regioni settentrionali. «La situazione è drammatica in Liguria – dice Coldiretti –  dove nel mese di gennaio è caduta il 79,4% di acqua in meno che ha provocato un ambiente siccitoso che unito al forte vento favorisce la rapida la propagazione degli incendi e rende piu’ difficile l’azione di spegnimento dei roghi. Le fiamme minacciano le produzioni locali ed in pericolo ci sono coltivazioni e serre con ortaggi ed il pregiato basilico ligure. Ma a gennaio tra Como e Lecco sono andati a fuoco 200 ettari di pascoli e boschi con aziende agricole assediate dalle fiamme le quali hanno avuto una rapida diffusione a causa della siccità e del vento secco. Altri 60 ettari sono stati bruciati in Val Camonica, nel Bresciano, cui si sommano gli incendi che hanno colpito l’alto Garda già dal primo gennaio». Ma minacciare le coltivazioni nel Nord Italia è anche la siccità, insieme all’anomala mancanza della neve. «In Veneto – spiega ancora Coldiretti – l’assenza di precipitazioni mette in pericolo le cinque varietà di radicchio a marchio Igp, dal variegato di Castelfranco, anche nella variante del bianco “Fior di Maserà”, al Treviso precoce e tardivo, dal Chioggia al rosso di Verona, oltre agli altri ortaggi invernali, dai cavolfiori alle verze, fino ai broccoli. Ma le piogge si sono quasi azzerate anche in Piemonte, Val d’Aosta e Friuli Venezia Giulia, con le conseguenti difficoltà per le produzioni locali».
Anche la più grande organizzazione agricola italiana non ha dubbi: «Siamo di fronte agli effetti dei cambiamenti climatici che si stanno manifestano con pesanti effetti sull’agricoltura italiana che negli ultimi dieci anni ha subito danni per 14 miliardi di euro. Si moltiplicano gli eventi estremi, sfasamenti stagionali e precipitazioni brevi, ma intense e il repentino passaggio dal sereno al maltempo. Siccità e bombe d’acqua con forti piogge a carattere alluvionale, ma anche gelate estreme e picchi di calore anomali si alternano lungo l’anno e lungo tutta la Penisola. Anomalie che si evidenziano con il freddo in questi giorni che al Centro – Sud ha già causato danni per 300 milioni di euro, tra interi raccolti di ortaggi invernali perduti e danni alle piante da frutta come agrumi e viti crollate sotto il peso della neve, ma anche con la strage di centinaia di animali e perdite commerciali dovute alle difficoltà di consegna del latte e degli altri prodotti che si sono salvati dal gelo».
I dati mondiali e nazionali fanno dire al Wwf che «la natura quindi ci ricorda con insistenza che dobbiamo accelerare il passo. In tutto il mondo, il cambiamento climatico provocato dall’azione umana, in particolare bruciando i combustibili fossili per energia e trasporti, cementificando o sovra-sfruttando il suolo e con la deforestazione selvaggia, ha già destabilizzando la produzione di cibo, ha reso più scarse le risorse idriche e ha accelerato l’instabilità e i conflitti tra le comunità più vulnerabili. Dal ritmo accelerato della fusione dei ghiacciai sia in Artico che in Antartico all’incremento dei cicloni devastanti, dalla siccità e dagli incendi alle alluvioni, la natura sta ovunque dando l’allarme. Nel 2016 la temperatura globale è risultata di 1,1° C superiore a quella dell’era preindustriale, facendo un balzo in avanti davvero preoccupante.  Non ci sono segnali per sperare che tale tendenza non venga confermata anche nel 2017, anche perché la concentrazione di  CO2 in atmosfera continua ad aumentare ed è già giunto a oltre le 400 parti per milione, un livello che non si raggiungeva da milioni  di anni».
Ma il Panda sottolinea che «d’altro canto, negli ultimi due anni ci sono stati segnali concreti di una intensificazione degli sforzi, e il Wwf si augura che questi segnali si trasformino presto in un’ accelerazione della transizione».
Gli ambientalisti concludono: «Occorre applicare rapidamente e in modo incisivo l’Accordo di Parigi e puntare sempre di più sull’ energia pulita nei prossimi anni. Il settore privato, la società civile e i governi nazionali e locali devono rendere la risposta collettiva più forte e più ambiziosa, facendo in modo di gestire e minimizzare gli impatti sociali con un piano di giusta transizione. Occorre avere reali capacità di visione e un approccio strategico che non rinvii continuamente le decisioni concrete, ma anzi induca tutti all’azione immediata e alla coerenza per la transizione all’economia del futuro , basata sulle fonti pulite e rinnovabili».
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e questo è solo un lato della faccenda....

martedì 17 maggio 2016

Anche aprile è stato il più caldo mai registrato. Molti incendi, poco ghiaccio. CO2 già a 400 ppm

da greenreport.it


Nasa: «Possibilità superiore al 99%, il 2016 sarà l'anno più caldo mai registrato»
[16 maggio 2016]
Aprile a NASAGISS4-16
Un report della Nasa ha appena confermato  che l’aprile appena trascorso è stato il più caldo mai registrato e anche  il periodo gennaio-aprile è stato di gran lunga il più caldo da quando l’uomo registra le temperature. Secondo Stefan Rahmstorf, a capo dell’Earth System Analysis del Potsdam Institute for Climate Impact Research, «il margine con il quale aprile 2016 ha battuto il record precedente per aprile è tre volte più grande (0,24 ° C) rispetto a qualsiasi margine di un precedente record di aprile (il più grande è stato 0,08 ° C)».
Invece, che il periodo gennaio-aprile sia stato il più caldo mai registrato non è non è una sorpresa: anche marzo aveva battuto ogni record di caldo e altrettanto avevano fatto gennaio e febbraio e tutti con grande margine rispetto ai record precedenti.
Gavin Schmidt, a capo del Goddard Institute of Space Studies della Nasa, sottolinea su twitter che c’è un modello tra quanto è caldo il periodo gennaio – aprile e quanto sarà caldo tutto l’anno e  che se questo modello è valido, «allora c’è una possibilità superiore al 99%, che il 2016 sarà l’anno più caldo mai registrato».
Su Climate Progress Joe Romm fa notare che «Le temperature torride hanno interessato per molti mesi la regione artica, e questo significa che abbiamo le condizioni ideali sia per gli incendi cheper loscioglimento dei ghiacci». Il 2015 ha stabilito il record per l’anno più caldo di sempre ed è stato anche l’anno record per gli incendi boschivi negli Usa, con oltre 11 milioni di acri bruciati, in Siberia, Mongolia e Cina che hanno subito enormi incendi.
Quest’anno, la patria delle sabbie bituminose, la provincia canadese dell’Alberta, ha battuto ogni record di caldo e siccità e sta subendo la devastante tempesta di fuoco di Fort McMurray In un’intervista alla CBC, Jonathan Overpeck, un climatologo dell’Università dell’Arizona, ha evidenziato che «Non c’è solo l’Alberta: gli incendi alimentati dal riscaldamento climatico sono in aumento. Gli incendi nell’Alberta sono un ottimo esempio di ciò che vedremo sempre di più: il riscaldamento significa neve che si scioglie prima,  suoli e vegetazione che seccano prima e la stagione degli incendi che inizia prima. E ‘un disastro».
E gl incendi aumentano il riscaldamento globale perché emettono nell’atmosfera più biossido di carbonio, amplificando e accelerando il cambiamento climatico che a sua volta causa più incendi.
La Nasa sottolinea che aprile è stato particolarmente caldo nell’Artico (ma anche il Mediterraneo centro-orientale e l’Italia non scherzano) e che probabilmente continuerà ad esserlo per tutto l’anno. Romm ricorda che «I modelli climatici hanno sempre previsto  che il riscaldamento causato dall’uomo sarebbe stato almeno due volte più veloce nella regione artica che nel pianeta nel suo complesso. Quindi non è una sorpresa che, con il formidabile caldo record nell’Artico, continuiamo a battere il record di scioglimento del ghiaccio». E le temperature estive, che si annunciano eccezionali, in Groenlandia scioglieranno ancora più velocemente i ghiacciai della più grande isola del mondo.
Per quanto riguarda il ghiaccio marino artico, secondo il Danish Meteorological Institute  continua a disintegrarsi a ritmi sempre più veloci.
Se è vero che nel 2015 e all’inizio del 2016  l’El Niño “Godzilla” ha dato un grosso contributo alle temperature record è anche vero che il picco record delle temperature sta avvenendo in un quadro di rapido riscaldamento globale.  Andy Pitman, direttore dell’ARC Centre of Excellence for Climate System Science dell’università australiana del New South Wales, ha detto al Guardian che  «La cosa interessante è la scala a cui stiamo battendo i record di rottura.  Sta tutto chiaramente andando nella direzione sbagliata. Gli scienziati del clima avevano messo in guardia su questo almeno dagli anni ‘80. Ed è stato sanguinosamente evidente fin dagli anni 2000. Allora, dov’è la sorpresa? I dati recenti mettono  in dubbio l’obiettivo di appena 1,5° C di riscaldamento concordato recentemente a Parigi. L’obiettivo 1,5° C, è un pio desiderio. Non so se otterremmo gli 1,5° C cessassimo le emissioni oggi. C’è l’inerzia del sistema. Stiamo mettendo una forte pressione sui 2° C ».
Il caldo record di El Niño hanno scatenato il caos negli ecosistemi di tutto il mondo, innescando il terzo sbiancamento globale dei coralli mai registrato, che ha colpito duramente il 93% della Grande barriera corallina australiana, con morie estese a nord e con il 90% del corallo morto in alcuni reef.
Ma i dati di aprile confermano che  nella stazione di misurazione di Cape Grim,  Tasmania, Australia a  è già stata superata la soglia simbolica delle 400 parti per milione (ppm) di CO2 e Pitman conclude: «La cosa che sta causando che il riscaldamento, sta andando sempre più. Così, le temperature oceaniche fredde che avremo con La Niña saranno più calde di quanto  avremmo mai visto qualche decennio fa» e le barriere coralline potrebbero non essere in grado di recuperare.

giovedì 12 maggio 2016

Pacifico, cinque isole ingoiate dal mare e dai cambiamenti climatici

di | 11 maggio 2016 dal Fatto Quotidiano

“The sea has started to come inland,
it forced us to move up to the hilltop
and rebuild our village there away from the sea”
Sirilo Sutaroti, 94 anni, capo della tribu’ Paurata,
spiegando cosa hanno significato i cambiamenti climatici
per la sua gente
Dopo le isole Kiribati, dopo Cat Island, dopo l’isola  di Jean-Charles in Louisiana, tutte ingoiate dal mare, ecco qui altre cinque isole delle Solomon Islands sparite nel nulla. Anzi, sotto il mare dei cambiamenti climatici. Le isole Solomon sono un complesso di sei isole maggiori circondate da circa mille isolotti vulcanici. Vivono qui circa 560,000 persone, la maggior parte delle quali in zone costiere.
Oltre ai cinque isolotti scomparsi, altre sei sono cosi erose che presto saranno sommerse dal mare anche loro. Altre ancora mostrano segni di erosione in progresso. I cinque isolotti già scomparsi non erano abitati, ma sulla vicina Nuatambu Island vivevano 25 famiglie. Dal 2011 ad oggi, undici case sono finite in mare. I residenti che sono rimasti cercano di costruire muraglie a mano. Gli esperti dicono che non servira’ a molto. Su tutti gli isolotti un tempo c’era vegetazione tropicale, vivente da 300 anni. Palme, noci di cocco, mangrovie, tutto scomparso. Stesso fato e’ toccato a Taro Island, da cui la popolazione iniziava ad andare via gia’ nel 2014. Quando arrivò qui in visita Ban Ki-moon, segretario generale delle Nazioni Unite, la sua stanza d’albergo aveva salvagenti in caso di allagamenti. Laddove qualcosa e’ rimasto, tutto è morto a causa dell’alta salinità.
Che questa scomparsa di isolotti sia dovuta all’uomo e ai cambiamenti climatici e’ attestato da un articolo appena pubblicato su Environmental Research Letters. Simon Albert, dell’università’ del Queensland d’Australia e i suoi colleghi notano in questo articolo che negli scorsi venti anni le isole Solomon hanno visto il mare salire di ben tre volte la media mondiale, di circa 0.7 – 1 centimetro l’anno dal 1993. Fanno circa 20 centimetri da allora fino ad oggi. Nell’Aprile del 2014 una violenta inondazione ha causato la morte di trentuno persone.
Albert ed i suoi collaboratori hanno studiato la costa di 33 isole del Pacifico usando dati satellitari e fotografie dal 1947 al 2015. Hanno intervistato residenti, usato metodi di datazione al carbonio degli anelli degli alberi, modellistica di onde marine e dati di livelli del mare per queste isole. Un fattore importante nel determinare la scomparsa delle isole e’ l’energia dei moti ondosi. Le isole Solomon piu’ esposte a violente hanno visto l’erosione e la perdita di terreno aumentare maggiormente, rispetto a quelle più protette, anche se i livelli del mare aumentavano allo stesso modo.
Ma, cosa succede ai residenti di queste isole, scomparse del tutto, o scomparende? Dove e’ stato possibile, ci si e’ trasferiti verso l’interno,in altri casi sono andati in altre isole dove c’erano parenti e/o amici. Questi spostamenti non sono sempre facili, a volte ci sono tensioni etniche, economiche, di classe, fra proprietari terrieri e i ceti piu’ bassi. Secondo Albert queste stesse dinamiche saranno presto comuni in varie zone costiere del mondo. Qui le immagini delle Isole Solomon ingoiate dal mare.
di | 11 maggio 2016

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e qui danno le bandiere blu ma tacciono sull'inquinamento delle acque che beviamo e della terra che inquiniamo.. non solo nella terra dei fuochi ma ovunque!

giovedì 21 aprile 2016

La fine dell'era glaciale

a completamento della trilogia di post  sul pianeta e cambiamento cui stiamo assistendo ecco una clip di 47 minuti del National Geographic in proposito, che ci dice a quale punto sia "lo stato dell'arte" della situazione dal punto di vista della scienza ufficiale ma c'è un punto cui vorrei focalizzaste l'attenzione: dal 13 minuto in poi e più o meno fino al 20° c'è la mappa delle glaciazioni conosciute: ossia la mappa creata al computer da uno scienziato (a memoria Milne della Durham university) che mostra CHIARAMENTE come con la glaciazione un area grande quanto gli Stati Uniti fosse emersa e, probabilmente, anche abitata..... ora lasciando considerazioni di tipo mitologico da parte, sono miti (per ora non dimostrabili né mai indagati seriamente), non è possibile che quelle terre ospitassero città e civiltà costiere relativamente avanzate? Non è un caso che ovunque nel mondo sotto alcune centinaia di metri d'acqua si trovino rovine (un nome per tutti Yonaguni) di templi, percorsi stradali, piattaforme e lastroni che testimoniano ampiamente quale livello fosse stato raggiunto.... e non è possibile che nel lungo periodo della vita del pianeta periodi glaciali e de-glaciazioni abbiano potuto vedere la nascita, la maturazione e l'estinzione di altre civiltà?  Sono domande a cui proprio la scienza dovrebbe dare una risposta: la stiamo ancora aspettando..





 Buon week end a tutti

martedì 19 aprile 2016

Cosa accade al pianeta?

Il NOAA, senza nemmeno aspettare la fine del 2016, l'ha già nominato "mese più caldo di sempre". E' c'è da crederci visto che, paradossalmente, proprio i disastri climatici cui stiamo assistendo anche in questi giorni, l'impressione che siamo di fronte a un cambiamento epocale è più che una sensazione.... nulla che il genere umano non abbia visto in passato: periodi di glaciazione, anche repentini (ma la scienza ufficiale non concorda ritenendo rimanere nella più comoda posizione che attualmente sostiene ossia quella di un processo relativamente lento.. cosa che non fa i conti con l'aumento della temperatura, dovuta peraltro all'uomo, degli ultimi 200 anni), si sono susseguiti a periodi de-glaciazione: di sicuro negli ultimi 30 mila anni essi si sono alternati senza soluzione di continuità mettendo a repentaglio la stessa sopravvivenza del genere umano. Non che tutto ciò non sia "il normale ciclo del pianeta" ma viverlo in prima persona è un altra cosa perchè sai, e lo sai anche dai tuoi geni ereditari, che qualcosa non va ma sai anche che non puoi farci nulla o al massimo puoi cercare di rallentarlo al massimo in modo da procastinarne l'avvento con la speranza che nel frattempo le élite se ne rendano conto e prendano le dovute misure per affrontarlo: quest'ultima parte la vedo dura ma è sempre rassicurante dirlo.... come un film hollywodiano dove il finale dev'essere sempre almeno roseo.
Non che i segnali siano rassicuranti: chi avrebbe detto di vedere houston sott'acqua o un caldo infernale lungo un intero anno, vero? O che in cina le tempeste di sabbia avrebebro oscurato il sole a causa della deforestazione? Eppure stanno avvenendo proprio sotto i nsotri occhi così come avviene proprio sotto i nostri occhi la sparizione di grosse quantità di ghiaccio in Groenlandia o il polo nord completamente sprovvisto della copertura cui siamo abituati (sicura causa di conflitti futuri fra gli Stati che vi si affacciano a causa del mitico, ma ormai nemmeno tanto, passaggio a nord-ovest); ma il vero problema non è a nord ma a sud.... è l'Antartico il problema con la sua kilometrica coltre ghiacciata che ci dovrebbe preoccupare visto che, come raccontano i miti passati (sono miti, certo, ma per memoria storica sappiao che hanno sempre un fondo di verità), se le piattaforme dovessere accelerare lo scioglimento interi stati e città costiere verrebbero sommerse: questo se.... avviene in maniera "lenta" ma se avesse ragione la mitologia? Se interi lastroni di ghiaccio dovessero cadere in mare? Provate a immaginarlo perchè i "miti passati" esattamente questo raccontano, a partire dai sumeri raccontano esattamente questo e anche se la scienza ufficiale non ne accetta le conclusioni semmai questi miti dovessero aver ragine rischiamo anzi i nostri eventuali successori potrebbero ritrovarsi fra qualche millennio a dover ricercare vestigia dell'antica civiltà, se la nostra civiltà davvero è, in fondo al mare e magari a discutere se "sono opera naturale o manufatto degli esseri che allora vivevano"....  tenete ben presente questa successione: di solito e fino a quando se ne ha notizia di questi disastri si sono verificati ogni 5 mila anni circa ma.... è una statistica è per quanto mi riguarda non mi rassicura visto che l'ultimo c'è stato appena 5 mila anni fa (il famoso diluvio biblico); in realtà non c'è una casistica che ci possa dire quando e a che velocità avverrà ma una cosa è certa: ci sarà ci piaccia o meno... possiamo, come dicevo, solo rallentarlo ma non fermarlo...

martedì 29 marzo 2016

Fracking incluso nelle nuove mappe del rischio sismico

fonte: rinnovabili.it
Rinnovabili.it) – I terremoti causati dal fracking sono aumentati al punto da convincere gli esperti a inserirli per la prima volta nelle mappe del rischio sismico negli Stati Uniti. Lo ha affermato la US Geological Survey, a seguito di un boom delle scosse registrate in Oklahoma nel 2015 e generate dallo smaltimento sotterraneo delle acque di produzione utilizzate dall’industria del gas.
Le mappe di rischio sismico sono utilizzate dai funzionari che si occupano della gestione delle emergenze, nonché dalle principali associazioni di ingegneria e progettazione del Paese per guidare come forte per costruire edifici.
«Includendo gli eventi indotti dall’uomo, la nostra valutazione dei rischi è cresciuta significativamente in alcune parti degli Stati Uniti» ha detto Mark Petersen, capo del Progetto di mapping dell’USGS.
Secondo i geologi USA, circa 7 milioni di persone nella zona centrale e orientale degli USA vivono o lavorano nelle zone minacciate dalla sismicità indotta. In alcune parti di queste regioni, i danni causati dai terremoti potrebbero essere pari a quelli osservati nelle regioni ad alto rischio della California.
Gli Stati in cui il rischio sismico è maggiore sono, nell’ordine, Oklahoma, Kansas, Texas, Colorado, New Mexico e Arkansas. In particolare, lo scorso anno l’Oklahoma è stato scosso da 907 terremoti di magnitudo 3.0 o superiore. Nel 2008 erano 2 soltanto. A febbraio 2016 un sisma di magnitudo 5.1, il terzo più intenso mai registrato nello Stato, ha scosso la zona intorno a Fairview.
A provocare gli eventi tellurici è la reiniezione, nelle profondità della terra, dei liquidi precedentemente sparati ad altissima pressione nei pozzi con l’intento di spaccare gli scisti bituminosi, rocce impermeabili che contengono il gas. Questi fluidi, composti da acqua, sabbia e sostanze chimiche – molte delle quali tossiche – vengono parzialmente risucchiati insieme al gas. Una volta recuperati gli idrocarburi, i liquidi vengono definitivamente smaltiti in formazioni rocciose profonde.
Il governo dell’Oklahoma, meno di un anno fa, ha dovuto riconoscere il collegamento tra fracking e terremoti. L’Ufficio Energia e Ambiente dello Stato ha creato un sito web che pubblica le prove a supporto di questa tesi. Esso include una mappa interattiva che segnala non solo i luoghi colpiti dai sismi, ma anche i siti di oltre 3.000 pozzi attivi di smaltimento delle acque reflue.
Rinnovabili.it
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ecco, in inglese, c'è il rapporto dell'USGS: se volete dilettarvi a leggere ... USGS fracking
quella che vedete qui sopra è la mappa con cui l'USGS ha inchiodato i frackers alle loro responsabilità.. quelle zone negli USA centrali sono, anzi erano, tettonicamente stabili finché la tecnica del fracking non è stato introdotto stabilmente. Traetene le vostre conclusioni: se in una zona tettonicamente stabile accade questo in un paese come il nostro tettonicamente, e vulcanicamente, instabile cosa accade? Bé ce l'avet sotto gli occhi: un esempio sono i terremoti dell'appennino tosco-emiliano, ricordate? Eppure.. eppure si continua; magari ci si sposta di qualche chilometro o si va in mezzo al mare ma alla fine i buchi si fanno comunque!!!!
al momento la situazione, in italia, è questa
e questa

tutto chiaro?
RICORDATE IL REFERENDUM!!!!

mercoledì 28 gennaio 2015

Il 2014 è stato per il mondo l’anno più caldo da circa 150 anni. E all’Italia sta andando peggio

Fonte: greenreport.it
Fonte: 24/01/2015 di triskel182
Icn: «L’aumento delle temperature è stato di +1.45°C rispetto al trentennio 1971-2000».
Il 2014, secondo quanto documentato da Nasa, Noaa, Japan Meteorological Agency, Met Office Uk e dagli altri grandi centri di ricerca che ogni anno analizzano i dati delle temperature globali,  è stato l’anno più caldo da circa 150 anni, cioè da quando esistono misurazioni delle temperature dell’atmosfera. I 10 anni più caldi mai registrati, con l’eccezione del 1998, sono stati tutti dopo il 2000. Una tendenza globale, che trova però la sua conferma anche lungo lo Stivale. Come spiega l’Italian Climate Network (Icn), un’associazione che raggruppa cittadini, aziende, Ong impegnati nel risolvere la questione climatica e assicurare all’Italia un futuro sostenibile, dice che «anche in Italia il 2014 è stato un anno record e i dati confermano come la nostra penisola si stia scaldando più velocemente della media globale e di altre terre emerse del pianeta».

Uno dei fondatori dell’Icn, Stefano Caserini, docente di mitigazione dei cambiamenti climatici al Politecnico di Milano e autore del libro “A qualcuno piace caldo”, analizza i dati diffusi in questi giorni e sottolinea che «questi nuovi record segnano l’ennesima smentita delle tesi negazioniste che negli ultimi anni hanno ripetuto che il riscaldamento globale si era fermato. Avevamo detto che non era così e ora c’è la conferma ufficiale. Archiviamo dunque il negazionismo climatico come abbiamo fatto per quello sui danni del fumo delle sigarette e impegniamoci seriamente e con decisione per ridurre drasticamente le emissioni dei gas climalteranti».
Tornando ai dati del  nostro Paese, i ricercatori dell’Icn spiegano che «l’aumento delle temperature in Italia nel 2014 è stato di +1.45°C rispetto al trentennio 1971-2000; rispetto a questo stesso periodo il riscaldamento medio globale nel 2014 è stato di circa 0,46°C. È normale che in un territorio più piccolo la variabilità sia più elevata e quindi ci siano massimi di temperatura più elevati, ma la tendenza del riscaldamento globale per l’Italia è una volta e mezzo quella delle media delle terre emerse e il doppio di quella di tutto il pianeta, mari compresi».
Per Caserini, «non c’è dubbio che la causa del riscaldamento globale siano le emissioni dei gas climalteranti delle attività umane. Ormai su questo la comunità scientifica ha raggiunto un consenso vastissimo. Siamo ampiamente fuori dalla variabilità naturale del clima; il clima cambia velocemente e le attività umane, in particolare la combustione dei combustibili fossili, ne sono la causa principale negli ultimi decenni, come riportato dall’ultimo rapporto Ipcc. Ma una buona notizia c’è: se la situazione del clima è sempre più preoccupante, numerosi studi dimostrano che è possibile ridurre le emissioni senza danneggiare il sistema economico,  in diversi casi addirittura con molti guadagni. Le azioni da mettere in campo sono molteplici e la principale è riuscire a lasciare sottoterra tre quarti dei combustibili fossili conosciuti».
Caserini conclude: «Le politiche sul clima devono diventare uno dei pilastri di un nuovo modello di sviluppo del nostro Paese. Da subito perché il riscaldamento globale continua a crescere mentre siamo impegnati a rispettare il patto di stabilità e a riscrivere la legge elettorale».
p.s.
questa mi sembra la vera notizia da registrare....... perchè hai voglia di parlare e straparlare di crisi, deficit, e altro ma quando il "proprietario (GEA)" decide di sfrattare i suoi 6, e rotti, mld di occupanti son dolori seri.....

sabato 26 luglio 2014

Qualche riflessione sulle c.d. scie chimiche

il punto è sempre lo stesso: ma la geoingegniera viene applicata praticamente o no? E' solo una delle tante opere di disinformazione per distogliere l'attenzione della gente oppure è un serio problema che si dovrebbe affrontare in fretta e decisamente? Le scie chimiche, la sua manifestazione più evidente, sono solo paure o c'è qualcosa di maggiormente problematico che dovremmo conoscere? Cosa possiamo pensare di queste foto?


e come mai personaggi di spicco, scienziati di spicco, se ne sono occupati? Eccone una lista in questo sito; come potete vedere non sono degli stranamore ma personaggi che hanno avuto riconoscimenti internazionali o addirittura padri della scienza: sia su un lato che dall'altro della barricata ce ene sono e tutti hanno avuto a che fare con questa neo-scienza dissimulata dai governi se non negata. E nel nostro paese? Bè.... ho scoperto questa legge, la 36/94, che all'articolo 2, cito testualmente, comma I° dice: "l'uso dell'acqua per il consumo umano è prioritario rispetto agli altri usi del medesimo corpo idrico superficiale o sotterraneo. Gli altri usi sono ammessi quando la risorsa è sufficiente e a condizione che non ledano la qualità dell'acqua per il consumo umano (qui c'è da fare una piccola riflessione; le successive leggi in materia hanno competamente cancellato questo principio, ispiratore dell'intera legge, sia per ottemperare alla direttiva UE, recepisce a sua volta gli accordi del WTO, che cambia l'orizzonte del consumo dia cqua per uso umano da bisogno a servizio quindi da un uso pubblico, bisogno, a un uso di mercato, servizio, che ne prevede la privatizzazione e il suo pagamento in base a tariffe di mercato e non sociali.. come sta accadendo in italia in controtendenza rispetto a molti paesi europei e non)". Mentre, al comma II° (ed è questa la parte in oggetto) dice: " con decreto emanato, entro sei mesi dalla data di entrata in vigore della presente legge, dal Ministro dell'ambiente, di concerto con il Ministro dei lavori pubblici, ai sensi dell'articolo 17, comma 3, della legge 23 agosto 1988, n. 400, è adottato il regolamento per la disciplina delle modificazioni artificiali della fase atmosferica del ciclo naturale dell'acqua" (anche qui le successive leggi in materia hanno cancellato tutto.... ma solo perchè il livello di gestione è stato portato a livello europeo, da un lato, e ... militare, la NATO, dall'altro; per tacere del rapporto sul clima, realmente allarmante, del pentagono qui riportato dall'Observer). A quanto è dato capire dalla mole di documenti ufficiali, qui ne ho riportato solo alcuni, le scuole di pensiero sono due, dal punto di vista scientifico, e in netto contrasto fra loro: una sostiene che stiamo andando verso un periodo di glaciazione e quindi "è" necessario riscaldare il pianeta eliminando la fascia di ozono parzialmente; l'altra .... il suo opposto ossia che il pianeta bisogna raffreddarlo perchè l'eccessivo riscaldamento sta facendo diminuire l'acqua per uso umano sciogliendo i ghiacci ecc. Tralascio, naturalmente, sia alcune estemporanee considerazioni di qualche noto economista liberista che, in base a calcoli fatti da lui, è un sostenitore del riscaldamento.. come tralascio alcune considerazioni fatte da chi pensa che in fondo non è un grave problema e che i "problemi siano altri" e che l'idea che siamo la prima, e unica, specie che sta preparando la propria estinzione sia un falso problema da lasciare ai "gombloddisti"... non m'interessano perchè ritengo facciano parte di quel rumore di fondo di cui siamo vittima nella società dell'informazione. M'interessa il perchè, invece, nessuno, mai, ha messo insieme tutti i tasselli del mosaico ma si è specializzato in una cosa: chi le scie; chi l'haaarp; chi la capacità di intervenire con le onde elettromagnetiche (no so se ricordate ma qualche tempo fa postai un video di History channel dal titolo "guerre climatiche" dove, fra le varie cose, a un certo punto un ricercatore dimostrò che era possibile, usando una certa frequenza d'onda, se ci si trovava su una faglia, dar luogo a un terremoto anche se localizzato) sulle faglie; chi ancora la capcità, acclarata, di usare le scariche elettromagnetiche per un uso militare (provocare fulmini o piogge torrenziali), ecc.. Mai nessuno ha messo tutto insieme, mai nessuno di noi.. perchè i governi l'hanno fatto eccome: gli americani con il pentagono; noi, via UE, con le agenzie europee che da un lato non negano ma mai ammettono; gli inglesi con il Progetto S.P.I.C.E. (Stratospheric Particle Injection Climate Engineering) che inizierà nell'ottobre 2010 con un programma di sperimentazioni che si avvierà  entro il 2014 per sperimentare diverse particelle, fra cui quelle d'oro,  ideali per lo scopo.. già ma quale scopo? Eccolo il problema, la domanda di fondo: ma qual'è il problema? Qual'è la domanda di fondo? Fermare la mutazione climatica, di cui in parte siamo responsabili? Indirizzarla verso il caldo o il freddo, a seconda di quale corrente scientifica abbia credito da parte dei governi? Farne un uso militare di difesa o di offesa (il che ne spiegherebbe la segretezza)? Assicurarsi il controllo del clima significa poter controllare quel che fanno i propri avversari e/o competitor e danneggiarli o evitare che possano essere fatti danni al proprio paese?
E' un dilemma serio perchè da una lettura dei documenti, ci è voluto del tempo, lo scenario che ne esce è ..... alquanto controverso:
  1. sicuramente c'è molta disinformazione da parte dei media e dei governi, perchè?
  2. sicuramente qualcosa sta accadendo perchè l'impressione che qualcosa nel clima non va come dovrebbe andare e l'estrema sua variabilità dovrebbe far pensare, e invece perchè tutto è ridicolizzato?
  3. sicuramente le scie le vediamo tutti così come vediamo che la temperatura sta cambiando, che cosa fanno i governi?
.... personalmente mi concedo il beneficio del dubbio perchè non so cosa realmente ci sia sotto, se c'è qualcosa sotto, nè so cosa si stia facendo ma vista la tendenza che stanno prendendo le società non mi meraviglierei che qualcuno sta giocando con il destino di tutti per proprio profitto o per impedire ad altri di poterne fare: noi siamo nel mezzo, come sempre.....
Vi lascio, per le vostre riflessioni e, spero, commenti anche un video che non rigarda direttamente il tema proposto direttamente ma tangenzialmente.......... riguarda un aspetto più prossimo a noi ma, se si segue l'idea di mettere insieme tutti i tasselli, a mio parere ne completa il quadro...

buona domenica.... climaticamente parlando

martedì 22 aprile 2014

Earth day 2014: serve ancora la ricorrenza....

Ogni volta, e a ogni ricorrenza, mi sovviene il dubbio: serve davvero che ci sia una ricorrenza? Stavolta tocca all'earth day.

Iniziative, dibattiti, discussioni, ecc. ma poi... passata la festa gabbato lo santo ossia passato il giorno durante il quale tutti laviamo la coscienza tutto torna come prima più o meno: se ne sono accorti anche i media che hanno deciso di cambiare registro; niente più allarmismi nè report terrorizzanti nè altro.. ma opere di bene ossia positività e realismo (fermo restando che l'Ipcc panel, come riportato da anche da questo blog, ha parlato chiaro.. fra 17 anni o si cambia o la festa è finita) o, per dirla come va di moda ora, sobrietà. Perchè? Semplice: la gente, noi, è anestetizzata; è diventata, o ha sviluppato fa lo stesso, indifferente a tutto o quasi quindi si lascia scivolare addosso tutto, earth day compreso. Non tutti, sia chiaro, ma buona parte si. Che fare? Era necessario cambiare l'angolazione: i consumatori non sono più facili da stimolare: non hanno soldi nè voglia quindi cambiare, cambiare, cambare.. quando te fai entrare nella mente delle persone che in fondo, come scrisse un economista americano, il riscaldamento globale avrebbe si portato dei costi ma ci sarebbero stati pure dei benefici..... soprattutto per i derelitti del pianeta cosa vuoi di più.. eppoi c'è la crisi si proprio questo totem creato apposta per tenerci buoni: siamo già nei guai a causa della crisi quindi non si può far gravare sulle "povere" aziende anche i costi dell'ambiente che loro inquinano scaricandone i costi sui cittadini e sulla stato: non solo in italia ma ovunque sul pianeta.
A tutto ciò, poi, si aggiunge quello che comunemente definiamo "industrialismo" (sostenuto, questo è davvero strano, da liberisti e marxisti) ossia quell'idea che dal 1700 in poi vede una parte che ci mette i soldi e un altra che lavora per vivere vendendo professionalità, braccia ecc. d'altronde anche la religione lo sostiene, no? "Con dolore ne trarrai il cibo per tutti i giorni della tua vita ..... Con il sudore del tuo volto mangerai il pane; finché tornerai alla terra, perché da essa sei stato tratto: polvere tu sei e in polvere tornerai!" detto tutto.... 
E' ancora valida l'idea di tenere le varie ricorrenze, earth day compresa, visto che poi il giorno dopo ogni cosa è come prima, se non peggio? Bambini continuano a morire o a lavorare 18 ore al giorno incatenati a macchine; in cina, nonostante ci sia una lotta durissima degli operai, oggi ne sono scesi in piazza 40 mila, si continua a inquinare come s'inquina negli usa e in germania.. per tacere del nostro paese: che ce ne facciamo dell'earth day?

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