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giovedì 8 agosto 2019

Cambiamenti climatici, “eventi estremi aumenteranno: così pregiudicata produzione agricola. Effetti maggiori in Africa e Asia”

Fonte: Il Fatto Quotidiano Ambiente & Veleni | 8 Agosto 2019

Sono le conclusioni del rapporto Cambiamento climatico e territorio, redatto dall'Ipcc, il comitato scientifico dell'Onu sul clima: "Ci saranno più guerre e migrazioni. È alto il rischio di desertificazione e incendi anche nel Mediterraneo". Le soluzioni: "Produzione sostenibile di cibo, gestione carbonio organico, conservazione ecosistemi e riduzione deforestazione"


Siccità e piogge estreme pregiudicheranno la produzione agricola e la sicurezza delle forniture alimentari. Così i cambiamenti climatici influiranno già dai prossimi anni sull’offerta di cibo e acqua nel mondo, facendo aumentare i prezzi e riducendo le risorse a disposizione dei più poveri. È la previsione contenuta nel nuovo Special Report on Climate Change and Land del comitato scientifico dell’Onu sul clima, l’Ipcc (Intergovernmental panel on climate change) presentato oggi a Ginevra. Lo stesso, per intenderci, che a ottobre 2018 ha lanciato l’allarme globale su ciò che accadrà se non si ridurrà subito l’emissione dei gas serra: già nel 2030 il riscaldamento globale potrebbe superare la soglia di +1,5 gradi Celsius dai livelli pre-industriali con conseguenti devastanti. Il nuovo rapporto (scritto da 107 scienziati di spicco provenienti da 52 paesi di tutto il mondo) si è concentrato, invece, sugli effetti che i cambiamenti climatici avranno sull’offerta alimentare globale. Secondo l’Ipcc a pagarne le conseguenze saranno soprattutto le popolazioni più povere di Africa e Asia, con guerre e migrazioni. Ma anche il Mediterraneo è ad alto rischio di desertificazione e incendi. Basti pensare che la diffusione del dossier arriva nelle stesse ore in cui, dopo l’impegno arrivato in Italia dal Consiglio regionale della Toscana a giugno scorso, l’Emilia-Romagna ha dichiarato emergenza climatica e ambientale con un atto già ufficializzato da una delibera della Giunta.
I dati – Dal rapporto emerge che dal periodo preindustriale la temperatura sulle terre emerse è già aumentata di 1,53 gradi centigradi. La media globale dell’aumento è di 0,87 tenendo conto della variazione di temperatura sopra gli oceani. Più di un quarto della terra del Pianeta è soggetta al “degrado indotto dall’uomo” e la produzione di bioenergia può rappresentare un pericolo consistente per la sicurezza alimentare e la degradazione del suolo. Il rischio, infatti, è quello di privarci di preziosi terreni agricoli, spostando piantagioni e pascoli per il bestiame in aree naturali di grande importanza per la conservazione della biodiversità e la salvaguardia del clima, come le foreste. Il rapporto dell’Ipcc fornisce anche altri dati, importanti per capire gli squilibri che hanno portato al punto in cui siamo ora. Il 23% delle emissioni di gas a effetto serra prodotte dall’attività umana derivano proprio da deforestazione, incendi e agricoltura industriale. Negli ultimi 60 anni il consumo di carne è più che raddoppiato e il suolo è stato convertito a uso agricolo a un ritmo senza precedenti nella storia umana. Così, mentre nel mondo ci sono circa due miliardi di adulti in sovrappeso o obesi, 821 milioni di persone sono denutrite. Questi i dati da cui si è partiti per arrivare a prevedere il prossimo futuro.
Rischi alti anche a 1,5 gradi – L’obiettivo più ambizioso dell’Accordo di Parigi sul clima siglato nel 2015 è quello di rimanere con un riscaldamento globale a 1,5 gradi dai livelli pre-industriali. Anche così, secondo gli scienziati dell’Ipcc, sono ‘alti’ i rischi che ci si ritrovi davanti a emergenze come scarsità d’acqua, incendi, instabilità nella fornitura di cibo e degrado del permafrost. Quest’ultimo è un fenomeno che avviene in risposta al riscaldamento della superficie del suolo che, a sua volta, è un effetto dell’aumento della temperatura dell’aria. Nell’ultimo mezzo secolo si sta verificando in molti settori dell’Artico.
Se si arriverà a +2 gradi – Ma il rapporto analizza anche le conseguenze che ci troveremo ad affrontare nell’ipotesi che il cambiamento climatico raggiungerà o supererà i 2 gradi (l’obiettivo minimo di Parigi). In quel caso, infatti, i rischi fin qui elencati vengono considerati ‘molto alti’. “Con l’aumento delle temperature – prevede lo studio – la frequenza, l’intensità e la durata degli eventi collegati al caldo, comprese le ondate di calore, continueranno a crescere nel 21° secolo”. Aumenteranno quindi la frequenza e l’intensità delle siccità, particolarmente nella regione del Mediterraneo e dell’Africa meridionale, come pure gli eventi piovosi estremi. Si prevede un calo nella sicurezza rispetto alle forniture di cibo proporzionale all’aumento della grandezza e della frequenza degli eventi atmosferici estremi, che spezzeranno la catena alimentare. Se aumenteranno le emissioni di CO2, un’altra conseguenza potrebbe essere quella di un calo della qualità nutritive dei raccolti.
La mappa delle aree più a rischio – Nelle regioni aride, il cambiamento climatico e la desertificazione causeranno riduzioni nella produttività dei raccolti e del bestiame. Le zone tropicali e subtropicali saranno le più vulnerabili. Gli scienziati che hanno lavorato al rapporto prevedono il maggior numero di persone che patiranno direttamente le conseguenze dell’aumento della desertificazione vivono tra Asia e Africa, mentre Nord America, Sud America, Mediterraneo, Africa meridionale e Asia centrale vedranno aumentare il numero di incendi.
L’allarme incendi è già una realtà nelle aree più fredde del pianeta – D’altro canto ciò che è accaduto tra luglio e agosto 2019 è più che un campanello d’allarme. Da giugno decine e decine di incendi si sono sviluppati lungo le coste del mar Glaciale Artico, in Groenlandia, Russia, Canada e Alaska. Oltre 3,2 milioni di ettari di foresta sono andate in fumo in Russia: le regioni più colpite sono quelle di Krasnoyarsk e Irkutsk, in Siberia, e la Yakuzia, nell’estremo nord-est. E se in queste aree del pianeta i roghi sono frequenti tra maggio e ottobre, è pur vero che per intensità e durata quelli di quest’anno non avevano precedenti e hanno rappresentato una concreta minaccia per lo scioglimento dei ghiacci nell’Artide.
Le migrazioni e i conflitti – I cambiamenti climatici portano con sé altri effetti. “Possono amplificare le migrazioni sia all’interno dei paesi che fra un paese e l’altro” sottolineano gli scienziati. Eventi atmosferici estremi possono portare alla rottura della catena alimentare, minacciare il tenore di vita, esacerbare i conflitti e costringere la gente a migrare. D’altro canto già nel 2018 la Banca Mondiale ha pubblicato un report sul tema della migrazione forzata provocata dal cambiamento climatico, stimando che entro il 2050 saranno almeno 143 milioni le persone costrette a spostarsi all’interno del proprio paese per ragioni legate al cambiamento climatico. Di questi 143 milioni, oltre la metà saranno in Africa Sub-sahariana. “Il cambiamento climatico – conferma il rapporto dell’Ipcc – aumenterà gli impatti economici negativi della gestione non sostenibile del territorio”.
Gli strumenti per ridurre le emissioni – Ed è proprio la gestione del territorio, secondo il comitato scientifico dell’Onu sul clima, la chiave per poter trovare una soluzione e allontanare il disastro. Una gestione basata su produzione sostenibile di cibo, gestione sostenibile delle foreste, gestione del carbonio organico nel suolo, conservazione degli ecosistemi, ripristino del territorio, riduzione della deforestazione, del degrado e della perdita e dello spreco di cibo. Tutte azioni che farebbero ridurre le emissioni di gas serra e, quindi, il riscaldamento globale. Secondo lo studio, alcune misure hanno un impatto immediato, mentre altre richiedono decenni per ottenere risultati. Sono immediatamente efficaci la conservazione degli ecosistemi che catturano grandi quantità di carbonio, “come le paludi, le zone umide, i pascoli, le mangrovie e le foreste”. Nelle grandi aree verdi, piante e alberi catturano l’anidride carbonica dell’atmosfera e la conservano in tronchi e foglie. Questi, in seguito, si decompongono a terra e lasciano la CO2 imprigionata nel terreno (il cosiddetto carbonio organico nel suolo). Misure di lungo periodo sono, invece, forestazione e riforestazione, attività forestali, ripristino di ecosistemi ad alta cattura di carbonio e dei suoli degradati. “Il suolo e la biodiversità stanno soffrendo una pressione enorme a causa dell’aumento della deforestazione in Amazzonia e degli incendi che proprio in questi giorni stanno devastando Siberia e Indonesia” ha commentato Martina Borghi, campagna foreste di Greenpeace Italia. Sottolineando che “alla luce del nuovo rapporto Ipcc, i governi dovranno aggiornare e migliorare i propri piani d’azione per mantenere l’innalzamento delle temperature globali sotto il grado e mezzo”.

giovedì 8 novembre 2018

La Russia e la corsa a trivellare l'Artico

Fonte: No all'Italia petrolizzata
E' l'ultima frontiera dei trivellatori, l'Artico, un tempo ostico ed impossibile da sfruttare ma sempre piu' appetibile grazie ai cambiamenti climatici, creati dai trivellatori stessi.

La Russia e' in prima fila nel piantare le proprie trivelle in cima al mondo, letteralmente e figurativamente, ma la Cina non sta a guardare.

E hai voglia a predicare.

Tutti sappiamo che l'aumento delle temperature porta allo scioglimento dei ghiacciai, anzi secondo le stime dell'IPCC, l'Intergovernmental Panel on Climate Change delle Nazioni Unite, se tutto va avanti come adesso, entro il 2040 l'Artico restera' senza ghiaccio.

Ovviamente questo e' musica per le orecchie dei trivellatori, con nuove rotte marine dove prima c'era ghiaccio e con la promessa di petrolio e gas sgorganti dal sottosuolo.

La Russia e' la piu' determinata di tutte, se non altro perche' e' la piu' vicina geograficamente all'Artico che si scioglie, perche' economicamente vive di idrocarburi e perche' prima di tutte ha deciso di sfruttare i mari dell'Artico e di accapparrarsene i diritti.

Lo scioglimento delle nevi significa non solo nuovi giacimenti, ma anche minori tempi per il trasporto di petrolio attraverso le nuove acque: si calcola che i tempi per navigare dall'Asia all'Europa si accorcera' del 35-40% rispetto al passaggio attraverso l'Asia rispetto al passaggio attraverso il canale di Suez o dell'oceano indiano.

E cosi Venta Maersk e' stata la prima nave ad attraversare l'Artico da Vladivostok a San Pietroburgo, qualche mese prima la ditta russa Novatek ha mandato un carico di gas liquefatto in Cina dalla Siberia attraverso l'Artico con 19 giorni invece dei tradizionali 35 lungo il canale di Suez.

La Russia ha pure 40 navi rompighiaccio, incluso alcune che vanno ad energia nucleare, piu' potenti e che non abbisogano di rifornimenti. Gli USA invece hanno solo due navi rompighiacchi.

Ci vogliono un miliardo di dollari a nave, e dieci anni per costruirle.

USA, Canada, Norvegia, Danimarca, Svezia, Finlandia e Islanda hanno tutti interessi in Artico, e quindi e' comprensibile che vogliano contrastare la Russia. La Cina pero' afferma che l'Artico non e'  di nessuno e che quindi e' di tutti.

Vogliono acchiappare anche loro quel che possono.

E infatti si sono definiti una superpotenza polare nel 2014. Nel 2018 hanno pure rilasciato una politica cinese dell'Artico per difendere i propri interessi e quindi hanno iniziato a costruirsi rompighiacci pure loro e annunciano di volere costruire una via della seta polare.

L'Artico e' governato da una serie di trattati fra cui uno delle Nazioni Unite del 1982 chiamato United Nations Convention on the Law of the Sea (UNCLOS).  Questo UNCLOS delinea le estensioni dei mari territoriali, zone economiche, diritti di passaggio, diritti e doveri di sviluppo, protezione ambientale. Non si parla di sicurezza militare.

Ci sono gia' litigi: il Lomonosov ridge e' lungo 1800 chilometri ed e' al cuore di dispute fra la Russia, Canada e Danimarca. Il motivo?

Petrolio.

Si pensa infatti che il Lomonosov ridge sia particolarmente ricco di idrocarburi e la Russia vuole che siano tutti loro. Per esempio, gia' nel 2007, una spedizione russa, Arktika 2007 giunse alla conclusione che questo Lomonosov e' una estensione della massa continentale russa e piantarono qui bandiere russe.

Canada e Danimarca dicono di no; anzi la Danimarca dice che e' una estensione della Groenlandia.

Putin non ha mai fatto mistero di queste sue ambizioni polari che esistono da piu' di dieci anni.

Nel 2012 i russi hanno proposto di chiamare l'oceano artico l'oceano "russo" come dire e' cosa nostra. Il paese sta anche creando una presenza militare in artico, con un Arctic Joint Strategic Command, e addrittura sta rimodernando aereoporti costruiti durante il tempo della guerra fredda.  E' stata istituita una Northern Sea Route Administration, una agenzia russa che ha lo scopo di governare il passaggio di navi e il traffico in Artico.

Putin cerca pure di aumentare i suoi alleati strategici in zona, per esempio creando accordi con India (perche' India? non si sa, ma forse perche' India e Cina non sono tanto amiche...)

Ovviamente non e' solo il controllo dell'Artico ma anche proprio dello sfruttamento petrolifero. La ditta Rosneft ha gia' iniziato a trivellare in Artico nel 2017 in una concessione detta Khatangsky nel  Laptev Sea.

Si parla di 590 milioni di barili di petrolio di alta qualita' - leggero e a basso tenore sulfureo; un enorme ricchezza.

Oltre a Rosneft c'e' Gazprom che invece gestisce la piattaforma Prirazlomnoye nel Pechora Sea e le cui trivelle sono state inaugurate nel 2013. Anche qui si parla di 513 milioni di barili di petrolio.

Rosneft vuole trivellare nel Barents Sea, nel Kara Sea e in tutta l'area russa dell'Artico: hanno almeno 28 concessioni per un totale di 250 miliardi di barili. Sono numeri impossibilmente grandi.

Sanzioni o non sanzioni, i russi vanno avanti: non possono usufruire di beni e servizi tecnologici da paesi terzi, per via di queste sanzioni, ma dicono che troveranno i fondi fuori dalle sanzioni perche' l'Artico e' importante per la loro economia. Vogliono che il 20-30 percento di tutto il loro petrolio e gas venga dall'Artico entro il 2050.

La morale della favola e' che in questa corsa geopolitica a chi arriva prima in Artico, ci sono tanti calcoli: petrolio, navi, risorse, sogni di vanagloria.

E al resto del pianeta chi ci pensa?

Davvero Russia e Cina avranno a cuore la biodiversita' del pianeta, davvero sapranno "controllarsi"? Come gia' ci mostra la russia, non credo. La cosa piu' ironica e' che tutto questo nuovo sfruttamento dell'Artico e' reso possibile dai cambiamenti climatici, che le azioni dei russi rendera' piu' estremo, con questo maggior petrolio estratto, venduto, consumato.

 Ci vorrebbe solo un grande accordo: "l'Artico non si trivella".

mercoledì 10 ottobre 2018

Riscaldamento globale, rapporto Ipcc: “Se non freniamo aumento temperature, ancora più tempeste, alluvioni e siccità”

Fonte: Il Fatto Quotidiano di | 8 ottobre 2018
Quattrocento pagine per spiegare cosa accadrà se il riscaldamento globale dovesse superare 1,5°C. In estrema sintesi: sarebbe un disastro da evitare a tutti i costi. Secondo il rapporto Global Warming presentato oggi al summit di Incheon-Songdo, in Corea del Sud, dal Gruppo intergovernativo sul cambiamento climatico (Ipcc), la superficie terrestre si è riscaldata di un grado, abbastanza per provocare un’escalation di tempeste, alluvioni e siccità mortali. Andando di questo passo si prevede un ulteriore aumento di tre, quattro gradi. Secondo lo studio, il primo in cinque anni sul cambiamento climatico, se si dovesse continuare a emettere la stessa quantità di CO2, l’aumento di temperatura del pianeta supererà il grado e mezzo già nel 2030. Ma quella soglia non deve essere superata. Sono quattro i percorsi possibili tracciati nello studio per riuscire nell’impresa.
Il rapporto, commissionato e approvato dai governi che nel 2015 avevano firmato l’Accordo di Parigi, arriva proprio alla vigilia della riunione dei ministri europei dell’ambiente, domani a Bruxelles, chiamati ad adottare la posizione europea per la prossima Conferenza sul clima (COP24) di Katowice, in programma a dicembre e nell’ambito della quale i governi rivedranno l’Accordo di Parigi per affrontare i cambiamenti climatici. Lo studio non potrà che essere un punto di riferimento per la stessa Conferenza, perché entra nel vivo delle difficoltà di raggiungere l’obiettivo, vista l’inadeguatezza delle politiche messe in campo finora.
Lo scenario descritto nel rapporto
Il dossier è frutto di due anni di lavoro di 91 ricercatori, provenienti da 44 Paesi, che hanno esaminato 6mila studi in materia e valutato 42mila recensioni di colleghi e governi. Secondo gli esperti dell’Ipcc, le conseguenze del riscaldamento di un grado della superficie terrestre sono già sotto gli occhi di tutti: tra gli altri cambiamenti, condizioni meteorologiche estreme, innalzamento del livello del mare e diminuzione del ghiaccio marino artico. Tuttavia è ancora possibile limitare il riscaldamento globale a un aumento di 1,5 gradi Celsius, ma occorrono “cambiamenti rapidi, di ampia portata e senza precedenti”. Il report mostra come le emissioni globali debbano diminuire di circa il 45% entro il 2030 rispetto ai livelli del 2010, per poi essere totalmente azzerate al massimo entro il 2050. Questo significa che eventuali emissioni residue dovranno essere compensate rimuovendo CO2 dall’aria con tecniche la cui efficacia non è dimostrata su larga scala e che potrebbero comportare rischi significativi per lo sviluppo sostenibile. Se si dovesse continuare a emettere CO2 ai ritmi odierni, invece, ci si attende che la temperatura del pianeta superi il grado e mezzo di aumento già tra il 2030 (ossia fra appena 12 anni) e il 2052. Per rimanere sotto la soglia, quindi, servono da subito enormi investimenti, con una spesa annua pari al 2,5 per cento dell’intero prodotto interno lordo mondiale per almeno 20 anni.
I benefici: minore innalzamento dei mari e minore scioglimento dei ghiacci
Cosa cambierebbe, in termini concreti, se si superasse il grado e mezzo Celsius, magari arrivando anche alla soglia dei due gradi teorizzata dall’economista di Yale, William Nordhaus, appena insignito del Premio Nobel? Secondo gli autori del rapporto il riscaldamento globale a 1,5°C invece che a 2°C “potrebbe andare di pari passo con il raggiungimento di una società più sostenibile ed equa”. Intanto nel 2100 l’innalzamento del livello del mare su scala globale sarebbe più basso di 10 centimetri con un riscaldamento globale di 1,5°C invece che 2°C. L’Oceano Artico si ritroverebbe senza ghiaccio in estate solo una volta ogni cento anni, invece che almeno una volta ogni dieci anni, mentre le barriere coralline diminuirebbero del 70-90 per cento invece che scomparire quasi totalmente con una riduzione di circa il 99 per cento.
I quattro percorsi suggeriti 
Quattro i percorsi possibili per mantenere il riscaldamento globale entro 1,5 gradi dai livelli pre-industriali, l’obiettivo più ambizioso dell’Accordo di Parigi. Tutti e quattro prevedono la riduzione della quantità di gas serra nell’atmosfera prodotto dall’uomo. Due le modalità: attraverso il taglio delle emissioni (passaggio a energie rinnovabili e veicoli elettrici, efficienza energetica, riciclo dei rifiuti, riduzione del consumo di carne) e attraverso la rimozione della Co2 (riforestazione, cattura e stoccaggio del carbonio, procedimento quest’ultimo ancora sperimentale). Il primo percorso indicato dall’Onu prevede di puntare sul risparmio energetico e la riforestazione. Il secondo si pone come obiettivo una elevata sostenibilità di tutti i settori produttivi, con un limitato uso dello stoccaggio di carbonio (che ad oggi è fattibile tecnicamente, ma non ancora sostenibile economicamente). Il terzo scenario vede i settori dell’energia e industriale simili a oggi, ma con una maggiore attenzione alla sostenibilità e un ricorso significativo al ‘carbon storage’. Il quarto percorso (quello più caro all’amministrazione Trump, ma tecnicamente futuribile) prevede uno sviluppo basato sulle fonti fossili, con forti emissioni riassorbite dallo stoccaggio di carbonio.
Il ruolo dell’Italia
Domani i ministri europei dell’ambiente si riuniranno a Bruxelles. “L’Italia può e deve avere un ruolo da protagonista in Europa non solo per tradurre in realtà la promessa di Parigi, ma soprattutto per accelerare la transizione, fondata su efficienza energetica e rinnovabili, verso la decarbonizzazione dell’economia europea” ha commentato, dopo la pubblicazione del rapporto, Edoardo Zanchini, vicepresidente di Legambiente, secondo cui “il Consiglio Ambiente deve impegnarsi ad aumentare entro il 2020 gli obiettivi europei, in linea con la traiettoria di riduzione delle emissioni compatibile con la soglia critica di 1.5°C, così da poter raggiungere zero emissioni nette entro il 2040”.

martedì 22 aprile 2014

Earth day 2014: serve ancora la ricorrenza....

Ogni volta, e a ogni ricorrenza, mi sovviene il dubbio: serve davvero che ci sia una ricorrenza? Stavolta tocca all'earth day.

Iniziative, dibattiti, discussioni, ecc. ma poi... passata la festa gabbato lo santo ossia passato il giorno durante il quale tutti laviamo la coscienza tutto torna come prima più o meno: se ne sono accorti anche i media che hanno deciso di cambiare registro; niente più allarmismi nè report terrorizzanti nè altro.. ma opere di bene ossia positività e realismo (fermo restando che l'Ipcc panel, come riportato da anche da questo blog, ha parlato chiaro.. fra 17 anni o si cambia o la festa è finita) o, per dirla come va di moda ora, sobrietà. Perchè? Semplice: la gente, noi, è anestetizzata; è diventata, o ha sviluppato fa lo stesso, indifferente a tutto o quasi quindi si lascia scivolare addosso tutto, earth day compreso. Non tutti, sia chiaro, ma buona parte si. Che fare? Era necessario cambiare l'angolazione: i consumatori non sono più facili da stimolare: non hanno soldi nè voglia quindi cambiare, cambiare, cambare.. quando te fai entrare nella mente delle persone che in fondo, come scrisse un economista americano, il riscaldamento globale avrebbe si portato dei costi ma ci sarebbero stati pure dei benefici..... soprattutto per i derelitti del pianeta cosa vuoi di più.. eppoi c'è la crisi si proprio questo totem creato apposta per tenerci buoni: siamo già nei guai a causa della crisi quindi non si può far gravare sulle "povere" aziende anche i costi dell'ambiente che loro inquinano scaricandone i costi sui cittadini e sulla stato: non solo in italia ma ovunque sul pianeta.
A tutto ciò, poi, si aggiunge quello che comunemente definiamo "industrialismo" (sostenuto, questo è davvero strano, da liberisti e marxisti) ossia quell'idea che dal 1700 in poi vede una parte che ci mette i soldi e un altra che lavora per vivere vendendo professionalità, braccia ecc. d'altronde anche la religione lo sostiene, no? "Con dolore ne trarrai il cibo per tutti i giorni della tua vita ..... Con il sudore del tuo volto mangerai il pane; finché tornerai alla terra, perché da essa sei stato tratto: polvere tu sei e in polvere tornerai!" detto tutto.... 
E' ancora valida l'idea di tenere le varie ricorrenze, earth day compresa, visto che poi il giorno dopo ogni cosa è come prima, se non peggio? Bambini continuano a morire o a lavorare 18 ore al giorno incatenati a macchine; in cina, nonostante ci sia una lotta durissima degli operai, oggi ne sono scesi in piazza 40 mila, si continua a inquinare come s'inquina negli usa e in germania.. per tacere del nostro paese: che ce ne facciamo dell'earth day?

lunedì 14 aprile 2014

17 anni: il tempo che ci resta...

Sembra l'ultima profezia ma non è così: chiunque abbia alemno una volta nella sua vita letto un giornale che si occupa, anche, di clima e meteo.. lo sa da sempre. Sono decenni che i climatologi lo dicono ma restano inascoltati... e ora ci siamo. Secondo il report di un altro gruppo di lavoro del Ipcc, peraltro in inglese l'avevo già presentato poco tempo fa, è questa la data limite: 17 anni per invertire la rotta.. oltre questa data ci son solo problemi ma non per il pianeta ma per noi. Ci si aspetterebbe che comprendessimo la cosa e cominciassimo a fare pressione sulla classe parassitaria che ci dirige e invece.... invece pare che l'unico problema siano i diritti.. dell'(ex) amministratore di FS ora AD di Finmeccanica (con De Gennaro Presidente), o di Marcegaglia all'ENI (con De Scalzi AD) o del tandem Todini-Caio alle Poste.. ma il rinnovamento? E la riduzione di stipendi? Mica gli diamo la miseria di 238 mila euro all'anno solo? Non sarà che poi quello che manca arriverà dagli accessori e dalle stock option? DOV'E' il rinnovamento? Il Blair de noantri sta gettando la maschera perpagare le cambiali che ha firmato per arrivare dov'è ora....
Torniamo, però, all'ambiente. Entro il 2050 dobbiamo, non dovremmo ma proprio DOBBIAMO, da un minimo del 40 a (un ottimale) 70% le emissioni di anidride carbonica se vogliamo avere una speranza che entro il 2100 si eviti un aumento fra i 3 e i 4 gradi complessivi della temeperatura del globo: altrimenti, per i credenti, è meglio pregare e per gli altri icrociare le dita e non solo della mani...

martedì 1 aprile 2014

Clima, l’Onu: “Guerre e conflitti sociali? Colpa anche di siccità, carestie e alluvioni”

l'Ipcc ha finalmente presentato il report sul clima.... e signore e sinori siamo proprio nei guai. Potevo farci un post ma ho preferito invece, per l'esattezza della comunicazione e non solo, presentarvi quanto scritto sul Fatto Quotidiano del 1/4/2014 a firma di Melania Carnevali: meglio non saprei fare.... ah dimenticavo: qui c'è il report dell'Ipcc ma è in inglese, se lo conoscete ok sennò vi accontentate di quanto scritto sotto.
p.s.
se provate sentimenti come angoscia, preoccupazione, dolore e rabbia siete in ottima compagnia... li ho provati anch'io leggendo il report in originale
ecco di seguito l'articolo
Guerre, emigrazioni, povertà e conflitti sociali. La sicurezza mondiale è messa a rischio dal cambiamento climatico. A sostenerlo è il rapporto dell’Intergovernmental panel on climate change, il gruppo intergovernativo formato dai maggiori esperti mondiali sul cambiamento climatico, istituito nel 1988 da due organismi delle Nazioni Unite proprio con l’obiettivo di studiare il riscaldamento globale e i suoi effetti. Per la prima volta il gruppo di esperti del Working Group II dell’Ipcc trova un nesso diretto fra il cambiamento climatico e l’insicurezza mondiale.
L’Ipcc, insignito del premio Nobel per la pace nel 2007, base le sue analisi principalmente sulla letteratura scientifica – informazioni tecniche e socio-economiche – e si occupa di trarre valutazioni per la comprensione dei mutamenti climatici, dei loro impatti potenziali e delle soluzioni da proporre alle politiche pubbliche. È diviso in tre gruppi di lavoro: il Working Group I, che si occupa delle basi scientifiche dei cambiamenti climatici, il Working Group II che si occupa degli impatti e delle soluzioni e il Working Group III che cerca alternative per la mitigazione dell’impatto ambientale dell’uomo (come la riduzione dell’emissione di Co2). Il rapporto del Working Group I dell’Ipcc è stato presentato a Stoccolma nel settembre 2013. Ieri è stato il turno del secondo gruppo di lavoro, il terzo verrà presentato ad aprile a Berlino, mentre l’intera pubblicazione del “Quinto rapporto di valutazione” si concluderà il prossimo ottobre con il rapporto di sintesi.
Il cambiamento rispetto all’ultimo rapporto di valutazione pubblicato nel 2007 è notevole. Allora gli scienziati sottolineavano il grande impatto dell’attività umana sull’ambiente e l’importanza di fermare il riscaldamento globale: emergeva però solo la criticità ambientale e non quella sociale. L’ultimo rapporto invece collega i conflitti sociali e l’insicurezza mondiale al riscaldamento globale e aumenta il livello di rischio: nel 2007 nel grafico di sintesi era “alto” e di colore rosso acceso, ora il livello è “molto alto” ed è viola. Con questo gli scienziati non vogliono dire che il caldo aumenti direttamente la violenza, ma che crea le condizioni che vi portano. La siccità, la mancanza di cibo, le alluvioni: tutti elementi che innescano una corsa alle risorse e agli spazi, a maggior ragione in un periodo in cui la popolazione mondiale è in crescita, mentre risorse e spazi diminuiscono per effetto, appunto, del cambiamento climatico. In altre parole il riscaldamento globale è un “moltiplicatore di conflittualità”: crea le condizioni per conflitti, guerre ed emigrazioni, che a loro volta creano ulteriori conflitti. “L’interferenza umana con il sistema climatico – inizia il rapporto – si sta verificando e il cambiamento climatico pone seri rischi per i sistemi naturali e umani”.
In quelle circa 50 pagine rivolte ai leader politici di tutto il mondo, il team di scienziati ricorda come i cambiamenti climatici stiano già colpendo l’agricoltura, la salute, gli ecosistemi terrestri e marini, l’approvvigionamento idrico e i mezzi di sussistenza di tutti i paesi, non solo quindi quelli del Terzo mondo. Tuttavia gli effetti saranno peggiori se il ciclo non si inverte. Il cambiamento climatico può infatti, secondo l’Ipcc, destabilizzare il mondo in modi diversi. In primo luogo con le emigrazioni di massa, che renderanno più difficile per i paesi mantenere il controllo delle loro popolazioni. “Il profugo ambientale – si legge nel report – non sarà più un’eccezione”. Ne è un esempio il Bangladesh dove il mare sta divorando lentamente pezzi di terra nel lato del Gange costringendo migliaia di contadini a lasciare le loro terre verso le città, dove, non a caso, nel 2013 si è registrato un picco di conflitti sociali e di abusi dei diritti umani. Lo stesso segretario generale delle Nazioni Unite, Ban Ki-Moon, ha associato la guerra in Sudan e una “guerra ecologica” che ha provocato un milione di profughi.
Il team di esperti dell’Ipcc ripete la parola rischio in tutto il report e chiede di fermare l’impatto umano sull’ambiente, in modo da bloccare questo circolo vizioso. Il copresidente del Workin Group II, Vicente Barros, ha commentato durante la presentazione del report a Yokohama: “Viviamo in un’epoca segnata da cambiamenti climatici di origine antropica. In numerosi casi non siamo preparati ai rischi climatologici ai quali facciamo già fronte. Investire in una migliore preparazione può anche essere pagante tanto adesso che in futuro”.
p.s. 2
cosa c'è mai da aggiungere?
leggete anche i link

martedì 29 novembre 2011

Clima mare-"Monti".......

Prima i fatti di casa..... habemus pletora di Sottosegretari, Viceministri e Ministro annesso; indovinate un pò? Funzione pubblica. Partiamo dall'ultimo: il nuovo Ministro alla Funzione pubblica é/era ....Capo di Gabinetto del Ministro Brunetta, altro che discontinuità, vero? E andando avanti non va meglio:
Grilli. Direttore del Tesoro, ora Vice di Monti. Attorno al suo nome si è combattuto aspramente come alternativa a Visco alla poltrona più importante di Bankitalia... soldi da Viceministro ma posto precedente non perso, solo aspettativa, mica male, no?
Vieri Ceriani, già a capo dei servizi fiscali di Bankitalia;
Gianfranco Polillo anche lui sottosegretario a via XX Settembre (tutti e due dalla banca centrale).
Mario Ciaccia è stato nominato viceministro al ministero dello Sviluppo Economico con delega alle Infrastrutture. E' l'amministratore delegato di Biis (controllata da Intesa San Paolo)..... e poi negatemi che questo non sia un governo "bancario", segnatamente della finanza cattolica.
sempre, allo Sviluppo, nel ruolo di sottosegretari, Claudio De Vincenti e Massimo Vari.
Michel Martone al Welfare..... era meglio Sacconi. A quota di liberismo thatcheriano questo governo non scherza, vero (Renzi impallidisce al confronto delle tesi di Martone)?
Giampaolo D'Andrea (unico "politico") sarà il sottosegretario ai rapporti con il parlamento
Antonio Malaschini, idem come sub7;
Carlo Malinconico è stato nominato sottosegretario all'Editoria;
Paolo Peluffo è invece sottosegretario alla Comunicazione e all'informazione (consulente dell'amato capo per il 150° proviene dalla Corte dei Conti).
Carlo De Stefano, Giovanni Ferrara e Saverio Ruperto sono stati nominati sottosegretari all'Interno.
Salvatore Mazzamuto e Andrea Zoppini alla Giustizia.
Esteri: Marta Dassù (direttore di Aspen Institute Italia, considerata di area dalemiana; una piccola nota a margine ossia l'aspen insitute è un altra di quelle lobby politico finanziarie internazionli e sovranazionali che "gestiscono" l'economia mondiale con i loro "suggerimenti", prove italiane di "nuovo ordine mondiale", o sono il solito complottista?) e Staffan De Mistura, con un lungo passato alle Nazioni Unite.
Guido Improta va alle Infrastrutture.
Roberto Cecchi ai Beni culturali (se ricordo bene interno all'amministrazione).
Elena Ugolini e Marco Rossi Doria sono sottosegretari all'istruzione.
Sanità: Adelfio Elio Cardinale, attualmente vicepresidente dell'Istituto superiore di Sanità, già presidente nazionale dei medici radiologi e preside della Facoltà di medicina dell'università di Palermo.
... immagino che con una squadra del genere (...) i mercati siano terrorizzati e da domani si rifugino nei loro covi rifiutandosi di mettere fuori il naso...... le o.n.g. si stanno attivando per fornirgli aiuti umanitari e creare corridoi umanitari per la loro salvezza.
E ora veniamo alle "buone" notizie. Ritengo necessaria una premessa veloce: i dati e le cifre che qui fornisco sono prese dalle seguenti fonti: Le due pagine, 14 e 15, del giornale "La Stampa" che, rubrica "Primo Piano", in data 28/11/2011 ha dedicato all'argomento e dal sito del IPCC ossia l'organismo internazionale sul controllo del clima e ciò quindi non é farina del mio sacco.. tutto il resto, considerazioni ecc., è roba mia.
E' iniziato il vertice sul clima a Durban e già siamo all'allarme. Entro il 2050 arriveremo a 450 parti (oggi siamo a 390) per milione di CO2 il che significa che, se non si rallenta il processo, in quegli anni saremo realmente nei guai o, come amano dire alcuni, il treno che oggi è lanciato a folle velocità contro un muro in quegli ... arriverà a destinazione con dentro tutto il carico di umanità (la cui crescita in quegli anni arriverà alla bella cifra di 9 miliardi) che allegramente festeggerà l'inizio della propria estinzione. Insomma siamo nei guai non tanto perché ci sarà la catastrofe come certi film ci raccontano, quanto un lento cammino verso la sparizione dal pianeta (che immagino tirerà un bel sospiro di sollievo) di cui gli eventi estremi (di cui in questi anni ne stiamo avendo dei "prequel" non da poco per non parlare della crisi alimentare che spinge milioni di disperati sulle nostre coste) e le varie "estate" indiane che abbiamo sotto gli occhi trovano tragica conferma dell'assunto precedente. E' mai possibile che il turbocapitalismo che tutto capitalizza e misura econometricamente sulla base dell'assunto che mercato=democrazia=progresso= crescita continua? Evidentemente no dato che gli scienziati la vedono molto diversamente e sono anni ormai che denunciano il sistema economico politico dominante come una delle cause principali del cambiamento climatico globale e se non si cambia strada, non solo a livello locale, saranno guai per tutti.. non sto a fare descrizioni perché sarebbero inutili e dannose, ma ci siamo capiti, vero? Pensate che solo con 0,8 gradi in più si sta scatenando il casino, per esempio, in Liguria e Toscana (per non parlare delle inondazioni in Indocian).. ora provate a immaginare con altri 0,3° in più cosa accadrà... Durban ultima spiaggia? Forse, però se non ci si da una mossa e cominciamo a premere affinché i governi prendano seri provvedimenti o.....
AUGURI ITALIA
AUGURI PIANETA TERRA
AUGURI UMANITA' DOLENTE E PREDA DI SE STESSA

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