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lunedì 17 dicembre 2018

Clima, Cop24: Terra e scienza sconfitte dagli Usa e altri produttori di greggio. “Entro questo secolo, 3-4 gradi in più”

Fonte: Il Fatto Quotidiano di | 17 dicembre 2018
Hanno perso i cittadini e il pianeta, ma dalla Cop24 esce al momento sconfitta anche la scienza. La conferenza internazionale sul clima si è chiusa infatti con un documento che rimanda al futuro impegni più ambiziosi, in barba all’appello drammatico ad agire lanciato a ottobre dal panel di scienziati delle Nazioni Unite (Ipcc). A Parigi nel 2015 gli Stati avevano firmato un accordo per mantenere il riscaldamento climatico entro i 2 gradi (possibilmente 1,5) rispetto ai livelli pre-industriali e avevano chiesto lo studio. Poco più di due mesi fa, le menti più illustri della ricerca scientifica avevano presentato i risultati, dicendo chiaro e tondo che i prossimi anni saranno cruciali per la vita sulla Terra così come la intendiamo oggi, ma la loro esortazione a mettere in campo politiche efficaci alla fine è caduta nel vuoto.
Gli stessi Paesi, infatti, non hanno accolto all’unanimità i risultati dello studio. Delegittimando così il lavoro di centinaia di ricercatori di tutto il mondo, e dunque il ruolo della scienza per la democrazia. “La mia più grande preoccupazione”, dice il direttore designato del centro Potsdam Institute for Climate impact research, Johan Rockström, è che la Cop24 “non abbia allineato le ambizioni con la scienza. Continuiamo a seguire un percorso pericoloso che ci porterà in un mondo a 3-4 gradi più caldo entro questo secolo”. E mentre a questo si aggiungono nulla di fatto anche su altri aspetti, gli ambientalisti ricostruiscono le responsabilità. La rete di oltre 1.300 ong da 120 Paesi Climate Action Network punta il dito contro “gli stati canaglia” come Usa e Arabia Saudita, ma ricorda anche la connivenza di chi è rimasto a guardare: “Troppi Paesi sono venuti impreparati e hanno scelto di rimanere ai margini”.
Gli scettici: i Paesi produttori di greggio – A guidare il fronte degli scettici verso la scienza c’erano i maggiori produttori mondiali di greggio: oltre all’Arabia Saudita e agli Usa, anche Kuwait e Russia. D’altra parte, conciliare un’economia basata sulle fonti fossili con la necessità scientificamente provata di dimezzare le emissioni di CO2 al 2030 come previsto nel rapporto dell’Ipcc di ottobre scorso, è impossibile. Una richiesta che non piaceva ovviamente nemmeno alla Polonia, che dal carbone ricava l’80% della sua energia. Anche l’Australia alla Conferenza ha celebrato i benefici del carbone e il Brasile ha ritirato l’impegno a ospitare i colloqui sul clima il prossimo anno.
Gli scenari apocalittici (ma realistici) – Lo studio speciale degli scienziati pubblicato a ottobre scorso, però, non conteneva solo l’indicazione di dimezzare le emissioni di CO2 al 2030. Accanto a questo dato, spesso ricordato in questi giorni, i ricercatori hanno delineato gli scenari apocalittici, ma drammaticamente realistici, legati a un aumento della temperatura di 2 gradi anziché 1,5. Apparentemente questi due target sono vicinissimi, ma se con azioni più ambiziose si raggiungesse il primo, l’innalzamento del livello del mare minaccerebbe 10 milioni di persone in meno, e la popolazione mondiale con scarso accesso all’acqua potrebbe essere minore del 50%. La Terra avrebbe più sete, ma anche più fame, passando da 1,5 a 2 gradi in più: la perdita di pescato, per esempio, crescerebbe da 1,5 milioni di tonnellate a oltre 3 milioni di tonnellate. Anche gli ecosistemi pagherebbero un prezzo altissimo. Nell’Artico, le estati senza ghiaccio in mare si verificherebbero una volta ogni secolo con un riscaldamento di 1,5 gradi, ma ogni 10 anni se si sforasse fino a 2 gradi. In quest’ultimo scenario la barriera corallina andrebbe praticamente perduta.
Da Katowice nessun impegno collettivo – A ottobre gli scienziati calcolavano che gli impegni presi dai Paesi in quel momento avrebbero portato il mondo a un riscaldamento di 3 gradi e nonostante la diffusione del rapporto, chiesta dagli stessi firmatari dell’accordo di Parigi, non è stato raggiunto un impegno collettivo chiaro per mettere in atto azioni più ambiziose e incisive. “I leader mondiali sono arrivati a Katowice con il compito di rispondere agli ultimi rapporti della scienza sul clima. Sono stati compiuti importanti progressi, ma ciò a cui abbiamo assistito in Polonia rivela una fondamentale mancanza di comprensione della nostra attuale crisi climatica da parte di alcuni Paesi”, dice il responsabile Clima ed energia del Wwf internazionale, Manuel Pulgar-Vidal. “I governi hanno deluso i cittadini e ignorato la scienza e i rischi che corrono le popolazioni più vulnerabili. Riconoscere l’urgenza di un aumento delle ambizioni e adottare una serie di regole per l’azione per il clima, non è neanche lontanamente sufficiente allorquando intere nazioni rischiano di sparire”, aggiunge la direttrice esecutiva di Greenpeace International, Jennifer Morgan.
Bonelli: “Più investimenti per le armi” – La non accettazione comune e completa dei risultati scientifici non è l’unico aspetto grave dell’accordo con cui si chiude la Cop24. Il Wwf ricorda altri punti critici: “La conferenza si conclude con poca chiarezza su come si debba contabilizzare il finanziamento sul clima fornito dai paesi industrializzati a quelli in via di sviluppo, su come si raggiungerà l’obiettivo dei 100 miliardi entro il 2020 o su come sarà concordato l’obiettivo finanziario globale dopo il 2025”. Proprio rispetto all’obiettivo dei 100 miliardi a sostegno delle politiche sul clima, il leader dei Verdi Angelo Bonelli ricorda che mentre si discute su come raggiungere questo target, “nel 2017 si è raggiunto il record mondiale storico di 1748 miliardi di dollari per le spese in armamenti”. Inoltre, come evidenzia la rete di oltre 1.300 ong Climate Action Network, alla Cop24 non sono state stabilite regole per i mercati delle emissioni di carbonio dopo il 2020.
di | 17 dicembre 2018

mercoledì 10 ottobre 2018

Riscaldamento globale, rapporto Ipcc: “Se non freniamo aumento temperature, ancora più tempeste, alluvioni e siccità”

Fonte: Il Fatto Quotidiano di | 8 ottobre 2018
Quattrocento pagine per spiegare cosa accadrà se il riscaldamento globale dovesse superare 1,5°C. In estrema sintesi: sarebbe un disastro da evitare a tutti i costi. Secondo il rapporto Global Warming presentato oggi al summit di Incheon-Songdo, in Corea del Sud, dal Gruppo intergovernativo sul cambiamento climatico (Ipcc), la superficie terrestre si è riscaldata di un grado, abbastanza per provocare un’escalation di tempeste, alluvioni e siccità mortali. Andando di questo passo si prevede un ulteriore aumento di tre, quattro gradi. Secondo lo studio, il primo in cinque anni sul cambiamento climatico, se si dovesse continuare a emettere la stessa quantità di CO2, l’aumento di temperatura del pianeta supererà il grado e mezzo già nel 2030. Ma quella soglia non deve essere superata. Sono quattro i percorsi possibili tracciati nello studio per riuscire nell’impresa.
Il rapporto, commissionato e approvato dai governi che nel 2015 avevano firmato l’Accordo di Parigi, arriva proprio alla vigilia della riunione dei ministri europei dell’ambiente, domani a Bruxelles, chiamati ad adottare la posizione europea per la prossima Conferenza sul clima (COP24) di Katowice, in programma a dicembre e nell’ambito della quale i governi rivedranno l’Accordo di Parigi per affrontare i cambiamenti climatici. Lo studio non potrà che essere un punto di riferimento per la stessa Conferenza, perché entra nel vivo delle difficoltà di raggiungere l’obiettivo, vista l’inadeguatezza delle politiche messe in campo finora.
Lo scenario descritto nel rapporto
Il dossier è frutto di due anni di lavoro di 91 ricercatori, provenienti da 44 Paesi, che hanno esaminato 6mila studi in materia e valutato 42mila recensioni di colleghi e governi. Secondo gli esperti dell’Ipcc, le conseguenze del riscaldamento di un grado della superficie terrestre sono già sotto gli occhi di tutti: tra gli altri cambiamenti, condizioni meteorologiche estreme, innalzamento del livello del mare e diminuzione del ghiaccio marino artico. Tuttavia è ancora possibile limitare il riscaldamento globale a un aumento di 1,5 gradi Celsius, ma occorrono “cambiamenti rapidi, di ampia portata e senza precedenti”. Il report mostra come le emissioni globali debbano diminuire di circa il 45% entro il 2030 rispetto ai livelli del 2010, per poi essere totalmente azzerate al massimo entro il 2050. Questo significa che eventuali emissioni residue dovranno essere compensate rimuovendo CO2 dall’aria con tecniche la cui efficacia non è dimostrata su larga scala e che potrebbero comportare rischi significativi per lo sviluppo sostenibile. Se si dovesse continuare a emettere CO2 ai ritmi odierni, invece, ci si attende che la temperatura del pianeta superi il grado e mezzo di aumento già tra il 2030 (ossia fra appena 12 anni) e il 2052. Per rimanere sotto la soglia, quindi, servono da subito enormi investimenti, con una spesa annua pari al 2,5 per cento dell’intero prodotto interno lordo mondiale per almeno 20 anni.
I benefici: minore innalzamento dei mari e minore scioglimento dei ghiacci
Cosa cambierebbe, in termini concreti, se si superasse il grado e mezzo Celsius, magari arrivando anche alla soglia dei due gradi teorizzata dall’economista di Yale, William Nordhaus, appena insignito del Premio Nobel? Secondo gli autori del rapporto il riscaldamento globale a 1,5°C invece che a 2°C “potrebbe andare di pari passo con il raggiungimento di una società più sostenibile ed equa”. Intanto nel 2100 l’innalzamento del livello del mare su scala globale sarebbe più basso di 10 centimetri con un riscaldamento globale di 1,5°C invece che 2°C. L’Oceano Artico si ritroverebbe senza ghiaccio in estate solo una volta ogni cento anni, invece che almeno una volta ogni dieci anni, mentre le barriere coralline diminuirebbero del 70-90 per cento invece che scomparire quasi totalmente con una riduzione di circa il 99 per cento.
I quattro percorsi suggeriti 
Quattro i percorsi possibili per mantenere il riscaldamento globale entro 1,5 gradi dai livelli pre-industriali, l’obiettivo più ambizioso dell’Accordo di Parigi. Tutti e quattro prevedono la riduzione della quantità di gas serra nell’atmosfera prodotto dall’uomo. Due le modalità: attraverso il taglio delle emissioni (passaggio a energie rinnovabili e veicoli elettrici, efficienza energetica, riciclo dei rifiuti, riduzione del consumo di carne) e attraverso la rimozione della Co2 (riforestazione, cattura e stoccaggio del carbonio, procedimento quest’ultimo ancora sperimentale). Il primo percorso indicato dall’Onu prevede di puntare sul risparmio energetico e la riforestazione. Il secondo si pone come obiettivo una elevata sostenibilità di tutti i settori produttivi, con un limitato uso dello stoccaggio di carbonio (che ad oggi è fattibile tecnicamente, ma non ancora sostenibile economicamente). Il terzo scenario vede i settori dell’energia e industriale simili a oggi, ma con una maggiore attenzione alla sostenibilità e un ricorso significativo al ‘carbon storage’. Il quarto percorso (quello più caro all’amministrazione Trump, ma tecnicamente futuribile) prevede uno sviluppo basato sulle fonti fossili, con forti emissioni riassorbite dallo stoccaggio di carbonio.
Il ruolo dell’Italia
Domani i ministri europei dell’ambiente si riuniranno a Bruxelles. “L’Italia può e deve avere un ruolo da protagonista in Europa non solo per tradurre in realtà la promessa di Parigi, ma soprattutto per accelerare la transizione, fondata su efficienza energetica e rinnovabili, verso la decarbonizzazione dell’economia europea” ha commentato, dopo la pubblicazione del rapporto, Edoardo Zanchini, vicepresidente di Legambiente, secondo cui “il Consiglio Ambiente deve impegnarsi ad aumentare entro il 2020 gli obiettivi europei, in linea con la traiettoria di riduzione delle emissioni compatibile con la soglia critica di 1.5°C, così da poter raggiungere zero emissioni nette entro il 2040”.

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