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mercoledì 23 ottobre 2019

Venere era simile alla Terra. Il clima di un pianeta cambia: per questo dobbiamo attrezzarci

Fonte: Il Fatto Quotidiano Scienza - 23 Ottobre 2019 Andrea Aparo von Flüe

Ci sono notizie che, per quanto interessanti, è opportuno lasciare decantare per evitare che qualsiasi cosa si dica venga fraintesa, perché il tempo è sbagliato. Facciamo riferimento a quanto raccontato un paio di settimane fa a proposito di Venere e di come in un tempo passato, lontano ma reale, possa avere avuto atmosfera, clima e meteorologia molto simile a quella della Terra di oggi. Venere, unico pianeta con un nome femminile. Ha una massa che è circa l’80% di quella terrestre e un diametro pari al 95%. Di fatto è il gemello diverso della Terra.
Diverso perché è l’unico pianeta del sistema solare ad avere un’orbita quasi perfettamente circolare e impiega 225 giorni a completarla. Ruota molto lentamente su se stesso, in senso orario, opposto a quello della Terra e dunque produce uno scudo magnetico debole. Un giorno su Venere è pari a 243 giorni terrestri. Ruota in direzione opposta a quella della sua orbita e quindi passano 117 giorni fra quando il sole sorge a ovest e tramonta a est.
Non ha stagioni perché il suo asse di rotazione è quasi verticale e le sue notti non hanno luna perché, come Mercurio, è sprovvisto di satelliti. Ha una struttura geologica simile a quella della Terra, con una crosta basaltica – una singola placca tettonica spessa un centinaio di chilometri di roccia dalle mille sfumature di grigio illuminate da una luce arancione, sottoposta a una pressione che è 90 volte quella terrestre e una temperatura superficiale pari a 460 gradi centigradi – un mantello e un nucleo ferrosi di circa 300 km di diametro.
Possiede vulcani attivi, montagne alte 17 chilometri. L’alta temperatura al suolo è dovuta alla vicinanza al Sole e all’effetto serra dei gas che compongono la sua atmosfera: anidride carbonica e nuvole di acido solforico spinte da venti che le fanno viaggiare alla velocità media di 3760 chilometri all’ora. Un inferno decisamente inospitale.
C’è stato un tempo però, più o meno 3 miliardi di anni fa, quando Venere era un paradiso. C’erano mari e oceani, fiumi e laghi e una temperatura superficiale compresa fra i 20 e i 50 gradi centigradi. Dello stesso ordine di grandezza di quella della nostra Terra oggi.
Secondo i risultati delle simulazioni elaborate da Michael Way e Anthony Del Genio del Goddard Institute for Space Science della Nasa, pubblicate a fine settembre scorso, per miliardi di anni Venere ha goduto di un clima stabile, che può avere consentito lo sviluppo di forme di vita. Poi circa 700-750 milioni di anni fa è accaduto qualcosa, o una serie di eventi concatenati, che hanno distrutto tutto.
Il Sole, invecchiando, diventa sempre più caldo. Può avere arrostito Venere. Può esserci stata un’attività vulcanica ed eruttiva parossistica, dove l’anidride carbonica e altri gas a effetto serra rilasciati dal magma hanno riempito l’atmosfera. Il rapido raffreddamento della lava non consentì all’anidride carbonica di essere riassorbita, innescando un effetto serra letale.
Perché non parlarne prima? Perché pochi avrebbero ascoltato e molti avrebbero usato l’informazione a proprio vantaggio. Erano i giorni di Greta Thunberg che parla alle Nazioni Unite, di Donald Trump che twitteggia, garrulo, pallido e assorto, le sue sciocchezze; dello scontro senza dialogo fra negazionisti e fondamentalisti del cambiamento climatico. Chissà se 750 milioni di anni fa è accaduto lo stesso su Venere.
Decisori venusiani certi che nulla sarebbe mai cambiato, visto che nulla era cambiato per 3 miliardi di anni, a cui gli scienziati locali mostravano inutilmente dati, modelli, simulazioni che evidenziano un cambiamento in atto. Zittiti perché non sanno quali ne siano le cause: naturali, artificiali, forse entrambe le cose. Tutti comunque maltrattati da una ragazzina, sempre venusiana, più derisa che ascoltata, che dice con voce forte e chiara che il re è nudo.
Allora come oggi, la fisica è la stessa. Allora come oggi nessuno può ragionevolmente negare che, in un sistema altamente complesso, qual è l’interazione fra geo-, atmo-, idro- e biosfera, tutti i fenomeni sono di tipo esponenziale e sottoposti a dinamiche di non equilibrio che permettono al sistema di evolvere, anche in modi quasi istantanei, in configurazioni catastrofiche, altamente improbabili, ma possibili perché già avvenute in passato. Vedi l’ultimo periodo glaciale, iniziato 110mila anni fa e terminato circa 10mila anni fa a causa di 192 anni – un niente – di eruzioni vulcaniche in Antartide.
Eppure c’è chi nega. C’è chi crede, perché si tratta di teologia e non di scienza, che quanto stia accadendo sia “causato” dagli uomini e che un opportuno intervento di segno opposto possa rimettere, linearmente, le cose a posto. Tutta responsabilità della CO2. Basta ridurla, eliminarla – dicono con la solita arroganza del genere umano – e il gioco è fatto.
Esiste invece la seria possibilità che l’attuale fase del cambiamento climatico, perché il clima cambia continuamente e da sempre, sia innescata e alimentata da fenomeni naturali di cui non abbiamo nessun controllo: variazione dell’irraggiamento solare, circolazione dei venti e delle correnti oceaniche, ventilazione degli oceani profondi, attività vulcaniche, modifica della composizione dell’atmosfera. Lista del tutto parziale.
L’attività dell’uomo può agire da catalizzatore, accelerando le conseguenze di tali fenomeni. Non è detto che interrompendola vengano rallentati o modificati. Comunque sia, qualcosa è in atto. Non importa quale sia la causa, o le cause. Comunque dobbiamo attrezzarci per affrontare le conseguenze. Siamo tutti sulla stessa barca. Le attuali politiche ed equilibri geo-economici hanno fatto il loro tempo. Servono nuove istituzioni di decisione e governo internazionale.
Una nuova coscienza democratica. Conoscenza, responsabilità, non chiamarsi fuori. Serve un’etica innovativa. Invece stiamo a menare il can per l’aia, certi di avere chissà quanto tempo a disposizione. Certezza che altro non è se non una pericolosa, criminale, sciocchezza.

martedì 27 agosto 2019

Alaska: l'acqua e' cosi calda che i salmoni muoiono in massa

Fonte: No all'Italia petrolizzata
Della grande ondata di caldo in Alaska e in altre parti del mondo in questa estate del 2019 abbiamo gia' parlato, e questa che segue e' solo un triste corollario.

In Alaska si sono reigstrate enormi morie di salmoni; morte di caldo. Le varieta' si chiamano sockeye, chum, e salmone rosa.

Se ne sono accorti per prima i residenti che hanno visto i corpi dei salmoni morti lungo il fiume Koyokuk verso la fine di luglio. E poi sono arrivati i biologi ed altri esperti, fra cui Stephanie Quinn-Davidson, che dirige la commissione pesca per gli indigeni, detta Yukon Inter-Tribal Fish Commission.

Hanno contato circa 850 salmoni morti e hanno stimanto la moria in totale di essere fino a dieci volte tanto.

C'erano lesioni? Parassiti? Infezioni?

Niente. I salmoni avevano anche uova dentri i loro corpi il che vuol dire che erano sani prima di morire.

L'unica conclusione restante e' che l'acqua fosse troppo calda. 

Non era mai successo prima.
Nel Cook Inlet, a sud di Anchorage, le temperature quest'estate sono esplose. I salmoni vivono in alcune di queste acque e i modelli climatici prevedevano modesti aumenti di temperatura per i fiumi. Invece l'annata 2019 ha fatto registrare temperature che si prevedevano per il 2069!

E non c'e' solo solo la calura opprimente.
 
I salmoni sono da sempre in pericolo a causa dell'eccessiva pesca specie nel Canada e nello stato di Washington, sul Pacifico.
 
Le conseguenze si fanno sentire come effetti domino su altre specie. 
 
Le orche mangiano salmone, e sono pure loro specie a rischio di estinzione. 
 
E poi ci sono le decisioni miopi di Donald Trump e dei suoi amici che hanno deciso che daranno silenzio-assenso ad un progetto di estrazione mineraria di rame e di oro nei pressi di una delle zone piu' grandi di ripopolamento dei salmoni in tutta l'Alaska.

E' triste io penso.
Vediamo dove andiamo a finire.

venerdì 16 agosto 2019

Riscaldamento globale, un’estate ‘liquida’ nell’Artico

Fonte: Il Fatto Quotidiano Ugo Bardi  Ambiente & Veleni - 16 Agosto 2019

di Stefano Agustoni*
Provate a immaginare la quantità di acqua contenuta in 200 vasche da bagno e moltiplicate questa cifra per il numero della popolazione mondiale, circa 7,7 miliardi. Ora cercate di visualizzare una superficie pari ad una volta e mezza l’Unione europea, oltre sei milioni di chilometri quadrati. Queste mastodontiche cifre possono far capire meglio, forse, alcune condizioni ambientali inquietanti che stanno connotando la torrida e terribile estate artica del 2019.
L’acqua contenuta in circa 1600 miliardi di vasche da bagno corrisponde grossomodo alla quantità di ghiaccio che la Groenlandia ha perso nelle ultime settimane: con temperature che hanno oltrepassato i 20°C, dallo scorso mese di luglio se ne sono andati in mare circa 250 miliardi di tonnellate di ghiaccio. Nella sola giornata del 30 luglio la Groenlandia ha perso 12,5 miliardi di tonnellate di ghiaccio, in altri termini s’è riversata in mare una quantità di acqua pari al contenuto di cinque milioni di piscine olimpioniche. La grande isola nordica perde ghiaccio sia attraverso fusione superficiale sia attraverso deflussi di ghiacciai di sbocco.
Questa è l’ennesima estate da fusione accelerante. L’ennesima estate…liquida. Un aspetto relativamente nuovo dei cambiamenti climatici, ben messo in evidenza dalle immagini satellitari raccolte dall’Agenzia spaziale europea e dalla Nasa, è anche l’aumento dei grandi incendi nell’area attorno e oltre il circolo polare artico. Un fenomeno che viene ricondotto all’anomalo ed estremo incremento delle temperature che segna anche questa ennesima estate nordica.
Nell’Artico, infatti, si batte un record climatico dopo l’altro. Per esempio in Siberia la temperatura dello scorso mese di giugno è stata di dieci gradi più calda della media del trentennio 1981-2010. In Alaska a inizio luglio sono stati raggiunti 32 gradi, 13 gradi sopra la media, tre in più del primato precedente. Sul mare di Bering non c’era mai stato così poco ghiaccio e giugno 2019 è stato il più caldo da oltre un secolo. Per quanto concerne estensione totale, volume e spessore della banchisa artica, siamo oggi vicini ai livelli del record negativo del 2012.
L’ondata di calore estremo che ha messo in ginocchio l’Europa nel mese di luglio, s’è infatti spostata nelle regioni artiche, dove le temperature hanno superato di 10-15 gradi quelle normali di stagione, causando, appunto, una fusione glaciale estrema.
E, come detto, vasti incendi. La coltre generata dai moltissimi roghi che stanno infiammando il grande nord – oltre cento quelli fotografati dallo spazio da due mesi a questa parte, dall’Alaska alla Siberia passando per Canada e Groenlandia– ricopre oggi un’area pari a oltre 6 milioni di kmq, la maggior parte dei quali nella sola Siberia.
Stiamo parlando di qualcosa che non ha precedenti: si tratta del numero più alto di incendi in questa regione nordica da 16 anni a questa parte, quando è iniziato un monitoraggio preciso.
Oltre che numerosi, i roghi sono anche persistenti perché intaccano un tipico terreno artico che – come spiegano gli esperti – è particolarmente favorevole alla propagazione e alla persistenza del fuoco.
“A bruciare non è solo il bosco, ma il terreno sottostante, la torba, ‘che può ardere anche per diverse settimane. Contrariamente agli incendi di boschi che si registrano nelle zone temperate, quelli dell’Artico si propagano infatti anche al sottosuolo– afferma il glaciologo ed esperto di Artico Konrad Steffen–, dove si nutrono degli spessi strati di torba. Bruciando in profondità possono durare settimane o addirittura mesi, anziché poche ore o giorni come per la maggior parte degli incendi boschivi alle nostre latitudini. Tutto ciò innesca un circolo vizioso perché vengono rilasciate grandi quantità di CO2, quella generata dalla combustione degli alberi ma anche quella generata dalla torba, una delle più grandi riserve di carbonio organico del mondo. E la CO2 alimenta il riscaldamento”.
Il fumo poi, essendo composto da particolato carbonioso, fuliggine e residui della combustione, provoca un annerimento dei ghiacci artici, che in questo modo assorbono maggior radiazione solare accelerando ulteriormente la loro fusione.
Acqua di fusione e fumi da incendi: due fenomeni allarmanti causati da un riscaldamento che nell’Artico è molto più intenso e rapido rispetto alla media globale, amplificato anche da un numero impressionante di circoli viziosi come quelli descritti sopra.
* Stefano Agustoni è diplomato in geografia e climatologia presso l’Eth di Zurigo docente di scienze della Terra e di geografia ed ecologia del turismo presso la Scuola specializzata superiore del Turismo di Bellinzona – Svizzera

martedì 13 agosto 2019

Riscaldamento globale, è ‘albedo’ la parola dell’estate

Fonte: Il Fatto Quotidiano Paolo Martini Ambiente & Veleni - 13 Agosto 2019

L’estate delle brutte sorprese del riscaldamento globale ci ha portato anche una ventata d’esotismo entomologico. Conoscevamo già bene le zanzare tigre, ma ora con le famiglie West Nile e Usutu sono diventate infide, se non mortali. Portano malattie dai nomi altrettanto strani: dengue, chikungunya e zika virus. Ci mancavano solo le vespe samurai ed ecco che sono arrivate, poco prima di ferragosto, indicate dagli esperti come ultima spiaggia per contenere i danni devastanti alle culture ortofrutticole delle cimici asiatiche (halyoforma halys) e di altri parassiti orientali, come la drosophila suzukii: nemmeno i fitofarmaci con nomi da brivido, come il clorpirifos-metile e l’imidacloprid, tossici anche per l’uomo, riescono a fare pulizia come gli antagonisti naturali (le vespe samurai, ovvero il trissolcus japonicus e il t.mitsukurii), della famiglia terribile degli Imenotteri.
Dagli insetti alla storia: c’è stato persino un titolista giocoliere del Sole 24 ore che s’è divertito a mescolare il latino con l’inglese delle nuove espressioni che questa caldissima estate ha portato alla ribalta: “Tutta ‘culpa’ del climate change, così è caduto l’Impero romano”. Sic! Del resto, in pieno agosto ce ne vuole per far digerire ai pur colti lettori del domenicale allegato al quotidiano economico color salmone, un nuovo malloppo di 520 pagine sul destino di Roma, che del resto l’autore, un brillante storico dell’Oklahoma, Kyle Harper, svela chiaramente nel sottotitolo: “Clima, epidemie e fine di un Impero”.
È una fortuna se nel nostro circo mediatico sempre smanioso di novità, soprattutto se ansiogene, la narrazione degli effetti del riscaldamento globale non porta alla ribalta solo esotismi e anglicismi, ma anche antiche parole latine. E forse la più poetica che s’è riaffacciata nell’agenda di giornali e televisioni è “albedo“, che anche in inglese si conserva tale e quale l’originale, tutt’al più dietro a un suffisso “ice”.
Tra gli specialisti l’espressione ricorre dalla seconda metà dell’Ottocento, dopo che un climatologo autodidatta, James Croll, riuscì a formulare una prima teoria delle ere glaciali considerando anche l’effetto che si poteva imputare alla capacità di riflessione della luce da parte del ghiaccio, denominato “ice-albedo”. Già contadino, apprendista in una bottega di ruote, commerciante di tè, albergatore e agente delle assicurazioni, il geniale Croll affinò le sue intuizioni sul nostro albedo lavorando poi come bidello alla biblioteca dell’Anderson’s College dell’Università di Glasgow, e infine come custode delle mappe al servizio geologico scozzese.
Tornando ai giorni nostri, l’albedo entra nell’uso comune dei giornalisti con i primi approfondimenti sullo scioglimento dei ghiacciai alpini, un fenomeno che viene spiegato anche in conseguenza delle polveri da inquinamento e delle sabbie del Sahara che rendono più scuri, e quindi più caldi, gli strati superiori di queste riserve glaciali. L’albedo ha poi preso definitivamente il centro del discorso in seguito a uno degli eventi più tragici di questa estate, gli incendi che si sono portati via un grande patrimonio boschivo artico. Greenpeace ha parlato in prima battuta di qualcosa come tre milioni e 300mila ettari di foreste in fiamme, un’area più grande del Belgio, che avrebbe prodotto una quantità di CO2 in fumo pari a quasi 140 milioni di tonnellate, il doppio per esempio rispetto a quella dell’Austria.
“In un solo giorno, il 31 luglio, si sono sciolti dieci miliardi di tonnellate d’acqua e il 56% dei ghiacciai della Groenlandia si è assottigliato di un millimetro”, riassumeva un inquietante sommario de Il Manifesto, sotto al titolo: “Scioglimento record della calotta polare con gli incendi artici”. Bisogna considerare che non solo queste aree desertico-boschive funzionavano come uno dei più capaci polmoni di raffreddamento della terra, ma a preoccupare gli studiosi è anche la trasformazione di queste piante in fuliggine (il cosiddetto “black carbon“) che si sparge prima di tutto verso le zone artiche del pianeta e diminuisce ancor più l’albedo.
Tutte le foreste, a dire il vero, contribuiscono in modo fondamentale all’indice d’albedo del Pianeta: le tundre della Siberia e della Yakuzia che si sono incendiate lo facevano con percentuali maggiori, ma anche le fasce amazzoniche che Jair Bolsonaro sta lasciando abbattere per fare campi di soia avevano un ruolo notevole nell’equilibrio tra zone di maggiore riflessione e altre di maggiore assorbimento della luce. Che non importi nulla dell’ice-albedo alla stragrande maggioranza dei potenti della Terra è purtroppo arcinoto, ma questo è un triste discorso che non scalfisce il ‘plus’ poetico della parola.
Nella sua singolarità, l’albedo ha conosciuto una certa fortuna anche molto precedentemente allo studio del clima: se ne è cominciato a parlare secoli fa in alchimia, con la maiuscola, Albedo, a indicare la seconda fase della Grande Opera, dopo il nigredo e prima del rubedo, il rossore che accompagna la sublimazione e il compimento, tra fenice e pietra filosofale, nel sogno di trasformare in oro i metalli. Con echi meno esoterici, si può poi ritrovare d’uso comune l’albedo anche in botanica, per definire le parti bianche degli agrumi. Persino curiosando sul versante etimologico l’albedo moltiplica il suo effetto. Siamo nell’ambito dei vocaboli intorno all’alba, che nasce dal latino lux alba, ovvero luce bianca. A dire il vero è ancora incerto e misterioso l’originale remoto del femminile alba, che sarebbe “albus”, termine da cui vengono anche albo e album, intesi da secoli come tavolette appunto bianche da esporre per sovrascriverci gli avvisi pubblici.
Divagando ancora, viene naturale chiedersi quale sia stato il processo per cui ci siamo persi il bianco latino derivante da questo “albus”, per adottare il “blank” germanico: forse, in prima battuta, è stato traslitterato in cognome dai longobardi. Resta da notare che, mentre l’umanità intera si gioca il futuro facendo diminuire l’albedo alla terra, in italiano abbiamo accantonato il precedente “albèdine”: era questa, almeno fino al 1979, stando al grande dizionario di Cortellazzo-Zolli, l’unica e rara ricorrenza nella nostra lingua dell’albedo latino. E adesso, altro che l’eco soave di un’albedine perduta: stiamo per negare alle prossime generazioni anche l’esperienza del gelo nei boschi, un tesoro culturale senza cui non avremmo mai avuto i racconti di Jack London, per citare il primo esempio che viene in mente.
Ma del resto oggi, persino potendo trovare una foresta ancora nella fissità estrema di un inverno glaciale, immersi come siamo nei rumori permanenti delle nostre appendici elettroniche, pochi sarebbero ancor in grado di ascoltare – per dirla con un nostro grande poeta – “l’impercettibile sussurro” dell’albèdine tra gli alberi, “lieta dove non passa l’uomo”.

giovedì 8 agosto 2019

Cambiamenti climatici, “eventi estremi aumenteranno: così pregiudicata produzione agricola. Effetti maggiori in Africa e Asia”

Fonte: Il Fatto Quotidiano Ambiente & Veleni | 8 Agosto 2019

Sono le conclusioni del rapporto Cambiamento climatico e territorio, redatto dall'Ipcc, il comitato scientifico dell'Onu sul clima: "Ci saranno più guerre e migrazioni. È alto il rischio di desertificazione e incendi anche nel Mediterraneo". Le soluzioni: "Produzione sostenibile di cibo, gestione carbonio organico, conservazione ecosistemi e riduzione deforestazione"


Siccità e piogge estreme pregiudicheranno la produzione agricola e la sicurezza delle forniture alimentari. Così i cambiamenti climatici influiranno già dai prossimi anni sull’offerta di cibo e acqua nel mondo, facendo aumentare i prezzi e riducendo le risorse a disposizione dei più poveri. È la previsione contenuta nel nuovo Special Report on Climate Change and Land del comitato scientifico dell’Onu sul clima, l’Ipcc (Intergovernmental panel on climate change) presentato oggi a Ginevra. Lo stesso, per intenderci, che a ottobre 2018 ha lanciato l’allarme globale su ciò che accadrà se non si ridurrà subito l’emissione dei gas serra: già nel 2030 il riscaldamento globale potrebbe superare la soglia di +1,5 gradi Celsius dai livelli pre-industriali con conseguenti devastanti. Il nuovo rapporto (scritto da 107 scienziati di spicco provenienti da 52 paesi di tutto il mondo) si è concentrato, invece, sugli effetti che i cambiamenti climatici avranno sull’offerta alimentare globale. Secondo l’Ipcc a pagarne le conseguenze saranno soprattutto le popolazioni più povere di Africa e Asia, con guerre e migrazioni. Ma anche il Mediterraneo è ad alto rischio di desertificazione e incendi. Basti pensare che la diffusione del dossier arriva nelle stesse ore in cui, dopo l’impegno arrivato in Italia dal Consiglio regionale della Toscana a giugno scorso, l’Emilia-Romagna ha dichiarato emergenza climatica e ambientale con un atto già ufficializzato da una delibera della Giunta.
I dati – Dal rapporto emerge che dal periodo preindustriale la temperatura sulle terre emerse è già aumentata di 1,53 gradi centigradi. La media globale dell’aumento è di 0,87 tenendo conto della variazione di temperatura sopra gli oceani. Più di un quarto della terra del Pianeta è soggetta al “degrado indotto dall’uomo” e la produzione di bioenergia può rappresentare un pericolo consistente per la sicurezza alimentare e la degradazione del suolo. Il rischio, infatti, è quello di privarci di preziosi terreni agricoli, spostando piantagioni e pascoli per il bestiame in aree naturali di grande importanza per la conservazione della biodiversità e la salvaguardia del clima, come le foreste. Il rapporto dell’Ipcc fornisce anche altri dati, importanti per capire gli squilibri che hanno portato al punto in cui siamo ora. Il 23% delle emissioni di gas a effetto serra prodotte dall’attività umana derivano proprio da deforestazione, incendi e agricoltura industriale. Negli ultimi 60 anni il consumo di carne è più che raddoppiato e il suolo è stato convertito a uso agricolo a un ritmo senza precedenti nella storia umana. Così, mentre nel mondo ci sono circa due miliardi di adulti in sovrappeso o obesi, 821 milioni di persone sono denutrite. Questi i dati da cui si è partiti per arrivare a prevedere il prossimo futuro.
Rischi alti anche a 1,5 gradi – L’obiettivo più ambizioso dell’Accordo di Parigi sul clima siglato nel 2015 è quello di rimanere con un riscaldamento globale a 1,5 gradi dai livelli pre-industriali. Anche così, secondo gli scienziati dell’Ipcc, sono ‘alti’ i rischi che ci si ritrovi davanti a emergenze come scarsità d’acqua, incendi, instabilità nella fornitura di cibo e degrado del permafrost. Quest’ultimo è un fenomeno che avviene in risposta al riscaldamento della superficie del suolo che, a sua volta, è un effetto dell’aumento della temperatura dell’aria. Nell’ultimo mezzo secolo si sta verificando in molti settori dell’Artico.
Se si arriverà a +2 gradi – Ma il rapporto analizza anche le conseguenze che ci troveremo ad affrontare nell’ipotesi che il cambiamento climatico raggiungerà o supererà i 2 gradi (l’obiettivo minimo di Parigi). In quel caso, infatti, i rischi fin qui elencati vengono considerati ‘molto alti’. “Con l’aumento delle temperature – prevede lo studio – la frequenza, l’intensità e la durata degli eventi collegati al caldo, comprese le ondate di calore, continueranno a crescere nel 21° secolo”. Aumenteranno quindi la frequenza e l’intensità delle siccità, particolarmente nella regione del Mediterraneo e dell’Africa meridionale, come pure gli eventi piovosi estremi. Si prevede un calo nella sicurezza rispetto alle forniture di cibo proporzionale all’aumento della grandezza e della frequenza degli eventi atmosferici estremi, che spezzeranno la catena alimentare. Se aumenteranno le emissioni di CO2, un’altra conseguenza potrebbe essere quella di un calo della qualità nutritive dei raccolti.
La mappa delle aree più a rischio – Nelle regioni aride, il cambiamento climatico e la desertificazione causeranno riduzioni nella produttività dei raccolti e del bestiame. Le zone tropicali e subtropicali saranno le più vulnerabili. Gli scienziati che hanno lavorato al rapporto prevedono il maggior numero di persone che patiranno direttamente le conseguenze dell’aumento della desertificazione vivono tra Asia e Africa, mentre Nord America, Sud America, Mediterraneo, Africa meridionale e Asia centrale vedranno aumentare il numero di incendi.
L’allarme incendi è già una realtà nelle aree più fredde del pianeta – D’altro canto ciò che è accaduto tra luglio e agosto 2019 è più che un campanello d’allarme. Da giugno decine e decine di incendi si sono sviluppati lungo le coste del mar Glaciale Artico, in Groenlandia, Russia, Canada e Alaska. Oltre 3,2 milioni di ettari di foresta sono andate in fumo in Russia: le regioni più colpite sono quelle di Krasnoyarsk e Irkutsk, in Siberia, e la Yakuzia, nell’estremo nord-est. E se in queste aree del pianeta i roghi sono frequenti tra maggio e ottobre, è pur vero che per intensità e durata quelli di quest’anno non avevano precedenti e hanno rappresentato una concreta minaccia per lo scioglimento dei ghiacci nell’Artide.
Le migrazioni e i conflitti – I cambiamenti climatici portano con sé altri effetti. “Possono amplificare le migrazioni sia all’interno dei paesi che fra un paese e l’altro” sottolineano gli scienziati. Eventi atmosferici estremi possono portare alla rottura della catena alimentare, minacciare il tenore di vita, esacerbare i conflitti e costringere la gente a migrare. D’altro canto già nel 2018 la Banca Mondiale ha pubblicato un report sul tema della migrazione forzata provocata dal cambiamento climatico, stimando che entro il 2050 saranno almeno 143 milioni le persone costrette a spostarsi all’interno del proprio paese per ragioni legate al cambiamento climatico. Di questi 143 milioni, oltre la metà saranno in Africa Sub-sahariana. “Il cambiamento climatico – conferma il rapporto dell’Ipcc – aumenterà gli impatti economici negativi della gestione non sostenibile del territorio”.
Gli strumenti per ridurre le emissioni – Ed è proprio la gestione del territorio, secondo il comitato scientifico dell’Onu sul clima, la chiave per poter trovare una soluzione e allontanare il disastro. Una gestione basata su produzione sostenibile di cibo, gestione sostenibile delle foreste, gestione del carbonio organico nel suolo, conservazione degli ecosistemi, ripristino del territorio, riduzione della deforestazione, del degrado e della perdita e dello spreco di cibo. Tutte azioni che farebbero ridurre le emissioni di gas serra e, quindi, il riscaldamento globale. Secondo lo studio, alcune misure hanno un impatto immediato, mentre altre richiedono decenni per ottenere risultati. Sono immediatamente efficaci la conservazione degli ecosistemi che catturano grandi quantità di carbonio, “come le paludi, le zone umide, i pascoli, le mangrovie e le foreste”. Nelle grandi aree verdi, piante e alberi catturano l’anidride carbonica dell’atmosfera e la conservano in tronchi e foglie. Questi, in seguito, si decompongono a terra e lasciano la CO2 imprigionata nel terreno (il cosiddetto carbonio organico nel suolo). Misure di lungo periodo sono, invece, forestazione e riforestazione, attività forestali, ripristino di ecosistemi ad alta cattura di carbonio e dei suoli degradati. “Il suolo e la biodiversità stanno soffrendo una pressione enorme a causa dell’aumento della deforestazione in Amazzonia e degli incendi che proprio in questi giorni stanno devastando Siberia e Indonesia” ha commentato Martina Borghi, campagna foreste di Greenpeace Italia. Sottolineando che “alla luce del nuovo rapporto Ipcc, i governi dovranno aggiornare e migliorare i propri piani d’azione per mantenere l’innalzamento delle temperature globali sotto il grado e mezzo”.

domenica 28 luglio 2019

Earth Overshoot Day

Fonte: Il Fatto Quotidiano | 28 Luglio 2019

Cade il 29 luglio l’Earth Overshoot Day 2019, ovvero il giorno in cui saranno esaurite tutte le risorse che il nostro pianeta può generare nell’anno. Una data che si anticipa di anno in anno, a dimostrazione del fatto che il consumo di quello che la Terra offre è sempre più accelerato. Negli ultimi 20 anni, il giorno dell’Overshoot si è spostato infatti di tre mesi in anticipo nel calendario, fino a superare quest’anno anche il record del 2018, quando cadde il 1 agosto. L’evento, che in italiano è letteralmente il “giorno del sovrasfruttamento”, segna il momento dal quale tutti i consumi dell’uomo saranno in eccesso rispetto a quello che gli ecosistemi della Terra possono rigenerare, bruciando in anticipo le risorse per il futuro.
Ad annunciarlo è il Global Footprint Network, un’organizzazione di ricerca internazionale che monitora l’impronta ecologica dell’uomo, ovvero una sorta di contabilità dello sfruttamento delle risorse naturali, che ha stimato che in media, tutto il mondo consumerà nel 2019 le risorse di 1,75 pianeti. Il velocizzarsi del fenomeno di sovra-sfruttamento è dovuto al fatto che intaccare il capitale naturale del pianeta compromette ulteriormente la sua capacità futura di rigenerazione delle risorse. Deforestazione, erosione del suolo, perdita di biodiversità e accumulo di anidride carbonica in atmosfera sono tra gli effetti più tangibili del sovra-utilizzo di quello che il pianeta ha da offrire. Gli stessi cambiamenti climatici e i sempre più frequenti fenomeni di siccità, incendi e uragani sono una conseguenza di queste problematiche, specialmente dell’effetto serra causato dall’accumulo di CO2.
Secondo il Global Footprint Network, l’Italia, che nella classifica dei “paesi spreconi” si trova al nono posto, ha già passato il suo Overshoot Day per quest’anno. Gli italiani avrebbero infatti consumato tutte le loro risorse già dal 15 maggio e, secondo i calcoli, servirebbero le risorse di 4,7 paesi altrettanto grandi per soddisfarne gli sprechi. In termini assoluti però, il paese che divora di più sono gli Stati Uniti: se tutto il mondo consumasse come loro, servirebbero le risorse di 5 pianeti. A seguire ci sono l’Australia, seguita da Russia, Germania e Svizzera.

venerdì 19 luglio 2019

Giugno 2019: il piu' caldo di sempre

Fonte: No All'Italia petrolizzata 



Lo rivela il NOAA, il National Oceanic and Atmospheric Administration degli Stati Uniti.

La temperature nel mese di Giugno e' stata di 2 gradi piu' calda della media mondiale di 15.5 gradi Celsius. 

E' il 414-mese che di fila che la temperatura e' piu' alta della media mensile del 20-esimo secolo.

Cioe' se la media del mese di Maggio per il secolo 1900-2000 e' stata X sono 414 mesi che noi la superiamo. 

Si, 34 anni, perche' le temperature sono iniziate ad aumentare a dismisura gia' alla fine del secolo scorso.

Nove dei giugni piu' caldi degli scorsi 140 anni sono stati dal 2010 ad oggi.
Praticamente tutti, ad eccetto che uno.

Le maggiori botte di caldo si sono registrate in Europa, Asia e in Africa. Anche le Hawaii e il golfo del Messico sono state piu' afose del normale. Tutte queste zone sono state piu' calde di sempre.

Le temperature in Francia, Germania, e Spagna sono state anche di 10 gradi piu' alte del normale. In  Francia sono arrivati anche 46 gradi centigradi, mai visti prima.

Anche le temperature del mare sono in aumento, con una media di quasi due gradi in piu' rispetto alla media di 16 gradi centigradi. Siamo al pari con il 2016, l'anno del mare piu' caldo di sempre. 

Secondo il NOAA, il 2019 sara' di certo uno degli anni piu caldi di sempre.

Cosa fare? 

Beh, e' semplicissimo: prendere azioni per fermare le fonti fossili, la ragione primaria di questo disastro; incoraggiare il sequestro di CO2 piantando alberi e foreste e fermando la deforestazione, e controllando le nascite. 

Siamo troppi sul pianeta.
Sara' sempre peggio.

mercoledì 10 luglio 2019

Alaska: temperature record, incendi, visibilita' ridotta, la calamita' dei cambiamenti climatici

Fonte: No all'Italia petrolizzata di Maria Rita D'Orsogna

La situazione in Alaska e' drammatica. Specie se si pensa che si parla di uno stato ai confini, e in qualche tratto pure dentro, al circolo polare artico.

Il Giugno 2019 e' stato disastroso e Luglio non promette di meglio.
Ad Anchorage, una delle citta' piu' grandi, la temperatura e' arrivata a 32 gradi, record mai raggiunto qui. I meterologi prevedono una lunga, lunghissima, ondata di caldo ulteriore.  La temperatura media e' di 24 gradi. Quindi siamo ad 8 gradi in piu' della media.
  
Nel circondario vari incendi che hanno mandato in fiamme foresta boreale, permafrost e tundra. Per paura che arrivino ancora piu' incendi in zona, il 4 luglio non ci sono stati fuochi pirotecnici.

Intanto il cielo di Anchorage, e' carico di fumi dagli incendi, specie dal cosidetto Swan Lake fire che arde da un mese. La visibilita' e' scarsa in una vasta area a sud della citta'. Ci sono quasi 500 pompieri a cercare di estinguere questo incendio, con circa 30mila ettari andati in fiamme. Alle persone sensibili e' stato consigliato di restare in casa.  

Ci sono qui 100 incendi attivi in questo momento.

E infine ci sono alti tassi di scioglimento delle nevi che ha portato anomalie e dannni specie alle popolazioni indigene che dipendono dalla pesca e dalla caccia.

In Alaska.

giovedì 13 giugno 2019

Artico: il Maggio piu' caldo che mai, 29 gradi in Siberia, il permafrost che indietreggia, sfonda la CO2

Fonte: No all'Italia petrolizzata

 

Monday, June 10, 2019
Artico: il Maggio piu' caldo che mai, 29 gradi in Siberia, il permafrost che indietreggia, sfonda la CO2


L'Artico non ce la fa piu e tutti i ritmi immutati da milioni di anni pian piano cambiano senza che nessuno davvero sappia cosa questo significhi.

E' stato il Maggio piu' caldo che mai, con temperature in Russia fino a 29 gradi. In Maggio! Il permafrost in Canada indietreggia di 1 metro al giorno. I livelli complessivi di ghiacci sono
quasi ai minimi storici. Solo nel 2016 ce ne'era di meno.
 
Occorre davvero fermarsi a riflettere su questi numeri perche' fanno paura.

Le informazioni sul permafrost in Canada vengono da un gruppo ricercatori dell'Universita' di Edinburgo che hanno usato dei droni per monitorare in continuo i ghiacci dell'Artico del paese.

Quello che hanno rilevato e' che appunto, il permafrost si disintegra, a un tasso di sei volte superiore rispetto a quanto considerato normale. Nell'arco di 40 giorni nel 2017, la costa era indietreggiata di un metro al giorno.

Il permafrost, o anche la tundra, e' terreno che resta congelata perennemente. Tipicamente funziona da stoccatore naturale di CO2. Ma quando si scioglie o si disintegra, cadendo in mare, iniziano i problemi, perche' questa tundra contiene il doppio della CO2 presente in atmosfera, e dunque amplifica i meccanismi dei cambiamenti climatici.  Oltre a rilasciare CO2 il permafrost rilascia anche metano, un altro gas serra.

E il ciclo continua. In alcuni casi puo' essere che il permafrost inizi ad emettere piu' CO2 di quanto ne assorba.  E' gia' successo in alcune localita' d'Alaska.  E quando il ghiaccio si schioglie, il mare che resta assorbe ancora piu' energia del ghiaccio, portando a cicli sempre piu' estremi.

E la perdita di ghiaccio fa si che le ondate di caldo piu' a sud siano piu' intense, perche i venti polari sono meno forti come riporta l'Arctic Report Card, un documento apposito stilato dal National Oceanic and Atmospheric Administration (NOAA).

Intanto, i livelli di CO2 sono ai massimi storici: 416ppm, e continuano a crescere. 


Tutto questo nell'arco delle nostre vite, creato dall'uomo.
E' terrificante se ci si pensa bene, e non fa presagire niente di buono.

mercoledì 10 ottobre 2018

Riscaldamento globale, rapporto Ipcc: “Se non freniamo aumento temperature, ancora più tempeste, alluvioni e siccità”

Fonte: Il Fatto Quotidiano di | 8 ottobre 2018
Quattrocento pagine per spiegare cosa accadrà se il riscaldamento globale dovesse superare 1,5°C. In estrema sintesi: sarebbe un disastro da evitare a tutti i costi. Secondo il rapporto Global Warming presentato oggi al summit di Incheon-Songdo, in Corea del Sud, dal Gruppo intergovernativo sul cambiamento climatico (Ipcc), la superficie terrestre si è riscaldata di un grado, abbastanza per provocare un’escalation di tempeste, alluvioni e siccità mortali. Andando di questo passo si prevede un ulteriore aumento di tre, quattro gradi. Secondo lo studio, il primo in cinque anni sul cambiamento climatico, se si dovesse continuare a emettere la stessa quantità di CO2, l’aumento di temperatura del pianeta supererà il grado e mezzo già nel 2030. Ma quella soglia non deve essere superata. Sono quattro i percorsi possibili tracciati nello studio per riuscire nell’impresa.
Il rapporto, commissionato e approvato dai governi che nel 2015 avevano firmato l’Accordo di Parigi, arriva proprio alla vigilia della riunione dei ministri europei dell’ambiente, domani a Bruxelles, chiamati ad adottare la posizione europea per la prossima Conferenza sul clima (COP24) di Katowice, in programma a dicembre e nell’ambito della quale i governi rivedranno l’Accordo di Parigi per affrontare i cambiamenti climatici. Lo studio non potrà che essere un punto di riferimento per la stessa Conferenza, perché entra nel vivo delle difficoltà di raggiungere l’obiettivo, vista l’inadeguatezza delle politiche messe in campo finora.
Lo scenario descritto nel rapporto
Il dossier è frutto di due anni di lavoro di 91 ricercatori, provenienti da 44 Paesi, che hanno esaminato 6mila studi in materia e valutato 42mila recensioni di colleghi e governi. Secondo gli esperti dell’Ipcc, le conseguenze del riscaldamento di un grado della superficie terrestre sono già sotto gli occhi di tutti: tra gli altri cambiamenti, condizioni meteorologiche estreme, innalzamento del livello del mare e diminuzione del ghiaccio marino artico. Tuttavia è ancora possibile limitare il riscaldamento globale a un aumento di 1,5 gradi Celsius, ma occorrono “cambiamenti rapidi, di ampia portata e senza precedenti”. Il report mostra come le emissioni globali debbano diminuire di circa il 45% entro il 2030 rispetto ai livelli del 2010, per poi essere totalmente azzerate al massimo entro il 2050. Questo significa che eventuali emissioni residue dovranno essere compensate rimuovendo CO2 dall’aria con tecniche la cui efficacia non è dimostrata su larga scala e che potrebbero comportare rischi significativi per lo sviluppo sostenibile. Se si dovesse continuare a emettere CO2 ai ritmi odierni, invece, ci si attende che la temperatura del pianeta superi il grado e mezzo di aumento già tra il 2030 (ossia fra appena 12 anni) e il 2052. Per rimanere sotto la soglia, quindi, servono da subito enormi investimenti, con una spesa annua pari al 2,5 per cento dell’intero prodotto interno lordo mondiale per almeno 20 anni.
I benefici: minore innalzamento dei mari e minore scioglimento dei ghiacci
Cosa cambierebbe, in termini concreti, se si superasse il grado e mezzo Celsius, magari arrivando anche alla soglia dei due gradi teorizzata dall’economista di Yale, William Nordhaus, appena insignito del Premio Nobel? Secondo gli autori del rapporto il riscaldamento globale a 1,5°C invece che a 2°C “potrebbe andare di pari passo con il raggiungimento di una società più sostenibile ed equa”. Intanto nel 2100 l’innalzamento del livello del mare su scala globale sarebbe più basso di 10 centimetri con un riscaldamento globale di 1,5°C invece che 2°C. L’Oceano Artico si ritroverebbe senza ghiaccio in estate solo una volta ogni cento anni, invece che almeno una volta ogni dieci anni, mentre le barriere coralline diminuirebbero del 70-90 per cento invece che scomparire quasi totalmente con una riduzione di circa il 99 per cento.
I quattro percorsi suggeriti 
Quattro i percorsi possibili per mantenere il riscaldamento globale entro 1,5 gradi dai livelli pre-industriali, l’obiettivo più ambizioso dell’Accordo di Parigi. Tutti e quattro prevedono la riduzione della quantità di gas serra nell’atmosfera prodotto dall’uomo. Due le modalità: attraverso il taglio delle emissioni (passaggio a energie rinnovabili e veicoli elettrici, efficienza energetica, riciclo dei rifiuti, riduzione del consumo di carne) e attraverso la rimozione della Co2 (riforestazione, cattura e stoccaggio del carbonio, procedimento quest’ultimo ancora sperimentale). Il primo percorso indicato dall’Onu prevede di puntare sul risparmio energetico e la riforestazione. Il secondo si pone come obiettivo una elevata sostenibilità di tutti i settori produttivi, con un limitato uso dello stoccaggio di carbonio (che ad oggi è fattibile tecnicamente, ma non ancora sostenibile economicamente). Il terzo scenario vede i settori dell’energia e industriale simili a oggi, ma con una maggiore attenzione alla sostenibilità e un ricorso significativo al ‘carbon storage’. Il quarto percorso (quello più caro all’amministrazione Trump, ma tecnicamente futuribile) prevede uno sviluppo basato sulle fonti fossili, con forti emissioni riassorbite dallo stoccaggio di carbonio.
Il ruolo dell’Italia
Domani i ministri europei dell’ambiente si riuniranno a Bruxelles. “L’Italia può e deve avere un ruolo da protagonista in Europa non solo per tradurre in realtà la promessa di Parigi, ma soprattutto per accelerare la transizione, fondata su efficienza energetica e rinnovabili, verso la decarbonizzazione dell’economia europea” ha commentato, dopo la pubblicazione del rapporto, Edoardo Zanchini, vicepresidente di Legambiente, secondo cui “il Consiglio Ambiente deve impegnarsi ad aumentare entro il 2020 gli obiettivi europei, in linea con la traiettoria di riduzione delle emissioni compatibile con la soglia critica di 1.5°C, così da poter raggiungere zero emissioni nette entro il 2040”.

giovedì 20 settembre 2018

Terra, l’allarme degli scienziati: “Ecco data dell’estinzione di massa”

Fonte: misteri e curiosità  Di Claudio Cartaldo
Ora c’è una data. O almeno questo è quello che credono i prestigiosi ricercatori del Mit di Boston.
La vita sulla Terra cesserà di esistere nel 2100. Ovvero tra meno di 90 anni. E non si tratta di una profezia Maya o di chissà quale presagio di un cartomante. A dirlo è la matematica, che – come si dice – non è un’opinione.
A sostenere la ricerca è stato un team di studiosi presso il Lorenz Center del MIT di Boston. A guidarli Daniel Rothman, secondo il quale nel 2100 la terrà andrà incontro ad una nuova estinzione di massa. Stavolta la più drammatica. Tragica. Lo studio è stato pubblicato sulla rivista Science Advances e si basa su calcoli matematici che tengono conto dell’inquinamento atmosferico, per la precisione la quantità di C02 nell’amosfera. Gli studiosi hanno scoperto che durante le precedenti estinzioni di massa era elevato il livello di C02 nell’aria. Basandosi su questo dato gli studiosi hanno dunque calcolato quale è il livello massimo di anidride carbonica sostenibile dal pianeta e significherebbe un punto di non ritorno: 310 gigatoni. Cifra che – se nulla cambia – la Terra raggiungerà (appunto) nel 2100.
“La storia della Terra è una storia di cambiamenti – ha dettolo Daniel Rothman -: alcuni sono graduali e benigni, altri (soprattutto quelli associati a catastrofiche estinzioni di massa) sono relativamente repentini e distruttivi. Cosa distingue gli uni dagli altri? Ho presupposto che le alterazioni del ciclo del carbonio sulla Terra portino a estinzioni di massa sul lungo periodo, se i cambiamenti si avvicendano velocemente; sul breve, se essi sono di vasta portata”. E ancora: “Non sto dicendo che il disastro accadrà domani. Sto dicendo che se l’immissione di CO2 nell’atmosfera non viene controllata potrebbe trasformarsi in qualcosa di più grande e potrebbe comportarsi in un modo difficile da prevedere. Nel passato geologico, questo tipo di comportamento è associazione alle estinzioni di massa”.

pubblicato su:


e ripreso da informazione consapevole

domenica 11 marzo 2018

Brexit: per rimediare a buco di bilancio, Ue studia tre nuove imposte

Fonte: WSI 9 marzo 2018, di Daniele Chicca
Per colmare il grosso buco di bilancio che si verrà a formare in seguito alla Brexit, ossia all’addio del Regno Unito dall’Unione Europea, le autorità di Bruxelles stanno studiando l’imposizione di non una ma tre nuove tasse.
Oltre alla web tax di cui si è già ampiamente parlato, allo scopo di recuperare i circa 10 miliardi di euro annui stimati di minore compartecipazione del Regno Unito al budget, il parlamento Ue sta pensando di introdurre anche un’imposta sulle transazioni finanziarie e una tassa di tipo “ambientale”, che secondo Italia Oggi sarebbe destinata a punire chi inquina maggiormente.
Su quest’ultimo punto in febbraio l’Ocse aveva esortato i governi a tassare con maggiore aggressività le energie inquinanti e in particolare le emissioni di CO2. Nel rapporto si avvertiva anche che i livelli di imposizione fiscale non sono sufficienti a combattere il cambiamento climatico in modo efficace.
Quanto alla tassa sulle transazioni finanziarie due sviluppi politici recenti hanno contribuito a fare tornare in auge la proposta di una FTT. In primis il voto sulla Brexit, dal momento che ha escluso dai giochi uno dei grandi partner contrari: il Regno Unito. In secondo luogo l’accordo per la formazione di una grande coalizione di governo in Germania stretto dalla Cancelliera Angela Merkel con i Social Democratici di Martin Schulz, favorevoli all’imposizione di questo tipo di tassa su base europea da quando è scoppiata l’ultima crisi.
Della web tax sui colossi internazionali dell’hi-tech (GAFAM) si sa che sarà compresa tra i 2 e il 6% del fatturato e non del profitto. L’ipotesi di una Direttiva comunitaria su tale frangente è originata da una lettera congiunta alla presidenza del G20 da parte dei ministri delle finanze di Regno Unito, Francia, Germania, Spagna, Italia, e della Commissione Europea che chiedono un’azione congiunta per la revisione delle norme fiscali per le società digitali.
“È urgentemente necessaria una risposta globale alle sfide fiscali sollevate dall’economia digitale. Le norme attuali portano a carenze fiscali in Paesi in cui le multinazionali conducono attività significative e generano profitti in gran parte basati sul contributo degli utenti di prodotti e servizi digitali, creando così distorsioni del mercato e minando la sostenibilità dell’imposta sulle società che governano il sistema”.
Le prime cinque imprese digitali per capitalizzazione (Amazon, Google, Apple, Microsoft e Facebook, che vengono raggruppati sotto l’acronimo GAFAM) realizzano il 60% delle vendite e dei profitti fuori dagli Stati Uniti, lasciandovi solo il 10% delle tasse pagate. Stando ai calcoli effettuati in uno studio curato dalla Commissione Bilancio della Camera dei Deputati, si stima che in Italia il mancato introito sia stimato in circa 5 miliardi di euro.
Con questi numeri alla mano, è facile capire come mai si stiano intensificando gli incontri da parte di vari ministri economici europei circa l’introduzione di una web tax che faccia da ulteriore leva “fiscale” per riequilibrare evidenti “distorsioni” di un settore, quello a “forte impatto tecnologico”, che avrà un ruolo sempre più determinate nell’economia ormai sempre più “digitale”. In prima linea ci sono Francia, Italia, Germania e Spagna, che possono contare anche sul sostegno di Austria, Bulgaria, Grecia, Portogallo, Slovenia e Romania.

venerdì 3 novembre 2017

I gas serra nell’atmosfera battono tutti i record: 403 ppm. Mai così da 800.000 anni

Fonte: Green Report
Temperature come nel medio Pliocene, quando il livello del mare era 20 metri sopra quello attuale
[30 ottobre 2017]
Secondo il “WMO Greenhouse Gas Bulletin – The State of Greenhouse Gases in the Atmosphere Based on Global Observations through 2016” appena pubblicato da World meteorological Organization (Wmo) e  Global atmosphere watch, «Le concentrazioni atmosferiche di biossido di carbonio (CO2) nel 2016 sono aumentate a un ritmo recor, raggiungendo il livello più elevato da 800.000 anni. Le brusche variazioni dell’atmosfera osservate in questi ultimi 70 anni sono senza precedenti». La Wmo spiega che «À partire dalle più recenti ricostruzioni ad alta risoluzione effettuate grazie alle carote di ghiaccio, è possibile osservare che le variazioni del livello di CO2 non sono mai state così rapide come negli ultimi 150 anni. Le fluttuazioni naturali della CO2 duranti i periodi glaciali hanno sempre proceduto delle variazioni parallele della temperatura. Le indagini geologiche indicano che i livelli attuali di CO2 corrispondono a un clima “stazionario” osservato per l’ultima volta nel medio Pliocene (da 3 a 5 milioni di anni fa), périodo durante il quale la temperatura era da 2 a 3° C più elevata e che ha visto sciogliersi le calotte glaciali della Groenlandia e dell’’Antartide occidentale , così come una parte dell’est del continente. Questo scioglimento aveva provocato un innalzamento del livello del mare che aveva superato da 10 a 20 metri il livello attuale».
Nel 2015 il livello di Co2 nell’atmosfera del nostro pianeta aveva superato la soglia della 400 parti per milione (ppm), per poi arrivare a 403,3 ppm nel 2016, a causa di un mix di attività antropiche e di un fortissimo episodio di El Niño. WMO Greenhouse Gas Bulletin la CO2 atmosferica è ormai il 145% rispetto all’epoca preindustriale (prima del 1750) e «Questo rapido innalzamento delle concentrazioni di CO2 e di altri gas serra nell’atmosfera è in grado di innescare una modificazione senza precedenti dei sistemi climatici e quindi di causare così gravi ripercussioni ecologiche ed economiche»,
Per quanto riguarda il metano (CH4), che è il secondo gas serra persistente per importanza, contribuisce per circa il 17% al g forcing radiativo. Il rapporto dice che «Circa il 40% delle emissioni di CH4 nell’atmosfera sono di origine naturale (zone umide, termitai, ecc.) e il 60% di origine umana (allevamento di bestiame, risicoltura, sfruttamento xdei combustibili fossili, discariche, combustione di biomasse, ecc). Il CH4 atmosferico nel 2016ha raggiunto un nuovo picco: 1.853 parti per miliardo (ppb) cioè circa il 257%  del livello che aveva nell’epoca preindustriale».
Per quanto riguarda le emissioni diossido di diazoto (N2O  – monossido di diazoto o protossido di azoto) nell’atmosfera, circa il 60% sono di origine naturale e il 40% di origine antropica, dato che provengono soprattutto dagli oceani e dai suoli, dalle biomasse, dai concimi e da diversi processi industriali. La Wmo dice che «Nel 2016, la concentrazione atmosferica  del diossido di diazoto era di 328,9 parti per miliardo, cioè il 122% di quel che erano all’epoca preindustriale. Anche l’’N2O svolge un ruolo importante nelle distruzione dello strato di ozono stratosferico che ci protegge dai raggi ultravioletti emessi dal sole. Contribuisce per circa il 6% al forcing radiativo indotto dai gas serra persistenti».
Il WMO Greenhouse Gas Bulletin annuale si basa sulle osservazioni del programma Global atmosphere  che contribuisce a controllare le concentrazioni di gas serra  che sono la principale causa dei cambiamenti climatici a livello atmosferico e,  come i sistemi di allerta precoce, permette di rendere conto delle loro fluttuazioni.
La Wmo sottolinea che «Dall’epoca industria, cioè da dopo il 1750, la crescita demografica, la pratica di un’agricoltura più intensiva, un più grande utilizzo delle terre, la deforestazione, l’industrializzazione  e lo sfruttamento dei combustibili fossili a fini energetici hanno contribuito all’aumento del livello atmosferico di gas serra». Secondo i dati della National oceanic and atmospheric administration Usa (Noaa) citati nel Bollettino Wmo, dal 1990, il forcing radiativo totale causato dall’insieme dei gas serra persistenti, che induce un riscaldamento del nostro sistema climatico, è cresciuto del 40% e nel 2016 è stato registrato un aumento del 2,5% rispetto al 2015.
Il segretario generale della Wmo, Petteri Taalas, è molto preoccupato e avverte che «Se non riduciamo rapidamente le emissioni di gas serra, e in particolare la CO2, andremo incontro a un aumento pericoloso delle temperature entro la fine del secolo, ben al di là dell’obiettivo fissato nell’Accordo di Parigi sul clima. Le generazioni future erediteranno un pianeta nettamente meno ospitale. La CO2 persiste nell’atmosfera per secoli e nell’oceano ancora più a lungo. Secondo le leggi della fisica, in futuro la temperatura sarà nettamente più elevata e i fenomeni climatici più estremi. Ma non abbiamo la bacchetta magica per far scomparire questo eccesso di CO2 atmosferica».
Il WMO Greenhouse Gas Bulletin è stato reso noto alla vigilia della pubblicazione dell’Emissions Gap Report dell’United Nations enveronment progranne (Unep) che censisce gli impegni presi dai Paesi del mondo in materia di politiche generali per la riduzione dei gas serra e che analizza come queste politiche produrranno un calo effettivo delle emissioni entro il 2030, definendo allo stesso tempo con precisione il gap r tra i bisogni e le prospettive e le misure da prenderle per colmarlo, Il capo dell’Unep, Erik Solheim, ha anticipato che «Le cifre non mentono. Le nostre emissioni continuano a essere troppo elevate e bisogna invertire la tendenza. In questi ultimi anni, le energie rinnovabili hanno certamente conosciuto un formidabile sviluppo, ma dobbiamo immediatamente raddoppiare gli sforzi per fare in modo che queste nuove tecnologie low carbon possano svilupparsi. Disponiamo già di numerose soluzioni per far fronte a questa sfida. Manca solo la volontà politica della comunità internazionale e l’accettazione di un’evidenza: il tempo stringe».
Le decisioni che verranno prese alla Conferenza delle parti Unfccc di Bonn dal 7 al 17 novembre si baseranno soprattutto sugli elementi scientifici presentati nel WMO Greenhouse Gas Bulletin  e nell’Emissions Gap Report dell’Unep  e Wmo, Unep ed altri partner puntano a realizzare un sistema integrato di informazioni sui gas serra per aiutare i Paesi a a misurare i progressi compiuti rispetto agli impegni assunti per ridurre le emissioni, per migliorare i loro rapporti nazionali e adottare ulteriori misure di attenuazione. Questo sistema valorizza la lunga esperienza della Wmo per quanto riguarda la misurazione strumentale dei gas serra e la modellizzazione dell’atmosfera.

domenica 23 luglio 2017

Clima, poco tempo per evitare la catastrofe. E i governi scaricano i costi sulle spalle dei giovani

Se non si riducono subito i gas serra, ci vorranno 500 trilioni di euro per catturare la CO2.

«La riduzione delle emissioni di gas serra non è sufficiente a limitare il riscaldamento globale a un livello che non metta a rischio il futuro dei giovani». E’ quanto emerge dal nuovo studio “Young people’s burden: requirement of negative CO2 emissions”, pubblicato su Earth System Dynamics , il giornale dell’European Geosciences Union (Egu), da un folto team internazionale di scienziati.
Secondo i ricercatori, dobbiamo arrivare ad emissioni negative e  «Misure come la riforestazione potrebbero compiere gran parte della necessaria rimozione di CO2  dall’atmosfera, ma le continue ed elevate emissioni di combustibili fossili richiederebbero costose soluzioni tecnologiche per estrarre CO2 e prevenire un  riscaldamento pericoloso».
Il principale autore dello studio,  James Hansen, dell’ Earth Institute della Columbia University, che in precedenza j ha lavorato al Nasa Goddard institute for space studies, spiega che «Continuando con le elevate emissioni di combustibili fossili lasceremo ai giovani una enorme e  costoso problema di pulizia e accresceremo gli effetti deleteri del clima, il che dovrebbe essere di incentivo e obbligo per governi a modificare le politiche energetiche senza ulteriori ritardi».
Secondo lo studio, se continuano ad aumentare le emissioni di gas serra, i giovani di oggi potrebbero trovarsi a dover spendere fino a 5 trilioni di euro  (500.000 miliardi) in tecnologie per estrare l’anidride carbonica dall’aria. Invece, se iniziasse rapidamente la fase di abbandono dell’utilizzo dei combustibili fossili, la CO2 potrebbe essere rimossa dall’atmosfera a costi relativamente bassi.
I ricercatori dicono che, se si interviene subito, non sarebbero necessarie le sperimentali e costose tecniche di Carbon capture and storage (Ccs) e che «Migliori pratiche agricole e forestali, tra cui la riforestazione e il miglioramento dei suoli, sarebbero in grado di ottenere la maggior parte dell’estrazione del CO2 necessaria per evitare le conseguenze più pericolose del riscaldamento globale».
Gli effetti del cambiamento climatico comprendono ondate di caldo più frequenti e forti, tempeste, inondazioni, siccità e l’aumento del livello del mare, che potrebbero interessare milioni di persone che vivono nelle zone costiere. Nello studio si legge che «Un aumento del livello del mare di mezzo metro a un metro entro questo secolo, che può essere inevitabile anche se le emissioni diminuiscono, avrebbe conseguenze terribili; eppure queste sarebbero niente rispetto alle catastrofi umanitarie ed economiche che accompagnerebbero l’aumento del livello del mare di diversi metri».
Hansen spiega ancora. «Dimostriamo che l’obiettivo di limitare il riscaldamento globale a non più di +2° C rispetto ai livelli preindustriali non è sufficiente, poiché a + 2° C sarebbe più caldo del periodo Eemiano, quando il livello del mare raggiungeva + 6 – 9 metri Rispetto a oggi». L’Eemiano finì circa 115.000 anni fa ed era un periodo caldo nella storia della Terra tra due ere glaciali.
Secondo lo studio, «Il pericolo è che una temperatura media globale a lungo termine di + 2  C – o addirittura di +1,5 ° C, l’altro limite della temperatura discusso nell’Accordo di Parigi del 2015 – potrebbe innescare un “lento” Feedback sul clima. In particolare, potrebbe portare alla fusione parziale delle calotte glaciali, il che comporterebbe un significativo aumento del livello del mare, come accaduto nell’Eemiano».
Il team di Hansen ha evidenziato che «La CO2 atmosferica dovrebbe essere ridotta a meno di 350 parti per milione (ppm) rispetto al suo attuale livello di circa 400 ppm. Nel 2016 la temperatura media globale ha raggiunto i + 1,3° C rispetto ai livelli preindustriali e aumenterà almeno di alcuni decimi di gradi in più nei prossimi decenni a causa della risposta ritardata ai passati aumenti di CO2 e di altri gas. La riduzione di CO 2 inferiore a 350 ppm porterà al picco delle temperature che più tardi diminuiranno lentamente a circa + 1° C entro questo secolo. Questo obiettivo richiede emissioni negative di CO2 , cioè l’estrazione di CO2 dall’aria, oltre ad una rapida riduzione delle emissioni da combustibili fossili».
Il team di scienziati stima che, se inizieremo a ridurre le emissioni di CO2 nel 2021 ad un tasso del 6% all’anno, entro il 2100 dovremmo estrarre circa 150 gigatonnellate di carbonio dall’atmosfera. La maggior parte di queste, circa 100 gigatonnellate, potrebbero provenire da migliori pratiche agricole e forestali. Queste misure possono essere relativamente poco costose e portano con sé ulteriori vantaggi,  come il miglioramento della fertilità del suolo e i prodotti forestali.
Ma i ricercatori mettono in guardia sul rischio reale delle attuali politiche: «Tuttavia, se le emissioni di CO2 crescono ad un tasso del 2% all’anno (tra il 2000 e il 2015 sono aumentate in media del 2,6% all’anno), dovremmo estrarre ben oltre 1.000 gigatonnellate di carbonio dall’atmosfera entro il 2100. Solo con una soluzione tecnologica costosa, in grado di succhiare il carbonio dall’atmosfera».
Le tecnologie su cui si appunta il maggior interesse sono la bioenergia con la carbon capture and storage cattura e lo stoccaggio del carbonio.  Gli scienziati spiegano ancora: «Le coltivazioni e le piante assorbono CO2 dall’aria mentre si sviluppano, quindi se vengono usate come combustibile e la CO2 viene catturato e stoccata in formazioni geologiche sotto roccia impermeabile, si verificano emissioni negative». Il team stima che il costo totale di questa tecnologia potrebbe arrivare fino a 500 trilioni di euro, e che «Le tecnologie di estrazione hanno grandi rischi e fattibilità incerta».
Hansen conclude: «E’ evidente che i governi stanno scaricando questo problema sulle spalle dei giovani. Questo non sarà facile o poco costoso».
Da .greenreport.it

giovedì 4 agosto 2016

State of the Climate 2015 Report: la Terra è calda e diventerà bollente

04/08/2016 di triskel182

Tra le aree con un riscaldamento molto accentuato c’è anche l’Italia centro-settentrionale.
2015 superato 2014 come l’anno più caldo mai registrato con l’aiuto di El Nino.Il National Centers for Environmental Information  della National oceanic and atmospheric administration (Noaa) ha appena pubblicato il suo State of the Climate 2015 Report  che conferma che «2015 ha superato il 2014 come l’anno più caldo mai registrato a partire almeno dalla seconda metà del XIX secolo».
Secondo i  più di 450 scienziati provenienti da 62 Paesi che hanno contribuito a realizzare questo “check-up”  del pianeta, pubblicato come supplemento speciale del Bulletin of the American Meteorological Society, «Ilcaldo record dello scorso anno è il risultato di una combinazione del riscaldamento globale a lungo termine e di uno dei più forti di El Niño  sperimentati almeno dal 1950»
Il team internazionale di ricercatori ha scoperto che «La maggior parte degli indicatori del cambiamento climatico hanno continuato a riflettere trend coerenti con il riscaldamento globale».  Gli scienziati concludono: «La variabilità naturale del clima fa sì che la temperatura superficiale salga e scenda di anno in anno e anche decennio per decennio. Tuttavia, questa variabilità a breve termine è sempre più sopraffatta da ciò che sta avvenendo su scale temporali più lunghe: nell’arco che va da molti decenni a un secolo si sono riscaldate sia la superficie che la troposfera. Ancora più significativamente, 14 dei 15 anni più caldi mai registrati si sono verificati dal 2000».
Ecco i principali risultati dello State of the Climate 2015 Report:
I gas serra hanno raggiunto il livello più alto mai registrato. Durante il 2015, le concentrazioni di gas serra più importanti, tra cui il biossido di carbonio (CO2), il metano e il protossido di azoto, hanno raggiunto nuovi valori di record. La concentrazione media globale di CO2 è stata di 399,4 parti per milione (ppm), un aumento di 2,2 ppm rispetto al 2014.
La temperatura globale della superficie terrestre  è stata la più alta mai registrata. «Aiutato dal forte El Niño – spiegano alla Noaa –  la temperatura annuale superficiale globale nel 2015 è stata di 0,42 – 0.46 gradi centigradi al di sopra della media 1981-2010, superando il precedente record stabilito nel 2014. Se si guardano le temperature medie del 2015 rispetto alle medie del periodo  1981-2010 ,  la Russia e il Nord America occidentale sono stati particolarmente caldi e in generale sul pianeta solo poche aree, in particolare la Groenlandia e nord-est del Canada, sono stati più freschi  rispetto alla media. Tra le aree che hanno sperimentato un riscaldamento molto accentuato c’è anche l’Italia centro-settentrionale.
La temperatura della superficie del mare è stata la più alta mai registrato. La temperatura media globale della superficie del mare è stata di 0,33 – 0.39° C sopra la media, battendo il precedente record del 2014.
Il calore globale contenuto nell’oceano “superiore” è stato il più alto mai registrato, superando il record del 2014, il che dimostra l’accumulo continuo di calore negli strati superiori dell’oceano.   Il forte El Niño ha portato ad alte temperature della superficie del mare in gran parte del Pacifico tropicale, tuttavia in alcune parti del Nord Atlantico, del sud del Pacifico e nelle acque del sud del Sud America le temperature supoerficiali erano sotto la media.
Il livello globale del mare ha raggiunto un nuovo record nel 2015. Era di circa 70 millimetri superiore a quello osservato nel 1993, quando sono iniziate le registrazioni dei dati satellitari globali sull’innalzamento del livello del mare.
Nel complesso, nel 2015, i cicloni tropicali sono stati ben al di sopra la media: 101 in totale in tutti i bacini oceanici nel 2015, la media del periodo 1981-2010 di 82 cicloni.  Nel Pacifico centrale/orientale ci sono stati  26 tifoni, mai cos’ tanti dal 1992. Il Nord Atlantico, al contrario, ha avuto un minor numero di tempeste degli ultimi 20 anni.
L’Artico ha continuato a scaldarsi: l’estensione del ghiaccio marino è rimasta bassa. La temperatura della superficie terrestre artica nel 2015 è stata di 1,2° C sopra la media 1981-2010, raggiungendo il 2007 e il 2011 come anno più caldo mai registrato. L’estensione massima del ghiaccio marino artico raggiunta nel febbraio 2015 è stata la minore negli ultimi 37 anni, da quando sono disponibili i dati satellitari, mentre l’estensione del ghiaccio marino artico a settembre è stata la quarta più bassa mai registrata.
Da greenreport.it
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.. e cosa vuoi dire? Eppure ce ne sarebbe da dire, vero?

venerdì 22 gennaio 2016

Clima, la conferma della Nasa: “Il 2015 l’anno più caldo di sempre”

di F. Q. | 20 gennaio 2016

Il 2015 è stato l’anno più caldo mai registrato dal 1880, cioè da quando si ha disponibilità di dati. Un record scippato al 2014. La notizia, finora presumibile ma non ufficiale, è certificata dalla Nasa e dall’Agenzia federale Usa per la meteorologia (Noaa). La temperatura media globale sulla terraferma e sulla superficie oceanica è stata di 0,9 gradi centigradi superiore alla media del XX secolo. È la cifra più alta mai registrata negli ultimi 136 anni, e supera il record del 2014 di 0,16 gradi. La temperatura sulla superficie terrestre è stata più alta di 1,33 gradi rispetto alla media; quella della superficie marina ha registrato +0,74 gradi sopra la media. Il termometro è stato da record anche a dicembre, che con 1,11 gradi sopra la media si è confermato il dicembre più caldo di sempre. Nel corso del 2015 sono stati 10 i mesi che hanno segnato un primato delle temperature, con le sole eccezioni di gennaio e aprile.
Nel corso del 2015 il caldo record ha interessato diverse aree del globo: l’America Centrale e la parte settentrionale del Sud America, varie parti dell’Europa settentrionale, meridionale e orientale fino all’Asia occidentale, e ancora la Siberia centrorientale, alcune regioni del Sud Africa, ampie aree del Pacifico nordorientale ed equatoriale e del Nordatlantico occidentale, la maggior parte dell’Oceano Indiano e zone dell’Oceano Artico. A contribuire è stato certamente il fenomeno climatico periodico El Niño, che riscalda l’Oceano Pacifico tropicale, “ma è l’effetto cumulativo di un trend di lungo periodo che ha portato al record di temperature a cui assistiamo”, evidenziano gli esperti.
“Il cambiamento climatico è la sfida della nostra generazione”, sottolinea l’amministratore della Nasa Charles Bolden. “L’annuncio di oggi è un dato chiave che dovrebbe far alzare in piedi i decisori politici e farli prendere atto che ora è il momento di agire“. Sempre in base ai dati, l’estensione della copertura nevosa nell’emisfero Nord durante il 2015 è stata di 24,6 milioni di km quadrati. Si tratta dell’undicesima estensione più bassa dall’inizio delle misurazioni, nel 1968, e la più bassa dal 2008. L’estensione annuale media del ghiaccio marino artico si è attestata a 11 milioni km quadrati, la sesta più piccola negli ultimi 37 anni. Al contrario, l’estensione del ghiaccio marino in Antartide è stata la terza più grande mai registrata dopo quelle del 2013 e del 2014, a 12,7 milioni di km quadrati.
di F. Q. | 20 gennaio 2016
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un altro sintomo della malattia chiamata inquinamento dell'uomo è la mega-tempesta "jonas" (sempre sperando che una volta a terra questa tempesta si attenui) che si sta abbattendo in queste ore sulle coste dell'est degli USA:  Tennessee, Georgia, North Carolina, Virginia, Maryland, Pennsylvania, il distretto di Columbia sono sotto di essa e tutto si sta progressivamente fermando, naturalmente previo approvvigionamento della gente nei supermercati. Sono interessati oltre 50 mln di persone: un vero evento di massa e, molto probabilmente, l'anteprima di quello che su scala planetaria si potrà scatenare se il meccanismo climatico continuerà ad essere forzato dal modello di economia globale che proprio gli USA, e i loro sodali finanziari, anche europei, stanno imponendo a tutti gli altri..... e nel vecchio mondo? Bè anche l'europa climatica è divisa in due: il nord europa risente fortemente di questo durissimo inverno e il sud, particolarmente gli stati occidentali del sud vedono l'arrivo dell'alta pressione di stampo africano; nessuno pensi che sia un bene perchè queste sacche non fanno altro che scatenare peggiori spinte in senso opposto..... e già si parla, negli ambienti tecnici, del 2016 come nuovo anno più caldo di sempre. Insomma la meccanica climatica sta dando ragione ai tanti gufi e cassandre che da 30 anni, e più, a questa parte mettevano in guardia da queste conseguenze: cassandre, appunto...

buon weekend a tutti e incrociamo le dita per i prossimi anni

martedì 29 novembre 2011

Clima mare-"Monti".......

Prima i fatti di casa..... habemus pletora di Sottosegretari, Viceministri e Ministro annesso; indovinate un pò? Funzione pubblica. Partiamo dall'ultimo: il nuovo Ministro alla Funzione pubblica é/era ....Capo di Gabinetto del Ministro Brunetta, altro che discontinuità, vero? E andando avanti non va meglio:
Grilli. Direttore del Tesoro, ora Vice di Monti. Attorno al suo nome si è combattuto aspramente come alternativa a Visco alla poltrona più importante di Bankitalia... soldi da Viceministro ma posto precedente non perso, solo aspettativa, mica male, no?
Vieri Ceriani, già a capo dei servizi fiscali di Bankitalia;
Gianfranco Polillo anche lui sottosegretario a via XX Settembre (tutti e due dalla banca centrale).
Mario Ciaccia è stato nominato viceministro al ministero dello Sviluppo Economico con delega alle Infrastrutture. E' l'amministratore delegato di Biis (controllata da Intesa San Paolo)..... e poi negatemi che questo non sia un governo "bancario", segnatamente della finanza cattolica.
sempre, allo Sviluppo, nel ruolo di sottosegretari, Claudio De Vincenti e Massimo Vari.
Michel Martone al Welfare..... era meglio Sacconi. A quota di liberismo thatcheriano questo governo non scherza, vero (Renzi impallidisce al confronto delle tesi di Martone)?
Giampaolo D'Andrea (unico "politico") sarà il sottosegretario ai rapporti con il parlamento
Antonio Malaschini, idem come sub7;
Carlo Malinconico è stato nominato sottosegretario all'Editoria;
Paolo Peluffo è invece sottosegretario alla Comunicazione e all'informazione (consulente dell'amato capo per il 150° proviene dalla Corte dei Conti).
Carlo De Stefano, Giovanni Ferrara e Saverio Ruperto sono stati nominati sottosegretari all'Interno.
Salvatore Mazzamuto e Andrea Zoppini alla Giustizia.
Esteri: Marta Dassù (direttore di Aspen Institute Italia, considerata di area dalemiana; una piccola nota a margine ossia l'aspen insitute è un altra di quelle lobby politico finanziarie internazionli e sovranazionali che "gestiscono" l'economia mondiale con i loro "suggerimenti", prove italiane di "nuovo ordine mondiale", o sono il solito complottista?) e Staffan De Mistura, con un lungo passato alle Nazioni Unite.
Guido Improta va alle Infrastrutture.
Roberto Cecchi ai Beni culturali (se ricordo bene interno all'amministrazione).
Elena Ugolini e Marco Rossi Doria sono sottosegretari all'istruzione.
Sanità: Adelfio Elio Cardinale, attualmente vicepresidente dell'Istituto superiore di Sanità, già presidente nazionale dei medici radiologi e preside della Facoltà di medicina dell'università di Palermo.
... immagino che con una squadra del genere (...) i mercati siano terrorizzati e da domani si rifugino nei loro covi rifiutandosi di mettere fuori il naso...... le o.n.g. si stanno attivando per fornirgli aiuti umanitari e creare corridoi umanitari per la loro salvezza.
E ora veniamo alle "buone" notizie. Ritengo necessaria una premessa veloce: i dati e le cifre che qui fornisco sono prese dalle seguenti fonti: Le due pagine, 14 e 15, del giornale "La Stampa" che, rubrica "Primo Piano", in data 28/11/2011 ha dedicato all'argomento e dal sito del IPCC ossia l'organismo internazionale sul controllo del clima e ciò quindi non é farina del mio sacco.. tutto il resto, considerazioni ecc., è roba mia.
E' iniziato il vertice sul clima a Durban e già siamo all'allarme. Entro il 2050 arriveremo a 450 parti (oggi siamo a 390) per milione di CO2 il che significa che, se non si rallenta il processo, in quegli anni saremo realmente nei guai o, come amano dire alcuni, il treno che oggi è lanciato a folle velocità contro un muro in quegli ... arriverà a destinazione con dentro tutto il carico di umanità (la cui crescita in quegli anni arriverà alla bella cifra di 9 miliardi) che allegramente festeggerà l'inizio della propria estinzione. Insomma siamo nei guai non tanto perché ci sarà la catastrofe come certi film ci raccontano, quanto un lento cammino verso la sparizione dal pianeta (che immagino tirerà un bel sospiro di sollievo) di cui gli eventi estremi (di cui in questi anni ne stiamo avendo dei "prequel" non da poco per non parlare della crisi alimentare che spinge milioni di disperati sulle nostre coste) e le varie "estate" indiane che abbiamo sotto gli occhi trovano tragica conferma dell'assunto precedente. E' mai possibile che il turbocapitalismo che tutto capitalizza e misura econometricamente sulla base dell'assunto che mercato=democrazia=progresso= crescita continua? Evidentemente no dato che gli scienziati la vedono molto diversamente e sono anni ormai che denunciano il sistema economico politico dominante come una delle cause principali del cambiamento climatico globale e se non si cambia strada, non solo a livello locale, saranno guai per tutti.. non sto a fare descrizioni perché sarebbero inutili e dannose, ma ci siamo capiti, vero? Pensate che solo con 0,8 gradi in più si sta scatenando il casino, per esempio, in Liguria e Toscana (per non parlare delle inondazioni in Indocian).. ora provate a immaginare con altri 0,3° in più cosa accadrà... Durban ultima spiaggia? Forse, però se non ci si da una mossa e cominciamo a premere affinché i governi prendano seri provvedimenti o.....
AUGURI ITALIA
AUGURI PIANETA TERRA
AUGURI UMANITA' DOLENTE E PREDA DI SE STESSA

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