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mercoledì 26 febbraio 2020

Il falso mito della transizione ecologica: niente è gratuito a questo mondo per noi umani

Fonte: Il Fatto Quotidiano Fabio Balocco  Ambiente & Veleni - 24 Febbraio 2020

L’affermazione che occorre transitare quanto prima all’energia verde per fermare il cambiamento climatico è un mantra che oramai accomuna tutti i governi (meno forse quello americano e vedremo il possibile perché) nonché i seguaci di Greta e i verdi in generale. I primi se la prendono con calma, i seguaci di Greta & C. vorrebbero tutto e subito. Perché l’energia verde è un bene assoluto. Così come la mobilità elettrica. Così come la smaterializzazione della nostra società, a cui sicuramente non riusciremmo più a rinunciare.
Ma c’è un “però”, c’è una congiunzione avversativa che si oppone in qualche modo alle energie verdi e alla smaterializzazione completa della nostra società. Il “però” è relativo al fatto che noi siamo, molto banalmente, legati a delle cose: per captare l’energia solare dobbiamo costruire dei pannelli; per l’energia eolica delle pale; per connetterci abbiamo bisogno dei pc o degli smartphone; per le auto elettriche di batterie ad hoc, e le cose sono fatte, noi le facciamo, con delle materie prime che estraiamo dalla Terra. E queste, come tutto in questo mondo, sono risorse finite. E soprattutto non sono neutre.
È su questo che vuole farci ragionare La guerra dei metalli rari, in cui Guillaume Pitron, giornalista francese che al libro ha dedicato anni di indagine, ci prende per mano e ci accompagna nel mondo dei metalli che caratterizzano la nuova era della transizione ecologica e digitale.
Il risultato è ben diverso da quel mondo fantastico (anche nel senso che esiste solo nella fantasia) di Greta & C. Non è un sogno, anzi, diciamolo, assomiglia molto di più ad un incubo.
Iniziamo col dire che per la transizione sono necessari anche metalli rari, che infatti sono anche denominati oggi metalli tecnologici o metalli strategici, una famiglia all’interno della quale ci sono altresì le cosiddette “terre rare”. I metalli rari non sono poi così rari, perché sono presenti più o meno dappertutto nel mondo. Il fatto è che essi non si trovano in alte concentrazioni nelle rocce, e sono difficili da separare.
Questo comporta che per l’estrazione si devono gettare letteralmente via immense quantità di roccia (ne servono 200 tonnellate per ricavare un chilo di lutezio; 50 tonnellate per un chilogrammo di gallio; 16 tonnellate per un chilogrammo di cerio; 8 tonnellate per un chilo di vanadio), e per purificarli si crea una grande massa di ulteriori rifiuti e di inquinamento: secondo l’Associazione cinese delle Terre Rare, per ogni tonnellata di metalli rari estratti, vengono scartati tra i 9.600 e i 12.000 metri cubi di rifiuti sotto forma di gas, a loro volta contenenti polveri concentrate, acido fluoridrico, anidride solforosa e acido solforico. Inoltre si producono circa 75 metri cubi di acque reflue acide e una tonnellata di rifiuti radioattivi.
Un procedimento lungo, costoso, e produttore appunto di rifiuti e di inquinamento. Certo, quando guardiamo il nostro cellulare o vediamo un pannello solare o una silenziosa auto elettrica riesce difficile immaginarlo, non è vero?
Ma se per estrarre metalli rari il processo è complessivamente molto costoso, come mai i prodotti finali costano relativamente poco? La risposta è semplice: Cina. In Cina ci sono le maggiori concentrazioni di metalli rari e i costi di estrazione sono relativamente bassi, mentre alti sono i costi sull’ambiente e la salute dei cittadini. Il risultato è che “grazie” all’estrazione dei metalli rari la Cina si ritrova in questi decenni molto più inquinata di prima. Sarà per questo che a Baoutou, nella Mongolia cinese, la più importante zona di produzione del pianeta di terre rare, non ti puoi avvicinare perché il sito è presidiato da vigilantes? Sarà per questo che nella popolazione che vive nelle vicinanze della miniera le persone muoiono più facilmente di cancro e la popolazione è invitata dal governo a “delocalizzarsi”?
Non è invece un caso che sia in Francia sia negli Stati Uniti si sia abbandonata l’industria legata alla loro lavorazione. E non è forse un caso, aggiungo, che negli Usa Trump persegua la politica del petrolio e del carbone, posto che la transizione lo obbligherebbe a legarsi mani e predi al gigante asiatico.
La soluzione potrebbe essere il riciclo dei metalli rari? In Giappone ci stanno pensando, ma per il momento non se ne fa quasi nulla, perché l’operazione è improba (spesso i metalli rari entrano a far parte di leghe) e molto costosa.
Quale la soluzione, allora, se si vuole davvero proseguire (come appare inevitabile) nell’abbandono dei fossili e nella transizione digitale? Certo, le ricerche nei mari o addirittura nello spazio. L’autore del libro, molto saggiamente e più banalmente suggerisce: dato che i metalli rari sono ubicati un po’ dappertutto, ogni nazione si prenda la responsabilità di estrarli e lavorarli in proprio, e in particolare egli pensa proprio alla Francia, dove la lavorazione già c’era. Così si smetterà di delegare a paesi terzi costi e rischi. Si abbia il coraggio di aprire miniere sul proprio suolo. Vogliamo un futuro green? Assumiamoci la responsabilità del bello e del brutto che il green comporta.
Della serie: niente è gratuito a questo mondo per noi umani.

mercoledì 23 ottobre 2019

Venere era simile alla Terra. Il clima di un pianeta cambia: per questo dobbiamo attrezzarci

Fonte: Il Fatto Quotidiano Scienza - 23 Ottobre 2019 Andrea Aparo von Flüe

Ci sono notizie che, per quanto interessanti, è opportuno lasciare decantare per evitare che qualsiasi cosa si dica venga fraintesa, perché il tempo è sbagliato. Facciamo riferimento a quanto raccontato un paio di settimane fa a proposito di Venere e di come in un tempo passato, lontano ma reale, possa avere avuto atmosfera, clima e meteorologia molto simile a quella della Terra di oggi. Venere, unico pianeta con un nome femminile. Ha una massa che è circa l’80% di quella terrestre e un diametro pari al 95%. Di fatto è il gemello diverso della Terra.
Diverso perché è l’unico pianeta del sistema solare ad avere un’orbita quasi perfettamente circolare e impiega 225 giorni a completarla. Ruota molto lentamente su se stesso, in senso orario, opposto a quello della Terra e dunque produce uno scudo magnetico debole. Un giorno su Venere è pari a 243 giorni terrestri. Ruota in direzione opposta a quella della sua orbita e quindi passano 117 giorni fra quando il sole sorge a ovest e tramonta a est.
Non ha stagioni perché il suo asse di rotazione è quasi verticale e le sue notti non hanno luna perché, come Mercurio, è sprovvisto di satelliti. Ha una struttura geologica simile a quella della Terra, con una crosta basaltica – una singola placca tettonica spessa un centinaio di chilometri di roccia dalle mille sfumature di grigio illuminate da una luce arancione, sottoposta a una pressione che è 90 volte quella terrestre e una temperatura superficiale pari a 460 gradi centigradi – un mantello e un nucleo ferrosi di circa 300 km di diametro.
Possiede vulcani attivi, montagne alte 17 chilometri. L’alta temperatura al suolo è dovuta alla vicinanza al Sole e all’effetto serra dei gas che compongono la sua atmosfera: anidride carbonica e nuvole di acido solforico spinte da venti che le fanno viaggiare alla velocità media di 3760 chilometri all’ora. Un inferno decisamente inospitale.
C’è stato un tempo però, più o meno 3 miliardi di anni fa, quando Venere era un paradiso. C’erano mari e oceani, fiumi e laghi e una temperatura superficiale compresa fra i 20 e i 50 gradi centigradi. Dello stesso ordine di grandezza di quella della nostra Terra oggi.
Secondo i risultati delle simulazioni elaborate da Michael Way e Anthony Del Genio del Goddard Institute for Space Science della Nasa, pubblicate a fine settembre scorso, per miliardi di anni Venere ha goduto di un clima stabile, che può avere consentito lo sviluppo di forme di vita. Poi circa 700-750 milioni di anni fa è accaduto qualcosa, o una serie di eventi concatenati, che hanno distrutto tutto.
Il Sole, invecchiando, diventa sempre più caldo. Può avere arrostito Venere. Può esserci stata un’attività vulcanica ed eruttiva parossistica, dove l’anidride carbonica e altri gas a effetto serra rilasciati dal magma hanno riempito l’atmosfera. Il rapido raffreddamento della lava non consentì all’anidride carbonica di essere riassorbita, innescando un effetto serra letale.
Perché non parlarne prima? Perché pochi avrebbero ascoltato e molti avrebbero usato l’informazione a proprio vantaggio. Erano i giorni di Greta Thunberg che parla alle Nazioni Unite, di Donald Trump che twitteggia, garrulo, pallido e assorto, le sue sciocchezze; dello scontro senza dialogo fra negazionisti e fondamentalisti del cambiamento climatico. Chissà se 750 milioni di anni fa è accaduto lo stesso su Venere.
Decisori venusiani certi che nulla sarebbe mai cambiato, visto che nulla era cambiato per 3 miliardi di anni, a cui gli scienziati locali mostravano inutilmente dati, modelli, simulazioni che evidenziano un cambiamento in atto. Zittiti perché non sanno quali ne siano le cause: naturali, artificiali, forse entrambe le cose. Tutti comunque maltrattati da una ragazzina, sempre venusiana, più derisa che ascoltata, che dice con voce forte e chiara che il re è nudo.
Allora come oggi, la fisica è la stessa. Allora come oggi nessuno può ragionevolmente negare che, in un sistema altamente complesso, qual è l’interazione fra geo-, atmo-, idro- e biosfera, tutti i fenomeni sono di tipo esponenziale e sottoposti a dinamiche di non equilibrio che permettono al sistema di evolvere, anche in modi quasi istantanei, in configurazioni catastrofiche, altamente improbabili, ma possibili perché già avvenute in passato. Vedi l’ultimo periodo glaciale, iniziato 110mila anni fa e terminato circa 10mila anni fa a causa di 192 anni – un niente – di eruzioni vulcaniche in Antartide.
Eppure c’è chi nega. C’è chi crede, perché si tratta di teologia e non di scienza, che quanto stia accadendo sia “causato” dagli uomini e che un opportuno intervento di segno opposto possa rimettere, linearmente, le cose a posto. Tutta responsabilità della CO2. Basta ridurla, eliminarla – dicono con la solita arroganza del genere umano – e il gioco è fatto.
Esiste invece la seria possibilità che l’attuale fase del cambiamento climatico, perché il clima cambia continuamente e da sempre, sia innescata e alimentata da fenomeni naturali di cui non abbiamo nessun controllo: variazione dell’irraggiamento solare, circolazione dei venti e delle correnti oceaniche, ventilazione degli oceani profondi, attività vulcaniche, modifica della composizione dell’atmosfera. Lista del tutto parziale.
L’attività dell’uomo può agire da catalizzatore, accelerando le conseguenze di tali fenomeni. Non è detto che interrompendola vengano rallentati o modificati. Comunque sia, qualcosa è in atto. Non importa quale sia la causa, o le cause. Comunque dobbiamo attrezzarci per affrontare le conseguenze. Siamo tutti sulla stessa barca. Le attuali politiche ed equilibri geo-economici hanno fatto il loro tempo. Servono nuove istituzioni di decisione e governo internazionale.
Una nuova coscienza democratica. Conoscenza, responsabilità, non chiamarsi fuori. Serve un’etica innovativa. Invece stiamo a menare il can per l’aia, certi di avere chissà quanto tempo a disposizione. Certezza che altro non è se non una pericolosa, criminale, sciocchezza.

giovedì 1 agosto 2019

Clima, il summit di New York ha un’agenda nobile. Ma la realtà è molto diversa

Fonte: Il Fatto Quotidiano Marco Iane Ambiente & Veleni - 1 Agosto 2019

Il prossimo 23 settembre, a New York, si terrà un importante evento, dove le Nazioni Unite si riuniranno per fare il punto della situazione sullo stato dei cambiamenti climatici e su alcuni temi programmatici da sviluppare per tentare di limitare l’impatto antropico sull’evoluzione di tali cambiamenti. In questo summit, condensato in una sola giornata e qui mi pare davvero che il tempo a disposizione sia davvero pochino, il segretario generale dell’Onu Antonio Guterres porrà in risalto alcuni temi fondamentali per uno sviluppo sostenibile, sollecitando le nazioni ad implementare gli sforzi per una conversione economica verso la sostenibilità ambientale.
I want to hear about how we are going to stop the increase in emissions by 2020, and dramatically reduce emissions to reach net-zero emissions by mid-century: questa la dichiarazione del segretario generale dell’Onu, che ascolterà come i paesi intendano applicare quanto concordato nella convenzione di Parigi, la famosa Cop21. Un’agenda che intende dettare alcuni passaggi importanti per raggiungere l’obiettivo di rientrare in armonia con la nostra madre Terra, qui riassunta:
Finanza: muovere risorse pubbliche e private per guidare la decarbonizzazione in tutti i settori principali;
Transizione energetica: accelerare il passaggio dalle energie fossili a quelle rinnovabili, passando dall’efficientamento energetico;
Trasformazione del mondo industriale: con lo sviluppo sostenibile delle industrie petrolifere e del gas, dell’acciaio, cemento, chimiche e information technology;
Soluzioni naturali e sostenibili: riduzione delle emissioni e sviluppo di un’economia che valorizzi la biodiversità e l’agricoltura biologica; sviluppo di città che attuino azioni localizzate, rispettose degli intenti dettati dalle necessità impellenti di ridurre l’impatto antropico sul clima.
Un’agenda interessante che, però, contrasta molto con le realtà politiche di molte nazioni, che sono ancora orientate a mantenere e sviluppare economie basate sul fossil fuel e su dinamiche progettuali che mantengono l’attuale situazione, anzi addirittura aggravandola. Penso proprio agli Usa, che ospitano il meeting e sono guidati da un presidente che rappresenta il massimo esponente del negazionismo dei cambiamenti climatici in corso. Come farà un’agenda con tali nobili intenzioni a trovare applicazione in un programma politico che va proprio nella direzione opposta?
Se, poi, scendiamo a livelli molto più vicini a noi, penso alla mia città , che pure ha delle proposte progettuali sostenibili, con numerosi interventi sul risparmio energetico e, poi, invece, approva la realizzazione di un bacino di raccolta acqua per innevamento artificiale, su una montagna “alta” 1600 metri, dove lo zero termico si alza di anno in anno e, quindi, anche innevare artificialmente sarà semplicemente assurdo. Ecco: quando dal basso, cioè da dove deve necessariamente partire la vera rivoluzione economica per un’economia sostenibile, si continua a procedere con i vecchi sistemi, qui cadono tutte le credibilità di agende programmatiche nobili e di ampio respiro.
Intanto, i giovani protestano e ci accuseranno di aver lasciato loro un mondo devastato che spinge l’umanità all’estinzione. Forse, la piccola ma grande Greta Thunberg ci richiama alla coerenza e lo fa anche con gesti significativi importanti.
Per cambiare è necessario, però, lottare per far crescere progetti sostenibili e tentare di fermare quelli in antitesi con l’agenda nobile. Per esempio, la petizione per fermare lo scempio sul monte Bondone.

giovedì 16 maggio 2019

Clima, ognuno pensa al proprio orticello. Forse meritiamo davvero l’estinzione

Fonte: Il Fatto Quotidiano Ambiente & Veleni | 16 Maggio 2019 

Temperature invernali, neve e vento, tali da far sembrare veramente inverno profondo, altro che primavera inoltrata. Ovunque vediamo sconvolgimenti delle stagioni dettate dai cambiamenti climatici e abbiamo talmente assorbito il concetto che parlarne diventa quasi una routine. Sappiamo che i cambiamenti climatici sono influenzati dall’attività umana, però quando siamo chiamati a decidere cosa fare progettiamo nuove strade per far circolare più veicoli, invece che studiare una mobilità alternativa su rotaia. Poi, ci occupiamo molto poco di verificare come i nostri governanti tengono in considerazione il problema dei cambiamenti climatici.
“Siamo sull’orlo di una crisi climatica globale, per scongiurare la quale occorrono misure concordate a livello globale”, ha detto il presidente Sergio Mattarella e, quindi, i nostri governanti dovrebbero agitarsi un pochino. Lo fanno talmente tanto che le attività parlamentari legate al tema dei cambiamenti climatici per mitigarne le conseguenze sono davvero ridottissime, con una percentuale del 4% delle leggi collegate al clima.
Anche nel “naturalistico” Trentino le cose stanno peggiorando di anno in anno, come ovunque. Aggiungiamo che la giunta provinciale a trazione leghista ha deciso di fare la Valdastico, prolungamento fino a Rovereto dell’attuale autostrada che arriva, per ora, fino a Piovene Rocchetta. Questa via stradale andrà ad aumentare l’uso di mezzi pesanti su strada, invece che favorirne il trasporto su rotaia, con costi assurdi e con innumerevoli problemi ambientali dovuti a scavi in galleria in montagne ricchissime di falde acquifere.
Altro esempio di politica ambientale “insostenibile”: il raduno CampJeep2019 a Fiera di Primiero, una vera e propria invasione di ben 600 Jeep che arriveranno nelle montagne trentine, in luglio, per far rombare i motori nei boschi. Davvero una bella linea politica ambientale, che certamente risulta coerente per far fronte al grande problema dei cambiamenti climatici. Tutti a dire: “Ma cosa vuoi che sia, per un evento del genere”! Certo, un singolo evento non è determinante, ma moltiplicato per migliaia di attività in giro per il mondo diventa influente anche il più piccolo dei gesti. Ma, si sa, devono sempre essere gli altri a provvedere, mentre ognuno guarda al proprio piccolo orticello.
Abbiamo assimilato appieno il problema dei cambiamenti climatici nel solito sistema italiano, cioè ce ne riempiamo la bocca, lo inseriamo nei programmi elettorali “perché fa tendenza, ci fa sentire smart!”. Ma quando è ora di applicare con coerenza tale consapevolezza, ci fermiamo alle vecchie politiche dedite agli interessi di pochi che non hanno interesse a progettare davvero vie nuove e davvero sostenibili.
Siamo soffocati dalle automobili e non avviamo progetti di trasporto urbano verso le rotaie (fatta salva qualche rara eccezione); le nostre montagne dovrebbero essere valorizzate come luoghi di quiete e come ambienti non inquinati, invece portiamo concerti megagalattici in quota e ci arriviamo con una marea di automobili.
Eppure Madre Natura ci sta avvisando che ci stiamo avvicinando a una soglia pericolosa, al punto di non ritorno; ma noi, ciechi e sordi, continuiamo nelle nostre attività e a farci governare da chi finora ci ha condotto qui. Forse meritiamo davvero l’estinzione; lo so, è una frase forte questa, ma stiamo avvicinandoci davvero a questa possibilità. Il fatto è che noi non la vedremo, ma le generazioni future la vivranno e ci malediranno profondamente, proprio per aver bruciato loro tutte le speranze. Siamo tutti in prima fila ad applaudire la giovane Greta Thunberg e poi, nelle stanze che contano, si fanno affari che sono in antitesi con il messaggio al quale hanno appena applaudito.
C’è anche chi scrive qualche romanzo sui cambiamenti climatici, magari per provare a scuotere le coscienze attraverso una storia. Anche qui, scarsa attenzione, perché certamente dà fastidio leggere che ciò che stiamo facendo è sbagliato. Finché lo dice una ragazzina può anche starci, anzi fa tendenza andare ad applaudirla e mette la coscienza a posto. Ma da qui a pensare addirittura ad un Nuovo Mondo, con regole di vita “a misura di bambino”, nel rispetto delle leggi della Natura… stiamo scherzando? Perché dobbiamo iniziare a cambiare noi? Ci penserà qualcun altro!
Ambiente & Veleni | 16 Maggio 2019

martedì 7 maggio 2019

Una volta per tutte: sì, in Italia fa freddo ma il cambiamento climatico esiste eccome

Fonte: Il Fatto Quotidiano Ambiente & Veleni | 7 Maggio 2019 
Sono bastati due o tre giorni di temperature sotto la media per far rispuntare sui quotidiani la solita trita polemica sul riscaldamento globale che non c’è. Non vi sto a tediare con dettagli su cose che ormai dovremmo sapere tutti: che c’è differenza fra tempo atmosferico e clima globale, che qualche giorno di freddo o di caldo non vogliono dire niente, che bisogna fare la media su parecchi anni, che mentre qui tutti dicono che è freddo in altri posti, per esempio in Groenlandia, hanno oltre 10 gradi in più della media, eccetera.
Ma non c’è niente da fare: su certi giornali non riescono a rinunciare alle solite battute. Così, Libero spara un titolone in prima pagina: “Riscaldamento del Pianeta? Ma se fa Freddo”. Oltre che stupido, anche banale. E poi non trovano nessuna idea migliore che prendersela con Greta Thunberg che, in un numero precedente, avevano chiamata con grande finezza “Rompiballe”. Ci si impegna anche Il Tempo, con un altro titolone in prima pagina: “Anche il tempo si è rotto di Greta”. E tutti usano il termine “gretini”, non so se perché gli sembra una battuta divertente ma, in ogni caso, ci da un’idea della considerazione che hanno dell’intelligenza dei loro lettori.
Questa storia si ripete più o meno ogni anno, ogni volta che c’è qualche giornata un po’ più fredda. Ma sono ormai trent’anni che gli scienziati ci stanno dicendo che siamo nei guai con il riscaldamento globale, è possibile che nessuno si sia ancora accorto che è una cosa seria? E, in effetti, qualcosa sembra si sta muovendo. Una è l’irruzione di Greta Thunberg, ma la ragazza svedese è solo uno dei sintomi di un cambiamento in azione.
Qualche anno fa, l’esistenza di un movimento chiamato “Extinction Rebellion” sarebbe stata semplicemente impensabile, ma ora il messaggio sta passando che il riscaldamento globale non è soltanto una questione di un grado o due in più. Non è come diceva Vittorio Feltri qualche giorno fa che “A Bergamo con due gradi in più si sta meglio”. No, la faccenda del riscaldamento globale è uno stravolgimento di tutto l’ecosistema terrestre: è un cambiamento profondo di tutto il pianeta, incluso i cicli biologici che ci fanno vivere.
Rischiamo veramente l’estinzione della specie umana? Probabilmente no, ma la vicenda si sta facendo drammatica e molta gente comincia ad accorgersene. Per esempio, un dissidente americano abbastanza noto, Tim Ball, ha annunciato pubblicamente che “smetterà di cercare di educare la gente sul fatto che il riscaldamento globale è un imbroglio”.
Un altro sintomo del cambio di percezione è un piccolo episodio di cui parla Nicola Porro in un post dove anche lui se la prende (indovinate!) con il “gretinismo”. Racconta che il Prof. Franco Battaglia, noto per le sue posizioni dissidenti rispetto alla scienza del clima, avrebbe dovuto presenziare a un dibattito per “confrontarsi pubblicamente a Modena con i sostenitori del riscaldamento globale causato dall’attività umana”.
Bene, Battaglia si è confrontato solo con se stesso perché nessun esperto di clima ha accettato di dibattere con lui. Questo da la possibilità a Porro di indignarsi con loro, anche perché “allo stesso orario la Cgil Scuola di Modena… ha organizzato altrove un incontro sullo stesso tema”. Mi sa che Porro cerchi di giustificare il fatto che a questo non-dibattito è venuta ben poca gente (come si vede dalle foto). Ma non è vero quello che dice: l’incontro della Cgil non era in contemporanea, era due giorni dopo).
Non so cosa si aspettasse Battaglia dai veri esperti dopo che in un suo libro sul cambiamento climatico era riuscito a inanellare 112 errori in 31 pagine! Ma, a parte Battaglia e i suoi errori, gli esperti non accettano più questo tipo di dibattito fuori dai canali scientifici normali. E’ perché ormai certe cose sono chiare: il cambiamento climatico è un rischio grave per la vita di tutti e su certe cose non ci si scherza sopra. E’ una sfida globale molto difficile, ma possiamo ancora vincerla se ci lavoriamo sopra seriamente. E allora smettiamola con le battute che non fanno più ridere nessuno.
Ambiente & Veleni | 7 Maggio 2019

mercoledì 24 aprile 2019

Clima, per evitare il disastro serve un cambio drastico. E il governo sta facendo altro

Fonte: Il Fatto Quotidiano  Ambiente & Veleni | 24 Aprile 2019
di Veronica Aneris* 
Mentre venerdì in piazza del Popolo a Roma migliaia di giovani chiedevano azioni serie e concrete contro il cambiamento climatico, il governo sembrava continuare a fare orecchie da mercante, varando nuove misure totalmente anacronistiche. Un esempio? Il nuovo Piano strategico nazionale della mobilità sostenibile appena presentato dal ministero dei Trasporti, che purtroppo di “strategico” ha ben poco. Il Piano annuncia che i 3,7 miliardi di euro a disposizione del governo per rinnovare la vetusta flotta di trasporto pubblico saranno spesi per bus a metano, elettrici e a idrogeno. E qui, trova l’intruso!
Non si sa più come spiegare ai decisori politici che il gas, anche se si chiama gas naturale, è a tutti gli effetti un combustibile fossile! In quanto tale, non permette di decarbonizzare. Non è una “tecnologia ponte”, ma piuttosto un vicolo cieco, una scelta miope, che rischia di assorbire un’immane quantità di fondi per costruire infrastrutture che andranno smantellate pochi anni dopo. Inoltre, a causa del suo elevato potere serra (pari a circa 30 volte quello della CO2) il metano andrà a consumare in poco tempo una quantità considerevole del prezioso budget di carbonio che ci resta a disposizione.
La stessa considerazione vale per la bozza di Piano nazionale energia e clima 2030 (Pniec), inviata dai ministeri dell’Ambiente e dello Sviluppo economico a Bruxelles il gennaio scorso e per cui la consultazione pubblica sta per concludersi: gas per i trasporti in abbondanza, insieme ad altre misure drammaticamente inadeguate. Ora, arrivare a un trasporto a zero emissioni al più tardi al 2050, come richiede l’accordo di Parigi, non è di certo cosa facile, né ovvia. Non ci si arriva con timide misure di breve termine: bisogna piuttosto prendere il toro per le corna e andare dritti verso l’obiettivo finale.
La prima cosa da fare è prendere coscienza della sfida che abbiamo di fronte. Come mostrato nel recente rapporto di T&E Emission reduction strategies for the Italian transport sector, per rispettare l’obiettivo 2030 nei trasporti dobbiamo tagliare nei prossimi dieci anni circa 23 milioni di tonnellate di CO2 (il 33% dei livelli del 2005) e questo di per sé appare già complicato. Ma il grosso del lavoro viene negli anni successivi, nei quali andranno portate a zero i 77 milioni di tonnellate di CO2 che restano. Quindi la velocità di riduzione post-2030 dovrà essere di gran lunga superiore di quella richiesta nel periodo 2020-2030.
Come si fa? L’unico modo è varare misure scalabili nel tempo che facciano da apripista per la decarbonizzazione del settore. Il gas sarà forse scalabile entro certi limiti, ma essendo fossile va nella direzione contraria all’obiettivo. I biocombustibili, a cui il Pniec sembra assegnare un ruolo prioritario, non possiedono queste carattere di scalabilità: semplicemente, non siamo in grado di produrne a sufficienza per costruirci sopra un intero sistema di trasporti.
Scalabile è invece l’elettrificazione e su questa bisogna investire in maniera molto, ma molto più decisa. Contemporaneamente, va ridotta drasticamente la domanda di energia finale del settore, rivoluzionando il modo in cui muoviamo merci e passeggeri. L’auto privata deve scomparire dalle città una volta per tutte per lasciare il posto a un trasporto pubblico elettrico che collabora e si integra con la mobilità attiva e le nuove forme di mobilità. E anche qui le misure proposte non sono adeguate.
C’è veramente da chiedersi se i decisori politici siano minimamente consapevoli dell’importanza epocale che caratterizza questi documenti programmatici. Le scelte di oggi condizioneranno drasticamente la nostra possibilità, o meno, di mantenere la temperatura del pianeta entro limiti accettabili. Ce lo ricordano i documenti della comunità scientifica internazionale, Greta Thunberg e le migliaia di studenti che manifestano nelle piazze tutti i venerdì nei #FridaysForFuture: la siccità crescente, la frequenza degli incendi e i disastri ambientali di cui il nostro Paese è stato recentemente teatro.
Se vogliamo evitare il disastro, i decisori dovranno armarsi di una buona dose di audacia, coerenza e lungimiranza per varare misure che siano all’altezza, ma soprattutto dovranno essere consapevoli della grande responsabilità che detengono. Si tratta della nostra ultima chance, e bisogna raddrizzare in fretta il timone nella giusta direzione.
*Responsabile per l’Italia di Transport & Environment

Ambiente & Veleni | 24 Aprile 2019

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