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domenica 23 luglio 2017

Clima, poco tempo per evitare la catastrofe. E i governi scaricano i costi sulle spalle dei giovani

Se non si riducono subito i gas serra, ci vorranno 500 trilioni di euro per catturare la CO2.

«La riduzione delle emissioni di gas serra non è sufficiente a limitare il riscaldamento globale a un livello che non metta a rischio il futuro dei giovani». E’ quanto emerge dal nuovo studio “Young people’s burden: requirement of negative CO2 emissions”, pubblicato su Earth System Dynamics , il giornale dell’European Geosciences Union (Egu), da un folto team internazionale di scienziati.
Secondo i ricercatori, dobbiamo arrivare ad emissioni negative e  «Misure come la riforestazione potrebbero compiere gran parte della necessaria rimozione di CO2  dall’atmosfera, ma le continue ed elevate emissioni di combustibili fossili richiederebbero costose soluzioni tecnologiche per estrarre CO2 e prevenire un  riscaldamento pericoloso».
Il principale autore dello studio,  James Hansen, dell’ Earth Institute della Columbia University, che in precedenza j ha lavorato al Nasa Goddard institute for space studies, spiega che «Continuando con le elevate emissioni di combustibili fossili lasceremo ai giovani una enorme e  costoso problema di pulizia e accresceremo gli effetti deleteri del clima, il che dovrebbe essere di incentivo e obbligo per governi a modificare le politiche energetiche senza ulteriori ritardi».
Secondo lo studio, se continuano ad aumentare le emissioni di gas serra, i giovani di oggi potrebbero trovarsi a dover spendere fino a 5 trilioni di euro  (500.000 miliardi) in tecnologie per estrare l’anidride carbonica dall’aria. Invece, se iniziasse rapidamente la fase di abbandono dell’utilizzo dei combustibili fossili, la CO2 potrebbe essere rimossa dall’atmosfera a costi relativamente bassi.
I ricercatori dicono che, se si interviene subito, non sarebbero necessarie le sperimentali e costose tecniche di Carbon capture and storage (Ccs) e che «Migliori pratiche agricole e forestali, tra cui la riforestazione e il miglioramento dei suoli, sarebbero in grado di ottenere la maggior parte dell’estrazione del CO2 necessaria per evitare le conseguenze più pericolose del riscaldamento globale».
Gli effetti del cambiamento climatico comprendono ondate di caldo più frequenti e forti, tempeste, inondazioni, siccità e l’aumento del livello del mare, che potrebbero interessare milioni di persone che vivono nelle zone costiere. Nello studio si legge che «Un aumento del livello del mare di mezzo metro a un metro entro questo secolo, che può essere inevitabile anche se le emissioni diminuiscono, avrebbe conseguenze terribili; eppure queste sarebbero niente rispetto alle catastrofi umanitarie ed economiche che accompagnerebbero l’aumento del livello del mare di diversi metri».
Hansen spiega ancora. «Dimostriamo che l’obiettivo di limitare il riscaldamento globale a non più di +2° C rispetto ai livelli preindustriali non è sufficiente, poiché a + 2° C sarebbe più caldo del periodo Eemiano, quando il livello del mare raggiungeva + 6 – 9 metri Rispetto a oggi». L’Eemiano finì circa 115.000 anni fa ed era un periodo caldo nella storia della Terra tra due ere glaciali.
Secondo lo studio, «Il pericolo è che una temperatura media globale a lungo termine di + 2  C – o addirittura di +1,5 ° C, l’altro limite della temperatura discusso nell’Accordo di Parigi del 2015 – potrebbe innescare un “lento” Feedback sul clima. In particolare, potrebbe portare alla fusione parziale delle calotte glaciali, il che comporterebbe un significativo aumento del livello del mare, come accaduto nell’Eemiano».
Il team di Hansen ha evidenziato che «La CO2 atmosferica dovrebbe essere ridotta a meno di 350 parti per milione (ppm) rispetto al suo attuale livello di circa 400 ppm. Nel 2016 la temperatura media globale ha raggiunto i + 1,3° C rispetto ai livelli preindustriali e aumenterà almeno di alcuni decimi di gradi in più nei prossimi decenni a causa della risposta ritardata ai passati aumenti di CO2 e di altri gas. La riduzione di CO 2 inferiore a 350 ppm porterà al picco delle temperature che più tardi diminuiranno lentamente a circa + 1° C entro questo secolo. Questo obiettivo richiede emissioni negative di CO2 , cioè l’estrazione di CO2 dall’aria, oltre ad una rapida riduzione delle emissioni da combustibili fossili».
Il team di scienziati stima che, se inizieremo a ridurre le emissioni di CO2 nel 2021 ad un tasso del 6% all’anno, entro il 2100 dovremmo estrarre circa 150 gigatonnellate di carbonio dall’atmosfera. La maggior parte di queste, circa 100 gigatonnellate, potrebbero provenire da migliori pratiche agricole e forestali. Queste misure possono essere relativamente poco costose e portano con sé ulteriori vantaggi,  come il miglioramento della fertilità del suolo e i prodotti forestali.
Ma i ricercatori mettono in guardia sul rischio reale delle attuali politiche: «Tuttavia, se le emissioni di CO2 crescono ad un tasso del 2% all’anno (tra il 2000 e il 2015 sono aumentate in media del 2,6% all’anno), dovremmo estrarre ben oltre 1.000 gigatonnellate di carbonio dall’atmosfera entro il 2100. Solo con una soluzione tecnologica costosa, in grado di succhiare il carbonio dall’atmosfera».
Le tecnologie su cui si appunta il maggior interesse sono la bioenergia con la carbon capture and storage cattura e lo stoccaggio del carbonio.  Gli scienziati spiegano ancora: «Le coltivazioni e le piante assorbono CO2 dall’aria mentre si sviluppano, quindi se vengono usate come combustibile e la CO2 viene catturato e stoccata in formazioni geologiche sotto roccia impermeabile, si verificano emissioni negative». Il team stima che il costo totale di questa tecnologia potrebbe arrivare fino a 500 trilioni di euro, e che «Le tecnologie di estrazione hanno grandi rischi e fattibilità incerta».
Hansen conclude: «E’ evidente che i governi stanno scaricando questo problema sulle spalle dei giovani. Questo non sarà facile o poco costoso».
Da .greenreport.it

martedì 12 luglio 2016

Clima, l’Italia sta peggio della media globale. Ispra: temperature a +1.58°C

12/07/2016 di triskel182
Cresce la distanza tra fatti e parole nella lotta al cambiamento climatico.Caldo record soprattutto nelle regioni settentrionali, e precipitazioni in calo: siccità al nord ed eventi estremi al Sud.
I cambiamenti del clima e il riscaldamento globale non rappresentano più una prospettiva lontana nel tempo e nello spazio ma una realtà con cui gli italiani stanno già facendo i conti, pagando un prezzo più salato rispetto alla media globale. A certificarlo con abbondanza di dati è l’XI rapporto della serie “Gli indicatori del clima in Italia” pubblicato oggi da Ispra, che illustra l’andamento del clima nel corso del 2015 e aggiorna la stima delle variazioni climatiche negli ultimi decenni in Italia.
 

Frutto di indicatori di temperatura e precipitazione derivati da circa 1.100 stazioni distribuite sull’intero territorio nazionale, il rapporto sottolinea che «dal punto di vista termico il 2015 ha segnato il nuovo record della temperatura media annuale», record che finora apparteneva al 2014 e che probabilmente sarà di nuovo superato una volta concluso il 2016.
Per le sempre più esigue truppe degli scettici del cambiamento del clima, l’Ispra ricorda che «a livello globale (terraferma e oceani) il 2015 è stato l’anno più caldo dal 1880 ad oggi», apice di una serie che continua da lustri. «Dal 1986 l’anomalia termica media globale sulla terraferma è stata sempre positiva. Tutti gli anni successivi al 2000 ed il 1998 sono i più caldi dell’intera serie storica».
Questo a livello globale: in Italia sta andando peggio. Se nel 2015 «sulla terraferma l’anomalia della temperatura media globale rispetto al trentennio climatologico di riferimento 1961-1990 è stata di +1.23°C», in Italia questa è arrivata a +1.58°C. Lo stesso dicasi per quanto riguarda i nostri mari: «Il 2015 – sottolinea l’Ispra – si contraddistingue come l’anno più caldo dell’ultimo mezzo secolo anche per aver segnato il record della temperatura media annuale della temperatura superficiale dei mari che bagnano la nostra penisola: con un’anomalia media di +1.28°C, il 2015 si colloca infatti al 1° posto dell’intera serie dal 1961, superando i precedenti record del 2014 e del 2012. Negli ultimi 20 anni l’anomalia media è stata sempre positiva».
Ormai, più che anomalie si tratta del new normal portato dai cambiamenti climatici. Il cui effetto varia a seconda del contesto geografico lungo lo Stivale, mantenendosi però sempre pesante. Distinguendo tra macro-aree geografiche, l’anomalia della temperatura media annuale «è stata in media di +2.07°C al Nord, +1.70 al Centro e +1.28°C al Sud e sulle Isole». Non a caso i nuovi record di temperatura sono stati registrati «soprattutto sulle regioni settentrionali e sulle stazioni in quota dell’arco alpino».
Le stesse zone che, durante il 2015, per il mutare del clima sono state maggiormente colpite dalla siccità. Nell’ultimo anno le precipitazioni cumulate sono state complessivamente inferiori alla media climatologica del Paese di circa il 13%, ma anche in questo caso «il valore medio di anomalia annuale presenta sensibili differenze tra diverse aree del territorio italiano. Al Nord e al Centro il 2015 è stato nettamente meno piovoso della norma (rispettivamente -21% e -17%), al Sud e sulle Isole pressoché nella norma». Anche se in questa “norma” rientra ormai anche un’impennata degli eventi climatici estremi: seppur rimanga difficile «identificare in modo inequivocabile la presenza di trend nei dati delle serie locali di intensità pluviometriche su brevi intervalli di tempo», è un dato di fatto che le precipitazioni sono state mediamente inferiori alla norma quasi ovunque «con la notevole eccezione della Sicilia, che è stata teatro di un numero significativo di eventi estremi, soprattutto nel mese di ottobre. Altri episodi di precipitazione molto intensa e spesso concentrata in poche ore hanno interessato, nel corso dell’anno, diverse regioni italiane, consolidando la percezione di una tendenza all’aumento della frequenza e della intensità di eventi estremi».
A fronte di questo scenario a dir poco problematico, l’Italia istituzionale si muove come un giano bifronte. All’interno degli appuntamenti internazionali si fa portavoce di istanze progressiste promuovendo la battaglia contro i cambiamenti climatici, un fronte lungo il quale si muove però in retroguardia una volta entro i confini nazionali. L’Italia ha firmato l’Accordo di Parigi sul clima, che prevede di mantenere l’innalzamento delle temperature medie globali entro i +2 °C al 2100 (valore al quale le temperature italiane sono già pericolosamente vicine), ma ancora non l’ha ratificato in Parlamento. Il premier Matteo Renzi dichiara a New York che è obiettivo di governo «portare le rinnovabili al 50%», ma nel mentre le nuove installazioni nelle energie pulite crollano e le emissioni di gas serra nazionali tornano a salire (+2% nel 2015) mentre a livello globale sono stabili. Il ministro dell’Ambiente dichiara l’economia circolare una «scelta strategica che l’Italia ha compiuto», quando in realtà il Paese non dispone ancora di una qualsivoglia strategia per l’uso efficiente delle risorse naturali, e neanche conosce in dettaglio i flussi di materia che attraversano ogni giorno l’economia nazionale.
Una distanza tra fatti e parole che continua a crescere, e non è un caso che lo stesso stiano facendo le temperature registrate all’interno dei patri confini: a rimetterci continua ad essere lo straordinario territorio italiano e quanti lo abitano.
Da greenreport.it
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insomma i governi fanno.... gli affari ma la natura va altrove e noi siamo in mezzo presi come siamo da questa tenaglia perversa che non potrà che distruggere anche quel poco che si è fatto negli scorsi anni. Kyoto? ICC panel? Global Warming, ecc. son tutte cose che fanno parte di uno sfondo del problema: se ne parla ma non lo si affronta.. così non si va da nessuna parte.

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