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mercoledì 17 luglio 2019

Cambiamenti climatici, è giusto fare figli con questa minaccia?

Fonte: Il Fatto Quotidiano Ambiente & Veleni | 16 Luglio 2019 

Mentre l’Istat certifica la débacle demografica del nostro paese, cui solo l’immigrazione in parte dà risposta, per le giovani donne italiane c’è un altro dubbio che si pone nella scelta, già difficile, di fare o meno un figlio. Come se non bastasse il lavoro precario e sottopagato, come se non bastassero la carenza di asili e l’instabilità dei rapporti, molte di loro ora hanno una nuova, grandissima paura: mettere al mondo un figlio in un mondo dal clima devastato, che sarà sempre più caldo, sempre più arido, dove ci saranno massicce migrazioni e dove la vita sarà certamente più dura. O come minimo, più complessa.
Ammetto che questa paura da qualche tempo, cioè da quando ho iniziato a studiare con colpevole ritardo il tema del cambiamento climatico, ha preso piede nella mia vita. E ha avuto conseguenze molto concrete: non solo ha spazzato via la possibilità di un terzo figlio, ma mi ha anche creato angosce prima sconosciute nei confronti dell’esistenza dei mie due piccoli figli. Da un po’ di tempo ho cominciato a provare grande compassione verso i bambini, anche i più fortunati. Mi si stringe il cuore a pensare che probabilmente dovranno lottare, e tanto, per una vita accettabile, e che tutto quel futuro di prosperità e benessere che gli avevamo prospettato forse si rivelerà falso. Così mi ritrovo anche a dare consigli alle amiche che sono incerte se fare un altro figlio e sono consigli in senso negativo, quando fino a non troppo tempo fa incoraggiavo tutte e lanciarsi nella meravigliosa esperienza della maternità. Ma non sono sola, visto che è nato anche un movimento di giovani donne – #BirthStrike, letteralmente sciopero delle nascite – che si rifiutano di mettere al mondo bambini, visti il futuro che ci prospettano report e istituzioni scientifiche di studio sul clima.
Certo, i figli si sono fatti anche durante la seconda guerra mondiale, e pure tantissimi. E certo, non è evitando di mettere al mondo bambini, almeno non nei paesi demograficamente impoveriti come il nostro, che si risolveranno i nostri problemi. È vero anche che rispetto al surriscaldamento globale la risposta non può essere solo il panico, la depressione, l’annullamento, perché altrimenti, come hanno notato in molti, si smette di fare qualsiasi cosa. L’angoscia climatica porta all’estremo alla fine della speranza, ma la fine della speranza è la fine di tutto. E tuttavia: mentre fino a qualche anno fa potevano dire di non sapere, oggi abbiamo moltissime informazioni e questo ci obbliga ad agire col massimo senso della responsabilità, così come ci obbliga a porci il problema della eventuale sofferenza dei futuri bambini. Non è facile, anzi è triste, fa rabbia, è anche ingiusto – in fondo i nostri padri hanno avuto la possibilità di lavorare, avere pensioni, mettere al mondo figli senza pensare al clima –ma così è.
E dunque, fare o no un figlio ai tempi del riscaldamento globale? Io questo mi sentirei di dire ai futuri genitori. Fate un figlio, ma fatelo con una nuova mentalità. Sapendo, ad esempio, che dovrà affrontare sfide complesse, educatelo in maniera diversa e nuova, senza iper-proteggerlo, senza affogarlo di consumismo, e rendendolo presto sensibile ai temi ambientali. Volendo fare di più, io cercherei anche di capire cosa succederà, a livello climatico, nella mia regione e nel mio paese, prendendo per quanto possibile contromisure. Ad esempio valutando la possibilità di andare a lavorare altrove, dove il clima è più benevolo – e chi se ne importa dell’inverno demografico italiano, il problema non è vostro, ma strutturale – oppure magari cercare di capire se ci sono risorse alternative in famiglia (una casa in montagna o in collina), dove magari passare le estati torride. In ogni caso, l’importante è mantenere un atteggiamento accorto rispetto al tema del riscaldamento globale, restando informati, seguendo gli eventi per non farsi trovare impreparati.
Tutto questo non è per niente facile. Avere un figlio significa abbandonarsi, non pensare troppo, lasciare la ragione per un attimo dando spazio alle emozioni del corpo. Il tema del cambiamento climatico invece produce emozioni negative, di angoscia, il contrario appunto di quanto ci servirebbe per partorire ed essere sereni coi nostri bambini. Insomma è una sfida difficile, anzi difficilissima. Trovare un equilibrio psicologico tra realtà e passione, tra desiderio e concretezza dei dati. Cercare di guardare le cose come stanno, ma senza scoraggiarsi e cadere in depressione. Essere vigili, ma al tempo stesso non perdere la possibilità di inseguire i propri sogni.
Come comporre questo puzzle io non lo so per niente, anche io ogni giorno provo a risolverlo con fatica. So solo però che oggi, alle giovani donne e ai giovani uomini, è richiesto un doppio coraggio. Forse, confrontarsi su questo tema, non restare isolati, parlare con altre persone nella stessa condizione aiuta. Anche, magari, a trovare soluzioni condivise, che potrebbero diventare nuovi modi di vivere insieme, più sostenibili, meno individualisti, meno consumisti, più “poveri”, ma non necessariamente meno felici. Anche per gli stessi bambini.
Ambiente & Veleni | 16 Luglio 2019

martedì 5 marzo 2019

Il clima è cambiato. Le mosche lo hanno capito, Trump no

Fonte: Il Fatto Quotidiano Ambiente & Veleni | 4 Marzo 2019  

Capisce più una mosca o l’uomo più potente del mondo?
Sei a 2.100 metri, sui crinali della Val di Susa. Sei scappato per un attimo alle dispute sul Tav per cercare il freddo e la neve vicino alla baita dove da ragazzo venivi in vacanza. Non ci sono più le voci dei compagni di allora, soltanto il silenzio luccicante di mezzogiorno, un tramestio che viene dal bosco di larici. Forse un cervo. Stai lì, cerchi di non fare niente. Proprio niente, neanche pensare. Soltanto respirare, ascoltare, guardare. Esserci e basta. Per pochi minuti, giusto il tempo che le gocce cadendo dall’albero magari scavino un piccolo spazio anche nel ricordo. Poi tornerai a valle, laggiù dove vedi passare auto, muoversi puntini minuscoli. Ma per qualche minuto non ti riguardano, sei qui dove nessuno ti vede, nessuno sa che esisti. Proprio come una pianta, un sasso. Così.
Ma c’è qualcosa che ti distrae mentre cerchi soltanto di seguire le linee scure delle montagne. Un movimento minimo, quasi impercettibile. Si agita sulla neve, salta, sembra che voli. Non è una foglia, è vivo.
Pare proprio una mosca. Possibile? Qui, a più di duemila metri, in pieno inverno? Sì, e sembra più sorpresa di te. Zampetta cauta sulla superficie bagnata che a ogni passo potrebbe inghiottirla. La neve, probabilmente non l’ha mai vista prima. Eppure non è la sola, altri insetti sono usciti dai loro nascondigli, hanno lasciato l’involucro di larve e girano nell’aria. Mentre noi cerchiamo ancora l’inverno nella neve che si scioglie, marcisce (deslengue, direbbe De André in genovese); che seguiamo le piste fasulle tracciate dai cannoni.
Ma le mosche no, non si lasciano ingannare. L’inverno che forse non era mai davvero arrivato è già finito.  Non era mai successo. Le mosche all’inizio di marzo… in mezzo alla neve!
E allora te ne accorgi: questi insetti di un centimetro hanno capito qualcosa che noi non riusciamo ad accettare. È cambiato il clima, stanno cambiando il mondo e la vita. E siamo stati noi, se solo ti volti verso est vedi la cappa grigia dello smog che opprime la Pianura Padana e le città.  Sembrano dirti che soltanto chi se ne accorgerà per tempo riuscirà ad adeguarsi e magari a salvarsi.
Del resto lo scriveva anche Joseph Conrad nell’Agente Segreto: “Sentì contro il vetro di una finestra il debole ronzio di una mosca – la prima dell’anno – che annunciava l’avvicinarsi della primavera meglio di uno stormo di rondini. Quell’organismo minuscolo con il suo agitarsi inquieto”. Già, ma chissà se saremo abbastanza umili da ascoltare il consiglio di un insetto. La mosca che svolazza rattrappita cercando la cacca secca di una mucca ha capito quello che nemmeno il presidente Trump sembra aver ancora afferrato.
Ambiente & Veleni | 4 Marzo 2019

lunedì 25 febbraio 2019

Surriscaldamento globale, il pianeta è a rischio. Sta per scoppiare una bomba climatica?

Fonte: Il Fatto Quotidiano Ambiente & Veleni | 25 Febbraio 2019 
C’è gente che è contentissima del fatto che i ghiacci artici stiano scomparendo: pensano che si potrà tirar fuori petrolio dal fondo del mare Artico, guadagnandoci sopra un bel po’ di soldi. La storia ricorda un po’ quella del tale che era contento che gli bruciava la casa perché così risparmiava con la bolletta del gas. Allo stesso modo, il petrolio che (forse) troveremo nel mare Artico ripagherebbe i danni del riscaldamento globale? Su questo punto, c’è un articolo che è uscito recentemente su Nature, dove gli autori trovano che i danni supererebbero di gran lunga i vantaggi, soprattutto come effetto del rilascio rapido e incontrollato di metano dai ghiacci, la cosiddetta “bomba degli idrati di metano”.
Questa “bomba climatica” è nota come uno dei molteplici “punti di non ritorno” dell’atmosfera terrestre che potrebbe cominciare a riscaldarsi per conto suo se – a furia di emettere gas serra – superiamo una certa temperatura. È per questo che si parla tanto dei famosi “due gradi in più” da non superare. In questo caso, il punto di non ritorno è correlato al metano intrappolato in composti chiamati “idrati” sui fondali oceanici e nelle regioni del Nord permanentemente ghiacciate.
Si sa che il metano è un gas-serra molto potente ma, finché se ne sta intrappolato dentro il ghiaccio, non fa danni. Ma se la Terra si scalda, il ghiaccio si fonde e rilascia il metano che contiene. Più metano va nell’atmosfera, più l’atmosfera si riscalda. E questo causa il rilascio di altro metano e alla fusione di altro ghiaccio e così via. Ed è davvero una bomba climatica che potrebbe fare enormi danni causando fino a 5-6 gradi di riscaldamento globale – o anche di più.
È possibile che succeda una cosa del genere? Si, perché sbalzi di temperatura rapidi si sono già verificati nella storia del nostro pianeta. Sappiamo che il clima terrestre è instabile e che, nell’ultimo milione di anni circa, la temperatura della Terra è andata fra ere glaciali e periodi interglaciali con sbalzi anche di 5-6 gradi. In un passato più lontano, le variazioni sono state anche più ampie: 50 milioni di anni fa, la Terra era probabilmente 12 gradi più calda di oggi. Perlomeno in certi casi, si ritiene che sia stata l’emissione di metano dagli idrati a causare il cambiamento.
Chiaramente, a quei tempi non c’erano esseri umani a emettere gas serra con i loro suv, ma prima di lanciarvi a gridare: “Ma allora l’uomo non c’entra!” pensateci un attimo. Queste oscillazioni dimostrano che il clima terrestre è fragile: basta una perturbazione anche piccola per causare grossi cambiamenti. Se poi la perturbazione è molto forte ed è causata dalla nostra inveterata abitudine di bruciare combustibili fossili, allora si che siamo a rischio. Vi ricordate del vecchio proverbio che sconsiglia di giocare col fuoco? Esattamente.
Questa faccenda è nota da un pezzo fra gli scienziati, ma ora si sta diffondendo con il pubblico negli Stati Uniti con delle conseguenze inaspettate. Una è la nascita di una setta di assatanati convinti che la specie umana si estinguerà a breve scadenza, forse già fra pochi anni. Li trovate sul Web se cercate cose come “Near Term Human Extinction” o “Nthe.” L’effetto pernicioso di questa idea è che se tanto dobbiamo morire tutti fra breve, che senso ha affannarsi a evitare il riscaldamento globale? Tanto vale continuare a guidare i suv, finché possiamo.
Questi qui fanno gli stessi danni di quelli che ancora non hanno capito che cosa rischiamo e che anche loro pensano che non c’è niente di cui preoccuparsi. Ma non è affatto detto che dobbiamo morire tutti a breve scadenza: su questo vi potete leggere un post recente di Peter Sinclair. In sostanza, i climatologi pensano che ci sia ancora tempo per fermarsi ben prima che la bomba degli idrati esploda. Speriamo che abbiano ragione, ma il rischio esiste. Quindi, abbiamo ottimi motivi per ridurre le emissioni più alla svelta possibile, non importa se c’è chi per una ragione o per un’altra ci dicono che non dobbiamo fare niente. Diamoci da fare per evitare il peggio.
Ambiente & Veleni | 25 Febbraio 2019

lunedì 17 dicembre 2018

Clima, Cop24: Terra e scienza sconfitte dagli Usa e altri produttori di greggio. “Entro questo secolo, 3-4 gradi in più”

Fonte: Il Fatto Quotidiano di | 17 dicembre 2018
Hanno perso i cittadini e il pianeta, ma dalla Cop24 esce al momento sconfitta anche la scienza. La conferenza internazionale sul clima si è chiusa infatti con un documento che rimanda al futuro impegni più ambiziosi, in barba all’appello drammatico ad agire lanciato a ottobre dal panel di scienziati delle Nazioni Unite (Ipcc). A Parigi nel 2015 gli Stati avevano firmato un accordo per mantenere il riscaldamento climatico entro i 2 gradi (possibilmente 1,5) rispetto ai livelli pre-industriali e avevano chiesto lo studio. Poco più di due mesi fa, le menti più illustri della ricerca scientifica avevano presentato i risultati, dicendo chiaro e tondo che i prossimi anni saranno cruciali per la vita sulla Terra così come la intendiamo oggi, ma la loro esortazione a mettere in campo politiche efficaci alla fine è caduta nel vuoto.
Gli stessi Paesi, infatti, non hanno accolto all’unanimità i risultati dello studio. Delegittimando così il lavoro di centinaia di ricercatori di tutto il mondo, e dunque il ruolo della scienza per la democrazia. “La mia più grande preoccupazione”, dice il direttore designato del centro Potsdam Institute for Climate impact research, Johan Rockström, è che la Cop24 “non abbia allineato le ambizioni con la scienza. Continuiamo a seguire un percorso pericoloso che ci porterà in un mondo a 3-4 gradi più caldo entro questo secolo”. E mentre a questo si aggiungono nulla di fatto anche su altri aspetti, gli ambientalisti ricostruiscono le responsabilità. La rete di oltre 1.300 ong da 120 Paesi Climate Action Network punta il dito contro “gli stati canaglia” come Usa e Arabia Saudita, ma ricorda anche la connivenza di chi è rimasto a guardare: “Troppi Paesi sono venuti impreparati e hanno scelto di rimanere ai margini”.
Gli scettici: i Paesi produttori di greggio – A guidare il fronte degli scettici verso la scienza c’erano i maggiori produttori mondiali di greggio: oltre all’Arabia Saudita e agli Usa, anche Kuwait e Russia. D’altra parte, conciliare un’economia basata sulle fonti fossili con la necessità scientificamente provata di dimezzare le emissioni di CO2 al 2030 come previsto nel rapporto dell’Ipcc di ottobre scorso, è impossibile. Una richiesta che non piaceva ovviamente nemmeno alla Polonia, che dal carbone ricava l’80% della sua energia. Anche l’Australia alla Conferenza ha celebrato i benefici del carbone e il Brasile ha ritirato l’impegno a ospitare i colloqui sul clima il prossimo anno.
Gli scenari apocalittici (ma realistici) – Lo studio speciale degli scienziati pubblicato a ottobre scorso, però, non conteneva solo l’indicazione di dimezzare le emissioni di CO2 al 2030. Accanto a questo dato, spesso ricordato in questi giorni, i ricercatori hanno delineato gli scenari apocalittici, ma drammaticamente realistici, legati a un aumento della temperatura di 2 gradi anziché 1,5. Apparentemente questi due target sono vicinissimi, ma se con azioni più ambiziose si raggiungesse il primo, l’innalzamento del livello del mare minaccerebbe 10 milioni di persone in meno, e la popolazione mondiale con scarso accesso all’acqua potrebbe essere minore del 50%. La Terra avrebbe più sete, ma anche più fame, passando da 1,5 a 2 gradi in più: la perdita di pescato, per esempio, crescerebbe da 1,5 milioni di tonnellate a oltre 3 milioni di tonnellate. Anche gli ecosistemi pagherebbero un prezzo altissimo. Nell’Artico, le estati senza ghiaccio in mare si verificherebbero una volta ogni secolo con un riscaldamento di 1,5 gradi, ma ogni 10 anni se si sforasse fino a 2 gradi. In quest’ultimo scenario la barriera corallina andrebbe praticamente perduta.
Da Katowice nessun impegno collettivo – A ottobre gli scienziati calcolavano che gli impegni presi dai Paesi in quel momento avrebbero portato il mondo a un riscaldamento di 3 gradi e nonostante la diffusione del rapporto, chiesta dagli stessi firmatari dell’accordo di Parigi, non è stato raggiunto un impegno collettivo chiaro per mettere in atto azioni più ambiziose e incisive. “I leader mondiali sono arrivati a Katowice con il compito di rispondere agli ultimi rapporti della scienza sul clima. Sono stati compiuti importanti progressi, ma ciò a cui abbiamo assistito in Polonia rivela una fondamentale mancanza di comprensione della nostra attuale crisi climatica da parte di alcuni Paesi”, dice il responsabile Clima ed energia del Wwf internazionale, Manuel Pulgar-Vidal. “I governi hanno deluso i cittadini e ignorato la scienza e i rischi che corrono le popolazioni più vulnerabili. Riconoscere l’urgenza di un aumento delle ambizioni e adottare una serie di regole per l’azione per il clima, non è neanche lontanamente sufficiente allorquando intere nazioni rischiano di sparire”, aggiunge la direttrice esecutiva di Greenpeace International, Jennifer Morgan.
Bonelli: “Più investimenti per le armi” – La non accettazione comune e completa dei risultati scientifici non è l’unico aspetto grave dell’accordo con cui si chiude la Cop24. Il Wwf ricorda altri punti critici: “La conferenza si conclude con poca chiarezza su come si debba contabilizzare il finanziamento sul clima fornito dai paesi industrializzati a quelli in via di sviluppo, su come si raggiungerà l’obiettivo dei 100 miliardi entro il 2020 o su come sarà concordato l’obiettivo finanziario globale dopo il 2025”. Proprio rispetto all’obiettivo dei 100 miliardi a sostegno delle politiche sul clima, il leader dei Verdi Angelo Bonelli ricorda che mentre si discute su come raggiungere questo target, “nel 2017 si è raggiunto il record mondiale storico di 1748 miliardi di dollari per le spese in armamenti”. Inoltre, come evidenzia la rete di oltre 1.300 ong Climate Action Network, alla Cop24 non sono state stabilite regole per i mercati delle emissioni di carbonio dopo il 2020.
di | 17 dicembre 2018

venerdì 22 gennaio 2016

Clima, la conferma della Nasa: “Il 2015 l’anno più caldo di sempre”

di F. Q. | 20 gennaio 2016

Il 2015 è stato l’anno più caldo mai registrato dal 1880, cioè da quando si ha disponibilità di dati. Un record scippato al 2014. La notizia, finora presumibile ma non ufficiale, è certificata dalla Nasa e dall’Agenzia federale Usa per la meteorologia (Noaa). La temperatura media globale sulla terraferma e sulla superficie oceanica è stata di 0,9 gradi centigradi superiore alla media del XX secolo. È la cifra più alta mai registrata negli ultimi 136 anni, e supera il record del 2014 di 0,16 gradi. La temperatura sulla superficie terrestre è stata più alta di 1,33 gradi rispetto alla media; quella della superficie marina ha registrato +0,74 gradi sopra la media. Il termometro è stato da record anche a dicembre, che con 1,11 gradi sopra la media si è confermato il dicembre più caldo di sempre. Nel corso del 2015 sono stati 10 i mesi che hanno segnato un primato delle temperature, con le sole eccezioni di gennaio e aprile.
Nel corso del 2015 il caldo record ha interessato diverse aree del globo: l’America Centrale e la parte settentrionale del Sud America, varie parti dell’Europa settentrionale, meridionale e orientale fino all’Asia occidentale, e ancora la Siberia centrorientale, alcune regioni del Sud Africa, ampie aree del Pacifico nordorientale ed equatoriale e del Nordatlantico occidentale, la maggior parte dell’Oceano Indiano e zone dell’Oceano Artico. A contribuire è stato certamente il fenomeno climatico periodico El Niño, che riscalda l’Oceano Pacifico tropicale, “ma è l’effetto cumulativo di un trend di lungo periodo che ha portato al record di temperature a cui assistiamo”, evidenziano gli esperti.
“Il cambiamento climatico è la sfida della nostra generazione”, sottolinea l’amministratore della Nasa Charles Bolden. “L’annuncio di oggi è un dato chiave che dovrebbe far alzare in piedi i decisori politici e farli prendere atto che ora è il momento di agire“. Sempre in base ai dati, l’estensione della copertura nevosa nell’emisfero Nord durante il 2015 è stata di 24,6 milioni di km quadrati. Si tratta dell’undicesima estensione più bassa dall’inizio delle misurazioni, nel 1968, e la più bassa dal 2008. L’estensione annuale media del ghiaccio marino artico si è attestata a 11 milioni km quadrati, la sesta più piccola negli ultimi 37 anni. Al contrario, l’estensione del ghiaccio marino in Antartide è stata la terza più grande mai registrata dopo quelle del 2013 e del 2014, a 12,7 milioni di km quadrati.
di F. Q. | 20 gennaio 2016
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un altro sintomo della malattia chiamata inquinamento dell'uomo è la mega-tempesta "jonas" (sempre sperando che una volta a terra questa tempesta si attenui) che si sta abbattendo in queste ore sulle coste dell'est degli USA:  Tennessee, Georgia, North Carolina, Virginia, Maryland, Pennsylvania, il distretto di Columbia sono sotto di essa e tutto si sta progressivamente fermando, naturalmente previo approvvigionamento della gente nei supermercati. Sono interessati oltre 50 mln di persone: un vero evento di massa e, molto probabilmente, l'anteprima di quello che su scala planetaria si potrà scatenare se il meccanismo climatico continuerà ad essere forzato dal modello di economia globale che proprio gli USA, e i loro sodali finanziari, anche europei, stanno imponendo a tutti gli altri..... e nel vecchio mondo? Bè anche l'europa climatica è divisa in due: il nord europa risente fortemente di questo durissimo inverno e il sud, particolarmente gli stati occidentali del sud vedono l'arrivo dell'alta pressione di stampo africano; nessuno pensi che sia un bene perchè queste sacche non fanno altro che scatenare peggiori spinte in senso opposto..... e già si parla, negli ambienti tecnici, del 2016 come nuovo anno più caldo di sempre. Insomma la meccanica climatica sta dando ragione ai tanti gufi e cassandre che da 30 anni, e più, a questa parte mettevano in guardia da queste conseguenze: cassandre, appunto...

buon weekend a tutti e incrociamo le dita per i prossimi anni

martedì 1 aprile 2014

Clima, l’Onu: “Guerre e conflitti sociali? Colpa anche di siccità, carestie e alluvioni”

l'Ipcc ha finalmente presentato il report sul clima.... e signore e sinori siamo proprio nei guai. Potevo farci un post ma ho preferito invece, per l'esattezza della comunicazione e non solo, presentarvi quanto scritto sul Fatto Quotidiano del 1/4/2014 a firma di Melania Carnevali: meglio non saprei fare.... ah dimenticavo: qui c'è il report dell'Ipcc ma è in inglese, se lo conoscete ok sennò vi accontentate di quanto scritto sotto.
p.s.
se provate sentimenti come angoscia, preoccupazione, dolore e rabbia siete in ottima compagnia... li ho provati anch'io leggendo il report in originale
ecco di seguito l'articolo
Guerre, emigrazioni, povertà e conflitti sociali. La sicurezza mondiale è messa a rischio dal cambiamento climatico. A sostenerlo è il rapporto dell’Intergovernmental panel on climate change, il gruppo intergovernativo formato dai maggiori esperti mondiali sul cambiamento climatico, istituito nel 1988 da due organismi delle Nazioni Unite proprio con l’obiettivo di studiare il riscaldamento globale e i suoi effetti. Per la prima volta il gruppo di esperti del Working Group II dell’Ipcc trova un nesso diretto fra il cambiamento climatico e l’insicurezza mondiale.
L’Ipcc, insignito del premio Nobel per la pace nel 2007, base le sue analisi principalmente sulla letteratura scientifica – informazioni tecniche e socio-economiche – e si occupa di trarre valutazioni per la comprensione dei mutamenti climatici, dei loro impatti potenziali e delle soluzioni da proporre alle politiche pubbliche. È diviso in tre gruppi di lavoro: il Working Group I, che si occupa delle basi scientifiche dei cambiamenti climatici, il Working Group II che si occupa degli impatti e delle soluzioni e il Working Group III che cerca alternative per la mitigazione dell’impatto ambientale dell’uomo (come la riduzione dell’emissione di Co2). Il rapporto del Working Group I dell’Ipcc è stato presentato a Stoccolma nel settembre 2013. Ieri è stato il turno del secondo gruppo di lavoro, il terzo verrà presentato ad aprile a Berlino, mentre l’intera pubblicazione del “Quinto rapporto di valutazione” si concluderà il prossimo ottobre con il rapporto di sintesi.
Il cambiamento rispetto all’ultimo rapporto di valutazione pubblicato nel 2007 è notevole. Allora gli scienziati sottolineavano il grande impatto dell’attività umana sull’ambiente e l’importanza di fermare il riscaldamento globale: emergeva però solo la criticità ambientale e non quella sociale. L’ultimo rapporto invece collega i conflitti sociali e l’insicurezza mondiale al riscaldamento globale e aumenta il livello di rischio: nel 2007 nel grafico di sintesi era “alto” e di colore rosso acceso, ora il livello è “molto alto” ed è viola. Con questo gli scienziati non vogliono dire che il caldo aumenti direttamente la violenza, ma che crea le condizioni che vi portano. La siccità, la mancanza di cibo, le alluvioni: tutti elementi che innescano una corsa alle risorse e agli spazi, a maggior ragione in un periodo in cui la popolazione mondiale è in crescita, mentre risorse e spazi diminuiscono per effetto, appunto, del cambiamento climatico. In altre parole il riscaldamento globale è un “moltiplicatore di conflittualità”: crea le condizioni per conflitti, guerre ed emigrazioni, che a loro volta creano ulteriori conflitti. “L’interferenza umana con il sistema climatico – inizia il rapporto – si sta verificando e il cambiamento climatico pone seri rischi per i sistemi naturali e umani”.
In quelle circa 50 pagine rivolte ai leader politici di tutto il mondo, il team di scienziati ricorda come i cambiamenti climatici stiano già colpendo l’agricoltura, la salute, gli ecosistemi terrestri e marini, l’approvvigionamento idrico e i mezzi di sussistenza di tutti i paesi, non solo quindi quelli del Terzo mondo. Tuttavia gli effetti saranno peggiori se il ciclo non si inverte. Il cambiamento climatico può infatti, secondo l’Ipcc, destabilizzare il mondo in modi diversi. In primo luogo con le emigrazioni di massa, che renderanno più difficile per i paesi mantenere il controllo delle loro popolazioni. “Il profugo ambientale – si legge nel report – non sarà più un’eccezione”. Ne è un esempio il Bangladesh dove il mare sta divorando lentamente pezzi di terra nel lato del Gange costringendo migliaia di contadini a lasciare le loro terre verso le città, dove, non a caso, nel 2013 si è registrato un picco di conflitti sociali e di abusi dei diritti umani. Lo stesso segretario generale delle Nazioni Unite, Ban Ki-Moon, ha associato la guerra in Sudan e una “guerra ecologica” che ha provocato un milione di profughi.
Il team di esperti dell’Ipcc ripete la parola rischio in tutto il report e chiede di fermare l’impatto umano sull’ambiente, in modo da bloccare questo circolo vizioso. Il copresidente del Workin Group II, Vicente Barros, ha commentato durante la presentazione del report a Yokohama: “Viviamo in un’epoca segnata da cambiamenti climatici di origine antropica. In numerosi casi non siamo preparati ai rischi climatologici ai quali facciamo già fronte. Investire in una migliore preparazione può anche essere pagante tanto adesso che in futuro”.
p.s. 2
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