Fonte: Il Fatto Quotidiano Economia Occulta - 7 Giugno 2020 Loretta Napoleoni
Gli appartenenti alla generazione dei baby boomer americani si ricordano bene il 1968.
Quello fu un anno traumatico per tutti. I giovani sedevano davanti
alla Tv insieme ai genitori mentre il governo gestiva una lotteria dove
i numeri corrispondevano alle date di nascita e la posta era la loro
vita. I più anziani si domandavano a che serviva la guerra nel Vietnam,
specialmente nell’ottica della vittoria della seconda guerra mondiale.
Nel paese la tensione era altissima e scontri e manifestazioni erano
all’ordine del giorno. Poi iniziarono gli assassinii politici, Martin Luther King e Bobby Kennedy,
vennero falciati da forze endemiche, le stesse che avevano messo fine
secoli prima all’operato di altri grandi leader americani, forze
resuscitate dalle tensioni sociali della fine degli anni Sessanta.
Gli afro-americani erano in fermento,
volevano porre fine alle diseguaglianze, al razzismo e i bianchi erano
in fermento perché non volevano quella guerra lontana. La polizia era
brutale, specialmente nei confronti dei primi.
Come il 2020, annus horribilis americano, il 1968 era un anno elettorale che avrebbe portato alla Casa Bianca Richard Nixon,
un repubblicano che adesso sappiamo era senza scrupoli, ma che allora
sembrava ben incarnare i valori conservatori di quell’America agiata
che grazie al Piano Marshall stava diventando ancora più ricca. Un’America bianca, naturalmente.
La campagna elettorale si svolse sullo sfondo della contestazione contro la guerra nel Vietnam,
degli assassinii politici e degli scontri nelle strade. Esattamente
come oggi, mentre l’America scivolava nel caos gli indici di borsa
salivano. I mercati e le élite che nel 1968 li gestivano avevano fiducia
nella vittoria di Nixon, erano certi che il futuro presidente ed il
suo partito avrebbero mantenuto l’ordine ed i privilegi di cui l’alta finanza aveva sempre goduto.
Nixon
intuì l’importanza di presentarsi come il difensore dello status quo,
il garante dell’ordine e sfruttò al massimo le tensioni del 1968. Oggi Donald Trump
sta facendo la stessa cosa. Da febbraio ha trasformato la pandemia in
una piattaforma elettorale giornaliera e da due settimane le
manifestazioni e gli scontri di piazza nell’antitesi della ‘sua
America’. Trump è il nuovo Nixon, un abile imbroglione.
Gli
americani ricordano bene che fine ha fatto Richard Nixon come non
hanno dimenticato il danno economico inflitto dalla sua presidenza. Per
finanziare la guerra in Vietnam Nixon usò le riserve auree del paese, lo fece nascostamente ma alla fine fu costretto ad ammetterlo. E così nel 1971 si pose fine alla convertibilità del dollaro. Un’umiliazione
per la grande America ma anche un bel problema economico. Ondate
deflazioniste ed inflazioniste si abbatterono sull’economia americana
che rimase depressa fino all’inizio degli anni Novanta-
Donald Trump è altrettanto irresponsabile. Sta combattendo il Covid-19 stampando carta monete e distribuendola a pioggia, senza una logica sociale. In questo modo sostiene Wall Street, suo cavallo di battaglia da sempre. Ma come quello di Nixon, l’escamotage monetario è un boomerang, funziona nel breve periodo e poi torna indietro con nuovi problemi.
L’altra
mortalità tra gli afro-americani, appena il 13 per cento della
popolazione, ma di gran lunga la maggioranza dei deceduti, poteva
essere evitata con i test, i tamponi, agli aiuti finanziari per
migliorare le condizioni di vita e di lavoro di questo segmento della
popolazione.
Le tensioni sociali potevano essere evitate se si
fosse agito per tempo. Da sempre gli afro-americani muoiono per mano
dei poliziotti, nel 1992 Rodney King venne ucciso a Los Angeles in un modo simile all’esecuzione di George Floyd.
La scena venne ripresa da un passante che aveva una video camera ed i
network la mostrarono. Quasi trent’anni dopo ce la ritroviamo davanti.
Non va bene, non va affatto bene.
La speranza è che il 2020 non finisca a novembre come il 1968,
la speranza è che Trump non riesca a spuntarla questa volta e che il
vento della riforma sia talmente forte da scuotere anche il
moderatissimo candidato democratico, Joe Biden. La speranza è che questa volta qualcosa davvero cambi.
si parla di progresso, di evoluzione, di civiltà ci ritroviamo invece in un nuovo medio evo dove conta chi si nasconde dietro il potere o vi si allea con esso.
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lunedì 8 giugno 2020
giovedì 10 agosto 2017
Bretton Woods, epocale conquista di ordine e pace
di Giuseppe Brianza | 8 agosto 2017 Il Fatto Quotidiano
Tre i capisaldi della Conferenza di Bretton Woods:
fu fondato il Fondo monetario internazionale (Fmi), fu creata la Banca
internazionale per la Ricostruzione e lo sviluppo e fu fissato il Gold exchange standard per un sistema di scambi monetari il più possibile stabile e agganciato al dollaro, il quale, a sua volta, veniva agganciato al valore dell’oro: potevi avere un’oncia di oro in cambio di 35 dollari di carta.
Dal ’44 in poi si succedettero molte presidenze degli Stati Uniti e si ebbero politiche di varia natura a fronte di diversi problemi, ma fu sempre osservato un sacro rispetto dei patti di Bretton Woods. La gestione americana fu molto oculata e attenta a non stampare dollari/carta. Nonostante questo, l’attenta gestione in 27 anni (1944-1971), gli Usa misero sul mercato ben 12mila tonnellate di oro fino.
Le pubbliche amministrazioni potevano usare solo quegli incrementi di ricchezza in arrivo dalla economia produttiva reale: ogni immissione di denaro proveniente dalla finanza era a somma zero. Non solo, nel 1933 gli Stati Uniti avevano emesso una legge molto importante, valida e severa (la Glass-Steagal Act) che divideva il mondo bancario in due grandi gruppi: quello delle Banche di investimento o d’affari e quello delle Banche commerciali di risparmio. Obiettivo, tagliare l’erba sotto i piedi della speculazione finanziaria: le Banche d’affari non potevano fare raccolta di risparmi, le Banche commerciali potevano raccogliere il risparmio, ma non potevano fare operazioni finanziarie speculative.
Poi venne il Vietnam. Il 15 agosto 1971 il presidente Richard Nixon dichiara decaduto l’impegno americano a mantenere la parità dollari/oro: una decisione epocale. Fine del Gold Exchange Standard. Nixon fu costretto a prendere tale decisione. La guerra del Vietnam (disastrosa) era finita (30 aprile 1975 con la caduta di Saigon): oltre la débâcle morale restavano i debiti contratti dal governo americano per una guerra che – pochi se ne rendono ancora conto – bruciava circa 30 milioni di tonnellate di acciaio l’anno (due volte la produzione – allora – dell’Italia) e che, come tale, rappresentava una forte droga per economia-mondo dell’epoca. Le grandi società di armamenti reclamavano i pagamenti, ma il flusso di ordini di produzione e ricerca verso queste società si era arrestato. La liquidità era finita: bisognava stampare carta/dollari.
E’ così che scoppiò la crisi.
In breve accadde questo: il grande capitale internazionale (Rotschild, Rockefeller, J.P.Morgan, le BIG-Banks, ecc.) proposero al presidente a Nixon di utilizzare l’oro tenuto a Fort Knox come garanzia verso i debitori, i quali in cambio avrebbero fornito liquidità. A Londra, il vero centro finanziario mondiale, il cosiddetto ‘denaro a credito’ viene denominato con una locuzione curiosa, ma centratissima: ‘thin air’, ossia ‘aria fina’: denaro che non c’è. In quel momento fu come se la Banca si sostituisse al ministero del Tesoro americano autorizzato a stampare carta/moneta.
Alcuni grandi gruppi Usa tirarono un enorme sospiro di sollievo: videro saldarsi i loro crediti e tornare copiose le commesse ‘militari’. Idem il mondo finanziario per il quale si aprì una fase di enorme prosperità. Il debito degli Usa prese a crescere vertiginosamente, ma l’arrivo di tanti soldi-carta, oltre a tacitare i creditori, aprì le porte a una crescita economica mai vista.
Accadde, però, un altro fatto centrale: la ‘casta’ militare venne a saldarsi con la ‘casta’ finanziaria, ovviamente in modo del tutto non palese. Non è sciocco dire che negli Usa, oggi, esiste un centro di potere privato parallelo a quello governativo, importantissimo e altrettanto – se non ancora di più – forte.
Per il dollaro fu una débâcle dell’ordine di oltre il 3.500% (tremilacinquecento percento) in termini di perdita di potere d’acquisto. Il cittadino americano è senza dubbio il più indebitato al mondo, ma, sfortunatamente, lo è anche come responsabile di debiti privati e famigliari che sono altissimi. Ancora oggi il governo americano delibera, di tanto in tanto, di aumentare il già altissimo tetto dell’indebitamento statale, per poter pagare le pensioni o i dipendenti pubblici. Altro che debito del cittadino italiano, il quale oltretutto non è così indebitato sul piano privato.
Fu l’inizio di un’era incredibile e inattesa del ‘bengodi’: la gente credette che il sistema capitalistico avesse ormai dato dimostrazione di aver risolto definitivamente il problema del benessere per larghi strati di popolazioni: cibo, salute, casa, automobile, vacanze, viaggi, ecc. Il guaio era – e nessuno se ne accorse, e ancora oggi pochi se ne rendono conto – che tutto questo benessere era poggiato sul ‘debito’. E, come tutti sanno, quando ci si indebita, prima o poi arriva sempre il momento di restituire il credito ottenuto. E’ in quel frangente che possono anche nascere problemi seri.
Di più. In una situazione normale l’aumento della ricchezza concreta (espressa in moneta scambiabile) serve a pagare gli interessi maturati in quell’anno sul debito contratto. Difficilmente si riesce a produrre anche la rata del prestito venuta in scadenza da restituire al creditore. Ma, viste le prospettive, il creditore stesso interviene prestando altro denaro che serve per coprire le scadenze del debitore: nasce così il ‘credito revolving’.
Quella del credito revolving (nuovi prestiti per pagare quelli scaduti) divenne una piaga regolare, la ciliegina sulla torta.
Bingo! L’economia cedette e le garanzie solide persero valore: si arrivò così al 2008.
Dal ’44 in poi si succedettero molte presidenze degli Stati Uniti e si ebbero politiche di varia natura a fronte di diversi problemi, ma fu sempre osservato un sacro rispetto dei patti di Bretton Woods. La gestione americana fu molto oculata e attenta a non stampare dollari/carta. Nonostante questo, l’attenta gestione in 27 anni (1944-1971), gli Usa misero sul mercato ben 12mila tonnellate di oro fino.
Le pubbliche amministrazioni potevano usare solo quegli incrementi di ricchezza in arrivo dalla economia produttiva reale: ogni immissione di denaro proveniente dalla finanza era a somma zero. Non solo, nel 1933 gli Stati Uniti avevano emesso una legge molto importante, valida e severa (la Glass-Steagal Act) che divideva il mondo bancario in due grandi gruppi: quello delle Banche di investimento o d’affari e quello delle Banche commerciali di risparmio. Obiettivo, tagliare l’erba sotto i piedi della speculazione finanziaria: le Banche d’affari non potevano fare raccolta di risparmi, le Banche commerciali potevano raccogliere il risparmio, ma non potevano fare operazioni finanziarie speculative.
Poi venne il Vietnam. Il 15 agosto 1971 il presidente Richard Nixon dichiara decaduto l’impegno americano a mantenere la parità dollari/oro: una decisione epocale. Fine del Gold Exchange Standard. Nixon fu costretto a prendere tale decisione. La guerra del Vietnam (disastrosa) era finita (30 aprile 1975 con la caduta di Saigon): oltre la débâcle morale restavano i debiti contratti dal governo americano per una guerra che – pochi se ne rendono ancora conto – bruciava circa 30 milioni di tonnellate di acciaio l’anno (due volte la produzione – allora – dell’Italia) e che, come tale, rappresentava una forte droga per economia-mondo dell’epoca. Le grandi società di armamenti reclamavano i pagamenti, ma il flusso di ordini di produzione e ricerca verso queste società si era arrestato. La liquidità era finita: bisognava stampare carta/dollari.
E’ così che scoppiò la crisi.
In breve accadde questo: il grande capitale internazionale (Rotschild, Rockefeller, J.P.Morgan, le BIG-Banks, ecc.) proposero al presidente a Nixon di utilizzare l’oro tenuto a Fort Knox come garanzia verso i debitori, i quali in cambio avrebbero fornito liquidità. A Londra, il vero centro finanziario mondiale, il cosiddetto ‘denaro a credito’ viene denominato con una locuzione curiosa, ma centratissima: ‘thin air’, ossia ‘aria fina’: denaro che non c’è. In quel momento fu come se la Banca si sostituisse al ministero del Tesoro americano autorizzato a stampare carta/moneta.
Alcuni grandi gruppi Usa tirarono un enorme sospiro di sollievo: videro saldarsi i loro crediti e tornare copiose le commesse ‘militari’. Idem il mondo finanziario per il quale si aprì una fase di enorme prosperità. Il debito degli Usa prese a crescere vertiginosamente, ma l’arrivo di tanti soldi-carta, oltre a tacitare i creditori, aprì le porte a una crescita economica mai vista.
Accadde, però, un altro fatto centrale: la ‘casta’ militare venne a saldarsi con la ‘casta’ finanziaria, ovviamente in modo del tutto non palese. Non è sciocco dire che negli Usa, oggi, esiste un centro di potere privato parallelo a quello governativo, importantissimo e altrettanto – se non ancora di più – forte.
Per il dollaro fu una débâcle dell’ordine di oltre il 3.500% (tremilacinquecento percento) in termini di perdita di potere d’acquisto. Il cittadino americano è senza dubbio il più indebitato al mondo, ma, sfortunatamente, lo è anche come responsabile di debiti privati e famigliari che sono altissimi. Ancora oggi il governo americano delibera, di tanto in tanto, di aumentare il già altissimo tetto dell’indebitamento statale, per poter pagare le pensioni o i dipendenti pubblici. Altro che debito del cittadino italiano, il quale oltretutto non è così indebitato sul piano privato.
Fu l’inizio di un’era incredibile e inattesa del ‘bengodi’: la gente credette che il sistema capitalistico avesse ormai dato dimostrazione di aver risolto definitivamente il problema del benessere per larghi strati di popolazioni: cibo, salute, casa, automobile, vacanze, viaggi, ecc. Il guaio era – e nessuno se ne accorse, e ancora oggi pochi se ne rendono conto – che tutto questo benessere era poggiato sul ‘debito’. E, come tutti sanno, quando ci si indebita, prima o poi arriva sempre il momento di restituire il credito ottenuto. E’ in quel frangente che possono anche nascere problemi seri.
Di più. In una situazione normale l’aumento della ricchezza concreta (espressa in moneta scambiabile) serve a pagare gli interessi maturati in quell’anno sul debito contratto. Difficilmente si riesce a produrre anche la rata del prestito venuta in scadenza da restituire al creditore. Ma, viste le prospettive, il creditore stesso interviene prestando altro denaro che serve per coprire le scadenze del debitore: nasce così il ‘credito revolving’.
Quella del credito revolving (nuovi prestiti per pagare quelli scaduti) divenne una piaga regolare, la ciliegina sulla torta.
Bingo! L’economia cedette e le garanzie solide persero valore: si arrivò così al 2008.
di Giuseppe Brianza | 8 agosto 2017
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