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martedì 2 luglio 2019

Gli Italiani? Un popolo in via di estinzione

Fonte: W.S.I. 29 Giugno 2019, di Leopoldo Gasbarro

Ci vorrà qualche tempo ma, a meno che non si prendano delle contromisure, gli italiani sono condannati a sparire. Sembra un assurdo ma questo è quello che emerge dai dati riportati dall’ultima ricerca fatta dall’Istat e che raccoglie tutti gli: “Indicatori Demografici” del nostro Paese (pubblicazione  Febbraio 2019).
Ma andiamo per ordine cercando di riassumere ed approfondire i numeri del report.

Dal 2015 la popolazione italiana ha cominciato a ridursi.
Il saldo naturale nel 2018 è negativo (-187mila), risultando il secondo livello più basso nella storia dopo quello del 2017 (-191mila).
Allo stesso tempo l’età media si è attestata oltre i 46 anni (la più alta in Europa, la seconda più alta al mondo dopo il Giappone) e l’indice di fertilità delle nostre donne è arrivato a 1,32 (cioè ogni donna potenzialmente fertile da alla luce mediamente 1,32 figli nella sua vita) continua a restare troppo basso per pensare ad una possibile inversione di tendenza.

Insomma l’Istat oltre a confermare che la popolazione italiana sta calando di numero ci dice anche che, nell’ultimo anno, è sparita una città delle dimensioni di Brescia.
Inoltre chi resta invecchia sempre di più e, visto che si fanno pochi figli, non ci sarà ricambio generazionale, con tutta una serie di implicazioni anche sulla finanza pubblica, sul welfare e sulla previdenza. Ma soprattutto sulla sopravvivenza della “specie italica”.
L’ Istat nel suo report dice anche altro, soprattutto facendo riferimento alla differenza tra gli attuali cittadini italiani e quelli stranieri residenti in Italia.
La popolazione di cittadinanza italiana scende a 55 milioni 157mila unità (-3,3 per mille). I cittadini stranieri residenti si attestano a 5 milioni 234mila (+17,4 per mille) e oggi rappresentano l’8,7% della popolazione totale nazionale.

La domanda a questo punto nasce spontanea: In quanto tempo la popolazione italiana finirà per esaurirsi? E, soprattutto, entro quanti anni la popolazione straniera, ma residente in italia, supererà quella autoctona del nostro Paese?
Dare risposte non è facile.
Ci si muove in un territorio sconosciuto le cui dinamiche, oltretutto, non sono lineari. Certo è che i numeri del report sono estremamente chiari: o si fa qualcosa o, il nostro popolo, sarà raccontato solo nei libri di storia.
Cosa fare?
Innanzitutto pensare ad una politica che incentivi le nascite.
In Giappone, dove la situazione è peggiore della nostra, gli aiuti fiscali per chi fa figli stanno diventando sempre più importanti e ci sono politiche del lavoro che favoriscono e tutelano sempre di più le mamme. Inoltre stanno richiamando a lavorare persone che erano già andate in pensione proprio per riuscire a far fronte alla mancanza di manodopera e… udite udite stanno favorendo l’immigrazione…
In Italia?
I numeri del report dicono che nel 2018:
Aumentano le immigrazioni, pari a 349mila. I flussi in ingresso, perlopiù dovuti a cittadini stranieri (302mila), hanno toccato il livello più alto degli ultimi sei anni.
Mentre ci concentriamo su quello che accade su un barcone nel Mediterraneo i fenomeni demografici ed i flussi migratori generano effetti di cui nessuno sembra prendere veramente atto.
Ma c’è dell’altro, mentre continuano ad arrivare stranieri, sono gli italiani che continuano ad andar via:
Le emigrazioni, nel 2018 sono state pari a 160mila (+3,1%) unità.
Tra i cittadini italiani continuano a essere più numerose le partenze dei ritorni. Nel 2018 risultano, infatti, 47mila rimpatri e 120mila espatri.
Insomma, qualcosa bisognerà inventarsi e bisognerà farlo in fretta. Altrimenti, tra qualche anno, nelle ricerche su internet, o sui libri e le enciclopedie, se esisteranno ancora, alla voce “Italiani” leggeremo: Popolazione Estinta

giovedì 28 giugno 2018

Il welfare aziendale è una iattura

Fonte: Il Fatto Quotidiano Lavoro & Precari | 28 giugno 2018 

Il titolo di questo post riprende quello, fra il provocatorio e l’ironico, di un librino appunto sul welfare aziendale. Che è l’espressione usata per un coacervo di beni e servizi (buoni pasto, sanità integrativa, trasporti casa-lavoro ecc.) che dovrebbero accrescere il benessere del lavoratore.
A sentire certuni è una meraviglia. Vedi il Rapporto welfare di Repubblica del 18 giugno dove leggiamo che “il premio di risultato diventa leva di business e ci guadagnano tutti” e in particolare che “la polizza conviene” riguardo alla sanità integrativa cui è stato anche dedicato il Welfare day del 6 giugno 2018, che ha certo aiutato i bilanci dei giornali, vista la massiccia campagna pubblicitaria. In particolare per Metasalute, dei lavoratori metalmeccanici, rimando a un mio articolo sul Il Fatto quotidiano.
In realtà il welfare aziendale è spesso una trappola: viene sbandierato un vantaggio fiscale e contributivo, nascondendo che nel complesso la scelta è economicamente in perdita. L’autore del libretto (61 pagine) è Alberto Perfumo. Responsabile di un’azienda di consulenza proprio sul welfare aziendale, è ragionevole supporre che miri a portare acqua al proprio mulino. Di fatto però riferisce correttamente anche dati e informazioni negativi per il welfare.
Merita concentrarsi sui premi di produttività, di risultato ecc. nel settore privato, anche per le pressioni di molte aziende perché i lavoratori li destinino al welfare, anziché riceverli in busta paga. Con essi la legge appare molto generosa. Fino a 3mila o anche 4mila euro l’anno, chi li incassa direttamente paga 9,19% di contributi previdenziali e solo il 10% d’imposta anziché un’Irpef dal 23% al 43%. Chi li destina al welfare, evita addirittura ogni contributo o imposta. Ecco perché questa seconda opzione pare convenire (e per carità di patria non infieriremo su una terza possibilità, ovvero la destinazione alla sciagurata previdenza integrativa).
In realtà la faccenda è più complessa a causa di una normativa criticabilissima. Col premio di produzione nel welfare, il datore di lavoro non versa più la sua parte di contributi previdenziali. Come scrive Perfumo, “mille euro di welfare al lavoratore, costano mille euro all’impresa con un risparmio di circa il 30% in contributi”. Quindi i dipendenti risparmiano circa il 19% fra imposte e contributi, ma perdono versamenti previdenziali dell’azienda a loro favore in misura superiore.
Con un orizzonte di lungo termine appare dunque preferibile incassare il premio in busta paga. I contributi previdenziali non sono mica soldi persi. Fanno maturare una pensione più alta. Perfumo cita uno studio secondo cui mille euro l’anno in welfare per 37 anni conducano a una decurtazione della pensione di 873 euro l’anno. Ma anche nella stessa ottica dei “pochi, maledetti e subito”, può convenire il premio in busta paga, perché spesso i soldi nel welfare non si recuperano subito; e può diventare difficile utilizzarli tutti.
Lavoro & Precari | 28 giugno 2018

domenica 18 marzo 2018

Reddito di cittadinanza, le questioni fondamentali sono 3

Fonte: Il Fatto Quotidiano Società | 18 marzo 2018  di Emiliano Romeo


Thorwald Dethlefsen, psicoterapeuta, diceva che la ‘malattia della cultura’ può essere curata solo con altra cultura. Un po’ di cultura ci spinge a guardarci indietro con un senso di superiorità, molta cultura ci spinge a guardarci avanti, rendendoci consapevoli che l’ignoranza che resta sarà forse sempre maggiore della conoscenza accumulata, e questo ci porta a mettere in dubbio tutto ciò che diamo per assodato.
Il reddito di cittadinanza è una di quelle questioni in cui si misura la distanza tra un Paese che si guarda alle spalle e un Paese che si guarda avanti. Va premesso che chi scrive è molto scettico in merito: non credo che il reddito di cittadinanza, non come è stato promesso almeno, si riuscirà a realizzarlo, e non certo per una questione di una carenza di fondi.
Il problema che l’Italia si trascina dietro da almeno un trentennio è la soglia bassissima di Utopia, nel senso che molte cose, anche quelle che non appartengono al mondo delle fantasie ma alla categoria del miglioramento, in Italia sono così lontane dalla realtà da risultare utopiche. Figurarsi il reddito di cittadinanza. Ma veniamo al punto culturale.
Il primo punto per cui il reddito di cittadinanza viene criticato è il discorso secondo il quale è moralmente ed eticamente dannoso e lubrico ricevere denaro senza aver prima lavorato. Cosa che peraltro il reddito di cittadinanza nemmeno prevede, ma restiamo sul tema. Il discorso che il lavoro nobiliti l’uomo fa certamente parte di quel substrato culturale con cui siamo cresciuti, una di quelle affermazioni che ogni bambino, non appena viene educato, più che apprendere, per dirla con il grande filosofo Wittgenstein, semplicemente inghiotte.
Nessuno comincia la vita dallo stesso blocco di partenza. E non tutti conosceranno nella loro esistenza il sudore della fronte, o svolgeranno mansioni che sono minimamente impegnative. Davvero, ammesso ovviamente sia possibile da realizzare in terra, si vuole credere che sia moralmente sbagliato avere diritto a priori e non per merito a non morire di fame, ad avere un tetto? Che sia sbagliato mettere al di sopra e non al di sotto della fortuna alcuni diritti fondamentali? Anche qui solo la cultura può mediare e farci trovare un punto di mezzo tra il socialismo reale, il ‘non-non comunismo’ (Paolo Virno) e il capitalismo più liberale.
La seconda remora è, se consentite, ancora più miope, anche se sincera. Con il reddito di cittadinanza nessuno vorrà più lavorare. Tutta la storia umana, fatta di violenti appetiti, ci fa essere inequivocabilmente sicuri di quanto sia momentanea la capacità di accontentarsi dell’uomo. E state certi che sarà molto più produttivo un uomo che entra nel mondo del lavoro aizzato dalla voglia, e non trascinato per i capelli dal bisogno. Io, per esempio, non mi accontenterei.
Ma veniamo al terzo punto. Davvero mettere al sicuro l’economia dagli sbalzi del mercato, dal lavoro sempre più precario che rende i consumi un’altalena impazzita, è qualcosa di sbagliato per questa povera Italia? L’automazione sta sostituendo sempre più il lavoro. Sta a noi rendere questo una fortuna e non un problema. Una volta che tutti i lavori di esecuzione saranno scomparsi, cosa faremo? Ci reinventeremo tutti creativi? Non credo sarà possibile. Anche perché non ci sarà nessuno con un salario adeguato a pagare la nostra creatività. È per questo che l’intellettuale Noam Chomsky, già negli anni ‘80, ha detto che presto l’idea che vivere richieda vendere in affitto il proprio tempo sarà considerata un’idea impensabile come lo è oggi il pensiero della schiavitù, almeno nel mondo cosiddetto libero.
È forse questo l’ultimo momento in cui rimangono risorse per investire, prima di essere presi in contropiede dalla storia, che come è noto ha il potere di girare i cardini delle porte al contrario. La priorità è investire nel reddito e nella cultura, per non inghiottire più troppe affermazioni senza pensarci, e troppe politiche che non ci meritiamo.

venerdì 2 febbraio 2018

Lavoro e pensioni, le riforme degli anni 90 stanno generando una ‘bomba sociale’

Fonte: Il Fatto Quotidiano di Economia e politica 2 febbraio 2018
di Felice Roberto Pizzuti*
Oramai da molti anni, nel nostro sistema previdenziale sta maturando una vera e propria “bomba sociale” che va affrontata con urgenza. Le sue origini affondano nella combinazione dei cambiamenti intervenuti nel mercato del lavoro e nel sistema previdenziale a partire dagli anni 90 e, in particolare, con il passaggio dal metodo retributivo a quello contributivo per il calcolo delle pensioni.
Il metodo contributivo, in primo luogo, ha irrigidito il funzionamento del sistema pensionistico: lo ha ancorato alla logica dell’equilibrio attuariale, ma a discapito dell’equità previdenziale; ha uguagliato i tassi di rendimento interni, ma riducendo fortemente le possibilità redistributive. In secondo luogo, da un lato, ha stabilizzato la spesa e, anzi, tende a ridurne l’incidenza sul Pil; d’altro lato, a ciascuna generazione ripropone con più forza per la vecchiaia la stessa distribuzione dei redditi della vita attiva. Non da ultimo, ostacola la possibilità di adattamenti micro e macro delle prestazioni pensionistiche alle condizioni economico-sociali correnti.
A quest’ultimo riguardo, va ricordato che i sistemi pensionistici – pubblici o privati, a capitalizzazione o a ripartizione – pur con diversa trasparenza, svolgono la funzione di redistribuire parte del reddito correntemente prodotto dalle generazioni attive a quelle anziane contemporanee.
La redistribuzione tra generazioni contigue è sempre esistita, anche se solo a partire dal Novecento inoltrato si è svolta in modo significativo tramite i sistemi pensionistici. L’entità e le modalità dei trasferimenti intergenerazionali costituiscono un pilastro importante della coesione sociale di una collettività. Proprio per questo, i cambiamenti nell’entità e nelle modalità di tali trasferimenti andrebbero gestiti con la consapevolezza dei tempi con i quali maturano le loro conseguenze.
Un importante aspetto che non sempre viene considerato è che il reddito corrente trasferito a ciascun anziano certamente dipende anche da quanto egli ha fatto nel suo periodo di attività; ad esempio, da quanto egli ha contribuito al sistema pensionistico. Ma l’entità e le modalità del trasferimento dipendono anche e soprattutto dalla possibilità e dalla disponibilità delle generazioni attive di trasferire parte del reddito correntemente prodotto agli anziani contemporanei, e da tali scelte discendono più generali conseguenze economiche e sociali.
Nel secondo dopoguerra, quando i sistemi produttivi erano pressoché distrutti e il reddito prodotto era irrisorio, i sistemi pensionistici avevano ben poco da redistribuire agli anziani; pur essendo per lo più finanziati a capitalizzazione e, dunque, pur contando sulle riserve accumulate per ciascun iscritto, non poterono mantenere le loro promesse. L’indisponibilità corrente ad effettuare i trasferimenti promessi fu realizzata con modalità di mercato, attraverso l’inflazione.
Invece, negli anni 60, quando la ripresa produttiva e il boom economico generarono maggiori redditi, ci fu la possibilità e la volontà di redistribuirne una parte anche ad anziani che mai avevano contribuito ad un sistema pensionistico, come i lavoratori autonomi. Ciò fu tecnicamente possibile abbandonando il sistema a capitalizzazione, utilizzando l’elasticità del sistema a ripartizione e del metodo di calcolo retributivo.
A partire dagli Anni 90, a seguito della perdita di controllo della spesa previdenziale avvenuta negli anni precedenti, con i minori tassi di crescita economica e l’invecchiamento demografico, le condizioni per gli attivi del trasferimento pensionistico sono divenute più onerose.
Tuttavia, riflettendo sulle riforme fatte da allora ad oggi, ci si deve chiedere:
– in che misura sono giustificate dalla nuova situazione economico-demografica?
– quanto invece sono dipese da cambiamenti discutibili nelle scelte economiche, sociali, politiche e culturali affermatesi nel periodo?
– quali sono i loro effetti sulla distribuzione del reddito e sulla sua crescita? In particolare, quali sono le loro conseguenze sulla partecipazione degli anziani al reddito correntemente prodotto e sulla tenuta del patto intergenerazionale e della coesione sociale del Paese?
Continua su economiaepolitica.it

giovedì 25 gennaio 2018

Il salario minimo in Europa, tra i sistemi anche quelli in cui è solo il governo a decidere

Fonte: Il Fatto Quotidiano Economia & Lobby | 25 gennaio 2018

di Manuel Marocco*
Il salario minimo è presente in tutti i paesi europei e costituisce una pietra angolare del modello sociale europeo. Nel Pilastro Europeo dei diritti sociali (volto all’individuazione di un nucleo di principi e diritti sociali europei, derivanti dalla ricognizione dell’acquis sociale della Ue e da fonti di diritto internazionale) , del resto, oltre ad essere richiamato il diritto a retribuzione eque e sufficienti, sono fissati due principi per l’ipotesi in cui sia la Legge a determinare il salario minimo . Il Pilastro non si spinge, come si è discusso, sino alla fissazione di una soglia minima europea; d’altro canto, sulla base dei Trattati europei (art. 153, TFUE), la materia salariale è saldamente di competenza nazionale.
La distinzione fondamentale tra i regimi europei concerne il campo di applicazione, di tipo universale, in quanto applicabile a tutti i lavoratori, ovvero settoriale, poiché destinata a settori o gruppi di occupati. Nettamente prevalente è il primo regime, presente in 22 paesi su 28; nel secondo rientra l’Italia, insieme ai paesi inventori della flexicurity (Danimarca, Finlandia e Svezia) e l’Austria. Al campo di applicazione corrisponde, di fatto, lo strumento di determinazione del salario minimo: i paesi con regime universale utilizzano a tale scopo la Legge, gli altri il contratto collettivo, eventualmente accompagnato da meccanismi di estensione legale (Austria e Finlandia). Si tratta di paesi in cui l’assenza di un intervento pubblico è tradizionalmente controbilanciata da alti livelli di copertura della contrattazione collettiva, nonché di densità associativa, e/o da meccanismi legali di sostegno della membership, a garanzia del salario contrattuale. Solo di recente (gennaio 2015) la locomotiva d’Europa – la Germania – ha abbandonato questo modello e ha deciso di introdurre il salario minimo legale (SML).
Nei paesi del primo gruppo, varia notevolmente il valore nominale del SML, la frequenza degli aggiornamenti, i parametri di calcolo e le procedure di determinazione.
Particolarmente delicate sono queste ultime. Da questo punto di vista, possono essere distinti tre modelli (European Commission, 2016), sulla base della più o meno rigorosa formalizzazione della stessa procedura e, di conseguenza, del livello di discrezionalità del governo.
In alcuni sistemi – pochi – il processo è privo di formalità: lo strumento è nella piena discrezionalità dell’Esecutivo, non esistendo specifici obblighi di negoziazione o consultazione di altri attori, ma solo una generale previsione di consultazione e cooperazione con le parti sociali nel caso di interventi in materia di lavoro.
In altri, è prevista la partecipazione di altri attori, variandone forma e valore. In questo gruppo, quello più numeroso, rientrano, innanzi tutto, i casi in cui è il SML è determinato da un organismo terzo, partecipato o meno dalle parti sociali. In Germania, inizialmente il livello è stato fissato dal governo, dopo aver consultato parti sociali ed esperti; tale compito spetta ora ad una apposita Commissione, i cui componenti sono nominati dal Ministero del Lavoro su indicazione delle parti sociali. Sempre nello stesso gruppo, rientrano i paesi in cui il governo procede dopo aver consultato le parti sociali: in alcuni casi questa consultazione è solo eventuale, in quanto è l’Esecutivo a decidere, in altri la consultazione è prevista, ma si svolge in via informale ed, infine, in altri ancora si realizza in forma istituzionale. Nell’ambito di questo gruppo risultano accorpate tradizioni istituzionali molto diverse, e, di conseguenza, spesso la prassi varia al variare degli equilibri politici. Nel 2016-17 (Eurofound, 2017) in diverse nazioni, il SML è stato fissato unilateralmente dal governo, poiché, diversamente dal passato, le parti sociali sono solo state informate, ma non coinvolte nella decisione (Spagna), ovvero perché le stesse non hanno raggiunto un accordo (Croazia, Repubblica Ceca, Polonia, Slovacchia). In Ungheria e Grecia (rispettivamente dal 2011 e dal 2012), le parti sociali sono state relegate ad un ruolo solo consultivo.
Continua su economiaepolitica.it (…)
*INAPP – Istituto Nazionale per l’Analisi delle Politiche Pubbliche

giovedì 23 novembre 2017

Pensioni, sette riforme in 25 anni. Più che leggi sono toppe

Fonte: Il Fatto Quotidiano
di | 21 novembre 2017

La trattativa tra governo e sindacati sull’aumento dell’età pensionabile e altre particolarità del sistema pensionistico non è la prima né sarà l’ultima di una interminabile serie di diatribe su interventi grandi e piccoli sulla previdenza/assistenza che si susseguono ormai da anni a distanza letteralmente di mesi, senza che si venga mai a capo di una eventuale riforma che non richieda almeno ulteriori ritocchi nel medio termine.
Solo per ricapitolare, abbiamo avuto:
1992 Riforma Amato
1995 Riforma Dini
1997 Riforma Prodi
2001 Riforma Berlusconi
2004 Riforma Maroni
2007 Riforma Damiano
2011 Riforma Fornero
Sette riforme in 25 anni, più vari ritocchi minori qua e là, una ogni poco più di tre anni in media e non è ancora finita.
Ci sarebbe da pensare che siamo governati da incapaci che si succedono al potere da diverse parti politiche e che, tra altro, adottano talvolta una sorta di spoiling system legislativo in base al quale quello che ha fatto la parte avversa deve essere per definizione cancellato. Scaloni, poi scalini, divieto di cumulo, poi cumulo lecito, pilastri integrativi puramente previdenziali, contributi di solidarietà, invece, completamente assistenziali, finestre fisse, poi mobili, poi interventi con preavviso di meno di trenta giorni, per cui a un nato il 1° gennaio 2012 fu detto nel dicembre 2011 che la sua data di pensione slittava di quattro anni, in disprezzo a qualsiasi forma di programmazione della propria anzianità e della propria vita.
Escludendo che tutti i riformatori del sistema pensionistico abbiano agito per incapacità, malafede, per interessi di parte, per motivi elettorali o presi dal panico per motivi finanziari non sempre sostanziati – anche se, a mio avviso, alcuni siano arruolabili in una o più di queste compagini -, deve esserci un motivo di base nel sistema che impedisce la riforma una volta per tutte e con criteri se non condivisibili da tutti – se mi tocchi personalmente, per definizione, squalifico l’intervento come sbagliato – almeno logicamente ispirati a un unico fondamento che, possibilmente, dovrebbe trovare riscontro nelle regole nelle quali la società si riconosce e nella Costituzione che dovrebbe esserne la rappresentazione giuridica.
E infatti: “c’è del marcio in Danimarca”.
Ci sono due tare fondamentali che impediscono di mettere mano al sistema pensionistico in modo definitivo, anche sopportando un po’ di ricorso alla piazza e la perdita di consenso elettorale.
La prima è il mantenimento – non colposo, ma intenzionale – della commistione tra previdenza e assistenza. Ancorché per l’Inps le due cose siano contabilmente ben separate, la vera commistione è ideologica: nel sentire comune – e niente viene fatto per cambiarlo – i comparti previdenza e assistenza sono permeabili e risorse possono essere spostate dall’uno all’altro quando invece la previdenza dovrebbe essere vista come la restituzione di un accantonamento (diritto individuale) e l’assistenza come la risposta a un bisogno sociale (diritto collettivo). Questa commistione impedisce sia gli interventi – facili – sulla previdenza allo scopo di commisurare in modo effettivo la prestazione con i contributi versati, sia quelli – più difficili perché costosi – sull’assistenza, allo scopo di garantire la sussistenza di tutti gli anziani.
La seconda tara è l’applicare ai cittadini pensionati, in materia di socialità, regole diverse dal quelle che si applicano agli altri cittadini. La nostra Costituzione prevede che “Tutti sono tenuti a concorrere alle spese pubbliche in ragione della loro capacità contributiva. Il sistema tributario è informato a criteri di progressività”. Come si vede, non v’è traccia di contributi diversificati se non in base al reddito percepito; diversamente è ormai prassi consolidata applicare alle (sole) pensioni meccanismi addizionali di re-distribuzione del reddito che si sommano alla progressività fiscale esercitata su tutti i cittadini e che si articolano in modi diretti – contributi di solidarietà – o più subdoli e a effetto permanente – blocchi della perequazione.
Queste due gravi distorsioni di pensiero prevengono la possibilità di riformare l’assistenza identificando in modo certo la dimensione dei diritti costituzionali per i cittadini sprovvisti dei mezzi necessari “al mantenimento e all’assistenza sociale” – Art. 38 -, coniugandola con il “ dovere di svolgere, secondo le proprie possibilità e la propria scelta, un’attività o una funzione che concorra al progresso materiale o spirituale della società” – Art. 4 – e quella di riformare la previdenza riconoscendone una buona volta le caratteristiche assicurative – tanto versi, tanto avrai; tanto più avrai mensilmente per quanto meno tempo lo riceverai – di un accantonamento da ritenersi sacro e inviolabile e non soggetto ad altre fiscalità che non quelle universalmente riconosciute valide per tutti i cittadini.
Il tutto è complicato dall’inevitabile sistema a ripartizione che fa sì che i contributi dei lavoratori scompaiano in tempo reale nella voragine dei conti dello Stato e che gli attivi siano convinti a pensare di stare pagando le pensioni degli anziani, tra l’altro ritenendo che questo sia iniziato solo in tempi recenti quando, viceversa, lo schema si replica generazione dopo generazione da sempre.
Pertanto, ciclicamente, ci troviamo a discutere di riforme e riformine, di piccoli e grandi interventi che non sono di per sé né giusti né sbagliati, ma semplicemente fuori luogo perché toppe applicate a un pasticcio di base, in un panorama complessivo di totale assenza di chiarezza sui criteri fondanti; le toppe raramente creano un patchwork artistico, quasi sempre tamponano un problema e, se sovrapposte, aggiungono bruttura a bruttura.
di | 21 novembre 2017

giovedì 31 agosto 2017

Sud in crisi, ma di chi sono le responsabilità?


Non tutti condividono l’idea che le classi dirigenti del Mezzogiorno abbiano una significativa fetta di responsabilità sui ritardi che ancora gravano su questa parte del paese. Alcuni ritengono che sia una lettura eccessiva, altri svicolano, attribuendo buona parte delle responsabilità ai Savoia, Garibaldi e Cavour. Riuscendo, in una sola mossa, a distrarre chi li segua dal dovere/diritto di individuare i ben più recenti responsabili delle scelte che danneggiano il Sud. Altri ancora preferiscono (non credo in buona fede) spiegare l’inefficacia in termini antropologici, come se si trattasse di un fatto connaturato e ineludibile.
C’è indubbiamente una mancanza di controllo da parte della popolazione: sui politici e sugli apparati burocratici. C’è un’imperdonabile mancanza di lucidità nel decifrare i progetti retrostanti le proposte politiche. Un esempio? Le vagonate di voti prese al Sud dai partiti che hanno sostenuto le “macellerie sociali” dei governi del nuovo millennio. Pensate ai relativi sostenitori locali che tante scelte hanno avallato, con l’azione politica o subìto, per obbedienza di scuderia, scarsa lucidità o personali logiche di potere. Le politiche di questi governi hanno depresso drammaticamente il Mezzogiorno. I dati Istat, Svimez e Bankitalia sono lì che attendono chi non ci credesse. Certo, la selezione della classe dirigente al Sud è complicata dalle condizioni al contorno: tassi di disoccupazione e di povertà paurosamente elevati favoriscono scelte viziate da fenomeni come il voto di scambio e la corruzione.
Come spesso riportato in questo blog, gli investimenti pubblici sono stati tagliati al Sud che ha pagato lo scotto in termini di servizi e infrastrutture e, soprattutto, welfare. Nel quinquennio 2008-2013 spesa sociale e welfare sono stati tagliati, su tutto il territorio nazionale. Ma le conseguenze più gravi si sono viste al Sud: “Nel 2007 la spesa pro capite per il welfare nei comuni italiani presentava un ampio spettro: si andava dai 755 euro pro capite di Bolzano e i 720 di Trento, in cima alla classifica, fino agli 85 euro pro capite di Vibo Valentia e i 74 di Crotone”, si legge in Buonanotte Mezzogiorno! (Carocci editore) di Tonino Perna e Flavio Mostaccio. Un decimo circa, per i calabresi. In questa classifica risultavano avvantaggiati i comuni delle regioni autonome, visto che i comuni meridionali con maggiore spesa per il welfare risultavano essere quelli sardi e quelli siciliani. Mentre gli ultimi venti posti della classifica risultavano occupati da soli comuni meridionali peninsulari, con meno di 200 euro pro capite. Poco più avanti leggiamo, però, che il trasferimento statale alle regioni vede ai primi posti proprio le regioni meridionali e del Centro: Basilicata, Molise, Liguria, Umbria e Calabria occupano i primi posti. La sorpresa (ma neanche tanto) sta nell’apprendere che “una parte considerevole di questi trasferimenti va alla voce ‘spesa per il personale’”.
Un aspetto degno di nota, peraltro compatibile col dato appena presentato, è rappresentato dalla persistenza di enti elefantiaci che, pur privi di senso, vengono mantenuti in piedi al sol fine di garantire un livello occupazionale socialmente sostenibile.
Poco più avanti un’altra sorpresa, apparentemente contraddittoria: “Se analizziamo, infatti, i dati della spesa sanitaria pro capite in Italia, possiamo osservare come non vi sia una grande differenza tra le regioni italiane: nel 2013 essa è di 1816 euro, in calo del 2.10% rispetto al 2010, quando la spesa sanitaria pro capite era di 1860 euro. […] L’elemento assai rilevante, però, è che regioni come la Calabria e la Puglia, pur spendendo quanto il Veneto e poco meno della Lombardia (Gianino, Tanzariello, 2014), offrono servizi sanitari di qualità nettamente inferiore”. Altrimenti non ci spiegheremmo il drammatico fenomeno dei cosiddetti “migranti della sanità”.
Come giustificare tutto questo? Non si tratta, in tutta evidenza, di un deficit di carattere eminentemente gestionale e amministrativo? Non bisognerebbe quindi spendere risorse ed energie, più che nel combattere battaglie retrospettive, per cercare di capire perché si assista a un simile dispendio di risorse senza che ai cittadini giungano servizi parimenti dignitosi? Al Sud occorrono trasparenza e onestà, ma anche l’individuazione dei responsabili dello status quo. Bisogna conoscere i numeri, in tempo reale, per poter chiedere conto degli stessi. Nuove forme di governance, facilitate dalle tecnologie ormai disponibili. Ma, in primis, occorre che la gente si occupi di politica, di come le risorse vengono amministrate (stando ai dati, non tanto bene).
(Ringrazio il prof Forges Davanzati per le illuminanti chiacchierate).
di | 29 agosto 2017

giovedì 25 maggio 2017

La gara della modernità


«Qualsiasi pensiero "responsabile", "moderno" e "realista",
ovvero conforme a tale razionalità, è caratterizzato
dall'accettazione preventiva dell'economia di mercato,
delle virtù della concorrenza, dei vantaggi della globalizzazione
dei mercati, dei vincoli ineludibili introdotti
dalla "modernizzazione" finanziaria e tecnologica.»
Pierre Dardot e Christian Lavalle, La nuova ragione del mondo.

- 1 -
Senza la complicità della sinistra, e non solo quella socialdemocratica, il neoliberismo non avrebbe raggiunto un tale grado di penetrazione, di pervasione, di perversione. Le politiche, ad esso ispirate, della Thatcher e di Reagan dei primi anni '80 si sono perfezionate - si potrebbe dire compiute - con la third way di Blair, che ha cantato le lodi del mercatismo fino a farne il principio ispiratore di un'intera stagione di contro-riforme che ha smantellato una parte consistente della cultura del welfare, dei diritti del lavoro, della solidarietà sociale.
Ma andiamo con ordine.
Il motivo ricorrente, per molti versi fondativo, di una sinistra convertita alle ragioni del management esistenziale, più ancora che aziendale, è la patetica solfa della centralità dello stato e della sua mission, di contro alle presunte tesi neoliberiste del laissez faire. L'arrogante bugia è stata, in altre parole, quella di raccontarsi come portatrice di un valore - l'organizzazione della società da parte dello stato - in netto contrasto con la strategia della spoliazione statale attribuita alla destra.
Una maledetta balla!
Già da tempo, e completamente dentro al suo dibattito interno, il neoliberismo aveva precisato la funzione fondamentale dello stato nella cornice teorica e politica che assegnava ai mercati - al loro giudizio finale - una sorta di priorità metodologica nella definizione dei programmi economici e sociali. Il cosiddetto laissez faire era ed è rimasta solo una delle posizioni che compongono la galassia neo-liberale. Lo stato deve costruire, mantenere, sorvegliare, una complessa struttura istituzionale che garantisca la realizzazione dei princìpi fondamentali della governamentalità neoliberista: la concorrenza sempre e dovunque, la misura della valorizzazione economica applicata alle materie più refrattarie, il dispiegamento pieno e privo di intralci della cultura del "capitale umano".
La distinzione è dunque fasulla, come una moneta fra i denti che segnala la sua natura fraudolenta. Una sinistra che consegna l'anima e il corpo a una "razionalità" irriducibile, moderna, autocentrata, senza deroghe, fatta di progressive mortificazioni del patrimonio keynesiano di una politica economica e di una economia politica nel segno del compromesso sociale. Una sinistra il cui sogno - da realizzare mediante la sostituzione della lotta per l'uguaglianza con la lotta alla povertà - è divenuto la scomparsa delle classi. E non nel senso vaticinato da Marx...
Insomma, un mondo totalmente riempito da piccoli medi e grossi capitalisti!

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Ma la responsabilità della sinistra, specie nell'imminenza del varo dell'euro e dell'Europa come fetazione di quel processo ambiguo che è la globalizzazione (altra infatuazione ingovernabile), non si esaurisce nel fatto di aver fornito alla destra finanziaria i suoi strumenti istituzionali. Il potere di penetrazione che la nuova ragione del mondo ha dispiegato nel passaggio al nuovo millennio proviene dalla sottile, pervicace, quotidiana costruzione di una soggettività perfettamente speculare alle necessità oggettive di cui lo stato si fa garante. La forgia di un soggetto costantemente richiamato al suo diritto/dovere di essere libero - concorrenzialmente libero - è stata portata avanti nelle officine di una sinistra che ha fatto valere il peso delle sue rinunce, della sua sconfitta, della sua colpa, quasi come un enorme motivo di vanto: una gara con la destra nella partita della modernità, una vigliacca dimostrazione di cambiamento epocale sulle spalle di un'intera umanità del lavoro, che ha visto stravolgere giorno dopo giorno il modo di intendere, di vivere, di sognare il rapporto con il proprio fare e con il proprio essere, entrambi risucchiati dentro la logica dell'auto-misurazione, dell'auto-premiazione, perfino dell'auto-esecrazione.
La solidarietà sociale è divenuta presto una sorta di materia purulenta che infetta la mente e l'anima dell'individuo, privandolo dell'energia che gli occorre per realizzare la piena forma del suo essere: un capitale da amministrare, nei rischi e nei successi, nella certezza che l'infelicità è riconducibile solo e soltanto a un errore di computo!


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Bun weekend

domenica 23 aprile 2017

Manovrina, soldi a tutti tranne a disabili e poveri (Carlo Di Foggia)

Dietrofront – Nelle bozze del decreto non c’è traccia dei 250 milioni tagliati ai fondi per il sociale trasferiti alle Regioni che il governo s’era impegnato a restituire.Di tutto di più, tranne i fondi per le categorie più a rischio, in barba alle promesse. La rassicurazione era arrivata il 17 marzo scorso: quel giorno il ministro del Lavoro Giuliano Poletti, accompagnato dal presidente della Conferenza delle Regioni Stefano Bonaccini aveva promesso di ripristinare le risorse destinate al fondo per le non autosufficienze e alle politiche sociali appena tagliate tra polemiche feroci. Nel primo provvedimento utile, però, della misura non c’è traccia: nelle bozze della manovrina del governo, il cui testo ufficiale dovrebbe uscire oggi, lo stanziamento infatti non compare.
E le speranze che possa spuntare all’improvviso sono poche. Tra i governatori – da quanto filtra – c’è molta preoccupazione, e per questo ne hanno discusso nell’ultima conferenza delle Regioni tenutasi giovedì scorso. Al termine è toccato a Massimo Garavaglia, assessore in Lombardia e coordinatore per gli affari finanziari della Conferenza lanciare l’allarme: “C’era l’impegno del governo, ma da quanto risulta dalla versione fantomatica del decreto non c’è nulla. È opportuno che venissero messe le risorse e venisse mantenuta la parola, anche perché a farne le spese sono le categorie sensibili”.
Breve riassunto. Il 23 febbraio scorso, per effetto di un’intesa nella Conferenza Stato-Regioni è stato deciso un maxi-taglio di 485 milioni ai fondi sociali che vengono trasferiti dal governo centrale ai governatori. Tra questi: 50 milioni al fondo per la non autosufficienza (disabili, malati gravi e familiari che li assistono), che è tornato così ai 450 stanziati solo nell’ottobre scorso e 211 milioni a quello per le politiche speciali, che passa così da 311 a 99 milioni (-67%). Soldi che finanziano asili nido, misure di sostegno alle famiglie più povere, assistenza domiciliare e centri anti-violenza. Il fondo per le non autosufficienze, peraltro, era appena stato incrementato di 50 milioni dal “decreto Mezzogiorno” come promesso dal governo alle associazioni che seguono i malati di Sla.
La scure calata il 23 febbraio viene da lontano: le Regioni, infatti, dovevano ripartire i 2,7 miliardi di tagli sul 2017 imposti dalle manovre finanziarie del governo Renzi. Di questi, 2,2 miliardi per effetto del decreto sul “bonus Irpef” del 2014, i famosi 80 euro in busta paga (finanziati in buona parte con questa partita di giro a danno degli Enti locali). Una volta resa pubblica l’intesa, è arrivata la rivolta delle associazioni, in primis la Federazione italiana per il superamento dell’handicap. I 5Stelle, ma anche Sinistra italiana e parte del Pd hanno chiesto lumi al governo, che ha fatto finta di scoprirlo in quel momento (le trattative, però, erano state fatte con Palazzo Chigi).
Per spegnere le polemiche, il governo ha così promesso di tornare sui suoi passi riportando il fondo politiche sociali a 311 milioni e incrementando quello per la non autosufficienza di 37 milioni (destinati al capitolo del trasporto dei disabili). Dal canto loro, le Regioni s’erano impegnate a trovare altri 50 milioni. Il tagli erano a valere sui fondi 2017, c’era quindi una certa urgenza. La manovrina era la destinazione perfetta per lo stanziamento, anche perché il decreto, nato per correggere di 3,4 miliardi il deficit pubblico come chiesto dalla Commissione europea, nel frattempo è diventato un provvedimento “omnibus” di 68 articoli. “È quasi una finanziaria”, ha ammesso ieri il ministro dell’Economia Pier Carlo Padoan. Nella bozza del testo, però, i fondi promessi non compaiono.
In compenso, c’è la garanzia pubblica da 97 milioni per la Ryder cup, la gara internazionale di golf che l’Italia ospiterà nel 2022 e i fondi per permettere a Cortina d’Ampezzo di ospitare le finali di Coppa del mondo e dei Campionati mondiali di sci alpino nel 2020 e 2021. Nel testo ci sono anche risorse (poche, per la verità) per i Comuni e le Province, oltreché per il trasporto pubblico locale.
(Articolo intero su Il Fatto Quotidiano del 22/04/2017.)

martedì 31 maggio 2016

dove finiscono le nostre tasse?

a volte basta un foto più di qualunque post scritto...... trovata su facebook

mercoledì 18 maggio 2016

Altro che lavoretti: i voucher stanno creando super precari (Stefano Feltri)

18/05/2016 di triskel182
PrecariIn 8 anni venduti 227 milioni di buoni:
uno studio dimostra l’abuso
da parte di catene di negozi e alberghi.Ci sono interi settori dell’economia italiana che ormai si reggono sui voucher, il precariato estremo senza contratto. Lo si vede per la prima volta nell’analisi presentata ieri dall’Inps e da Veneto Lavoro: lo 0,15 per cento dei committenti concentra il 9 per cento dei voucher. Sappiamo anche in quali settori: in quello alberghiero 401 committenti hanno pagato 3,8 milioni di voucher, con una spesa media di 96.400 euro ciascuno.
Segue il settore dei servizi alle imprese, 123 committenti con 1,3 milioni di buoni e una spesa media di 108mila euro. “Questi numeri rivelano il fenomeno della catena di alberghi o della catena di negozi che paga le persone normalmente in voucher”, spiega Anna Zilli, docente di diritto del Lavoro all’università di Udine e tra le prime a fare ricerca su questo nuovo precariato invisibile.
I voucher sono nati nel 2008: uno strumento per pagare in modo regolare prestazioni di solito relegate nell’economia sommersa, come i lavoretti estivi o la vendemmia. In sette anni sono stati venduti 277,2 milioni di voucher da 10 euro: 7,5 euro vanno al lavoratore, il resto a previdenza e Inail per assicurazione contro gli infortuni. Ogni imprenditore non può pagare più di 2000 euro a ciascun lavoratore. Il limite al reddito che si può accumulare tramite voucher era 5000 euro fino a un decreto del governo Renzi del giugno 2015, ora è salito a 7.000. E dal 2013 i voucher si possono pagare praticamente per qualunque tipo di lavoro, non più soltanto per quelli “di natura meramente occasionale”. Tra 2013 e 2015 il numero di committenti (aziende e singoli individui) è raddoppiato. quello dei lavoratori che hanno ricevuto pagamenti in buoni è salito del 137 per cento, il numero complessivo di voucher ha fatto +142 per cento.
Il boom di questi anni “preoccupa perché può indicare che l’uso del voucher sta diventando alternativo ad altre forme di lavoro, anche al di là delle intenzioni del legislatore”, spiega Bruno Anastasia, uno degli autori della ricerca per Veneto Lavoro. Visto che i voucher non sono tracciati, che non ci sono contratti o dettagli sul loro utilizzo, è difficile ricostruire l’uso e riconoscere l’abuso. Ma lo studio Inps-Veneto Lavoro conferma i peggiori sospetti: i voucher vengono usati per sostituire altri contratti invece che limitarsi a sostituire transazioni informali, in nero.
In Veneto, una delle Regioni che in questi anni ha utilizzato di più i voucher, la storia dei 39mila lavoratori che hanno avuto un contratto con un impresa che poi li ha anche pagati in voucher è questa: in metà dei casi i buoni sono stati usati come pagamento per una sorta di periodo di prova (8.000 hanno poi avuto un tempo indeterminato, altri 8.000 un tempo determinato, 3.000 soltanto un lavoro intermittente o un tirocinio). In 13.000 casi c’è stato il “downgrading”, cioè lo scivolamento nella scala della precarietà: il voucher è arrivato dopo un contratto a termine (per 6.000 persone), dopo il licenziamento da un contratto a tempo indeterminato (2.000), dopo un tempo intermittente (2.500) o dopo un tirocinio (1.000). E su 170.000 persone pagate in voucher in Veneto, soltanto 51.000 stavano svolgendo un’attività davvero accessoria (il pensionato che fa qualche lavoretto per arrotondare). Non c’è ragione per pensare che nel resto d’Italia le cose funzionino diversamente rispetto al Veneto.
Entro giugno il governo, con il ministro del Welfare Giuliano Poletti, ha promesso una riforma contro gli abusi: l’obbligo di comunicare all’Inps in anticipo, via sms, l’utilizzo del voucher. Un limite che può arginare soltanto un tipo di abuso: quello del committente che acquista il voucher come assicurazione contro i controlli (paga il lavoratore in nero ma, in caso di ispezione, ha un buono da esibire, una singola ora regolare ne nasconde molte sommerse).
Articolo intero su Il Fatto Quotidiano del 17/05/2016.
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.... è questo il futuro che vogliamo per i nostri figli e nipoti? Una casta di privilegiati con il lavoro assicurato e protetto e una moltitudine di poco meno che pitechi che conoscono appena il mondo che vedono intorno tenuti appena sopra il livello di sopravvivenza se non sussidiati? Sembra una forzatura la mia ma sapete che non è così: tempo qualche generazione e se le cose non cambieranno sul serio c'è la possibilità che ciò accada....naturalmente non sarà così estremo, la lezione della storia sembrano averla imparata, ma il succo sarà questo.

lunedì 2 maggio 2016

‘Lui è tornato’, e se Hitler riapparisse oggi?

di | 2 maggio 2016 dal Fatto Quotidiano

E se una mattina qualunque del 2014 a Berlino, Lui tornasse? Se mentre i bimbi giocano indisturbati in un giardino pubblico, nei pressi di quello che un tempo fu il bunker nel quale si tolse la vita insieme alla neo moglie Eva Braun, Lui riapparisse avvolto da una nuvola di fumo, in alta uniforme? A questi curiosi interrogativi prova a dare una risposta il giornalista Timur Vernes nel suo best-seller Lui è tornato, nel quale immagina, con sagace ironia e grande lucidità di pensiero, il ritorno di Hitler nella Berlino dei giorni nostri. Un successo editoriale sorprendente, con oltre 2 milioni di copie vendute solo in Germania, tradotto in 41 Paesi. Dal libro è stato tratto l’omonimo film, per la regia di David Wnendt che, neanche a dirlo, in Germania ha sbancato il botteghino, ma che purtroppo in Italia ha avuto solo tre giorni di programmazione, 26, 27 e 28 aprile; sarà tutta via disponibile su Netflix. Io sono riuscita a vederlo in extremis giusto l’ultima sera e ne sono felice, perché il film è davvero straordinario.
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Siamo nel 2014, Adolf Hitler viene catapultato nel futuro e si risveglia a Berlino nello stesso punto in cui il 30 aprile del 1945 si tolse la vita. Come fosse letteralmente risorto dalle ceneri, vaga per la città con la sua uniforme logora e strappata, una città decisamente diversa da quella che ha lasciato. Confuso e disorientato cerca di scoprire in quale epoca storica si trovi e quale sia l’attuale situazione politico-sociale: non appena scopre in che modo è cambiata la sua Germania, rimane sgomento e si rende conto di essere mancato per troppo tempo. Ben presto capisce che nulla di ciò che negli anni ha faticosamente costruito, esiste più: la Germania moderna è multietnica e globalizzata, guidata da una donna (la Merkel) che egli stesso definisce “una donna tozza che infonde lo stesso ottimismo di un salice piangente”; manca una guida dunque, un punto di riferimento per un paese destrutturato e impaurito dallo straniero.
E qui il film raggiunge il suo scopo: siamo davvero sicuri che i tempi siano così cambiati rispetto al 1933, quando il neo cancelliere Hitler salì al potere della Germania nazista? Più ci si addentra nella storia, più matura questa agghiacciante considerazione; tra l’altro il film è un interessante mix tra linguaggio cinematografico e documentaristico: con l’aiuto di uno sprovveduto cameraman Hitler fa il giro della Germania per sondare i pareri della gente, molte delle interviste sono reali e raccolgono le reazioni spontanee della gente alla vista del redivivo Hitler: i risultati sono a tratti sconcertanti. Alcuni degli intervistati affermano che “se fosse il vero Hitler, la seguirei”, inoltre molti dei discorsi di Hitler sull’immigrazione e sulla necessità di ricostituire dei lager, trovano in alcuni casi consensi e acclamazione.
Nel film si crea ad un certo punto una pericolosa commistione tra cinema e realtà che appassiona e spaventa allo stesso tempo. Il tono è tendenzialmente quello della commedia, ma, alla pungente ironia delle battute, si aggiunge l’inquietante consapevolezza di alcune affermazioni di Hitler: “Lei si è mai chiesto perché il popolo mi segue? Perché in fondo siete tutti come me…abbiamo gli stessi valori…”. Non appena scopre il potere che i nuovi media e internet hanno sulla gente, come se la storia si ripetesse tragicamente, li sfrutta in maniera arguta per raccogliere consensi e per cercare di carpire informazioni utili al suo scopo: si, ma qual è lo scopo del risorto Hitler? Lo stesso di sempre: riempire il vuoto ideologico di una società moderna alla deriva e affondare gli artigli nella sua debole carne.
Attraverso il suo carisma e la grande capacità comunicativa che trascende le epoche storiche, si impone come personaggio di punta in televisione – che definisce “uno straordinario strumento di propaganda” – si presta ad interviste, ospitate, selfie e simpatici siparietti, diventa una star del web. Per tutti questo Hitler non è altro che un buffone, un matto che si traveste da führer, ma che gli somiglia in maniera sorprendente (grazie al lavoro straordinario dell’attore Oliver Masucci); questo genera una sorta di macabra ammirazione per la figura storica, una morbosa curiosità tipica del nostro tempo di reality show e di fanatismo malato. Tutti sembrano ubriacarsi di questa novità, fino a perdere piano piano coscienza della realtà. Tutti tranne una vecchia signora ebrea affetta da demenza senile che, vedendosi piombare Hitler in casa, non lo scambia per un attore come tutti gli altri, ma lo riconosce e comincia ad urlare in preda al panico “Sei tale e quale ad allora e dici le stesse cose di allora. Anche all’epoca, all’inizio, ridevano di te. Io so bene chi sei, non l’ho dimenticato!”.
Dopo queste parole, il silenzio in sala si è fatto gelido, insopportabile. Il viaggio nel futuro di Hitler, ha riportato noi in un passato buio e angosciante e mentre le immagini scorrevano sullo schermo, mi sentivo pervasa da una sensazione di ansia e di paura. Il film (e prima ancora il libro) offre uno spunto di riflessione prezioso sul valore della memoria storica, sulla reale capacità degli esseri umani di imparare dai propri errori e un quadro tristemente chiaro dell’attuale situazione politica, sociale e culturale dell’Europa e del mondo. Verso il finale, quando l’intorpidimento delle coscienze sta dando i suoi frutti e tutti ormai lo considerano una star, il suo fidato cameraman, l’uomo che lo ha “scoperto”e portato alla ribalta, capisce di avere a che fare col vero Adolf Hitler, terrorizzato e sconvolto tenta di ucciderlo. Ma Hitler non muore e l’inquietante messaggio finale è affidato alle sue parole: “Non puoi uccidermi, perché una parte di me è in tutti voi”. Lui è tornato o forse non è mai andato via?
di | 2 maggio 2016

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.. a proposito del ricordare.

e se non bastasse nelle scuole, o almeno in alcune di esse in Baviera, si sta studiando l'ipotesi, con la benedizione di tutti (Verdi compresi), di far leggere il Mein Kampf dell'austriaco che indusse i tedeschi a credere di essere una razza superiore e che potevano far tutti: forni crematori compresi!!!! D'altronde sono stati proprio gli alleati (..) a non condannare l'intera struttura di potere nazista, anzi i quadri e livelli intermedi del nazismo sono rimasti tutti al loro posto contribuendo a far diventare la Germania una potenza economica di livello planetario e per tacere degli scienziati nazisti che russi e emaericani hanno "adottato" per sfruttare tutte le loro scoperte .. dalla medicina (le torure e gli esprimenti nei campi di concentramento hanno fatto scuola nel trattamento di alcune patologie mediche) allo spazio; dalla comunicazione e dal controllo delle masse (anche in questo campo le tecniche naziste hanno fatto scuola... basta pensare alle tecniche di comunicazione commericale e politica) all'ideologismo del mercato in salsa tedesca dove la Germania, come l'inghilterra, sta introducendo leggi che discrimanano i lavoratori non solo extracomunitari ma pure comunitari... altro che ostalgia, vero?

lunedì 7 dicembre 2015

.. e destra lepenista sia

Ebbene si, in Francia il Front National ha vinto (anche se però si dovrà aspettare l'esito dei ballottaggi per la distribuzione dei seggi e il risultato può addirittura ribaltarsi per il gioco delle alleanze e già il ps ha annunciato che ritirerà i propri candidati, laddove sono arrivati terzi, e sono molti, al primo turno.. che carini vero? peccato che il loro rivale storico, Sarkò, non gli restituisce il favore) questo turno, anzi lo ha stravinto e ciò preoccupa molto non solo Parigi ma anche la tecnocrazia politico-finanziaria europea (non dimentichiamo il trattamento riservato ai portoghesi che hanno votato per gli antieuro ma i vincitori si son visti rifiutare l'alleanza dal loro Capo dello stato perchè poco "europei".. per usare un eufemismo) che già ha messo in campo tutto il battage per "convincere" i francesi a non rivotare per il Front: vedremo se basterà.... temo che i francesi non la pensano così e non hanno tutti i torti e non solo perchè mezz'europa è in subbuglio (finlandesi, ultraliberisti e boss del rigore, che sono nei guai perchè, com'è noto, la ricetta non funziona; inglesi che dovranno votare se restare in europa; spagnoli sui cui pende la secessione della Catalogna; greci sempre inkazzati e delusi dai loro new labour leader; danesi che ancora una volta hanno detto NO ad una maggiore integrazione con l'europa; polacchi e ungheresi con governi retti da partiti e movimenti che definire euroscettici è, anche qui, usare un eufemismo; ecc.) ma soprattutto perchè sono sempre più stretti nella morsa della crisi da cui nessuno finora è uscito: checchè ne dica Renzi.
Allora perchè hanno vinto?
Spiegazione n°1.

Il terrorismo. Ha una sua valenza, certo; ma c'è un piccolo ma: a Parigi il Front non ha vinto anzi forse è arretrato nei voti, quindi ha contribuito ma non come si può pensare!
Spiegazione N°2
La crisi. Questa si che ha pesato. E non poco e contribuisce moltissimo alla vittoria del Front. Spiega anche perchè esso, al di fuori di Parigi, ha fatto gran messe di voti. Questa crisi, i cui fattori pesano perchè è una crisi finanziaria e non dell'economia reale che ne sente gli effetti ma non ne è la causa, fa sentire i suoi effetti direttamente sulla gente e si sa quando agli "europei (quelli veri non quelli dei sondaggi)" tocchi la tasca è sempre un problema e nessuno è disposto a rimetterci.. mica sono italiani: lì i sindacati ci danno dentro e le opposizioni fanno, udite udite, le opposizioni.
Spiegazione N°3
Questa Europa non piace: hai voglia a dargli calmanti e iniezioni di fiducia: questa UE non va giù a nessuno, sempre tranne che agli italiani, e sono stufi. Il segnale è chiaro: o si cambia la UE o la gente vota per il primo che gli dice, e credo che il Front lo dica e lo faccia sul serio (mica sono leghisti), che verrà, se vince, prima la Nation e poi tutto il resto......
Esiti.
Tutto dipenderà dal ballottagio: se gli elettori che hanno abbandonato il PS e, in parte il resto del panorama politico filo-europeo, ritorneranno all'ovile allora si rimane coeme prima altrimenti..... bé altrimenti saranno seri problemi perchè la Francia, a differenza dell'italia, fa sul serio (d'altronde son loro ad aver fatto la Révolution, mica noi..) e uno dei tre pilastri del costrutto andrà per conto suo e a quel punto la stessa UE non avrà più senso perchè anche se non la abbandoneranno diventerà davvero il fantasma del natale passato... e diverrà irrilevante. Lo scenario che si aprirà avrà effetti anche oltre i propri confini, sempre al netto dell'italia naturalmente dove non ci sono "lepen" a disposizione, e avrà lo stesso effetto di una deflagrazione nucleare che spazzerà via, in pochi decenni, dall'intero territorio europeo tutto quel che ha che fare con l'idea stessa di UE che oggi abbiamo davanti: per tacere della spinta alle forze autonomiste che stanno crescendo in altri paesi che riceveranno nuova linfa proprio da questa deflagrazione.... gli effetti saranno dirompenti.
E l'Italia?
Qui? Siamo ancora a Renzi....... altro non c'è o meglio c'è ma siamo ancora alla mezz'ora del dilettante allo sbaraglio. C'è ancora gente che crede che vota per il proprio partito di provenienza e storce il naso se solo sente parlare di cambio voto (i politici nostrani no, anzi ..... già un terzo ha cambiato casacca dall'inizio della legislatura) e di cambio di linea, forse che stiamo ancora troppo bene? No è che siamo rivoluzionari con i soldi altrui e ancora troppo abituati al "mezzuccio della raccomandazione" o del "finché si tiene tutto va bene così o, ed è la maggioranza, finché la barca va lasciala andare", opportunisti insomma e si as che gli opportunisti sanno parassitare ma NON sono geneticamente capaci di creare qualcosa di proprio: triste destino ci aspetta.....
Per intendersi: io che provengo dalla sinistra voterei per una Lepen italiana che sia almeno al 90% uguale alla sua omologa francese? Si la voterei..... e voi? E sapete perchè lo farei? Per i seguenti motivi:
  1. è sempre stata la destra nazionalista togliere le castagne dal fuoco durante i periodi di crisi al capitalismo;
  2. è stata la destra nazionalista a creare il Welfare, non la sinistra che anzi lo combatteva perchè lo leggeva come una concessione per evitare che le masse diventassero preda del comunismo;
  3. è stata la destra a costruire la premessa affinchè si potesse creare un qualcosa che somigli all'intervento riequilibratore dello Stato nell'economia (non il suo abuso che ha fatto, in Italia per esempio, la DC con la complicità del PCI);
  4. fu la destra americana, quella storica non quella teocon e né tantomeno liberista, a spingere per i cosiddetti "diritti umani";
..... e via dicendo. Anche nell'attuale situazione sarà, se saprà organizzarsi, la destra a doversi sobbarcare la fatica di Sisifo della riscoperta della nazione e della sua preminenza rispetto a entità preda di lobby e tecnocrazie corrotte quali oggi abbiamo sotto gli occhi e che governano l'Europa? Si se sarà strutturata e avrà le idee chiare: quindi anche il lepenismo 2.0 non va bene ma per incominciare Parigi val bene una ... nazione.

mercoledì 4 novembre 2015

Tito Boeri e la sua politica mascherata da tecnica

dal Fatto Quotidiano del 4 novembre 2015a firma di

Poniamo che un generale dell’esercito si mettesse a suggerire al governo in quali delle numerose guerre del mondo intervenire attivamente e da che parte stare, oppure che un Direttore di una Azienda sanitaria locale avanzasse proposte sulla modalità di applicazione di ticket alla popolazione o, infine, che il Presidente della Rai volesse dettare al Parlamento le regole per la assegnazione delle frequenze o per le modalità di accesso dei partiti politici alle trasmissioni televisive, magari durante le campagne elettorali.
Sarei più che certo che tutti i partiti indistintamente, supportati dai giornalisti di tutti gli orientamenti, insorgerebbero gridando all’invasione di campo, in difesa delle prerogative degli organi legislativi, pretendendo marce indietro e parlando di pericolo per la democrazia.
In effetti le tre cose citate rappresenterebbero quantomeno una stranezza e farebbero pensare che coloro che sono stati posti a gestire nel migliore dei modi organismi che devono attuare le scelte politiche di governo e Parlamento abbiano fatto un po’ di confusione tra il ruolo, appunto, di gestori di regole stabilite per la comunità dagli eletti da quella comunità e il ruolo prettamente politico di chi le regole deve farle su delega del popolo.
Non si comprende quindi perché non venga dettato un secco stop alle esternazioni del Presidente dell’Inps Tito Boeri quando deborda dal suo ruolo di amministratore dell’ente pensionistico e si ritaglia una parte da politico che diffonde le sue visioni non su come far funzionare l’Inps nel modo più efficiente, ma su come distribuire o ridistribuire le risorse che il suo ente dovrebbe amministrare.
In ordine di tempo, l’ultima diffusione di idee politiche è avvenuta domenica scorsa 1 novembre nel corso della trasmissione in 1/2 ora . Nella trasmissione, favorito da domande per nulla imbarazzanti né incalzanti, Boeri ha potuto, senza alcun contraddittorio, spiegare la sua visione politica del sistema pensionistico/previdenziale, mascherandola sapientemente da suggerimento tecnico.
Beninteso, la visione di Boeri è dignitosa come qualsiasi altra idea politica sul welfare, ma il pulpito dal quale predica non è quello idoneo, perché il posto giusto per avanzare proposte su come distribuire il reddito tra i pensionati, trattandosi di materia di organizzazione della società, è un seggio del Parlamento, ammesso che uno riesca a farsi eleggere dopo avere spiegato bene ai potenziali elettori i suoi intenti nel caso in cui accedesse al governo.
Nel dettaglio, Boeri ha spiegato che esistono alcune categorie privilegiate dal defunto sistema retributivo e ha citato in particolare i dirigenti di Azienda e i dipendenti delle Ffss, avanzando la proposta (che avrebbe presentato in giugno al governo in carica) di ridurre ex post le pensioni che si dimostrassero privilegiate da quel sistema di calcolo. Nessuno può contestare che ciò che ha detto sia falso; è noto che tra quelle categorie ci sono (anche) pensionati che beneficiano di trattamenti “sovradimensionati”, ma il problema è che Boeri ha detto una mezza verità, nel senso che ne ha omesse due importantissime, senza prendere in considerazione le quali il quadro dipinto è completamente distorto.
Le due verità sono le seguenti:
1- Il sistema retributivo ha favorito il 97% dei trattamenti pensionistici e non solo le categorie che l’Inps ha analizzato nella sua operazione “porte aperte”
2- Le maggiori differenze percentuali tra assegno retributivo e spettanza contributiva sono collocate nelle pensioni basse e medie, con la postilla non irrilevante che proprio nelle pensioni alte sta quel 3% dei pensionati che dal sistema retributivo è stato penalizzato.
A chiarirci meglio le idee su questo, ci aiuta un grafico pubblicato, guarda caso, su LaVoce.info alla quale Boeri ha collaborato per anni, all’interno di un articolo a firma Patriarca Sr. e Jr.
Fonte: Articolo del 3/12/2013 a firma F.Patriarca e S.Patriarca su LaVoce.info
Il grafico fornisce il beneficio percentuale del calcolo retributivo per i vari importi di reddito lordo e giova integrarlo con un altro grafico, pubblicato dall’Inps nella sua operazione ”porte aperte” (facciamo: socchiuse?) e relativo ai dirigenti di Azienda.
Fonte: INPS – Scheda sul fondo speciale dirigenti ex-Inpdai
Questo secondo grafico completa il quadro indicando come circa il 12% degli ex dirigenti pensionati percepisca pensioni inferiori rispetto al calcolo contributivo; 12%, cosa inesistente in qualsiasi altra categoria di pensionati.
Il quadro che si desume dai due grafici combinati è un po’ diverso da quello che Boeri in tv e attraverso il sito dell’Inps sta cercando di far passare e vale la pena di precisarlo bene: il grosso dei beneficiari del sistema retributivo si trova nella fascia di ultimo reddito lordo tra 2.500 e 7.000 euro, vale a dire pensioni tra circa 2.000 e 4.500 euro lordi/mese, che significano al netto importi tra 1.600 e 3.000 euro; a tutti gli effetti, pensioni medie. Le pensioni da 5.000 euro lordi in su hanno benefici progressivamente decrescenti fino a diventare negativi, come nel caso del 12% dei dirigenti di azienda pensionati.
Dunque, Boeri ha sorvolato su due dati che non può ignorare, visti i siti su cui sono stati pubblicati e che non si tratti di un lapsus è dimostrato assai bene dal suo silenzio a fronte di ripetuti inviti a divulgare i dati complessivi nell’ambito dell’operazione “porte aperte” dell’Inps, che gli ho rivolto diverse volte.
E se non si tratta di ignoranza o di un lapsus, deve trattarsi di uno scopo ben preciso, che a mio avviso è tutto politico: promuovere la ridistribuzione di reddito nel solo ambito pensionistico.
Come ho detto all’inizio non mi scandalizza l’idea politica di Boeri, ancorché non la condivida per nulla; il dualismo tra gli ideologi della ridistribuzione attraverso alte tasse e prelievi vari e quelli del diritto alla ricchezza anche alta, se onestamente conseguita, durerà in eterno ed è materia di scontro quotidiano in tutti in parlamenti democratici del mondo; ma, appunto: nei parlamenti, luoghi deputati a discutere di politica, possibilmente in modo trasparente.
Mi scandalizza invece abbastanza che l’idea (ideologicamente orientata) venga pubblicizzata mascherandola con tecnicismi e supportandola con dati parziali che impediscono di comprendere bene il disegno che si può sintetizzare in: tagliare benefici che sono dell’ordine tra 0 e 15% e lasciare immutati quelli tra il 20 e il 30%; quello a cui si mira, in realtà, non è l’attuazione di un principio tecnico previdenziale come potrebbe sembrare a prima vista.
Sarebbe interessante che i partiti politici, a cui spetterebbe formulare proposte e idee sul sistema pensionistico, si esprimessero sugli sconfinamenti politici di Boeri, per far capire ai pensionati cosa potrebbero avere in testa, quando chiederanno il loro consenso in qualità di elettori e perché si comprenda se la politica ancora si fa nei luoghi a essa deputati.
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mi sa che Boeri studia da .. ministro del lavoro nel prossimo governo

martedì 31 marzo 2015

lavoro e occupazione: ancora balle....

Nonostante il battage fatto dai media e dallo stesso governo sui dati "positivi" e sulla crescita, del tutto drogata grazie agli incentivi e al tanto mitizzato job act, la realtà arriva con tutto il suo peso tragico: i dati sono, a dir poco, sconfortanti:
  1. Contratti, solo un effetto rimbalzo. Non lo dice un sindacato "comunista" ma il sole24 ore, ossia la confindustria. Al netto delle cessazioni, i nuovi contratti a tempo indeterminato nei primi due mesi dell’anno sono pari a 45.073 poco più della metà dei 79mila sbandierati nei giorni scorsi. Una debacle..... altro che ripresa e bubbole dette! A parte i profittatori e gli opportunisti, che non stanno esitando a licenziare per assumere a basso costo giovani schiavi, il resto del mondo del lavoro è fermo, anzi ha messo la retromarcia....
  2. disoccupazione in generale e giovanile in particolare. Un altro record "storico" (checchè ne dica il Sen. Ichino che rilascia interviste ottimistiche... e ti credo è fra i padri di queste "riforme") raggiunto: il tasso, provvisorio, della disoccupazione giovanile è arrivato al 42,6% (al sud sfiora il 60%) mentre quella generale è di poco sotto al 13% (con forti oscillazioni al sud e fra le donne): altra debacle....
Mi chiedo: ma gli italiani sono davvero così "ingenui (per usare un eufemismo)" da crederci? Non è possibile che qualcosa di così fasullo possa essere credibile. Non è un caso che, approfittando del crollo di Forza Italia (oggi un pezzo da novanta del suo stato maggiore se n'è andato) e dello stallo dei 5Stelle, approvato l'italicum, si torni di corsa alle elezioni generali: ogni momento è buono da domani a metà del 2016....ma la vera notizia è: la riemersione del famoso documento sulla spending review di Cottarelli. Fra le altre cose emergono in maniera chiara “.... misteriosi e non accessibili molti dei flussi finanziari che rappresentano forme diverse di finanziamento del sistema della politica nel nostro Paese”: insomma non riusciva a capire chi mandasse, e per quali vie non trasparenti, fiumi di denaro alla politica!!!!
p.s.
insomma in renzismo rischia di divenire la faccia oscura del già tanto oscuro belusconismo da cui discende... perchè se allora, per motivi puramente strumentali, c'era almeno qualcuno che alzava il ditino, timidamente, e faceva domande "pericolose e tendenziose" oggi, a parte i 5Stelle, non si vede nessuno proprio dello star system fare la stessa cosa: cosa comprensibilissima se si pensa che non sono stati capaci nemmeno di tagliare un cent dai loro stipendi.... nemmeno per i condannati!!!! Eppure i sondaggi son chiari, ammesso che siano validi, ossia il pdmenoellepiùrenzi rischia di stravincere per mancanza di avversari più che per propri meriti......... eccezion fatta per l'enorme astensione annunciata da parte dei cittadini: di cui non frega nulla a nessuno. Lo si può anche capire: con le élite finanziarie, oscure e non, che tifano per chiunque gli garantisca lo status quo e sono pronte a metter mani in tasca per finanziarlo cosa vuoi che siano 40 mln di elettori!
p.s. 2
i dati citati sono tutti facilmente reperibili sui media.. io li ho presi dal Fatto Quotidiano e controllati sui siti ufficiali del sole24 ore e dell'Istat

venerdì 21 novembre 2014

il futuro del renzismo....

Fonte: il Fatto Quotidiano di Francesco De Palo | 20 novembre 2014
titolo dell'articolo:
"Grecia, la troika chiede altri tagli ma i ricchi diventano sempre più ricchi"
La troika non molla e chiede altre 19 riforme alla Grecia per proseguire nel programma legato al memorandum che ha impedito nel 2012 il default, ma che lega il Paese mani e piedi a Berlino fino al 2050. Lo scontro al centro dell’Egeo tra Atene e il triumvirato composto da Ue, Bce e Fmi si riaccende con all’orizzonte il rischio che il piano di salvataggio greco possa essere rimesso in discussione.
Diciannove interventi è ciò che la troika chiede ad Atene dopo due anni di lacrime e sangue. Ma dopo tagli a stipendi, pensioni, e indennità oggi chiede di eliminare categorie protette, welfare e ciò che resta di diritti minimi. La storia di un memorandum che, come si sospettava, non avrà mai fine. I funzionari della troika chiedono di azzerare il buco scoperto da 2,6 miliardi di euro previsto nel bilancio del 2015 anche relativo alle mancate entrate fiscali, con altre tasse.
Intendono inoltre portare a 65 anni l’età pensionabile, continuare sui licenziamenti nel settore pubblico e privato, cassare le esenzioni previste per alcune fasce protette che consentono di andare in pensione in anticipo: pena l’interruzione dei fondi concordati. Infine propone una netta accelerazione per due misure limite: abbattere tempi e burocrazia per il pignoramento della prima casa da parte degli istituti bancari in caso di proprietario moroso nel pagamento del mutuo; e un ulteriore aumento dell’Iva dopo le veementi proteste dei cittadini per i prezzi del gasolio per riscaldamento schizzato alle stelle.
Francamente troppo anche per chi, il governo conservatore-socialista di Antonis Samaras, ha sempre difeso la tagliola europea per risanare il bilancio. Ma che oggi, forse per la prima volta da un biennio, si rende conto di come tutto sia diventato improvvisamente insostenibile per un’intera popolazione che anche quest’anno, al netto di rientri sui mercati e ripresa giubilata dalle agenzie di rating, presenta ancora numeri agghiaccianti: come quel 27% di disoccupati, che arriva al 60% tra i giovani e i suicidi da crisi scomparsi dalle cronache ma che non cessano.
La replica di Bruxelles ai tentennamenti di Atene è durissima. C’è ancora tempo per completare la valutazione e chiudere il programma in corso prima dell’Eurogruppo del 8 dicembre. Ma se, tuttavia, entro la fine della prossima settimana non ci sarà un accordo, anche parziale, con la troika, si aprirà un problema enorme, per usare un eufemismo. Che secondo fonti ateniesi potrebbe pregiudicare anche lo stesso memorandum. Il paradosso però, in questa storia, è che se da un lato i numeri dei poveri e dei disoccupati sono schizzati alle stelle, oggi si scopre che anche quelli relativi ai super ricchi non sono da meno. Secondo il rapporto Wealth-X, i ricchi greci di ieri non solo non hanno pagato tutte le tasse dovute (l’evasione è ancora altissima ad esempio per gli armatori) ma sono diventati ancora più ricchi. In particolare, il numero dei milionari nel Paese è aumentato fino a 565 unità (relativo ai conti correnti gold) con un patrimonio complessivo di 70 miliardi di dollari: che fa segnare un più 16,7% rispetto al 2013. Con buona pace di chi ha messo un balzello perfino sulle auto a metano e di quanti, al governo di Atene, hanno impegnato i fondi pensione.
p.s.
"...Ma per far inghiottire simili riforme idiote e antipopolari alla cittadinanza, la devi spaventare come si fa con i bambini. Altrimenti gli italiani, se non fossero stati dei bambinoni deficienti, non avrebbero accolto con le fanfare i tre commissari dissimulati che abbiamo inviato loro in successione: il fratello Mario Monti, il parafratello Enrico Letta, l’aspirante fratello Matteo Renzi" tratto dal libro di Gioele Magaldi "Massoneria" edizioni chiarelettere; più chiaro di così perchè, sapete, con il renzismo il futuro è sempre più "greco"!!!!!

mercoledì 19 novembre 2014

Terzo Valico: meglio argini e ospedali oppure le grandi opere?

Fonte: il fatto quotidiano del del 19/11/2014 a firma di Domenico Finiguerra
Nelle montagne dell’Appennino ligure sotto le quali dovrebbe passare il tratto finale della linea ferroviaria ad alta velocità del “luminoso” corridoio Genova-Rotterdam, il cosiddetto Terzo Valico, c’è un’elevata probabilità che scavando si trovi parecchio amianto. Ma questo è solo uno dei dettagli che resta ignorato dal dibattito politico italiano.
Il Terzo Valico è un progetto lungo 53 km, di cui 39 in galleria, che accorcerà se va bene di una mezz’oretta il tempo di percorrenza dei treni dal porto di Genova a Tortona-Novi Ligure. Ma anche questo è un dettaglio che non annunciano al Tg delle otto.
In compenso ci vengono quotidianamente elencate le bordate che arrivano per demolire lo stato sociale e il sistema pensionistico, le sforbiciate al trasporto pubblico locale, le carenze di posti negli asili nido, le chiusure di ospedali e di reparti di pronto soccorso.
Il tutto è motivato dalla mancanza di risorse, ovviamente. E’ colpa delle politiche di austerity, dei diktat della Troika, del patto di stabilità che il nostro tweetpremier Renzi pensa di poter abbattere a colpi di hashtag (se cominciasse a chiedere le dimissioni di Junker, visto che lui lo ha votato, non sarebbe male).

Insomma, non ci sono i soldi! Ce lo ripetono in tutte le salse. Abbiamo raschiato il fondo del barile. Però, per realizzare i 53 km di Terzo Valico, i 6,2 miliardi di euro si sono trovati. Eccome. Così, per chiarire un po’ meglio le cose agli italiani distratti ed ammaliati dalla retorica delle grandi opere, facciamo un piccolo esercizio matematico e compiliamo un breve elenco di cose utili che ci tolgono o ci mancano perché la priorità sono appunto le grandi opere come il Terzo Valico:
6 centimetri di Terzo Valico = 1 anno di pensione
100 metri di Terzo Valico = 1 anno di libri di testo per 40 mila studenti delle scuole superiori
500 metri di Terzo Valico = 7 treni pendolari completi
1 km di Terzo Valico = 116 asili nido per un totale di 8.700 bambini
2,5 km di Terzo Valico = 1 ospedale da 600 posti letto, 18 sale operatorie e 150 ambulatori.
Tutto il Terzo Valico = 350 treni pendolari, 10 ospedali da 600 posti letto, 180 sale operatorie, 1500 ambulatori medici e 250 asili nido.
Solo con questo, l’Italia sarebbe un altro paese!
E l’elenco potrebbe essere ancora più lungo se considerassimo tutte le grandi opere e i grandi eventi inutili e dannosi per il territorio.
Una stima dell’Unione delle Province ha calcolato in 5 miliardi la somma necessaria per mettere in sicurezza tutte le scuole d’Italia. Uno studio del 2012 del Ministero dell’Ambiente ha calcolato in 41 miliardi la cifra per prevenire il dissesto idrogeologico. Sarebbero queste le priorità, i capitoli con i maggiori stanziamenti.
E invece, l’altro giorno, in parlamento, il ministro Lupi ha dichiarato che se fosse per lui si farebbe partire subito anche il Ponte sullo Stretto di Messina. Per ora si accontenta del Terzo Valico. E di molto altro.
Tanto se gli ospedali chiudono, se dai tetti delle scuole piove e se non si realizzano argini la colpa è della Trojka e del patto di stabilità e crescita.
il Fatto Quotidiano, 17 novembre 2014
p.s.
questo post lo dedico ai tanti, e a tutti i costi, entusiasti della tav..... anche se i loro ultras politici se ne stanno allontanando avendo capito che tira brutta aria e che la gente, quella vera, comincia a non tollerare più avventure a spese delle proprie tasche!

martedì 8 luglio 2014

Informazione e pensioni: il diavolo sta nei dettagli

UNA MIA CARISSIMA AMICA, SWALA_SIMBA, HA DETTO, IN UN COMMENTO AL PRECEDENTE POST, CHE DOPO AVERLO LETTO HA AVUTO UN INCUBO..... BENE A PROPOSITO DI UNCUBI LEGGETE QUEST'ALTRO... BUON SONNO!
SIAMO DAVVERO CONSAPEVOLI DI QUANTO CI STANNO RUBANDO CON IL CONTRIBUTIVO RISPETTO A QUANTO VERSIAMO? Fatta la domanda...... qualcuno ci ha risposto così.
dal Fatto Quotidiano di Lavoce.info (a firma di  ,  e  | 7 luglio 2014
Cosa sanno i lavoratori della pensione?
Qual è il grado di comprensione che gli italiani hanno dei cambiamenti in atto e di quelli prospettici nel sistema pensionistico pubblico? Rispondere a questa domanda è più che un lezioso esercizio accademico. Rendere i lavoratori correnti consapevoli delle implicazioni della nuova normativa sull’importo atteso della loro pensione e sull’età a cui potranno accedervi, oltre che un atto di trasparenza, è anche una politica cruciale per consentire loro di mettere in atto quei comportamenti compensativi nelle scelte di consumo e offerta di lavoro, tutt’altro che facili da programmare, ma necessari in un contesto radicalmente differente rispetto a quello passato. Fino a ora purtroppo non è stato fatto molto in questo ambito.
I lavoratori di oggi (e quindi i pensionati futuri) andranno in pensione con una regola di calcolo delle prestazioni meno generosa rispetto a quella di cui hanno potuto godere i loro genitori e con un’età più elevata. Se il primo fattore (riduzione delle prestazioni) lascia pensare che sia necessario aumentare oggi il risparmio per fare fronte alla riduzione futura della pensione pubblica, il secondo, allungando la fase attiva e riducendo quella di riposo, va nella direzione opposta. Alla luce di queste considerazioni lo scenario futuro per i lavoratori attuali deve essere fonte di preoccupazione, oppure le riforme pensionistiche sono effettivamente state in grado di mettere in sicurezza non solo la sostenibilità finanziaria del sistema, ma anche l’adeguatezza delle sue prestazioni? E soprattutto i lavoratori correnti quanto hanno incorporato nelle loro aspettative i cambiamenti in atto?
Aspettative e realtà dei fatti
Su questo ultimo punto è interessante il dato della tabella 1, che riporta il valore del tasso di sostituzione atteso della pensione pubblica rispetto all’ultima retribuzione percepita prima di accedere al pensionamento a partire dal 2000 e fino al 2012 su un campione rappresentativo della popolazione italiana.
Tabella 1 – Rapporto atteso tra pensione e ultima retribuzione per i lavoratori. Valori percentuali.

Fonte: Archivi annuali dell’indagine campionaria sui redditi e la ricchezza delle famiglie italiane.
Almeno nelle aspettative, il valore futuro atteso della pensione pubblica presenta un trend decrescente che coinvolge in maniera sostanzialmente omogenea e continua nel tempo tutte le categorie sociali ed economiche sopra rappresentate.
Nello stesso periodo, e sullo stesso campione rappresentativo della popolazione italiana, è possibile avere informazioni anche sull’età di pensionamento attesa. I risultati sono riportati nella tabella 2 e testimoniano che, accanto alla riduzione nel valore futuro della pensione, gli italiani si attendono, con intensità crescente negli anni, di andare in pensione sempre più tardi.
Tabella 2 – Età di pensionamento attesa per i lavoratori.

Se valutati come una misura della capacità dei lavoratori di comprendere il cambiamento di scenario in atto, i risultati delle tabelle 1 e 2 potrebbero, a prima vista, sembrare incoraggianti. Gli italiani sembrerebbero, con intensità crescente negli anni, essere coscienti che il futuro sistema pensionistico sarà meno generoso dell’attuale e che verrà loro richiesto di uscire dal mercato del lavoro a un’età più avanzata.
L’età giusta per la pensione
Il diavolo tuttavia si nasconde nei dettagli. Qui di dettagli importanti ce ne sono due ed è su questi punti che una capillare campagna informativa potrebbe migliorare il grado di comprensione dei cittadini sugli effetti delle riforme:
1) a parità di altre condizioni, aumentare l’età di pensionamento aumenta il tasso di sostituzione, in particolare per i lavoratori che appartengono al sistema contributivo;
2) l’aumento dell’età di pensionamento, soprattutto dopo la riforma del 2011, è stato molto intenso ed è destinato a crescere ancora nei prossimi decenni.
Non sembra che questi due effetti siano stati compresi appieno, almeno nel campione da cui provengono i dati qui esaminati. Per misurarne l’importanza abbiamo (ri)stimato, sugli stessi individui del campione e tenendo conto dell’evoluzione della normativa pensionistica nel corso dei dodici anni osservati, l’importo della pensione pubblica. La tabella 3 mostra l’andamento medio dell’errore delle aspettative rispetto alla pensione da noi (ri)calcolata. Un valore positivo implica una sovrastima della pensione (a parità di età di pensionamento), un valore negativo naturalmente implica una sottostima.
Tabella 3 – Errore medio nell’importo annuo della pensione pubblica. Valori in migliaia di euro a prezzi 2012.

Fonte: Nostre elaborazioni sugli archivi annuali dell’indagine campionaria sui redditi e la ricchezza delle famiglie italiane della Banca d’Italia.
I dati della tabella testimoniano nuovamente la presenza di tendenze comuni a tutte le categorie analizzate. Se all’inizio del decennio scorso le aspettative sul livello futuro delle pensioni erano ancora ottimistiche, con il passare del tempo (e con il progredire delle riforme) le cose sono cambiate, tanto che nel 2012 il segno dell’errore diventa negativo, ovvero in media gli individui del campione sottostimano l’importo della loro pensione futura.
Da cosa deriva un cambiamento così deciso? Sicuramente il contesto economico generale (bassa crescita, crisi finanziaria, disoccupazione crescente) può aver giocato un ruolo importante. Tuttavia, aspetti più strettamente legati alla comprensione delle riforme hanno ugualmente un peso non trascurabile.
A supporto di questa tesi, la tabella 4 mostra quale è la percentuale di lavoratori del campione che, rispetto alla normativa vigente dell’anno, dichiara che andrà in pensione a un’età che risulta essere compatibile con la legge in vigore. All’inizio del decennio scorso tre quarti dei lavoratori era in grado di prevedere correttamente la propria età di pensionamento e la quota aumenta fino al 2008. Al contrario, la percentuale di coloro che prevedono correttamente la loro età di pensionamento crolla decisamente nel 2010 e nel 2012. È proprio a partire dal 2010 che, surrettiziamente, il Governo allora in carica ha legato l’età di pensionamento alle aspettative di vita, portando verso i 70 anni l’età di pensionamento di vecchiaia nel 2050. Questo non marginale cambiamento di prospettiva, riconfermato e reso ancora più rigido dalla riforma del 2011, non sembra ancora essere del tutto presente nella mente dei lavoratori italiani.
Tabella 4 – Percentuale di lavoratori che dichiarano un’età di pensionamento coerente con la normativa.

Fonte: Nostre elaborazioni sugli archivi annuali dell’indagine campionaria sui redditi e la ricchezza delle famiglie italiane della Banca d’Italia.
p.s.
sapete che significa? Che, in base ai lauti contributi che paghiamo, avremmo diritto a pensioni migliori ma invece accade esattamente l'opposto perchè dei contributi versati solo una parte ci ritorna.. l'altra serve a pagare tutto: dalle pensioni d'oro a tutto il resto.

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