Visualizzazione post con etichetta statistica. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta statistica. Mostra tutti i post

lunedì 4 novembre 2019

Svimez, Italia in trappola demografica: popolazione ha smesso di crescere dal 2015

Fonte: W.S.I. 4 Novembre 2019, di Alessandra Caparello

La popolazione dell’Italia ha smesso di crescere dal 2015, da quando continua a calare a ritmi crescenti, soprattutto nel Mezzogiorno e l’esaurimento del lungo periodo di transizione si è tradotto in una vera e propria trappola demografica nella quale una natalità in declino soccombe a una crescente mortalità. Così quanto rivela Svimez, l’Associazione per lo sviluppo dell’industria nel Mezzogiorno, nel Rapporto 2019.
Crisi demografica ed emigrazioni accentuano il divario Nord e SudLa crisi demografica e le emigrazioni accentuano i divari tra Sud e Centro-Nord dice l’associazione secondo cui dall’inizio del secolo a oggi la popolazione meridionale è cresciuta di soli 81 mila abitanti, a fronte di circa 3.300.000 al Centro-Nord. Nel corso dei prossimi 50 anni, sottolinea il Rapporto Svimez 2019, il Sud perderà 5 milioni di residenti di cui 1,2 milioni sono giovani e 5,3 milioni persone in età da lavoro, mentre il Centro-Nord perderà 1,5 milioni. Secondo l’Associazione inoltre, le immigrazioni contribuiscono ad accentuare gli squilibri tra le due aree del Paese. Nel 2018 gli stranieri con 4,4 milioni, sono quasi l’11% della popolazione del Centro-Nord e solo il 4,4% di quella meridionale.
Il Pil italiano, ipotizzando una invarianza del tasso di produttività, diminuirebbe nei prossimi 47 anni a livello nazionale da un minimo del 13% ad un massimo del 44,8%, cali di intensità differenti interesserebbero il Nord e il Sud del Paese: si ridurrebbero così le risorse per finanziare una spesa pubblica in aumento per il maggior numero di pensioni e per l’assistenza sociale e sanitaria.
Giovani continuano a fuggireIl Sud inoltre, dice il Rapporto, continua a perdere giovani, fino a 14 anni (-1.046 mila) e la popolazione attiva in età da lavoro da 15 a 64 anni (-5.095 mila) per il calo delle nascite e la continua perdita migratoria. Il saldo migratorio verso l’estero ha raggiunto i -50mila nel Centro-Nord e i -22 mila nel Sud. Dall’inizio del nuovo secolo hanno lasciato il Mezzogiorno 2.015 mila residenti, la metà giovani fino a 34 anni, quasi un quinto laureati. Un’alternativa all’emigrazione è il pendolarismo di lungo periodo, che nel 2018 dal Mezzogiorno ha interessato circa 236 mila persone (10,3% del totale).
La riapertura del divario Centro-Nord Mezzogiorno, continua l’associazione, riguarda i consumi, soprattutto della PA. Nel dettaglio i consumi (+0,2%) sono ancora al di sotto di -9 punti percentuali nei confronti del 2018, rispetto al Centro-Nord, dove crescono del +0,7%, recuperando e superando i livelli pre crisi. Ma sono gli investimenti la componente più dinamica della domanda interna (+3,1% nel 2018 nel Mezzogiorno, a fronte di +3,5% del Centro-Nord). In particolare, crescono gli investimenti in costruzioni (+5,3%), mentre si sono fermati quelli in macchinari e attrezzature (+0,1% contro +4,8% del Centro-Nord).
Le previsioni macroeconomiche della SVIMEZ stimano il Pil italiano a +0,9% nel 2018, + 0,2% nel 2019 e +0,6% nel 2020. In particolare, il Centro-Nord sarebbe al +0,9% nel 2018, al +0,3% nel 2019, al +0,7% nel 2020. Una crescita, come si può vedere, molto modesta anche nelle aree più sviluppate del Paese. Al Sud nel 2018 l’aumento sarebbe del +0,6%, calerebbe a -0,2% nel 2019 e risalirebbe leggermente a +0,2% nel 2020.

martedì 2 luglio 2019

Gli Italiani? Un popolo in via di estinzione

Fonte: W.S.I. 29 Giugno 2019, di Leopoldo Gasbarro

Ci vorrà qualche tempo ma, a meno che non si prendano delle contromisure, gli italiani sono condannati a sparire. Sembra un assurdo ma questo è quello che emerge dai dati riportati dall’ultima ricerca fatta dall’Istat e che raccoglie tutti gli: “Indicatori Demografici” del nostro Paese (pubblicazione  Febbraio 2019).
Ma andiamo per ordine cercando di riassumere ed approfondire i numeri del report.

Dal 2015 la popolazione italiana ha cominciato a ridursi.
Il saldo naturale nel 2018 è negativo (-187mila), risultando il secondo livello più basso nella storia dopo quello del 2017 (-191mila).
Allo stesso tempo l’età media si è attestata oltre i 46 anni (la più alta in Europa, la seconda più alta al mondo dopo il Giappone) e l’indice di fertilità delle nostre donne è arrivato a 1,32 (cioè ogni donna potenzialmente fertile da alla luce mediamente 1,32 figli nella sua vita) continua a restare troppo basso per pensare ad una possibile inversione di tendenza.

Insomma l’Istat oltre a confermare che la popolazione italiana sta calando di numero ci dice anche che, nell’ultimo anno, è sparita una città delle dimensioni di Brescia.
Inoltre chi resta invecchia sempre di più e, visto che si fanno pochi figli, non ci sarà ricambio generazionale, con tutta una serie di implicazioni anche sulla finanza pubblica, sul welfare e sulla previdenza. Ma soprattutto sulla sopravvivenza della “specie italica”.
L’ Istat nel suo report dice anche altro, soprattutto facendo riferimento alla differenza tra gli attuali cittadini italiani e quelli stranieri residenti in Italia.
La popolazione di cittadinanza italiana scende a 55 milioni 157mila unità (-3,3 per mille). I cittadini stranieri residenti si attestano a 5 milioni 234mila (+17,4 per mille) e oggi rappresentano l’8,7% della popolazione totale nazionale.

La domanda a questo punto nasce spontanea: In quanto tempo la popolazione italiana finirà per esaurirsi? E, soprattutto, entro quanti anni la popolazione straniera, ma residente in italia, supererà quella autoctona del nostro Paese?
Dare risposte non è facile.
Ci si muove in un territorio sconosciuto le cui dinamiche, oltretutto, non sono lineari. Certo è che i numeri del report sono estremamente chiari: o si fa qualcosa o, il nostro popolo, sarà raccontato solo nei libri di storia.
Cosa fare?
Innanzitutto pensare ad una politica che incentivi le nascite.
In Giappone, dove la situazione è peggiore della nostra, gli aiuti fiscali per chi fa figli stanno diventando sempre più importanti e ci sono politiche del lavoro che favoriscono e tutelano sempre di più le mamme. Inoltre stanno richiamando a lavorare persone che erano già andate in pensione proprio per riuscire a far fronte alla mancanza di manodopera e… udite udite stanno favorendo l’immigrazione…
In Italia?
I numeri del report dicono che nel 2018:
Aumentano le immigrazioni, pari a 349mila. I flussi in ingresso, perlopiù dovuti a cittadini stranieri (302mila), hanno toccato il livello più alto degli ultimi sei anni.
Mentre ci concentriamo su quello che accade su un barcone nel Mediterraneo i fenomeni demografici ed i flussi migratori generano effetti di cui nessuno sembra prendere veramente atto.
Ma c’è dell’altro, mentre continuano ad arrivare stranieri, sono gli italiani che continuano ad andar via:
Le emigrazioni, nel 2018 sono state pari a 160mila (+3,1%) unità.
Tra i cittadini italiani continuano a essere più numerose le partenze dei ritorni. Nel 2018 risultano, infatti, 47mila rimpatri e 120mila espatri.
Insomma, qualcosa bisognerà inventarsi e bisognerà farlo in fretta. Altrimenti, tra qualche anno, nelle ricerche su internet, o sui libri e le enciclopedie, se esisteranno ancora, alla voce “Italiani” leggeremo: Popolazione Estinta

martedì 1 settembre 2015

44 mila in più....

tanto rumore per nulla..... + 44 mila posti di lavoro. S'inneggia alla ripresa, al corretto funzionamento del job act ecc. in realtà anche se l'aumento degli occupati è sempre positivo di ripresa del lavoro non si può proprio parlare: qui si parla di una diminuzione dal 12.9 al 12%, quindi uno 0,9: niente a che vedere che so con l'america del new deal che dava lavoro, anche facendo buchi per poi riempirli, che vedeva centinaia di migliaia di posti di lavoro in più in pochissimo tempo. Lì però c'era lo Stato che interveniva (nonostante il parere contrario della finanza storica, prescott bush in testa.. lo stesso che finanziava i nazisti della prima ora); c'era anche la paura del comunismo (molto teorica e sventolata ai ceti abbienti per fargli scucire montagne di soldi attraverso una tassa sui grandi patrimoni del 400% più alta del normale); c'era la necessità di risollevare le sorti di una intera nazione: insomma un altro pianeta molto lontano da noi... oggi non è così: la finanza non ha confini e gestisce trilioni di dollaroni che si muovono a velocità luce per il pianeta sempre a caccia di investimenti per specularci sopra; c'è un ceto dirigente non all'altezza della situazione; un enorme massa di diseredati sempre, compassionevolmente e per gentile concessione della politica e della finanza, tenuti poco sopra il limite della sopravvivenza e che vive una vita precaria senza alcuna possibilità di migliorare la propria condizione (Orwell docet), anzi di fronte ha l'attrettanto grande massa di poveri veri verso cui rischia di scivolare. Quel 0,9 hai voglia a sventolarlo... c'è poco da festeggiare anche perchè semmai può esser letto, molto più correttamente secondo me, come il fallimento, un altro, della ricetta liberista che continuano pedestremente a seguire!
Vi suggerisco di leggere quest'articolo di Pietro Garibaldi per la Voce.info (non certo un covo di comunisti disfattisti) pubblicato oggi sul Fatto Quotidiano dal Titolo "Lavoro, la calda estate delle statistiche difficili dal leggere" perchè da un esempio, semmai non fosse chiaro ai più, di COME si leggono i dati e di COME li si interpretano senza trionfalismi......

giovedì 27 agosto 2015

.. in libertà

Ormai dire che danno numeri è quasi anacronistico e scontato ..... ma almeno vogliamo prendere atto che ormai è tale la spudoratezza che per le menti ottenebrate dal vivere quotidiano val bene qualunque cosa?
Giorni fa si è strombazzato a destra e a manca che dei mitici 600 mila posti a tempo indeterminato che erano stati creati: i gufi erano serviti.. ma poi ecco la sorpresa: oops ci siamo sbagliati, sono (solo) la metà!!! Qualcuno verrà licenziato per questo? non si sa; qualcuno chiederà scusa? Macchè, era solo un errore umano e via dicendo.. ma l'effetto annuncio ha funzionato eccome: un ondata di indignazione contro i gufi si levò e fior di soloni pontificarono, sempre a destra e a manca, quanto fossero pericolosi i gufi per il morale nazionale (ammesso che questo paese abbia ancora un morale e non l'abbia svenduto alla troika.... insieme a tutto il resto); ma come ben sappaimo c'è stato un cambio di scenario ed è venuto fuori un altro scenario ossia tutto va bene, comunque, ma i numeri sono un tantino diversi...... pronto è stato il soccorso mediatico (hanno dato la notizia dell'errore senza richiamare quella precedente, che furbi vero?) per gettare sabbia ma la cosa è esplosa comunque è i "gufi" hanno visto le loro perplessità confermate in pieno: qualunque legge, job act compreso, non funziona e non funzionerà per il semplice motivo che chi fa impresa, crisi o non crisi, non fa beneficenza ma impresa e, di conseguenza, a fronte di una ennesima legge debole nelle sanzioni che colpiscono i furbi, non assumeranno mai qualcuno se lo Stato non ci mette dei soldi (per esempio con sgravi fiscali e non con regali alle banche che dovrebbero, col cavolo che lo fanno, aprire i cordoni delle proprie borse), e tanti per giunta..... il vero problema non è il lavoro ma il "rimetterci dei soldi" e quindi o li si lascia fare come vogliono o si continua con l'attuale andazzo: ti licenzio poi ti riassumo e mi rifaccio dei soldi, facile no? siamo in Italia e fin dalla nascita di questo paese lo Stato-bancomat ha sempre funzionato benissimo...

martedì 5 novembre 2013

I “diversamente stabilizzati” di Letta. Salva 10mila precari, ne mette a rischio 190mila

Governo e Parlamento approvano la più grande disdetta di contratti pubblici degli ultimi anni: combinando decreto stabilizzazione e blocchi della legge di stabilità rischiano di saltare 190mila posti in sanità, ricerca, enti locali. Guerra di numeri tra Ichino e i ricercatori: “Ne prendiamo 10mila, gli altri troveranno lavoro nel privato”. L'esperta di statistica (precaria): “Dati falsi, mi offro come sua badante”. Il comma paradosso: deroga di un anno per i precari delle Province, ma il governo vuole abolirle entro un mese
di | 5 novembre 2013

Dopo il mezzo flop del bonus assunzioni, che sembra galleggiare al di sotto delle previsioni, si apre un’altra falla sotto i piedi del governo: il decreto 101/2013 che doveva stabilizzare 120mila precari nella pubblica amministrazione, combinato alle bozze della Legge di stabilità, rischia invece di creare 190mila disoccupati in più a scapito della sanità, della ricerca, dell’amministrazione e degli enti locali. E di mandare in porto la più grande potatura di contratti pubblici degli ultimi anni, con buona pace dei propositi governativi sul rilancio del lavoro.
E’ stato un attimo: il tempo di sminare il decreto dagli emendamenti che ne avrebbero attenuato la portata e di votarlo, mettendo in sicurezza l’alleanza di governo che rischiava di incrinarsi anche su questo. E 190mila posti sono spariti di colpo, nella maniera più facile: saranno cancellati per mancato rinnovo alla naturale scadenza, evitando così di incorrere in allarmi sindacali o dibattiti sui giornali, con la sola voce degli interessati coperta dalla soddisfazione dei ministri per lo scampato pericolo. Il risultato, in assenza di correttivi, sarà invece drammatico sotto il profilo dell’occupazione. E non risparmia da subito situazioni grottesche, come la deroga fino a dicembre 2014 per i precari delle Province che il governo promette di abolire il mese prossimo, cioè un anno prima. Dal punto di vista politico, intanto, il pasticcio si risolve in una serie di gaffe: il Pd che all’indomani del voto spende cifre a casaccio sostenendo – come fa Paola De Micheli - di “aver creato 10mila posti di lavoro” e il Pdl che, con Renato Brunetta, si sfrega le mani per aver prevalso ancora sull’alleato di governo, imponendo l’ennesima mazzata al pubblico impiego.
E allora, meno precari o più disoccupati? L’unica voce governativa che ha dato i numeri, suo malgrado, è stato Pietro Ichino (Sc). Durante la discussione del provvedimento il giuslavorista ha ammesso e rivendicato – è a verbale – che dei 200mila precari della pubblica amministrazione solo 10mila potranno accedere ai percorsi di stabilizzazione, gli altri dovranno rassegnarsi a rivolgersi al mercato privato del lavoro che “nel 2012 ha attivato un grande flusso di contratti a tempo indeterminato: 1,7 milioni”. Da qui l’operazione-verità di Ichino: “Chiedo, perché mai dovremmo indurre 200mila giovani a puntare su quei 10-12mila posti di lavoro che le amministrazioni pubbliche possono offrire loro e a rinunciare invece alla prospettiva di immettersi nel grande flusso di 1,7 milioni di contratti che le aziende private e il tessuto produttivo offrono loro? ”. Tutto fila, bene tagliare la “spesa improduttiva”. Meglio, se c’è un altro comparto pronto ad assorbirla. Ma i precari della P.a. sono davvero improduttivi? Troveranno poi lavoro nel “grande flusso” del privato?
Pare proprio di no. Uno scherzo del destino ha voluto che a  far parte della folta platea degli esclusi dalla stabilizzazione ci fossero anche i precari della ricerca che di mestiere si occupano del monitoraggio del mercato del lavoro per conto del governo. Che a stretto giro di posta rispondono al giuslavorista scodellando dati e analisi che smontano l’assunto del “grande flusso” e del “privato che accoglie”. “Quel milione e 700mila – scrivono sulla rete della ricerca pubblica – è una mistificazione. E non solo per quello che si legge sui giornali sull’andamento dell’economia (40,2% di disoccupazione giovanile). Quel numero è il prodotto di clamorosi errori metodologici”. Spiegano i lavoratori dell’Isfol, che presto potrebbe subire lo svuotamento del personale precario, che quel 1,7 milioni si riferisce agli “avviamenti” e non a singoli posti di lavoro. Non tiene poi conto dei 2,2 milioni di cessazioni nello stesso anno, di cui 826mila per licenziamenti, dato per altro in crescita rispetto agli anni precedenti. Fanno notare anche che nel primo trimestre 2013 si è registrata addirittura una contrazione dei contratti a tempo indeterminato del 10,2% rispetto allo stesso trimestre del 2012*.


* Fonte: Ministero del Lavoro, Dinamica avviamenti contratti di lavoro, luglio 2013 
Quindi tutta questa disponibilità di posti nel privato non c’è. Chiarito questo tocca capire se potranno però ricavarsi un posticino, riciclarsi in quel poco che c’è, infondo sono laureati con esperienza di livello. Ma dove? Chi sono gli assunti di cui parla Ichino? “Tra gli uomini assunti a tempo indeterminato nel 2012, il 20% è composto da manovali edili, facchini e muratori. Tra le donne il 35% (294 mila) sono addette all’assistenza personale e collaboratrici domestiche. Seguono camerieri, baristi, cuochi, bidelli*. Da qui la battuta “Elaboro statistiche per il Ministero, posso andare a fare la badante da Ichino?”.

* Rapporto annuale sulle comunicazioni obbligatorie,
Ministero del Lavoro e Politiche sociali, 2013. 
Ci sono, poi, i dimenticati dal decreto “stabilizzazioni”. Sono ricercatori con contratti co.co.co, eterni collaboratori chiamati a rimpinguare gli organici degli enti pubblici al palo da decenni, frotte di giovani a cui per anni è stata fatta la promessa, mai mantenuta, di riaprire, presto o tardi, la strada della regolarizzazione. E che ora sono candidati a una vita da esodati di serie c, senza lavoro, ammortizzatori sociali e il miraggio della pensione. E pazienza se molti sono stati (e sono ancora) l’ossatura che tiene insieme il corpo molliccio della ‘cosa pubblica’: personale in servizio in ospedali, asl, uffici comunali ed enti di quella ricerca che, a parole, tutti vogliono sostenere e rilanciare. “Ci hanno bollato come spesa improduttiva, ma molti di noi sono quelli che ti vengono incontro nei pronto soccorso”, spiega D.R., medico precario del Policlinico Umberto I, 34 anni. “Il mio lavoro rischia di finire con la scadenza del contratto di formazione specialistica. Non sappiamo quanti sono nelle mie condizioni e non lo sa neppure chi ha deciso di tagliare. Ma potete entrare in un ospedale o pronto soccorso qualsiasi ed esser certi che tra i medici che incontrate sui 40-45 anni, uno su due è precario. Potete giocarci una monetina, mi sto specializzando in direzione sanitaria, sono numeri che conosco molto bene”.
Il suo destino, insieme a quello di migliaia di lavoratori, è stato scritto una settimana fa, quando il Senato ha approvato il tormentato decreto 101/2013 che era stato varato dal governo il 31 agosto e doveva essere convertito in legge entro il 31 ottobre, pena la decadenza. Era nato come “decreto per la stabilizzazione dei precari della P.a.”, ma nella spola tra governo-Senato-Camera e ancora Senato ha visto via via assottigliarsi la platea delle proroghe, fino ai 10mila posti risicati di cui parlava Ichino. Se ne sono accorte da tempo le  rappresentanze della ricerca che chiedono ai confederali di “prendere atto delle conseguenze dei meno rappresentati e di raddoppiare lo sciopero di almeno 8 ore e non 4. I sindacati nazionali sono arrivati “lunghi” e solo ieri hanno diramato una nota unitaria per chiedere un incontro urgente al governo. “Il Parlamento ha ulteriormente peggiorato il dl”, affermano Cgil, Cisl e Uil ammettendo finalmente che ”non vi è alcuna prospettiva per migliaia di persone che da anni lavorano come precari nelle Pubbliche amministrazioni”.
Perché? L’ipotesi di stabilizzazione è stata riservata ai soli precari a tempo determinato e ha visto via via subordinare le possibilità di proroga a condizioni più stringenti, fino all’impossibilità materiale di procedere. Esclude i co.co.co, gli assegnisti, le partite Iva, i consulenti. E quanti sono esattamente? Non si sa. Anche perché la Ragioneria dello Stato contabilizza e monitora quelli delle amministrazioni centrali (ad esempio, solo nella ricerca pubblica, sono indicativamente 5mila tempi determinati, 5mila cococo) ma non quelli degli enti locali e delle Asl che hanno sistemi di comunicazione del personale a contratto che non confluiscono necessariamente in elaborazioni centrali, dati comunque non disponibili ad oggi (come fu per gli esodati). In altre parole, quando c’è una proroga in ballo, sono le Regioni che vanno dal Ministero e i tavoli negoziali e spesso procedono separatamente, situazione per situazione. “Al punto – spiegano ancora i ricercatori della Rete Ricerca Pubblica– che nei dati ufficiali non si riesce ancora a disaggregare quello degli avviamenti della pubblica amministrazione dal privato. La qualifica di infermiere, ad esempio, è spesso riportata con l’indicazione se è a tempo determinato o indeterminato, ma non puoi sapere se lavora nel pubblico o nel privato”.
Su questo caos di cifre piomba il decreto e fioccano gli emendamenti che irrigidiscono ulteriormente i paletti dei “prorogandi”: i contratti in scadenza al 31 dicembre possono sì essere prorogati per i tempi determinati, ma solo se l’ente ha copertura finanziaria e posti vacanti in pianta organica (con l’eccezione degli enti pubblici di ricerca che possono prorogare contratti finanziati da fondi internazionali). Più o meno le stesse condizioni valgono anche per i percorsi di “stabilizzazione”: l’amministrazione può procedere a un concorso e riservare il 40% dei posti ai precari che in quell’ambito hanno maturato un’esperienza specifica. “Tre condizioni: copertura finanziaria, posti in pianta organiche e sblocco del turnover, che significano una sola cosa: metterci tutti alla porta”, spiegano i precari. “Il blocco del turnover nella Pa va avanti dal 1993 e la legge di stabilità, nelle bozze che circolano, lo proroga e rafforzara”. Per fare un caso concreto prendiamo l’Isfol (Istituto per lo sviluppo della formazione professionale dei lavoratori): i precari sono 252 e soltanto 8 i posti vacanti in pianta organica. Significa che, se anche ci fossero le coperture e nessun blocco, soltanto 4 potrebbero rientrare, gli altri resterebbero tutti a casa. Poi toccherà capire come farà il ministero a elaborare i dati sul lavoro, avendo il governo cancellato insieme ai contratti le competenze, gli incarichi e i ruoli che fino a ieri ha ritenuto necessari, ancorché precari. E in Isfol non sono i più sfortunati, in Ispesl (Istituto superiore per la prevenzione e la sicurezza del lavoro, ndr) ci sono 500 co.co.co da dieci anni, in Ingv ce ne sono 400 di precari e fanno monitoraggio dei terremoti. Così il tema di come conciliare il taglio alla “spesa improduttiva” con la produttività dei servizi rischia di diventare, nei prossimi anni, la spina nel fianco dello Stato. E in ogni caso, dai numeri in ballo, si capisce che la partita del pubblico impiego per il governo non è ancora finita ma solo cominciata. E sarà una sfiancante guerra di trincea.
p.s.
quest'articolo è una vera chicca che da l'idea di come ragionano i politici, non solo italiani, e di come (a forza di fidarsi dei sacerdoti liberisti, meglio noti come economisti) possono fare gravi danni non solo al paese ma anche, e soprattutto, ai giovani mettendoli in lotta fra loro.. per tacere dell'indotto conflitto generazionale.... altra cosa da notare è l'uso che ne fa un tecnico, e politico liberista, come Ichino dei c.d. dati a disposizione.. questa volta gli è andata male, molto male perchè è stato subito smentito proprio da coloro, che da precari, forse licenziati per termine contratto, nel silenzio generale anche dei sindacati, che a questi dati c'hanno lavorato..... una cosa cinica che meriterebbe la richiesta di dimissioni ma.. c'è di peggio

giovedì 3 gennaio 2013

.. così conciati dove andiamo?

Mentre in Germania i Direstat, le agenzie di collocamento, sono vuote e inoperose (stanno conoscendo, a nostre spese, un vero boom economico) si apprestano a "tempi duri (vorei anch'io averli come loro i tempi duri)", da noi facciamo i conti della serva.... diamo qualche dato per capirci:
  1. nel nostro paese la ricchezza privata, detenuta per i 2/3 dal 10% della popolazione, ammonta a circa 8640 mila miliardi di euro;
  2. al resto della popolazione rimangono le briciole, più le tasse, tariffe, imposte, tributi e contributi vari.
  3. pur sapendo che senza istruzione di massa, sanità, ricerca e sviluppo e investimenti compatibili con le casse dello Stato non si ha un futuro l'Italia esporta i cervelli ma taglia proprio nei settori che determinano il benessere sociale. culturale ed economico.
Questi sono dati aggregati per grandi linee ma sono significativi, credo, di come sia miope e subalterna la politica, tecnica e non, agli interessi di una piccola parte della popolazione facendo pagare alla massa il mantenimento dello status quo: come non far caso al meccanismo di pagamento della tasse universitarie che dopo una certa aliquota si .... fermano, che significa? Che non c'è proporzionalità nel pagarle e in pratica il ceto medio e basso, quello che ancora si può permettere di mandare i figli non dico all'università ma anche alle superiori ormai, paga la retta ai ricchi o al minimo ai benestanti; alla faccia del proporzionalismo incastonato in costituzione. E' un paese profondamente ingiusto e squilibrato, facciamo un altro esempio?
In questo paese che si vanta di essere fra le prime dieci potenze economiche dell'occidente ci sono:
  1. 1 mln di analfabeti totali;
  2. 6 mln di analfabeti parziali;
  3. 13 mln di persone che hanno solo la V° elementare;
  4. il 50% dei ragazzi fra i 15 e i 18 non sa leggere e capire i testi;
  5. il numero di "NEET" fra i 15 e i 29 anni proviene da famiglia a bassa scolarizzazione;
  6. il 65% degli adulti non sa, ancora, orientarsi nella società dell'informazione per mancanza delle competenze minime .... quello che si definisce "analfabetismo funzionale";
  7. la metà della popolazione fra i 25 e i 65 anni ha solo la licenza media;
  8. il 25% ha il diploma;
  9. il 15% la laurea.
i dati son presi da "ricchi e poveri" di nunzia penelope che consiglio a lato di leggere. Naturalmente si potrebbe continuare con i dati ma so benissimo che in un modo li conosciamo quindi passo ai quesiti che mi e Vi pongo:
  • Così conciati dove crediamo di andare a parare?
  • Davvero c'é da meravigliarsi che fenomeni come il berlusconismo, e altri simili, o la partitocrazia (dalla cui crisi il primo discende) abbiano attecchito fino al punto da ridurci così?
  • Siamo considerati dai tedeschi "i pezzenti d'europa", come dargli torto se ci trattano ancora da magliari?
Se vogliamo un futuro .... no, diciamolo meglio: se VOGLIAMO SPERARE di avere ancora un futuro come paese prima di tutto non dobbiamo combattere, per primo, gli effetti "politici" ma la loro causa: noi....
p.s.
queste sono riflessioni se qualcuno se ne sente offeso lo dica pure ma deve anche spiegarmi dove dico cose errate.

test velocità

Test ADSL Con il nostro tool potrete misurare subito e gratuitamente la velocità del vostro collegamento internet e ADSL. (c) speedtest-italy.com - Test ADSL

Il Bloggatore