Fonte: Il Fatto Quotidiano Lavoro & Precari | 3 ottobre 2018 Area pro labour di Enzo Martino (Avvocato
giuslavorista, sono uno dei soci fondatori di “Comma2, lavoro è
dignità”. Da numerosi anni opero a Torino in difesa dei diritti dei
lavoratori.)
Il 25 settembre la Corte costituzionale ha deciso la questione relativa alla disciplina dei licenziamenti in regime di Jobs Act sollevata dal Tribunale di Roma. La motivazione della sentenza sarà pubblicata nelle prossime settimane, ma dal comunicato stampa ufficiale già si comprende che si tratta di una decisione di grande portata. La Consulta ha infatti dichiarato l’illegittimità costituzionale dell’articolo 3, comma 1, del decreto legislativo n. 23/2015, emanato in attuazione del Jobs Act e regolante il cosiddetto contratto “a tutele crescenti”.
La questione stava in questi termini. Con il decreto legislativo n. 23/2015, il governo Renzi aveva abrogato l’articolo 18 dello Statuto dei lavoratori
per tutte la lavoratrici e i lavoratori assunte/i con contratto a tempo
indeterminato dopo il 7 marzo 2015. Dopo questa data, la
reintegrazione nel posto di lavoro in caso di licenziamento illegittimo
è stata sostituita (salvo rari casi) con una modesta indennità
risarcitoria, che va da un minimo di quattro a un massimo di 24
mensilità, agganciata esclusivamente all’anzianità di servizio (due
mensilità ogni anno).
L’indennità in questione era stata poi aumentata dall’attuale governo del 50% nel cosiddetto decreto dignità,
passando così a sei mensilità nel minimo e 36 nel massimo: misura del
tutto insufficiente non soltanto perché non aveva rimesso la
reintegrazione al centro del sistema, ma anche dal punto di vista della
sua adeguatezza economica, in particolare per coloro che vantano una
modesta anzianità. Ciò perché l’aumento del massimo dell’indennità, in
virtù del meccanismo di calcolo legato alla mera anzianità,
avrebbe iniziato a operare solo dal 2027 (il massimo di 36 mensilità
sarebbe stato raggiunto addirittura solo a partire dal 2033).
La Corte interviene ora su un punto non toccato dal decreto dignità e cioè quello della predeterminazione rigida dell’indennità risarcitoria,
riattribuendo al giudice il potere di stabilire il risarcimento tra il
minimo e il massimo di legge, in base a parametri anche diversi dalla
mera anzianità di servizio. Attendiamo la motivazione per avere
indicazioni più precise dalla Corte, ma è facile immaginare che gli
altri parametri potrebbero essere individuati nell’entità del danno subito dal lavoratore, nella dimensione dell’impresa, nella gravità dell’inadempimento datoriale
e in generale nel comportamento delle parti (principi in parte già
contemplati dai commi V e VII dell’articolo 18, ancora in vigore per i
vecchi contratti, che potrebbero essere utilizzati in via analogica.
Sono già invece esplicitati nel comunicato i profili di illegittimità costituzionale accolti dalla Consulta: oltre all’articolo 4 Cost. (effettività del diritto al lavoro riconosciuto dalla Repubblica), anche gli articolo 24 Cost. (diritto ad agire in giudizio per la tutela dei propri diritti), 35
Cost. (tutela del lavoro in tutte le sue forme) ma anche, e forse
soprattutto, i fondamentali principi di ragionevolezza e di uguaglianza,
principi che implicano non soltanto di non trattare in modo
differenziato situazioni eguali, ma pure di non trattare in modo
uniforme situazioni fortemente differenziate (i licenziamenti non sono
infatti tutti identici né nei presupposti né nelle conseguenze).
Pur
avendo la Corte disatteso altri profili di sospetta illegittimità
(principalmente la disparità di trattamento tra vecchi e nuovi
assunti), la riattribuzione al giudice della possibilità di esercitare
la sua funzione con riferimento al caso concreto, senza essere più
schiacciato in una mera applicazione ragionieristica delle sanzioni, costituisce un risultato di grandissima importanza, perché scardina uno dei pilastri della filosofia del Jobs Act.
Viene infatti dato un colpo mortale alla teoria del “firing cost”
(costo del licenziamento), secondo la quale l’impresa deve conoscere
in anticipo il prezzo da pagare per liberarsi di un dipendente. Come ha efficacemente scritto il professor Luigi Mariucci,
è stata cancellata una norma in evidente contrasto anche con i
principi del liberalismo classico, ispirata com’era ai “canoni
predicati da quella scuola cosiddetta di ‘law and economics‘
che suggerisce di applicare al diritto del lavoro gli stessi criteri su
cui si fondano gli scambi commerciali. Come se il lavoro fosse,
appunto, una semplice merce da trattare, sul libero mercato, come tutte
le altre merci”. È una scossa a tutto il sistema, che dovrebbe indurre
il legislatore ad intervenire nuovamente in materia di licenziamenti:
si riapre dunque una partita che sembrava perduta, quella sull’articolo 18. E ciò, di questi tempi, non è davvero poca cosa.
si parla di progresso, di evoluzione, di civiltà ci ritroviamo invece in un nuovo medio evo dove conta chi si nasconde dietro il potere o vi si allea con esso.
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mercoledì 3 ottobre 2018
martedì 5 novembre 2013
I “diversamente stabilizzati” di Letta. Salva 10mila precari, ne mette a rischio 190mila
Governo e Parlamento approvano la più grande disdetta di contratti pubblici degli ultimi anni: combinando decreto stabilizzazione e blocchi della legge di stabilità rischiano di saltare 190mila posti in sanità, ricerca, enti locali. Guerra di numeri tra Ichino e i ricercatori: “Ne prendiamo 10mila, gli altri troveranno lavoro nel privato”. L'esperta di statistica (precaria): “Dati falsi, mi offro come sua badante”. Il comma paradosso: deroga di un anno per i precari delle Province, ma il governo vuole abolirle entro un mese
di Thomas Mackinson | 5 novembre 2013
Dopo il mezzo flop del bonus assunzioni, che sembra galleggiare al di sotto delle previsioni, si apre un’altra falla sotto i piedi del governo: il decreto 101/2013 che doveva stabilizzare 120mila precari nella pubblica amministrazione, combinato alle bozze della Legge di stabilità, rischia invece di creare 190mila disoccupati in più a scapito della sanità, della ricerca, dell’amministrazione e degli enti locali. E di mandare in porto la più grande potatura di contratti pubblici degli ultimi anni, con buona pace dei propositi governativi sul rilancio del lavoro.
E’ stato un attimo: il tempo di sminare il decreto dagli emendamenti che ne avrebbero attenuato la portata e di votarlo, mettendo in sicurezza l’alleanza di governo che rischiava di incrinarsi anche su questo. E 190mila posti sono spariti di colpo, nella maniera più facile: saranno cancellati per mancato rinnovo alla naturale scadenza, evitando così di incorrere in allarmi sindacali o dibattiti sui giornali, con la sola voce degli interessati coperta dalla soddisfazione dei ministri per lo scampato pericolo. Il risultato, in assenza di correttivi, sarà invece drammatico sotto il profilo dell’occupazione. E non risparmia da subito situazioni grottesche, come la deroga fino a dicembre 2014 per i precari delle Province che il governo promette di abolire il mese prossimo, cioè un anno prima. Dal punto di vista politico, intanto, il pasticcio si risolve in una serie di gaffe: il Pd che all’indomani del voto spende cifre a casaccio sostenendo – come fa Paola De Micheli - di “aver creato 10mila posti di lavoro” e il Pdl che, con Renato Brunetta, si sfrega le mani per aver prevalso ancora sull’alleato di governo, imponendo l’ennesima mazzata al pubblico impiego.
E allora, meno precari o più disoccupati? L’unica voce governativa che ha dato i numeri, suo malgrado, è stato Pietro Ichino (Sc). Durante la discussione del provvedimento il giuslavorista ha ammesso e rivendicato – è a verbale – che dei 200mila precari della pubblica amministrazione solo 10mila potranno accedere ai percorsi di stabilizzazione, gli altri dovranno rassegnarsi a rivolgersi al mercato privato del lavoro che “nel 2012 ha attivato un grande flusso di contratti a tempo indeterminato: 1,7 milioni”. Da qui l’operazione-verità di Ichino: “Chiedo, perché mai dovremmo indurre 200mila giovani a puntare su quei 10-12mila posti di lavoro che le amministrazioni pubbliche possono offrire loro e a rinunciare invece alla prospettiva di immettersi nel grande flusso di 1,7 milioni di contratti che le aziende private e il tessuto produttivo offrono loro? ”. Tutto fila, bene tagliare la “spesa improduttiva”. Meglio, se c’è un altro comparto pronto ad assorbirla. Ma i precari della P.a. sono davvero improduttivi? Troveranno poi lavoro nel “grande flusso” del privato?
Pare proprio di no. Uno scherzo del destino ha voluto che a far parte della folta platea degli esclusi dalla stabilizzazione ci fossero anche i precari della ricerca che di mestiere si occupano del monitoraggio del mercato del lavoro per conto del governo. Che a stretto giro di posta rispondono al giuslavorista scodellando dati e analisi che smontano l’assunto del “grande flusso” e del “privato che accoglie”. “Quel milione e 700mila – scrivono sulla rete della ricerca pubblica – è una mistificazione. E non solo per quello che si legge sui giornali sull’andamento dell’economia (40,2% di disoccupazione giovanile). Quel numero è il prodotto di clamorosi errori metodologici”. Spiegano i lavoratori dell’Isfol, che presto potrebbe subire lo svuotamento del personale precario, che quel 1,7 milioni si riferisce agli “avviamenti” e non a singoli posti di lavoro. Non tiene poi conto dei 2,2 milioni di cessazioni nello stesso anno, di cui 826mila per licenziamenti, dato per altro in crescita rispetto agli anni precedenti. Fanno notare anche che nel primo trimestre 2013 si è registrata addirittura una contrazione dei contratti a tempo indeterminato del 10,2% rispetto allo stesso trimestre del 2012*.


Il suo destino, insieme a quello di migliaia di lavoratori, è stato scritto una settimana fa, quando il Senato ha approvato il tormentato decreto 101/2013 che era stato varato dal governo il 31 agosto e doveva essere convertito in legge entro il 31 ottobre, pena la decadenza. Era nato come “decreto per la stabilizzazione dei precari della P.a.”, ma nella spola tra governo-Senato-Camera e ancora Senato ha visto via via assottigliarsi la platea delle proroghe, fino ai 10mila posti risicati di cui parlava Ichino. Se ne sono accorte da tempo le rappresentanze della ricerca che chiedono ai confederali di “prendere atto delle conseguenze dei meno rappresentati e di raddoppiare lo sciopero di almeno 8 ore e non 4. I sindacati nazionali sono arrivati “lunghi” e solo ieri hanno diramato una nota unitaria per chiedere un incontro urgente al governo. “Il Parlamento ha ulteriormente peggiorato il dl”, affermano Cgil, Cisl e Uil ammettendo finalmente che ”non vi è alcuna prospettiva per migliaia di persone che da anni lavorano come precari nelle Pubbliche amministrazioni”.
Perché? L’ipotesi di stabilizzazione è stata riservata ai soli precari a tempo determinato e ha visto via via subordinare le possibilità di proroga a condizioni più stringenti, fino all’impossibilità materiale di procedere. Esclude i co.co.co, gli assegnisti, le partite Iva, i consulenti. E quanti sono esattamente? Non si sa. Anche perché la Ragioneria dello Stato contabilizza e monitora quelli delle amministrazioni centrali (ad esempio, solo nella ricerca pubblica, sono indicativamente 5mila tempi determinati, 5mila cococo) ma non quelli degli enti locali e delle Asl che hanno sistemi di comunicazione del personale a contratto che non confluiscono necessariamente in elaborazioni centrali, dati comunque non disponibili ad oggi (come fu per gli esodati). In altre parole, quando c’è una proroga in ballo, sono le Regioni che vanno dal Ministero e i tavoli negoziali e spesso procedono separatamente, situazione per situazione. “Al punto – spiegano ancora i ricercatori della Rete Ricerca Pubblica– che nei dati ufficiali non si riesce ancora a disaggregare quello degli avviamenti della pubblica amministrazione dal privato. La qualifica di infermiere, ad esempio, è spesso riportata con l’indicazione se è a tempo determinato o indeterminato, ma non puoi sapere se lavora nel pubblico o nel privato”.
Su questo caos di cifre piomba il decreto e fioccano gli emendamenti che irrigidiscono ulteriormente i paletti dei “prorogandi”: i contratti in scadenza al 31 dicembre possono sì essere prorogati per i tempi determinati, ma solo se l’ente ha copertura finanziaria e posti vacanti in pianta organica (con l’eccezione degli enti pubblici di ricerca che possono prorogare contratti finanziati da fondi internazionali). Più o meno le stesse condizioni valgono anche per i percorsi di “stabilizzazione”: l’amministrazione può procedere a un concorso e riservare il 40% dei posti ai precari che in quell’ambito hanno maturato un’esperienza specifica. “Tre condizioni: copertura finanziaria, posti in pianta organiche e sblocco del turnover, che significano una sola cosa: metterci tutti alla porta”, spiegano i precari. “Il blocco del turnover nella Pa va avanti dal 1993 e la legge di stabilità, nelle bozze che circolano, lo proroga e rafforzara”. Per fare un caso concreto prendiamo l’Isfol (Istituto per lo sviluppo della formazione professionale dei lavoratori): i precari sono 252 e soltanto 8 i posti vacanti in pianta organica. Significa che, se anche ci fossero le coperture e nessun blocco, soltanto 4 potrebbero rientrare, gli altri resterebbero tutti a casa. Poi toccherà capire come farà il ministero a elaborare i dati sul lavoro, avendo il governo cancellato insieme ai contratti le competenze, gli incarichi e i ruoli che fino a ieri ha ritenuto necessari, ancorché precari. E in Isfol non sono i più sfortunati, in Ispesl (Istituto superiore per la prevenzione e la sicurezza del lavoro, ndr) ci sono 500 co.co.co da dieci anni, in Ingv ce ne sono 400 di precari e fanno monitoraggio dei terremoti. Così il tema di come conciliare il taglio alla “spesa improduttiva” con la produttività dei servizi rischia di diventare, nei prossimi anni, la spina nel fianco dello Stato. E in ogni caso, dai numeri in ballo, si capisce che la partita del pubblico impiego per il governo non è ancora finita ma solo cominciata. E sarà una sfiancante guerra di trincea.
p.s.
quest'articolo è una vera chicca che da l'idea di come ragionano i politici, non solo italiani, e di come (a forza di fidarsi dei sacerdoti liberisti, meglio noti come economisti) possono fare gravi danni non solo al paese ma anche, e soprattutto, ai giovani mettendoli in lotta fra loro.. per tacere dell'indotto conflitto generazionale.... altra cosa da notare è l'uso che ne fa un tecnico, e politico liberista, come Ichino dei c.d. dati a disposizione.. questa volta gli è andata male, molto male perchè è stato subito smentito proprio da coloro, che da precari, forse licenziati per termine contratto, nel silenzio generale anche dei sindacati, che a questi dati c'hanno lavorato..... una cosa cinica che meriterebbe la richiesta di dimissioni ma.. c'è di peggio
di Thomas Mackinson | 5 novembre 2013
Dopo il mezzo flop del bonus assunzioni, che sembra galleggiare al di sotto delle previsioni, si apre un’altra falla sotto i piedi del governo: il decreto 101/2013 che doveva stabilizzare 120mila precari nella pubblica amministrazione, combinato alle bozze della Legge di stabilità, rischia invece di creare 190mila disoccupati in più a scapito della sanità, della ricerca, dell’amministrazione e degli enti locali. E di mandare in porto la più grande potatura di contratti pubblici degli ultimi anni, con buona pace dei propositi governativi sul rilancio del lavoro.
E’ stato un attimo: il tempo di sminare il decreto dagli emendamenti che ne avrebbero attenuato la portata e di votarlo, mettendo in sicurezza l’alleanza di governo che rischiava di incrinarsi anche su questo. E 190mila posti sono spariti di colpo, nella maniera più facile: saranno cancellati per mancato rinnovo alla naturale scadenza, evitando così di incorrere in allarmi sindacali o dibattiti sui giornali, con la sola voce degli interessati coperta dalla soddisfazione dei ministri per lo scampato pericolo. Il risultato, in assenza di correttivi, sarà invece drammatico sotto il profilo dell’occupazione. E non risparmia da subito situazioni grottesche, come la deroga fino a dicembre 2014 per i precari delle Province che il governo promette di abolire il mese prossimo, cioè un anno prima. Dal punto di vista politico, intanto, il pasticcio si risolve in una serie di gaffe: il Pd che all’indomani del voto spende cifre a casaccio sostenendo – come fa Paola De Micheli - di “aver creato 10mila posti di lavoro” e il Pdl che, con Renato Brunetta, si sfrega le mani per aver prevalso ancora sull’alleato di governo, imponendo l’ennesima mazzata al pubblico impiego.
E allora, meno precari o più disoccupati? L’unica voce governativa che ha dato i numeri, suo malgrado, è stato Pietro Ichino (Sc). Durante la discussione del provvedimento il giuslavorista ha ammesso e rivendicato – è a verbale – che dei 200mila precari della pubblica amministrazione solo 10mila potranno accedere ai percorsi di stabilizzazione, gli altri dovranno rassegnarsi a rivolgersi al mercato privato del lavoro che “nel 2012 ha attivato un grande flusso di contratti a tempo indeterminato: 1,7 milioni”. Da qui l’operazione-verità di Ichino: “Chiedo, perché mai dovremmo indurre 200mila giovani a puntare su quei 10-12mila posti di lavoro che le amministrazioni pubbliche possono offrire loro e a rinunciare invece alla prospettiva di immettersi nel grande flusso di 1,7 milioni di contratti che le aziende private e il tessuto produttivo offrono loro? ”. Tutto fila, bene tagliare la “spesa improduttiva”. Meglio, se c’è un altro comparto pronto ad assorbirla. Ma i precari della P.a. sono davvero improduttivi? Troveranno poi lavoro nel “grande flusso” del privato?
Pare proprio di no. Uno scherzo del destino ha voluto che a far parte della folta platea degli esclusi dalla stabilizzazione ci fossero anche i precari della ricerca che di mestiere si occupano del monitoraggio del mercato del lavoro per conto del governo. Che a stretto giro di posta rispondono al giuslavorista scodellando dati e analisi che smontano l’assunto del “grande flusso” e del “privato che accoglie”. “Quel milione e 700mila – scrivono sulla rete della ricerca pubblica – è una mistificazione. E non solo per quello che si legge sui giornali sull’andamento dell’economia (40,2% di disoccupazione giovanile). Quel numero è il prodotto di clamorosi errori metodologici”. Spiegano i lavoratori dell’Isfol, che presto potrebbe subire lo svuotamento del personale precario, che quel 1,7 milioni si riferisce agli “avviamenti” e non a singoli posti di lavoro. Non tiene poi conto dei 2,2 milioni di cessazioni nello stesso anno, di cui 826mila per licenziamenti, dato per altro in crescita rispetto agli anni precedenti. Fanno notare anche che nel primo trimestre 2013 si è registrata addirittura una contrazione dei contratti a tempo indeterminato del 10,2% rispetto allo stesso trimestre del 2012*.

* Fonte: Ministero del Lavoro, Dinamica avviamenti contratti di lavoro, luglio 2013
Quindi tutta questa disponibilità di posti nel privato non c’è. Chiarito questo tocca capire se potranno però ricavarsi un posticino, riciclarsi in quel poco che c’è, infondo sono laureati con esperienza di livello. Ma dove? Chi sono gli assunti di cui parla Ichino? “Tra gli uomini assunti a tempo indeterminato nel 2012, il 20% è composto da manovali edili, facchini e muratori. Tra le donne il 35% (294 mila) sono addette all’assistenza personale e collaboratrici domestiche. Seguono camerieri, baristi, cuochi, bidelli*. Da qui la battuta “Elaboro statistiche per il Ministero, posso andare a fare la badante da Ichino?”.
* Rapporto annuale sulle comunicazioni obbligatorie,
Ministero del Lavoro e Politiche sociali, 2013.
Ci sono, poi, i dimenticati dal decreto “stabilizzazioni”. Sono ricercatori con contratti co.co.co, eterni collaboratori chiamati a rimpinguare gli organici degli enti pubblici al palo da decenni, frotte di giovani a cui per anni è stata fatta la promessa, mai mantenuta, di riaprire, presto o tardi, la strada della regolarizzazione. E che ora sono candidati a una vita da esodati di serie c, senza lavoro, ammortizzatori sociali e il miraggio della pensione. E pazienza se molti sono stati (e sono ancora) l’ossatura che tiene insieme il corpo molliccio della ‘cosa pubblica’: personale in servizio in ospedali, asl, uffici comunali ed enti di quella ricerca che, a parole, tutti vogliono sostenere e rilanciare. “Ci hanno bollato come spesa improduttiva, ma molti di noi sono quelli che ti vengono incontro nei pronto soccorso”, spiega D.R., medico precario del Policlinico Umberto I, 34 anni. “Il mio lavoro rischia di finire con la scadenza del contratto di formazione specialistica. Non sappiamo quanti sono nelle mie condizioni e non lo sa neppure chi ha deciso di tagliare. Ma potete entrare in un ospedale o pronto soccorso qualsiasi ed esser certi che tra i medici che incontrate sui 40-45 anni, uno su due è precario. Potete giocarci una monetina, mi sto specializzando in direzione sanitaria, sono numeri che conosco molto bene”.Il suo destino, insieme a quello di migliaia di lavoratori, è stato scritto una settimana fa, quando il Senato ha approvato il tormentato decreto 101/2013 che era stato varato dal governo il 31 agosto e doveva essere convertito in legge entro il 31 ottobre, pena la decadenza. Era nato come “decreto per la stabilizzazione dei precari della P.a.”, ma nella spola tra governo-Senato-Camera e ancora Senato ha visto via via assottigliarsi la platea delle proroghe, fino ai 10mila posti risicati di cui parlava Ichino. Se ne sono accorte da tempo le rappresentanze della ricerca che chiedono ai confederali di “prendere atto delle conseguenze dei meno rappresentati e di raddoppiare lo sciopero di almeno 8 ore e non 4. I sindacati nazionali sono arrivati “lunghi” e solo ieri hanno diramato una nota unitaria per chiedere un incontro urgente al governo. “Il Parlamento ha ulteriormente peggiorato il dl”, affermano Cgil, Cisl e Uil ammettendo finalmente che ”non vi è alcuna prospettiva per migliaia di persone che da anni lavorano come precari nelle Pubbliche amministrazioni”.
Perché? L’ipotesi di stabilizzazione è stata riservata ai soli precari a tempo determinato e ha visto via via subordinare le possibilità di proroga a condizioni più stringenti, fino all’impossibilità materiale di procedere. Esclude i co.co.co, gli assegnisti, le partite Iva, i consulenti. E quanti sono esattamente? Non si sa. Anche perché la Ragioneria dello Stato contabilizza e monitora quelli delle amministrazioni centrali (ad esempio, solo nella ricerca pubblica, sono indicativamente 5mila tempi determinati, 5mila cococo) ma non quelli degli enti locali e delle Asl che hanno sistemi di comunicazione del personale a contratto che non confluiscono necessariamente in elaborazioni centrali, dati comunque non disponibili ad oggi (come fu per gli esodati). In altre parole, quando c’è una proroga in ballo, sono le Regioni che vanno dal Ministero e i tavoli negoziali e spesso procedono separatamente, situazione per situazione. “Al punto – spiegano ancora i ricercatori della Rete Ricerca Pubblica– che nei dati ufficiali non si riesce ancora a disaggregare quello degli avviamenti della pubblica amministrazione dal privato. La qualifica di infermiere, ad esempio, è spesso riportata con l’indicazione se è a tempo determinato o indeterminato, ma non puoi sapere se lavora nel pubblico o nel privato”.
Su questo caos di cifre piomba il decreto e fioccano gli emendamenti che irrigidiscono ulteriormente i paletti dei “prorogandi”: i contratti in scadenza al 31 dicembre possono sì essere prorogati per i tempi determinati, ma solo se l’ente ha copertura finanziaria e posti vacanti in pianta organica (con l’eccezione degli enti pubblici di ricerca che possono prorogare contratti finanziati da fondi internazionali). Più o meno le stesse condizioni valgono anche per i percorsi di “stabilizzazione”: l’amministrazione può procedere a un concorso e riservare il 40% dei posti ai precari che in quell’ambito hanno maturato un’esperienza specifica. “Tre condizioni: copertura finanziaria, posti in pianta organiche e sblocco del turnover, che significano una sola cosa: metterci tutti alla porta”, spiegano i precari. “Il blocco del turnover nella Pa va avanti dal 1993 e la legge di stabilità, nelle bozze che circolano, lo proroga e rafforzara”. Per fare un caso concreto prendiamo l’Isfol (Istituto per lo sviluppo della formazione professionale dei lavoratori): i precari sono 252 e soltanto 8 i posti vacanti in pianta organica. Significa che, se anche ci fossero le coperture e nessun blocco, soltanto 4 potrebbero rientrare, gli altri resterebbero tutti a casa. Poi toccherà capire come farà il ministero a elaborare i dati sul lavoro, avendo il governo cancellato insieme ai contratti le competenze, gli incarichi e i ruoli che fino a ieri ha ritenuto necessari, ancorché precari. E in Isfol non sono i più sfortunati, in Ispesl (Istituto superiore per la prevenzione e la sicurezza del lavoro, ndr) ci sono 500 co.co.co da dieci anni, in Ingv ce ne sono 400 di precari e fanno monitoraggio dei terremoti. Così il tema di come conciliare il taglio alla “spesa improduttiva” con la produttività dei servizi rischia di diventare, nei prossimi anni, la spina nel fianco dello Stato. E in ogni caso, dai numeri in ballo, si capisce che la partita del pubblico impiego per il governo non è ancora finita ma solo cominciata. E sarà una sfiancante guerra di trincea.
p.s.
quest'articolo è una vera chicca che da l'idea di come ragionano i politici, non solo italiani, e di come (a forza di fidarsi dei sacerdoti liberisti, meglio noti come economisti) possono fare gravi danni non solo al paese ma anche, e soprattutto, ai giovani mettendoli in lotta fra loro.. per tacere dell'indotto conflitto generazionale.... altra cosa da notare è l'uso che ne fa un tecnico, e politico liberista, come Ichino dei c.d. dati a disposizione.. questa volta gli è andata male, molto male perchè è stato subito smentito proprio da coloro, che da precari, forse licenziati per termine contratto, nel silenzio generale anche dei sindacati, che a questi dati c'hanno lavorato..... una cosa cinica che meriterebbe la richiesta di dimissioni ma.. c'è di peggio
venerdì 5 luglio 2013
.. e con la sentenza la Fiom chiude il cerchio...
E' bastata una sentenza della Corte costituzionale: un
sindacato non può essere escluso dalla rappresentanza in azienda solo
perché non ha firmato il contratto in vigore. Lo prevede l’articolo 19
dello Statuto dei lavoratori, ma quella norma – precisa la Consulta – è
illegittima. Bene, abbiamo sempre saputo, e qualcuno
immaginato solo, che la Fiom avesse sempre avuto ragione nello scontro
fra Fiat e il sindacato, vero, dei metalmeccanici perchè ha sempre detto
ciò che in molti pensavano: la Fiat non ha, e non aveva, alcuna voglia
di investire nel panorama economico italiano: l'unico vero obiettivo era
quello di integrarla con la Chrysler e spostare il centro oltre
atlantico soprattutto perchè, a differenza dei nostri politici, gli
americani gli hanno dato molti soldi per non far fallire la consociata
americana: soldi che dovrà restituire prima o poi ma per quello c'è
sempre tempo, così come i soldi che deve al sindacato americano li
restituirà, prima o poi... qui invece, a differenza dei precedenti 100
anni, non beccava un quattrino quindi non aveva interesse a metterci dei
soldi e ..... quindi ha messo la retromarcia e lasciato tuto così
com'è. Non solo: ha chiuso, e fatto chiudere per ovvie diseconomie di
scala, alcune industrie proprie e altre, come la irisbus, le ha
delocalizzate mettendo sul lastrico centinaia di famiglie: ma
cos'importa... il nostro ha lo sguardo "globale" e non può certo perdere
tempo con una virgola, vero?
La Fiom, a differenza degli altri sindacati gialli e bianchi, non c'ha mai creduto: ed è stata letteralmente massacrata non solo dai media ma dalla politica stessa a partire dal PD (come non ricordare l'ex sindaco di torino che appoggiava competamente Marchionne e si faceva vanto di giocarci a carte) che si trovava, come sempre, nel mezzo del guado.
La sentenza è la chiusura del cerchio per la Fiom e non solo: qualcuno che sa dire di no esiste ancora in questo paese....
p.s.
e come riflessione per il wek end...
vi propongo qualcosa che ... vi farà passar la voglia di mangiare... ^___^
La Fiom, a differenza degli altri sindacati gialli e bianchi, non c'ha mai creduto: ed è stata letteralmente massacrata non solo dai media ma dalla politica stessa a partire dal PD (come non ricordare l'ex sindaco di torino che appoggiava competamente Marchionne e si faceva vanto di giocarci a carte) che si trovava, come sempre, nel mezzo del guado.
La sentenza è la chiusura del cerchio per la Fiom e non solo: qualcuno che sa dire di no esiste ancora in questo paese....
p.s.
e come riflessione per il wek end...
vi propongo qualcosa che ... vi farà passar la voglia di mangiare... ^___^
mercoledì 23 gennaio 2013
C'era una volta ... pomigliano
Ricapitoliamo le puntate precedenti... anzi no raccontiamo una favola:
c'era una volta una fabbrica in crisi, definita cattedrale nel deserto, cha apparteneva allo Stato, arrivò una sua concorrente e l'acquistò; ma le cose non andavano bene ancora e si decise che questa fabbrica andava "riqualificata" e così fu: ma prima era necessario che ci fossero delle riforme che avrebebro dovuto metterla al passo degli altri. Si decise che:
com'é andata a finire?
Che alla fine si é dovuto riconoscere che nulla di quanto promesso é stato messo in atto, anzi si dice chiaramente che le fabbriche sono improduttive e che i miliardi promessi non sarebbero arrivati né allora ne oggi, né probabilmente nei prossimi anni.
Che dopo varie battaglie legali la Fiom sta riconquistando a colpi di sentenze l'agibilità sindacale e politica dentro e fuori la fabbrica semplicemente chiedendo quelli che sono i principi di qualunque democrazia sindacale di un paese civile: non siamo in cina.... anche se qualcuno ci spera.
Che, mentre la Fiom vince quasi tutte le cause, a difesa, ivi compresa quella sul licenziameno di 19 suoi iscritti (l'azienda in risposta ne manda in cassa integrazione altrettanti 19 mettendo le basi per una guerra fra poveri dalla quale sarebbe l'unica a guadagnarci), le sigle sindacali "responsabili (...)" riconoscono che ci sono esuberi di operai: risultato? Che il giudice, é di oggi la sentenza, che avrebbe dovuto decidere la reintegrazione dei 19 operai messi alla porta al posto di quelli della Fiom ha sentenziato che esisteva "un difetto di legittimazione degli intervenienti" perché la Fiom non aveva titolo per ricorrere... perché il licenziamento non era ancora avvenuto e quindi "il solo elemento temporale dedotto" dalla Fiom "non appare integrare gli elementi necessari per qualificare l'avvio del procedimento per il licenziamento collettivo come ritorsione, cioé come comportamento pregiudizievole volto a punire le persone lese dalla discriminazione o qualunque altra persona"; in pratica: i 19 licenziati non potranno essere della fiom ma é comunque nel potere dell'azienda diminuire il personale" e qui cade l'asino perché poco prima, come dicevo, altre sigle sindacali avevano appena riconosciuto oltre 2000 esuberi aziendali facendo un insperatisimo regalo all'azienda.
E le promesse? Di là da venire, ancora... e pensare che Monti c'era andato ad esaltare il nuovo; e pensare che tanti capoccioni della sinistra s'erano sgolati a far capire a quei comunistacci della Fiom che i tempi erano maturi affinché alcune "garanzie" potessero essere considerate anacronistiche, ecc. l'unica cosa certa, finora é: la Fiom aveva ragione perché dietro tutto il fumo non c'era nessun arrosto....
il resto alle prossime puntate e se non fosse la descrizione del dramma della perdita del lavoro per migliaia di famiglie di lavoratori ci sarebbe quasi da pensare che tutto é solo un brutto sogno e che domani é un altro giorno e la notte é passata e i fantasmi sono spariti con essa.... ma non é nulla di tutto questo, purtroppo....
c'era una volta una fabbrica in crisi, definita cattedrale nel deserto, cha apparteneva allo Stato, arrivò una sua concorrente e l'acquistò; ma le cose non andavano bene ancora e si decise che questa fabbrica andava "riqualificata" e così fu: ma prima era necessario che ci fossero delle riforme che avrebebro dovuto metterla al passo degli altri. Si decise che:
- era necessario che il padrone potesse aver mani libere nel decidere come, chi, quando e senza un perché licenziare o mandare in cassa integrazione senza interferenze esterne;
- era anche necessario che il contratto di lavoro cambiasse, fosse aggiornato alle esigenze del momento.. subito i sindacati (tranne la fiom) accorsero come i re magi al cospetto della nascente nuova era che avrebbe reso tutti felici, operai compresi; così come governo e partiti, sinistra (..) compresa si misero a disposizione affinché il cambiamento potesse avvenire "riformando" la legislazione a partire dall'art.18, l'ultimo vero baluardo all'orda liberale;
- fu anche detto che, dopo riforme e nuovi contratti, il lavoro sarebbe arrivato copioso e gli operai non avrebbero sofferto più di tanto le brutture della cassa integrazione.
com'é andata a finire?
Che alla fine si é dovuto riconoscere che nulla di quanto promesso é stato messo in atto, anzi si dice chiaramente che le fabbriche sono improduttive e che i miliardi promessi non sarebbero arrivati né allora ne oggi, né probabilmente nei prossimi anni.
Che dopo varie battaglie legali la Fiom sta riconquistando a colpi di sentenze l'agibilità sindacale e politica dentro e fuori la fabbrica semplicemente chiedendo quelli che sono i principi di qualunque democrazia sindacale di un paese civile: non siamo in cina.... anche se qualcuno ci spera.
Che, mentre la Fiom vince quasi tutte le cause, a difesa, ivi compresa quella sul licenziameno di 19 suoi iscritti (l'azienda in risposta ne manda in cassa integrazione altrettanti 19 mettendo le basi per una guerra fra poveri dalla quale sarebbe l'unica a guadagnarci), le sigle sindacali "responsabili (...)" riconoscono che ci sono esuberi di operai: risultato? Che il giudice, é di oggi la sentenza, che avrebbe dovuto decidere la reintegrazione dei 19 operai messi alla porta al posto di quelli della Fiom ha sentenziato che esisteva "un difetto di legittimazione degli intervenienti" perché la Fiom non aveva titolo per ricorrere... perché il licenziamento non era ancora avvenuto e quindi "il solo elemento temporale dedotto" dalla Fiom "non appare integrare gli elementi necessari per qualificare l'avvio del procedimento per il licenziamento collettivo come ritorsione, cioé come comportamento pregiudizievole volto a punire le persone lese dalla discriminazione o qualunque altra persona"; in pratica: i 19 licenziati non potranno essere della fiom ma é comunque nel potere dell'azienda diminuire il personale" e qui cade l'asino perché poco prima, come dicevo, altre sigle sindacali avevano appena riconosciuto oltre 2000 esuberi aziendali facendo un insperatisimo regalo all'azienda.
E le promesse? Di là da venire, ancora... e pensare che Monti c'era andato ad esaltare il nuovo; e pensare che tanti capoccioni della sinistra s'erano sgolati a far capire a quei comunistacci della Fiom che i tempi erano maturi affinché alcune "garanzie" potessero essere considerate anacronistiche, ecc. l'unica cosa certa, finora é: la Fiom aveva ragione perché dietro tutto il fumo non c'era nessun arrosto....
il resto alle prossime puntate e se non fosse la descrizione del dramma della perdita del lavoro per migliaia di famiglie di lavoratori ci sarebbe quasi da pensare che tutto é solo un brutto sogno e che domani é un altro giorno e la notte é passata e i fantasmi sono spariti con essa.... ma non é nulla di tutto questo, purtroppo....
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mercoledì 17 ottobre 2012
e a proposito di giochi, che ne dite se i prof al governo dicono: le riforme? ce le rimangiamo, perché non servivano....
Non ci sarebbe nulla di male, in un paese normale: abbiamo sbagliato,
ripariamo e cerchiamo di fare meglio, se site d'accordo... in un paese
normale. Ma qui? In un paese come quello nostro dove il potere é stato
conquistato, senza nemmeno elezioni, da una quantità di burocrati
pubblici e privati e banchieri chenon si sentono nella condizione di
doversi giustificare verso chi gli paga, con le proprie tasse, gli
stipendi, anzi. Ultima della serie la Fornero che della sua riforma
sembra, dico sembra, essersi accorta che la sua riforma "epocale" ...
non funziona: crea disoccupati e non lavoro, e se la rimangia pur senza
ammettere l'errore né riformare la riforma che porta la sua firma..... e
se é così allora cosa ne rimane di essa? Il vero obiettivo:
l'eliminazione della Cassa integrazione e dei diritti dei lavoratori a
partire dall'ininfluente, e ormai depotenziato, articolo 18 dello
Statuto dei lavoratori, il resto era fuffa o fumo negli occhi dato che
era già tutto scritto nella riforma Treu del governo di centrosinistra
degli anni '90. Ecco con chi abbiamo a che fare.... ricordatevelo, fra
un pò si vota.
giovedì 7 aprile 2011
Il paese dei balocchi ... e dei baloccati.
Devo ringraziare Adler SSL per avermi, involontariamente, dato l'idea per il post di stasera. Perché nel paese dei balocchi la gente vive un sogno, noi invece un incubo; incubo nato nel '92 con il centrosinistra (che ancora oggi continua) che, imbevutosi degli ideali reaganiani, s'innamorò (dei soldi.. ricordate le pezze al sedere?) del liberismo e decise che doveva assumersi il ruolo "storico" di modernizzare (leggasi rompere il patto sociale per esaltare l'individualismo dell'arricchitevi ... se potete) e ottimizzare (leggasi eliminare un pò alla volta quel pò di controllo sociale che c'era e che stava crescendo con il popolo dei fax) il paese. Da allora di passi avanti ne abbiamo fatti eccome, tutti in un senso: dare sempre alle categorie forti il peso dovuto e chiedere a chi era già debole di sobbarcarsi gli oneri del fare le cicale, come? Eliminando un pezzo alla volta il welfare (che era largamente assistenziale ma non completamente, eppure degli invalidi si sono fatti dei mostri) ad esempio; rompendo le garanzie che dopo anni di lotte dei lavoratori erano assurte a leggi dello Stato (guarda caso proprio da dalla cosiddetta "sinistra" arrivano gli attacchi più duri a queste conquiste, Ichino é solo l'ultimo per fare un nome) per fare un altro esempio; "riformando" il mercato del lavoro (Legge Treu) e dando il là allo sfruttamento a basso costo dei giovani e degli inoccupati senza dargli alcuna prospettiva di futuro e creando un lumpenproletariat nel XXI secolo che porta il paese non sulla strada dei più civili paesi europei ma sulla china degli, allora, Stati latinoamericani puntualmente falliti nel corso degli anni successivi (e come se non bastasse le leggi successive non hanno fatto altro che aggravare la situazione non solo nel cosiddetto mercato del lavoro ma anche nella scuola e nella università); allora nasceva anche l'idea di un partito che raccogliesse sia il personale politico che l'elettorato in libera uscita dal morente pentapartito e qui cadde l'asino perché nasceva non un partito di stile tradizionale ma una macchina da guerra per un one man show che dura ancora oggi: c'era un piccolo "ma", costui non aveva un passato charissimo (la prima indagine risale agli anni '80) e "doveva" assolutamente entrare nell'agone altrimenti si sarebbe ritrovato nelle peste e probabilmente fallito come imprenditore; aveva tante di quelle magagne da risolvere che solo andando al vertice del potere politico poteva sperare di salvare capre e cavoli, soprattutto i propri cavoli. Cosa accadde? Che l'allora centrosinistra sottovalutò l'avversario e, soprattutto, pensò (sbagliando) di poter negoziare con costui e, quindi, controllarne gli eccessi personalistici e le tendenze autoritarie da padrone del vapore (condividendone il quadro economico e sociale di fondo non poteva essere diverso perché come mi disse una volta uno che era un vero comunista "guarda che non siamo all'epoca del PCI, qui non è la lotta di classe ma una lotta feroce fra ricchi e straricchi, sia fra loro sia all'interno delle due categorie): fu allora che nacque il Dalemoni. E' un gioco che descrisse benissimo Sabrina Guzzanti, lo ricordate? Quel gioco lo stiamo ancora giocando solo che stavolta il pallino non ce l'ha più il centrosinistra ma proprio colui che si pretendeva essere al centro del giochino. Costui fu furbo e imparava in fretta; aveva soldi e nulla da perdere e quindi poteva permettersi di osare: se sfondava meglio sennò ricominciava a lavorare sottotraccia e a fare terra bruciata. In più usava alcune tecniche di comunicazione che rendevano credibile l'incredibile (se ci fossero media liberi e indipendenti non avrebbe funzionato e invece un pò per controllo politico e un pò per acquisizioni successive di uomini e mezzi é riuscito a far passare il messaggio che c'é l'uno contro tutti e quell'uno era la vittima, insomma una pecora.. peccato che quella pecora sotto il pelo era uno squalo tigre vorace e onnivoro che per raggiungere lo scopo non esita a mandare 60 milioni di persone al macero pur di ottenere quanto agognato facendo e sdoganando tutto e tutti, ivi compresi razzisti, secessionisti e quant'altro) senza nemmeno porsi il problema se le conseguenze fossero state deleterie o meno per la comunità: ecco allora che solleticando la pancia si governa la testa. Sapete qual'é il problema vero? Che nell'opposto schieramento c'é gente che "tifa" (in nome sempre del negoziato a tutti i costi e quindi dello scambio reciproco di convenienza) proprio per il nostro: fior di esponenti di questo schieramento ancora oggi ti fanno stralunare gli occhi quando concedono interviste che in nessun altro paese sarebbero date da un partito dell'opposizione, nemmeno, nelle quali danno mostra di credere all'avversario concedendogli il cosiddetto onore delle armi e avallandone i teoremi e le iniziative, in uno stato latinoamericano o in africa. E allora ti chiedi: ma finora abbiamo davvero vissuto nel paese dei balocchi? Oppure il paese é esattamente questo e noi siamo i baloccati (stiamo attaccati alla tv e ci beviamo quello che ci propina) che crediamo di vivere altrove perché é questo "altrove" che ci hanno messo davanti?
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