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martedì 16 ottobre 2018

L’Italia come la Grecia? La storia non si ripete, ma spesso fa rima

Fonte: Il Fatto Quotidiano Economia Occulta | 14 ottobre 2018 

La storia non si ripete ma spesso fa rima, è quanto scrive il Financial Times riguardo alla comparazione tra l’attuale crisi italiana e quella greca del 2010. C’è ottimismo in questa frase e nell’articolo dell’editorialista dal momento che chi scrive non prevede una reazione simile a quella del 2010 da parte di Bruxelles.
In effetti negli ultimi 8 anni gli scenari politici sullo scacchiere internazionale sono molto cambiati, in parte anche a causa delle conseguenze delle decisioni prese nel 2010. Non bisogna dimenticare che la risposta dell’Unione Europea alla crisi del debito sovrano greca è stata politica e proprio per questo i costi sono stati elevatissimi. Sarebbe stato meglio dare alla Grecia i 9 miliardi di euro e così facendo lanciare un messaggio chiaro e limpido ai mercati che l’Ue è un’istituzione compatta e solida invece di imporre una punizione esemplare, i.e. l’austerità economica, e diffondere il panico sui mercati.
E’ possibile che qualcuno ai vertici dell’Unione Europea segretamente abbia fatto lo stesso ragionamento? Naturalmente, di queste cose non si parla pubblicamente ma certamente il raziocinio invita alla riflessione, anche se solo in privato, sugli errori del 2010. La verità è che la politica imposta non ha prodotto i frutti sperati e oggi nessuno vuole seguire lo stesso copione, con la Brexit letteralmente dietro l’angolo qualsiasi tentennamento da parte dell’Unione Europea potrebbe causare conseguenze ben più serie della crisi del debito sovrano. Il timore è politico. Mentre nel 2010 l’asse Parigi-Berlino aveva saldamente in mano le redini dell’unione oggi questo asse è debole.
La proposta del governo italiano di aumentare il rapporto debito Pil per rilanciare l’economia, pur infrangendo i vincoli di bilancio e fiscali imposti dalla disciplina austera di Bruxelles, potrebbe, dunque, essere accettata. Una vittoria per i due partiti al governo e un’ulteriore sconfitta per gli euro burocrati e in fondo anche per l’istituzione dell’Unione Europea, la Banca centrale, il Fondo monetario.
Tutto ciò invita a una riflessione di lungo periodo. L’ascesa della destra populista in Europa e negli Stati Uniti è la risposta popolare alla crisi delle istituzioni democratiche, su questo tutti sono d’accordo. Ciò non significa che la democrazia ha fatto il suo tempo o che tali istituzioni devono essere abolite, come avvenne negli anni Trenta, al contrario, il vento populista potrebbe essere sfruttato per riformarle e modernizzarle. C’è bisogno di un’opposizione interna alle istituzioni, un’opposizione illuminata, che riesca ad andare oltre le fazioni politiche e che invece lavori per introdurre riforme necessarie. Si materializzerà?
Uno sguardo alla vecchia sinistra europea non incoraggia una risposta positiva, ma, come si dice, la speranza è l’ultima a morire. Di certo, per la prima volta nella storia dell’Unione, le elezioni del parlamento europeo avranno un grosso peso. E’ all’interno di questa istituzione ancora in fasce che il riformismo illuminato potrebbe nascere e consolidarsi. La destra europea lo ha capito da tempo ed è per questo che punta a conquistare la maggioranza, per imporre una sterzata conservatrice. Anche se la storia non si ripete la rima è pericolosamente serrata.

Economia Occulta | 14 ottobre 2018

venerdì 14 aprile 2017

Grecia, la crisi ha molti padri: parliamo dell’ultimo, Tsipras?


Non c’è destra, sinistra, centro o socialismo in ciò che sta accadendo in Grecia. Non sono le idee o i partiti a dover bere una volta per tutte una buona dose di cicuta: ma la mediocrità di uomini che ingannano, fuorviano, illudono, per poi, un attimo dopo, fare peggio dei propri nemici. Dopo 4 tagli in sei anni a stipendi, pensioni e indennità ecco un’altra sforbiciata alle pensioni, grazie alla riforma firmata dal ministro del lavoro Georgios Katrugalos che si scontra con nessun provvedimento per favorire invece nuova occupazione. Un altro taglio del 25% a partire dal 2019 e del 15% per chi ha fatto domanda nel 2016.
Uno scenario che cozza con i proclami di Alexis Tsipras che, anche dopo una campagna elettorale condotta a suon di tuoni contro l’Ue (con slogan come “la Troika è il passato; il voto contro l’austerità è stato forte e chiaro; il futuro non è l’austerità; la speranza ha vinto”), inneggiava a una fantomatica griglia di nuove proposte per far uscire la Grecia dalla recessione. Invece resta immutata, nonostante sacrifici ai ceti medi e bassi e nonostante una guida incertissima per un Paese altrettanto incerto.
Sarebbe stato meglio scegliere delle due l’una: avrebbe dovuto o, in coerenza con quanto promesso agli elettori, fare una battaglia seria e potabile contro Bruxelles (con proposte credibili) oppure, stando agli impegni (forse?) presi in separata sede con Berlino, evitare almeno questo doppio ruolo di “Masaniello” nei giorni pari e coniglio in quelli dispari. Con nel mezzo la povera gente che affonda ogni giorno di più.
Nel pamphlet Greco. Eroe d’Europa che ho scritto nel 2014, ho raccontato molto del malaffare ellenico e in maniera assolutamente trasversale. Senza sconti, anzi, con più di qualche reazione non benevola nei miei riguardi che, anche la traduzione in lingua greca, mi ha causato. Chi oggi si sente toccato da analisi, valutazioni di merito e semplici fatti messi in fila con oggettività, fa peggio dei predecessori.
.... il resto sul Fatto Quotidiano
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.. A PROPOSITO PER CHI CREDE IN QUESTE COSE BUONA PASQUA
 

martedì 10 novembre 2015

L’Eurogruppo dice no alla Grecia

dal Fatto Quotidiano a firma di del 10 novembre 2015
Ci risiamo. La pièce tragica dell’estate scorsa sul destino della Grecia e dell’eurozona, si arricchisce di nuovi capitoli. Chi credeva che si fosse giunti alla sua conclusione dopo la farsesca accettazione del terzo bail-out l’estate scorsa, rimarrà deluso. Qualche economista assennato avevano invano provato a denunciare le condizioni palesi di insostenibilità di quel piano, e di come la sua implementazione avrebbe portato rapidamente il rapporto tra debito e Pil al di sopra del 200%. Ma questo forse sarebbe il male minore dal punto di vista macroeconomico, dal momento che un’austerità che prevede la privatizzazione degli aeroporti (incidentalmente comprati da compagnie tedesche),una riforma delle pensioni che sposta ancora più in là l’asticella dell’età pensionabile e un obbiettivo di bilancio fiscale fissato al 3.5% di avanzo primario, porterebbe con ogni probabilità il seme della rivolta nelle strade di Atene. L’esecuzione del terzo bail-out da parte della Grecia è semplicemente impraticabile, e la conferma è arrivata proprio ieri quando l’Eurogruppo ha rifiutato di versare nelle casse greche 2 degli 86 miliardi di euro, che costituirebbero il terzo pacchetto di prestiti. Come ha annunciato lo stesso Dijsselbloem, il perito agrario che presiede l’Eurogruppo, la Grecia non ha attuato un soddisfacente piano di riforme strutturali e “i 2 miliardi saranno pagati solo una volta che le istituzioni daranno il via libera quando tutte le azioni che sono state concordate, saranno realizzate, ma tutto questo non si è ancora verificato”.
Quali sono i termini dell’accordo che separano le due parti? Il nodo più difficile da scogliere riguarda la questione dei non-performing loans, quei prestiti difficili da recuperare e divenuti merce avariata per le banche greche che li hanno concessi, e che costituiscono un serio intralcio alla concessione di ulteriori aiuti da parte delle istituzioni europee. Le più importanti banche greche come National Bank of Greece, Piraeus Bank, Alpha Bank e Eurobank detengono 107 miliardi di euro di Npl, e l’esposizione totale dei crediti deteriorati greci rappresenta il 34% dei crediti complessivi. Una percentuale altissima, con la complicazione che questi crediti sono in buona parte dei mutui concessi per l’acquisto delle case di proprietà di molti greci. Il governo greco ha proposto una rateizzazione in 100 tranche di questi crediti per impedire che i debitori perdano la proprietà delle loro case, senza rinunciare alla deroga di 26 giorni per onorare gli eventuali pagamenti mancati. Un termine giudicato troppo generoso dall’Eurogruppo, che lo vorrebbe ridotto a un solo giorno di ritardo, senza la concessione di ulteriori deroghe. La soluzione proposta dai creditori internazionali, metterebbe nelle condizioni di restituire i prestiti solamente il 20% dei mutuatari, mentre il governo greco vorrebbe ammorbidire le condizioni dell’Eurogruppo per tutelare almeno il 50% dei proprietari. Se le banche greche vorranno la ricapitalizzazione delle loro perdite, dovranno necessariamente concedere qualcosa in questo senso.
A voler essere pedanti, la colpa di tale situazione non è tanto dei creditori internazionali, che in fondo altro non fanno che osservare i propri interessi a qualunque costo, come hanno dimostrato ampiamente in passato con il governo Samaras. L’accordo firmato ad agosto prevedeva espressamente l’impegno del governo greco “per aggiornare le proprie procedure di bancarotta, tra le quali quelle per fare fronte ai non performing loans arretrati” fino a prevedere esplicitamente l’adozione di una normativa per permettere di affrontare le eventuali situazioni di insolvenza. La responsabilità di questa situazione è del premier Tsipras, che ha accettato di firmare un accordo irricevibile, tanto da sovvertire completamente l’esito del referendum da lui stesso indetto.
In buona sostanza, nulla è cambiato dalle burrascose condizioni dell’estate passata, quando si era giunti ad un passo dalla rottura definitiva delle trattative e alla conseguente uscita della Grecia dall’Eurozona. La Grecia non è in grado di rispettare quel programma, né può permanere in queste condizioni dentro l’eurozona, senza che le venga concesso un robusto hair-cut sul suo debito e una dilazione alle condizioni degli obbiettivi strutturali di bilancio, che persistono in impossibili avanzi fiscali e sopprimono qualsiasi possibilità di crescita del PIL greco. La posizione più lineare era stata assunta proprio dal falco Schauble, quel Ministro delle Finanze accostato dai suoi detrattori ad un novello dottor Stranamore infatuato della potenza dell’austerity, ma che dal suo punto di vista aveva mantenuto una coerenza di pensiero. Se la Grecia non è in grado di sostenere l’austerity, che esca e cammini con le sue gambe. Su questo si smarca sempre più nettamente la Francia, che inizia a mostrare segni sempre più tangibili di insofferenza nei confronti dello strapotere tedesco, dopo che il ministro delle Finanze francese Sapin ha fatto sapere che la Grecia “ha già fatto considerevoli sforzi”, e spingendo in tal senso per l’accoglimento delle richieste greche.
Ora arriva l’ultimo grottesco tentativo del governo greco di acquisire un qualche peso negoziale in Europa, giocandosi la carta dei migranti. La Grecia sarebbe disposta ad aprire un passaggio per i migranti ad Evros, nel nord-est del paese, pur di ottenere in cambio un po’ di ossigeno dai suoi creditori e consentirle di tirare a campare per qualche altra settimana. Se queste sono le strategie del nuovo governo Tsipras, non c’è da stare troppo allegri e non stupirebbe assistere nuovamente ad una piega drammatica di questa vicenda, ma il buon senso sembra essere passato di moda da un bel pezzo.
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nulla da aggiungere

domenica 8 novembre 2015

Luciano Gallino: ‘Fine della democrazia? Iniziò con Thatcher. E continua con Renzi’

di | 24 settembre 2015 sul Fatto Quotidiano

“La vera società non esiste: ci sono uomini e donne, e le famiglie”, spiegava Margaret Thatcher nel lontano 1980. L’inizio della fine della democrazia che l’Europa sta vivendo nel 2015, l’annus horribilis in cui Banca centrale Europea e Fmi piegano il volere di cittadini e governo greco, è lì. All’origine dell’applicazione pratica delle politiche neoliberiste, sostiene il sociologo Luciano Gallino. Fosse stato per la Scuola di Chicago di Milton Friedman, i Chicago Boys, i pensatori che costruirono l’impero teorizzando che il mercato si regola da solo, e che meno stato nell’economia meglio è, si sarebbe già potuto iniziare nei primi anni Settanta. Giusto il tempo degli ultimi fuochi keynesiani dei “Trente Glorieuses” (1945-75), quelli della ripresa economica improntata sul risparmio e sul welfare, sulle istituzioni statali indipendenti e sovrane rispetto ai fondi monetari, alle banche mondiali, alla rapacissima finanza. Il big bang lo fa deflagrare quella signora dalla permanente un po’ blasé, assieme all’ex attore hollywoodiano Ronald Reagan, che cominciano ad asfaltare sindacati e sindacalizzati, a cancellare il sistema di welfare a protezione delle fasce più deboli. Le tornate elettorali cominciano a diventare un optional. Governi conservatori o progressisti, europei o statunitensi, agiscono tutti verso la stessa direzione: smantellare lo stato sociale e privatizzare i servizi pubblici. Tanto ci pensa il mercato.
“Il potere economico nella forma che conosciamo si chiama capitalismo e per un certo periodo nel dopoguerra al capitalismo sfrenato si è potuto opporre qualche ostacolo favorendo prima di tutto la crescita economica e sociale di lavoratori e ceti medi”, spiega Gallino, ordinario di sociologia all’Università di Torino dal ’71 al 2002, e autore di un volume sul tema intitolato “Il colpo di stato di banche e governi. L’attacco alla democrazia in Europa” (Einaudi). Per lo stesso editore sta per pubblicare “Il Denaro, il debito, la doppia crisi”.  “Dopo il 1980 però comincia la controffensiva neoliberale che ha avuto la meglio su tutti i governi d’Europa compresi quelli socialisti e socialdemocratici che non erano differenti nella pratica da quelli neoliberali e conservatori – continua Gallino – E’ stata una rivincita delle classi dominanti che ha avuto un successo straordinario. L’unico governo da allora ad oggi non allineato è forse quello greco di Tsipras”.
Ma come si è innescata la stessa dinamica impositiva del credo neoliberista nelle istituzioni e nel governo dell’Unione Europea?
A partire dagli anni Ottanta, a partire dagli Stati Uniti ma con un grosso contributo delle nazioni europee, si è affermato il processo cosiddetto della “finanziarizzazione”, per cui interessi e paradigmi finanziari hanno avuto la meglio su qualsiasi altro aspetto socio-economico. Il percorso di liberalizzazioni avviato in Usa da Reagan è avvenuto anche in Gran Bretagna con la Thatcher, e in Francia ad opera nientemeno che di un socialista come Mitterand. Tutto ciò ha fatto sì che il sistema ‘ombra’ delle banche, non assoggettabile in pratica ad alcune forma di regolazione, oggi valga quanto il sistema bancario che lavora per così dire alla ‘luce del sole’. Sono stati compiuti eccessi non immaginabili in campo finanziario, che hanno fortemente danneggiato l’economia reale. Qualunque dirigente o imprenditore di fronte alla possibilità di fare il 15% di utile speculando a livello finanziario o il 5% producendo beni reali, ha cominciato a scegliere la prima opzione senza stare più a pensarci troppo.
Poi c’è stata la crisi del 2007-2008…
Una crisi causata soprattutto dalla “finanziarizzazione”, non disgiunta dalla stagnazione dell’economia reale. A cui si dovevano far seguire serie riforme a livello bancario e finanziario, anche solo tornando alle regole, tipo la legge Glass-Steagall del ‘33, che avevano assicurato 50 anni di stabilità. Però non si è fatto nulla. Le banche e il sistema finanziario sono tornate più grosse, prepotenti e invadenti di prima della crisi. L’euro e la superiorità della Germania riflettono i risultati della finanziarizzazione. Va detto che la politica tedesca è stata quella di comprimere i salari dei propri lavoratori, e di utilizzare fiumi di forniture a basso prezzo dai paesi industriali dell’Est per favorire le proprie esportazioni in modo incredibile. Nel 2014 l’eccedenza degli incassi tra import ed export è stata di 200 miliardi di euro. I crediti di qualcuno sono però i debiti di qualcun altro: spesso dei paesi impoveriti sotto il predominio della Germania, alla quale l’euro ha giovato moltissimo, impedendo agli altri paesi di svalutare la propria moneta per stare dietro alla competitività tedesca.
Il caso greco sarà quindi il primo di tanti altri che arriveranno?
Sì. Con la Grecia i tedeschi hanno detto: “Umiliarne uno per educarne diciotto”, se parliamo dell’eurozona. Ne seguiranno altri. La Germania procede con decisione, la sua industria e le sue banche sono pesantemente coinvolte nel meccanismo infernale che hanno messo in moto. Dopo la Grecia toccherà all’Italia, alla Spagna, e anche alla Francia.
Eppure il presidente Renzi ogni giorno vara una nuova riforma…
Le riforme di Renzi si collocano tra il dramma e la barzelletta. Rispetto alle dimensioni del problema, alla gravità della crisi, il Jobs Act è una stanca ricucitura di vecchi testi dell’Ocse pubblicati nel 1994 e smentiti dalla stessa Ocse: la flessibilità non aumenta l’occupazione. Abbiamo perso il 25% della produzione industriale, il 10-11% di Pil, gli investimenti in ricerca e sviluppo sono penosamente modesti. I giochetti delle riforme sono l’apoteosi preoccupante del fatto che il governo non ha la più pallida idea dei problemi reali del paese; o forse ce l’hanno ma procedono per la loro strada di passiva adesione alle politiche di austerità.
C’è chi vede la capitolazione greca di fronte alla fermezza Bce e Fmi come l’atto più antidemocratico avvenuto in Europa negli ultimi vent’anni. Che ne pensa?
“Il ministro Schauble, il mastino della Germania e dell’euro, sta preparando altre strettoie dittatoriali per rafforzare il dominio tedesco sugli altri paesi dell’eurozona. A me pare che per un paese che vale demograficamente un ottavo della Germania, tener testa per cinque mesi agli ottusi e feroci burocrati di Bruxelles, della Bce e del Fmi sia un altissimo riconoscimento, un grande esempio di dignità politica. L’Italia è lontana anni luce dalla Grecia. Siamo un paese economicamente molto più pesante e di fronte ai memorandum europei avremmo potuto ottenere risultati maggiori; ma questi neoliberali che ci governano rappresentano le classi sociali alleate con la finanza che ci domina.
Renzi un neoliberale come Reagan e la Thatcher?
Sì. Anche Monti arrivò da Bruxelles, grazie all’intervento di Napolitano, per fare il gendarme delle più grandi insensatezze mai immaginate in campo economico: il pareggio obbligatorio di bilancio inserito addirittura in Costituzione, le riforme regressive del lavoro, i tagli forsennati alle pensioni. La Commissione Europea e la Bce ci mandano lettere che assomigliano ai feroci memorandum mandati alla Grecia. Ci manca soltanto che ci mandino lettere con su scritto come confezionare il pane, proprio come suggerito nell’accordo dell’Eurogruppo con Tsipras il 12 luglio.
Che c’è scritto in materia di produzione del pane?
Si tratta di una indicazione dell’Ocse richiamata espressamente nel testo dell’accordo. Da sempre i panettieri greci vendono due tipi di pane: da mezzo e da un chilo. Nella “cassetta degli attrezzi” dell’Ocse (così si chiama) ci sono alcuni paragrafi dedicati ai fornai a cui viene imposto, al fine di allargare la liberalizzazione di un paese e bla bla bla, di introdurre varie altre pezzature di diverso peso delle pagnotte. E poi il pane dovrà essere venduto in qualunque posto, anche nei saloni di bellezza, se lo vogliono. Capirete bene cosa rappresenta un’imposizione del genere: si sta dicendo ad un paese intero come fare il pane. Pensiamo ai 30mila dipendenti della Cee a Bruxelles e alle migliaia che lavorano per l’Ocse e per l’Eurogruppo con le loro macchinette mentre calcolano migliaia di coefficienti e trovano il tempo e ritengono opportuno intervenire sul pane. Si è raggiunto un livello di imbecillità inaudito, ed è soprattutto una forma di dittatura che avanza.
Ci può spiegare il concetto di “autoritarismo emergenziale” che ha coniato? 
Un governo che ha una vocazione autoritaria, ma è ancora soggetto al peso del voto, deve trovare buone ragioni per imporre le sue misure autoritarie. Per farlo ricorre allo “stato di eccezione”, un vecchio concetto politico che indica che una parte di uno stato che non ne avrebbe diritto si appropria di poteri non suoi. Lo stato di eccezione può essere costituito dalla guerra, da epidemie, da disastri naturali, dove s’impone che la Costituzione venga messa da parte. Ricordiamo la costituzione della repubblica di Weimar, la più liberale d’Europa. Conteneva un articolo sullo stato di eccezione che nel 1933 permise al capo di governo Adolf Hitler di appropriarsi del potere assoluto facendo fuori gli altri partiti e poi la costituzione stessa. In Europa con la crisi delle banche, non solo americane, e grazie alle folli liberalizzazioni sono emerse le montagne di debito a cui gli istituti si sono esposti. Quando queste procedure sono cadute come castelli di carta i governi si sono dissanguati per salvare le banche con fiumi di denaro che hanno indebolito i bilanci pubblici degli stati. Così il debito pubblico europeo è salito in due anni dal 65% all’85% e i governi hanno inventato uno stato di eccezione, quello della spesa eccessiva per la protezione sociale. Si è speso troppo? Bisogna tagliare i bilanci pubblici. Così s’impongono misure sempre più dittatoriali.
Secondo lei ci sono le condizioni per constrastare ideologicamente e culturalmente la vulgata neoliberista?
Il neoliberismo ha stravinto la battaglia culturale, ha conseguito un’egemonia a cui Gramsci poteva guardare con invidia: controlla 28 su 29 governi dei paesi dell’area europea, qualunque siano i nomi dei partiti al governo. Hanno il 95% della stampa a favore, il 99% delle tv, dominano nelle università, e hanno conquistato i governi. Sono piuttosto difficili oggi da sconfiggere. La sinistra come forza partitica poi non esiste più e quindi non ha la forza di opporre un ruolo di riflessione o denuncia paragonabile a quello all’attacco vincente dei neoliberisti. Inoltre non ci sono saggi, libri, testi da contrapporre all’egemonia culturale neoliberale, qualcosa che contrasti la favola dei mercati efficienti, della finanza che inaugura una nuova fase del capitalismo e altre amenità simili.
Le vecchie categorie di pensiero del Novecento non bastano più per comprendere la realtà politica attuale?
No, ce ne sono alcune che funzionano ancora bene. Il fatto è che non basta dire “proletari della UE unitevi”, o cambiando forma dire ‘precari’ o ‘classi medie impoverite della UE unitevi’. Qui bisogna fornire idee, documenti, possibilità di azione e controreazione. Possono esserci milioni di elettori che voterebbero una politica di sinistra, realmente progressista, per uscire dall’austerità, ma chi glielo spiega?
C’è chi indica il salvataggio nell’uscita dall’euro. Oppure decondo lei si può stare dentro e modificarne in qualche modo il pensiero dominante?
Al di là della demagogia di alcuni politici italiani, l’euro è una camicia di forza peggiore anche del ‘gold standard’. Ha giovato solo alla Germania, perfino la Francia ha perso punti nelle esportazioni e aumentato la disoccupazione. Così com’è l’euro non può più funzionare. Sia chiaro che uscire dall’oggi al domani non si può, sarebbe un disastro per i depositi bancari, la fuga dei capitali, la forte svalutazione della moneta sul mercato internazionale. Ma bisognerà affrontare presto la questione del “se e come uscirne”, perchè ciò vuol dire molti mesi di preparazione; oppure possiamo tentare di temperare questa uscita in qualche modo: affiancare all’euro una moneta parallela che permetta ai governi di avere libertà di bilancio, mentre con gli euro si continua a sottostare al giogo dei creditori internazionali. Purtroppo con la Germania al comando e l’inanità del nostro e degli altri governi non c’è molto da sperare. Intanto i muri della Ue scricchiolano e prima o poi sarà il peggioramento della crisi a imporci decisioni drastiche. Sempre che non arrivi Herr Schauble a dirci che non ci vuole più nell’euro. Non è una battuta, stando ai documenti che circolano”.
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questa è l'ultima intervista di Luciano Gallino. I migliori vanno sempre via per primi e il vuoto che lasciano è sempre più difficile da riempire.......

mercoledì 15 luglio 2015

Crisi economica: l’insostenibile pesantezza della democrazia

Fonte: il Fatto Quotidiano del 15 luglio 2015 blog di Sergio Noto
Sarà il caldo torrido, ma c’è un’aria strana in giro. Non è solo lo scirocco che arriva dalla Grecia e che riporta solo brutte notiziespesso indecifrabili, incomprensibili e inseparabili dalla propaganda. Non è il venticello calunnioso dei giornali – non solo italiani – tutti allineati e coperti a difendere a una sola voce le stesse cause, i medesimi interessi, non si sa bene rappresentativi di chi, certo non della maggioranza della popolazione. In questa prima parte d’estate la crisi economica sta avendo un effetto-restaurazione spaventoso, che dovrebbe preoccupare un po’ tutti, non solo quelli che non patiscono le torride giornate di questi giorni e non si fanno distrarre dal sudore. Non ridete, la democrazia è in grave pericolo.

 PERICLE

La propensione dei politici per la democrazia è proporzionale alla lorodistanza dal potere, se sono ai vertici è uguale a zero. Gli economisti poi non hanno mai avuto nessuna simpatia per la democrazia, un po’ come tutti gli intellettuali, perché in fondo (nemmeno troppo) l’idea che tutti contino allo stesso modo non gli va a sangue. In più, specificamente, nella teoria economica, ad esempio, non c’è spazio per la democrazia. Presso alcuni economisti (i cosiddettiteorici del libero mercato) per precisa convinzione pre-scientifica, per altri – quelli che chiameremmo economisti sociali– per una spocchia inconfessata, che in ogni caso li porta a perseguire discriminazioni non disinteressate, a seconda degli obiettivi del momento (togliere illegittimamente a un ricco o a un povero, dal punto di vista della democrazia è parimenti un controsenso). In altre parole la democrazia non è certo di famiglia (endogena) alla teoria economica, primo perché di proposito ambisce a sottrarsi a principi extra-economici, secondo perché di fatto, come alcuni hanno dimostrato efficacemente, essa è un impaccio all’efficienza economica (Robert J. Barro) soprattutto in fasi di avanzato sviluppo.

Quindi il problema non è solo che l’attuale governo italiano sta attuando una serie di misure limitative della democrazia, dalla riforma del mercato del lavoro, alle leggi elettorali, ai provvedimenti spot a favore di questo o di quello. È una tendenza generale, su più livelli. La crisi (rottura/separazione) ha reso ancora più acuto ilcontrasto antico tra gruppi organizzati e interessi generalie le difficoltà dei primi si sono tradotte in un’intensificazione delle azioni di supporto ai loro obiettivi e quindi in una riduzione dello spazio per la tutela degli interessi diffusi. Tra le banche e i risparmiatori, tra i produttori e i consumatori, tra gli eletti e gli elettori, tra creditori e debitori vediamo quotidianamente a vantaggio di chi sono state fatte le scelte.

Né la storia si limita al fatto, che, come abbiamo visto tutti in questi ultimi mesi, le istituzioni europee, gli Stati nazionali nostri vicini marciano tutti a grandi passi nella direzione di una restaurazione potente del potere delle oligarchie, economiche, politiche, culturali. La Merkel o Cameron, l’euro forte o Obama debole, laCina con i suoi impressionanti rischi e la sua potenza economica condotta come una macchina da guerra da alcuni ‘generali’, laRussia alla ricerca del perduto prestigio internazionale che fa dimenticare ai suoi cittadini la strada della democrazia: sono tutti segni di un mondo ormai tacitamente schierato contro la democrazia e contro l’interesse dei singoli cittadini, come la punta di un processo che riguarda tutto il mondo ‘sviluppato’.

Eppure noi continuiamo a essere fiduciosi che in un futuro anche prossimo, lo sviluppo, passerà attraverso, non dico la democrazia che resta un sogno, ma certamente attraverso un’estensione della partecipazione ai benefici dello sviluppo economico, un’ampliamento del numero dei commensali. Anzi – e vogliamo dirlo ai nostri manovratori – siamo convinti che è veramente miope illudersi che, per vili fini di tutela di alcuni gruppi, la ricchezza e il benessere che viene strappato alla maggior parte dei cittadini non determinerà alla fine reazioni estremamente dannose anche per quanti oggi continuano a credere come proprio vantaggio il danno altrui. Non conviene mai, nel perseguire il proprio interesse, lasciarsi troppi cadaveri alle spalle. Questo non è un vecchio principio democristiano, è una semplice legge del buonsenso. Il benessere, la ricchezza, la qualità della vita – tutti obiettivi composti da molteplici elementi non esclusivamente materiali – si godono meglio in una società che riduca e non alimenti i contrasti.

La questione non è di poco conto e le soluzioni non sono semplici, ma già la consapevolezza che una battaglia è in corso potrebbe essere il punto di partenza per un cambiamento. La libertà è partecipazione – come diceva Gaber – ma a maggior ragione lo è la democrazia. Farsi solo gli affari propri, a meno che non si sia il Ceo di Goldman Sachs, non giova come si potrebbe sperare, né nel medio, né tantomeno nel lungo periodo. Ma questa è una banalità. Bisogna ampliare le nostre prospettive, capire che la vita è una struttura complessa, che non si risolve con scelte semplicistiche causa-effetto. E soprattutto dobbiamo comprendere che è necessario tornare a batterci ogni giorno con estrema concretezza per la democrazia. Non so quando sia incominciato in Italia il percorso della democrazia, ma certamente è ora di riprenderlo con forza, senza divisioni, prima che sia troppo tardi.

p.s.

commenti sull'ovvio?

lunedì 13 luglio 2015

Grecia, Sapelli: “Germania vuole uccidere la Grecia mossa da fanatismo ideologico”

Giulio Sapelli, economista e docente di Storia economica all’università Statale di Milano. Cosa guadagna la Germania da una eventuale Grexit?
“La Germania vuole ammazzare la Grecia. Se si fosse riunito il Consiglio Ue a 28 – cosa che non si è fatta sotto la pressione diplomatica francese e americana – e si fosse arrivati al voto, la Germania e i suoi vassalli l’avrebbero espulsa. Poi è arrivata la decisione di non riunione il Consiglio europeo, ma di convocare l’Eurosummit composto dai Paesi che hanno l’euro”.
Che ha chiesto ad Atene un fondo da 50 miliardi in cui far confluire gli asset greci in cambio del terzo salvataggio.
“Si è compiuto ciò che era già scritto. Sono dei fanatici che fanno dell’austerità una religione: all’austerità può credere soltanto unprofessore della Bocconi, uno che non è un economista ma è un ragioniere. Dietro questa battuta c’è una tragedia immensa: la riduzione dell’economia alla ragioneria“.
In alternativa, è rimasta sul tavolo fino all’ultimo la possibilità di una Grexit temporanea di 5 anni.
“E’ matto, non ha un senso economico. Ha solo un senso politico, di affermazione, di dominio: i tedeschi vogliono di nuovo dominare l’Europa. Helmut Schmidt diceva :’Devi abbracciare l’Europa, non sedertici sopra‘. Loro ci si siedono sopra. La questione greca – e in questi giorni si celebra l’anniversario della strage di Srebrenica – comincia dalla Bosnia, passa dalla Macedonia, va in Grecia, poi finisce a Mosca o in Turchia. Ci sono buone ragioni per pensare che i tedeschi spalancheranno le porte alla vittoria dell’Isis”.
E’ un’affermazione forte, professore.
“Questa è la vera chiave di questa tragedia. Destabilizzando la Grecia, destabilizzano i Balcani. E in Bosnia, in Kosovo in Macedonia e in Montenegro c’è l’Isis, sono Paesi in cui è evidente e diffuso il fenomeno della radicalizzazione “.
Cosa succede oggi in Grecia senza un accordo?
“Le banche resteranno chiuse e spero che tra un po’ di tempo verranno fuori le monete complementari, di cui la Bce aveva preconizzato l’uso. I greci andranno avanti per un po’ con le monete complementari, poi torneranno alla dracma ma sarà una catastrofe perché dovranno pagare i loro debiti in euro e soprattutto le banche francesi e quelle tedesche sono piene di debito greco collateralizzato, un’arma di distruzione di massa”.
Ma perché la Germania avrebbero architettato questo piano diabolico?
“I tedeschi fanno questo non per calcolo economico, ma solo perfanatismo ideologico. Sono dei fanatici. Questa situazione riflette la disgregazione dell’ordine internazionale. Tutte le medie potenze regionali aspirano ad operare “stand alone“, da sole: i tedeschi sono convinti di poter andare avanti senza gli Stati Uniti e si alleano con i cinesi, gli inglesi anche, i russi hanno scelto da tempo la via dell’isolazionismo, i francesi sono gli unici che hanno ambizioni imperiali e ciò è dimostrato dal fatto che hanno cercato di aiutare i greci. Noi abbiamo perso una grande occasione e credo che Renzi rischi moltissimo”:
Cosa rischia Renzi?
“Questa roba delle intercettazioni è stato un avviso degli americani, che gli hanno detto ‘guarda che se non ti comporti bene, non fai come Hollande e non ti metti chiaramente con Atene, noi ti facciamo cadere’. Ma il nostro presidente non intercetta i messaggi che arrivano da oltreoceano, quindi sceglie di essere fedeleassolutismo teutonico. Questa è una disgrazia, perché l’Europa senza l’appoggio degli Stati Uniti non esiste, è un nano. Anche economico, nella stagnazione secolare che avanza. Avevo previsto questa tendenza al predominio dei tedeschi. E’ una cosa che inizia con la vittoria di Sedan, dal 1870 (battaglia decisiva della prima fase della guerra franco-prussiana, che portò alla capitolazione di Napoloeone III e alla fine della secondo Impero francese, ndr). I tedeschi adesso danno l’ultima mazzata alla Francia. Ma è anche una grande sconfitta della Merkel: se avesse aiutato Atene, non sarebbe più stata Cancelliere”.
Quindi Renzi crede ancora di potere esercitare un ruolo in Europa?
“Renzi non crede in nulla. Se lo credesse, avrebbe dovuto chiedere una conferenza internazionale con Stati Uniti e Cina sul debito greco”.
Forse lei conferisce a Renzi un peso internazionale che non ha.
“Il peso internazionale lo si acquisisce sfidando il cielo. Potrebbe cominciare a farlo: insomma, l’Italia ha 60 milioni di abitanti, è in una posizione di assoluta centralità al centro del Mediterraneo. Avrebbe le carte in regola per osare e chiedere di più. E’ solo un fatto di coraggio. Renzi questo coraggio non ce l’ha, quindi segna la fine della Grecia, del ruolo internazionale dell’Italia e forse anche del suo governo”.
Alla fine vincerà la Germania, quindi.
“Ha già vinto. Ma vincerà, perdendo: Merkel porta a casa una vittoria di Pirro perché sarà costretta a fare un blocco economico del Nord. All’inizio si darà vita a un euro a due velocità. E questo segnerà la fine dell’Europa unita”.
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fin qui l'articolo del Prof. Sapelli... devo dire che nella sua analisi mi ci ritrovo in pieno perchè, non sono un economista, l'impressione che se ne ricava dall'atteggiamento della Commissione, a guida tedesca, è esattamente questo ma mi chiedo: saranno i cittadini disposti ad accettare questi diktat o forse vi saranno costretti a farlo, magari con le armi del terrore, mediatico o meno, o con le armi, molto più sottili, dell'economia bottegaia? Perchè credo che il vero obiettivo non sia solo quello di piegare i recalcitranti paesi del mediterraneo ma di perpetrare un europa a due e magari tre velocità: ricordate quel che hanno i piemontesi agli stati del sud dell'italia appena conquistato, vero? Credo che sia, in grande, lo stesso progetto senza però alcuna alternativa valida come invece c'era allora del nascente socialismo.. solo arido mercto e solo bottegai: triste destino attende tutti noi.... ma in italia votiamo ancora per questi qui, quindi: chi è causa del suo mal pianga se stesso...

domenica 12 luglio 2015

Crisi Grecia, ecco gli altri maxi debiti dei Paesi Ue. Dietro Atene c’è Roma

di dal Fatto Quotidiano del 10 luglio 2015
La ristrutturazione del debito greco, che vale 320 miliardi di euro (quasi il 200% del Pil), è uno dei punti di maggiore attrito nelle trattative tra Atene e la troika. Una prima modifica dei termini di pagamento è avvenuta nel 2011 con un taglio del valore nominale di una parte dei titoli del 50% e una rimodulazione delle scadenze. Ora il governo greco vorrebbe ottenerne un’altra, forse più drastica. In questo quadro giovedì Olivier Blanchard, capo economista dimissionario del Fondo monetario internazionale, pur non facendo nomi ha messo tutti in guardia: “Dobbiamo essere pronti a vedere altri episodi del genere nella dinamica del debito”, ha affermato durante la presentazione delle previsioni economiche aggiornate dell’istituzione di Washington. A chi gli chiedeva se facesse riferimento a qualche Paese in particolare, il capo economista ha detto di non voler parlare di alcun caso specifico. Forse a Roma o a Lisbona a qualcuno hanno fischiato le orecchie, visto che quello italiano è il secondo debito più pesante rispetto al prodotto interno lordo, dopo quello di Atene.
E di ristrutturazione del debito si è parlato in passato, spesso sottovoce, anche per l’Italia, che insieme al Portogallo è forse il Paese dell’aera euro potenzialmente più a rischio. Nel 2011, con lo spread sopra i 500 punti e tassi di interesse sui titoli decennali oltre il 7%, un intervento sul debito è stato visto come qualcosa di più che una semplice ipotesi. Il nostro paese ha sulle spalle un fardello da oltre 2.190 miliardi di euro di debiti, per l’83% sotto forma di titoli di Stato, su cui paghiamo ogni anno tra i 70 e gli 80 miliardi di interessi.
(qui c'è un grafico interattivo che vi guardate sulla pagina web del giornale)
È tanto, è troppo? Dipende. Innanzitutto più che il valore assoluto conta il rapporto con il Prodotto interno lordo. Quello italiano vale oggi circa 1.616 miliardi di euro. Il rapporto tra debito e Pil è dunque al 132%. Come per molti paesi occidentali è cresciuto in questi anni di crisi anni della crisi. Era al 116% nel 2011, al 123% nel 2012, al 128% nel 2013. Il peggioramento è dovuto sia all’aumento del debito sia dalla discesa del Pil. L’Ocse, utilizzando criteri di calcolo più severi rispetto a quelli dei governi nazionali, stima che il debito italiano abbia ormai raggiunto il 156% del Pil. Cifra che il ministro dell’Economia Pier Carlo Padoan ha definito “fuori luogo”.
Tutto considerato c’è poco da festeggiare, ma non significa che le nostre finanze siano in rotta verso il disastro. I fattori in gioco non sono solo l’entità del debito e la crescita economica ma anche inflazione (più è alta più chi ha debiti è avvantaggiato), il livello degli interessi e il saldo tra entrate e uscite pubbliche. L’Italia è uno dei pochi paesi europei ad avere mantenuto per quasi tutti gli anni della crisi un avanzo primario, ossia le entrate hanno superato le spese prima che venissero pagati gli interessi sui debiti. Inoltre grazie alle politiche della Banca centrale europea, che hanno piallato tutti i rendimenti, paghiamo interessi storicamente molto bassi. Nel 2014 la media è stata appena del 3,7% e se si guarda le sole nuove emissioni ci si ferma addirittura all’1,3%.
L’inflazione, bassa se non inesistente, ci gioca invece contro. A conti fatti al momento non ci sono allarmi ma è chiaro che, soprattutto se la crescita dovesse rimanere asfittica, l’Italia è più vulnerabile di altri ai cambiamenti delle condizioni economiche e di mercato. È giusto tuttavia ricordare che il nostro Paese vanta un pedigree di debitore impeccabile. Insieme a Gran Bretagna e Francia è uno dei pochi Paesi europei a non aver mai dichiarato default o ristrutturato il suo debito nell’ultimo secolo. L’Austria, l’Ungheria e la Germania lo ha fatto ben due volte, la Russia e la Turchia tre, la Grecia lo aveva già fatto nel 1932. Storicamente gli episodi di default o ristrutturazione del debito sono stati molto più comuni di quanto non si possa pensare. Tra il 1975 ed oggi in Europa se ne sono contati 8. In America Latina addirittura 35, in Africa 21, in Asia altri 7.
In generale negli ultimi anni in Europa l’aumento del debito in rapporto al Pil è stata una regola con poche eccezioni. In base ai dati Eurostat la Francia ha visto il suo rapporto salire dall’85 al 95% tra il 2011 e il 2014. In Spagna dove le casse pubbliche si sono dovute sobbarcare il salvataggio del sistema bancario si è saliti in tre anni dal 69 al 97%. In Belgio si è passati dal 102 al 106%, in Olanda dal 61 al 69 %, in Portogallo da 111 a 130%. La Gran Bretagna ha portato il suo debito dall’81 a quasi il 90%. È aumentato, pur rimanendo su livelli contenuti, anche il debiti della Svezia e della Finlandia. In controtendenza invece la Germania, il cui debito è passato dal 77 al 74 percento del Pil pur avendo una dimensione in valori assoluti simile al nostro, circa 2mila miliardi di euro. Fuori dall’Europa è il Giappone a distinguersi per l’entità del suo debito, pari a circa il 200% del Pil, ossia oltre quasi 10mila miliardi di euro. Una situazione che non ha impedito al Paese di mobilitare investimenti pubblici a sostegno della crescita economica. Gli Stati Uniti hanno da poco varcato la soglia del 100% dopo che le ingenti risorse stanziate per aiutare la ripresa economica hanno portato il passivo dei conti pubblici sopra i 10mila miliardi.
In attesa di decisioni sulla Grecia, rimane una domanda cruciale: ristrutturare il debito è utile per il Paese che ne beneficia? La risposta non è così scontata come si potrebbe immaginare. Una delle (poche) certezze è che le mezze misure servono a poco. È quanto sostiene una delle massime esperte al mondo di crisi di debiti sovrani, l’economista Carmen Reinhart, che in un recente studio ha messo in luce come storicamente interventi radicali sul debito siano stati seguiti da una ripresa economica significativa. Dove per interventi radicali si intende drastici tagli al valore nominale dei titoli che incidono sulla carne viva di chi ha concesso i prestiti. Azioni più timide come allungamento dei tempi dei rimborsi o semplice riduzione degli interessi hanno effetti molto più modesti e di solito non forniscono una spinta decisiva all’economia. Sui possibili interventi sul debito si sprecano considerazioni e ragionamenti. Da un lato c’è chi mette in luce come la rinegoziazione dei termini dei rimborsi sia una macchia che rimane, complicando i rapporti con i mercati per lungo tempo. Dall’altro c’è chi fa notare come sia difficile che un paese si dedichi anima e corpo a un processo di riforme avendo la consapevolezza che i frutti dei sacrifici serviranno innanzitutto a pagare i creditori. La ristrutturazione di debiti sovrani è evento molto più comune di quanto possa sembrare.

mercoledì 10 giugno 2015

Grecia, Ue boccia le ultime proposte. Non confermato vertice Tsipras-Merkel

dal Fatto Quotidiano del 10 / 6/ 2015
Dopo le indiscrezioni di martedì ora è ufficiale: l’Unione europea ha bocciato le ultime proposte del governo greco presentate per ottenere entro fine giugno lo sblocco dell’ultima tranche di aiuti finanziari da 7,2 miliardi. A farlo sapere è stato il portavoce della Commissione, che ha riferito come il commissario agli Affari economici, Pierre Moscovici, abbia “informato il governo greco che le ultime proposte non riflettono i progressi fatti nei colloqui fra il presidente Juncker e il premier Tsipras”. “La palla è ora chiaramente nel campo del governo greco, che deve dare seguito a quanto emerso nelle discussioni”, ha detto il portavoce Margaritis Schinas in merito al documento di tre pagine sui target fiscali inviato da Atene a Bruxelles. L’esecutivo di Alexis Tsipras non ha commentato, anzi fonti dell’esecutivo ellenico, secondo il quotidiano Kathimerini, hanno sostenuto di non aver mai ricevuto risposta da Moscovici.

Nel frattempo non è nemmeno confermato il faccia a faccia tra Tsipras, la cancelliera tedesca Angela Merkel e il presidente francese Francois Hollande, che stando a quanto annunciato dallo stesso esecutivo greco avrebbe dovuto svolgersi mercoledì a margine del vertice tra Ue e comunità degli Stati latinoamericani e dei Caraibi (Celac). Sia lo Spiegel on line sia l’agenzia Reuters riportano anzi che il meeting non è in programma, anche se la portavoce della cancelliera ha detto che se il leader di Syriza “lo desidera” un incontro è possibile. E, secondo Bloomberg, Merkel sarebbe pronta a un accordo se il governo greco si impegnasse a portare avanti “almeno una” delle principali riforme economiche chieste dai creditori.
Mentre il negoziato con l’Europa rimane in stallo, Atene torna giocoforza a rivolgere lo sguardo verso la Russia. Il ministro per la Produzione e l’energia Panayiotis Lafazanis, secondo quanto riporta il quotidiano Kathimerini, ha infatti anticipato che in occasione nell’incontro fra Tsipras e il presidente russo Vladimir Putin in agenda per il 18 e il 20 giugno il Paese potrebbe firmare l’atteso protocollo d’intesa per il passaggio sul suo suolo del gasdotto Turkish stream. Un progetto che potrebbe fruttare, in termini di anticipi sugli utili, dai 3 ai 5 miliardi di euro. Ossigeno a questo punto indispensabile per le casse vuote di Atene, che a fine mese deve versare 1,6 miliardi di euro al Fondo monetario internazionale e tra luglio e agosto fronteggiare scadenze per 6,7 miliardi nei confronti della Banca centrale europea. Se non sarà in grado di saldare, il governo non potrà fare altro che ammettere il default.
Intanto il Paese fa i conti con le conseguenze concrete e dolorose della mancanza di risorse. I vigili del fuoco, per esempio, non hanno i soldi per spegnere un incendio in corso da sabato subito fuori dalla capitale. Mercoledì poi in tutta la Grecia c’è stato uno sciopero delle farmacie contro il piano di liberalizzazioni del governo, che porterebbe sugli scaffali dei supermercati le medicine da banco. Il progetto è stato inserito nel documento di tre pagine inviato al Bruxelles group nella speranza di arrivare a un’intesa.
p.s. (mio)
questo è il ringraziamento per aver aperto la porta agli squali ..... della tecnocrazia europea e finanziaria. Altro ci voleva: una Grexit seria e addio all'euro. Brics tanto per cominciare... a quel punto gli americani stessi, che stanno puntado a creare un "cordone sanitario" di missili, atomici e non, attorno al blocco Russia-Cina avrebbero fatto pressioneper smettere di affamare la Grecia vista la sua centralità in uno dei grandi scacchieri di crisi del vecchio.. a meno di un colpo di stato, cosa di cui sono capacissimi, se in Grecia ci fosse un governo almeno decente, avrebbero capito da un pezzo che stavano dando all'orso russo la possibilità di mettere un bel presidio al centro dello scacchiere e invece..... stanno lì a cincischiare e a farsi rosolare a fuoco lentissimo.
A proposito: mi sapete dire una differenza che sia UNA fra la "democrazia" russa e quella costruenda europea?
  1. Entrambe sono elettive ma i rispettivi cittadini non contano un bel nulla;
  2. entrambe hanno autocrati al potere, la Russia in maniera visibile la UE, no .. ci sono fantaccini i cui fili vengono tirati dai burocrati e dai lobbysti che girano per le istituzioni: se notate i curriculum dei vari papaveri non ce n'è uno che non abbia agganci nel mondo della finanza;
  3. entrambe hanno alleanze sfere d'influenza in giro per il pianeta.
Mentra ce lo aspettiamo dall'autocrazia russa, dall'Europa, vista la demagogia che gira attorno a essa, ve lo sareste aspettati?

mercoledì 18 febbraio 2015

Grecia, gli errori della troika. “Assunzioni sbagliate e impatto su pil sottovalutato”

Fonte: F.Q. del 16/2/2015
Previsioni troppo ottimistiche su crescita e tasso di disoccupazione. Sottovalutazione dell’impatto dell’austerity sul Pil e sui conti pubblici. Sopravvalutazione dell’efficienza della macchina governativa di Atene. E un programma intrinsecamente “fragile“, viziato dal fatto che resistenze e veti politici non permisero di includere tra le misure previste una ristrutturazione del debito. Sono gli errori compiuti in Grecia dalla troika, l’ormai famigerato trio costituito dai rappresentanti di Bce, Commissione europea e Fondo monetario internazionale. Diventato simbolo dell’austerità cieca e bersaglio da Atene a Roma a Lisbona, di manifestazioni e cortei di protesta dei cittadini che ne hanno pagato le conseguenze. A evidenziare tutti gli sbagli commessi sono rapporti e relazioni firmati dagli stessi creditori che tra 2010 e 2013 hanno concesso al Paese 240 miliardi di euro, pari al 130% del suo Pil. Il più grande pacchetto di assistenza finanziaria della storia, sfociato però in un disastro sociale e, dopo l’insediamento del nuovo governo di Alexis Tsipras, in un’impasse politica ed economica che rende l’uscita del Paese dall’Eurozona un’ipotesi concreta.
Il primo mea culpa del Fondo monetario è arrivato già nel 2013, quando un working paper firmato dal capo economista Olivier Blanchard ha messo in luce che i cosiddetti “moltiplicatori fiscali“, cioè il rapporto tra la politica fiscale e l’andamento del Pil, erano stati sottostimati di almeno un terzo. In pratica l’istituzione di Washington ha agito supponendo che il rigore di bilancio imposto alla Grecia nell’ambito del memorandum avrebbe provocato, per ogni euro di aumento delle tasse e riduzione della spesa, un calo del prodotto di 0,5 euro. Ma i fatti hanno dimostrato che il valore reale, in un’economia già in recessione, è di almeno 1,5. Il che spiega – magra consolazione – perché la ricchezza prodotta dal Paese è crollata dal 2010 del 25% contro il 3% messo in conto dalla troika. Con l’effetto collaterale che la disoccupazione è salita oltre il 25%, mentre, secondo i funzionari europei e del Fondo, il tasso avrebbe dovuto limitarsi a salire al 13 per cento.
Di conseguenza, la spirale dell’indebitamento anziché recedere si è aggravata. Portando il debito, che stando alle ottimistiche aspettative della troika non avrebbe mai superato il 154% del Pil, al 175 per cento. Nonostante l”haircut“, cioè il taglio del valore nominale debito nelle mani dei privati, resosi alla fine inevitabile del 2012. Una strada che, come messo nero su bianco dallo stesso Fondo nel country report sulla Grecia diffuso a giugno 2013, avrebbe dovuto essere intrapresa due anni prima per “ridurre il peso dell’aggiustamento” e rendere “meno drammatica” la contrazione del prodotto. Invece, per evitare scontri politici negli Stati (Germania in primis) che devono ottenere il via libera del Parlamento prima di concedere aiuti finanziari, l’opzione fu bocciata. Con il risultato, si legge nel rapporto, di “fornire ai creditori privati una finestra per ridurre le proprie esposizioni e spostare il debito nelle mani dei creditori ufficiali”.
Ma c’è di peggio: come emerge dal resoconto del meeting del consiglio direttivo del Fondo monetario del 9 maggio 2010, reso noto dal Wall Street Journal, molte di queste perplessità furono espresse fin dall’inizio dai membri sudamericani del board. Per esempio l’argentino Pablo Andrés Pereira previde che la Grecia “sarebbe stata peggio dopo aver implementato il programma” e “la strategia avrebbe avuto un impatto solo marginale sui suoi problemi di solvibilità”. Mentre il brasiliano Paulo Nogueira Batista sottolineò che quello in discussione non era “un salvataggio della Grecia ma dei debitori privati del Paese”. E in effetti è stato proprio così: come Tsipras, alle prese con un debito che ha raggiunto quota 315 miliardi, ha sottolineato più volte, di fatto solo una minima parte dei prestiti ricevuti da Atene sono finiti all’economia reale. Venti miliardi, per la precisione, contro i 48,2 andati a ricapitalizzare le banche e i 149 (tra capitale e interessi) serviti per pagare i creditori. L'”haircut”, realizzato riacquistando i titoli a un prezzo di circa un terzo rispetto al valore nominale ed emettendo nuovi bond a scadenza più lunga, è poi costato circa 45 miliardi.

Una “confessione” ancora più esplicita è contenuta poi nello studio The Troika and financial assistance in the euro area: successes and failure, commissionato l’anno scorso dal comitato per gli Affari economici e monetari del Parlamento europeo. Ottantotto pagine che esaminano nel dettaglio gli esiti dei programmi messi in atto in Grecia, Irlanda, Portogallo e Cipro giungendo alla conclusione che “a questo stadio non si può ritenere” che quello disegnato per Atene “abbia avuto successo” visto che “la competitività è ben lungi dall’essere stata ripristinata”, “l’accesso ai mercati finanziari molto probabilmente non sarà recuperato nel vicino futuro”, “le riforme strutturali stanno procedendo a un ritmo lento” e “le assunzioni del programma della troika si sono ampiamente rivelate errate“.
Non è un caso, quindi, se mentre Tsipras e il ministro delle Finanze Yanis Varoufakis si giocano tutto a Bruxelles la troika sembra arrivata al capolinea. Il presidente dell’esecutivo Ue Jean Claude Juncker si è più volte detto favorevole alla sua abolizione e la Bce di Mario Draghi dovrà per forza chiamarsene fuori perché glielo impone la sentenza della Corte di giustizia europea sul programma di acquisto di bond governativi, in base alla quale l’Eurotower deve astenersi dal partecipare al monitoraggio dei programmi di assistenza. Il Fondo, dal canto suo, preferisce sfilarsi e fare da sé, recuperando una visuale “globale” e non limitata al continente europeo. Il fatto che, nelle trattative ora in corso sul programma di aiuti, si sia deciso di usare un più neutro “istituzioni” al posto dell’odiata parola a sei lettere, non dipende solo dal niet di Varoufakis, che con la troika si rifiuta di trattare. Ma dimostra che gli uomini in abito scuro saranno anche un capro espiatorio, ma hanno fatto troppi errori per poter restare in campo.
p.s.
LIBERTA'
ci danno gabbie con la chiave,
ognuno se ne può andare ognuno può rimanere.
Pochi escono, pochi lo sanno

preso da "Di spirito e d'amore" (Canto delle foglie di Dino Campana, trovato su questo blog: ocelum-rama)

domenica 8 febbraio 2015

Grecia e Germania: nervi scoperti e memoria corta

di dal Fatto Quotidiano del 5 febbraio 2015
A Yanis Varoufakis piace la storia. Ormai pare scontato, considerato che il ministro delle Finanze greco continua da giorni a fare riferimento ad eventi del Novecento per provare a far capire meglio quale sia la situazione della Grecia e cosa si dovrebbe fare per trovare una soluzione comune, veloce e indolore (per loro). Purtroppo, dall’altra parte, ha degli interlocutori che non dimostrano di essere esattamente sulla stessa lunghezza d’onda, e di credito, del responsabile economico del nuovo governo Tsipras: tra il presidente della Bundesbank e il ministro delle Finanze tedesco, i “no” alle ipotesi di rinegoziazione del debito e degli accordi e scadenze che legano la Grecia alla troika si sono fatti sentire con puntualità mitteleuropea. Weidmann e Schäuble non fanno sconti, e c’era da aspettarselo.
Nonostante il tempo incalzi, le dichiarazioni e le conferenze stampa che seguono il tour di Varoufakis e Tsipras in giro per l’Europa per capire nell’immediato quali siano gli amici e quali i nemici lasciano il dibattito, almeno per il momento, sul piano delle schermaglie verbali. Varoufakis, tuttavia, proprio oggi pare aver messo a segno un colpo da 100 punti: il ministro ha dichiarato, infatti, che “la Germania sa bene che cosa può succedere quando si scoraggia troppo a lungo una nazione orgogliosa e la si espone a trattative e preoccupazioni di una crisi del debito deflattiva, senza luce alla fine del tunnel: questa nazione prima o poi fermenta”. Il riferimento a Weimar e all’ascesa del nazionalsocialismo è chiaro, e sia a Francoforte che a Berlino siamo abbastanza sicuri che sia stato capito e recepito.
Le circostanze storiche (non guardiamo solo all’economia) erano profondamente diverse, ed è abbastanza improbabile che ad Atene accada qualcosa del genere. Non è di poca importanza però, paradossalmente, il fatto che la situazione attuale abbia invertito i ruoli che Grecia e Germania hanno avuto nel secolo scorso quando (già) si parlava di debiti, saldi e restituzioni. I due Paesi si sono scontrati in due occasioni su questi temi: nel 1953, quando il London Debt Agreement (“accordo sul debito di Londra”, ndr) riformulò le condizioni di rimborso dei debiti accumulati dalla Germania dal 1919 al 1945 – perlopiù verso le potenze occidentali vincitrici – regalando ai tedeschi uno sconto approssimativamente del 50% sul totale da restituire; nel 1990, quando il rimanente debito tedesco, invece di essere saldato definitivamente come previsto dagli accordi di Londra, praticamente si dissolse nel nulla per favorire la ricostruzione di uno Stato unificato da soli pochi mesi. La Germania, nonostante ciò, dal 1991 pagò a rate obbligazioni per un valore di 239,4 milioni di marchi tedeschi, le uniche rimaste in piedi secondo i termini del trattato di Londra, e cominciò a stipulare accordi bilaterali nei confronti di alcuni Paesi – in particolare nei confronti di quelli che avevano fatto parte del blocco sovietico e che, di conseguenza, erano stati ignorati dagli accordi del 1953 – a titolo di rimborso e compensazione. La Grecia, in entrambi i casi, si oppose agli sconti ai tedeschi, pur rimanendo inascoltata dagli alleati in nome del perseguimento di un bene superiore: la riabilitazione della Germania e il suo protagonismo nella realizzazione del progetto europeo.
Sebbene, da un lato, la Grecia possa apparire al centro di uno dei più classici contrappassi danteschi, allo stesso tempo va detto che i tedeschi non sembrano avere una memoria particolarmente lunga e allenata. Il problema del debito greco e la sua soluzione fanno parte di quella che è stata la storia della Germania stessa. Possibile che a nessuno, dalle parti di Berlino, venga in mente di dare un’occhiata alle proprie spalle e cercare di arrivare a una soluzione più morbida e condivisa, invece che continuare a “essere d’accordo sull’essere in disaccordo” (cit. Schäuble oggi, durante la conferenza stampa con Varoufakis) con gli ellenici? Anche in questo caso ci sarebbe un risultato più grande all’orizzonte: la permanenza della Grecia nell’eurozona, e ancor di più nell’Unione, non è certamente cosa da poco.
p.s.
se l'articolista ha ragione, e credo che sia nel giusto, il futuro della UE liberista (non del sogno europeo) è nelle mani non di chi deve restituire soldi ma dei suoi creditori.... temo, però, che finchè non vedranno aumentare l'onda della protesta agli altri paesi europei che si trovano nelle stesse condizioni de greci o, per dirla meglio, finchè in Spagna non vincerà Podemos e in Francia Lepen a Berlino continueranno a fare orecchie da mercante e a tenere l'attenzione fissa sui conti e sui profitti: una cosa da ragioniere non certo da prima economia del vecchio mondo..... d'altronde da bravi liberisti quali sono non possono fare altrimenti visto che la situazione li favorisce ancora.

martedì 27 gennaio 2015

Tsipras, le conseguenze della vittoria su debito pubblico e fiscal compact

Fonte: Il Fatto Quotidiano del 27/01/2015 a firma lavoce.info)
Chi ha ‘votato’ per Syriza. E chi no
Certo, grazie all’euro, il mondo è diventato un posto ben singolare. Un partito di sinistra estrema prende il potere in Grecia, e di fatto la sua vittoria viene salutata positivamente da vari ambienti finanziari e accademici “main stream”, oltre che da governi e partiti politici europei che più lontani di così sul piano ideologico da Alexis Tsipras non potrebbero essere. Perfino il Financial Times – un giornale non esattamente noto per le sue posizioni filo-marxiste – ha di fatto caldeggiato la vittoria di Syriza, così come un serissimo economista dell’università di Oxford, per non dire di Thomas Piketty che ha affermato: “Syriza vuole costruire un’Europa democratica, che è proprio quello di cui tutti abbiamo bisogno”.
Specularmente, alla faccia del riserbo e della correttezza istituzionale che dovrebbe caratterizzarne l’azione, il primo a esprimersi ufficialmente in merito ai risultati dell’elezioni greche non è stato un politico, ma il governatore della Bundesbank, Jens Weidmann, ovviamente solo per dire che le elezioni greche non cambiano nulla e che pacta sunt servandada qualsiasi governo. Un altro elemento paradossale è che tutto ciò c’entra relativamente poco con la Grecia e anche con la questione della fondatezza o meno della richiesta di Syriza di ristrutturare il debito. Su questo punto, e sul come eventualmente realizzarlo sotto il profilo tecnico, le opinioni divergono ancora.
La spiegazione è un’altra. La verità è che a parte un gruppo di inossidabili (ma assai influenti in patria) economisti ordo-liberali tedeschi, la stragrande maggioranza degli accademici e degli ambienti economici internazionali, compresi i principali governi dei paesi occidentali non appartenenti all’euro, si sono oramai convinti che così com’è l’Unione monetaria europea non va da nessuna parte, salvo che verso l’abisso. La filosofia dell’austerity si è tradotta in politiche fiscali pro-cicliche (cioè eccessivamente restrittive) in un momento in cui ci sarebbe bisogno di tutt’altro, come non si stanca di ripetere Mario Draghi. È un’Unione monetaria sempre sull’orlo della deflazione e della recessione, che in due anni (2013-2014) ha buttato via circa il 10 per cento del suo Pil aggregato e lasciato a casa molti milioni di lavoratori in più di quanti “necessari” a mantenere il tasso di inflazione al 2 per cento (oggi siamo allo 0,3 per cento). Oltretutto, un’Unione monetaria sempre a rischio di dissolversi al suo interno, con impatti devastanti sul resto del mondo, non conviene a nessuno. La piccola Grecia, con tutti i suoi problemi e anche le sue responsabilità, è diventata dunque il simbolo di una modifica possibile nella conduzione della politica economica europea.
Le difficoltà di un compromesso possibile
Ma proprio questo è il problema. Ci sono ovvie ragioni economiche e di buon senso per trovare un accordo tra le richieste del nuovo governo greco, la Troika – cioè la Commissione europea, la Bce e il Fondo monetario – e il resto dei paesi europei. Del resto, da quello che si capisce dal programma di Syriza, le sue proposte non sono poi molto dissimili da quelle che erano già state considerate da funzionari dell’area euro nel 2012 e che sono più volte riemerse nella discussione successiva, cioè la cancellazione di parte del debito e un allungamento delle scadenze per il residuo (una sorta di piano Brady). Non sappiamo quanto sia chiaro a qualche plaudente o preoccupato politico di casa nostra, ma Tsipras non pretende (o almeno non pretende più e non pretende ora) un default totale della Grecia sul debito con soggetti esteri, quindi tutto a carico degli altri paesi europei. Default che sarebbe invece l’ovvia conseguenza di una eventuale (ma non desiderata da Syriza) uscita o “espulsione” della Grecia dall’euro (ammesso e non concesso che una espulsione sia possibile).
Di fatto, nessuno capisce davvero come la Grecia, anche con interessi artificialmente bassi e scadenze allungate, potrà mai restituire un debito che viaggia attorno al 180 per cento del Pil.
Ma il punto è che tutti sanno che non si sta discutendo affatto della Grecia, e che un allentamento dei programmi di risanamento per questo paese si porterebbe inevitabilmente dietro una revisione delle politiche per tutta l’area, rimettendo in discussione i capisaldi del fiscal compact europeo e di conseguenza rilanciando l’idea di una politica espansiva, coordinata a livello europeo, che vada oltre il fumoso piano Juncker e i piccoli passi in merito alla flessibilità introdotti dalla Commissione europea.
Sul piano politico, questa revisione toglierebbe il fiato ai vari movimenti anti-euro nei paesi del Sud d’Europa, ma ne amplificherebbe i toni nel Nord e soprattutto in Germania, una cosa che non è chiaro se Angela Merkel può permettersi, dopo aver già dovuto ingoiare il Quantitative easing della Bce e dovendo fronteggiare i possibili veti della Corte costituzionale tedesca. Dunque, la partita è aperta e non è affatto detto che un compromesso, per quanto ragionevole sarebbe sperarlo, alla fine si trovi.
Resta il rammarico che tutto questa complessa battaglia politica ed economica avvenga sulle spalle di un paese che ha già pagato duramente per il sostegno dell’ortodossia economica europea.

p.s.
due importanti voci del mondo economico, quello serio, e delle università che non aprono bocca solo per dargli aria ma sanno vedere oltre le luci, i fumi, i nani e le ballerine.... non si può NON ascoltarli.

martedì 9 dicembre 2014

La ricaduta della Grecia ‘incaprettata’ dal memorandum

Fonte: il Fatto Quotidiano del 9/12/2014 a firma di Francesco De Palo
Dopo due anni di memorandum, riforme, tasse e scorciatoie per i più furbi (casta compresa), il “gioco dell’oca della Grecia” fa tornare tutti al punto di partenza: Berlino compresa. Non è bastato prendere in mano una calcolatrice e stendere, numericamente, l’elenco di chi deve dare e di chi deve avere in questa partita doppia. Una strategia, quella applicata alla Grecia nel 2011 (ma che molti avrebbero voluto estendere in questo triennio anche agli altri Piigs), che oggi si scontra con la realtà dei fatti.
Alzare la mano e criticare la direttrice di marcia imboccata dai creditori internazionali non significa automaticamente essere antimerkeliani o fautori dello spreco. Anzi.
I fatti di oggi, con le Borse europee in panico per il rischio elezioni anticipate in Grecia, dimostrano che la medicina somministrata ad Atene non ha curato il malato che, al netto di un ritorno sui mercati che ha giovato solo alle agenzie di rating e a qualche speculatore, è ben lontano dall’essere sanato.
La troika in Grecia ha deciso di aumentare improvvisamente la pressione fiscale, tagliare i diritti di tutti, distruggere la sanità, dimenticarsi della Lista Lagarde, lasciare che le autorizzazioni a procedere per i parlamentari corrotti ammuffissero nei cassetti della Camera, accettare che lo Stato il giorno prima delle urne del giugno 2012 spendesse altri milioni di euro per l’acquisto di carri armati Leopard, non riformare la giustizia che persegue oggi imprenditori finiti sul lastrico per la crisi (sono i nuovi poveri nel Paese) mentre lascia liberi quei banchieri che hanno truffato i correntisti e i prefetti che sul conto si sono ritovati decine di milioni di euro.
E soprattutto lasciando che in carcere finisse solo uno: l’ex braccio destro di Andreas Papandreou, Akis Tsogatsopulos, regista di trent’anni di ordini milionari di sommergibili e armamenti vari, la cui ombra inquieta ancora oggi moltissimi politici del Paese che ne temono le rivelazioni.
Avrebbe, invece, dovuto sanare gli sprechi, chiamare a contribuire tutti in modo proporzionato alla propria forza economica, non impoverire ulteriormente i poveri, non svendere la Grecia a multinazionali e ricconi che hanno fatto affari d’oro, chiedere conto a Berlino dello scandalo Siemens per gli appalti alle Olimpiadi del 2004, incastrare i grandi evasori ellenici anziché far arrestare il giornalista che ne dava conto, stimolare la politica che ha prodotto l’attuale buco a coprirlo (almeno parzialmente) con investimenti a lungo e medio termine, sfruttare gli idrocarburi così come sta facendo Cipro in tandem con Israele.
Qual è il risultato oggi? Che il governo conservatori-socialisti anticipa il voto per il presidente della Repubblica senza avere un accordo di massima interpartitico, con il rischio di elezioni anticipate. Ma soprattutto, al di là delle schermaglie politiche che fanno gola a talk show e retroscenisti, semplicemente ad Atene anche chi ha spalancato le porte del Partenone alla troika, ha compreso (solo oggi?) che tutto è stato un grande bluff.
E che forse sarebbe valsa la pena ascoltare l’allora premio nobel per l’economia Christopher Pissarides, che nel 2011 fu l’unico ed il solo a chiedere di ragionare su un default controllato della Grecia. Aniché imporre un memorandum che ha sempre più il sapore di un incaprettamento.
p.s.
L'eurozona così com'è comincia a stare stretta ai manovratori del potere, quello vero, che gestisce il sistema: ricordo che qui non si parla di complotti ma di affari, per quanto criminali siano; per essere più chiari di una montagna di soldi che girano per il pianeta alla continua ricerda di investimenti a basso rischio in aree con poche regole, anzi meglio nessuna..... regola. La politica vi si presta perchè ben sa che senza questi soldi reggerebbe al massimo un mese e poi tutto cadrebbe miseramente. L'eurozona, dicevo, così com'è non va. Non va perchè le troppe resistenze popolari impediscono la libertà di investimento dei soldi e i relativi profitti: come fre per ridurle a un misero rumore di fondo? Fai fallire un paese per terrorizzarne altri cento....... la Grecia è lo spauracchio per gli altri e se va in porto tutto filerà liscio: il mercato vincerà e tutto andrà in discesa, compreso il TTIP. In caso contrario bisogna fare opera di convinzione, anche facendo saltare l'area dell'euro: quella che noi conosciamo come "zona euro" la cui espressione politica è la Unione Europea ossia un coacervo di stati che hanno poco o nulla in comune e che mal stanno insieme..... se non il comune interesse delle élite di tenere salde le redini sol perchè hanno scoperto che solo superando le loro tradizionali differenze possono sperare di fermare il vero processo unificativo, quello dei cittadini che si aspirano a superare le proprie storiche divisioni ma non certo delegando a una oligarchia finanziarizzata le decisioni! Come fermare la nascita di una, vera, unione europea? Semplicemente rendendo odiosa la democrazia da un lato e approfondendo le divisioni fra i vari paesi dell'Unione, come? Mettendone alcuni sotto tutela e spingendone altri a fare da controllori dei primi.. con la fattiva collaborazione dei media, dei ceti imprenditoriali ecc. il laboratorio chiamato "europa" ha offerto grandi opportunità ai capitali di rischio: emntre la gente è troppo presa con il prendersela con i politici "nazionali" i manovratori hanno tutto il tempo per attuare il più classico "prendi i soldi e scappa" proprio ai danni dei succitati cittadini..... che dovranno pagare il conto in termini di povertà, decrescita, abbandono del welfare e quant'altro. Non è un caso che, in questi anni, sono sorti e si sono sviluppati oltre i loro normali confini movimenti, partiti, ecc. di stampo nazionalista o autonomisti: li definiscono "glocal" ossia espressione socio-politica di quella repulsione dei cittadini nei confronti della globalizzazione liberista........ e non è un caso che siffatti movimenti stiano crescendo in numero e peso perchè altro non rimane da fare ai cittadini nei confronti di questo sistema visto come lontano e astratto; il problema è che il lato oscuro di questa contro-globalizzazione rischia, se non gestita democraticamente, di essere congeniale al target contro cui si scaglia perchè non riesce a comprendere che il potere che combatte, oltre che essere multiforme, è estremamente adattabile alla bisogna ossia impara dai propri errori e sa adattarsi e assorbire come un muro di gomma l'impatto di tali movimenti...... basta guardarsi intorno per comprenderlo e prendere le contromisure adatte: in primis non seguire il primo che alza il dito ma nemmeno accettare con rassegnazione tutto quello che viene propinato perchè solo se si capisce che quelle ora applicate sono solo "una delle prescrizioni per curare una malattia" e che ce ne sono altre, molte altre per uscirne.... basta aprire gli occhi!

venerdì 21 novembre 2014

il futuro del renzismo....

Fonte: il Fatto Quotidiano di Francesco De Palo | 20 novembre 2014
titolo dell'articolo:
"Grecia, la troika chiede altri tagli ma i ricchi diventano sempre più ricchi"
La troika non molla e chiede altre 19 riforme alla Grecia per proseguire nel programma legato al memorandum che ha impedito nel 2012 il default, ma che lega il Paese mani e piedi a Berlino fino al 2050. Lo scontro al centro dell’Egeo tra Atene e il triumvirato composto da Ue, Bce e Fmi si riaccende con all’orizzonte il rischio che il piano di salvataggio greco possa essere rimesso in discussione.
Diciannove interventi è ciò che la troika chiede ad Atene dopo due anni di lacrime e sangue. Ma dopo tagli a stipendi, pensioni, e indennità oggi chiede di eliminare categorie protette, welfare e ciò che resta di diritti minimi. La storia di un memorandum che, come si sospettava, non avrà mai fine. I funzionari della troika chiedono di azzerare il buco scoperto da 2,6 miliardi di euro previsto nel bilancio del 2015 anche relativo alle mancate entrate fiscali, con altre tasse.
Intendono inoltre portare a 65 anni l’età pensionabile, continuare sui licenziamenti nel settore pubblico e privato, cassare le esenzioni previste per alcune fasce protette che consentono di andare in pensione in anticipo: pena l’interruzione dei fondi concordati. Infine propone una netta accelerazione per due misure limite: abbattere tempi e burocrazia per il pignoramento della prima casa da parte degli istituti bancari in caso di proprietario moroso nel pagamento del mutuo; e un ulteriore aumento dell’Iva dopo le veementi proteste dei cittadini per i prezzi del gasolio per riscaldamento schizzato alle stelle.
Francamente troppo anche per chi, il governo conservatore-socialista di Antonis Samaras, ha sempre difeso la tagliola europea per risanare il bilancio. Ma che oggi, forse per la prima volta da un biennio, si rende conto di come tutto sia diventato improvvisamente insostenibile per un’intera popolazione che anche quest’anno, al netto di rientri sui mercati e ripresa giubilata dalle agenzie di rating, presenta ancora numeri agghiaccianti: come quel 27% di disoccupati, che arriva al 60% tra i giovani e i suicidi da crisi scomparsi dalle cronache ma che non cessano.
La replica di Bruxelles ai tentennamenti di Atene è durissima. C’è ancora tempo per completare la valutazione e chiudere il programma in corso prima dell’Eurogruppo del 8 dicembre. Ma se, tuttavia, entro la fine della prossima settimana non ci sarà un accordo, anche parziale, con la troika, si aprirà un problema enorme, per usare un eufemismo. Che secondo fonti ateniesi potrebbe pregiudicare anche lo stesso memorandum. Il paradosso però, in questa storia, è che se da un lato i numeri dei poveri e dei disoccupati sono schizzati alle stelle, oggi si scopre che anche quelli relativi ai super ricchi non sono da meno. Secondo il rapporto Wealth-X, i ricchi greci di ieri non solo non hanno pagato tutte le tasse dovute (l’evasione è ancora altissima ad esempio per gli armatori) ma sono diventati ancora più ricchi. In particolare, il numero dei milionari nel Paese è aumentato fino a 565 unità (relativo ai conti correnti gold) con un patrimonio complessivo di 70 miliardi di dollari: che fa segnare un più 16,7% rispetto al 2013. Con buona pace di chi ha messo un balzello perfino sulle auto a metano e di quanti, al governo di Atene, hanno impegnato i fondi pensione.
p.s.
"...Ma per far inghiottire simili riforme idiote e antipopolari alla cittadinanza, la devi spaventare come si fa con i bambini. Altrimenti gli italiani, se non fossero stati dei bambinoni deficienti, non avrebbero accolto con le fanfare i tre commissari dissimulati che abbiamo inviato loro in successione: il fratello Mario Monti, il parafratello Enrico Letta, l’aspirante fratello Matteo Renzi" tratto dal libro di Gioele Magaldi "Massoneria" edizioni chiarelettere; più chiaro di così perchè, sapete, con il renzismo il futuro è sempre più "greco"!!!!!

venerdì 7 febbraio 2014

“Grecia, il più grande successo dell’euro”, il documentario sul flop della moneta Ue

di Francesco De Palo | 5 febbraio 2014
Un documentario, a metà strada tra l’euroscetticismo e il crowdfounding, nato da un gruppo che si è formato sul blog dell’economista Alberto Bagnai. Il prossimo 7 febbraio partirà il viaggio di cinque persone dall’Italia in Grecia per auto-raccontare la crisi sulla scorta del Titolo “la Grecia, il più grande successo dell’euro”. Sostenendo la tesi che l’esperimento ellenico, che impone misure di sola austerità non risolutive e antidemocratiche, è in qualche misura riuscito. Ma al contrario.
Il progetto, completamente autofinanziato attraverso il servizio offerto da Kapipal (piattaforma di crowdfounding per finanziare progetti tramite la raccolta di denaro online), intende mostrare quello che il senatore Mario Monti ha definito come “Il grande successo dell’euro”. Immagini, testimonianze, racconti e percezioni sul campo per dare fiato al Paese che per primo ha subito la dittatura della Troika, che si è visto imporre tagli lacrime e sangue con l’annuncio di un obiettivo che in molti sostengono non sarà mai raggiunto. Il gruppo di promotori si è “conosciuto” in rete grazie a un post sul blog di Bagnai (professore di politica economica presso l’Università Gabriele d’Annunzio di Chieti-Pescara e autore del pamphlet “Il tramonto dell’euro”), che a sua volta li ha messi in contatto con l’antropologo greco Panaghiotis Grigoriou, che dalla Francia cura il blog Greek Crisis e che il prossimo 16 aprile sarà a Roma proprio per incontrare pubblicamente il gruppo e per partecipare ad un simposio sull’eurocrisi.
Da quel momento coloro che si limitavano a commentare fatti e notizie, sulla scorta dell’eurocrisi e dei rimedi individuati dalla Troika, hanno immaginato di fare un passo avanti trasformandosi in cronisti. Non solo blogger o studenti, ma pian piano il gruppo si è andando espandendo coinvolgendo cittadini di svariate fasce sociali, da docenti universitari a pensionati e casalinghe, c’è anche un commerciante di San Gimignano e un operatore televisivo di un’emittente genovese, con il comun denominatore di una forte preoccupazione per la crisi che li ha condotti a riconoscersi nella spiegazione adottata proprio da Bagnai: questo euro non funziona. E dopo le prime iniziative sul territorio, come l’evento dello scorso anno a Pescara nato in rete per presentare il blog di Bagnai, ecco l’idea del documentario in Grecia, al fin di realizzare un video che liberi le coscienze degli italiani ingabbiati “in 30 anni di disinformazione”, con Simone Curini a fare da capogruppo.
Tre i momenti del documentario, incentrato sul racconto del “Sogno europeo”, in seguito l’evoluzione della crisi con la svalutazione interna e infine la realtà greca con i tagli alla spesa pubblica e con l’effettivo smantellamento dello stato sociale. Senza dimenticare i tratti comuni tra Grecia e Italia che, seppur con le dovute proporzioni, esistono, come più volte sottolineato in riferimento al carrello della spesa, al movimento dei Forconi o al taglio di spese mediche e acquisti di auto e generi non di prima necessità.
“Nella mia produzione scientifica – riflette il prof. Bagnai raggiunto al telefono in Francia – ho scritto due anni fa un articolo per una rivista inglese per chiarire come ci fossero molti tratti comuni nelle traiettorie che i Paesi europei stanno seguendo, in particolare quello che era sfuggito a molti: ovvero che anche la Francia si trova sulla medesima traiettoria. Infatti la grande sorpresa di Hollande che diventa liberista o che cade nel gradimento dei propri elettori, era stata ampiamente prevista sul mio blog”. E mette l’accento sul fatto che “l’euro va bene solo per chi se lo può permettere, come per altri versi il cosmopolitismo o le barche a vela”, in Europa “solo la Germania, tutti gli altri vanno in deficit e prima o poi salteranno per aria”.
twitter@FDepalo

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