Fonte: Il Fatto Quotidiano Zonaeuro - 13 Settembre 2019 PierGiorgio Gawronski
Nel novembre del 1991 presentai al Capo dell’Ufficio studi dove lavoravo la previsione, nel 1992, di: (a) una svalutazione della lira del 25%, “forse in Novembre”; (b)
il previo aumento dei tassi d’interesse (in difesa del cambio).
Consigliai di alleggerire il portafoglio titoli, per ricomprarli più
bassi nella tempesta, atteggiandoci pure a difensori della Patria.
Il 2 giugno 1992
il NO dei danesi all’euro scatenò la speculazione. L’Italia aveva
appena votato, ed era senza governo. La banca d’Italia alzò i tassi
troppo debolmente. E Ciampi fece un errore fatale; dichiarò: “Che dolore alzare i tassi!”, rivelando che non avrebbe fatto molto di più. A quel punto le sorti della lira erano già segnate. La speculazione prese d’assalto l’ultimo baluardo, le riserve valutarie della banca d’Italia.
Dietro alle mosse di Ciampi c’era l’economista Pierluigi Ciocca, con il quale ebbi una secca discussione a fine giugno all’Osservatorio Monetario di Vaciago
a Milano. Per qualche strano motivo Ciocca passa per “keynesiano”. Ma a
Milano usò un modello neoclassico dove “il cambio di equilibrio”
dipendeva dai differenziali d’inflazione, punto; e
secondo quel modello, lo squilibrio (eventualmente) da correggere era
solo del 7%… In realtà Ciocca, nonostante la recessione in atto, temeva l’inflazione. Su questo punto ci fu un’infuocata discussione ai primissimi di settembre in Sapienza, organizzata da Ferruccio Marzano.
Cinquanta economisti – dopo l’“eventuale” (!) svalutazione – vedevano
un aumento dell’inflazione; solo tre ne prevedevano il calo (fra questi
l’allora Presidente dell’Istat Rey, il sottoscritto, e un terzo che non ricordo). Keynes era stato non superato, ma dimenticato.
Ciampi era convinto di riuscire ad evitare la svalutazione: lo Sme impegnava la Germania a una difesa illimitata dei cambi fissi; e non le facevano difetto i marchi (li stampava). Ma l’11 settembre la Germania abbandonò l’Italia al suo destino. Ciampi “era verde” (Amato). Svalutò la lira del 7%
e resistette altri 3 giorni prima di accettare l’inevitabile.
L’emorragia di riserve valutarie raggiunse il parossismo, poi
improvvisamente finì il 16 settembre alle ore 17 quando chiusero i
mercati e l’Italia uscì dallo Sme.
La difesa del cambio, pur se inefficiente, non fu inutile:
consentì l’accordo del 31 luglio, essenziale per una svalutazione non
inflazionistica. Ma la contropartita promessa ai sindacati era che non avremmo svalutato.
Perciò farlo subito non si poteva. Se l’inganno (a fin di bene) fosse
stato troppo plateale, irridente, la politica dei redditi rischiava di
non tenere. L’accordo fu invece un architrave della “svalutazione
virtuosa”, che si realizzò come da manuale.
Contrariamente a quanto accadde nel 2011-15, la svalutazione del 1992
fu il punto di partenza di una straordinaria ripresa del Paese. Negli
anni successivi l’Italia uscì da una situazione difficilissima, col
deficit al 12% del Pil, debito pubblico a 105%, debito estero al 30%, bilancia commerciale in rosso, ecc. L’inflazione scese dal 5,5% (sett. 1992) al 4,6% (1993), al 4% (1994). Quanto alle riserve, la perdita di valore per lo Stato italiano fu pari a “solo” il 23%
delle riserve vendute: pari cioè a quanto esse si svalutarono, alla
fine dei giochi. Si poteva far meglio; ma anche peggio (nel 2011-15 si è
fatto molto ma molto peggio secondo tutti gli indicatori economici e
sociali che conosco). La banca d’Italia fece diversi errori, ma fra
questi non quello di difendere il cambio il tempo necessario per preparare una svalutazione da manuale. L’errore n.1 fu come
difese il cambio (tutto con le riserve, zero con gli annunci,
pochissimo e tardi con i tassi): Ciampi da ragazzo non giocava a poker.
L’errore n.2 fu non uscire dallo Sme all’inizio di settembre.
Secondo Lorenzo Bini Smaghi: “Quelli
che rimpiangono la lira o le moneta nazionali dovrebbero ricordarsi di
quegli anni e come la sovranità monetaria e fiscale era assai
limitata… mentre i mercati reagivano con enormi overshooting e
instabilità finanziaria”. Senza essere un sovranista, osservo che è paradossale criticare l’assetto del 92 perché “la sovranità monetaria e fiscale era assai limitata”:
lo era sempre meno di ora! Quanto all’instabilità, ora che non è più
assorbita dai mercati finanziari, si scarica tutta sui mercati reali e
l’occupazione: meglio per i rentiers, un po’ seccante per i
lavoratori. Infine, i limiti dell’epoca alla sovranità monetaria e
fiscale creati dalla Germania, come pure i tassi d’interesse a volte
elevati, dipendevano unicamente dai cambi fissi: un accordo liberamente
sottoscritto e in qualsiasi momento revocabile (o riformulabile, su
nuove parità). Perciò il “potere di ricatto” di entità estere era infinitamente inferiore a quello subìto p.es. da Tsipras nel 2015. Quando “la speculazione indotta dalla crisi valutaria fece salire [ottobre 1992] i tassi sul debito pubblico oltre la doppia cifra…” (Recanatesi), il problema rientrò in poche settimane; perché allora avevamo un lender of last resort (Bankitalia) che si faceva rispettare dai mercati, non l’assetto liberista e di laissez faire attuale.
Quanto alla Germania, lo storico Harold James ha scoperto
che il rifiuto di onorare gli impegni sui cambi era stato già deciso ai
massimi livelli alla nascita dello Sme (1978); ma i tedeschi tennero
segreta la decisione per vincolare gli altri paesi. La doppiezza tedesca
del 1978-92 è gravissima, perché l’euro è figlio dello Sme: “una
moneta unica costruita senza la solidarietà richiesta già da un “buon”
regime di cambi fissi genera un dualismo economico fra zone forti e zone
deboli” (La Malfa). Nel 1980-98, quando la
competitività si squilibrava: o il paese in surplus stampava moneta e
alzava il suo livello dei prezzi; o si aggiustava il cambio; e la vita
continuava. Mentre oggi il rifiuto – non solo tedesco – di espandere la
domanda, alzare i prezzi, e riequilibrare la competitività, ha effetti
drammatici, potenzialmente illimitati, sugli altri paesi.
si parla di progresso, di evoluzione, di civiltà ci ritroviamo invece in un nuovo medio evo dove conta chi si nasconde dietro il potere o vi si allea con esso.
Visualizzazione post con etichetta Tsipras. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta Tsipras. Mostra tutti i post
lunedì 16 settembre 2019
venerdì 12 luglio 2019
Elezioni Grecia, Tsipras paga il suo ‘obbedisco’ alla Troika. E non solo quello
Fonte: Il Fatto Quotidiano Zonaeuro | 9 Luglio 2019 Francesco De Palo
Tsipras ha perso il centro e il voto dei cittadini medi, senza un euro in tasca e indignati per il nome concesso alla Macedonia. Il problema della classe dirigente, il ruolo della troika e le speranze di un nuovo ambientalismo
Traditore o salvatore (l’uno)? Raccomandato o speranza (l’altro)? In Grecia, e anche altrove, il dibattito sulle recenti elezioni anticipate che hanno visto il cambio della guardia tra il premier uscente Alexis Tsipras e il liberal-conservatore Kyriakos Mitsotakis si è arenato sulla contrapposizione ideologica tra destra e sinistra, mancando di analizzare invece cause ed effetti politici, contingenze che ancora persistono nel paese, percezioni personali che hanno avuto un preciso peso specifico nelle urne.
Syriza al 31% dimostra che lo zoccolo duro di sinistra e socialista legato al vecchio Pasok che vive nel ricordo di Papandreou è rimasto con il premier. Ma Tsipras ha perso il centro che nel 2014/2015 gli aveva dato fiducia, mentre oggi si è spostato sul versante di Nea Dimokratia, in grado almeno domenica scorsa (oltre che alle Europee e alle amministrative di maggio) di chiudere i fronti interni per offrire l’immagine di una squadra unita e pronta a un compito durissimo.
La principale accusa rivolta a Tsipras è di aver fatto marcia indietro con i creditori internazionali (dopo aver promesso di sconfiggere la troika) coprendosi di cenere e portando a casa un memorandum dalle condizioni peggiori dei precedenti. Il no dei cittadini al referendum del 2015 ma tramutato in un “obbedisco” di Alexis alla troika è stato visto da molti come una pugnalata alle spalle, compresa la rottura personale con l’ex ministro Yanis Varoufakis che, al netto di tesi, controtesi e retroscena, è stato l’unico ad essersi dimesso in questa storia di prestiti infiniti.
Inoltre ha mostrato una classe dirigente spesso modesta che non è stata capace di canalizzare al meglio gli interessi che i player del mondo hanno manifestato in Grecia, come i cinesi di Cosco. Oggi i greci hanno un salario minimo di circa 500 euro ma prezzi “milanesi”, zavorrati dalla super Iva e da tasse davvero insostenibili per un tessuto commerciale all’anno zero come quello ellenico. Di contro il sistema bancario è stato messo in sicurezza, il paese è tornato a finanziarsi sui mercati, la disoccupazione è sempre a livelli record e mostra un trend in calo. Ma la Grecia rimane legata ai suoi creditori fino al 2052.
L’accordo di Prespa sul nome Macedonia concesso a Skopje non è stato secondario nell’economia complessiva del voto, dal momento che mentre Tsipras raggiungeva un punto di contatto con Fyrom e Ue, dall’altro nelle piazze di Atene e Salonicco protestavano in tanti, non solo cattolici ortodossi, nazionalisti o suoi oppositori. Ma anche cittadini di centro o apartitici, indignati per un clamoroso falso storico.
Passaggio che in tempi non sospetti, nel 2008, venne messo nero su bianco da uno dei più prestigiosi archeologi del mondo. Stephen Miller, docente presso l’Università della California, assieme ad altri 200 colleghi scrisse all’allora Presidente americano Barack Obama chiedendo di non avallare il cambio di nome, per ragioni meramente storiche e non ideologiche né di stampo razzista. Osservò che la provincia settentrionale della Grecia è stata chiamata Macedonia per circa 3mila anni; inoltre è noto alla storia che i macedoni erano greci e che, di fatto, Alessandro Magno si considerava un discendente di Achille ed Ercole. E si chiese: “C’è qualche dubbio su questi fatti storici?”.
Il neo premier Kyriakos Mitsotakis, discendente della nota famiglia che ha già dato alla Grecia un premier e un ministro degli Esteri, è accusato di essere il volto vecchio di un paese in ginocchio. Al momento promette in 12 mesi di realizzare il suo programma, fatto di liberalizzazioni e meno tasse puntando in primis a non pagare più le euromulte a Bruxelles per le discariche abusive che proliferano in Grecia. Ai suoi detrattori ricorda che dal 1981 ad oggi per 17 anni ha governato il Pasok e solo per sette Nea Dimokratia. Di fatto oggi oltre al governo ha in mano moltissime amministrazioni locali, tra regioni, prefetture e comuni. Per cui è regista in solitario del proprio destino.
Twitter @FDepalo
Tsipras ha perso il centro e il voto dei cittadini medi, senza un euro in tasca e indignati per il nome concesso alla Macedonia. Il problema della classe dirigente, il ruolo della troika e le speranze di un nuovo ambientalismo
Traditore o salvatore (l’uno)? Raccomandato o speranza (l’altro)? In Grecia, e anche altrove, il dibattito sulle recenti elezioni anticipate che hanno visto il cambio della guardia tra il premier uscente Alexis Tsipras e il liberal-conservatore Kyriakos Mitsotakis si è arenato sulla contrapposizione ideologica tra destra e sinistra, mancando di analizzare invece cause ed effetti politici, contingenze che ancora persistono nel paese, percezioni personali che hanno avuto un preciso peso specifico nelle urne.
Syriza al 31% dimostra che lo zoccolo duro di sinistra e socialista legato al vecchio Pasok che vive nel ricordo di Papandreou è rimasto con il premier. Ma Tsipras ha perso il centro che nel 2014/2015 gli aveva dato fiducia, mentre oggi si è spostato sul versante di Nea Dimokratia, in grado almeno domenica scorsa (oltre che alle Europee e alle amministrative di maggio) di chiudere i fronti interni per offrire l’immagine di una squadra unita e pronta a un compito durissimo.
La principale accusa rivolta a Tsipras è di aver fatto marcia indietro con i creditori internazionali (dopo aver promesso di sconfiggere la troika) coprendosi di cenere e portando a casa un memorandum dalle condizioni peggiori dei precedenti. Il no dei cittadini al referendum del 2015 ma tramutato in un “obbedisco” di Alexis alla troika è stato visto da molti come una pugnalata alle spalle, compresa la rottura personale con l’ex ministro Yanis Varoufakis che, al netto di tesi, controtesi e retroscena, è stato l’unico ad essersi dimesso in questa storia di prestiti infiniti.
Inoltre ha mostrato una classe dirigente spesso modesta che non è stata capace di canalizzare al meglio gli interessi che i player del mondo hanno manifestato in Grecia, come i cinesi di Cosco. Oggi i greci hanno un salario minimo di circa 500 euro ma prezzi “milanesi”, zavorrati dalla super Iva e da tasse davvero insostenibili per un tessuto commerciale all’anno zero come quello ellenico. Di contro il sistema bancario è stato messo in sicurezza, il paese è tornato a finanziarsi sui mercati, la disoccupazione è sempre a livelli record e mostra un trend in calo. Ma la Grecia rimane legata ai suoi creditori fino al 2052.
L’accordo di Prespa sul nome Macedonia concesso a Skopje non è stato secondario nell’economia complessiva del voto, dal momento che mentre Tsipras raggiungeva un punto di contatto con Fyrom e Ue, dall’altro nelle piazze di Atene e Salonicco protestavano in tanti, non solo cattolici ortodossi, nazionalisti o suoi oppositori. Ma anche cittadini di centro o apartitici, indignati per un clamoroso falso storico.
Passaggio che in tempi non sospetti, nel 2008, venne messo nero su bianco da uno dei più prestigiosi archeologi del mondo. Stephen Miller, docente presso l’Università della California, assieme ad altri 200 colleghi scrisse all’allora Presidente americano Barack Obama chiedendo di non avallare il cambio di nome, per ragioni meramente storiche e non ideologiche né di stampo razzista. Osservò che la provincia settentrionale della Grecia è stata chiamata Macedonia per circa 3mila anni; inoltre è noto alla storia che i macedoni erano greci e che, di fatto, Alessandro Magno si considerava un discendente di Achille ed Ercole. E si chiese: “C’è qualche dubbio su questi fatti storici?”.
Il neo premier Kyriakos Mitsotakis, discendente della nota famiglia che ha già dato alla Grecia un premier e un ministro degli Esteri, è accusato di essere il volto vecchio di un paese in ginocchio. Al momento promette in 12 mesi di realizzare il suo programma, fatto di liberalizzazioni e meno tasse puntando in primis a non pagare più le euromulte a Bruxelles per le discariche abusive che proliferano in Grecia. Ai suoi detrattori ricorda che dal 1981 ad oggi per 17 anni ha governato il Pasok e solo per sette Nea Dimokratia. Di fatto oggi oltre al governo ha in mano moltissime amministrazioni locali, tra regioni, prefetture e comuni. Per cui è regista in solitario del proprio destino.
Twitter @FDepalo
Zonaeuro | 9 Luglio 2019
Etichette:
blog,
colonialismo,
economia,
Elezioni Grecia,
Grecia,
liberalizzazione,
macedonia,
Nea Dimokratia,
syriza,
troika,
Tsipras,
Varoufakis
lunedì 8 luglio 2019
Elezioni Grecia, Syriza pagherà per i suoi errori. Chissà se avesse dato retta a Varoufakis
Fonte: Il Fatto Quotidiano Economia Occulta | 7 Luglio 2019 Loretta Napoleoni
Le elezioni europee hanno confermato la scarsa popolarità del governo greco guidato da Tsipras, leader di Syriza. Specialmente tra i giovani, in Grecia ormai serpeggia il desiderio di votare per l’opposizione rappresentata dal partito conservatore, Nuova Democrazia, guidato da Kyriakos Mitsotakis. A maggio, il 30,5 per cento dei giovani tra i 18 e di 24 anni hanno infatti votato Nuova Democrazia alle elezioni europee.
Tutti quindi si aspettano che oggi Syriza non ce la farà a ripetere il successo del 2015, ma più che la sua sconfitta, ormai quasi certa, quello che ci interessa è il motivo per cui il partito anti-austerità di punta europeo ha finito per imporla, a seguito delle ripetute pressioni di Bruxelles, e come questo fallimento abbia infranto il sogno dell’elettorato greco di tenere testa alla Troika. Quest’analisi è importante per chi prenderà le redini della Grecia ed anche per chi guiderà altre nazioni europee affette da crisi finanziarie più o meno serie, come l’Italia. Oggi, dunque, assistiamo ad un’elezione importante per il futuro delle politiche nazionali europee e delle relazioni interne all’Unione Europea.
La Grecia ha pagato un prezzo alto per rimanere nell’Ue e così facendo ha avuto accesso agli aiuti economici. Dal 2010 ci sono stati tre salvataggi pari a 289 miliardi di euro, poi nel 2018 l’economia ha ricominciato a camminare da sola, anche se zoppicando. In cambio l’economia greca si è contratta dal 2008 al 2016 del 28 per cento e l’impennata della disoccupazione ha spinto un alto numero di famiglie sotto la soglia della povertà. Il fatto che all’inizio del 2018 il paese abbia ricominciato a crescere non ha prodotto l’effetto positivo sperato per Syriza, al contrario il governo ed il partito non sono stati mai così poco popolari. Il motivo? I greci si sentono traditi, le promesse fatte nel 2015 non sono state rispettate e questo tradimento pesa molto di più della modesta ripresa economica.
Fallito il tentativo “socialista”, i greci adesso puntano su Mitsotakis che offre esattamente l’opposto, e cioè una nuova formula neo-liberista: abbassamento delle tasse, privatizzazioni dei sevizi pubblici ed un piano per rinegoziare il debito con i creditori per incoraggiarli a reinvestire nella nazione. Sembra dunque che sull’ago della bilancia politica pesi meno la politica vera, socialismo verso neo-liberismo, del populismo moderno dove il primo ministro ed il governo “proteggono”, o almeno danno l’impressione di proteggere, la nazione contro Bruxelles ed il resto dei paesi membri dell’Unione. Tsipras ha fallito in questa missione.
A conferma del bisogno di protezione della popolazione nel mezzo di una crisi epocale come quella del debito sovrano basta menzionare la questione macedone. Tsipras è stato accusato di tradimento perché ha concluso un accordo con l’ex repubblica Macedone rinominata Repubblica della Macedonia del Nord. Ebbene questo ai greci non è piaciuto perché secondo loro la Macedonia è greca e quindi non può essere né divisa né appartenere ad un altro Stato. Argomento che non ha nulla a che fare con le politiche economiche, l’austerità, ma che poggia sul senso di appartenenza geografica che in momenti critici diventa prorompente.
Il forte senso di nazionalismo europeo è una delle conseguenze della crisi finanziaria, quando le cose vanno male il popolo fa quadrato, si comporta come una tribù e difende il proprio territorio. Un fenomeno prevedibilissimo che si è manifestato anche nel rifiuto di accettare i migranti visti come parassiti che succhiano le poche risorse del paese. Tematiche queste presenti in molti paesi europei.
Infine la corruzione, problema radicato in tutta l’Europa mediterranea e che in Grecia è venuto fuori durante la tragedia a Mati, quando più di 100 persone sono morte a causa dell’incendio della scorsa estate.
Syriza pagherà con la sconfitta di oggi tutti questi errori. C’è da domandarsi cosa sarebbe successo se avesse preso un’altra strada, se avesse, come voleva Varoufakis, scelto di dire no all’austerità contrapponendo una politica espansiva alle direttive di austerità di Bruxelles, se avesse difeso gli interessi del popolo, come aveva promesso. Cosa avrebbe fatto l’Europa? Siamo così sicuri che la punizione sarebbe stata tale da cacciare la Grecia dall’Unione fratturandone così la coesione? Certo, oggi il panorama è ben diverso da quello del 2015 basta menzionare la Brexit, ma forse una presa di posizione nazionalista avrebbe dato a Syriza l’opportunità di vincere di nuovo e avrebbe potuto accelerare il cambiamento interno all’Unione assolutamente necessario.
La risposta ce la daranno i libri di Storia alla fine del secolo, intanto possiamo solo speculare su una realtà politica alternativa a quella attuale.
Le elezioni europee hanno confermato la scarsa popolarità del governo greco guidato da Tsipras, leader di Syriza. Specialmente tra i giovani, in Grecia ormai serpeggia il desiderio di votare per l’opposizione rappresentata dal partito conservatore, Nuova Democrazia, guidato da Kyriakos Mitsotakis. A maggio, il 30,5 per cento dei giovani tra i 18 e di 24 anni hanno infatti votato Nuova Democrazia alle elezioni europee.
Tutti quindi si aspettano che oggi Syriza non ce la farà a ripetere il successo del 2015, ma più che la sua sconfitta, ormai quasi certa, quello che ci interessa è il motivo per cui il partito anti-austerità di punta europeo ha finito per imporla, a seguito delle ripetute pressioni di Bruxelles, e come questo fallimento abbia infranto il sogno dell’elettorato greco di tenere testa alla Troika. Quest’analisi è importante per chi prenderà le redini della Grecia ed anche per chi guiderà altre nazioni europee affette da crisi finanziarie più o meno serie, come l’Italia. Oggi, dunque, assistiamo ad un’elezione importante per il futuro delle politiche nazionali europee e delle relazioni interne all’Unione Europea.
La Grecia ha pagato un prezzo alto per rimanere nell’Ue e così facendo ha avuto accesso agli aiuti economici. Dal 2010 ci sono stati tre salvataggi pari a 289 miliardi di euro, poi nel 2018 l’economia ha ricominciato a camminare da sola, anche se zoppicando. In cambio l’economia greca si è contratta dal 2008 al 2016 del 28 per cento e l’impennata della disoccupazione ha spinto un alto numero di famiglie sotto la soglia della povertà. Il fatto che all’inizio del 2018 il paese abbia ricominciato a crescere non ha prodotto l’effetto positivo sperato per Syriza, al contrario il governo ed il partito non sono stati mai così poco popolari. Il motivo? I greci si sentono traditi, le promesse fatte nel 2015 non sono state rispettate e questo tradimento pesa molto di più della modesta ripresa economica.
Fallito il tentativo “socialista”, i greci adesso puntano su Mitsotakis che offre esattamente l’opposto, e cioè una nuova formula neo-liberista: abbassamento delle tasse, privatizzazioni dei sevizi pubblici ed un piano per rinegoziare il debito con i creditori per incoraggiarli a reinvestire nella nazione. Sembra dunque che sull’ago della bilancia politica pesi meno la politica vera, socialismo verso neo-liberismo, del populismo moderno dove il primo ministro ed il governo “proteggono”, o almeno danno l’impressione di proteggere, la nazione contro Bruxelles ed il resto dei paesi membri dell’Unione. Tsipras ha fallito in questa missione.
A conferma del bisogno di protezione della popolazione nel mezzo di una crisi epocale come quella del debito sovrano basta menzionare la questione macedone. Tsipras è stato accusato di tradimento perché ha concluso un accordo con l’ex repubblica Macedone rinominata Repubblica della Macedonia del Nord. Ebbene questo ai greci non è piaciuto perché secondo loro la Macedonia è greca e quindi non può essere né divisa né appartenere ad un altro Stato. Argomento che non ha nulla a che fare con le politiche economiche, l’austerità, ma che poggia sul senso di appartenenza geografica che in momenti critici diventa prorompente.
Il forte senso di nazionalismo europeo è una delle conseguenze della crisi finanziaria, quando le cose vanno male il popolo fa quadrato, si comporta come una tribù e difende il proprio territorio. Un fenomeno prevedibilissimo che si è manifestato anche nel rifiuto di accettare i migranti visti come parassiti che succhiano le poche risorse del paese. Tematiche queste presenti in molti paesi europei.
Infine la corruzione, problema radicato in tutta l’Europa mediterranea e che in Grecia è venuto fuori durante la tragedia a Mati, quando più di 100 persone sono morte a causa dell’incendio della scorsa estate.
Syriza pagherà con la sconfitta di oggi tutti questi errori. C’è da domandarsi cosa sarebbe successo se avesse preso un’altra strada, se avesse, come voleva Varoufakis, scelto di dire no all’austerità contrapponendo una politica espansiva alle direttive di austerità di Bruxelles, se avesse difeso gli interessi del popolo, come aveva promesso. Cosa avrebbe fatto l’Europa? Siamo così sicuri che la punizione sarebbe stata tale da cacciare la Grecia dall’Unione fratturandone così la coesione? Certo, oggi il panorama è ben diverso da quello del 2015 basta menzionare la Brexit, ma forse una presa di posizione nazionalista avrebbe dato a Syriza l’opportunità di vincere di nuovo e avrebbe potuto accelerare il cambiamento interno all’Unione assolutamente necessario.
La risposta ce la daranno i libri di Storia alla fine del secolo, intanto possiamo solo speculare su una realtà politica alternativa a quella attuale.
Economia Occulta | 7 Luglio 2019
Etichette:
austerity,
blog,
colonialismo,
elezioni,
esteri,
europeismo,
Grecia,
nazionalismo,
politica,
syriza,
Tsipras,
Varoufakis
lunedì 7 gennaio 2019
Grecia, altro che successo. Il Paese affonda e Tsipras distribuisce regali
Fonte: Il Fatto Quotidiano Zonaeuro | 6 gennaio 2019 Francesco De Palo
Il debito greco è al 178% del prodotto interno lordo: altro che successo, se si valutassero gli indici economico-finanziari si potrebbe azzardare che un nuovo default è non solo possibile ma anche probabile per la Grecia. Se ne sta accorgendo anche la stampa internazionale che il premier Alexis Tsipras, in vista delle elezioni anticipate (possibili a maggio con le europee), sta iniziando a distribuire prebende e bonus che però inficiano i conti pubblici già azzoppati dalle ruberie ante 2010 e dall’austerità post crisi.
Il nodo è sempre lo stesso: la politica non azzarda una mossa perché studiata, programmata e finalizzata verso un obiettivo di crescita ma solo perché tarata sulle prossime urne, contribuendo a peggiorare lo status quo e illudendo ancora una volta cittadini e imprese. La Grecia è sì ufficialmente uscita dal programma di prestiti della troika (Ue, Fmi e Bce) ma è attesa dalla prova del nove: riuscirà ad autofinanziarsi per “mandare avanti la baracca”? Potrà venire fuori dalla paralisi in cui versa la sua economia, asfittica, gravata oggi da una pressione fiscale record e senza un euro investito in formazione e sviluppo tecnologico?
I super poveri hanno ricevuto un bonus natalizio, inoltre il governo offre contributi per olio combustibile e carburante, per la tassa di proprietà, per il salario minimo, per gli agricoltori. E i tagli alle pensioni previsti per il primo gennaio, almeno fino a oggi non sono stati confermati. In sostanza il governo di Atene fa vedere all’Europa un surplus che nella vita reale di cittadini e imprese semplicemente non c’è, con il rischio di far scattare le clausole di salvaguardia, che tradotto in soldoni vuol dire più tasse per il futuro senza una ripresa vera (oggi altamente improbabile). Ma alla classe dirigente, sciatta e senza visione, ciò non interessa, perché orientata sulla cosiddetta politica dello specchietto retrovisore. Persino l’Albania ha accusato una crescita doppia rispetto alla Grecia, figlia di una programmazione orientata all’ingresso nell’Ue, a favorire l’ingresso di investitori stranieri, all’internazionalizzazione degli atenei, a una nuova infrastrutturazione come aeroporti da far realizzare ex novo a quei player che intendono affacciarsi sul costone Balcanico con un determinato peso specifico.
Il dramma ellenico è tutto in questo grottesco pertugio che si farà (di nuovo) straordinaria voragine: e investe, quindi, la futura infrastrutturazione dell’Ue. Non solo debiti alle stelle, prestiti in rosso, sofferenze bancarie diversificate, tessuto imprenditoriale ormai inesistente: ma buio pesto tanto sul presente quanto sul futuro. Certo, alla Grecia resta il turismo. Ma quanto è stolto quel marinaio che, anziché puntare al mare aperto in cerca di nuove terre, si accontenta del suo piccolo ruscello. Che finisce per prosciugarsi.
Twitter @FDepalo
Il debito greco è al 178% del prodotto interno lordo: altro che successo, se si valutassero gli indici economico-finanziari si potrebbe azzardare che un nuovo default è non solo possibile ma anche probabile per la Grecia. Se ne sta accorgendo anche la stampa internazionale che il premier Alexis Tsipras, in vista delle elezioni anticipate (possibili a maggio con le europee), sta iniziando a distribuire prebende e bonus che però inficiano i conti pubblici già azzoppati dalle ruberie ante 2010 e dall’austerità post crisi.
Il nodo è sempre lo stesso: la politica non azzarda una mossa perché studiata, programmata e finalizzata verso un obiettivo di crescita ma solo perché tarata sulle prossime urne, contribuendo a peggiorare lo status quo e illudendo ancora una volta cittadini e imprese. La Grecia è sì ufficialmente uscita dal programma di prestiti della troika (Ue, Fmi e Bce) ma è attesa dalla prova del nove: riuscirà ad autofinanziarsi per “mandare avanti la baracca”? Potrà venire fuori dalla paralisi in cui versa la sua economia, asfittica, gravata oggi da una pressione fiscale record e senza un euro investito in formazione e sviluppo tecnologico?
I super poveri hanno ricevuto un bonus natalizio, inoltre il governo offre contributi per olio combustibile e carburante, per la tassa di proprietà, per il salario minimo, per gli agricoltori. E i tagli alle pensioni previsti per il primo gennaio, almeno fino a oggi non sono stati confermati. In sostanza il governo di Atene fa vedere all’Europa un surplus che nella vita reale di cittadini e imprese semplicemente non c’è, con il rischio di far scattare le clausole di salvaguardia, che tradotto in soldoni vuol dire più tasse per il futuro senza una ripresa vera (oggi altamente improbabile). Ma alla classe dirigente, sciatta e senza visione, ciò non interessa, perché orientata sulla cosiddetta politica dello specchietto retrovisore. Persino l’Albania ha accusato una crescita doppia rispetto alla Grecia, figlia di una programmazione orientata all’ingresso nell’Ue, a favorire l’ingresso di investitori stranieri, all’internazionalizzazione degli atenei, a una nuova infrastrutturazione come aeroporti da far realizzare ex novo a quei player che intendono affacciarsi sul costone Balcanico con un determinato peso specifico.
Il dramma ellenico è tutto in questo grottesco pertugio che si farà (di nuovo) straordinaria voragine: e investe, quindi, la futura infrastrutturazione dell’Ue. Non solo debiti alle stelle, prestiti in rosso, sofferenze bancarie diversificate, tessuto imprenditoriale ormai inesistente: ma buio pesto tanto sul presente quanto sul futuro. Certo, alla Grecia resta il turismo. Ma quanto è stolto quel marinaio che, anziché puntare al mare aperto in cerca di nuove terre, si accontenta del suo piccolo ruscello. Che finisce per prosciugarsi.
Twitter @FDepalo
Etichette:
austherity,
blog,
economia,
Germania,
Grecia,
PIL,
politica,
troika,
Tsipras,
Unione Europea
martedì 2 maggio 2017
Grecia, l’ultima frustata di Tsipras ai suoi poveri
di Francesco De Palo | 2 maggio 2017 Il Fatto Quotidiano
Tutti zitti, grosse novità dall’Egeo: Alexis Tsipras ottiene 7 miliardi dai creditori, ma ne deve restituire 7,4 tra un mese. Quindi taglia ancora le pensioni e aumenta le tasse. E la Troika? Ancora spaccata, con il Fmi che chiede la riduzione del debito ellenico come prerequisito per continuare a partecipare al tavolo dei creditori.
E’ lo spaccato delle ultime 48 ore in Grecia, dove non a caso il corteo dedicato al 1 maggio aveva concluso la propria giornata sotto l’hotel Hilton ad Atene, proprio dove i rappresentati del governo Syriza stavano immolando ancora una volta gli ultimi e chi proprio non può difendersi: pensionati e poveri. Solo lo scorso 25 gennaio il premier in udienza pubblica aveva promesso che non un altro euro sarebbe gravato sulle tasche del contribuente greco. Oggi ha fatto il contrario, perché dall’inizio della crisi siamo in presenza del quarto taglio alle pensioni. Non è questa una riforma, o una modernizzazione o il tentativo di abbattere il costo del lavoro per incentivare nuovi investimenti. No, questa si chiama macelleria sociale perché rientra in una serie di interventi che non toccano il grosso dell’evasione fiscale, né chi ha fatto fuggire i canadesi che cercavano l’oro in Calcidica, in un Paese dove chi sta privatizzando oggi trova un panorama assurdo, come l’impossibilità di pagare con bancomat un biglietto del treno o bigliettai che rubavano allegramente gli incassi, o professionisti che rilasciavano ricevute di un euro. Nessuno vedeva ieri e nessuno vede oggi.
C’è poco da festeggiare, anche se troppi si affannano a ragionare con il metro del male minore. Cosa avrebbe dovuto fare? Di fatto questo temporeggiare nelle trattative e la concessione della tredicesima lo scorso dicembre ai pensionati ha provocato un altro scossone nei conti disastrati: si chiamano clausole di salvaguardia e se fatte scattare potrebbero portare, udite udite, un altro aumento dell’Iva ed un altro taglio alle pensioni. Quelle basse, si intende, mentre il cumulo degli stipendi della casta è salvo, e una seria legge sui conflitti di interessi in Grecia è come la temperatura di Bolzano. Ma meglio non scriverlo, perché questo è il momento di celebrare accordi e risultati: le elezioni incombono in troppi Paesi e il 2017 è solo a metà della sua vita.
Intanto nel Paese un cronista che volesse consumare qualche paio di scarpe avrebbe molte cose, originali e diverse, da osservare e riportare. Lasciando poi al lettore la possibilità di farsi un’idea. Un chilo di mele a 2,5 euro in un mercato di una cittadina di provincia, l’hotspot delle Termopili con 500 siriani e iracheni dove con la macchina fotografica è meglio non avvicinarsi perché, mi dicono, le condizioni igienico-sanitarie sono pessime. E ancora, i furti negli appartamenti quadruplicati per via delle bande rom, gli incappucciati e i black bloc che una volta ogni tre giorni fanno guerriglia urbana per le strade ateniesi, a cui però la polizia non può replicare in maniera troppo veemente. Si tratta, infatti, degli stessi contestatori che nel 2012 occupavano piazza Syntagma sfoggiando le bandiere di Syriza. E che oggi si trovano ad aver votato un governo che li lascia con un pugno di mosche in una mano. Mentre nell’altra si moltiplicano le molotov.
Ma al Megaro Maximos, il palazzo del governo ellenico, non lo sanno: da due anni la circolazione è sbarrata da due mezzi blindati dalla polizia. Un isolamento materiale, e finanche uno scollamento ideale, da ciò che sta accadendo davvero in terra di Grecia.
twitter@FDepalo
E’ lo spaccato delle ultime 48 ore in Grecia, dove non a caso il corteo dedicato al 1 maggio aveva concluso la propria giornata sotto l’hotel Hilton ad Atene, proprio dove i rappresentati del governo Syriza stavano immolando ancora una volta gli ultimi e chi proprio non può difendersi: pensionati e poveri. Solo lo scorso 25 gennaio il premier in udienza pubblica aveva promesso che non un altro euro sarebbe gravato sulle tasche del contribuente greco. Oggi ha fatto il contrario, perché dall’inizio della crisi siamo in presenza del quarto taglio alle pensioni. Non è questa una riforma, o una modernizzazione o il tentativo di abbattere il costo del lavoro per incentivare nuovi investimenti. No, questa si chiama macelleria sociale perché rientra in una serie di interventi che non toccano il grosso dell’evasione fiscale, né chi ha fatto fuggire i canadesi che cercavano l’oro in Calcidica, in un Paese dove chi sta privatizzando oggi trova un panorama assurdo, come l’impossibilità di pagare con bancomat un biglietto del treno o bigliettai che rubavano allegramente gli incassi, o professionisti che rilasciavano ricevute di un euro. Nessuno vedeva ieri e nessuno vede oggi.
C’è poco da festeggiare, anche se troppi si affannano a ragionare con il metro del male minore. Cosa avrebbe dovuto fare? Di fatto questo temporeggiare nelle trattative e la concessione della tredicesima lo scorso dicembre ai pensionati ha provocato un altro scossone nei conti disastrati: si chiamano clausole di salvaguardia e se fatte scattare potrebbero portare, udite udite, un altro aumento dell’Iva ed un altro taglio alle pensioni. Quelle basse, si intende, mentre il cumulo degli stipendi della casta è salvo, e una seria legge sui conflitti di interessi in Grecia è come la temperatura di Bolzano. Ma meglio non scriverlo, perché questo è il momento di celebrare accordi e risultati: le elezioni incombono in troppi Paesi e il 2017 è solo a metà della sua vita.
Intanto nel Paese un cronista che volesse consumare qualche paio di scarpe avrebbe molte cose, originali e diverse, da osservare e riportare. Lasciando poi al lettore la possibilità di farsi un’idea. Un chilo di mele a 2,5 euro in un mercato di una cittadina di provincia, l’hotspot delle Termopili con 500 siriani e iracheni dove con la macchina fotografica è meglio non avvicinarsi perché, mi dicono, le condizioni igienico-sanitarie sono pessime. E ancora, i furti negli appartamenti quadruplicati per via delle bande rom, gli incappucciati e i black bloc che una volta ogni tre giorni fanno guerriglia urbana per le strade ateniesi, a cui però la polizia non può replicare in maniera troppo veemente. Si tratta, infatti, degli stessi contestatori che nel 2012 occupavano piazza Syntagma sfoggiando le bandiere di Syriza. E che oggi si trovano ad aver votato un governo che li lascia con un pugno di mosche in una mano. Mentre nell’altra si moltiplicano le molotov.
Ma al Megaro Maximos, il palazzo del governo ellenico, non lo sanno: da due anni la circolazione è sbarrata da due mezzi blindati dalla polizia. Un isolamento materiale, e finanche uno scollamento ideale, da ciò che sta accadendo davvero in terra di Grecia.
twitter@FDepalo
di Francesco De Palo | 2 maggio 2017
domenica 2 ottobre 2016
DW: Parlamento Greco Approva Piano per Trasferire Beni e Servizi Pubblici in un Fondo Creato dai Creditori
dal Blog: Voci dall'estero
DW spiega l’ultima riforma approvata dal Parlamento greco sotto richiesta dei creditori internazionali nell’ambito del cosiddetto “salvataggio”. La riforma prevede il trasferimento di servizi pubblici fondamentali, tra cui acqua, elettricità, aeroporti e autostrade, in un fondo creato dai creditori internazionali. Naturalmente possiamo solo aspettarci che il prossimo passo sia la svendita integrale, e così ritengono i sindacati e i lavoratori pubblici.
DW, 27 settembre 2016
I beni dello Stato greco, tra cui l’acqua e l’azienda elettrica, verranno trasferiti a un nuovo fondo creato dai creditori internazionali. Il piano ha provocato dimostrazioni di protesta e scioperi del settore pubblico in tutto il paese.
Questo martedì sera il parlamento greco ha approvato una riforma per tagliare la spesa pensionistica e trasferire il controllo dei servizi pubblici a un nuovo fondo patrimoniale.
Queste riforme hanno lo scopo di cercare di sbloccare aiuti finanziari per un totale di 2,8 miliardi di euro, come parte del più recente programma di bailout del paese.
Le riforme sono state approvate con una maggioranza ristretta di 152 contro 141 voti nel parlamento greco (che ha un totale di 300 seggi), dove la maggioranza è detenuta dalla coalizione di governo Syriza-Greci indipendenti. Un solo membro della coalizione di maggioranza ha votato contro il progetto di riforma, così come tutti i membri dei partiti di opposizione.
Il contenuto delle riforme prevede che i beni pubblici siano trasferiti a un nuovo fondo creato dai creditori della Grecia. I beni ceduti includono gli aeroporti e le autostrade, così come l’acqua e le infrastrutture elettriche. Il nuovo fondo raggrupperà assieme queste entità pubbliche con l’agenzia nazionale per la privatizzazione, il fondo di stabilità bancario e i beni immobili dello Stato. Sarà guidato da un funzionario scelto dai creditori della Grecia, sebbene il Ministero delle Finanze greco manterrà il controllo generale.
La reazione pubblica
La riforma ha scatenato una forte reazione tra i dimostranti in piazza e tra i lavoratori del settore pubblico.
Prima dell’approvazione, i dimostranti che protestavano fuori dal Parlamento di Atene gridavano: “Al prossimo giro vi venderete l’Acropoli!“.
Il sindacato del settore pubblico greco ha criticato le riforme, dicendo che il trasferimento dei beni pubblici apre la strada alla svendita agli investitori privati. “La sanità, l’istruzione, l’elettricità e l’acqua non sono beni di commercio, appartengono alle persone” ha detto il sindacato in una dichiarazione.
I lavoratori dell’azienda pubblica greca dell’acqua, ad Atene e a Tessalonica, martedì sono usciti in piazza per protestare contro la riforma. “Stanno cedendo la ricchezza e la sovranità della nazione“, ha detto George Sinioris, capo dell’associazione dei lavoratori dell’azienda pubblica dell’acqua.
“Riteniamo sia un crimine, perché questa riforma riguarda i servizi pubblici fondamentali. Reagiremo con cause in tribunale, scioperi, occupazioni e altre forme di protesta“.
Il governo ha detto che il trasferimento di questi beni rappresenta un modo di gestione più efficace rispetto a un piano per la svendita. “Trasferire i beni a questo fondo non significa che lo Stato rinuncia alla proprietà“, ha detto Panos Skourletis, il ministro per l’energia, durante un dibattito parlamentare. “Inoltre, non significa privatizzazione, e in terzo luogo questi beni non sono collaterali ai prestiti fatti al paese“.
“Lo Stato greco rimane il solo soggetto detentore di questi beni“, ha detto. “A parte la privatizzazione, ci sono altri modi di valorizzare i beni, e ci stiamo concentrando su di essi“.
I termini di salvataggio
La Grecia ha sottoscritto l’ultimo pacchetto di aiuti finanziari, per una somma totale di 86 miliardi di euro, a metà del 2015. Si trattava del terzo pacchetto dal 2010. Il governo del Primo Ministro Alexis Tsipras da allora ha approvato una quantità di riforme economiche richieste dai creditori del paese, incluse riforme delle pensioni e di tasse sul reddito.
A metà ottobre, i rappresentanti dei creditori della Grecia – vale a dire la Commissione Europea, la Banca Centrale Europea (BCE), il Meccanismo Europeo di Stabilità, e il Fondo Monetario Internazionale (FMI) – si riuniranno ad Atene per condurre la seconda revisione sul processo di bailout. La revisione prevederà probabilmente la richiesta di una impopolare riforma del lavoro.
La Grecia spera che questa riforma del lavoro le permetta di partecipare al programma di quantitative easing della BCE nel corso del prossimo anno.
Tsipras è attualmente sotto pressione per avere annullato una quantità di promesse che aveva fatto ai suoi elettori, già stremati dalla recessione, durante la campagna elettorale del 2015. I funzionari del governo greco hanno si sono già espressi contro la prospettiva di altre riforme che porteranno alla perdita di altri posti di lavoro e ad altri tagli nei salari.
Tuttavia il debito pubblico greco raggiungerà probabilmente un nuovo picco quest’anno, toccando il 180 percento del PIL; un livello che il FMI ritiene insostenibile.
::::::::::::::::::::::::::::::::::::
una spoliazione continua.... nemmeno nelle ex tigri asiatiche, pur ridotte al lumicino dal FMI e dalla World Bank, si accanirono così. Cosa rimarrà della Grecia dopo questa cura?
DW spiega l’ultima riforma approvata dal Parlamento greco sotto richiesta dei creditori internazionali nell’ambito del cosiddetto “salvataggio”. La riforma prevede il trasferimento di servizi pubblici fondamentali, tra cui acqua, elettricità, aeroporti e autostrade, in un fondo creato dai creditori internazionali. Naturalmente possiamo solo aspettarci che il prossimo passo sia la svendita integrale, e così ritengono i sindacati e i lavoratori pubblici.
DW, 27 settembre 2016
I beni dello Stato greco, tra cui l’acqua e l’azienda elettrica, verranno trasferiti a un nuovo fondo creato dai creditori internazionali. Il piano ha provocato dimostrazioni di protesta e scioperi del settore pubblico in tutto il paese.
Questo martedì sera il parlamento greco ha approvato una riforma per tagliare la spesa pensionistica e trasferire il controllo dei servizi pubblici a un nuovo fondo patrimoniale.
Queste riforme hanno lo scopo di cercare di sbloccare aiuti finanziari per un totale di 2,8 miliardi di euro, come parte del più recente programma di bailout del paese.
Le riforme sono state approvate con una maggioranza ristretta di 152 contro 141 voti nel parlamento greco (che ha un totale di 300 seggi), dove la maggioranza è detenuta dalla coalizione di governo Syriza-Greci indipendenti. Un solo membro della coalizione di maggioranza ha votato contro il progetto di riforma, così come tutti i membri dei partiti di opposizione.
Il contenuto delle riforme prevede che i beni pubblici siano trasferiti a un nuovo fondo creato dai creditori della Grecia. I beni ceduti includono gli aeroporti e le autostrade, così come l’acqua e le infrastrutture elettriche. Il nuovo fondo raggrupperà assieme queste entità pubbliche con l’agenzia nazionale per la privatizzazione, il fondo di stabilità bancario e i beni immobili dello Stato. Sarà guidato da un funzionario scelto dai creditori della Grecia, sebbene il Ministero delle Finanze greco manterrà il controllo generale.
La reazione pubblica
La riforma ha scatenato una forte reazione tra i dimostranti in piazza e tra i lavoratori del settore pubblico.
Prima dell’approvazione, i dimostranti che protestavano fuori dal Parlamento di Atene gridavano: “Al prossimo giro vi venderete l’Acropoli!“.
Il sindacato del settore pubblico greco ha criticato le riforme, dicendo che il trasferimento dei beni pubblici apre la strada alla svendita agli investitori privati. “La sanità, l’istruzione, l’elettricità e l’acqua non sono beni di commercio, appartengono alle persone” ha detto il sindacato in una dichiarazione.
I lavoratori dell’azienda pubblica greca dell’acqua, ad Atene e a Tessalonica, martedì sono usciti in piazza per protestare contro la riforma. “Stanno cedendo la ricchezza e la sovranità della nazione“, ha detto George Sinioris, capo dell’associazione dei lavoratori dell’azienda pubblica dell’acqua.
“Riteniamo sia un crimine, perché questa riforma riguarda i servizi pubblici fondamentali. Reagiremo con cause in tribunale, scioperi, occupazioni e altre forme di protesta“.
Il governo ha detto che il trasferimento di questi beni rappresenta un modo di gestione più efficace rispetto a un piano per la svendita. “Trasferire i beni a questo fondo non significa che lo Stato rinuncia alla proprietà“, ha detto Panos Skourletis, il ministro per l’energia, durante un dibattito parlamentare. “Inoltre, non significa privatizzazione, e in terzo luogo questi beni non sono collaterali ai prestiti fatti al paese“.
“Lo Stato greco rimane il solo soggetto detentore di questi beni“, ha detto. “A parte la privatizzazione, ci sono altri modi di valorizzare i beni, e ci stiamo concentrando su di essi“.
I termini di salvataggio
La Grecia ha sottoscritto l’ultimo pacchetto di aiuti finanziari, per una somma totale di 86 miliardi di euro, a metà del 2015. Si trattava del terzo pacchetto dal 2010. Il governo del Primo Ministro Alexis Tsipras da allora ha approvato una quantità di riforme economiche richieste dai creditori del paese, incluse riforme delle pensioni e di tasse sul reddito.
A metà ottobre, i rappresentanti dei creditori della Grecia – vale a dire la Commissione Europea, la Banca Centrale Europea (BCE), il Meccanismo Europeo di Stabilità, e il Fondo Monetario Internazionale (FMI) – si riuniranno ad Atene per condurre la seconda revisione sul processo di bailout. La revisione prevederà probabilmente la richiesta di una impopolare riforma del lavoro.
La Grecia spera che questa riforma del lavoro le permetta di partecipare al programma di quantitative easing della BCE nel corso del prossimo anno.
Tsipras è attualmente sotto pressione per avere annullato una quantità di promesse che aveva fatto ai suoi elettori, già stremati dalla recessione, durante la campagna elettorale del 2015. I funzionari del governo greco hanno si sono già espressi contro la prospettiva di altre riforme che porteranno alla perdita di altri posti di lavoro e ad altri tagli nei salari.
Tuttavia il debito pubblico greco raggiungerà probabilmente un nuovo picco quest’anno, toccando il 180 percento del PIL; un livello che il FMI ritiene insostenibile.
::::::::::::::::::::::::::::::::::::
una spoliazione continua.... nemmeno nelle ex tigri asiatiche, pur ridotte al lumicino dal FMI e dalla World Bank, si accanirono così. Cosa rimarrà della Grecia dopo questa cura?
mercoledì 3 agosto 2016
La guerra contro la Sinistra e la Bersaneria sotto l’alta guida di sua maestà Denis Verdini, duce supremo, è vinta
di F. Q. | 2 agosto 2016 Dal Fatto Quotidiano
Il
tono è da Istituto Luce anni d'oro del fascismo che si sentiva vincente
e senza nemici; le perifrasi e le iperbole son tutte dei bei tempi
andati.. in più c'è che come alleati hanno ..le banche o meglio i
segreti di alcune banche, chiaramenti segreti non confessabili oltre che
quel certo numero di senatori, e ora anche deputati, che rendono del
tutto inservibili sia 'l'orda bersaniana' sia le vere, si fa per dire
perchè essendo figli del loro tempo i 5Stelle non hanno immaginazione e
non sanno cosa sia farlo, opposizione. L'ultima speranza? Il referendum:
sono legati mani e piedi a esso e al suo risultato; perso quello o
vinto quello ci saranno svolte, incroci pericolosi, montagne russe in
borsa e tutto l'armamentario di cui i mercati sono in grado di mettere
in campo per terrorizzare i popoli.. l'alternativa è la Grecia: o meglio
è il suo fantasma così come l'ha ridotta Tsipras quando si è calato le
braghe dopo il referendum che doveva ridare orgoglio nazionale ai suoi
connazionali, svoltando direttamente dal lato opposto rispetto
all'esito, per nulla scontato, dello stesso.
D'altronde
i signori hanno già anche il piano B: non un golpe, nemmeno in stile
turco, ma qualcosa di molto più fine.... ci lì già pronti i vecchi
arnesi del pd messi da parte e qualche tecnico sempre pronto a cambiare
casacca per qualche prestigiosissimo incarico; manca solo uno Tsipras
italiano: ma di utili idioti è pieno il mondo all'oggi e se i vecchi
arnesi dovessero funzionare ci sono lì già pronti i 'nuovi'.... basta
guardare chi ha messo in giunta a Roma la nuova sindaca per capire quale
DNA mutato si sta infiltrando anche nel movimento: manca uno Tsipras ma
ci stanno lavorando e, potete scommetterci, sbucherà fuori al momento
giusto ora che Grillo si sta pian piano defilando: nessuno è
impermeabile nel nostro mondo, nessuno perchè tutti hanno un prezzo o un
costo e quindi basta trovarlo... leggete l'articolo suindicato, che qui
non posso postare causa legge sul diritto d'autore ecc., fate un bel
giochino d'immaginazione e al posto dei termini fascistoidi mettetecene
altri: quelli per i 5Star, quelli rifondazione e altri cespuglietti
della sinistra pieno di tanti opportunisti che vogliono fare carriera,
della destra estrema ecc. e vedrete che cambiati i termini e invertiti i
fattori il risultato non cambia.....
Etichette:
Ala,
blog,
democrazia,
Grecia,
mercati,
politica,
referendum,
trasformismo,
Tsipras
giovedì 14 aprile 2016
Grecia, è scontro all’interno della Troika: Europa sull’orlo del baratro?
di Cesare Sacchetti | 13 aprile 2016 dal Fatto Quotidiano
Un interessante documento pubblicato in questi giorni su Wikileaks ci descrive meglio tutta l’incertezza che circonda le sorti della Grecia e del suo salvataggio. Il documento in questione è il verbale di una riunione interna del Fmi del 19 marzo scorso, alla quale partecipano Poul Thomsen, capo del dipartimento europeo del Fmi, Delia Velkouleskou, responsabile del Fmi in Grecia e Iva Petrova, economista del Fmi. La conversazione tra i tre membri del Fmi inizia con Thomsen che esprime tutta la sua preoccupazione nel fissare una data prestabilita per i colloqui tra la Troika, rappresentata da Fmi, Bce e Commissione Europea, e la controparte greca, quando ancora adesso le posizioni delle tre istituzioni incaricate di eseguire un nuovo piano di prestiti per la Grecia, sono piuttosto lontane. In particolare lo scontro è tra la parte europea della Troika, la Commissione Europea, e quella americana del Fmi, tra le quali restano profonde divergenze sulla situazione greca.
Sostanzialmente si vive di nuovo la stessa situazione del 2015 ; da una parte la Commissione Europea (e la Germania), rifiutano di prendere in esame la possibilità di un haircut sul debito; dall’altra il Fmi, in disaccordo con i colleghi europei, continua a chiedere una forte riduzione del debito greco, perché considera venute meno le condizioni di sostenibilità del debito della Grecia per ricevere un altro piano di prestiti. Su questo il Fmi aveva presentato uno studio nel quale veniva mostrata l’evoluzione del rapporto debito/Pil greco che avrebbe, se applicate le misure di austerità imposte dalla Commissione Ue, superato la soglia del 200% nel giro di due anni. La parte europea presentò a Tsipras delle condizioni che prevedevano un surplus degli avanzi primari pari al 3,5%, in cambio degli 86 miliardi di euro di aiuti da parte dell’Europa. In cambio la Grecia si è impegnata a rispettare un piano draconiano fatto di tagli alla spesa pensionistica e di aumento delle imposte sul consumo, senza togliere la privatizzazione dei suoi aeroporti dati in concessione alla compagnia tedesca Fraport. Ora le due parti tornano a scontrarsi e a preoccupare il Fondo sono le evoluzioni di una situazione dagli effetti imprevedibili per la stabilità dell’Europa.
Poul Thomsen sembra perfettamente consapevole che le condizioni imposte dalla Commissione alla Grecia non possono essere rispettate. La Commissione Ue chiede alla Grecia un avanzo primario del 3,5% di Pil, ma in queste condizioni è difficile pensare che questo obbiettivo possa essere realizzato, nemmeno attraverso l’applicazione di tutte le riforme chieste al governo greco, come i maggiori aumenti alle imposte e gli ulteriori tagli alla previdenza sociale. Quando passa a prendere in esame la posizione dell’Eurogruppo, Thomsen appare ancora più pessimista perché non crede che questa istituzione sia disposta a fare sconti alla Grecia, e ribadisce di “non essere disposto ad andare avanti a meno che l’Europa non stabilisca i suoi obbiettivi all’1,5% “. Il rappresentante del Fondo sembra già sapere la risposta dell’Eurogruppo, che “non accetterà questa condizione “ e proporrà il vaglio di “ altre misure”. A questo punto Delia Velkouleskou tira in ballo le proiezioni realizzate dal Fmi sulla crescita della Grecia , che (qualora fossero eseguite integralmente le raccomandazioni del Fmi) stimano una riduzione del Pil greco pari a circa mezzo punto percentuale, opposte a quelle della Commissione, che secondo Thomsen saranno “intorno allo 0 a +0,25%”.
Per il Fondo l’obbiettivo fondamentale rimane quello dell’1,5% di avanzo primario, e non bisogna spostarsi da questa soglia. La tensione sale, non sembra esserci una via d’uscita ed è a questo punto che Thomsen accarezza l’idea di abbandonare la Troika, stufo dell’atteggiamento intransigente della Commissione e della Germania. Per sbloccare lo stallo si pensa di lasciare spazi di manovra ristretti ad Angela Merkel, mettendola di fronte a due alternative: la prima prevede la possibilità di andare avanti senza il Fmi e costringere la Merkel ad assumersi la responsabilità di questa scelta; la seconda è la capitolazione dell’Europa alle richieste del Fmi per un robusto haircut sul debito greco così da lasciare intatta l’unità della Troika. Ma su questo la Merkel ha già fatto sapere in questi giorni che “non è legalmente possibile” avere un haircut nell’eurozona.
Ci sono tutte le condizioni per arrivare allo stesso punto dell’anno passato, dal momento che la situazione finanziaria della Grecia è immutata, se non peggiorata. Quello che preoccupa maggiormente gli esponenti del Fondo, è lo stallo nel quale potrà trovarsi l’Europa tra due mesi, dal momento che la Grecia dovrà restituire parte dei prestiti concessi lo scorso anno a luglio, ma nello stesso periodo potrebbe essersi già consumato il Brexit. Uno scenario da paralisi che Thomsen considera, paradossalmente, come il solo in grado di sbloccare l’Europa e costringerla a qualche decisione. La conclusione della conversazione trasmette tutto il pessimismo e la frustrazione che grava su una situazione drammatica, con Thomsen che “spera di risolvere il problema per il bene della Grecia”, anche se non sembra esserci molta convinzione nelle sue parole.
Un interessante documento pubblicato in questi giorni su Wikileaks ci descrive meglio tutta l’incertezza che circonda le sorti della Grecia e del suo salvataggio. Il documento in questione è il verbale di una riunione interna del Fmi del 19 marzo scorso, alla quale partecipano Poul Thomsen, capo del dipartimento europeo del Fmi, Delia Velkouleskou, responsabile del Fmi in Grecia e Iva Petrova, economista del Fmi. La conversazione tra i tre membri del Fmi inizia con Thomsen che esprime tutta la sua preoccupazione nel fissare una data prestabilita per i colloqui tra la Troika, rappresentata da Fmi, Bce e Commissione Europea, e la controparte greca, quando ancora adesso le posizioni delle tre istituzioni incaricate di eseguire un nuovo piano di prestiti per la Grecia, sono piuttosto lontane. In particolare lo scontro è tra la parte europea della Troika, la Commissione Europea, e quella americana del Fmi, tra le quali restano profonde divergenze sulla situazione greca.
Sostanzialmente si vive di nuovo la stessa situazione del 2015 ; da una parte la Commissione Europea (e la Germania), rifiutano di prendere in esame la possibilità di un haircut sul debito; dall’altra il Fmi, in disaccordo con i colleghi europei, continua a chiedere una forte riduzione del debito greco, perché considera venute meno le condizioni di sostenibilità del debito della Grecia per ricevere un altro piano di prestiti. Su questo il Fmi aveva presentato uno studio nel quale veniva mostrata l’evoluzione del rapporto debito/Pil greco che avrebbe, se applicate le misure di austerità imposte dalla Commissione Ue, superato la soglia del 200% nel giro di due anni. La parte europea presentò a Tsipras delle condizioni che prevedevano un surplus degli avanzi primari pari al 3,5%, in cambio degli 86 miliardi di euro di aiuti da parte dell’Europa. In cambio la Grecia si è impegnata a rispettare un piano draconiano fatto di tagli alla spesa pensionistica e di aumento delle imposte sul consumo, senza togliere la privatizzazione dei suoi aeroporti dati in concessione alla compagnia tedesca Fraport. Ora le due parti tornano a scontrarsi e a preoccupare il Fondo sono le evoluzioni di una situazione dagli effetti imprevedibili per la stabilità dell’Europa.
Poul Thomsen sembra perfettamente consapevole che le condizioni imposte dalla Commissione alla Grecia non possono essere rispettate. La Commissione Ue chiede alla Grecia un avanzo primario del 3,5% di Pil, ma in queste condizioni è difficile pensare che questo obbiettivo possa essere realizzato, nemmeno attraverso l’applicazione di tutte le riforme chieste al governo greco, come i maggiori aumenti alle imposte e gli ulteriori tagli alla previdenza sociale. Quando passa a prendere in esame la posizione dell’Eurogruppo, Thomsen appare ancora più pessimista perché non crede che questa istituzione sia disposta a fare sconti alla Grecia, e ribadisce di “non essere disposto ad andare avanti a meno che l’Europa non stabilisca i suoi obbiettivi all’1,5% “. Il rappresentante del Fondo sembra già sapere la risposta dell’Eurogruppo, che “non accetterà questa condizione “ e proporrà il vaglio di “ altre misure”. A questo punto Delia Velkouleskou tira in ballo le proiezioni realizzate dal Fmi sulla crescita della Grecia , che (qualora fossero eseguite integralmente le raccomandazioni del Fmi) stimano una riduzione del Pil greco pari a circa mezzo punto percentuale, opposte a quelle della Commissione, che secondo Thomsen saranno “intorno allo 0 a +0,25%”.
Per il Fondo l’obbiettivo fondamentale rimane quello dell’1,5% di avanzo primario, e non bisogna spostarsi da questa soglia. La tensione sale, non sembra esserci una via d’uscita ed è a questo punto che Thomsen accarezza l’idea di abbandonare la Troika, stufo dell’atteggiamento intransigente della Commissione e della Germania. Per sbloccare lo stallo si pensa di lasciare spazi di manovra ristretti ad Angela Merkel, mettendola di fronte a due alternative: la prima prevede la possibilità di andare avanti senza il Fmi e costringere la Merkel ad assumersi la responsabilità di questa scelta; la seconda è la capitolazione dell’Europa alle richieste del Fmi per un robusto haircut sul debito greco così da lasciare intatta l’unità della Troika. Ma su questo la Merkel ha già fatto sapere in questi giorni che “non è legalmente possibile” avere un haircut nell’eurozona.
Ci sono tutte le condizioni per arrivare allo stesso punto dell’anno passato, dal momento che la situazione finanziaria della Grecia è immutata, se non peggiorata. Quello che preoccupa maggiormente gli esponenti del Fondo, è lo stallo nel quale potrà trovarsi l’Europa tra due mesi, dal momento che la Grecia dovrà restituire parte dei prestiti concessi lo scorso anno a luglio, ma nello stesso periodo potrebbe essersi già consumato il Brexit. Uno scenario da paralisi che Thomsen considera, paradossalmente, come il solo in grado di sbloccare l’Europa e costringerla a qualche decisione. La conclusione della conversazione trasmette tutto il pessimismo e la frustrazione che grava su una situazione drammatica, con Thomsen che “spera di risolvere il problema per il bene della Grecia”, anche se non sembra esserci molta convinzione nelle sue parole.
di Cesare Sacchetti | 13 aprile 2016
martedì 10 novembre 2015
L’Eurogruppo dice no alla Grecia
dal Fatto Quotidiano a firma di Cesare Sacchetti del 10 novembre 2015
Ci risiamo. La pièce tragica dell’estate scorsa sul destino della Grecia e dell’eurozona, si arricchisce di nuovi capitoli. Chi credeva che si fosse giunti alla sua conclusione dopo la farsesca accettazione del terzo bail-out l’estate scorsa, rimarrà deluso. Qualche economista assennato avevano invano provato a denunciare le condizioni palesi di insostenibilità di quel piano, e di come la sua implementazione avrebbe portato rapidamente il rapporto tra debito e Pil al di sopra del 200%. Ma questo forse sarebbe il male minore dal punto di vista macroeconomico, dal momento che un’austerità che prevede la privatizzazione degli aeroporti (incidentalmente comprati da compagnie tedesche),una riforma delle pensioni che sposta ancora più in là l’asticella dell’età pensionabile e un obbiettivo di bilancio fiscale fissato al 3.5% di avanzo primario, porterebbe con ogni probabilità il seme della rivolta nelle strade di Atene. L’esecuzione del terzo bail-out da parte della Grecia è semplicemente impraticabile, e la conferma è arrivata proprio ieri quando l’Eurogruppo ha rifiutato di versare nelle casse greche 2 degli 86 miliardi di euro, che costituirebbero il terzo pacchetto di prestiti. Come ha annunciato lo stesso Dijsselbloem, il perito agrario che presiede l’Eurogruppo, la Grecia non ha attuato un soddisfacente piano di riforme strutturali e “i 2 miliardi saranno pagati solo una volta che le istituzioni daranno il via libera quando tutte le azioni che sono state concordate, saranno realizzate, ma tutto questo non si è ancora verificato”.
Quali sono i termini dell’accordo che separano le due parti? Il nodo più difficile da scogliere riguarda la questione dei non-performing loans, quei prestiti difficili da recuperare e divenuti merce avariata per le banche greche che li hanno concessi, e che costituiscono un serio intralcio alla concessione di ulteriori aiuti da parte delle istituzioni europee. Le più importanti banche greche come National Bank of Greece, Piraeus Bank, Alpha Bank e Eurobank detengono 107 miliardi di euro di Npl, e l’esposizione totale dei crediti deteriorati greci rappresenta il 34% dei crediti complessivi. Una percentuale altissima, con la complicazione che questi crediti sono in buona parte dei mutui concessi per l’acquisto delle case di proprietà di molti greci. Il governo greco ha proposto una rateizzazione in 100 tranche di questi crediti per impedire che i debitori perdano la proprietà delle loro case, senza rinunciare alla deroga di 26 giorni per onorare gli eventuali pagamenti mancati. Un termine giudicato troppo generoso dall’Eurogruppo, che lo vorrebbe ridotto a un solo giorno di ritardo, senza la concessione di ulteriori deroghe. La soluzione proposta dai creditori internazionali, metterebbe nelle condizioni di restituire i prestiti solamente il 20% dei mutuatari, mentre il governo greco vorrebbe ammorbidire le condizioni dell’Eurogruppo per tutelare almeno il 50% dei proprietari. Se le banche greche vorranno la ricapitalizzazione delle loro perdite, dovranno necessariamente concedere qualcosa in questo senso.
A voler essere pedanti, la colpa di tale situazione non è tanto dei creditori internazionali, che in fondo altro non fanno che osservare i propri interessi a qualunque costo, come hanno dimostrato ampiamente in passato con il governo Samaras. L’accordo firmato ad agosto prevedeva espressamente l’impegno del governo greco “per aggiornare le proprie procedure di bancarotta, tra le quali quelle per fare fronte ai non performing loans arretrati” fino a prevedere esplicitamente l’adozione di una normativa per permettere di affrontare le eventuali situazioni di insolvenza. La responsabilità di questa situazione è del premier Tsipras, che ha accettato di firmare un accordo irricevibile, tanto da sovvertire completamente l’esito del referendum da lui stesso indetto.
In buona sostanza, nulla è cambiato dalle burrascose condizioni dell’estate passata, quando si era giunti ad un passo dalla rottura definitiva delle trattative e alla conseguente uscita della Grecia dall’Eurozona. La Grecia non è in grado di rispettare quel programma, né può permanere in queste condizioni dentro l’eurozona, senza che le venga concesso un robusto hair-cut sul suo debito e una dilazione alle condizioni degli obbiettivi strutturali di bilancio, che persistono in impossibili avanzi fiscali e sopprimono qualsiasi possibilità di crescita del PIL greco. La posizione più lineare era stata assunta proprio dal falco Schauble, quel Ministro delle Finanze accostato dai suoi detrattori ad un novello dottor Stranamore infatuato della potenza dell’austerity, ma che dal suo punto di vista aveva mantenuto una coerenza di pensiero. Se la Grecia non è in grado di sostenere l’austerity, che esca e cammini con le sue gambe. Su questo si smarca sempre più nettamente la Francia, che inizia a mostrare segni sempre più tangibili di insofferenza nei confronti dello strapotere tedesco, dopo che il ministro delle Finanze francese Sapin ha fatto sapere che la Grecia “ha già fatto considerevoli sforzi”, e spingendo in tal senso per l’accoglimento delle richieste greche.
Ora arriva l’ultimo grottesco tentativo del governo greco di acquisire un qualche peso negoziale in Europa, giocandosi la carta dei migranti. La Grecia sarebbe disposta ad aprire un passaggio per i migranti ad Evros, nel nord-est del paese, pur di ottenere in cambio un po’ di ossigeno dai suoi creditori e consentirle di tirare a campare per qualche altra settimana. Se queste sono le strategie del nuovo governo Tsipras, non c’è da stare troppo allegri e non stupirebbe assistere nuovamente ad una piega drammatica di questa vicenda, ma il buon senso sembra essere passato di moda da un bel pezzo.
______________________________________________________
nulla da aggiungere
Ci risiamo. La pièce tragica dell’estate scorsa sul destino della Grecia e dell’eurozona, si arricchisce di nuovi capitoli. Chi credeva che si fosse giunti alla sua conclusione dopo la farsesca accettazione del terzo bail-out l’estate scorsa, rimarrà deluso. Qualche economista assennato avevano invano provato a denunciare le condizioni palesi di insostenibilità di quel piano, e di come la sua implementazione avrebbe portato rapidamente il rapporto tra debito e Pil al di sopra del 200%. Ma questo forse sarebbe il male minore dal punto di vista macroeconomico, dal momento che un’austerità che prevede la privatizzazione degli aeroporti (incidentalmente comprati da compagnie tedesche),una riforma delle pensioni che sposta ancora più in là l’asticella dell’età pensionabile e un obbiettivo di bilancio fiscale fissato al 3.5% di avanzo primario, porterebbe con ogni probabilità il seme della rivolta nelle strade di Atene. L’esecuzione del terzo bail-out da parte della Grecia è semplicemente impraticabile, e la conferma è arrivata proprio ieri quando l’Eurogruppo ha rifiutato di versare nelle casse greche 2 degli 86 miliardi di euro, che costituirebbero il terzo pacchetto di prestiti. Come ha annunciato lo stesso Dijsselbloem, il perito agrario che presiede l’Eurogruppo, la Grecia non ha attuato un soddisfacente piano di riforme strutturali e “i 2 miliardi saranno pagati solo una volta che le istituzioni daranno il via libera quando tutte le azioni che sono state concordate, saranno realizzate, ma tutto questo non si è ancora verificato”.
Quali sono i termini dell’accordo che separano le due parti? Il nodo più difficile da scogliere riguarda la questione dei non-performing loans, quei prestiti difficili da recuperare e divenuti merce avariata per le banche greche che li hanno concessi, e che costituiscono un serio intralcio alla concessione di ulteriori aiuti da parte delle istituzioni europee. Le più importanti banche greche come National Bank of Greece, Piraeus Bank, Alpha Bank e Eurobank detengono 107 miliardi di euro di Npl, e l’esposizione totale dei crediti deteriorati greci rappresenta il 34% dei crediti complessivi. Una percentuale altissima, con la complicazione che questi crediti sono in buona parte dei mutui concessi per l’acquisto delle case di proprietà di molti greci. Il governo greco ha proposto una rateizzazione in 100 tranche di questi crediti per impedire che i debitori perdano la proprietà delle loro case, senza rinunciare alla deroga di 26 giorni per onorare gli eventuali pagamenti mancati. Un termine giudicato troppo generoso dall’Eurogruppo, che lo vorrebbe ridotto a un solo giorno di ritardo, senza la concessione di ulteriori deroghe. La soluzione proposta dai creditori internazionali, metterebbe nelle condizioni di restituire i prestiti solamente il 20% dei mutuatari, mentre il governo greco vorrebbe ammorbidire le condizioni dell’Eurogruppo per tutelare almeno il 50% dei proprietari. Se le banche greche vorranno la ricapitalizzazione delle loro perdite, dovranno necessariamente concedere qualcosa in questo senso.
A voler essere pedanti, la colpa di tale situazione non è tanto dei creditori internazionali, che in fondo altro non fanno che osservare i propri interessi a qualunque costo, come hanno dimostrato ampiamente in passato con il governo Samaras. L’accordo firmato ad agosto prevedeva espressamente l’impegno del governo greco “per aggiornare le proprie procedure di bancarotta, tra le quali quelle per fare fronte ai non performing loans arretrati” fino a prevedere esplicitamente l’adozione di una normativa per permettere di affrontare le eventuali situazioni di insolvenza. La responsabilità di questa situazione è del premier Tsipras, che ha accettato di firmare un accordo irricevibile, tanto da sovvertire completamente l’esito del referendum da lui stesso indetto.
In buona sostanza, nulla è cambiato dalle burrascose condizioni dell’estate passata, quando si era giunti ad un passo dalla rottura definitiva delle trattative e alla conseguente uscita della Grecia dall’Eurozona. La Grecia non è in grado di rispettare quel programma, né può permanere in queste condizioni dentro l’eurozona, senza che le venga concesso un robusto hair-cut sul suo debito e una dilazione alle condizioni degli obbiettivi strutturali di bilancio, che persistono in impossibili avanzi fiscali e sopprimono qualsiasi possibilità di crescita del PIL greco. La posizione più lineare era stata assunta proprio dal falco Schauble, quel Ministro delle Finanze accostato dai suoi detrattori ad un novello dottor Stranamore infatuato della potenza dell’austerity, ma che dal suo punto di vista aveva mantenuto una coerenza di pensiero. Se la Grecia non è in grado di sostenere l’austerity, che esca e cammini con le sue gambe. Su questo si smarca sempre più nettamente la Francia, che inizia a mostrare segni sempre più tangibili di insofferenza nei confronti dello strapotere tedesco, dopo che il ministro delle Finanze francese Sapin ha fatto sapere che la Grecia “ha già fatto considerevoli sforzi”, e spingendo in tal senso per l’accoglimento delle richieste greche.
Ora arriva l’ultimo grottesco tentativo del governo greco di acquisire un qualche peso negoziale in Europa, giocandosi la carta dei migranti. La Grecia sarebbe disposta ad aprire un passaggio per i migranti ad Evros, nel nord-est del paese, pur di ottenere in cambio un po’ di ossigeno dai suoi creditori e consentirle di tirare a campare per qualche altra settimana. Se queste sono le strategie del nuovo governo Tsipras, non c’è da stare troppo allegri e non stupirebbe assistere nuovamente ad una piega drammatica di questa vicenda, ma il buon senso sembra essere passato di moda da un bel pezzo.
______________________________________________________
nulla da aggiungere
Etichette:
blog,
Crisi Grecia,
default,
esteri,
Eurogruppo,
Grecia,
politica,
Prestiti,
Tsipras
mercoledì 30 settembre 2015
Cavalli di ...Troia
Fonte: Il Fatto Quotidiano in edicola oggi 30/9/2015 a firma di Marco Palombi.
Dato a Cesare quel che è di Cesare veniamo al punto: come mai Tsipras ha fatto quel ha fatto? Ekathimerini ne da una spiegazione in .... backstage. Ha pubblicato un telegramma segreto inviato dall'ambasciatore greco a Washington ad Atene (ad appena tre giorni dall'accordo fra Grecia e troika che aveva sbugiardato ilr eferendum del 5 luglio) che non ricostruiva il ruolo degli USA nella vicenda e i contatti avuti con il governo Tsipras ma da conto anche dei "consigli" forniti al governo e delle pressioni sul FMI per attenuare il forcing della troika stessa: peraltro Tsipras, che si è fidato, non ha ottenuto nulla di quanto gli era stato ventilato, anzi si è trovato nella condizione di doversi piegare del tutto ai desiderata della stessa troika.
Un colpo basso? Certo; ed è un colpo basso a doppio obiettivo: colpire Obama (le eleioni americane si avvicinano) e lo stesso governo ellenico (il siluramento di Varoufakis è la prova provata del potere dei mercati) nello stesso momento.
E' vero? Ritengo di si per il semplice motivo che lo scenario che il giornale disegna rientra nella cornice internazionale che si è venuta vieppiù costruendo nel tempo che vede la necessità per gli usa dia vere un solo soggetto economico-politico con cui trattare quello che gli sta davvero a cuore ossia il TTIP, ormai in dirittura d'arrivo, con cui sperano (e visto il livello dei politici europei c'è da credere che ci riusciranno almeno nel breve termine) di creare quel mercato monstre che dovrebeb ridare lustro alla propria economia a scapito degli altri "alleati" che servono solo come contorno e come mercato coloniale nel quale scorrazzare impunemente: cosa impossibile se non solo si trovano a contrattare con una sola entità, da un lato, statuale (peraltro ormai debolissima) ma con ben 27 Stati ognuno che guarda ai propri interessi e, dall'altro, a dover far piani per circoscrivere la ripresa d'iniziativa russo-cinese (soprattutto russa.. la Cina sta per ora in secondo piano) nelel varie aree del pianeta...... non c'è solo la Grecia quindi in ballo ma un intero continente che nei piani americani ha un doppio ruolo: ausiliario nelle varie avventure militari in cui si lanceranno gli usa e residuale come mercato coloniale di sbocco per i propri prodotti visto che è l'unico posto al mondo dove ancora ci sono possibilità di spendere qualche soldo investendo nella sanità privata, nelle assicurazioni sanitarie, nelle pensioni private ecc. altrove tutto ciò non è possibile.. ancora. Inoltre la Grecia, di suo, ha una caratteristica di "frontiera" perchè è proprio sui confini del varatro mediorientale e può fare da contrappeso alla Turchia sempre più spostata verso un islamismo radicale e ben lontana dal ruolo di guardiano dell'est che gli usa gli avevano affidato durante la guerra fredda.
citando liberamente da "Dune" di F. Herbert : ".... [vedo] progetti dentro altri progetti e dietro tutto vedo voi Shaddam (..) IV" frase che meglio di tutta la pubblicistica mediatica spiega il gioco in cui si sono impegnati gli americani, frutto della loro secolare politica che ha lasciato un enorme scia di sangue nella storia del pianeta per mantenere la propria egemonia, dalla caduta del Muro di Berlino....
Dato a Cesare quel che è di Cesare veniamo al punto: come mai Tsipras ha fatto quel ha fatto? Ekathimerini ne da una spiegazione in .... backstage. Ha pubblicato un telegramma segreto inviato dall'ambasciatore greco a Washington ad Atene (ad appena tre giorni dall'accordo fra Grecia e troika che aveva sbugiardato ilr eferendum del 5 luglio) che non ricostruiva il ruolo degli USA nella vicenda e i contatti avuti con il governo Tsipras ma da conto anche dei "consigli" forniti al governo e delle pressioni sul FMI per attenuare il forcing della troika stessa: peraltro Tsipras, che si è fidato, non ha ottenuto nulla di quanto gli era stato ventilato, anzi si è trovato nella condizione di doversi piegare del tutto ai desiderata della stessa troika.
Un colpo basso? Certo; ed è un colpo basso a doppio obiettivo: colpire Obama (le eleioni americane si avvicinano) e lo stesso governo ellenico (il siluramento di Varoufakis è la prova provata del potere dei mercati) nello stesso momento.
E' vero? Ritengo di si per il semplice motivo che lo scenario che il giornale disegna rientra nella cornice internazionale che si è venuta vieppiù costruendo nel tempo che vede la necessità per gli usa dia vere un solo soggetto economico-politico con cui trattare quello che gli sta davvero a cuore ossia il TTIP, ormai in dirittura d'arrivo, con cui sperano (e visto il livello dei politici europei c'è da credere che ci riusciranno almeno nel breve termine) di creare quel mercato monstre che dovrebeb ridare lustro alla propria economia a scapito degli altri "alleati" che servono solo come contorno e come mercato coloniale nel quale scorrazzare impunemente: cosa impossibile se non solo si trovano a contrattare con una sola entità, da un lato, statuale (peraltro ormai debolissima) ma con ben 27 Stati ognuno che guarda ai propri interessi e, dall'altro, a dover far piani per circoscrivere la ripresa d'iniziativa russo-cinese (soprattutto russa.. la Cina sta per ora in secondo piano) nelel varie aree del pianeta...... non c'è solo la Grecia quindi in ballo ma un intero continente che nei piani americani ha un doppio ruolo: ausiliario nelle varie avventure militari in cui si lanceranno gli usa e residuale come mercato coloniale di sbocco per i propri prodotti visto che è l'unico posto al mondo dove ancora ci sono possibilità di spendere qualche soldo investendo nella sanità privata, nelle assicurazioni sanitarie, nelle pensioni private ecc. altrove tutto ciò non è possibile.. ancora. Inoltre la Grecia, di suo, ha una caratteristica di "frontiera" perchè è proprio sui confini del varatro mediorientale e può fare da contrappeso alla Turchia sempre più spostata verso un islamismo radicale e ben lontana dal ruolo di guardiano dell'est che gli usa gli avevano affidato durante la guerra fredda.
citando liberamente da "Dune" di F. Herbert : ".... [vedo] progetti dentro altri progetti e dietro tutto vedo voi Shaddam (..) IV" frase che meglio di tutta la pubblicistica mediatica spiega il gioco in cui si sono impegnati gli americani, frutto della loro secolare politica che ha lasciato un enorme scia di sangue nella storia del pianeta per mantenere la propria egemonia, dalla caduta del Muro di Berlino....
lunedì 21 settembre 2015
Grecia: vince il male minore..
Cosa volete
che facessero i Greci? Votare di nuovo per i Papandreu o i Samaras o i
Venizelos (tutti cognomi di famiglie che dall'inizio del '900, basta
guardare wikipedia, in qualche modo s'impastano nelle vicende greche)?
No, naturalmente.. chi rimane? Tsipras e poc'altro. Quel che dovrebbe
colpire è l'astensionismo che è altissimo e che è il vero termometro
della malattia che sta colpendo a morte le democrazie europee (quella
americana è morta da anni) svuotate come sono di ogni significato
pregnante basilare per connotarle come tali. Da Blair a Tsipras è u filo
lungo e sottile ma connota gli ultimi decenni durante i quali la
sinistra europea ha perso se stessa, anzi ha fatto di tutto per perdersi
e non ritrovarsi: i sinistroidi ogni volta ci cadiamo..... arriva un
qualunque ex comunista e subito si emozionano e lo votano dimenticando
che prima ancora di essere eletto la prima cosa che capita è che riceve,
o va direttamente lui, una visitina da qualche anonimo personaggio che
gli ricorda chi ha il bastone e la carota e cosa deve fare al di là del
risultato elettorale: ci sono enormi interessi politico-economici che
mirano a rendere l'intero pianeta come un enorme mercato nel quale
ingenti quantità di capitali devono poter scorrazzare senza limiti e
regole e non è possibile, per quanto sia piccola la Grecia, che anche un
singolo paese possa esserne fuori perchè, dovesse funzionare, se
scoprisse la ricetta salvifica diventi un modello alternativo per gli
altri popoli che scalpitano. Quindi, nonostante la profonda crisi del
sistema che pur c'è sotto gli occhi di tutti, il processo deve
continuare fino agli esiti finali e i pochi seduti su vere montagne di
soldi possano continuare a far crescere la propria parte di profitti a
scapito di tutti gli altri. Ecco perchè Tsipras alla fine torna bene a
tutti, greci compresi.... rassicura tutti e abbasserà la testa quando
necessario rivelandosi per quel che è: un burattino senza fili ma pur
sempre un burattino. Ha ragione Giampiero Gramaglia sul Fatto Quotidiano quando afferma che "Tsipras vince sempre. Quando, a gennaio, promette ai greci di battersi contro la troika e
di rivederne i diktat. Quando, a giugno, li invita a bocciare con un
referendum gli accordi che Bruxelles vuole propinare loro. E quando, ora, li chiama a ratificare la sua scelta di tradire le promesse di gennaio e di ignorare il voto di giugno, cedendo alle richieste dei creditori pur di ottenere un terzo salvataggio finanziario da 86 miliardi di euro."
Ecco
perchè la sua è la solita vittoria di chi governa per conto terzi e non
risolverà i mali del paese e nemmeno risolleverà le splendide sorti
della sinistra greca e in fin dei conti dell'intera sinistra europea che
lo vedeva come il nuovo messia..... illusioni di fine impero di chi ha
rinunciato a mettersi in discussione e rimboccarsi le maniche davvero
per cambiare e far cambiare strada e preferisce aspettaer che si
rifaccia vivo il fantasma della sinistra che fu...... ed ecco perchè
come gli inglesi che votarono labour si ritrovarono con una Thatcher in
pantaloni i greci che votarono sinistra si ritrovano un Renzi che sa
ballare il sirtaki
mercoledì 1 luglio 2015
due piazze, un paese, due classi mai così lontane fra loro
E' la foto, l'unica vera, dell'europa quella che abbiamo visto a
Piazza Sintagma nell'Atene del default.......... non è più la Grecia del
V° secolo di Pericle questa quella è morta da anni; così com'è non è
nemmen più la Grecia del dopo colonnelli: quella che guardava al fututo,
anche europeo, con grandi speranze e occhi sognanti. No quella che si è
vista in quella piazza d Atene è una Grecia diversa coinvolta in un
conflitto profondo e, probabilmente, insanabile che non potrà che
sfociare in un conflitto non solo sociale ma pure politico foriero di
rivolte e controrivolte dall'esito imperscrutabile..... facciamone la
fotografia:
- la Piazza di Tsipras. E' la piazza di quelli che hanno subito sia la globalizzazione sia le conseguenze del sistema corruttivo politico-finanziario, sia dei sacrifici imposti quand qualcuno oltre i confini nazionali si è "accorto" che questi greci erano in gabbia.. ma chi sono? Pensionati, precari, giovani dell'ex ceto medio e non, impiegati pubblici, ex militanti del Pasok delusi, ex elettori di destra (soprattutto piccoli imprenditori, artigiani, ecc.) fregati dai loro eletti.. insomma quel 80% (forse qualcuno ricorderà la teoria del 20-80 ossia gli 80 cittadini su cento che sono sempre costretti a pagare la socializzazione dei costi delle avventure di quel 20% di cittadini della società affluente che sono i veri privilegiati) che non ha alcuna possibilità di sfuggire nè ai sacrifici imposti nè ai provvedimenti dei vari governi di crisi che questo paese ha avuto... i sacrificabili in nome del progresso, dell'aver vissuto al di sopra delle proprie possibilità (fatto vero ma indotto dalla frenesia consumistica che negli ultimi 30 anni ha portato moltissimi paesi su questo abisso), del futuro e del milgiore dei mondi possibili ecc. E' la piazza che rialza la testa ma che non ha alcun punto di riferimento nè ideologico nè economico perchè sono quelli NON rappresentati nelle istituzioni direttamente: sono i nuovi invisibili..... sapete perchè Ysipras secondo me non va bene? Perchè è cresciuto nell'orizzonte liberista e non ha studiato, nè tantomeno conosciuto "altri" mondi, altre storie altre possibilità quindi è INCAPACE di poter offrire altre alternative se non quelle che i vecchi volponi della troika già conoscono e ci sguazzano.... non è un caso che la UE abbia sfidato apertamente Tsipras sul referendum perchè sabene che questa parte del paese è terrorizzata di finire di perdere quel zero virgola che ancora gli rimane..... e sa anche che vincerà comunque, perchè sia che vinca il no o il si le proprie banche saranno risarcite dai propri cittadini a spese degli Stati mentre se perderà a pagare saranno proprio "questi" greci che perderanno quel zero virgola che ancora gli rimane: il referendum si doveva fare subito appena vinto non ora quando hanno giocato sui tavioli "istituzionali" e hanno perso perchè non conoscevano nè il gioco che la posta, quella vera!!!!! Non è un caso che nei palazzi sordi e grigi delle istituzioni europee FACESSE PIU' PAURA IL REFERENDUM SCOZZESE O QUELLO SCIPPATO ALLA CATALOGNA perchè quelli erano o sarebbero potuti essere momenti tragici per il dorato mondo della eurocrazia che sarebeb stata colpita al cuore e sarebbe morta.....
- la Piazza il girono dopo. Una piazza altrettanto piena ma con una composizione diversa: una volta tanto, dando ragione a Norberto Bobbio che negava la differenza fra destra e sinistra, Pasok, moderati, Neo Democratia ecc. sono tutti insieme per... difendersi. Si per difendersi perchè sono quei ceti che dal default, dalla globalizzazione, dalla debolezza dello Stato nel combattere l'evasione, nella corruzione dei partiti politici tradizionali, ecc. C'HANNO GUADAGNATO in peso politico-finanziario pur essendo una minoranza sociale ma ha un peso specifico enorme perchè fa parte di quel ceto affluente che ha scommesso sul possibilità di porsi al centro del panorama elettorale in modo da guadagnare, costringendo i partiti a rincorrerli nelle loro richieste, sia che ne vinca uno che ne vinca l'altro.. la variabile impazzita per loro era proprio Tsipras che rappresenterebbe per loro quell'alternativa impossibile da combattere con qualunque mezzo possibile perchè se l'esperimento "Syriza" fosse vincente loro tornerebbero a essere una frazione insignificante dell'elettorato greco....... chi sono? liberi professionisti, rappresentanti di grosse aziende, militanti e funzionari di partito insomma un mondo parallelo che per anni è stato mitizzato da film, letteratura, che ne han fatto degli eroi da imitare e non dei semplici personaggi di un ceto come gli altri.
Etichette:
blog,
economia,
eurocrazia,
grexit,
libero mercato,
politica,
referendum,
storia,
Tsipras,
Ttip,
UE
martedì 30 giugno 2015
E voi, se foste greci?
30/06/2015 di triskel182
L’economista Paul Krugman spiega oggi con parole semplici, su “Repubblica”, il senso profondo del referendum greco: la cittadinanza di quel Paese, infatti, finora ha sempre espresso il desiderio di rimanere agganciata all’Europa e alla sua moneta, ma ha considerato dannosi e indigeribili i provvedimenti che l’Europa stessa le chiedeva in cambio. Adesso quella cittadinanza è chiamata a stabilire quale delle due cose è prioritaria: insomma è costretta a scegliere.
O di qua o di là: tertium non datur, almeno non in questa Europa e in questa moneta unica. Non in un contesto dove comandano Lagarde, Merkel e Schäuble. Non quando un Paese di soli 11 milioni di abitanti e con un’economia strutturalmente debolissima che ha tutti gli altri 18 Paesi contro. Quindi non ha la forza per cambiarne le regole e i trattati.
È un po’ un’ironia della sorte che sia un governo “di estrema sinistra” a mettere i greci di fronte a questo bivio chiaro, evitato da tutti gli esecutivi precedenti: ma si sa che la storia spesso si prende gioco della politica – e di tutti noi.
In ogni caso, già la fine di questo equivoco basterebbe a far capire che il referendum in questione è non solo politicamente legittimo, ma forse addirittura necessario. Ai greci in sostanza viene detto: ragazzi, l’Europa e l’euro sono questa roba qui, noi da soli non abbiamo la forza di cambiarli, a questo punto sta a noi decidere o dentro o fuori.
In questo senso, è curioso come nei giorni scorsi diversi commentatori e semplici cittadini abbiano criticato la decisione greca di andare a referendum, quasi fosse un modo con cui Tsipras ha evitato di prendere una decisione, scaricandosi dalle responsabilità.
A chi ragiona in questo modo forse non è chiaro che per la Grecia si tratta di una decisione di importanza epocale, probabilmente superiore a quella con cui noi italiani nel 1946 optammo (con un referendum, appunto) tra monarchia e repubblica. Consultare il popolo nei momenti di passaggio storici è, con ogni evidenza, una vittoria della democrazia, anzi ne è una condizione igienica di base.
Ma la democrazia è evidentemente una cosa a cui parecchi di noi, qui, non sono più molto abituati.
Altri – ho letto – hanno invece parlato a caldo di un “plebiscito patriottico” dall’esito scontato – e anche questa è un’interpretazione molto mal fondata. Intanto perché non è un plebiscito: in questi lunghi mesi di trattative in Grecia c’è stato tutto il tempo per quella “elaborazione del consenso o del dissenso” che (come insegna Zagrebelsky) distingue il plebiscitarismo dalla democrazia consapevole. In secondo luogo perché la vittoria del No “patriottico” non è affatto certa, anzi al momento i sondaggi danno in testa il Sì.
Il che, personalmente, mi stupisce pochissimo, per le stesse ragioni di cui sopra. Cioè perché i rapporti di forza sono straordinariamente sfavorevoli per il popolo che il 5 luglio andrà alle urne. Che si ritrova circondato non solo da governi e poteri extrapolitici compatti nell’imporre le vecchie regole, ma anche da opinioni pubbliche europee convinte che i greci siano “i parassiti dell’Europa”, quindi pochissimo interessate a fare pressioni affinché la Grecia possa scegliere da sola il modo con cui ripagare i debiti.
La storia del parassitismo, del vivere al di sopra delle proprie possibilità, è un altro paradosso della storia. Perché era fondata proprio quando ad Atene comandavano gli amici della Troika, che in questo modo ottenevano i consensi al proprio partito e ceto politico.
Ma adesso non è più così e basta vedere i numeri: la spesa pubblica è (in rapporto al Pil) di 0,9 punti inferiore a quella italiana e di appena 0,3 punti superiore alla media Eurozona: e ciò nonostante in Grecia il Pil sia in caduta libera dal 2008.
Anche la famosa spesa per le pensioni è (sempre in rapporto a un Pil sempre più basso) di soli 4 decimali di punto superiore a quella italiana: in un Paese dove con una pensione ormai ci campano in cinque o sei, quindi la loro riduzione implicherebbe una miseria ancor più diffusa, un crollo di consumi ancora più drastico. E in un Paese dove l’attuale governo, in ogni caso, aveva già accettato un graduale aumento dell’età pensionabile, quindi un’ulteriore riduzione della spesa.
In sintesi, oggi greci non vivono più “al di sopra delle proprie possibilità”. Anzi, vivono al di sotto di quelle che sarebbero le loro possibilità se non ci fosse stato l’obbligo di pagare interessi alti su un debito contratto dai predecessori di Tsipras per pascolare con le clientele il loro consenso.
Detto tutto questo – cioè l’isolamento della Grecia, i rapporti di forza così sfavorevoli rispetto ai grandi poteri e il bivio implacabile a cui il Paese è costretto – confesso che io stesso, se fossi un cittadino greco, da padre di famiglia sarei molto incerto tra l’opposizione alle pessime ricette imposte dalla Troika e il timore di acque del tutto incognite.
A cui probabilmente alla fine affiderei le mie speranze di cambiamento – visti i disastri determinati finora da quelle ricette – ma non senza averci passato diverse notti in bianco.
E voi, se foste greci?
Da gilioli.blogautore.espresso.repubblica.it
p.s. (MIO)
ecco la domanda:
E VOI, SE FOSTE GRECI?
L’economista Paul Krugman spiega oggi con parole semplici, su “Repubblica”, il senso profondo del referendum greco: la cittadinanza di quel Paese, infatti, finora ha sempre espresso il desiderio di rimanere agganciata all’Europa e alla sua moneta, ma ha considerato dannosi e indigeribili i provvedimenti che l’Europa stessa le chiedeva in cambio. Adesso quella cittadinanza è chiamata a stabilire quale delle due cose è prioritaria: insomma è costretta a scegliere.
O di qua o di là: tertium non datur, almeno non in questa Europa e in questa moneta unica. Non in un contesto dove comandano Lagarde, Merkel e Schäuble. Non quando un Paese di soli 11 milioni di abitanti e con un’economia strutturalmente debolissima che ha tutti gli altri 18 Paesi contro. Quindi non ha la forza per cambiarne le regole e i trattati.
È un po’ un’ironia della sorte che sia un governo “di estrema sinistra” a mettere i greci di fronte a questo bivio chiaro, evitato da tutti gli esecutivi precedenti: ma si sa che la storia spesso si prende gioco della politica – e di tutti noi.
In ogni caso, già la fine di questo equivoco basterebbe a far capire che il referendum in questione è non solo politicamente legittimo, ma forse addirittura necessario. Ai greci in sostanza viene detto: ragazzi, l’Europa e l’euro sono questa roba qui, noi da soli non abbiamo la forza di cambiarli, a questo punto sta a noi decidere o dentro o fuori.
In questo senso, è curioso come nei giorni scorsi diversi commentatori e semplici cittadini abbiano criticato la decisione greca di andare a referendum, quasi fosse un modo con cui Tsipras ha evitato di prendere una decisione, scaricandosi dalle responsabilità.
A chi ragiona in questo modo forse non è chiaro che per la Grecia si tratta di una decisione di importanza epocale, probabilmente superiore a quella con cui noi italiani nel 1946 optammo (con un referendum, appunto) tra monarchia e repubblica. Consultare il popolo nei momenti di passaggio storici è, con ogni evidenza, una vittoria della democrazia, anzi ne è una condizione igienica di base.
Ma la democrazia è evidentemente una cosa a cui parecchi di noi, qui, non sono più molto abituati.
Altri – ho letto – hanno invece parlato a caldo di un “plebiscito patriottico” dall’esito scontato – e anche questa è un’interpretazione molto mal fondata. Intanto perché non è un plebiscito: in questi lunghi mesi di trattative in Grecia c’è stato tutto il tempo per quella “elaborazione del consenso o del dissenso” che (come insegna Zagrebelsky) distingue il plebiscitarismo dalla democrazia consapevole. In secondo luogo perché la vittoria del No “patriottico” non è affatto certa, anzi al momento i sondaggi danno in testa il Sì.
Il che, personalmente, mi stupisce pochissimo, per le stesse ragioni di cui sopra. Cioè perché i rapporti di forza sono straordinariamente sfavorevoli per il popolo che il 5 luglio andrà alle urne. Che si ritrova circondato non solo da governi e poteri extrapolitici compatti nell’imporre le vecchie regole, ma anche da opinioni pubbliche europee convinte che i greci siano “i parassiti dell’Europa”, quindi pochissimo interessate a fare pressioni affinché la Grecia possa scegliere da sola il modo con cui ripagare i debiti.
La storia del parassitismo, del vivere al di sopra delle proprie possibilità, è un altro paradosso della storia. Perché era fondata proprio quando ad Atene comandavano gli amici della Troika, che in questo modo ottenevano i consensi al proprio partito e ceto politico.
Ma adesso non è più così e basta vedere i numeri: la spesa pubblica è (in rapporto al Pil) di 0,9 punti inferiore a quella italiana e di appena 0,3 punti superiore alla media Eurozona: e ciò nonostante in Grecia il Pil sia in caduta libera dal 2008.
Anche la famosa spesa per le pensioni è (sempre in rapporto a un Pil sempre più basso) di soli 4 decimali di punto superiore a quella italiana: in un Paese dove con una pensione ormai ci campano in cinque o sei, quindi la loro riduzione implicherebbe una miseria ancor più diffusa, un crollo di consumi ancora più drastico. E in un Paese dove l’attuale governo, in ogni caso, aveva già accettato un graduale aumento dell’età pensionabile, quindi un’ulteriore riduzione della spesa.
In sintesi, oggi greci non vivono più “al di sopra delle proprie possibilità”. Anzi, vivono al di sotto di quelle che sarebbero le loro possibilità se non ci fosse stato l’obbligo di pagare interessi alti su un debito contratto dai predecessori di Tsipras per pascolare con le clientele il loro consenso.
Detto tutto questo – cioè l’isolamento della Grecia, i rapporti di forza così sfavorevoli rispetto ai grandi poteri e il bivio implacabile a cui il Paese è costretto – confesso che io stesso, se fossi un cittadino greco, da padre di famiglia sarei molto incerto tra l’opposizione alle pessime ricette imposte dalla Troika e il timore di acque del tutto incognite.
A cui probabilmente alla fine affiderei le mie speranze di cambiamento – visti i disastri determinati finora da quelle ricette – ma non senza averci passato diverse notti in bianco.
E voi, se foste greci?
Da gilioli.blogautore.espresso.repubblica.it
p.s. (MIO)
ecco la domanda:
E VOI, SE FOSTE GRECI?
martedì 7 aprile 2015
la capitolazione .... della democrazia
Atene si piega. Alla fine i mercati vincono e con essi i governi del
nord europa che hanno scommesso sull'esempio da dare ai popoli e ai
paesi che o "fanno i furbi (come l'italia) o rialzano la testa (come ora
la Grecia e nel prossimo futuro la Spagna). Ora il punto è: ha ragione
Massimo Rocca che nel suo editoriale postato su facebook ne parla citando Kissinger (che di recente ha premiato l'ex nostro capo di stato come amico degli usa..) "Non
vedo perché dovremmo restare con le mani in mano a guardare mentre un
Paese diventa comunista a causa dell'irresponsabilità del suo popolo.
La questione è troppo importante perché gli elettori cileni possano
essere lasciati a decidere da soli." Fatte le dovute proporzioni
storiche si il pensiero è lo stesso e pure la sua traduzione: i greci
non contano nulla e possono votare per chi gli pare ma alla fine la
testa le devono piegare e mettere mano alla tasca; non conta se le
condizioni sociali sono quello che sono e non c'è più nulla nè da
privatizzare da vendere: aumentare le tasse; pagare i debiti ... e
stare zitti, stop ..... anche a costo di rimettere al posto di comando i
colonnelli.
Finchè chi vuole salvare il proprio paese continuerà a ragionare nei termini " del libero mercato" non se ne esce..... bisogna cambiare strada a qualunque costo. I mezzi ci sono, i soldi pure bisogna averne la volontà e agire prima che mettano il cappio intorno al collo. In realtà, seppur se è vero che il debito greco e quasi del tuto rientrato, il vero problema rimane: i mercati, nel 2015, sanno che Tsipras è solo un fuoco fatuo, non fa più paura. Ormai i soldi sono volati via e riprenderseli non è più nemmeno pensabile se non riprendendo, e capisco che ci vuole coraggio, la propria autonomia e la propria sovranità: evitando gli abbracci pericolosi gli ambiti sono ristrettissimi ma è ancora possibile farlo... il costo sarà più alto ma è sempre possibile riprendendo la gestione economica diretta del paese e non delgando più ai "tecnici".....
Ormai Tsipras è finito: all'interno ha deluso le speranze; all'estero agisce sotto dettatura (tant'è che gira voce del "suggerimento" dato da alcuni ministri e burocrati proprio a Tsipras ossia mollare la sinistra del partito e allearsi con il pasok, e la destra.... il cappio intorno al collo appunto....). Quel che mi più mi addolora sono i greci: non hanno più scampo; sono come gli ultimi soldati circondati dai nemici che lottano solo perchè lo devono fare, non perchè hanno una qualche speranza di uscirne..... pagare 478 mln ad infinitum al FMI significa proprio questo: abbassare la testa.
Oltre ai motivi suddetti, perchè questa rigidità estrema? Perchè in ballo non ci sono solo i soldi ma il TTIP: quel trattato, segreto, che dovrebeb diventare il vero modello unico del mercato dalla costa atlantica europea fino a quella pacifica del Giappone.... se uno solo si chiama fuori e dovesse riuscire nel proprio intento di rimettersi in piedi tutto il castello di carte cadrebbe e in tanti ci perderebbero tantissimi soldi, si parla di trilioni di $ che girano per il pianeta a caccia di occasioni su cui speculare, e insieme a loro a perderci sarebebro gli Stati e le élite che ne hanno permeato l'azione in questi anni e che tutto hanno scommesso su questa sovrastruttura globale: un vero mostro e per giunta carnivoro...... ma è un mostro dai piedi d'argilla ed è questo il suo punto debole: da cui l'esempio che la Grecia deve dare agli altri! Cosa che vuoi che sia la democrazia o il voto quando una massa enorme di soldi può determinare il destino di un intero pianeta: sono vuoti riti, non servono e sono anche pericolosi... meglio sbarazzarsene!
Ecco perchè non ho mai creduto a Tsipras come non credo alla nostra di "sinistra": sono, nella migliroe delle ipotesi, degli ingenui e degli sprovveduti che pensano ancora di poter trattare, o di fare i furbi, pur se sono accerchiati da un intero branco di famelici lupi (mi scuso con i nobili animali... questi lupi sono di una razza diversa, molto diversa) che li stanno già sbranando.
DOBBIAMO CAPIRE CHE DI QUESTA SINISTRA NON SAPPIAMO PIU' CHE FARCENE PERCHE' E' ORMAI VETUSTA E PRIVA DI FANTASIA E DI PROGETTUALITA'... MEGLIO ALBA DORATA.... PER LORO, SOPRATTUTTO, E PER NOI NEL PROSSIMO FUTURO!
Finchè chi vuole salvare il proprio paese continuerà a ragionare nei termini " del libero mercato" non se ne esce..... bisogna cambiare strada a qualunque costo. I mezzi ci sono, i soldi pure bisogna averne la volontà e agire prima che mettano il cappio intorno al collo. In realtà, seppur se è vero che il debito greco e quasi del tuto rientrato, il vero problema rimane: i mercati, nel 2015, sanno che Tsipras è solo un fuoco fatuo, non fa più paura. Ormai i soldi sono volati via e riprenderseli non è più nemmeno pensabile se non riprendendo, e capisco che ci vuole coraggio, la propria autonomia e la propria sovranità: evitando gli abbracci pericolosi gli ambiti sono ristrettissimi ma è ancora possibile farlo... il costo sarà più alto ma è sempre possibile riprendendo la gestione economica diretta del paese e non delgando più ai "tecnici".....
Ormai Tsipras è finito: all'interno ha deluso le speranze; all'estero agisce sotto dettatura (tant'è che gira voce del "suggerimento" dato da alcuni ministri e burocrati proprio a Tsipras ossia mollare la sinistra del partito e allearsi con il pasok, e la destra.... il cappio intorno al collo appunto....). Quel che mi più mi addolora sono i greci: non hanno più scampo; sono come gli ultimi soldati circondati dai nemici che lottano solo perchè lo devono fare, non perchè hanno una qualche speranza di uscirne..... pagare 478 mln ad infinitum al FMI significa proprio questo: abbassare la testa.
Oltre ai motivi suddetti, perchè questa rigidità estrema? Perchè in ballo non ci sono solo i soldi ma il TTIP: quel trattato, segreto, che dovrebeb diventare il vero modello unico del mercato dalla costa atlantica europea fino a quella pacifica del Giappone.... se uno solo si chiama fuori e dovesse riuscire nel proprio intento di rimettersi in piedi tutto il castello di carte cadrebbe e in tanti ci perderebbero tantissimi soldi, si parla di trilioni di $ che girano per il pianeta a caccia di occasioni su cui speculare, e insieme a loro a perderci sarebebro gli Stati e le élite che ne hanno permeato l'azione in questi anni e che tutto hanno scommesso su questa sovrastruttura globale: un vero mostro e per giunta carnivoro...... ma è un mostro dai piedi d'argilla ed è questo il suo punto debole: da cui l'esempio che la Grecia deve dare agli altri! Cosa che vuoi che sia la democrazia o il voto quando una massa enorme di soldi può determinare il destino di un intero pianeta: sono vuoti riti, non servono e sono anche pericolosi... meglio sbarazzarsene!
Ecco perchè non ho mai creduto a Tsipras come non credo alla nostra di "sinistra": sono, nella migliroe delle ipotesi, degli ingenui e degli sprovveduti che pensano ancora di poter trattare, o di fare i furbi, pur se sono accerchiati da un intero branco di famelici lupi (mi scuso con i nobili animali... questi lupi sono di una razza diversa, molto diversa) che li stanno già sbranando.
DOBBIAMO CAPIRE CHE DI QUESTA SINISTRA NON SAPPIAMO PIU' CHE FARCENE PERCHE' E' ORMAI VETUSTA E PRIVA DI FANTASIA E DI PROGETTUALITA'... MEGLIO ALBA DORATA.... PER LORO, SOPRATTUTTO, E PER NOI NEL PROSSIMO FUTURO!
giovedì 26 marzo 2015
Lapavitsas su Varoufakis, Syriza e il marxismo
Fonte: Soldato Kovalski
Pubblico un pezzo dell’intervista Greece: Phase Two fatta da Sebastian Budgen, editor di Historical Materialism, a Costas Lapavitsas, deputato di Syriza e uno dei principali esponenti della Piattaforma di Sinistra, per la rivista Jacobin Magazine. La parte che traduco qui è concentrata sul rapporto, teorico e pratico, tra l’anima propriamente marxista di Syriza e quella da “sinistra diffusa” che viene incarnata da Varoufakis. Nella parte che non ho tradotto, l’intervista si concentra in una lunga trattazione dell’ipotesi di uscita dall’euro delineata da Lapavitsas in Against The Troika (disponibile in formato elettronico sul sito dell’editore VersoBooks).
Parliamo di Varoufakis. Ovviamente, c’è stato un gran chiacchiericcio mediatico su Varoufakis, la sua personalità, il suo stile, e così via. Ci sono stati anche interventi più seri a suo riguardo, per esempio quello di Micheal Roberts che lo definisce “più eccentrico che marxista”. Prima di tutto, Varoufakis che ruolo aveva nella sinistra greca prima della vittoria di Syriza.
So che ci sono stati molti interventi su Varoufakis, il suo stile di vita e sue posizioni. Non voglio parlane, lo lascio ad altri, non ora, magari più in là si potrà parlare dell’impatto che ha avuto sulla politica e così via.
Per quanto riguarda la domanda se sia un marxista, un radicale o altro, consiglierei più attenzione nell’uso del termine “marxista”. Lo consiglio in particolare a chi si proclama marxista perché usa determinate parole e parla molto di marxismo, mentre nella sostanza dell’analisi svolta segue linee politiche ed economiche tra le più prosaiche che si possano immaginare. Facciamo più attenzione nel chiamare qualcuno “marxista”, grazie. Questa non è più politica da aule universitarie, è roba seria, ok?
Quindi, su Varoufakis: lo conosco da lungo tempo come economista, ovviamente. Non penso che si possa definire una persona di sinistra nel senso radicale del termine e di certo non un rivoluzionario, non nel senso in cui intendiamo questi termini in Grecia. Possiamo per dire sicuramente che appartiene alla “sinistra del centro” [in Grecia ci si riferisce comunemente alla socialdemocrazia come “centro”, in Italia diremmo “centrosinistra”, ndt].
È sempre stato di quella posizione, è sempre stato eterodosso e critico in economia, ha sempre rigettato l’economia neoclassica e le teorie neoclassiche nel suo lavoro, è sempre stato pronto a fornire consigli politici al di fuori degli schemi ed è sempre stato pronto a ragionare su alternative praticabili.
Questi sono tutti punti positivi. Quando si guarda alla sua storia, però, bisogna riconoscere che è stato anche un consigliere del governo di George Papandreou, il primo a introdurre i piani di salvataggio in Grecia, e che gli è rimasto legato per un significativo periodo di tempo. Per questo non penso che si possa chiamare “di sinistra” in maniera sistematica.
Lo stesso Varoufakis si posizione in un quadro keynesiano e si relazione con persone come James Galbraith, apertamente keynesiano.
Voglio essere chiaro su questo. Keynes e il keynesismo, sfortunatamente, rimangono gli attrezzi migliori che abbiamo, da marxisti, per affrontare le questioni qui e ora. Ovviamente la tradizione marxista è molto forte nell’affrontare le questioni di medio e lungo termine, nel comprendere le dimensioni di classe e sociali dell’economia e della società in generale. In questi campi non c’è nessun paragone possibile.
Ma per affrontare le politiche nel qui ed ora, sfortunatamente, Keynes e il keynesismo rimangono un importante set di idee, concetti e strumenti anche per i marxisti. Questa è la realtà. Ci sono persone che usano le idee e non le riconoscono come keynesiane, non lo voglio commentare, ma succede.
Quindi non posso criticare Varoufakis perché si relazione ai keynesiani, perché l’ho fatto anch’io, apertamente ed esplicitamente. Se mi potessi mostrare un’altra idea di come fare le cose, sarei ben lieto di seguirla. Ti assicuro però, dopo molti decenni di lavoro sulla teoria economica marxista, che al momento non c’è altra possibilità. Quindi si, Varoufakis ha lavorato con i keynesiani, ma questo non è un problema.
Ovviamente stabilisci una differenza tra il marxismo come strumento analitico e il keynesismo come strumento politico, ma le due scuole hanno anche obiettivi diversi. Varoufakis lo dice esplicitamente: il suo obiettivo è salvare il capitalismo da se stesso. Non vedi questo come una linea di separazione significativa?
Certo! Keynes non è Marx, il keynesismo non è il marxismo. Ovviamente c’è una differenza tra di loro, è come dici te. Il marxismo riguarda il rovesciamento del capitalismo e punta al socialismo. È sempre stato così e rimarrà così. Il keynesismo no, riguarda il miglioramento del capitalismo e anche salvarlo da se stesso.
Comunque, quando si parla di questioni come la politica fiscale, il tasso di scambio, la politica bancaria e così via (questioni su cui la sinistra marxista deve necessariamente produrre politiche serie piuttosto che denunciare il mondo dalle proprie camerette) allora si scopre rapidamente che, piaccia o no, i concetti che usava Keynes e i concetti su cui lavorano i keynesisti sono indispensabili per costruire una strategia marxista.
Questo è quello che sto dicendo. Purtroppo non c’è altra via e quando i marxisti lo capiranno, allora le loro posizioni diventeranno realistiche e rilevanti.
Parliamo dei negoziati, nelle loro varie fasi. Penso che si possa correttamente dire, non so se sei d’accordo, che ci siano due interpretazioni su cosa sia successo durante i negoziati.
La prima interpretazione, dominante sia nella sinistra marxista sia nella stampa finanziaria (con l’eccezion di Krugman e Galbraith) è che i greci, Varoufakis e gli altri, hanno giocato a poker senza avere le carte buone, senza un sostegno per la propria strategia, e sono stati fondamentalmente battuti dall’Unione Europea e in particolare dai tedeschi.
L’altra interpretazione, che viene dai media pro-Varoufakis e pro-dirigenza di Syriza, è che i greci abbiano affrontato I negoziati molto bene e siano riusciti a ribaltare il tavolo almeno parzialmente mettendo i tedeschi sulla difensiva, guadagnando spazi di manovra che altrimenti non avrebbero avuto, legittimando il proprio discorso sull’impagabilità del debito e sull’inefficacia dell’austerità, e così via.
Non so se concordi su questa caratterizzazione delle interpretazioni dominanti. Se sì, dove si posizione la tua interpretazione?
Mi ritrovo in molto di quello che dici. Non mi voglio posizionare rispetto a queste due interpretazione, anche se sono concorde con te. Ti dirò cosa penso, poi starà ai lettori capire a quale lato sono più vicino.
Il mio punto principale, quello da cui parto, è che il governo è andato ai negoziati con un approccio […] per cui si può andare ai negoziati e domandare e lottare che cambiamenti significativi, inclusi la fine dell’austerità e la cancellazione del debito, rimanendo fermamente nei confini dell’unione monetaria.
Questo è il punto-chiave, è quello che nei miei lavori ho chiamato approccio dell’euro buono. Cioè che cambiando le politiche vincendo le elezioni, cambiando gli equilibri tra le forze politiche in Grecia e in Europa, si possa negoziare e trasformare l’unione monetaria e l’intero complesso europeo con le carte che porteremo al tavolo. Questo è l’approccio con cui sono andati ai negoziati, la strategia era determinata da questo.
Ora, ci sono elementi d’inesperienza, inevitabili, elementi di personalità, inevitabili e a cui abbiamo già alluso parlando di Varoufakis, e così via. Sono elementi importanti. Comunque, il punto chiave non era quello. Il punto era la strategia e bisogna capirlo bene, perché se no ci si perde nelle discussioni sul poker, sui bluff e su questo e su quello e su quell’altro ancora.
Il governo aveva una strategia e l’ha applicata. E ha scoperto la realtà. La realtà è che, io penso, questa strategia è finita. Non ha funzionato. Sì, gli equilibri politici sono cambiati in Grecia, anche drammaticamente. Non sono solo il 40% dei voti al governo, ma anche l’80% di sostegno popolare, come dimostrano i sondaggi. Ma questo è contato molto poco nei negoziati.
Perché? Perché i limiti dell’unione monetaria sono quelli che sono. Non sono influenzabili a questo tipo di argomenti. Si tratta d’istituzioni molto rigide che portano con sé un’ideologia e un approccio alle cose. Un governo di sinistra in un piccolo paese non è abbastanza da far cambiare posizione al lato avverso.
Quindi, i greci sono andati con grandi speranze e sono caduti nella trappole che le istituzioni avevano preparato. La trappola fondamentalmente significa (a) taglio alla liquidità e (b) taglio ai finanziamenti per il governo. In questa maniera le istituzioni hanno fatto pesare il vantaggio strutturale nei confronti dei greci.
I greci non avevano alternative, non potevano fare nulla. Syriza non poteva fare nulla perché aveva accettato i confini dell’euro. Fin tanto che accetti i confini dell’euro, non puoi dare risposte efficaci. Questo è il motivo per cui alla fine è uscito quello che è uscito.
Hanno provato a fare qualcosa di diverso, dall’altra hanno puntato i piedi, specie i tedeschi. Verso la fine dei negoziati è stata una questione di giorni prima della chiusura delle banche. In questa situazione i greci hanno infine accettato un brutto compromesso.
[…]
Penso che molti fuori dalla Grecia abbiano difficoltà a capire sia l’idea che si possa rimanere attaccati all’euro per principio sia l’idea, che sembra molto ingenua , che questi governi social-liberali (neoliberisti, nel caso di Obama) potrebbero in qualche maniera essere obiettivamente alleati contro la Germania e i falchi dell’Unione Europea. Cosa ne pensi?
La mia lettura del quadro analitico, quando la guarda come economista politico, è completamente disastrosa, l’ho detto apertamente. L’ho detto già anni fa e penso che gli eventi delle ultime settimane abbiano confermato la mia posizione iniziale. Penso che, da marxisti, dobbiamo cominciare dall’economia politica della situazione, non dall’equilibrio tra le forze politiche. Purtroppo la sinistra greca e una gran parte della sinistra europea fanno al contrario.
Cioè, comincia con la geopolitica piuttosto che con l’economia politica?
Con la geopolitica e con la politica interna, con l’equilibrio delle forze politiche, a questo è stato ridotto il marxismo, purtroppo. E quando si comincia con la politica, interna o internazionale, è facile imbarcarsi in voli di fantasia. È facile iniziare a pensare che, in fondo, tutto sia politica e che, potendo cambiare l’equilibrio delle forze politiche, tutto sia raggiungibile.
Mi spiace, ma non è così, e non è marxismo. Come marxisti pensiamo che la politica derivi in ultima analisi dalla realtà materiale delle relazioni economiche e di classe. È un’affermazione di Marx, davvero profonda, se intesa correttamente e non meccanicamente. La conclusione è che questa frase significa che non tutto è conseguibile attraverso la politica.
Ed è esattamente quello che abbiamo visto. Perché? Perché l’economia politica dell’unione monetaria è schiacciante. Ci piaccia o no, l’Europa e la Grecia esistono dentro I confine di un’unione monetaria.
Purtroppo gran parte della sinistra marxista ha fatto finta di niente o ha capito male l’importanza del denaro. Non è sorprendente, perché la sinistra europea non comprende il denaro e la finanza. Fa finta di capire, ma non capisce.
Ripeto, ciò che è praticabile e ciò che non è determinato in ultima istanza dall’economia politica dell’unione monetaria. Dentro i confini del capitalismo europeo, ovviamente, il capitalismo è la questione dirimente. Syriza ha appena scoperto questo ed è ora che cominci a riconsiderare le cose e inizi a ripensare come modellare le politiche e l’approccio politico dentro questi confini.
Se Syriza vuole raggiungere altri obiettivi politici, deve cambiare il quadro istituzionale, non c’è altra via. Per cambiare il quadro, bisogna muoversi verso una rottura, non si può riformare il sistema euro. È impossibili riformare l’unione monetaria. È questo che è diventato chiaro.
Questa posizione non è come dire che non puoi fare nulla se non si è rovesciato il capitalismo? Cioè quello che dicono settori dell’estrema sinistra? Che è chiaramente un assurdo estremismo di sinistra. Non c’è bisogno di una rivoluzione socialista e non c’è bisogna di rovesciare il capitalismo per fare piccole cose. Ovviamente, miriamo al rovesciamento del capitalismo e ovviamente vorremmo vedere la rivoluzione socialista. Ma non è nelle carte disponibili al momento.
Per liberarsi dell’austerità non c’è bisogno della rivoluzione socialista in Grecia, non c’è bisogno di rovesciare il capitalismo. Ma certamente c’è bisogno di liberarsi dal quadro istituzionale dell’euro. Questa semplice cosa non è capita, o non è abbastanza apprezzata, dentro Syriza e dentro la sinistra europea, e questo va tragicamente avanti da anni.
E la ragione è che è circa la posizione di Antarsya e del KKE e che, a causa dell’equilibrio delle forze politiche, non si può concedere la vittoria su questi argomenti ai critici di sinistra?
In parte sì. È una malattia di lungo corso della sinistra greca, e devo dire anche in ciò che rimane della sinistra britannica, che avvelena questo livello di discorso.
Ma c’è qualcosa di più profondo, non è semplicemente il correntismo patologico. La vera questione, all’interno della sinistra che non fa parte di Syriza, è la paure del potere, mascherata dietro i paroloni. Nel caso del KKE si parla sempre di potere dei lavoratori, nel caso di Antarsya ogni frase riguarda il rovesciamento del capitalismo e l’instaurazione del comunismo. Tutto questo nasconde una profonda paura del potere!
Pensano che la gente non lo capisca ma è perfettamente ovvio che queste organizzazioni sono spaventate fino al midollo dalla prospettiva delle responsabilità e del potere. È per questo che assumono posizioni estremiste di sinistra.
C’è un modo di dire in Grecia per cui un uomo che non vuole sposarsi continua a fidanzarsi. È quello che i comunisti del KKE stanno facendo, non vogliono affrontare le questioni del qui e ora quindi parlano della rivoluzione.
In questo modo, non devi affrontare la questione dell’euro. Fai finta che la questione dell’euro sia una questione minore, laterale o cos’altro. Oppure rilanci la questione all’infinito: bisogna uscire dall’Unione Europea, dalla NATO, da questo, da quello e da quell’altro. In altre parole, rispondendo a tutto non dai una risposta specifica a nulla.
Una lettura più benevola potrebbe essere quella per cui sono preoccupati per gli effetti del potere di un governo di sinistra basandosi sugli esempi storici. Non hanno paure del potere in se quanto di distruggere l’autonomia dei movimenti sociali.
Potrei usare un detto inglese: se hai paura del fuoco, stai alla larga dalla cucina. La politica non è teorizzare, non discutere nelle camerette.
La politica riguarda la società per com’è, e la società Grecia vuole risposte qui e ora. Purtroppo, solo Syriza ha cominciato a fornirle a suo modo, ed è per questo che sta dove sta e le altre organizzazioni stanno dove stanno.
Ora ci sono i cosiddetti “quattro mesi d’aria”. C’è molta incertezza su come le varie riforme proposte dal governo saranno attuate in pratica, sia per le riforme redistributive promesse in campagna elettorale sia per la questione delle privatizzazioni, che sono una delle linee invalicabili.
Ora ci sono anche divisioni che tutto possono vedere dentro Syriza, col Comitato Centrale e così via. Come vedi questa fase, da qui all’estate?
Sarà un periodo molto duro per il governo e per Syriza. Un periodo molto duro. Ovviamente, è il risultato del compromesso siglato nei negoziati. Fondamentalmente i creditori e l’UE hanno intrappolato Syriza, il governo subirà costantemente pressioni per rispettare gli obiettivi fiscali.
A marzo scadono dei pagamenti sul debito molto pesanti che stanno già creando problemi, perché il sistema delle tasse sta collassando. Ad aprile il governo dovrà completare una revisione del processo in atto, ovvero una revisione del programma, e sarà un periodo infernale perché ovviamente le istituzioni monetarie saranno rigide.
E poi in maggio il governo dovrà prepararsi al negoziato di giugno per un nuovo accordo di lungo termine per finanziare in qualche maniera il debito e ottenerne la riduzione che Syriza ha promesso al popolo greco. Il tempo tra ora e giugno volerà veloce e sarà un tempo di frizioni e lotte costanti per evitare la crisi, o meglio un periodo in cui si affronterà la crisi giorno per giorno.
In questo contesto, dal mio punto di vista, il governo ha solo due opzioni reali se vuole sopravvivere e se vuole fare ciò per cui è stato eletto.
La prima è cominciare ad applicare il programma per quanto possibile. È di primaria importanza che le leggi vengano approvate dal parlamento dimostrando alla popolazione che intendiamo fare ciò che diciamo e che, anche nei limiti del patto con l’Europa, possiamo portare a casa dei risultati, anche infrangendo quei limiti per quanto possibile.
La seconda cosa che il governo dovrebbe fare, ovviamente, è imparare la lezione dal fallimento della strategia che ha portato al pessimo accordo di febbraio e inizia a preparare un approccio differente per i negoziati in giugno. Se ci si approccerà a questi negoziati con la stessa strategia, il risultato sarà lo stesso.
Quindi per te le questioni chiave su cui il governo può avanzare dovrebbero essere la riconnessione alla rete elettrica delle famiglie, forse la rivalutazione delle pensioni e dell’assistenza medica, ma non questioni che sono già state escluse come l’aumenti del salario minimo, la ri assunzione dei lavoratori pubblici e la rinegoziazione o reversione delle privatizzazioni?
Dobbiamo essere cauti e realistici. Il governo è in un angolo, per le ragioni che abbiamo discusso. Quattro mesi sono pochi. Il governo è anche senza esperienza e la macchina dello stato si muove lentamente ed è generalmente ostile al nuovo governo. L’accordo firmato non tende a grandi cambiamenti nell’immediato, di sicuro non quelli di un governo di sinistra.
Quindi, dobbiamo stabilire delle priorità tra ciò che si può fare e non si può fare in questo breve periodo per mantenere il sostegno popolare e dimostrare alla gente che non siamo come gli altri. Saremo giudicati in base a quali promesse riusciremo a mantenere nei prossimi quattro mesi.
Certamente, la prima cosa è la legislazione sulla crisi umanitaria, e su questo abbiamo già iniziato a lavorare. Sono molto importanti anche le leggi per affrontare i debiti nei confronti del settore pubblico e la questione delle tasse. L’aumento del salario minimo, anche se rimane un nostro impegno che dovremo onorare, può attendere quattro mesi, non è la fine del mondo.
Bisogna essere attenti quando si scelgono le priorità. L’UE e le altre istituzioni faranno pressione per non introdurre le cose che ho menzionato, dobbiamo rimanere fermi nel respingere queste pressioni. Se non lo facciamo, siamo finiti.
Per leggere tutta l’intervista (in inglese) clicca qui.
p.s.
l'intervista è tradotta in maniera imprecisa ma il senso c'è tutto!!!! e da un chiarissimo quadro della situaizone di confusione e di dilettantismo dovuto a inesperieza e limiti oggettivi del governo greco...
ora una chicca: questo è Draghi; ascoltatelo con attenzione e leggete i sottotitoli: chiaro come il sole!
Pubblico un pezzo dell’intervista Greece: Phase Two fatta da Sebastian Budgen, editor di Historical Materialism, a Costas Lapavitsas, deputato di Syriza e uno dei principali esponenti della Piattaforma di Sinistra, per la rivista Jacobin Magazine. La parte che traduco qui è concentrata sul rapporto, teorico e pratico, tra l’anima propriamente marxista di Syriza e quella da “sinistra diffusa” che viene incarnata da Varoufakis. Nella parte che non ho tradotto, l’intervista si concentra in una lunga trattazione dell’ipotesi di uscita dall’euro delineata da Lapavitsas in Against The Troika (disponibile in formato elettronico sul sito dell’editore VersoBooks).
Parliamo di Varoufakis. Ovviamente, c’è stato un gran chiacchiericcio mediatico su Varoufakis, la sua personalità, il suo stile, e così via. Ci sono stati anche interventi più seri a suo riguardo, per esempio quello di Micheal Roberts che lo definisce “più eccentrico che marxista”. Prima di tutto, Varoufakis che ruolo aveva nella sinistra greca prima della vittoria di Syriza.
So che ci sono stati molti interventi su Varoufakis, il suo stile di vita e sue posizioni. Non voglio parlane, lo lascio ad altri, non ora, magari più in là si potrà parlare dell’impatto che ha avuto sulla politica e così via.
Per quanto riguarda la domanda se sia un marxista, un radicale o altro, consiglierei più attenzione nell’uso del termine “marxista”. Lo consiglio in particolare a chi si proclama marxista perché usa determinate parole e parla molto di marxismo, mentre nella sostanza dell’analisi svolta segue linee politiche ed economiche tra le più prosaiche che si possano immaginare. Facciamo più attenzione nel chiamare qualcuno “marxista”, grazie. Questa non è più politica da aule universitarie, è roba seria, ok?
Quindi, su Varoufakis: lo conosco da lungo tempo come economista, ovviamente. Non penso che si possa definire una persona di sinistra nel senso radicale del termine e di certo non un rivoluzionario, non nel senso in cui intendiamo questi termini in Grecia. Possiamo per dire sicuramente che appartiene alla “sinistra del centro” [in Grecia ci si riferisce comunemente alla socialdemocrazia come “centro”, in Italia diremmo “centrosinistra”, ndt].
È sempre stato di quella posizione, è sempre stato eterodosso e critico in economia, ha sempre rigettato l’economia neoclassica e le teorie neoclassiche nel suo lavoro, è sempre stato pronto a fornire consigli politici al di fuori degli schemi ed è sempre stato pronto a ragionare su alternative praticabili.
Questi sono tutti punti positivi. Quando si guarda alla sua storia, però, bisogna riconoscere che è stato anche un consigliere del governo di George Papandreou, il primo a introdurre i piani di salvataggio in Grecia, e che gli è rimasto legato per un significativo periodo di tempo. Per questo non penso che si possa chiamare “di sinistra” in maniera sistematica.
Lo stesso Varoufakis si posizione in un quadro keynesiano e si relazione con persone come James Galbraith, apertamente keynesiano.
Voglio essere chiaro su questo. Keynes e il keynesismo, sfortunatamente, rimangono gli attrezzi migliori che abbiamo, da marxisti, per affrontare le questioni qui e ora. Ovviamente la tradizione marxista è molto forte nell’affrontare le questioni di medio e lungo termine, nel comprendere le dimensioni di classe e sociali dell’economia e della società in generale. In questi campi non c’è nessun paragone possibile.
Ma per affrontare le politiche nel qui ed ora, sfortunatamente, Keynes e il keynesismo rimangono un importante set di idee, concetti e strumenti anche per i marxisti. Questa è la realtà. Ci sono persone che usano le idee e non le riconoscono come keynesiane, non lo voglio commentare, ma succede.
Quindi non posso criticare Varoufakis perché si relazione ai keynesiani, perché l’ho fatto anch’io, apertamente ed esplicitamente. Se mi potessi mostrare un’altra idea di come fare le cose, sarei ben lieto di seguirla. Ti assicuro però, dopo molti decenni di lavoro sulla teoria economica marxista, che al momento non c’è altra possibilità. Quindi si, Varoufakis ha lavorato con i keynesiani, ma questo non è un problema.
Ovviamente stabilisci una differenza tra il marxismo come strumento analitico e il keynesismo come strumento politico, ma le due scuole hanno anche obiettivi diversi. Varoufakis lo dice esplicitamente: il suo obiettivo è salvare il capitalismo da se stesso. Non vedi questo come una linea di separazione significativa?
Certo! Keynes non è Marx, il keynesismo non è il marxismo. Ovviamente c’è una differenza tra di loro, è come dici te. Il marxismo riguarda il rovesciamento del capitalismo e punta al socialismo. È sempre stato così e rimarrà così. Il keynesismo no, riguarda il miglioramento del capitalismo e anche salvarlo da se stesso.
Comunque, quando si parla di questioni come la politica fiscale, il tasso di scambio, la politica bancaria e così via (questioni su cui la sinistra marxista deve necessariamente produrre politiche serie piuttosto che denunciare il mondo dalle proprie camerette) allora si scopre rapidamente che, piaccia o no, i concetti che usava Keynes e i concetti su cui lavorano i keynesisti sono indispensabili per costruire una strategia marxista.
Questo è quello che sto dicendo. Purtroppo non c’è altra via e quando i marxisti lo capiranno, allora le loro posizioni diventeranno realistiche e rilevanti.
Parliamo dei negoziati, nelle loro varie fasi. Penso che si possa correttamente dire, non so se sei d’accordo, che ci siano due interpretazioni su cosa sia successo durante i negoziati.
La prima interpretazione, dominante sia nella sinistra marxista sia nella stampa finanziaria (con l’eccezion di Krugman e Galbraith) è che i greci, Varoufakis e gli altri, hanno giocato a poker senza avere le carte buone, senza un sostegno per la propria strategia, e sono stati fondamentalmente battuti dall’Unione Europea e in particolare dai tedeschi.
L’altra interpretazione, che viene dai media pro-Varoufakis e pro-dirigenza di Syriza, è che i greci abbiano affrontato I negoziati molto bene e siano riusciti a ribaltare il tavolo almeno parzialmente mettendo i tedeschi sulla difensiva, guadagnando spazi di manovra che altrimenti non avrebbero avuto, legittimando il proprio discorso sull’impagabilità del debito e sull’inefficacia dell’austerità, e così via.
Non so se concordi su questa caratterizzazione delle interpretazioni dominanti. Se sì, dove si posizione la tua interpretazione?
Mi ritrovo in molto di quello che dici. Non mi voglio posizionare rispetto a queste due interpretazione, anche se sono concorde con te. Ti dirò cosa penso, poi starà ai lettori capire a quale lato sono più vicino.
Il mio punto principale, quello da cui parto, è che il governo è andato ai negoziati con un approccio […] per cui si può andare ai negoziati e domandare e lottare che cambiamenti significativi, inclusi la fine dell’austerità e la cancellazione del debito, rimanendo fermamente nei confini dell’unione monetaria.
Questo è il punto-chiave, è quello che nei miei lavori ho chiamato approccio dell’euro buono. Cioè che cambiando le politiche vincendo le elezioni, cambiando gli equilibri tra le forze politiche in Grecia e in Europa, si possa negoziare e trasformare l’unione monetaria e l’intero complesso europeo con le carte che porteremo al tavolo. Questo è l’approccio con cui sono andati ai negoziati, la strategia era determinata da questo.
Ora, ci sono elementi d’inesperienza, inevitabili, elementi di personalità, inevitabili e a cui abbiamo già alluso parlando di Varoufakis, e così via. Sono elementi importanti. Comunque, il punto chiave non era quello. Il punto era la strategia e bisogna capirlo bene, perché se no ci si perde nelle discussioni sul poker, sui bluff e su questo e su quello e su quell’altro ancora.
Il governo aveva una strategia e l’ha applicata. E ha scoperto la realtà. La realtà è che, io penso, questa strategia è finita. Non ha funzionato. Sì, gli equilibri politici sono cambiati in Grecia, anche drammaticamente. Non sono solo il 40% dei voti al governo, ma anche l’80% di sostegno popolare, come dimostrano i sondaggi. Ma questo è contato molto poco nei negoziati.
Perché? Perché i limiti dell’unione monetaria sono quelli che sono. Non sono influenzabili a questo tipo di argomenti. Si tratta d’istituzioni molto rigide che portano con sé un’ideologia e un approccio alle cose. Un governo di sinistra in un piccolo paese non è abbastanza da far cambiare posizione al lato avverso.
Quindi, i greci sono andati con grandi speranze e sono caduti nella trappole che le istituzioni avevano preparato. La trappola fondamentalmente significa (a) taglio alla liquidità e (b) taglio ai finanziamenti per il governo. In questa maniera le istituzioni hanno fatto pesare il vantaggio strutturale nei confronti dei greci.
I greci non avevano alternative, non potevano fare nulla. Syriza non poteva fare nulla perché aveva accettato i confini dell’euro. Fin tanto che accetti i confini dell’euro, non puoi dare risposte efficaci. Questo è il motivo per cui alla fine è uscito quello che è uscito.
Hanno provato a fare qualcosa di diverso, dall’altra hanno puntato i piedi, specie i tedeschi. Verso la fine dei negoziati è stata una questione di giorni prima della chiusura delle banche. In questa situazione i greci hanno infine accettato un brutto compromesso.
[…]
Penso che molti fuori dalla Grecia abbiano difficoltà a capire sia l’idea che si possa rimanere attaccati all’euro per principio sia l’idea, che sembra molto ingenua , che questi governi social-liberali (neoliberisti, nel caso di Obama) potrebbero in qualche maniera essere obiettivamente alleati contro la Germania e i falchi dell’Unione Europea. Cosa ne pensi?
La mia lettura del quadro analitico, quando la guarda come economista politico, è completamente disastrosa, l’ho detto apertamente. L’ho detto già anni fa e penso che gli eventi delle ultime settimane abbiano confermato la mia posizione iniziale. Penso che, da marxisti, dobbiamo cominciare dall’economia politica della situazione, non dall’equilibrio tra le forze politiche. Purtroppo la sinistra greca e una gran parte della sinistra europea fanno al contrario.
Cioè, comincia con la geopolitica piuttosto che con l’economia politica?
Con la geopolitica e con la politica interna, con l’equilibrio delle forze politiche, a questo è stato ridotto il marxismo, purtroppo. E quando si comincia con la politica, interna o internazionale, è facile imbarcarsi in voli di fantasia. È facile iniziare a pensare che, in fondo, tutto sia politica e che, potendo cambiare l’equilibrio delle forze politiche, tutto sia raggiungibile.
Mi spiace, ma non è così, e non è marxismo. Come marxisti pensiamo che la politica derivi in ultima analisi dalla realtà materiale delle relazioni economiche e di classe. È un’affermazione di Marx, davvero profonda, se intesa correttamente e non meccanicamente. La conclusione è che questa frase significa che non tutto è conseguibile attraverso la politica.
Ed è esattamente quello che abbiamo visto. Perché? Perché l’economia politica dell’unione monetaria è schiacciante. Ci piaccia o no, l’Europa e la Grecia esistono dentro I confine di un’unione monetaria.
Purtroppo gran parte della sinistra marxista ha fatto finta di niente o ha capito male l’importanza del denaro. Non è sorprendente, perché la sinistra europea non comprende il denaro e la finanza. Fa finta di capire, ma non capisce.
Ripeto, ciò che è praticabile e ciò che non è determinato in ultima istanza dall’economia politica dell’unione monetaria. Dentro i confini del capitalismo europeo, ovviamente, il capitalismo è la questione dirimente. Syriza ha appena scoperto questo ed è ora che cominci a riconsiderare le cose e inizi a ripensare come modellare le politiche e l’approccio politico dentro questi confini.
Se Syriza vuole raggiungere altri obiettivi politici, deve cambiare il quadro istituzionale, non c’è altra via. Per cambiare il quadro, bisogna muoversi verso una rottura, non si può riformare il sistema euro. È impossibili riformare l’unione monetaria. È questo che è diventato chiaro.
Questa posizione non è come dire che non puoi fare nulla se non si è rovesciato il capitalismo? Cioè quello che dicono settori dell’estrema sinistra? Che è chiaramente un assurdo estremismo di sinistra. Non c’è bisogno di una rivoluzione socialista e non c’è bisogna di rovesciare il capitalismo per fare piccole cose. Ovviamente, miriamo al rovesciamento del capitalismo e ovviamente vorremmo vedere la rivoluzione socialista. Ma non è nelle carte disponibili al momento.
Per liberarsi dell’austerità non c’è bisogno della rivoluzione socialista in Grecia, non c’è bisogno di rovesciare il capitalismo. Ma certamente c’è bisogno di liberarsi dal quadro istituzionale dell’euro. Questa semplice cosa non è capita, o non è abbastanza apprezzata, dentro Syriza e dentro la sinistra europea, e questo va tragicamente avanti da anni.
E la ragione è che è circa la posizione di Antarsya e del KKE e che, a causa dell’equilibrio delle forze politiche, non si può concedere la vittoria su questi argomenti ai critici di sinistra?
In parte sì. È una malattia di lungo corso della sinistra greca, e devo dire anche in ciò che rimane della sinistra britannica, che avvelena questo livello di discorso.
Ma c’è qualcosa di più profondo, non è semplicemente il correntismo patologico. La vera questione, all’interno della sinistra che non fa parte di Syriza, è la paure del potere, mascherata dietro i paroloni. Nel caso del KKE si parla sempre di potere dei lavoratori, nel caso di Antarsya ogni frase riguarda il rovesciamento del capitalismo e l’instaurazione del comunismo. Tutto questo nasconde una profonda paura del potere!
Pensano che la gente non lo capisca ma è perfettamente ovvio che queste organizzazioni sono spaventate fino al midollo dalla prospettiva delle responsabilità e del potere. È per questo che assumono posizioni estremiste di sinistra.
C’è un modo di dire in Grecia per cui un uomo che non vuole sposarsi continua a fidanzarsi. È quello che i comunisti del KKE stanno facendo, non vogliono affrontare le questioni del qui e ora quindi parlano della rivoluzione.
In questo modo, non devi affrontare la questione dell’euro. Fai finta che la questione dell’euro sia una questione minore, laterale o cos’altro. Oppure rilanci la questione all’infinito: bisogna uscire dall’Unione Europea, dalla NATO, da questo, da quello e da quell’altro. In altre parole, rispondendo a tutto non dai una risposta specifica a nulla.
Una lettura più benevola potrebbe essere quella per cui sono preoccupati per gli effetti del potere di un governo di sinistra basandosi sugli esempi storici. Non hanno paure del potere in se quanto di distruggere l’autonomia dei movimenti sociali.
Potrei usare un detto inglese: se hai paura del fuoco, stai alla larga dalla cucina. La politica non è teorizzare, non discutere nelle camerette.
La politica riguarda la società per com’è, e la società Grecia vuole risposte qui e ora. Purtroppo, solo Syriza ha cominciato a fornirle a suo modo, ed è per questo che sta dove sta e le altre organizzazioni stanno dove stanno.
Ora ci sono i cosiddetti “quattro mesi d’aria”. C’è molta incertezza su come le varie riforme proposte dal governo saranno attuate in pratica, sia per le riforme redistributive promesse in campagna elettorale sia per la questione delle privatizzazioni, che sono una delle linee invalicabili.
Ora ci sono anche divisioni che tutto possono vedere dentro Syriza, col Comitato Centrale e così via. Come vedi questa fase, da qui all’estate?
Sarà un periodo molto duro per il governo e per Syriza. Un periodo molto duro. Ovviamente, è il risultato del compromesso siglato nei negoziati. Fondamentalmente i creditori e l’UE hanno intrappolato Syriza, il governo subirà costantemente pressioni per rispettare gli obiettivi fiscali.
A marzo scadono dei pagamenti sul debito molto pesanti che stanno già creando problemi, perché il sistema delle tasse sta collassando. Ad aprile il governo dovrà completare una revisione del processo in atto, ovvero una revisione del programma, e sarà un periodo infernale perché ovviamente le istituzioni monetarie saranno rigide.
E poi in maggio il governo dovrà prepararsi al negoziato di giugno per un nuovo accordo di lungo termine per finanziare in qualche maniera il debito e ottenerne la riduzione che Syriza ha promesso al popolo greco. Il tempo tra ora e giugno volerà veloce e sarà un tempo di frizioni e lotte costanti per evitare la crisi, o meglio un periodo in cui si affronterà la crisi giorno per giorno.
In questo contesto, dal mio punto di vista, il governo ha solo due opzioni reali se vuole sopravvivere e se vuole fare ciò per cui è stato eletto.
La prima è cominciare ad applicare il programma per quanto possibile. È di primaria importanza che le leggi vengano approvate dal parlamento dimostrando alla popolazione che intendiamo fare ciò che diciamo e che, anche nei limiti del patto con l’Europa, possiamo portare a casa dei risultati, anche infrangendo quei limiti per quanto possibile.
La seconda cosa che il governo dovrebbe fare, ovviamente, è imparare la lezione dal fallimento della strategia che ha portato al pessimo accordo di febbraio e inizia a preparare un approccio differente per i negoziati in giugno. Se ci si approccerà a questi negoziati con la stessa strategia, il risultato sarà lo stesso.
Quindi per te le questioni chiave su cui il governo può avanzare dovrebbero essere la riconnessione alla rete elettrica delle famiglie, forse la rivalutazione delle pensioni e dell’assistenza medica, ma non questioni che sono già state escluse come l’aumenti del salario minimo, la ri assunzione dei lavoratori pubblici e la rinegoziazione o reversione delle privatizzazioni?
Dobbiamo essere cauti e realistici. Il governo è in un angolo, per le ragioni che abbiamo discusso. Quattro mesi sono pochi. Il governo è anche senza esperienza e la macchina dello stato si muove lentamente ed è generalmente ostile al nuovo governo. L’accordo firmato non tende a grandi cambiamenti nell’immediato, di sicuro non quelli di un governo di sinistra.
Quindi, dobbiamo stabilire delle priorità tra ciò che si può fare e non si può fare in questo breve periodo per mantenere il sostegno popolare e dimostrare alla gente che non siamo come gli altri. Saremo giudicati in base a quali promesse riusciremo a mantenere nei prossimi quattro mesi.
Certamente, la prima cosa è la legislazione sulla crisi umanitaria, e su questo abbiamo già iniziato a lavorare. Sono molto importanti anche le leggi per affrontare i debiti nei confronti del settore pubblico e la questione delle tasse. L’aumento del salario minimo, anche se rimane un nostro impegno che dovremo onorare, può attendere quattro mesi, non è la fine del mondo.
Bisogna essere attenti quando si scelgono le priorità. L’UE e le altre istituzioni faranno pressione per non introdurre le cose che ho menzionato, dobbiamo rimanere fermi nel respingere queste pressioni. Se non lo facciamo, siamo finiti.
Per leggere tutta l’intervista (in inglese) clicca qui.
p.s.
l'intervista è tradotta in maniera imprecisa ma il senso c'è tutto!!!! e da un chiarissimo quadro della situaizone di confusione e di dilettantismo dovuto a inesperieza e limiti oggettivi del governo greco...
ora una chicca: questo è Draghi; ascoltatelo con attenzione e leggete i sottotitoli: chiaro come il sole!
Etichette:
BCE,
blog,
Draghi,
economia,
euro,
Europa,
Grecia,
grexit,
jacobin magazine,
Lapavitsas,
Mario Draghi,
politica,
syriza,
Tsipras
lunedì 23 febbraio 2015
Grecia, Tsipras perde pezzi. Il partigiano Glezos: ‘Mi scuso coi greci per illusione’
Fonte: il Fatto Quotidiano del 22 02 2015 a firma di Francesco De Palo
“Mi scuso con i greci per questa illusione”. Trema la terra sotto Syriza. Tutti i quotidiani greci danno conto della dura presa di posizione dell’eurodeputato Manolis Glezos, eroe nazionale che nel ’43 salì sull’Acropoli e ammainò la bandiera nazista e grande sostenitore di Tsipras. L’eroe, questa la notizia, si dissocia dalle scelte economiche del neo premier. In un appassionato editoriale verga che “rinominare Troika Istituzioni e il Memorandum come misure non cambia la situazione”. Il motivo sta nel fatto che durante la campagna elettorale Syriza aveva promesso di abolire in toto il regime di austerità contenuto nel memorandum, mentre il sì greco all’Eurogruppo di venerdì scorso vuol dire accettare ancora quel vademecum, in cambio di credito per altri quattro mesi.
“E’ un mese che aspettiamo la messa in pratica delle promesse del nostro programma – scrive Glezos – è un vero peccato. Da parte mia mi scuso con il popolo greco perché ho partecipato a questa illusione”. Il deputato, tra l’altro, è stato proprio l’estensore del report sui danni di guerra che la Germania dovrebbe restituire alla Grecia, circa 153 miliardi. Vista la situazione, ora passa all’attacco. Glezos propone, prima che sia “troppo tardi”, che tutte le assise del partito si riuniscano e decidano se accettare questa direzione di marcia o meno, anche perché, osserva “tra oppressori e oppressi non può esserci alcun compromesso, come tra lo schiavo e l’occupante, dove l’unica soluzione è la libertà”. E conclude: “Ma anche se accettiamo questa assurdità, le concessioni già fatte dai precedenti governi del memorandum non ci permetteranno di combattere la disoccupazione, la povertà, i suicidi da crisi”.
Una critica aspra e inattesa al sesto piano del quartier generale di Koumoundourou, che si somma ai dubbi che iniziano ad albergare all’interno del Syriza nonostante non sia passato un mese dalla straordinaria vittoria elettorale del gennaio scorso. Secondo alcune fonti interne, molti sono i dirigenti e i ministri che, dopo l’Eurogruppo, faticano a spiegare al proprio elettorato l’accordo raggiunto con i creditori internazionali, che sarà sancito dall’accettazione da parte di Fmi, Ue e Bce della lettera di intenti che lunedì sera il ministro delle finanze Yanis Varoufaklis dovrà recapitare a Bruxelles. Al suo interno l’elenco preciso delle promesse elleniche su bilancio, controllo dei conti pubblici, riforme e lotta alla corruzione. Addirittura il vice ministro del welfare Dimitris Stratouli avrebbe bollato le scelte di Tsipras come “un passo indietro rispetto alle promesse elettorali”.
Una frizione, tra la base del partito e il giovane premier, che aveva avuto un prologo non solo in occasione dell’alleanza di governo decisa a sorpresa con gli Indipendenti di destra (Anel), ma anche per l’elezione del Capo dello Stato. Infatti a poche ore dall’annuncio di Syriza di voler candidare il conservatore Procopios Pavlopoulos, eletto poi al primo colpo, era stato il ministro dell’energia, il matematico Panaghiotis Lafazanis, anima del pensatoio Iskra, a chiedere che fosse ascoltata “una voce diversa”, esprimendo così una critica indiretta per la gestione Tsipras. E il numero di dirigenti di primissimo piano (si fanno i nomi di Leoutsakos, Primikyris, Ntavanelos, Mitropoulos) contrari alle prime rilevanti decisioni del premier, espresse in recenti riunioni della segreteria politica, sembra ora destinato ad aumentare.
twitter@FDepalo
p.s.
quel "mi scuso con i greci per questa illusione" dice tutto!!!! Non voglio infierire..... dico solo che ormai le braghe di fronte alle "Istituzioni (leggi Troika) se le son calate e prima o poi anche loro saranno mandati nel cestino della crisi: è chiaro che per non perdere completamente la faccia devono caxxeggiare un pò ma la strada è segnata, ormai.... e ora tocca ad Alba Dorata!
“Mi scuso con i greci per questa illusione”. Trema la terra sotto Syriza. Tutti i quotidiani greci danno conto della dura presa di posizione dell’eurodeputato Manolis Glezos, eroe nazionale che nel ’43 salì sull’Acropoli e ammainò la bandiera nazista e grande sostenitore di Tsipras. L’eroe, questa la notizia, si dissocia dalle scelte economiche del neo premier. In un appassionato editoriale verga che “rinominare Troika Istituzioni e il Memorandum come misure non cambia la situazione”. Il motivo sta nel fatto che durante la campagna elettorale Syriza aveva promesso di abolire in toto il regime di austerità contenuto nel memorandum, mentre il sì greco all’Eurogruppo di venerdì scorso vuol dire accettare ancora quel vademecum, in cambio di credito per altri quattro mesi.
“E’ un mese che aspettiamo la messa in pratica delle promesse del nostro programma – scrive Glezos – è un vero peccato. Da parte mia mi scuso con il popolo greco perché ho partecipato a questa illusione”. Il deputato, tra l’altro, è stato proprio l’estensore del report sui danni di guerra che la Germania dovrebbe restituire alla Grecia, circa 153 miliardi. Vista la situazione, ora passa all’attacco. Glezos propone, prima che sia “troppo tardi”, che tutte le assise del partito si riuniscano e decidano se accettare questa direzione di marcia o meno, anche perché, osserva “tra oppressori e oppressi non può esserci alcun compromesso, come tra lo schiavo e l’occupante, dove l’unica soluzione è la libertà”. E conclude: “Ma anche se accettiamo questa assurdità, le concessioni già fatte dai precedenti governi del memorandum non ci permetteranno di combattere la disoccupazione, la povertà, i suicidi da crisi”.
Una critica aspra e inattesa al sesto piano del quartier generale di Koumoundourou, che si somma ai dubbi che iniziano ad albergare all’interno del Syriza nonostante non sia passato un mese dalla straordinaria vittoria elettorale del gennaio scorso. Secondo alcune fonti interne, molti sono i dirigenti e i ministri che, dopo l’Eurogruppo, faticano a spiegare al proprio elettorato l’accordo raggiunto con i creditori internazionali, che sarà sancito dall’accettazione da parte di Fmi, Ue e Bce della lettera di intenti che lunedì sera il ministro delle finanze Yanis Varoufaklis dovrà recapitare a Bruxelles. Al suo interno l’elenco preciso delle promesse elleniche su bilancio, controllo dei conti pubblici, riforme e lotta alla corruzione. Addirittura il vice ministro del welfare Dimitris Stratouli avrebbe bollato le scelte di Tsipras come “un passo indietro rispetto alle promesse elettorali”.
Una frizione, tra la base del partito e il giovane premier, che aveva avuto un prologo non solo in occasione dell’alleanza di governo decisa a sorpresa con gli Indipendenti di destra (Anel), ma anche per l’elezione del Capo dello Stato. Infatti a poche ore dall’annuncio di Syriza di voler candidare il conservatore Procopios Pavlopoulos, eletto poi al primo colpo, era stato il ministro dell’energia, il matematico Panaghiotis Lafazanis, anima del pensatoio Iskra, a chiedere che fosse ascoltata “una voce diversa”, esprimendo così una critica indiretta per la gestione Tsipras. E il numero di dirigenti di primissimo piano (si fanno i nomi di Leoutsakos, Primikyris, Ntavanelos, Mitropoulos) contrari alle prime rilevanti decisioni del premier, espresse in recenti riunioni della segreteria politica, sembra ora destinato ad aumentare.
twitter@FDepalo
p.s.
quel "mi scuso con i greci per questa illusione" dice tutto!!!! Non voglio infierire..... dico solo che ormai le braghe di fronte alle "Istituzioni (leggi Troika) se le son calate e prima o poi anche loro saranno mandati nel cestino della crisi: è chiaro che per non perdere completamente la faccia devono caxxeggiare un pò ma la strada è segnata, ormai.... e ora tocca ad Alba Dorata!
Etichette:
BCE,
blog,
Contrabbando,
corruzione,
evasione,
fisco,
FMI,
Grecia,
liberalizzazioni,
pubblica amministrazione,
syriza,
troika,
Tsipras,
UE,
Varoufakis
Iscriviti a:
Post (Atom)
test velocità
Test ADSL Con il nostro tool potrete misurare subito e gratuitamente la velocità del vostro collegamento internet e ADSL. (c) speedtest-italy.com - Test ADSL |