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venerdì 28 settembre 2018

Krugman contro Bernanke: due visioni a confronto sulla crisi del 2008

Fonte: W.S.I. 24 settembre 2018, di Alberto Battaglia

A dieci anni dal fallimento della Lehman Brothers, divenuto emblema della Grande Recessione, il dibattito fra gli economisti ha ripreso fiato nel tentativo di spiegare, una volta di più, perché un simile evento si sia verificato. E, soprattutto, perché i suoi effetti sono stati così persistenti.

Su quest’ultimo punto si sono confrontati a distanza il premio Nobel per l’economia Paul Krugman e l’ex presidente della Federal Reserve, Ben Bernanke, all’epoca dei fatti all’apice della politica monetaria americana.

In sintesi, Krugman attribuisce alla persistenza della crisi del 2008 un insufficiente stimolo della politica fiscale, ovvero dell’aumento della spesa pubblica, che non avrebbe sostenuto adeguatamente la ripresa. Dal canto suo Bernanke, pur non negando l’importanza dell’intervento dello stato, sostiene che la scarsa resilienza delle banche di fronte al crollo dei prezzi immobiliari ha comportato un aggravamento determinate delle condizioni del credito tale da spingere famiglie e imprese a tirare la cinghia – e ha rallentare a lungo l’economia.
Così Krugman:
“Cosa avremmo dovuto fare per raggiungere una ripresa più veloce? La spesa privata era depressa; la politica monetaria era inefficace perché eravamo al limite inferiore dei tassi di interesse. Quindi avevamo bisogno di espansione fiscale, una combinazione di spesa e tagli alle tasse”, scrive Krugman sul New York Times, imputando le responsabilità anche ai Repubblicani che allora ostacolarono politiche espansive più audaci. “Il risultato finale fu che la politica si mosse rapidamente e in modo abbastanza efficace per salvare le banche, e poi voltò le spalle alla disoccupazione di massa. E’ una storia triste e odiosa. E ci sono tutte le ragioni per credere che se avremo un’altra crisi, accadrà di nuovo”, conclude l’economista.
L’argomento di Krugman, in precedenza è stato condiviso da un altro premio Nobel, Joseph Stiglitz, che in questi giorni ha commentato la crisi del 2008 mettendo l’accento su questioni analoghe e dibattendo a distanza con un altro peso massimo fra gli economisti americani, Larry Summers.
L’argomento di Bernanke, frutto di un nuovo paper, mette al centro i limiti del sistema finanziario.
“Perché la Grande Recessione è stata così profonda? Certamente, il crollo della bolla immobiliare è stato il principale evento scatenante; i prezzi delle case in calo hanno depresso la ricchezza e la spesa dei consumatori e hanno portato a forti riduzioni dell’edilizia residenziale. Tuttavia l’aspetto più dannoso della bolla è stato il fatto che alla fine ha provocato un panico finanziario generalizzato”, scrive Bernanke sul sito della Brookings Institution, un panico che sarebbe stato più contenuto “se il sistema finanziario fosse stato abbastanza forte da assorbire il crollo della bolla immobiliare”.
L’ex numero uno della Fed entra nel dettaglio spiegando che “nel mezzo del panico, qualsiasi azienda che si affida al credito per finanziare le sue operazioni o che potrebbe aver bisogno di credito nel prossimo futuro dovrà affrontare forti incentivi verso il risparmio di denaro e aumentare le riserve precauzionali. Per molte aziende, il modo più rapido per tagliare i costi è licenziare i lavoratori, piuttosto che accaparrarsi manodopera e accrescere le scorte di fronte al rallentamento della domanda, come normalmente farebbero. (…) I lavoratori, a loro volta, essendo stati licenziati o sapendo che potevano esserlo, e in condizioni di mancanza di accesso al credito, hanno parimenti avuto tutti gli incentivi nella riduzione della spesa e verso l’accumulo di riserve di liquidità”.
Dal 2008 a oggi gli interventi di rafforzamento del sistema bancario sono stati sicuramente al centro dell’attenzione dei policy maker – anche se è difficile dire se ciò sia stato fatto a sufficienza.

lunedì 2 luglio 2018

Stiglitz: Germania dovrebbe uscire dall’euro

Fonte: W.S.I. 2 luglio 2018, di Francesco Puppato
Il premio Nobel Joseph Stiglitz, in un articolo pubblicato sul Politico Global Policy Lab, consiglia all’Italia di uscire dall’euro. Il processo, secondo l’economista, dovrebbe iniziare con l’introduzione di una moneta parallela e con l’utilizzo di una moneta elettronica che dovrebbe essere sempre più semplice ed efficace.
Idea, quella della moneta complementare, proposta anche nei lavori dell’economista Nino Galloni e che trova affinità nella proposta dell’Onorevole Claudio Borghi Aquilini, responsabile economico della Lega, che propone i minibot come moneta fiscale.
Stiglitz continua sostenendo che “l’euro, così com’è, abbia aumentato le divisioni all’interno dell’Ue, in particolare tra Paesi creditori e debitori”. Aggiunge poi che, sempre l’euro, “sia alla base della crisi migratoria, in cui le norme europee impongono un onere ingiusto ai Paesi in prima linea che ricevono migranti, come la Grecia e l’Italia” e che “la vera causa del disallineamento dei tassi di cambio potenziali sia nella politica fiscale e salariale estremamente rigida e rigorosa attuata dalla Merkel.
In conclusione, per il premio Nobel, “se la Germania non è disposta a prendere i passi fondamentali necessari per migliorare l’unione monetaria, dovrebbe fare la cosa migliore: lasciare l’eurozona. Così il valore dell’ euro si ridurrebbe e le esportazioni dell’Italia e di altri paesi dell’Europa meridionale aumenterebbero”.
Sapendo però che l’ipotesi di vedere la Germania abbandonare l’eurozona è paragonabile ad un miraggio, Stiglitz suggerisce all’Italia di uscire:
“I benefici per l’Italia di lasciare l’euro sono chiari e considerevoli. Un cambio più basso consentirà all’Italia di esportare di più e i consumatori sostituiranno le merci italiane per le importazioni. I turisti troveranno nel Paese una destinazione ancora più attraente. Tutto ciò stimolerà la domanda ed aumenterà le entrate del governo. La crescita aumenterà e l’alto tasso di disoccupazione in Italia (11,2%, con il 33,1% di disoccupazione giovanile) diminuirà”.
Inoltre, fuori dall’euro, l’Italia “avrebbe maggiori probabilità di cooperare in altri settori chiave con l’Europa: migrazione, una forza di difesa europea, sanzioni contro la Russia, politica commerciale”.
Se l’Italia chiedesse di ristrutturare il suo debito pagando in titoli di Stato, gli altri membri Ue avrebbero due strade: espellere l’Italia (ma qui peserebbero le dimensioni del nostro debito) o adottare una moneta più flessibile che crei una “zona euro meridionale vicino ad un’area valutaria ottimale” (richiamando il principio dell’euro a due velocità).
Cper uscire dall’euro ci sarebbero anche delle difficoltà, ovviamente, sulle quali Stiglitz dice che “alcune aziende falliranno, altri vedranno il declino dei loro redditi reali; ma se l’economia italiana avesse trascorso i 20 anni dalla crescita della creazione dell’euro al tasso della zona euro nel suo insieme, il suo Pil sarebbe stato del 18% più alto”.
Le parole del premio Nobel sulla stessa lunghezza d’onda un altro premio Nobel, Paul Krugman, secondo il quale:
“Il miglioramento dell’economia della Germania è avvenuto a scapito del resto del mondo, Stati Uniti inclusi, perché punta troppo sull’export e non sulla domanda interna, realizzando surplus sulla bilancia dei pagamenti superiori a qualsiasi altro Stato europeo, senza alcun meccanismo di redistribuzione grazie ad un euro tedesco sottovalutato rispetto ai fondamentali dell’economia nazionale, che consente alla Germania di drogare la propria competitività sul mercato esterno”.
Concorda con loro anche il Senatore della Lega ed economista Alberto Bagnai, che non ritenendola comunque una passeggiata, ritiene l’uscita dall’euro una strada da intraprendere perché i benefici superano i costi. Nel suo libro “Il tramonto dell’euro” dice che non uscire dall’euro è come sapere di avere un tumore ma decidere di non curarsi perché non ci sarebbe alcuna garanzia che subito dopo l’uscita dall’ospedale non si possa morire investiti da un’auto. Secondo Bagnai, sapendo di avere un male, lo si dovrebbe curare a prescindere, altrimenti sarebbe come andare comunque incontro a morte certa.

martedì 30 giugno 2015

E voi, se foste greci?

30/06/2015 di triskel182
L’economista Paul Krugman spiega oggi con parole semplici, su “Repubblica”, il senso profondo del referendum greco: la cittadinanza di quel Paese, infatti, finora ha sempre espresso il desiderio di rimanere agganciata all’Europa e alla sua moneta, ma ha considerato dannosi e indigeribili i provvedimenti che l’Europa stessa le chiedeva in cambio. Adesso quella cittadinanza è chiamata a stabilire quale delle due cose è prioritaria: insomma è costretta a scegliere.
O di qua o di là: tertium non datur, almeno non in questa Europa e in questa moneta unica. Non in un contesto dove comandano Lagarde, Merkel e Schäuble. Non quando un Paese di soli 11 milioni di abitanti e con un’economia strutturalmente debolissima che ha tutti gli altri 18 Paesi contro. Quindi non ha la forza per cambiarne le regole e i trattati.
È un po’ un’ironia della sorte che sia un governo “di estrema sinistra” a mettere i greci di fronte a questo bivio chiaro, evitato da tutti gli esecutivi precedenti: ma si sa che la storia spesso si prende gioco della politica – e di tutti noi.
In ogni caso, già la fine di questo equivoco basterebbe a far capire che il referendum in questione è non solo politicamente legittimo, ma forse addirittura necessario. Ai greci in sostanza viene detto: ragazzi, l’Europa e l’euro sono questa roba qui, noi da soli non abbiamo la forza di cambiarli, a questo punto sta a noi decidere o dentro o fuori.
In questo senso, è curioso come nei giorni scorsi diversi commentatori e semplici cittadini abbiano criticato la decisione greca di andare a referendum, quasi fosse un modo con cui Tsipras ha evitato di prendere una decisione, scaricandosi dalle responsabilità.
A chi ragiona in questo modo forse non è chiaro che per la Grecia si tratta di una decisione di importanza epocale, probabilmente superiore a quella con cui noi italiani nel 1946 optammo (con un referendum, appunto) tra monarchia e repubblica. Consultare il popolo nei momenti di passaggio storici è, con ogni evidenza, una vittoria della democrazia, anzi ne è una condizione igienica di base.
Ma la democrazia è evidentemente una cosa a cui parecchi di noi, qui, non sono più molto abituati.
Altri – ho letto – hanno invece parlato a caldo di un “plebiscito patriottico” dall’esito scontato – e anche questa è un’interpretazione molto mal fondata. Intanto perché non è un plebiscito: in questi lunghi mesi di trattative in Grecia c’è stato tutto il tempo per quella “elaborazione del consenso o del dissenso” che (come insegna Zagrebelsky) distingue il plebiscitarismo dalla democrazia consapevole. In secondo luogo perché la vittoria del No “patriottico” non è affatto certa, anzi al momento i sondaggi danno in testa il Sì.
Il che, personalmente, mi stupisce pochissimo, per le stesse ragioni di cui sopra. Cioè perché i rapporti di forza sono straordinariamente sfavorevoli per il popolo che il 5 luglio andrà alle urne. Che si ritrova circondato non solo da governi e poteri extrapolitici compatti nell’imporre le vecchie regole, ma anche da opinioni pubbliche europee convinte che i greci siano “i parassiti dell’Europa”, quindi pochissimo interessate a fare pressioni affinché la Grecia possa scegliere da sola il modo con cui ripagare i debiti.
La storia del parassitismo, del vivere al di sopra delle proprie possibilità, è un altro paradosso della storia. Perché era fondata proprio quando ad Atene comandavano gli amici della Troika, che in questo modo ottenevano i consensi al proprio partito e ceto politico.
Ma adesso non è più così e basta vedere i numeri: la spesa pubblica è (in rapporto al Pil) di 0,9 punti inferiore a quella italiana e di appena 0,3 punti superiore alla media Eurozona: e ciò nonostante in Grecia il Pil sia in caduta libera dal 2008.
Anche la famosa spesa per le pensioni è (sempre in rapporto a un Pil sempre più basso) di soli 4 decimali di punto superiore a quella italiana: in un Paese dove con una pensione ormai ci campano in cinque o sei, quindi la loro riduzione implicherebbe una miseria ancor più diffusa, un crollo di consumi ancora più drastico. E in un Paese dove l’attuale governo, in ogni caso, aveva già accettato un graduale aumento dell’età pensionabile, quindi un’ulteriore riduzione della spesa.
In sintesi, oggi greci non vivono più “al di sopra delle proprie possibilità”. Anzi, vivono al di sotto di quelle che sarebbero le loro possibilità se non ci fosse stato l’obbligo di pagare interessi alti su un debito contratto dai predecessori di Tsipras per pascolare con le clientele il loro consenso.
Detto tutto questo – cioè l’isolamento della Grecia, i rapporti di forza così sfavorevoli rispetto ai grandi poteri e il bivio implacabile a cui il Paese è costretto – confesso che io stesso, se fossi un cittadino greco, da padre di famiglia sarei molto incerto tra l’opposizione alle pessime ricette imposte dalla Troika e il timore di acque del tutto incognite.
A cui probabilmente alla fine affiderei le mie speranze di cambiamento – visti i disastri determinati finora da quelle ricette – ma non senza averci passato diverse notti in bianco.
E voi, se foste greci?
Da gilioli.blogautore.espresso.repubblica.it
p.s. (MIO)
ecco la domanda:

E VOI, SE FOSTE GRECI?

venerdì 29 maggio 2015

PAUL KRUGMAN: “IL VERO RISCHIO PER BERLINO È CHE LA GRECIA DIMOSTRI CHE CI SIA VITA FUORI DALL’EURO”

Fonte: stopeuro.org del 26/5/2015
Paul Krugman sul New York Times, con ancora fresca la notizia della vittoria di Podemos nelle maggiori città spagnole, torna brevemente sul tema della Grecia e della sua possibile uscita dalla moneta unica. La grande paura dell’ormai screditato establishment europeo, ragiona il premio Nobel, non è che la Grecia fallisca, ma che possa riprendersi a seguito dell’uscita dall’euro, diventando così un esempio per tutti gli altri.

di Paul Krugman, 25 maggio 2015
C’è appena stato un altro terremoto elettorale nell’eurozona: i candidati spagnoli di Podemos hanno vinto le elezioni locali a Madrid e a Barcellona. Io spero che l’IFKAT — cioè l’insieme delle istituzioni finora chiamate “Troika” — facciano bene attenzione.
Il nocciolo della situazione greca è che gli attuali parametri per il raggiungimento di un accordo a breve termine sono chiari e ineludibili: la Grecia non può fare un grosso disavanzo primario, perché nessuno le presterebbe ulteriore denaro, e non farà nemmeno (perché essenzialmente non ne è in grado) un grosso avanzo primario, dato che non è possibile cavare sangue dalle pietre. Perciò non resta che aspettarsi un accordo per cui la Grecia farà un modesto avanzo primario nel corso dei prossimi anni, e questo si potrebbe facilmente raggiungere — ed è quello che succederà, perciò perché non renderlo ufficiale?
Ma ora il FMI sta facendo la parte del poliziotto cattivo, e dice che non concederà altri fondi fino a che Syriza non si metterà in riga sulle pensioni e le riforme del mercato del lavoro. Queste ultime sono abbastanza discutibili — le stesse ricerche del FMI non danno alcun motivo per essere entusiasti delle riforme strutturali, specialmente di quelle del mercato del lavoro. Il primo punto invece riflette probabilmente un problema reale — la Grecia probabilmente non è in grado di concere ai propri pensionati quanto gli ha promesso — tuttavia non è chiaro perché questo dovrebbe essere un punto da discutere nel particolare al di là della questione generale dell’avanzo primario.
Ciò su cui vorrei tutto ragionassero è chiedersi cosa accadrebbe se la Grecia fosse alla fine spinta fuori dall’euro. (Sì, parlo del “Grexit” — brutta parola, ma tutti la usano.)
Sarebbe certamente una brutta situazione per la Grecia, almeno all’inizio. Proprio ora i paesi “core” dell’eurozona pensano che il resto dell’area euro possa gestire il problema, e questo può essere vero. Tenete conto però che il presunto intervento promesso dalla BCE [il “whatever it takes”, NdT], non è ancora stato realmente sperimentato. Se i mercati perdono fiducia nello stesso momento in cui la BCE è costretta ad acquistare titoli spagnoli e italiani, cosa succederà?
Ma la questione ancora più importante è cosa succederà un anno o due dopo che la Grecia sarà uscita dall’euro, nel momento in cui il vero rischio per l’euro non sarà che la Grecia fallisca, ma che possa avere successo. Immaginate che una nuova dracma fortemente svalutata porti flotte di turisti britannici, gran bevitori di birra, sulle coste dello Ionio, e che la Grecia cominci a riprendersi. Questo darebbe grande incoraggiamento a tutti quelli che, in qualsiasi paese, si oppongono all’austerità e alla svalutazione interna.
Pensateci. Fino l’altro ieri gli “Europei Molto Seri” salutavano la Spagna come un caso esemplare di successo, la giustificazione di tutto il loro programma. Evidentemente i cittadini spagnoli non erano d’accordo. E così, se le forze anti-establishment avranno una Grecia in via di ripresa a cui fare riferimento, lo screditamento dell’establishment avrà un’accelerata.
Una possibile conclusione, immagino, è che la Germania provi a sabotare la Grecia dopo l’uscita. Ma spero che ciò venga considerato inaccettabile.
Perciò pensateci, cari IFKAT: siete proprio sicuri che volete andare avanti per la vostra strada?
p.s.
conoscete Krugman? Questa è la sua biografia su wikipedia.
 

mercoledì 26 giugno 2013

quando il rimedio, proposto, è peggiore del problema....

ho letto sul Fatto Quotidiano del 26/6/2013, pagina 14, la recensione di Cannavò di questo saggio ... e mi ha fatto uno strano effetto, di straniamento: vi spiego perché, se volete, naturalmente.
Al mondo ci sono tre sistemi connessi e integrati fortemente fra loro: il liberismo socialista cinese; il turbocapitalismo liberista occidentale e ... il capitalismo di "transizione" dei Brics, in particolare del Brasile che è preso a modello dagli autori del saggio e la tesi del saggio è che "per capire dove e come siamo finiti si devono guardare i tre paesi modello di cui sopra, in particolare il Brasile perchè a detta loro è .. il futuro o meglio il suo modello salverà l'economia del futuro: da essa partono per dimostrarla con dati e successi ottenuti, soprattutto sotto Lula, da questo paese sudamericano. In linea teorica, guardando solo alle statistiche e all'econometria liberista, hanno ragione: povertà diminuita; crescita quasi a doppia cifra; ricchezze naturali da sfruttare a mani basse; occupazione in crescita; ecc. ecc.... rispetto a noi un paradiso; ma lo è davvero? E allora come mai è esplosa la rivolta contro le grandi opere "sportive" e come mai, allora, la gente, a centinaia di migliaia, accusa la Presidenta di non fare proprio quelle cose per cui questo paese viene portato ad esempio?
Quindi dov'è la verità? Probabilmente, come sempre nella società odierna, non c'è una verità ma tante: c'è quella ufficiale dei dati che fa di questo paese una vera potenza economica del presente e soprattutto del futuro; c'è la verità delle accuse che i dimostranti fanno al governo che, nelle stesse materie, imputano allo stesso proprio quella "disattenzione" ai temi sociali tanto decantati; c'è la verità, infine ma non ultima, dei video e delle news che fanno di questo paese non solo uno dei più violenti al mondo ma anche di essere .... come l'italia ossia che interi pezzi del proprio territorio sono controllati da bande criminali organizzatissime e profondamente radicate nel territorio e lo Stato se vuole entrarvi deve letteralmente combattere metro quadrato per metro quadrato ...... insomma la povertà c'è eccome e, pur se ridotta, è ancora un tratto distintivo della società .... di questa società portataci a modello del futuro, il Brasile.
Allora come mai dedicare un saggio ad un paese dai così forti contrasti e portarcelo ad esempio? E' vero che siamo nei guai, non proprio per completa colpa nostra, e che siamo ai margini di un colossale default che sarà il prodromo, o la conseguenza prima, della tempesta perfetta che si sta preparando nell'economia del pianeta e che farà impallidire quelle che le hanno precedute (se ricordate ne parla in un post precedente citando un articolo di Loretta Napoleoni)... e, dicevo, è vero che così inguaiati va bene tutto: ma perchè portarci un modello che sta rivelando pecche come le nostre se non peggiori? Siamo così a corto di idee o cosa?
Il vero punto é sempre lo stesso: finchè continueremo a raginare in termini di sistema, questo sistema (basato sul debito  e sulla riserva frazionaria) non ne usciremo perchè a fronte degli interessi enormi di una infima minoranza c'è la gran massa che ne paga lo scotto con gli interessi: il tutto condito da un ceto politico connivente con l'infima minoranza che a tutto pensa tranne che a fare gli interessi della maggioranza.
Non sto a dirvi che Karletto M. aveva ragione: perchè l'aveva quando sosteneva che il saggio di profitto tendendo allo zero costringeva i capitalisti a ridurre i costi, in primis quello del lavoro aggiungo io, per raggiungere gli obiettivi che si sono prefissati, ossia fare soldi...
...e non sto nemmeno a dirvi che Keynes aveva ragione quando sosteneva che in tempi di crisi lo Stato doveva pompare soldi nell'economia, non alle banche ma proprio nell'economia, anche assumendo direttamente personale ed aziende in crisi per risollevare il mercato e farlo tornare a crescere ...
nemmeno voglio citare Schumpeter o Krugman, è inutile, siamo italiani no?
 non sto a dirvelo, ma.... é così
L'unica vera strada è: ragionare fuori da questo sistema, uscirne, anche traumaticamente, ma uscirne e al più presto, altrimenti altro che Brasile... rischiamo di ritrovarci con qualche eurocrate, eil suo servo nostrano, che dice anche come, perchè e quando dobbiamo andare in bagno.... e quanta carta usare

martedì 30 aprile 2013

un altra balla smascherata... e sono due

Per prima arrivo un report interno del FMI che "scoprì"  come fossero errati i calcoli ufficiali fatti dalla stessa organizzazione sui quali si sono poi adagiati i buoni governanti del nord europa nel decidere di affamare gli stati "giulivi" del sud del vecchio mondo .... tutto sbagliato: non era vero che c'era un effetto moltiplicativo basso se venivano adottate misure "sobrie" di rientro del deficit, lo ricordate, spero.
Quella idea però aveva solide fondamenta: due fra i maggiori economisti liberisti (Rogoff e Reinhart) del momento avevano teorizzato, attraverso una serie storico econometrica, che gli stati che avevano un deficit superiore al 90% del pil erano cresciuti del -0,1% nel periodo 1945-2009 a fronte degli altri sotto questo limite che crescevano da un minimo del 2% ad un massimo del 4%: insomma una condanna per quei popoli che "vivevano al di sopra delle loro possibilità" che imponeva misure di rientro draconiane che anche in questo paese sono state messe in atto fin dal 2000.
Ebbene: esiste un teorema di K. Popper che sostiene che se un idea o una teoria non è falsificabile..... è un atto di fede; la Amherst in Massachusetts hanno dato un compitino ad uno studente, tal Thomas Herndon, di verificare e "falsificare" l'idea dei due economisti di "chiara" fama. Non è una cosa nuova: il sottoscritto, ai tempi della facoltà di scienze politiche in un altra italia e in un altra università si vide dare il compitino di studiare e verificare il cosiddetto "moltiplicatore degli investimenti" nel corso di economia politica dal proprio professore (compitino sul quale poi si tenne l'esame di economia che durò più di un ora e che diede trenta/trentesimi)... vi assicuro una faticaccia. Questo studente, con lo zelo tipico degli studiosi, ha messo a soqquadro il teorema e ha scoperto che è ...... falso non falsificabile ma prprio falso, errato, sbagliato non c'era nulla che andasse nel verso giusto: mancavano dati, funzioni di excel erano sbagliate, i pesupposti e le conclusioni erano fuori dal vero senso dell'operazione; insomma gli economisti sono stati sputtanati: si son difesi ma alla fine si son trovati a essere sbugiardati dallo studente, punto. Qui c'è il lavoro del giovane economista in erba.
Il punto è: questi report creduti per buoni non sono stati semplici esercii accademici, ma sono stati applicati dai governanti in tutti i paesi occidentali, in crisi o meno, e in certi casi imposti, come il nostro: ora che si fa? Certo non si può tornare indietro.. ma chiedere i danni si? E come possiamo fidarci dei governanti che applicano queste teorie senza chiedere a nessuno se son corrette o meno.. foss'anche uno studente? Pensate: il premio nobel Krugman che finora era stato emarginato se preso una bella rivincita nello scoprire che i massimi teorici dell'austerity in salsa liberista erano degli sprovveduti ed erano stati sputtananti da uno stidente....
Mi spiegate perchè continuano a votare per questi politici creduloni? O forse non sono creduloni ma in malafede perchè l'intero sistema economico-politico-finanziario, che si basa su posizioni errate e non verificate, è una enorme truffa a scapito dei cittadini e ancora: perchè continuiamo a bercele queste fesserie venduteci dai politici collusi con la finanza?
Se persino "affari & finanza" di Repubblica se n'è accorto perchè non c'è una denuncia generalizzata di questa truffa ma solo una presa d'atto (del genere "si c'è un errore ma che si fa o che volete che si faccia? Ormai è tardi.....") senza spingere per cambiare strada?
p.s.
il vero azionista di questo governo, mr.B, ha già presentato la prima cambiale all'incasso: l'imu va del tutto abolita: mentre si potrebbero detassare i redditi bassi con l'innalzamento della detrazione ad almeno 500 euro (costa solo 500 mln di euro compresi gli arretrati del 2012) mr. B farà spendere in minori incassi per lo Stato di ben 4 md di euro... che farà il neo salvatore della patria On. Letta? Siamo già agli stracci che volano? Ma non erano i grillini gli istigatori della frustrazione sociale? E questa sparata di mr.B cosa è? Sembrano i ladri di Pisa.....di giorno litigavano mentre di notte andavano a "lavorare" insieme. Cari elettori neo-dc, exPDmenoelle, siete contenti di questa coabitazione?
Moriremo neo democristiani....
Buon primo maggio

giovedì 10 maggio 2012

PD (-L) SI? PD (-L) NO? Non c'é storia....

Mentre scrivo questo post passano le immagini e le parole di Servizio Pubblico che ci danno uquadro del paese inquietante, a dir poco..... eppure sono anni che vediamo persone alla chiusura dei mercati che rovistano nella spazzatura, o sbaglio? son anni che operai vengono espulsi dalla fabbriche, e noi facciamo finta di non vedere, o mi sbaglio? Ma solo ora ne prendiamo atto, ve lo siete chiesto il perché? Io una risposta ce l'ho: perché in questi anni la crisi ci ha direttamente toccato, nel nostro piccolo particulare... piccoli mondi che ora sbattono contro la durezza della realtà. Poche Cassandre, come il sottoscritto, dicevano "occhio che arriva" ma si veniva tacciati di disfattismo, di essere "comunisti", di badare ai fatti propri ecc., vero? Bé ora ci siamo: la crisi é arrivata, c'é e morde: ma le tasse, come le bollette ecc., arrivano e vanno pagate così come gli affitti e i mutui e come si fa a farlo se non si hanno soldi nemmeno, pur lavorando, per pagarle? Chi é che mette l'accento su queste realtà degli attuali partiti? A mia conoscenza, nessuno....... e a voi tutti cosa risulta? L'unico che vi accenna di continuo é Grillo (ma è retorico, demagogico, populista, casinaro, sa di comico .... analisi tranchant e tropa puzza sotto al naso); qualche volta ne parla Vendola (ma é comunista e mira ad entrare in Parlamento ... vero); altrettanto spesso ne parla Di Pietro (ma é dipietro quindi é uno del partito dei magistrati ...... che significa?): quindi che bisognerebbe fare? Aspettare la crescita salvaguardando le imprese (come vuole il contabile ora al potere)? Spingere sulla domanda (come vorrebbero gli ultimi dinosauri keynesiani puri come Krugman, premio nobel per l'economia, in una intervista)? Belle domande, ma chi sa la rispsota giusta? Ci si potrebbe fare un bel quiz e scommetterci sopra, però .... però la realtà é lì, sempre lì, e per l'attualità che facciamo? Aspettiamo o ..... cominciamo a dare una spuntatina ai sepolcri imbiancati attualmente occupanti il Parlamento? La spuntatina c'é stata mi pare ma evidentemente non basta, come dimostrano i fatti reali che sono sempre lì di cui accennavo prima ..... non potrebbe essere che dovremmo importare qui un qualsiasi Hollande per risollevarci almeno un pò? O, meglio, a qualcuno non viene in mente che ha ragione Aquilino Morelle? E' stato il guru della vittoria di Hollande e oggi, in una intervista, sul fatto quotidiano (10/5/2012), concessa a Telese da una risposta che mi ha colpito: mi ha colpito a tal punto che per tutto il giorno mi é ritornata nella testa; andiamo per ordine: Telese chiede: "Lei sa che anche per il PD(-L) italiano molte di queste parole d'ordine (con cui hanno vinto, nota mia) sarebbero insostenibili? A. Morelle vi risponde: Lo so. Ma noi socialisti francesi siamo sicuramente alla loro sinistra" ..... chiaro? Avete ben chiaro cos'ha detto in così poche parole? I socialisti francesi, da sempre più liberali che biecamente marxisti, più a sinistra del PD(-).. una tranvata; una sconfessione completa e senza fraintendimenti possibili i nostri "democrat" per la proprietà transitiva sono alla loro ...... destra: incredibile scoperta che fa il paio con quella dell'america di Colombo!!!!! Nessuno prima ci aveva pensato, vero? Quella che noi pensavamo fosse "sinistra" scopriamo essere "destra" o meglio sinistra liberista (e berlusconiana); come dargli torto se lo stesso giornale in altra pagina riporta la 184° intervista di D'Alema nella quale sostiene, con fervore, che bisogna perseguire l'alleanza con il centro "moderato" di Casini? Qui due son le cose: o siamo tutti una manica di idioti e i nostri liberisti di sinistra sono gli unici ad aver capito qualcosa o questi qua non riescono a intendere e intercettare la realtà e continuano a ..... vedere asini che volano. Si può votare, ancora una volta, per questi qua? Ci sarebbe quasi da dire: fermate il mondo voglio scendere se non fosse che... il mondo si é fermato e a scendere non siamo noi ma ....... il mondo.




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