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lunedì 8 luglio 2019

Elezioni Grecia, Syriza pagherà per i suoi errori. Chissà se avesse dato retta a Varoufakis

Fonte: Il Fatto Quotidiano Economia Occulta | 7 Luglio 2019 

Le elezioni europee hanno confermato la scarsa popolarità del governo greco guidato da Tsipras, leader di Syriza. Specialmente tra i giovani, in Grecia ormai serpeggia il desiderio di votare per l’opposizione rappresentata dal partito conservatore, Nuova Democrazia, guidato da Kyriakos Mitsotakis. A maggio, il 30,5 per cento dei giovani tra i 18 e di 24 anni hanno infatti votato Nuova Democrazia alle elezioni europee.
Tutti quindi si aspettano che oggi Syriza non ce la farà a ripetere il successo del 2015, ma più che la sua sconfitta, ormai quasi certa, quello che ci interessa è il motivo per cui il partito anti-austerità di punta europeo ha finito per imporla, a seguito delle ripetute pressioni di Bruxelles, e come questo fallimento abbia infranto il sogno dell’elettorato greco di tenere testa alla Troika. Quest’analisi è importante per chi prenderà le redini della Grecia ed anche per chi guiderà altre nazioni europee affette da crisi finanziarie più o meno serie, come l’Italia. Oggi, dunque, assistiamo ad un’elezione importante per il futuro delle politiche nazionali europee e delle relazioni interne all’Unione Europea.
La Grecia ha pagato un prezzo alto per rimanere nell’Ue e così facendo ha avuto accesso agli aiuti economici. Dal 2010 ci sono stati tre salvataggi pari a 289 miliardi di euro, poi nel 2018 l’economia ha ricominciato a camminare da sola, anche se zoppicando. In cambio l’economia greca si è contratta dal 2008 al 2016 del 28 per cento e l’impennata della disoccupazione ha spinto un alto numero di famiglie sotto la soglia della povertà. Il fatto che all’inizio del 2018 il paese abbia ricominciato a crescere non ha prodotto l’effetto positivo sperato per Syriza, al contrario il governo ed il partito non sono stati mai così poco popolari. Il motivo? I greci si sentono traditi, le promesse fatte nel 2015 non sono state rispettate e questo tradimento pesa molto di più della modesta ripresa economica.
Fallito il tentativo “socialista”, i greci adesso puntano su Mitsotakis che offre esattamente l’opposto, e cioè una nuova formula neo-liberista: abbassamento delle tasse, privatizzazioni dei sevizi pubblici ed un piano per rinegoziare il debito con i creditori per incoraggiarli a reinvestire nella nazione. Sembra dunque che sull’ago della bilancia politica pesi meno la politica vera, socialismo verso neo-liberismo, del populismo moderno dove il primo ministro ed il governo “proteggono”, o almeno danno l’impressione di proteggere, la nazione contro Bruxelles ed il resto dei paesi membri dell’Unione. Tsipras ha fallito in questa missione.
A conferma del bisogno di protezione della popolazione nel mezzo di una crisi epocale come quella del debito sovrano basta menzionare la questione macedone. Tsipras è stato accusato di tradimento perché ha concluso un accordo con l’ex repubblica Macedone rinominata Repubblica della Macedonia del Nord. Ebbene questo ai greci non è piaciuto perché secondo loro la Macedonia è greca e quindi non può essere né divisa né appartenere ad un altro Stato. Argomento che non ha nulla a che fare con le politiche economiche, l’austerità, ma che poggia sul senso di appartenenza geografica che in momenti critici diventa prorompente.
Il forte senso di nazionalismo europeo è una delle conseguenze della crisi finanziaria, quando le cose vanno male il popolo fa quadrato, si comporta come una tribù e difende il proprio territorio. Un fenomeno prevedibilissimo che si è manifestato anche nel rifiuto di accettare i migranti visti come parassiti che succhiano le poche risorse del paese. Tematiche queste presenti in molti paesi europei.
Infine la corruzione, problema radicato in tutta l’Europa mediterranea e che in Grecia è venuto fuori durante la tragedia a Mati, quando più di 100 persone sono morte a causa dell’incendio della scorsa estate.
Syriza pagherà con la sconfitta di oggi tutti questi errori. C’è da domandarsi cosa sarebbe successo se avesse preso un’altra strada, se avesse, come voleva Varoufakis, scelto di dire no all’austerità contrapponendo una politica espansiva alle direttive di austerità di Bruxelles, se avesse difeso gli interessi del popolo, come aveva promesso. Cosa avrebbe fatto l’Europa? Siamo così sicuri che la punizione sarebbe stata tale da cacciare la Grecia dall’Unione fratturandone così la coesione? Certo, oggi il panorama è ben diverso da quello del 2015 basta menzionare la Brexit, ma forse una presa di posizione nazionalista avrebbe dato a Syriza l’opportunità di vincere di nuovo e avrebbe potuto accelerare il cambiamento interno all’Unione assolutamente necessario.
La risposta ce la daranno i libri di Storia alla fine del secolo, intanto possiamo solo speculare su una realtà politica alternativa a quella attuale.
Economia Occulta | 7 Luglio 2019

mercoledì 26 giugno 2019

Quel dato che accomuna le economie di Italia e Germania

Fonte: W.S.I. 26 Giugno 2019, di Alberto Battaglia

Insieme alla Germania, l’Italia è il Paese che nel 2019 avrà l’output gap più negativo nell’Eurozona, con la sola esclusione della Grecia. Questo indicatore è strettamente legato alla nozione del Pil potenziale: se l’output gap è negativo, significa che l’economia sta marciando più lentamente rispetto al suo passo ideale – una crescita che non inneschi un’inflazione eccessiva. A scattare questa fotografia è stato lo European Fiscal Board, un comitato consultivo indipendente formato da tecnici che assiste la Commissione europea. Nell’ultimo report dedicato alle “politiche fiscali appropriate” per l’Area euro, viene segnalato ancora una volta che i Paesi ad elevato rischio per il proprio debito pubblico dovrebbero ampliare il proprio avanzo primario, creando un cuscinetto d’emergenza in caso di rallentamenti dell’economia. Allo stesso tempo i Paesi che si trovano in una posizione più solida, come la Germania, “dovrebbero utilizzare parte del loro spazio fiscale disponibile per investire di più e sostenere la crescita economica”. Nel complesso, viene consigliata una politica fiscale complessivamente neutrale per il 2020: né espansiva né restrittiva.
Un aspetto interessante del rapporto però, è visibile in due grafici (in basso) che mostrano una valutazione di sintesi sulle politiche di bilancio dei vari Paesi dell’Eurozona nel 2019 (a sinistra) e nel 2020 (a destra). In breve, ogni sezione del quadrante esprime un diverso atteggiamento nella spesa pubblica. In alto a destra abbiamo una contrazione fiscale (austerità) anticiclica: questo comportamento viene adottato dai Paesi che, in periodi di crescita economica decidono di spendere meno e allargare il proprio “spazio fiscale”. In alto a sinistra, invece, v’è l’area occupata dai Paesi che stanno adottando contrazione fiscale pro-ciclica. A livello di eurozona, quest’ultima zona è stata occupata negli anni della crisi dell’euro, fino al 2014: ora, al contrario, nessun Paese dell’Eurozona sta riducendo la propria spesa in un momento di crisi economica.
Vediamo ora le due sezioni basse del piano cartesiano. In basso a destra è la sezione della espansione fiscale (più spesa, investimenti, meno tasse, ecc.) prociclica, ovvero quella che si fa strada in fasi economiche positive. E, infine, in basso a sinistra, lo spazio occupato dai Paesi che stanno operando le famose politiche espansive anticicliche che, spesso evocate come antidoto contro le recessioni. Sia nel 2019 sia nel 2020, quest’ultimo spazio sarà occupato solo da Italia (IT) e Germania (DE), accomunate dal fatto di esprimere una crescita economica al di sotto del loro potenziale (ribadiamo, escludendo la Grecia).

Uno degli aspetti importanti dello schema è l’altezza nel collocamento di ciascun cerchio perché esprime l’andamento del saldo fra spese ed entrate fiscali al netto del pagamento degli interessi sul debito. L’Italia, trovandosi nella parte bassa del quadrante, svela il fatto che nel 2019 vedrà ridursi questo avanzo, sostenendo maggiormente la sua economia tramite l’intervento pubblico. Nel 2020, si prevede un fortissimo spostamento in basso che sta preoccupando la Commissione europea: infatti l’Italia diverrebbe il Paese dell’Eurozona la cui politica assumerà i caratteri più espansivi rispetto all’anno precedente.
Germania e Italia, dunque, sono entrambe nella posizione in cui dovrebbero assottigliare l’output gap e avvicinarsi alla propria crescita potenziale. La differenza, però, consiste nel fatto che adottare politiche anticicliche avrebbe costi diversi per i due Paesi, dato il costo del debito più elevato in Italia e il maggiore debito pregresso in rapporto al Pil.
Parlando di esempi poco virtuosi, tuttavia, è facile notare come altri Paesi europei adottino politiche fiscali di analogo impatto espansivo rispetto all’Italia, pur non avendo un output gap altrettanto problematico. Qualche esempio: la Spagna (ES) e il Portogallo (PT) nel 2019 e 2020 resteranno in territorio espansivo (parte bassa del quadrante) pur essendo in una fase di crescita (intervento pro-ciclico, parte destra del grafico). Cipro (CY), ad esempio, risulterebbe l’esempio meno virtuoso: avendo elevato debito sul Pil, avanzo primario decrescente e un ciclo economico favorevole.
Il Comitato, in merito alle condotte di alcuni Paesi “osservati speciali” si è espresso in questi termini:
“Basandosi sulle misure attualmente adottate, che non includono ancora le leggi di bilancio 2020, la stragrande maggioranza dei paesi che devono consolidarsi [cioè aumentare il saldo fra spese e entrate a favore di queste ultime] non lo faranno adeguatamente. Alcuni di essi andranno nella direzione opposta (Belgio, Spagna, Italia, Portogallo e Slovacchia). Questo richiede una correzione. Per quanto riguarda gli overachievers [i Paesi che, al contrario dovrebbero sostenere la crescita con maggior spesa], si prevede che i Paesi Bassi faranno uso significativo del suo spazio fiscale disponibile nel 2020. In Germania, si prevede un uso più limitato dello spazio fiscale più limitato rispetto ai Paesi Bassi e anche più limitato rispetto al 2019”.
Il caso italiano, insomma, risulta particolarmente spinoso perché da un lato si vorrebbe avvicinare il Paese al suo potenziale di crescita, anche se per farlo non è consigliabile adottare un minor avanzo primario. Il governo gialloverde, come evidenzia il grafico relativo al 2020, intende provarci comunque.

sabato 25 maggio 2019

Sovranismo, le ragioni del successo elettorale in Italia per classi di reddito

Fonte: Il Fatto Quotidiano Zonaeuro | 23 Maggio 2019 

di Gianmarco Oro*
1. Con l’avvicinarsi delle Elezioni europee è possibile che alcuni governanti uscenti vengano colti da un qualche presagio e che istintivamente cerchino di scongiurarlo attraverso una decisa rivendicazione dei propri risultati oppure una mite ammissione di colpa: è questo il caso di Jean-Claude Juncker. Con un intervento a Strasburgo, il presidente della Commissione europea ha infatti ammesso l’imprudenza con cui sono state adottate le politiche di austerità del fiscal compact e si è rammaricato della “mancanza di solidarietà nel momento di affrontare la crisi greca”.
Non c’è dubbio che Juncker abbia preso nota dei recenti sondaggi elettorali e che si sia accorto che, oltre alla congiuntura economica e alla fatalità della crisi del debito sovrano, possono essere state proprio quelle politiche a innescare la bomba del sovranismo. Infatti, egli ha precisato che in nessun modo la Commissione voleva “sanzionare chi lavora o chi è disoccupato”, proprio perché sembra avere finalmente riconosciuto le categorie sociali che stanno adesso chiedendo conto della propria condizione economica attraverso il voto politico. In particolare, sono stati i risultati delle ultime elezioni italiane a far materializzare la “controparte” della classe politica europea al governo (Ppe+Pse), ormai distante dagli interessi dei cittadini comuni (i forgotten men che in America hanno votato Donald Trump) e privata di ogni visione ideologica, tanto da arrivare a confondere il suo europeismo con la pura e semplice eurocrazia.
La storia del sovranismo italiano si sviluppa in tre fasi distinte: la prima risale alla situazione che ha preceduto la crisi del debito sovrano del 2011, la seconda è stata la fase dei vari governi tecnici (con supporto dei partiti di centro-destra e di centro-sinistra) nominati all’unico scopo di applicare il Patto di bilancio europeo pur di rientrare “nelle grazie” della Commissione (e dei mercati finanziari), e infine la fase della presa di coscienza (di classe) dei ceti medi. Per ripercorrerle basta osservare alcuni dati macroeconomici.
2. Non è una novità che, dall’adozione della moneta unica, l’Italia non sia riuscita a trarre quei benefici economici che alcuni prospettavano. Questo si deve al fatto che la politica italiana ha cercato per molto tempo di sostenere le esportazioni (una componente rilevante della produzione) ricorrendo alla svalutazione del cambio che, quando conduceva a un processo inflazionistico interno, riusciva anche a contenere il rapporto debito-Pil. In altre parole, la politica comunitaria di contenimento dei prezzi, volta ad assicurare la valorizzazione del capitale dei “paesi produttivi”, ha generato un divario tra questi e i paesi del “Mezzogiorno europeo” e in particolare l’Italia, che ha subito un rallentamento della crescita causato dalla bassa produttività del lavoro e dalle rare opportunità di investimento. La prima fase, pertanto, è stata segnata dalla limitata governabilità dell’economia nazionale all’interno di quei vincoli finalizzati a uniformare i bilanci pubblici dell’Eurozona.

Se l’Italia era già affaticata sul piano finanziario e produttivo, la sua condizione è peggiorata dopo la situazione critica del 2011 che, secondo il pensiero economico egemone, avrebbe potuto risolversi soltanto impartendo a quei paesi indebitati una severa lezione di stabilità finanziaria. Sono seguiti dunque gli anni dell’austerità, ovvero di quelle misure introdotte allo scopo di ridurre il rapporto debito-Pil agendo essenzialmente sul suo numeratore. E mentre lo Stato si defilava da ogni intervento economico, la ricetta prevedeva anche un ulteriore abbassamento del costo del lavoro dipendente (già perseguito peraltro dagli anni Novanta), nella promessa di una crescita degli investimenti privati ed esteri. Tuttavia, tale orientamento politico ha prodotto dei risultati ben diversi.
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*Cultore della materia in Storia del Pensiero economico – Università di Macerata

Zonaeuro | 23 Maggio 2019

domenica 2 dicembre 2018

L’austerità è inutile. Il problema non è lo spread, ma la qualità della manovra

Fonte: Il Fatto Quotidiano Economia & Lobby | 1 dicembre 2018 

di Felice Roberto Pizzuti *
Spread e reazione dei mercati possono compromettere l’efficacia della manovra economica italiana? Felice Roberto Pizzuti contesta questa tesi di Blanchard e Zettelmeyer e spiega che quello che conta non è lo spread ma la qualità delle misure previste.
1. Nel dibattito sulla Nota aggiuntiva al documento di economia e finanza (Nadef) 2018 si evidenziano contributi anche autorevoli che, tuttavia, rischiano di aumentare gli elementi di confusione che lo caratterizzano. La manovra, anche per come viene presentata dal governo nelle trattative con l’Unione europea, presenta delle criticità che ne pregiudicano l’efficacia e, nel suo insieme, mostra di non avere la visione di lungo respiro necessaria ad affrontare i problemi organici della nostra economia, approccio che sarebbe particolarmente congruo all’inizio di una legislatura “di cambiamento”. Tuttavia, le critiche che la manovra merita non dovrebbero distogliere l’attenzione dalla maggiore pericolosità insita in altri ingiustificati rilievi che le sono rivolti, con i quali si cerca di riproporre la stessa concezione economica della “austerità espansiva” già rivelatasi molto dannosa non solo per il nostro Paese, ma per la stessa costruzione europea la quale, peraltro, è resa sempre più necessaria dall’evoluzione degli equilibri economici e politici globali.
2. In un articolo tradotto sulla Voce.info del 27 ottobre, Olivier Blanchard (tra l’altro, ex capo economista del Fmi) e Jeromin Zettelmeyer (tra l’altro, ex direttore generale per le politiche economiche del Ministero tedesco degli Affari economici e l’energia), attualmente entrambi membri del Peterson Institute for International Economics, sostengono che l’obiettivo della crescita del Pil perseguito dal governo italiano con l’aumento del deficit di bilancio al 2.4% non sarà raggiunto, poiché l’intento espansivo sarà più che compensato dall’effetto contrario derivante dall’aumento dei tassi d’interesse provocato dalla stessa manovra.
I due autori concordano che “nonostante ‘strette fiscali espansive’ e ‘espansioni fiscali restrittive’ siano teoricamente possibili, una politica fiscale espansiva generalmente aumenta la produzione e una restrittiva la rallenta – anche in Paesi con un alto debito pubblico”. L’affermazione (almeno la parte successiva alla virgola) può sembrare scontata, ma va considerato che, nei due decenni a cavallo tra il vecchio e il nuovo secolo, molti economisti appartenenti al mainstream del pensiero economico e istituzioni economiche internazionali come il Fondo monetario internazionale (Fmi), hanno sostenuto e applicato la tesi che le politiche di consolidamento fiscale (cioè di riduzione del debito) favorirebbero la crescita. Secondo questa posizione, che si riassume nell’ossimoro della “contrazione o austerità espansiva”, l’effetto restrittivo esercitato dalla riduzione della spesa pubblica e dall’aumento del saldo dei bilanci pubblici sarebbe più che compensato dal loro stimolo espansivo sulla spesa privata, con il risultato complessivo di favorire la crescita. L’effetto espansivo delle politiche di “austerità” era considerato tanto più efficace quanto maggiore era elevato il debito pubblico. Successivamente, una consistente serie di studi analitici ed empirici ha dimostrato l’inconsistenza di queste posizioni.
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* Sapienza Università di Roma

lunedì 26 novembre 2018

Eurozona, con l’austerity ci rimettono i Paesi in difficoltà. Altro che Unione monetaria

Fonte: Il Fatto Quotidiano  Economia & Lobby | 26 novembre 2018 
di Riccardo Realfonzo (è professore ordinario all’Università del Sannio, direttore di economiaepolitica.it e coordinatore della Consulta economica FIOM-CGIL)

Presento di seguito, con alcune note esplicative, le slides della mia conferenza tenuta al convegno dell’associazione Asimmetrie Euro, mercati, democrazia 2018, svoltosi a Montesilvano l’11 novembre 2018.
1. La crisi dell’eurozona
L’Unione monetaria europea si presenta oggi come un’unione incompleta. Abbiamo una moneta unica, ma non una banca centrale che funzioni da prestatore di ultima istanza (garantendo sempre l’acquisto di titoli del debito pubblico e quindi assicurando l’impossibilità del default degli Stati dell’Unione). Inoltre, non abbiamo un bilancio significativo dell’Unione, né una politica fiscale unitaria e dotata di strumenti di debito dell’Unione (es: eurobond) e di meccanismi redistributivi che riparino i Paesi aderenti dagli shock che li colpiscono in modo asimmetrico. Si tratta di scelte politiche che hanno avuto come conseguenza la forte dinamica degli spread tra i rendimenti dei titoli del debito pubblico e che hanno accentuato i processi spontanei di divergenza che portano lo sviluppo a concentrarsi in alcune aree di Europa.

Gli squilibri interni all’Eurozona risultano sempre più gravi, e la preoccupante previsione formulata dal “monito degli economisti” (pubblicato nel 2013 dal Financial Times e da economiaepolitica.it) risulta sempre più attuale.

L’impetuosa dinamica dei processi di divergenza in Europa, che rende i Paesi sempre più diversi tra loro e conferma che l’Unione monetaria non costituisce un’area valutaria ottimale (nella quale i benefici dell’adesione alla moneta unica superano i costi), risultano confermati dall’osservazione della dinamica del coefficiente di variazione del tasso di crescita del Pil pro capite: i Paesi crescono a ritmi che divergono sempre più.

2. Gli effetti dell’austerità
Dopo la crisi scoppiata tra le fine del 2007 e il 2008, i Paesi europei che al momento dell’unificazione avevano fondamentali di finanza pubblica più deboli e condizioni di ritardo competitivo sono stati costretti dai Trattati a praticare severe politiche di austerità, tagliando la spesa pubblica e aumentando la pressione fiscale (consolidamenti fiscali). Secondo la letteratura più liberista e la stessa Commissione europea, queste politiche di austerità potevano risultare espansive. Si riteneva, infatti, che gli aumenti della spesa pubblica sul Pil (il cosiddetto moltiplicatore della politica fiscale) fossero negativi (o comunque prossimi allo zero). Pertanto, i tagli della spesa avrebbero aumentato la crescita (o comunque non l’avrebbero frenata). Questa teoria dell’”austerità espansiva” è stata subito criticata dagli economisti keynesiani, anche in numerosi lavori pubblicati da economiaepolitica.it. Secondo gli economisti keynesiani il moltiplicatore è positivo e maggiore di uno. Pertanto, le politiche di austerità non possono che avere un impatto fortemente recessivo.

Effettivamente, le politiche di austerità hanno determinato effetti recessivi intensi nei Paesi che le hanno praticate, come si osserva ponendo pari a 100 il valore del Pil di tutti i Paesi nel 2007. La divergenza esplode. L’Italia è ancora lontana dal recuperare il valore della ricchezza prodotta annualmente nel 2007, mentre di contro la Germania è cresciuta negli ultimi dieci anni di circa il 12%.

Le politiche di austerità non sono nemmeno riuscite nell’intento principale che si erano poste: risanare le finanze pubbliche, come si osserva guardando al dato relativo ai Piigs (Portogallo, Italia, Irlanda, Grecia, Spagna). La riduzione del Pil conseguente all’austerità, anche a causa della riduzione della raccolta fiscale, ha peggiorato ampiamente il rapporto debito/Pil.

La dinamica dei processi di divergenza e le conseguenze delle politiche di austerità si possono apprezzare anche sul piano occupazionale. In Italia l’occupazione non è ancora tornata al livello del 2007 (nonostante il forte peggioramento della qualità dell’occupazione e la ben maggiore possibilità di ricorrere a contratti di lavoro a termine), mentre contemporaneamente in Germania il numero complessivo di occupati è cresciuto quasi del 10%.

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lunedì 27 marzo 2017

‘Piigs’, ovvero noi porci d’Europa imbottiti di austerity

di | 27 marzo 2017  Il Fatto Quotidiano


Nel vostro piccolo, provate a dare del maiale a qualcuno: non potrete certo aspettarvi sorrisi di ringraziamento. Eppure, a livello macroscopico, c’è qualcuno che ha dato del maiale a milioni e milioni di cittadini europei senza subire alcuna conseguenza.
Quel qualcuno è l’Unione Europea. Dal 13 dicembre 2007, con la firma del Trattato di Lisbona, i paesi con le economie più fragili vengono raggruppati nel famigerato acronimo Piigs. Sono infatti Portogallo, Italia, Irlanda, Grecia e Spagna. Pare che sia stato l’Economist a pubblicare il nomignolo per primo, ma che fosse già da tempo malignamente in uso tra gli euroburocrati di Bruxelles.
Un documentario italiano oggi racconta la storia e i retroscena di una scelta e di una Unione che non ha più nulla dello spirito che portò alla sua nascita nel 1960.
I tre giovani autori di Piigs, ovvero come imparai a preoccuparmi e a combattere l’austerity hanno imparato la lezione della grande tradizione di inchiesta anglosassone e un po’ scimmiottano anche Michael Moore, ma il risultato è a tratti persino superiore ai prodotti del pingue regista americano. Molte voci autorevoli come Noam Chomsky (filosofo e linguista di fama mondiale), Paul De Grauwe (London School of Economics), Stephanie Kelton (consulente economico di Bernie Sanders) o Yanis Varoufakis (ex ministro delle Finanze greco) spiegano pacatamente perché l’attuale Unione sia un treno ad alta velocità verso la rovina completa dell’Europa o, meglio, della sua classe media e lavoratrice: l’austerity è la ricetta venefica che affosserà sempre di più l’economia.
Chomsky è probabilmente quello che fa più impressione, non solo per il timbro profondo che ricorda quello subsonico di Henry Kissinger, ma soprattutto perché dice cose di disarmante semplicità: “Avrebbero potuto chiamare questo gruppo di paesi più deboli Spiig o Gipsi ma qualcuno ha scientemente deciso di chiamarli Piigs perché fosse evidente il disprezzo che l’Europa del Nord nutre per i paesi mediterranei”. Più chiaro di così…

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il resto al link sul Fatto Quotidiano

mercoledì 28 ottobre 2015

Sud, non ci resta che ridere

dal Fatto Quotidiano  di Alessandro Cannavale | 28 ottobre 2015
Se ci pensate, l’invisibile conta assai più di quel che si vede e si legge. E’ una regola, forse, di portata cosmica. Pensate alla cronaca. Agli scandali, agli omicidi. I delitti, per la maggior parte, non solo non hanno un colpevole accertato, ma sono spesso persino ignoti. Quello che leggiamo, vediamo e conosciamo costituisce solo l’emergente punta dell’iceberg. Il resto finisce nella zona grigia del non detto, non visto, non sentito. Forze e legami si confrontano senza potersi vedere. Cogliamo solo l’ultimo anello dei nessi eziologici su cui s’innestano lunghe catene di eventi, la cui ricostruzione può essere impossibile. E se il mondo è ridotto così, trattasi, evidentemente di catene da sciacquone…
Torniamo al 2011: lettera di Draghi e Trichet a Tremonti. Scrive Luciano Canfora, nel suo bel pamphlet “‘E’ l’Europa che ce lo chiede!’ Falso!”, una  lettera che “fu tenuta a lungo celata”. Vi si prospettavano tutte le ricette dell’austerity, che stiamo ancora vivendo sulle nostre spalle. E così, in modo ben visibile, “dovendo fare insieme le cose che contano – cioè far deglutire ai gruppi sociali più deboli una cura da cavallo a botte di tassazione indiretta – centro-destra e centro-sinistra archiviano il bipolarismo”. Ciò perché “Oggi la posta in gioco è lo smantellamento dello Stato sociale”. Con strategie subdole come quella del “Falso bersaglio”, di cui Canfora parla più avanti nel testo: “Lungi dal riconoscere che è l’intangibilità del profitto – architrave intoccabile e sacro del sistema – che scaraventa intere generazioni fuori dal mercato del lavoro, si ricorre all’abile e ricattatoria denuncia contro l’egoismo (!) di chi, per sua fortuna, non è ancora stato estromesso e non si rassegna ad autoridursi il salario e ad appesantire, per “salvare l’euro”, le condizioni di lavoro”.
Se, però, vi si chiede di negare l’evidenza e tacere, forse, è davvero troppo. Non permettetevi, assolutamente, oggi, di interrompere il sacro mantra del “tutto va bene, sorridi!”. Anche se ci si sgola nel dimostrare lo stato in cui versa il Paese (e non solo il Sud), non vi sognate di venir meno alla rigida consegna del silenzio, piagnoni!
Se su grandi città del Paese ci sono mafie che spadroneggiano, non lamentatevi! Se persino i magistrati dicono che la corruzione è favorita dai comportamenti della politica, tacete!
Non permettetevi di disturbare gli accorti manovratori in visibilio per la mini-erezione del Pil, avuta al caro prezzo di tagli lineari pluriennali e altri dolorosi artifici… Esodati, sottoccupati, disoccupati, Neet, emigrati d’ogni livello culturale, non vi sognate di contarvi e costruire una maggioranza d’incazzati. Scegliete, invece, di aderire utilmente “al partito del non voto di coloro che non si riconoscono nella melassa” (cito ancora Canfora). Emigrate, piuttosto, sospinti dall’ipocrita esortazione di quelli che dicono che “viaggiare fa bene”. Certo, quando non sei obbligato a farlo, è cosa buona e giusta. Se poi hai un papà che ti spesa, tanto meglio. Quando, invece, parti con le pezze al culo, la musica è ben altra.
Quindi, cari italiani che restate, se aprite un negozio vengono a chiedervi il pizzo, pagate con il sorriso, è la nuova Italia! Con tante novità. Ad esempio, se un ex-comunista va in tv e dice che è giusto detassare ville e castelli, per poi essere smentito nientemeno che dal suo primo ministro, ex-democristiano, non sforzatevi di capire: è l’Italia del fare, dove questi e altri mirabolanti numeri possono svolgersi sotto i vostri occhi stupefatti… Se gli immigrati vengono accolti e lasciati alla vita randagia, è il volto buono dell’Italia multietnica. Quella che affida l’accoglienza alle Caritas, al buon cuore della gente, ai centri di permanenza e, dulcis in fundo, a chi specula su rom e immigrati, più che sulla droga. Se poi non trovate lavoro, se non con contratti che terminano nel volgere di un respiro, non siete davvero capaci di capire il concetto di flessibilità. E allora provate a flettervi di novanta gradi in avanti e ripetete dieci volte al giorno l’esercizio ginnico.
L’Italia del sorriso vi vuole atletici e flessi. No, no, non fessi. Flessi! Se non riuscite ad andare in pensione perchè spostano la bandiera a scacchi ogni anno un po’ più in là, non lamentatevi! In questo caso, piangono persino i ministri per voi. E poi non vi vergognate? Lo fate per i vostri figli: quelli che poi non trovano lavoro…e continuano a non trovarlo. E, nel frattempo, c’è chi accumula incarichi e pensioni in modo vergognoso, senza alcun pudore. Fino a quando qualche magistrato non si permette di metterci il naso e sputtanare. Che impertinente! Così va a finire che qualcuno crede davvero di poter chiedere di tagliare alla radice la miriade di privilegi osceni che ci circondano. Se si riesce a farli emergere dalla solita cortina di invisibilità sarà più difficile indurre le regioni ad aumentare i ticket o le aliquote su poveracci e soliti noti, quelli che non possono permettersi di farsi curare al Nord o all’estero, come i vip e i politici.
E voi, cari ragazzi, non fate piagnistei, o troverete sempre qualcuno col culo al caldo che vi darà del qualunquista! E non potrete nemmeno incazzarvi. Loro stanno bene e proprio non capiscono il vostro disappunto. Avete una laurea e non trovate lavoro? Andate all’estero e non scassate i cabbasisi. Non sognatevi di restare e di impegnarvi a cambiare le cose, proveranno a smontare ogni idea e iniziativa con vigorosa saccenteria, ridicolizzando ogni speranza! Magari riportando l’esimio parere di qualche solone, pronto a vendersi anche l’anima: la vostra, ovviamente, non avendone altre a disposizione da tempo…
Non vi resta che ridere. Magari fatevi un selfie!
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p.s.
fin qui l'articolo. Alcune mie considerazioni veloci... innanzitutto visto il livello di passività raggiunto dall'italica gente un articolo del genere è da prendere si come una denuncia ma soprattutto come il segno di un frustrato malessere proprio verso quella eccessiva passività furbesca tipica dell'italica gente; nient'altro... altrimenti dovremmo pensare che domani ci dovrebbero essere milioni di italiani per strada con i fischietti in mano a, pacificamente per carità, protestare contro tutti gli scippi perpetrati dalla casta politica: un pio desiderio e null'altro perchè in realtà sappiamo bene che quando sarà il momento considerazioni puramente opportunistiche li riporteranno a rivotare per i soliti stranoti furbetti della politica: magari proprio con gli stessi nomi proprio no ma simili, dei cloni a riporva che "vogliamo" farci prendere per i fondelli..

sabato 18 luglio 2015

Lezioni greche: ideologici e no

18/07/2015 di triskel182
Alla fine di questa settimana che ha segnato uno spartiacque nella storia d’Europa, risulta tragicamente ridicola tutta questa cosa del debito greco.

Quello che principalmente chiedeva Tsipras da anni – cioè il taglio o almeno una sua robusta dilazione nel tempo – gli è stato ripetutamente negato fino a farlo capitolare. Ma adesso sia il Fondo monetario, sia la Bce, sia il governo Usa dicono all’unisono: oh cazzo, ma questo debito è così gigantesco che un’economia così debole non potrà mai ripagarlo nei tempi stabiliti; oh cazzo, ma più gli chiediamo di rispettare le scadenze più strangoliamo quell’economia già debole, quindi non ci conviene; oh cazzo, l’unica cosa possibile per riavere indietro almeno una parte dei soldi è tagliare il debito o dilazionarlo robustamente nel tempo!

Fantastico, no? Sono arrivati alle stesse conclusioni che Tsipras sosteneva inutilmente da tempo (sentito con le mie orecchie anche qui a Roma, al teatro Valle), però quando lo diceva Tsipras era un estremista di sinistra o un greco scansafatiche (a scelta) mentre adesso che è stato piegato come un filo di paglia si scopre che aveva ragione lui. L’epicentro della sua battaglia (che era questo, mica l’Iva sulle isole) era l’unica strada percorribile.

La cosa merita una riflessione non per dar ragione a Tsipras (ormai, poraccio, se ne fa poco delle ragioni) ma perché è l’altra faccia del discorso che si faceva ieri, e con il quale vi sto martirizzando gli zebedei da diversi giorni: il discorso cioè sulla dialettica tra pragmatismo e ideologia, ma anche tra realtàe utopia.

Perché ci siamo detti mille volte quanto gli utopisti di sinistra siano stati spesso troppo ideologici e abbiano pertanto preso frequenti musate dal mondo: ieri si parlava ad esempio di com’è difficile oggi in un singolo Paese europeo fare politiche diverse da quelle diverse dalla Troika, dato l’intreccio onnipotente di poteri economici, finanziari e politici che dettano le condizioni a tutti.

Ma forse sarebbe il caso di iniziare a vedere con lucidità anche l’ideologia opposta, quella che ha mosso per anni proprio la Troika: basata sul dogma del pareggio contabile, dell’austerità pubblica come unica ricetta economica, delle regolette Ue che impediscono di prendere misure di buon senso e talvolta indispensabili, come appunto la ristrutturazione del debito greco (ma anche, più in generale, la sciocchezza del fiscal compact con il suo fantasioso vincolo del 3 per cento).

A fronte di rigidità sistematiche sinottiche, la vulgata corrente vuole tuttavia che l’una sia pragmatica (quella liberista, ça va sans dire) e l’altra tutta ideologica. Ma ciò avviene per il semplice fatto che la prima è vincente, cioè che ha i muscoli per imporsi, quindi ha il potere. Un po’ come se nell’Urss di Breznev si fosse detto che i piani quinquennali non erano ideologici ma pragmatici per il semplice fatto che il regime aveva la forza di imporli nel reale.

Bene: trattasi di cazzata.

E proprio la colossale marcia indietro di queste ore sul debito greco di tutti i protagonisti vincenti di quella trattativa ne è la prova finale, se ce ne fosse stato ancora bisogno. Un’ideologia non è più pragmatica delle altre per il fatto di avere la forza di imporsi. Un’ideologia è tale perché è rigida, astratta, priva di sfumature e di buon senso, incapace di afferrare la viva complessità delle vicende umane. Perché fa prevalere la tesi teorica sulle osservazioni sperimentali. Perché per sopravvivere rifiuta la confutabilità e la falsificabilità. Perché quindi appartiene, sostanzialmente, alla metafisica.

Se dunque è ancora tale quando diventa vincente, resta comunque ideologia. Non è che diventa pragmatismo perché si impone, perché ha provvisoriamente conformato il mondo a se stessa.

Ecco: si diceva delle cesure storiche determinate dagli eventi degli ultimi dieci giorni, delle lezioni da trarne, e anche del dramma specifico di una sinistra radicale che per la prima volta “si è arresa alla realtà” così come la sinistra storica si era arresa al liberismo da decenni, fin dai tempi di Blair. Ma questa è solo una realtà imposta da una ideologia: quella finora vincente.

Se volete, al termine di questa pippa, la dico più da bar: okay, noi di sinistra l’abbiamo capito che le ideologie sono false perché rigide e astratte; quindi qualsiasi sinistra più o meno radicale del futuro dovrà essere aperta, confutabile, sperimentale, plastica, empirica etc etc.

Peccato che non l’abbiano capito i liberisti, che continuano invece a gabellare per unica realtà possibile il frutto della loro ideologia, salvo ammettere di aver fatto una cazzata solo quando l’avversario è stato umiliato e politicamente azzerato.

(Da gilioli.blogautore.espresso.repubblica.it)

p.s.

sempre per non rimanere sull'ovvio.....

buon week end

domenica 31 maggio 2015

Grexit e Brexit, le due anime contrapposte che rifiutano l’Europa

Fonte: Il Fatto Quotidiano a firma di del 31 maggio 2015
Il Grexit, l’uscita della Grecia dall’euro, ed il Brexit, la rinuncia della Gran Bretagna a far parte dell’Unione Europea, simboleggiano le due anime, profondamente dicotomiche, del sogno europeista. Tutti gli altri Stati membri oscillano al loro interno, come un pendolo. Nei prossimi due anni entrambe potrebbero frantumarsi, un’implosione che danneggerebbe tutta la costruzione europeista e, chissà, forse questa catastrofe potrebbe anche dar vita ad una versione più realista dell’Unione europea e meno contraddittoria di quella attuale.
La tragedia del Grexit ormai è come una telenovela tormentone che tutti continuano a vedere per scoprire come andrà a finire ma che non finisce mai. I problemi reali che la costituiscono sono tanti, dalla follia del settore bancario europeo antecedente al crollo di Lehman Brothers – che ha elargito denaro a iosa ad una nazione la cui  maggiore componente del Pil erano gli aiuti economici dell’Unione Europea -, fino alla follia della Troika, la cui formula lacrime e sangue ha fatto contrarre l’economia greca del 25 per cento nel giro di un paio d’anni. Neppure la dilagante povertà della gente, i suicidi dei pensionati, la carenza di medicine e così via ormai generano compassione nell’europeo medio, in fondo l’attuale tragedia greca, come quelle antiche messe in scena durante il suo glorioso passato, si metabolizzano velocemente perché sono manifestazioni, seppur aberranti, della natura umana.
Ma il Grexit è un fenomeno a parte, che non ha nulla a che fare con la psicologia umana, piuttosto rappresenta una ribellione, no, ormai è meglio definirlo una denuncia nei confronti delle promesse europeiste. Ai greci sembra aver pagato abbastanza, e forse hanno ragione; il governo sostiene che continuare ad alzare le tasse ed a tagliare la spesa pubblica sarà controproducente come lo è stato fino ad ora, e molto probabilmente anche ciò è vero allora perché perseverare su questa strada che rischia l’implosione?
L’attuale minaccia del Grexit mette anche a fuoco le contraddizioni del piano di salvataggio europeo. Il settore privato ha già, nel lontano 2011 e 2012. abbonato ai greci più del 75 per cento del debito, rimane però quello nei confronti delle istituzioni sovranazionali: Fondo monetario, Banca centrale europea ecc. Un grafico interessantissimo del Wall Street Journal mostra tutta la gamma dei creditori e ciò che è loro dovuto da qui al 2010. Di gran lunga il più grosso creditore della Grecia è l’Unione europea attraverso le sue istituzioni.
Il discorso di Atene è semplice: per evitare che la Grecia sia costretta ad abbandonare l’euro bisogna fare un balzo in avanti nel processo di integrazione. Che questo si concretizzi con gli eurobond o con la garanzia di Bruxelles per rinegoziare e tagliare una buona fetta di debito ha poca importanza, purché la costruzione europea di cui Atene fa parte a tutti gli effetti manifesti un impegno fiscale e finanziario per salvare la Grecia. Basta la volontà di farlo. Ed infatti simbolicamente questa decisione rafforzerebbe l’idea che prima o poi il vecchio continente diverrà una sola nazione, senza parlare dell’effetto positivo che avrebbe sui mercati la certezza che l’Unione è sempre più coesa.
Discorso diametralmente opposto ci arriva dalla Gran Bretagna, la minaccia del Brexit non solo proviene dal rifiuto della filosofia europeista, ma pretende una revisione del concetto di coesione, principalmente in termini fiscali e finanziari. Londra non ha intenzione di ascoltare Bruxelles su come gestire la propria politica interna o estera, ma soprattutto non ha intenzione di finanziare la follia pre-crisi delle banche europee o quella dei governi dei Piigs che si sono indebitati eccessivamente.
Così mentre Atene chiede più unione Londra ne chiede molta di meno. Un tiro alla fune che con molta probabilità nessuno vincerà, è infatti probabile che la corda si rompa ed entrambe le squadre si ritrovino a terra.
Riflettiamo su come sia possibile che queste due nazioni facciano parte della stessa Unione europea, che tutte e due siano strumentali al raggiungimento di accordi di maggioranza assoluta in sede di Commissione e di Consiglio d’Europa. Se la visione dell’Europa che hanno è diametralmente opposta allora il compromesso necessario per ottenere il loro appoggio finirà per svuotare dei contenuti veri qualsiasi proposta. In altre parole, la macchina infernale europea non funziona perché il meccanismo di base al suo interno fa sempre cilecca.
Forse, perché prevedere il futuro è impossibile non solo per gli economisti ma anche per i chiromanti, perdendo queste due anime l’Europa ne troverà una terza con la quale poter riformulare meglio il sogno europeista.
p.s.
l'europa del business as usual potrebbe entrare in crisi? Probabile ma per poco perchè alla fine troverebbero comunque il modo di fare soldi....... però il vero problema sono i trattati: che fine ha fatto il TTIP? Wikileaks ha già fatto sapere che il vero trattato, come ci si poteva aspettare, è ben diverso da quanto detto e affermato finora, vedremo!
p.s.
di questo passo perchè non cominciare a pensare a un Italexit prima che ci siamo costretti?
E perchè, se si decide di fare trenta, non fare anche trentuno e aderire, come alternativa, al BRICS?

martedì 16 dicembre 2014

Galloni: nuova Norimberga, per punire i criminali della crisi

Fonte: libreidee
Mentre la situazione economica e politica internazionale va deteriorandosi, nonostante le ottime prospettive di crescita di importanza dei Brics, si stanno prospettando soluzioni e proposte pericolose, nel senso del conflitto con l’interesse all’evoluzione positiva e pacifica del genere umano (oggi e ieri minacciata dalle follie di eliminazione della spesa pubblica e di privatizzazione anche di ciò che è bene non dipenda dalla condizione finanziaria dei singoli, come la sanità, la formazione, la sicurezza, l’acqua, l’aria e via dicendo): c’è chi prospetta un ritorno all’oro dopo che il dollaro tracollasse o chi propone una riserva del 100% per le banche; ma stanno emergendo anche i nuovi “gattopardi” che – persino in nome dell’abbattimento dell’euro – propugnano tesi che, nel recente passato, non hanno mai condiviso. Sia chiaro: quello che è stato compiuto o avallato in questi ultimi trentacinque anni (indebolimento degli Stai nazionali, macelleria sociale, impoverimento e depredamento della popolazione) sono crimini contro l’umanità che, come tali, dovranno essere affrontati.
Una nuova Norimberga, in altri termini, appare proponibile, onde evitare che in un domani sempre più prossimo, ognuno dei responsabili di questi crimini possa dire quanto condivide il cambiamento e quanto è lontano dal presente e dal passato
 Nino Galloni 
recente. Oggi, in Italia, ad esempio, siamo 60 milioni (dove sono i demografi che pochi decenni fa prevedevano, per il presente, una popolazione sotto i 55 milioni?); di questi, circa 20 milioni versano in miseria, altri 20 milioni arrivano con difficoltà a fine mese ed il restante – pur tendendo a diminuire – riesce a riempire cinema e ristoranti, col risultato di far sottovalutare la gravità dell’attuale crisi. Più si taglia la spesa pubblica per ridurre le tasse (la cui pressione è eccessiva, per chi le paga) e più si riduce il Pil; col risultato che, poi, mancano le risorse per tagliare le tasse: si bloccano i contratti dei pubblici dipendenti ed il loro turn over col risultato che peggiorano e diminuiscono i servizi essenziali e, quindi, la gente – oltre le tasse – deve spendere di più, impoverendosi, per mandare i figli a scuola o curarsi o viaggiare.
Però, se si tagliano le spese per ridurre le tasse e si ottiene l’esatto contrario, una ragione forse c’è: i debitori (famiglie, imprese e Stati) devono stare sempre peggio, perché l’attuale modello economico si basa non sulla redditività finanziaria, ma sul numero delle emissioni dei titoli (derivati, derivati su derivati, titoli tossici di tutti i tipi) e, quindi, meno i debitori potranno ripagare i loro impegni e maggiore sarà l’accelerazione delle emissioni derivate. In tutto, ciò la gente muore, le imprese muoiono, gli Stati muoiono… cosa si aspetta?
(Antonino Galloni, “Perché è necessaria una nuova Norimberga”, da “Formiche.net” del 2 dicembre 2014).

mercoledì 19 novembre 2014

Terzo Valico: meglio argini e ospedali oppure le grandi opere?

Fonte: il fatto quotidiano del del 19/11/2014 a firma di Domenico Finiguerra
Nelle montagne dell’Appennino ligure sotto le quali dovrebbe passare il tratto finale della linea ferroviaria ad alta velocità del “luminoso” corridoio Genova-Rotterdam, il cosiddetto Terzo Valico, c’è un’elevata probabilità che scavando si trovi parecchio amianto. Ma questo è solo uno dei dettagli che resta ignorato dal dibattito politico italiano.
Il Terzo Valico è un progetto lungo 53 km, di cui 39 in galleria, che accorcerà se va bene di una mezz’oretta il tempo di percorrenza dei treni dal porto di Genova a Tortona-Novi Ligure. Ma anche questo è un dettaglio che non annunciano al Tg delle otto.
In compenso ci vengono quotidianamente elencate le bordate che arrivano per demolire lo stato sociale e il sistema pensionistico, le sforbiciate al trasporto pubblico locale, le carenze di posti negli asili nido, le chiusure di ospedali e di reparti di pronto soccorso.
Il tutto è motivato dalla mancanza di risorse, ovviamente. E’ colpa delle politiche di austerity, dei diktat della Troika, del patto di stabilità che il nostro tweetpremier Renzi pensa di poter abbattere a colpi di hashtag (se cominciasse a chiedere le dimissioni di Junker, visto che lui lo ha votato, non sarebbe male).

Insomma, non ci sono i soldi! Ce lo ripetono in tutte le salse. Abbiamo raschiato il fondo del barile. Però, per realizzare i 53 km di Terzo Valico, i 6,2 miliardi di euro si sono trovati. Eccome. Così, per chiarire un po’ meglio le cose agli italiani distratti ed ammaliati dalla retorica delle grandi opere, facciamo un piccolo esercizio matematico e compiliamo un breve elenco di cose utili che ci tolgono o ci mancano perché la priorità sono appunto le grandi opere come il Terzo Valico:
6 centimetri di Terzo Valico = 1 anno di pensione
100 metri di Terzo Valico = 1 anno di libri di testo per 40 mila studenti delle scuole superiori
500 metri di Terzo Valico = 7 treni pendolari completi
1 km di Terzo Valico = 116 asili nido per un totale di 8.700 bambini
2,5 km di Terzo Valico = 1 ospedale da 600 posti letto, 18 sale operatorie e 150 ambulatori.
Tutto il Terzo Valico = 350 treni pendolari, 10 ospedali da 600 posti letto, 180 sale operatorie, 1500 ambulatori medici e 250 asili nido.
Solo con questo, l’Italia sarebbe un altro paese!
E l’elenco potrebbe essere ancora più lungo se considerassimo tutte le grandi opere e i grandi eventi inutili e dannosi per il territorio.
Una stima dell’Unione delle Province ha calcolato in 5 miliardi la somma necessaria per mettere in sicurezza tutte le scuole d’Italia. Uno studio del 2012 del Ministero dell’Ambiente ha calcolato in 41 miliardi la cifra per prevenire il dissesto idrogeologico. Sarebbero queste le priorità, i capitoli con i maggiori stanziamenti.
E invece, l’altro giorno, in parlamento, il ministro Lupi ha dichiarato che se fosse per lui si farebbe partire subito anche il Ponte sullo Stretto di Messina. Per ora si accontenta del Terzo Valico. E di molto altro.
Tanto se gli ospedali chiudono, se dai tetti delle scuole piove e se non si realizzano argini la colpa è della Trojka e del patto di stabilità e crescita.
il Fatto Quotidiano, 17 novembre 2014
p.s.
questo post lo dedico ai tanti, e a tutti i costi, entusiasti della tav..... anche se i loro ultras politici se ne stanno allontanando avendo capito che tira brutta aria e che la gente, quella vera, comincia a non tollerare più avventure a spese delle proprie tasche!

domenica 2 giugno 2013

per la serie le buone notizie ...

......ci vorrà più di mezzo secolo per far tornare il livello di occupazione agli standard pre-crisi (2007): 40% di giovani senza lavoro, poco meno del 20% della intera popolazione abile italiana. Più o meno come all’inizio degli anni ’70. Il Governatore Visco, uno non propriamente escluso dalle stanze dei bottoni o dai salotti che contano, ha parlato, riferendosi soprattutto a imprenditori e classe politica, di ritardo pluridecennale; 30 anni di riforme mancate, incomprensione dei cambiamenti locali e mondiali, chiusura a riccio sulle rispettive rendite di posizione, pantomime e tirate a campare il cui epilogo lo stiamo pagando con gli interessi. Liberalizzazioni senza troppa strategia ed europeizzazione un po’ a casaccio (moneta unica ma politica e finanza da legge della giungla) a condire una situazione di “stabilità sociale a rischio”...... pensateci: oltre 50 anni per ritornare come prima: altro che ripresina, vero?
Ciò naturalmente partendo dal fatto accertato che: i presupposti teorici, storici, econometrici è stato ampiamente dimostrato che sono ERRATI, sbagliati, presuntuosamente venduti come buoni! Ora:
  1. nell'attesa dei 50 anni della ripresa;
  2. nell'attesa che la tav fra 50 sarà produttiva;
  3. nell'attesa del mondo migliore....
godetevi questa conferenza di Naomi Klein che, in questa conferenza con sottotitoli in italiano, faceva il quadro di quello che sarebbe accaduto.... buona visione

... se a qualcuno risultasse troppo lungo, dico: che problema c'è? Abbiamo ... 50 anni per rifletterci.

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