si parla di progresso, di evoluzione, di civiltà ci ritroviamo invece in un nuovo medio evo dove conta chi si nasconde dietro il potere o vi si allea con esso.
Tsipras
ha perso il centro e il voto dei cittadini medi, senza un euro in
tasca e indignati per il nome concesso alla Macedonia. Il problema
della classe dirigente, il ruolo della troika e le speranze di un nuovo
ambientalismo
Traditore o salvatore (l’uno)? Raccomandato o speranza (l’altro)? In Grecia, e anche altrove, il dibattito sulle recenti elezioni anticipate che hanno visto il cambio della guardia tra il premier uscente Alexis Tsipras e il liberal-conservatore Kyriakos Mitsotakis
si è arenato sulla contrapposizione ideologica tra destra e sinistra,
mancando di analizzare invece cause ed effetti politici, contingenze che
ancora persistono nel paese, percezioni personali che hanno avuto un
preciso peso specifico nelle urne. Syriza al 31% dimostra che lo zoccolo duro di sinistra e socialista legato al vecchio Pasok
che vive nel ricordo di Papandreou è rimasto con il premier. Ma Tsipras
ha perso il centro che nel 2014/2015 gli aveva dato fiducia, mentre
oggi si è spostato sul versante di Nea Dimokratia, in
grado almeno domenica scorsa (oltre che alle Europee e alle
amministrative di maggio) di chiudere i fronti interni per offrire
l’immagine di una squadra unita e pronta a un compito durissimo.
La principale accusa rivolta a Tsipras è di aver fatto marcia indietro con i creditori internazionali (dopo aver promesso di sconfiggere la troika)
coprendosi di cenere e portando a casa un memorandum dalle condizioni
peggiori dei precedenti. Il no dei cittadini al referendum del 2015 ma
tramutato in un “obbedisco” di Alexis alla troika è stato visto da
molti come una pugnalata alle spalle, compresa la rottura personale con l’ex ministro Yanis Varoufakis che, al netto di tesi, controtesi e retroscena, è stato l’unico ad essersi dimesso in questa storia di prestiti infiniti.
Inoltre ha mostrato una classe dirigente spesso modesta che non è stata capace di canalizzare al meglio gli interessi che i player del mondo hanno manifestato in Grecia, come i cinesi di Cosco. Oggi i greci hanno un salario minimo di circa 500 euro ma prezzi “milanesi”, zavorrati dalla super Iva e da tasse davvero insostenibili per un tessuto commerciale all’anno zero come quello ellenico. Di contro il sistema bancario è stato messo in sicurezza, il paese è tornato a finanziarsi sui mercati, la disoccupazione è sempre a livelli record e mostra un trend in calo. Ma la Grecia rimane legata ai suoi creditori fino al 2052.
L’accordo di Prespa sul nome Macedonia concesso a Skopje
non è stato secondario nell’economia complessiva del voto, dal momento
che mentre Tsipras raggiungeva un punto di contatto con Fyrom e Ue,
dall’altro nelle piazze di Atene e Salonicco
protestavano in tanti, non solo cattolici ortodossi, nazionalisti o
suoi oppositori. Ma anche cittadini di centro o apartitici, indignati
per un clamoroso falso storico.
Passaggio che in tempi non sospetti, nel 2008, venne messo nero su bianco da uno dei più prestigiosi archeologi del mondo. Stephen Miller, docente presso l’Università della California, assieme ad altri 200 colleghi scrisse all’allora Presidente americano Barack Obama
chiedendo di non avallare il cambio di nome, per ragioni meramente
storiche e non ideologiche né di stampo razzista. Osservò che la
provincia settentrionale della Grecia è stata chiamata Macedonia per
circa 3mila anni; inoltre è noto alla storia che i macedoni erano greci e
che, di fatto, Alessandro Magno si considerava un discendente di Achille ed Ercole. E si chiese: “C’è qualche dubbio su questi fatti storici?”.
Il
neo premier Kyriakos Mitsotakis, discendente della nota famiglia che
ha già dato alla Grecia un premier e un ministro degli Esteri, è
accusato di essere il volto vecchio di un paese in ginocchio. Al momento promette in 12 mesi di realizzare il suo programma, fatto di liberalizzazioni e meno tasse puntando in primis a non pagare più le euromulte a Bruxelles
per le discariche abusive che proliferano in Grecia. Ai suoi detrattori
ricorda che dal 1981 ad oggi per 17 anni ha governato il Pasok e solo
per sette Nea Dimokratia. Di fatto oggi oltre al governo ha in mano
moltissime amministrazioni locali, tra regioni, prefetture e comuni. Per
cui è regista in solitario del proprio destino. Twitter @FDepalo
Fonte: Il Fatto Quotidiano Economia Occulta | 7 Luglio 2019 Loretta Napoleoni
Le elezioni europee hanno confermato la scarsa popolarità del governo greco guidato da Tsipras, leader di Syriza.
Specialmente tra i giovani, in Grecia ormai serpeggia il desiderio di
votare per l’opposizione rappresentata dal partito conservatore, Nuova Democrazia, guidato da Kyriakos Mitsotakis. A maggio, il 30,5 per cento dei giovani tra i 18 e di 24 anni hanno infatti votato Nuova Democrazia alle elezioni europee.
Tutti quindi si aspettano che oggi Syriza non ce la farà
a ripetere il successo del 2015, ma più che la sua sconfitta, ormai
quasi certa, quello che ci interessa è il motivo per cui il partito
anti-austerità di punta europeo ha finito per imporla, a seguito delle
ripetute pressioni di Bruxelles, e come questo fallimento
abbia infranto il sogno dell’elettorato greco di tenere testa alla
Troika. Quest’analisi è importante per chi prenderà le redini della
Grecia ed anche per chi guiderà altre nazioni europee affette da crisi
finanziarie più o meno serie, come l’Italia. Oggi,
dunque, assistiamo ad un’elezione importante per il futuro delle
politiche nazionali europee e delle relazioni interne all’Unione
Europea.
La Grecia ha pagato un prezzo alto per rimanere nell’Ue e così facendo ha avuto accesso agli aiuti economici. Dal 2010
ci sono stati tre salvataggi pari a 289 miliardi di euro, poi nel 2018
l’economia ha ricominciato a camminare da sola, anche se zoppicando. In
cambio l’economia greca si è contratta dal 2008 al 2016 del 28 per
cento e l’impennata della disoccupazione ha spinto un alto numero di
famiglie sotto la soglia della povertà. Il fatto che
all’inizio del 2018 il paese abbia ricominciato a crescere non ha
prodotto l’effetto positivo sperato per Syriza, al contrario il governo
ed il partito non sono stati mai così poco popolari. Il motivo? I
greci si sentono traditi, le promesse fatte nel 2015 non sono state rispettate e questo tradimento pesa molto di più della modesta ripresa economica.
Fallito il tentativo “socialista”, i greci adesso puntano su Mitsotakis
che offre esattamente l’opposto, e cioè una nuova formula
neo-liberista: abbassamento delle tasse, privatizzazioni dei sevizi
pubblici ed un piano per rinegoziare il debito con i creditori per
incoraggiarli a reinvestire nella nazione. Sembra dunque che sull’ago
della bilancia politica pesi meno la politica vera,
socialismo verso neo-liberismo, del populismo moderno dove il primo
ministro ed il governo “proteggono”, o almeno danno l’impressione di
proteggere, la nazione contro Bruxelles ed il resto dei paesi membri
dell’Unione. Tsipras ha fallito in questa missione.
A
conferma del bisogno di protezione della popolazione nel mezzo di una
crisi epocale come quella del debito sovrano basta menzionare la questione macedone. Tsipras è stato accusato di tradimento perché ha concluso un accordo con l’ex repubblica Macedone rinominata Repubblica della Macedonia del Nord. Ebbene questo ai greci non è piaciuto perché secondo loro la Macedonia è greca
e quindi non può essere né divisa né appartenere ad un altro Stato.
Argomento che non ha nulla a che fare con le politiche economiche,
l’austerità, ma che poggia sul senso di appartenenza geografica che in
momenti critici diventa prorompente.
Il forte senso di nazionalismo europeo
è una delle conseguenze della crisi finanziaria, quando le cose vanno
male il popolo fa quadrato, si comporta come una tribù e difende il
proprio territorio. Un fenomeno prevedibilissimo che si è manifestato anche nel rifiuto di accettare i migranti visti come parassiti che succhiano le poche risorse del paese. Tematiche queste presenti in molti paesi europei.
Infine la corruzione,
problema radicato in tutta l’Europa mediterranea e che in Grecia è
venuto fuori durante la tragedia a Mati, quando più di 100 persone sono
morte a causa dell’incendio della scorsa estate.
Syriza pagherà con la sconfitta di oggi tutti questi errori. C’è da domandarsi cosa sarebbe successo se avesse preso un’altra strada, se avesse, come voleva Varoufakis,
scelto di dire no all’austerità contrapponendo una politica espansiva
alle direttive di austerità di Bruxelles, se avesse difeso gli interessi
del popolo, come aveva promesso. Cosa avrebbe fatto l’Europa? Siamo
così sicuri che la punizione sarebbe stata tale da cacciare la Grecia
dall’Unione fratturandone così la coesione? Certo, oggi il panorama è
ben diverso da quello del 2015 basta menzionare la Brexit, ma forse una presa di posizione nazionalista avrebbe dato a Syriza l’opportunità di vincere di nuovo e avrebbe potuto accelerare il cambiamento interno all’Unione assolutamente necessario.
La
risposta ce la daranno i libri di Storia alla fine del secolo, intanto
possiamo solo speculare su una realtà politica alternativa a quella
attuale.
Non c’è destra, sinistra, centro o socialismo in ciò che sta accadendo in Grecia. Non sono le idee o i partiti a dover bere una volta per tutte una buona dose di cicuta: ma la mediocrità di uomini che ingannano, fuorviano, illudono, per poi, un attimo dopo, fare peggio dei propri nemici.
Dopo 4 tagli in sei anni a stipendi, pensioni e indennità ecco
un’altra sforbiciata alle pensioni, grazie alla riforma firmata dal
ministro del lavoro Georgios Katrugalos che si scontra con nessun provvedimento per favorire invece nuova occupazione. Un altro taglio del 25% a partire dal 2019 e del 15% per chi ha fatto domanda nel 2016.
Uno scenario che cozza con i proclami di Alexis Tsipras che, anche dopo una campagna elettorale condotta a suon di tuoni contro l’Ue
(con slogan come “la Troika è il passato; il voto contro l’austerità è
stato forte e chiaro; il futuro non è l’austerità; la speranza ha
vinto”), inneggiava a una fantomatica griglia di nuove proposte per far uscire la Grecia dalla recessione. Invece resta immutata, nonostante sacrifici ai ceti medi e bassi e nonostante una guida incertissima per un Paese altrettanto incerto.
Sarebbe stato meglio scegliere delle due l’una: avrebbe dovuto o, in coerenza con quanto promesso agli elettori, fare una battaglia seria e potabile contro Bruxelles (con proposte credibili) oppure, stando agli impegni (forse?) presi in separata sede con Berlino, evitare almeno questo doppio ruolo di “Masaniello” nei giorni pari e coniglio in quelli dispari. Con nel mezzo la povera gente che affonda ogni giorno di più.
Nel pamphletGreco. Eroe d’Europa che ho scritto nel 2014, ho raccontato molto del malaffare ellenico e in maniera assolutamente trasversale. Senza sconti,
anzi, con più di qualche reazione non benevola nei miei riguardi che,
anche la traduzione in lingua greca, mi ha causato. Chi oggi si sente
toccato da analisi, valutazioni di merito e semplici fatti messi in fila
con oggettività, fa peggio dei predecessori.
Cosa volete
che facessero i Greci? Votare di nuovo per i Papandreu o i Samaras o i
Venizelos (tutti cognomi di famiglie che dall'inizio del '900, basta
guardare wikipedia, in qualche modo s'impastano nelle vicende greche)?
No, naturalmente.. chi rimane? Tsipras e poc'altro. Quel che dovrebbe
colpire è l'astensionismo che è altissimo e che è il vero termometro
della malattia che sta colpendo a morte le democrazie europee (quella
americana è morta da anni) svuotate come sono di ogni significato
pregnante basilare per connotarle come tali. Da Blair a Tsipras è u filo
lungo e sottile ma connota gli ultimi decenni durante i quali la
sinistra europea ha perso se stessa, anzi ha fatto di tutto per perdersi
e non ritrovarsi: i sinistroidi ogni volta ci cadiamo..... arriva un
qualunque ex comunista e subito si emozionano e lo votano dimenticando
che prima ancora di essere eletto la prima cosa che capita è che riceve,
o va direttamente lui, una visitina da qualche anonimo personaggio che
gli ricorda chi ha il bastone e la carota e cosa deve fare al di là del
risultato elettorale: ci sono enormi interessi politico-economici che
mirano a rendere l'intero pianeta come un enorme mercato nel quale
ingenti quantità di capitali devono poter scorrazzare senza limiti e
regole e non è possibile, per quanto sia piccola la Grecia, che anche un
singolo paese possa esserne fuori perchè, dovesse funzionare, se
scoprisse la ricetta salvifica diventi un modello alternativo per gli
altri popoli che scalpitano. Quindi, nonostante la profonda crisi del
sistema che pur c'è sotto gli occhi di tutti, il processo deve
continuare fino agli esiti finali e i pochi seduti su vere montagne di
soldi possano continuare a far crescere la propria parte di profitti a
scapito di tutti gli altri. Ecco perchè Tsipras alla fine torna bene a
tutti, greci compresi.... rassicura tutti e abbasserà la testa quando
necessario rivelandosi per quel che è: un burattino senza fili ma pur
sempre un burattino. Ha ragione Giampiero Gramaglia sul Fatto Quotidiano quando afferma che "Tsipras vince sempre. Quando, a gennaio, promette ai greci di battersi contro la troika e
di rivederne i diktat. Quando, a giugno, li invita a bocciare con un
referendum gli accordi che Bruxelles vuole propinare loro. E quando, ora, li chiama a ratificare la sua scelta di tradire le promesse di gennaio e di ignorare il voto di giugno, cedendo alle richieste dei creditori pur di ottenere un terzo salvataggio finanziario da 86 miliardi di euro."
Ecco
perchè la sua è la solita vittoria di chi governa per conto terzi e non
risolverà i mali del paese e nemmeno risolleverà le splendide sorti
della sinistra greca e in fin dei conti dell'intera sinistra europea che
lo vedeva come il nuovo messia..... illusioni di fine impero di chi ha
rinunciato a mettersi in discussione e rimboccarsi le maniche davvero
per cambiare e far cambiare strada e preferisce aspettaer che si
rifaccia vivo il fantasma della sinistra che fu...... ed ecco perchè
come gli inglesi che votarono labour si ritrovarono con una Thatcher in
pantaloni i greci che votarono sinistra si ritrovano un Renzi che sa
ballare il sirtaki
Dopo aver capitolato rinunciando a combattere il nostro eroe greco, non certo uno spartano, ora sa che tocca a lui ora essere/sentirsi come l'orso del luna park che si fa impallinare dai visitatori..... non è nemmeno nato il suo secondo governo che già traballa pericolosamente e non è nemmeno sicuro che arrivi a fine settembre: ha stralciato alcune scottanti materie (pensioni, ecc.) ma ormai è tardi; s'è messo nel tritacarne e ne uscirà solo distrutto politicamente e personalmente.... può solo appoggiarsi, in modo molto italiano, a maggioranze a simmetria variabile che si formano sul momento e che vivono sul momento per poi, un secondo dopo, sciogliersi. Può vivere un popolo così? No sicuramente ma è il prezzo che dovrà pagare per aver avuto l'ardire di alzare la testa e fare da "cavia" per gli esperimenti e da "esempio" per gli altri (Spagna, Portogallo, Irlanda i prossimi a votare) che osassero farlo..... la parabola del personaggio shakespiriano è compiuta: può solo recriminare per gli errori fatti e per aver illuso i greci e tutti gli altri ..
Quando fra qualche anno gli animi si saranno rassegnati, e la breve primavera di lotta greca, non sarà che un pallido ricordo forse qualcuno rifletterà sull'accaduto e magari ci farà un film.... avrei un titolo da proporre: Grecia Anno Zero
eh già... spero di non portare sfiga ma pare proprio che il
referendum greco abbia scelto la linea di Tsipras anzichè quella dei
ceti affluenti pro-euro e dei padroni del vapore di Brusselles.... i
voti reali, non quelli fasulli dei sondaggi pilotati dai media che mai
come ora hanno dimostrato a quali ordini obbediscono, parlano chiaro: il
popolo greco al 60% ha detto: NO!
Non
credo che nelle capitali che contano l'abbiano presa bene, anzi: il
rumoroso silenzio, la scelta del NON fare del'Eurogruppo questo
significa, la dice molto lunga....... l'hanno presa male perchè ora si
aprono scenari per loro inconoscibili. E' tutta la sera che qui in
Italia i canali nazionali se la cantano: il no è una iattura ecc.
addirittura intervistando un giornalista tedesco, mi pare su SKY, viene
fuori che gli "accordi" presi erano: acquisti a mani basse delle aziende
di stato privatizzate; un turismo padronale e.... un nuovo governo
greco? Si, un nuovo governo greco! Ecco qual'era il problema: Syriza e
il suo leader Tsipras, che non mi entusiasma assolutamente ma che
metterei la firma per averlo qui al posto dei nostri politici, grillini
compresi.
La maschera dell'ipocrisia eurocratica è caduta: sta
mostrando il suo vero volto, arrogante ma impotente ed ora il pallino
passa a Brusselles: o vedono il gico o passano ma se passano lasciano
spazio di libertà ad altri... già perchè Spagna, Portogallo, Irlanda e,
si spera, Italia hanno spazio di manovra per far pressione
sull'eurocrazia finanziaria e politica che si è impossessata del sogno
della Europa Unita dei padri della prima ora e l'ha stravolta a proprio
uso e consumo. La Grecia prima dello sboom, e prima del pensionamento
forzoso dei politici corrotti, aveva un debito pubblico totale pari a 3
mld di euro e in soli tre anni si è arrivati a 138 mld: la maggior parte
erano interessi su interessi per far rientrare le banche
franco-tedesche delle speculazioni fatte sui titoli greci e non
solo....... PENSATE CHE la Grecia spende il 3% del PIL in armamenti:
indovinate da chi comrpa armi? Germania, Francia, ecc. e chi li cacciava
sti soldi se non lia vevano per ripianare il cosiddetto debito e chi
decideva? Sempre i soliti: ad Atene i politici corrotti e a Brusselles
gli eurocrati che a ogni contratto pregustavano quanti interessi
rientassero nelle casse delle banche prestatrici: un cappio al collo;
ora cambia tutto? No, naturalmente; anzi sarà peggio perchè da che la
Grecia doveva diventare l'esempio per gli altri popoli che voevano
rialzare la testa ora si ritrovano non solo una Grecia unita e solidale
nella sua stragrande maggioranza ma anche l'orizzonte, per loro pessimo,
che anche in altri paesi, i famosi PIIGS, i popoli possono scegliere e
decidere del loro destino. Ora rimane l problema delle ritorsioni: non
penserete mica che è finita qui? La bestia a tre teste è solo ferita, e
quindi è maggiormente pericolosa e può dare colpi di testa inatessi...
c'è ancora molto lavoro da fare e lunga la strada ma, e ne sono
convinto, ora lporta è aperta: sta a noi oltrepassarla...per il momento
mi godo il popolo greco in festa
SOTTO A CHI TOCCA!
QUI ATENE MISSION ACCOMPLISHED
Fonte: Soldato Kovalski Pubblico un pezzo dell’intervista Greece: Phase Two fatta da Sebastian Budgen, editor di Historical Materialism, a Costas Lapavitsas, deputato di Syriza e uno dei principali esponenti della Piattaforma di Sinistra, per la rivista Jacobin Magazine.
La parte che traduco qui è concentrata sul rapporto, teorico e
pratico, tra l’anima propriamente marxista di Syriza e quella da
“sinistra diffusa” che viene incarnata da Varoufakis. Nella parte che
non ho tradotto, l’intervista si concentra in una lunga trattazione
dell’ipotesi di uscita dall’euro delineata da Lapavitsas in Against The
Troika (disponibile in formato elettronico sul sito dell’editore VersoBooks). Parliamo
di Varoufakis. Ovviamente, c’è stato un gran chiacchiericcio mediatico
su Varoufakis, la sua personalità, il suo stile, e così via. Ci sono
stati anche interventi più seri a suo riguardo, per esempio quello di
Micheal Roberts che lo definisce “più eccentrico che marxista”. Prima di tutto, Varoufakis che ruolo aveva nella sinistra greca prima della vittoria di Syriza.
So
che ci sono stati molti interventi su Varoufakis, il suo stile di vita
e sue posizioni. Non voglio parlane, lo lascio ad altri, non ora,
magari più in là si potrà parlare dell’impatto che ha avuto sulla
politica e così via.
Per quanto riguarda la domanda se sia un
marxista, un radicale o altro, consiglierei più attenzione nell’uso del
termine “marxista”. Lo consiglio in particolare a chi si proclama
marxista perché usa determinate parole e parla molto di marxismo,
mentre nella sostanza dell’analisi svolta segue linee politiche ed
economiche tra le più prosaiche che si possano immaginare. Facciamo più
attenzione nel chiamare qualcuno “marxista”, grazie. Questa non è più
politica da aule universitarie, è roba seria, ok?
Quindi, su
Varoufakis: lo conosco da lungo tempo come economista, ovviamente. Non
penso che si possa definire una persona di sinistra nel senso radicale
del termine e di certo non un rivoluzionario, non nel senso in cui
intendiamo questi termini in Grecia. Possiamo per dire sicuramente che
appartiene alla “sinistra del centro” [in Grecia ci si riferisce
comunemente alla socialdemocrazia come “centro”, in Italia diremmo
“centrosinistra”, ndt].
È sempre stato di quella posizione, è
sempre stato eterodosso e critico in economia, ha sempre rigettato
l’economia neoclassica e le teorie neoclassiche nel suo lavoro, è
sempre stato pronto a fornire consigli politici al di fuori degli
schemi ed è sempre stato pronto a ragionare su alternative praticabili.
Questi
sono tutti punti positivi. Quando si guarda alla sua storia, però,
bisogna riconoscere che è stato anche un consigliere del governo di
George Papandreou, il primo a introdurre i piani di salvataggio in
Grecia, e che gli è rimasto legato per un significativo periodo di
tempo. Per questo non penso che si possa chiamare “di sinistra” in
maniera sistematica. Lo stesso Varoufakis si posizione in un quadro keynesiano e si relazione con persone come James Galbraith, apertamente keynesiano.
Voglio
essere chiaro su questo. Keynes e il keynesismo, sfortunatamente,
rimangono gli attrezzi migliori che abbiamo, da marxisti, per
affrontare le questioni qui e ora. Ovviamente la tradizione marxista è
molto forte nell’affrontare le questioni di medio e lungo termine, nel
comprendere le dimensioni di classe e sociali dell’economia e della
società in generale. In questi campi non c’è nessun paragone possibile.
Ma
per affrontare le politiche nel qui ed ora, sfortunatamente, Keynes e
il keynesismo rimangono un importante set di idee, concetti e strumenti
anche per i marxisti. Questa è la realtà. Ci sono persone che usano le
idee e non le riconoscono come keynesiane, non lo voglio commentare,
ma succede.
Quindi non posso criticare Varoufakis perché si
relazione ai keynesiani, perché l’ho fatto anch’io, apertamente ed
esplicitamente. Se mi potessi mostrare un’altra idea di come fare le
cose, sarei ben lieto di seguirla. Ti assicuro però, dopo molti decenni
di lavoro sulla teoria economica marxista, che al momento non c’è
altra possibilità. Quindi si, Varoufakis ha lavorato con i keynesiani,
ma questo non è un problema. Ovviamente stabilisci una
differenza tra il marxismo come strumento analitico e il keynesismo
come strumento politico, ma le due scuole hanno anche obiettivi
diversi. Varoufakis lo dice esplicitamente: il suo obiettivo è salvare
il capitalismo da se stesso. Non vedi questo come una linea di
separazione significativa?
Certo! Keynes non è Marx, il
keynesismo non è il marxismo. Ovviamente c’è una differenza tra di
loro, è come dici te. Il marxismo riguarda il rovesciamento del
capitalismo e punta al socialismo. È sempre stato così e rimarrà così.
Il keynesismo no, riguarda il miglioramento del capitalismo e anche
salvarlo da se stesso.
Comunque, quando si parla di questioni come
la politica fiscale, il tasso di scambio, la politica bancaria e così
via (questioni su cui la sinistra marxista deve necessariamente
produrre politiche serie piuttosto che denunciare il mondo dalle
proprie camerette) allora si scopre rapidamente che, piaccia o no, i
concetti che usava Keynes e i concetti su cui lavorano i keynesisti
sono indispensabili per costruire una strategia marxista.
Questo è
quello che sto dicendo. Purtroppo non c’è altra via e quando i
marxisti lo capiranno, allora le loro posizioni diventeranno
realistiche e rilevanti. Parliamo dei negoziati, nelle
loro varie fasi. Penso che si possa correttamente dire, non so se sei
d’accordo, che ci siano due interpretazioni su cosa sia successo
durante i negoziati. La prima interpretazione,
dominante sia nella sinistra marxista sia nella stampa finanziaria (con
l’eccezion di Krugman e Galbraith) è che i greci, Varoufakis e gli
altri, hanno giocato a poker senza avere le carte buone, senza un
sostegno per la propria strategia, e sono stati fondamentalmente
battuti dall’Unione Europea e in particolare dai tedeschi. L’altra
interpretazione, che viene dai media pro-Varoufakis e pro-dirigenza di
Syriza, è che i greci abbiano affrontato I negoziati molto bene e
siano riusciti a ribaltare il tavolo almeno parzialmente mettendo i
tedeschi sulla difensiva, guadagnando spazi di manovra che altrimenti
non avrebbero avuto, legittimando il proprio discorso sull’impagabilità
del debito e sull’inefficacia dell’austerità, e così via. Non so se concordi su questa caratterizzazione delle interpretazioni dominanti. Se sì, dove si posizione la tua interpretazione?
Mi
ritrovo in molto di quello che dici. Non mi voglio posizionare
rispetto a queste due interpretazione, anche se sono concorde con te. Ti
dirò cosa penso, poi starà ai lettori capire a quale lato sono più
vicino.
Il mio punto principale, quello da cui parto, è che il
governo è andato ai negoziati con un approccio […] per cui si può
andare ai negoziati e domandare e lottare che cambiamenti
significativi, inclusi la fine dell’austerità e la cancellazione del
debito, rimanendo fermamente nei confini dell’unione monetaria.
Questo è il punto-chiave, è quello che nei miei lavori ho chiamato approccio dell’euro buono.
Cioè che cambiando le politiche vincendo le elezioni, cambiando gli
equilibri tra le forze politiche in Grecia e in Europa, si possa
negoziare e trasformare l’unione monetaria e l’intero complesso europeo
con le carte che porteremo al tavolo. Questo è l’approccio con cui sono
andati ai negoziati, la strategia era determinata da questo.
Ora,
ci sono elementi d’inesperienza, inevitabili, elementi di personalità,
inevitabili e a cui abbiamo già alluso parlando di Varoufakis, e così
via. Sono elementi importanti. Comunque, il punto chiave non era
quello. Il punto era la strategia e bisogna capirlo bene, perché se no
ci si perde nelle discussioni sul poker, sui bluff e su questo e su
quello e su quell’altro ancora.
Il governo aveva una strategia e
l’ha applicata. E ha scoperto la realtà. La realtà è che, io penso,
questa strategia è finita. Non ha funzionato. Sì, gli equilibri
politici sono cambiati in Grecia, anche drammaticamente. Non sono solo
il 40% dei voti al governo, ma anche l’80% di sostegno popolare, come
dimostrano i sondaggi. Ma questo è contato molto poco nei negoziati.
Perché?
Perché i limiti dell’unione monetaria sono quelli che sono. Non sono
influenzabili a questo tipo di argomenti. Si tratta d’istituzioni molto
rigide che portano con sé un’ideologia e un approccio alle cose. Un
governo di sinistra in un piccolo paese non è abbastanza da far
cambiare posizione al lato avverso.
Quindi, i greci sono andati
con grandi speranze e sono caduti nella trappole che le istituzioni
avevano preparato. La trappola fondamentalmente significa (a) taglio
alla liquidità e (b) taglio ai finanziamenti per il governo. In questa
maniera le istituzioni hanno fatto pesare il vantaggio strutturale nei
confronti dei greci.
I greci non avevano alternative, non potevano
fare nulla. Syriza non poteva fare nulla perché aveva accettato i
confini dell’euro. Fin tanto che accetti i confini dell’euro, non puoi
dare risposte efficaci. Questo è il motivo per cui alla fine è uscito
quello che è uscito.
Hanno provato a fare qualcosa di diverso,
dall’altra hanno puntato i piedi, specie i tedeschi. Verso la fine dei
negoziati è stata una questione di giorni prima della chiusura delle
banche. In questa situazione i greci hanno infine accettato un brutto
compromesso. […] Penso che molti
fuori dalla Grecia abbiano difficoltà a capire sia l’idea che si possa
rimanere attaccati all’euro per principio sia l’idea, che sembra molto
ingenua , che questi governi social-liberali (neoliberisti, nel caso di
Obama) potrebbero in qualche maniera essere obiettivamente alleati
contro la Germania e i falchi dell’Unione Europea. Cosa ne pensi?
La
mia lettura del quadro analitico, quando la guarda come economista
politico, è completamente disastrosa, l’ho detto apertamente. L’ho
detto già anni fa e penso che gli eventi delle ultime settimane abbiano
confermato la mia posizione iniziale. Penso che, da marxisti, dobbiamo
cominciare dall’economia politica della situazione, non dall’equilibrio
tra le forze politiche. Purtroppo la sinistra greca e una gran parte
della sinistra europea fanno al contrario. Cioè, comincia con la geopolitica piuttosto che con l’economia politica?
Con
la geopolitica e con la politica interna, con l’equilibrio delle forze
politiche, a questo è stato ridotto il marxismo, purtroppo. E quando
si comincia con la politica, interna o internazionale, è facile
imbarcarsi in voli di fantasia. È facile iniziare a pensare che, in
fondo, tutto sia politica e che, potendo cambiare l’equilibrio delle
forze politiche, tutto sia raggiungibile.
Mi spiace, ma non è
così, e non è marxismo. Come marxisti pensiamo che la politica derivi
in ultima analisi dalla realtà materiale delle relazioni economiche e
di classe. È un’affermazione di Marx, davvero profonda, se intesa
correttamente e non meccanicamente. La conclusione è che questa frase
significa che non tutto è conseguibile attraverso la politica.
Ed
è esattamente quello che abbiamo visto. Perché? Perché l’economia
politica dell’unione monetaria è schiacciante. Ci piaccia o no, l’Europa
e la Grecia esistono dentro I confine di un’unione monetaria.
Purtroppo
gran parte della sinistra marxista ha fatto finta di niente o ha
capito male l’importanza del denaro. Non è sorprendente, perché la
sinistra europea non comprende il denaro e la finanza. Fa finta di
capire, ma non capisce.
Ripeto, ciò che è praticabile e ciò che
non è determinato in ultima istanza dall’economia politica dell’unione
monetaria. Dentro i confini del capitalismo europeo, ovviamente, il
capitalismo è la questione dirimente. Syriza ha appena scoperto questo
ed è ora che cominci a riconsiderare le cose e inizi a ripensare come
modellare le politiche e l’approccio politico dentro questi confini.
Se
Syriza vuole raggiungere altri obiettivi politici, deve cambiare il
quadro istituzionale, non c’è altra via. Per cambiare il quadro,
bisogna muoversi verso una rottura, non si può riformare il sistema
euro. È impossibili riformare l’unione monetaria. È questo che è
diventato chiaro.
Questa posizione non è come dire che non puoi
fare nulla se non si è rovesciato il capitalismo? Cioè quello che
dicono settori dell’estrema sinistra? Che è chiaramente un assurdo
estremismo di sinistra. Non c’è bisogno di una rivoluzione socialista e
non c’è bisogna di rovesciare il capitalismo per fare piccole cose.
Ovviamente, miriamo al rovesciamento del capitalismo e ovviamente
vorremmo vedere la rivoluzione socialista. Ma non è nelle carte
disponibili al momento.
Per liberarsi dell’austerità non c’è
bisogno della rivoluzione socialista in Grecia, non c’è bisogno di
rovesciare il capitalismo. Ma certamente c’è bisogno di liberarsi dal
quadro istituzionale dell’euro. Questa semplice cosa non è capita, o
non è abbastanza apprezzata, dentro Syriza e dentro la sinistra
europea, e questo va tragicamente avanti da anni. E la
ragione è che è circa la posizione di Antarsya e del KKE e che, a causa
dell’equilibrio delle forze politiche, non si può concedere la
vittoria su questi argomenti ai critici di sinistra?
In
parte sì. È una malattia di lungo corso della sinistra greca, e devo
dire anche in ciò che rimane della sinistra britannica, che avvelena
questo livello di discorso.
Ma c’è qualcosa di più profondo, non è
semplicemente il correntismo patologico. La vera questione,
all’interno della sinistra che non fa parte di Syriza, è la paure del
potere, mascherata dietro i paroloni. Nel caso del KKE si parla sempre
di potere dei lavoratori, nel caso di Antarsya ogni frase riguarda il
rovesciamento del capitalismo e l’instaurazione del comunismo. Tutto
questo nasconde una profonda paura del potere!
Pensano che la
gente non lo capisca ma è perfettamente ovvio che queste organizzazioni
sono spaventate fino al midollo dalla prospettiva delle responsabilità
e del potere. È per questo che assumono posizioni estremiste di
sinistra.
C’è un modo di dire in Grecia per cui un uomo che non
vuole sposarsi continua a fidanzarsi. È quello che i comunisti del KKE
stanno facendo, non vogliono affrontare le questioni del qui e ora
quindi parlano della rivoluzione.
In questo modo, non devi
affrontare la questione dell’euro. Fai finta che la questione dell’euro
sia una questione minore, laterale o cos’altro. Oppure rilanci la
questione all’infinito: bisogna uscire dall’Unione Europea, dalla NATO,
da questo, da quello e da quell’altro. In altre parole, rispondendo a
tutto non dai una risposta specifica a nulla. Una lettura
più benevola potrebbe essere quella per cui sono preoccupati per gli
effetti del potere di un governo di sinistra basandosi sugli esempi
storici. Non hanno paure del potere in se quanto di distruggere
l’autonomia dei movimenti sociali.
Potrei usare un detto
inglese: se hai paura del fuoco, stai alla larga dalla cucina. La
politica non è teorizzare, non discutere nelle camerette.
La
politica riguarda la società per com’è, e la società Grecia vuole
risposte qui e ora. Purtroppo, solo Syriza ha cominciato a fornirle a
suo modo, ed è per questo che sta dove sta e le altre organizzazioni
stanno dove stanno.
Ora ci sono i cosiddetti “quattro mesi
d’aria”. C’è molta incertezza su come le varie riforme proposte dal
governo saranno attuate in pratica, sia per le riforme redistributive
promesse in campagna elettorale sia per la questione delle
privatizzazioni, che sono una delle linee invalicabili.
Ora ci
sono anche divisioni che tutto possono vedere dentro Syriza, col
Comitato Centrale e così via. Come vedi questa fase, da qui all’estate?
Sarà
un periodo molto duro per il governo e per Syriza. Un periodo molto
duro. Ovviamente, è il risultato del compromesso siglato nei negoziati.
Fondamentalmente i creditori e l’UE hanno intrappolato Syriza, il
governo subirà costantemente pressioni per rispettare gli obiettivi
fiscali.
A marzo scadono dei pagamenti sul debito molto pesanti
che stanno già creando problemi, perché il sistema delle tasse sta
collassando. Ad aprile il governo dovrà completare una revisione del
processo in atto, ovvero una revisione del programma, e sarà un periodo
infernale perché ovviamente le istituzioni monetarie saranno rigide.
E
poi in maggio il governo dovrà prepararsi al negoziato di giugno per
un nuovo accordo di lungo termine per finanziare in qualche maniera il
debito e ottenerne la riduzione che Syriza ha promesso al popolo greco.
Il tempo tra ora e giugno volerà veloce e sarà un tempo di frizioni e
lotte costanti per evitare la crisi, o meglio un periodo in cui si
affronterà la crisi giorno per giorno.
In questo contesto, dal mio
punto di vista, il governo ha solo due opzioni reali se vuole
sopravvivere e se vuole fare ciò per cui è stato eletto.
La prima
è cominciare ad applicare il programma per quanto possibile. È di
primaria importanza che le leggi vengano approvate dal parlamento
dimostrando alla popolazione che intendiamo fare ciò che diciamo e che,
anche nei limiti del patto con l’Europa, possiamo portare a casa dei
risultati, anche infrangendo quei limiti per quanto possibile.
La
seconda cosa che il governo dovrebbe fare, ovviamente, è imparare la
lezione dal fallimento della strategia che ha portato al pessimo
accordo di febbraio e inizia a preparare un approccio differente per i
negoziati in giugno. Se ci si approccerà a questi negoziati con la
stessa strategia, il risultato sarà lo stesso. Quindi per
te le questioni chiave su cui il governo può avanzare dovrebbero essere
la riconnessione alla rete elettrica delle famiglie, forse la
rivalutazione delle pensioni e dell’assistenza medica, ma non questioni
che sono già state escluse come l’aumenti del salario minimo, la ri
assunzione dei lavoratori pubblici e la rinegoziazione o reversione
delle privatizzazioni?
Dobbiamo essere cauti e
realistici. Il governo è in un angolo, per le ragioni che abbiamo
discusso. Quattro mesi sono pochi. Il governo è anche senza esperienza e
la macchina dello stato si muove lentamente ed è generalmente ostile
al nuovo governo. L’accordo firmato non tende a grandi cambiamenti
nell’immediato, di sicuro non quelli di un governo di sinistra.
Quindi,
dobbiamo stabilire delle priorità tra ciò che si può fare e non si può
fare in questo breve periodo per mantenere il sostegno popolare e
dimostrare alla gente che non siamo come gli altri. Saremo giudicati in
base a quali promesse riusciremo a mantenere nei prossimi quattro
mesi.
Certamente, la prima cosa è la legislazione sulla crisi
umanitaria, e su questo abbiamo già iniziato a lavorare. Sono molto
importanti anche le leggi per affrontare i debiti nei confronti del
settore pubblico e la questione delle tasse. L’aumento del salario
minimo, anche se rimane un nostro impegno che dovremo onorare, può
attendere quattro mesi, non è la fine del mondo.
Bisogna essere
attenti quando si scelgono le priorità. L’UE e le altre istituzioni
faranno pressione per non introdurre le cose che ho menzionato,
dobbiamo rimanere fermi nel respingere queste pressioni. Se non lo
facciamo, siamo finiti.
Per leggere tutta l’intervista (in inglese) clicca qui.
p.s.
l'intervista
è tradotta in maniera imprecisa ma il senso c'è tutto!!!! e da un
chiarissimo quadro della situaizone di confusione e di dilettantismo
dovuto a inesperieza e limiti oggettivi del governo greco...
ora una chicca: questo è Draghi; ascoltatelo con attenzione e leggete i sottotitoli: chiaro come il sole!
Fonte: il Fatto Quotidiano del 22 02 2015 a firma di Francesco De Palo
“Mi
scuso con i greci per questa illusione”. Trema la terra sotto Syriza.
Tutti i quotidiani greci danno conto della dura presa di posizione
dell’eurodeputato Manolis Glezos, eroe nazionale
che nel ’43 salì sull’Acropoli e ammainò la bandiera nazista e grande
sostenitore di Tsipras. L’eroe, questa la notizia, si dissocia dalle
scelte economiche del neo premier. In un appassionato editoriale verga
che “rinominare Troika Istituzioni e il Memorandum come misure non
cambia la situazione”. Il motivo sta nel fatto che durante la campagna
elettorale Syriza aveva promesso di abolire in toto il regime di
austerità contenuto nel memorandum, mentre il sì greco all’Eurogruppo di venerdì scorso vuol dire accettare ancora quel vademecum, in cambio di credito per altri quattro mesi.
“E’
un mese che aspettiamo la messa in pratica delle promesse del nostro
programma – scrive Glezos – è un vero peccato. Da parte mia mi scuso
con il popolo greco perché ho partecipato a questa illusione”. Il
deputato, tra l’altro, è stato proprio l’estensore del report sui danni
di guerra che la Germania dovrebbe restituire alla Grecia, circa 153 miliardi.
Vista la situazione, ora passa all’attacco. Glezos propone, prima che
sia “troppo tardi”, che tutte le assise del partito si riuniscano e
decidano se accettare questa direzione di marcia o meno, anche perché,
osserva “tra oppressori e oppressi non può esserci alcun compromesso,
come tra lo schiavo e l’occupante, dove l’unica soluzione è la libertà”.
E conclude: “Ma anche se accettiamo questa assurdità, le concessioni
già fatte dai precedenti governi del memorandum non ci permetteranno di
combattere la disoccupazione, la povertà, i suicidi da crisi”.
Una critica aspra e inattesa al sesto piano
del quartier generale di Koumoundourou, che si somma ai dubbi che
iniziano ad albergare all’interno del Syriza nonostante non sia passato
un mese dalla straordinaria vittoria elettorale del gennaio scorso.
Secondo alcune fonti interne, molti sono i dirigenti e i ministri che,
dopo l’Eurogruppo, faticano a spiegare al proprio elettorato l’accordo raggiunto con i creditori internazionali, che sarà sancito dall’accettazione da parte di Fmi, Ue e Bce della lettera di intenti che lunedì sera il ministro delle finanze Yanis Varoufaklis dovrà recapitare a Bruxelles.
Al suo interno l’elenco preciso delle promesse elleniche su bilancio,
controllo dei conti pubblici, riforme e lotta alla corruzione.
Addirittura il vice ministro del welfare Dimitris Stratouli avrebbe
bollato le scelte di Tsipras come “un passo indietro rispetto alle
promesse elettorali”.
Una frizione, tra la base del partito e il
giovane premier, che aveva avuto un prologo non solo in occasione
dell’alleanza di governo decisa a sorpresa con gli Indipendenti di destra
(Anel), ma anche per l’elezione del Capo dello Stato. Infatti a poche
ore dall’annuncio di Syriza di voler candidare il conservatore Procopios Pavlopoulos,
eletto poi al primo colpo, era stato il ministro dell’energia, il
matematico Panaghiotis Lafazanis, anima del pensatoio Iskra, a chiedere
che fosse ascoltata “una voce diversa”, esprimendo così una critica
indiretta per la gestione Tsipras. E il numero di dirigenti di
primissimo piano (si fanno i nomi di Leoutsakos, Primikyris, Ntavanelos,
Mitropoulos) contrari alle prime rilevanti decisioni del premier,
espresse in recenti riunioni della segreteria politica, sembra ora
destinato ad aumentare. twitter@FDepalo
p.s.
quel
"mi scuso con i greci per questa illusione" dice tutto!!!! Non voglio
infierire..... dico solo che ormai le braghe di fronte alle "Istituzioni
(leggi Troika) se le son calate e prima o poi anche loro saranno
mandati nel cestino della crisi: è chiaro che per non perdere
completamente la faccia devono caxxeggiare un pò ma la strada è segnata, ormai.... e ora tocca ad Alba Dorata!
Il destino del governo Tsipras si decide in 30 giorni: il 28 febbraio sarà chiaro se Syriza ha intenzione di fare sul serio con l’Europa, anche a rischio di spingere la Grecia verso un default e verso l’uscita dall’euro. E si capirà se quella di Antonis Samaras e di Nuova Democrazia è stata una sconfitta elettorale o un’abile ritirata tattica per distruggere la credibilità del giovane leader radicale greco.
Il programma economico europeo di Syriza si compone di due parti fondamentali: una conferenza per ridurreil debito pubblico, arrivato al 175 per cento del Pil, e ribellarsi alle richieste della Troika,
il trio di istituzioni (Commissione europea, Fondo monetario
internazionale e Bce) che vigilano sullo scambio tra aiuti finanziari e
riforme per rendere l’economia competitiva (e, in teoria, in grado di rimborsare i prestiti).
L’idea
della conferenza sul debito per ora non raccoglie grandi entusiasmi:
il ministro delle Finanze di un altro Paese che ha avuto la Troika, l’irlandese Michael Noonan, da Bruxelles ha detto che “il problema è la sostenibilità del debito non la cancellazione”. Noonan, che non vuole mettere a rischio i miliardi prestati dall’Irlanda alla Grecia, è favorevole a una rinegoziazione
dei termini dei prestiti – scadenze, interessi, condizioni ecc. – ma
non a una cancellazione di parte delle somme. Si è parlato anche di
questo, ieri all’Eurogruppo, la riunione dei ministri
economici dell’eurozona a Bruxelles. Ma soprattutto si è parlato dei
rapporti tra la Grecia e la Troika.
Dopo quasi cinque anni e 240 miliardi di prestiti straordinari erogati, tra Fmi, fondi salva Stati europei e prestiti bilaterali dai governi
(Italia inclusa), il 28 febbraio la Grecia dovrebbe liberarsi del giogo
della Troika. Non per merito di Tsipras, ma perché così era già previsto. Anzi: l’esame finale con erogazione degli ultimi 1, 8 miliardi di euro di prestiti era fissato a dicembre.
Poi è scoppiata la crisi politica: il governo guidato dal premier di centrodestra Samaras e sostenuto dai socialisti del Pasok
non è riuscito a eleggere il presidente della Repubblica e questo, per
la legge greca, determina elezioni anticipate, con Tsipras che fremeva
per trasformare i sondaggi positivi in seggi. Il 19 dicembre scorso,
quindi, il fondo Salva stati Efsf (la versione iniziale, poi inglobata
nell’Esm) ha concesso un rinvio dell’esame finale della Troika, dal 31
dicembre al 28 febbraio.
Lo schema delineato dai funzionari di Bruxelles e dai loro omologhi del Fmi a Washington
era questo: a fine febbraio la Troika esamina le riforme, la Grecia non
rischia la bocciatura perché sta facendo molto soprattutto su fisco e
riduzione del numero di statali, dopo la “promozione” arrivano gli
ultimi 1, 8 miliardi e soprattutto viene confermato il sostegno da 10,9 miliardi al Fondo Ellenico di Stabilità (Hfsf) che deve intervenire in caso di cresi bancaria.
Da
febbraio a giugno la Grecia si prepara a tornare sul mercato dei
capitali in autonomia, cioè a emettere debito senza più il sostegno
europeo. Secondo i calcoli degli analisti e di Bruxelles, però, la
Grecia non può farcela completamente da sola: i suoi titoli a dieci anni
oggi sul mercato hanno un tasso di interesse da strozzinaggio, 9, 1 per cento. Ci sarebbe quindi bisogno di quella che si chiama Linea di credito rafforzata, (Eccl) fornita dal fondo Salva Stati Esm. Che, manco a dirlo, presuppone impegni da parte del Paese beneficiario,
un nuovo accordo tipo quello che oggi c’è con la Troika. Proprio per
liberarsi da ogni vincolo, quando l’Irlanda a dicembre 2013 ha congedato
la Troika ha rifiutato questa linea di credito. Ma poteva
permetterselo: oggi il rendimento dei titoli decennali di Dublino è 1, 2
per cento, quasi dieci volte meno degli omologhi greci.
Con il
suo discorso della vittoria, Alexis Tsipras ha confermato di voler far
saltare questo schema: “Il popolo greco oggi annulla il memorandum dell’austerità e mette la Troika nel passato”, ha urlato il leader di Syriza domenica sera dal palco davanti all’università.
Ma
cancellare il memorandum e applicare da subito politiche opposte a
quelle concordate dalla Troika non è senza conseguenze: significa che a
febbraio non ci sarà nessuna erogazione degli 1, 8 miliardi mancanti,
che le banche greche non avranno più la rete di protezione europea da
10, 9 miliardi, e questo potrebbe innescare una fuga di capitali (come
quella che si è vista prima del voto) e perfino una corsa agli sportelli
da parte dei cittadini greci, che sempre più preferiscono tenere i
contanti sotto il materasso.
Non solo: sottrarsi a ogni
sorveglianza europea significa spingere la Grecia sul mercato senza la
linea di credito dell’Esm. E come fa un Paese che ha un deficit
previsto per il 2014 del 2, 8 per cento (e con le politiche di Syriza
potrebbe aumentarlo parecchio) a pagare interessi al 9 per cento sul
debito di nuova emissione? In caso di guai – cioè di mancanza di
credito – la Bce non potrebbe intervenire se la Grecia si rifiuta di
prendere impegni vincolanti. Tsipras ha soltanto due possibilità: o scende a compromessi, si sottopone all’esame della Troika e a quello dell’Esm, magari rivedendo un po’ le condizioni. Oppure resta coerente col suo programma elettorale, sapendo che può spingere la Grecia verso il default.
“Nei
giorni drammatici del 2012 non pensavo che la Grecia potesse uscire
dall’euro, oggi non posso più escluderlo”, dice un funzionario europeo.
Samaras resta a guardare. Sapendo che, comunque vada, sarà Syriza a pagare il prezzo politico.
p.s.
bè
ci sarebbe anche una terza via ossia quella, oltre che creare l'ambito
giuridico con due leggine antievasione e corruzione, nominare seduta
stante una commissione di studio su come si è creato il debito greco: se
ci sono stati comportamenti fraudolenti, speculativi o altro; il tutto
con la massima trasparenza naturalmente...... per poi trarne, se
necessario, le conseguenze. Fatto ciò se, come credo, dovessero emergere
comportamenti e prove fraudolente (una domanda su tutte aspetta
risposta.... come mai in un solo anno, nel 2006, il debito è
centuplicato?) allora si avrebeb una ulteriore carta in mano per fare
pressione sulla troika per negoziare: è stato già fatto in equador con
risultati importanti..
C’e’
un unico momento in cui i politici italiani si ritrovano tutti
d’accordo, pronti a rubarsi le parole di bocca per esprimere il
medesimo concetto: quando si tratta di arrancare dietro al carro del vincitore di turno.
A quel punto ogni distinzione si annulla, l’orientamento politico
diviene irrilevante, quello che si è dichiarato fino al giorno prima
sparisce e un coro informe plaude all’unanimità al nuovo re, quasi a rivendicarne una parte di successo.
Ieri sera Alexis Tsipras ha trionfalmente vinto le elezioni in Grecia,
dimostrando che un leader giovane e carismatico può stravincere anche
sfidando i cosiddetti poteri forti, mantenendo la barra al centro,
senza lasciarsi traviare da facili tentazioni populiste e soprattutto
senza vergognarsi di dichiarare la propria ideologia. Tsipras è
riuscito a tenere insieme tutte quelle caratteristiche su cui sono
cascati invece gli asini nostrani, i quali, nonostante questo, non
hanno potuto fare a meno di ragliare il loro entusiasmo e la loro
vicinanza al cavallo vincente. A partire dai renziani che si
pavoneggiano nell’idea di cambiare tutti insieme verso all’Europa, dimenticando che il primo elemento che Syriza si accinge a contestare è il neoliberismo a cui loro hanno giurato fedeltà nella buona e nella cattiva sorte.
Spicca sul tema il tweet del senatore Pd Andrea Marcucci: “Grande vittoria di #Tsipras. Sarà un sostenitore accanito della battaglia di @matteorenzi in Europa.” Mah…
Poi sfilano i perdenti matricolati della ‘dovrebbe essere sinistra radicale’ e della ‘ci piacerebbe essere di sinistra però cominciamo domani’. Per la prima categoria twitta Nichi Vendola:
“νίκη !!!Grazie Alexis, grazie compagni e compagne greci: una speranza
contro la cinica politica austerity”: sottotesto ‘andate avanti voi
che a noi ce vie’ da ride’.
Del secondo gruppo si fa invece portavoce Stefano Fassina,
“Ad Atene si rianima la democrazia. La politica ritorna scelta e vince
sinistra con programma alternativo alla svalutazione del lavoro”. Ma
purtroppo a lui e ai suoi cugini dissidenti la scelta non è permessa
perché devono restare fedeli alla Ditta. Anche se è fallita da un pezzo.
E come poteva mancare un tweet fuoriluogo dell’onnipresente Salvini:
“Elezioni in Grecia, un bello schiaffone all’Europa di #Euro, disoccupazione e banche. Adesso tocca a noi!”. Qualcuno ha spiegato a Salvini che Syriza è la risposta alternativa al populismo euroscettico di cui lui è uno dei principali rappresentanti???
E a condire la mediocrità di surreale ci ha pensato Gianni Alemanno che ancora intontito da Mafia capitale twitta: “Vittoria di #Tsipras in Grecia dimostra che i popoli europei sono stanchi dei vincoli dell’Euro anche se la sinistra sbaglia sempre #noeuro”.
Ma un ultimo dubbio ci assale: se non fosse in quarantena da tweet che perla ci avrebbe regalato Gasparri?
p.s.
i
riquadri che provano quanto dichiarato dai neo-syriza italioti sono
sull'articolo.. c'è da ridere se non ci fosse da piangere... altro che
italiani brava gente piuttosto direi .. opportunisti!!!!
Fonte: F. Q. | 25 gennaio 2015
Syriza verso la maggioranza assoluta, seconda la Nuova Democrazia del premier uscente Antonis Samaras e Alba Dorata quarto partito. I primi exit poll delle elezioni in Grecia consegnano la vittoria al partito di Alexis Tsipras.
“Ha vinto la speranza”, è il primo messaggio su Twitter dello staff
mentre al quartier generale dello schieramento di sinistra si canta “Bella ciao”
e sono iniziati i primi festeggiamenti. Syriza avrebbe raccolto tra il
35,5 e il 39,5% dei voti, conquistando tra i 146 e i 158 seggi: ovvero
arriva vicina alla maggioranza assoluta che è di 151 su 300. Nuova Democrazia resta al
23%-27% dei voti. Terzo partito sarebbe ‘To Potami’, con consensi che
oscillano fra il 6,5% e l’8,5%, mentre il partito di estrema destra Alba dorata si sarebbe piazzato al quarto posto fra il 6% e l’8%, seguito dal partito comunista Kke fra il 4,7 e il 5,7%, il Pasok con il 4,2%-5,2% e i Greci indipendenti
con il 3,5%-4,5% dei voti. “E’ una vittoria storica. E’ la vittoria del
popolo che si è mobilitato contro l’austerità”, hanno commentato i
responsabili di Syriza al quartier generale del partito. Atene è tornata alle urne per un voto che potrebbe avere forti ripercussioni politiche ed economiche su tutta l’Unione Europea. Syriza ha affermato con forza la sua intenzione di ridiscutere il debito greco e ha già annunciato che un suo eventuale governo riconoscerà gli obiettivi fiscali fissati dai trattati europei ma non le misure previste dagli accordi firmati dal governo precedente con i creditori della troika (composta da Bce, Commissione Ue, e Fmi). “Oggi – ha detto Tsipras dopo aver votato – è un giorno storico. I greci devono decidere se domani la troika deve ritornare in Grecia per proseguire ciò che ha fatto con il governo Samaras, ovvero tagliare ancora stipendi e pensioni.
Il popolo deve votare per difendere la propria dignità e per un
governo che proseguirà dure trattative con i creditori
internazionali”.
il resto del lunghissimo articolo lo potete leggere sul link in cima al post del blog (dopo la parola "Fonte"....)
p.s.
Vittoria!!!
Finalmente il corpo sociale greco si è risvegliato!!! Ci sono voluti
anni e anni ma solo, ed è questa la cosa triste, quando si son ridotti
alla vera fame si son decisi a cambiare strada..... faremo così anche
noi o ci dovremo sorbire per i prossimi 20 anni ancora un ... Renzi o
simil clone?
p.s. 2
Fonte: Il Tirreno del 23/1/2015
Intanto
un altra batosta c'arriva, ancora, dall'Europa: il Comitato europeo dei
diritti sociali del Consgilio d'Europa nel suo ultimo rapporto ha
fotografato la situazione dei lavoratori italiani tra il 2009 e il 2012.
Sono tutta una serie di diritti ad essere violati:
preavviso in tempi ragionevoli della cessazione del contratto (e non da ora ma dal 1969);
il
diritto de lavoratori a stipendio basso a non vedersi infliggere
tassazioni che non permetterebbero più di mantenere se stessi e le
proprie famiglie ... dal 1984 (da quando si è cancellata la scala mobile
ad iniziativa del Governo, del PSI, di parte della CGIL e del resto del
sindacato e..... dello stesso mondo della sinistra)
dal Fatto Quotidiano del 9/1/2015 di Fausto Corvino
La breve campagna elettorale di Alexis Tsipras si
sta rivelando un attento esercizio di dosaggio politico. Su un piatto
della bilancia ci sono gli elettori, quelli che tra meno di venti giorni
dovranno materialmente inserire la scheda nell’urna. Dall’altra ci sono
gli investitori, quelli che influiscono sull’andamento dei mercati, e
che possono far crollare le borse, creando così paura e incertezza nel
Paese, e spostando una parte dell’elettorato dalla scommessa Tsipras
verso la certezza Samaras.
Il giovane leader della sinistra greca vuole tenersi buono il suo
elettorato, cercando di incrementare, o forse, più realisticamente, di
conservare i tre punti percentuali di vantaggio che i sondaggi gli
concedono sul Premier uscente Samaras. Per fare ciò deve ovviamente
continuare a prospettare un’inversione a U sul binario della programmazione economica.
Ribadire a gran voce la volontà di sedersi a un tavolo e ridiscutere
tutte le condizioni sottoscritte negli ultimi 4 anni dai governi
precedenti in cambio dei vari prestiti salva stato. E attaccare, a muso
duro, le istituzioni finanziarie internazionali. Secondo le anticipazioni dell’Huffington Post, in un libro/intervista in prossima uscita in Italia, il leader di Syriza definirebbe gli uomini della Troika
come dei “funzionariucci di medio livello, con una cultura economica
mediocre, che, nell’ambito di un’impresa privata, potrebbero solo avere
l’autorizzazione necessaria per accendere e spegnere il computer”.
Al contempo però Tsipras non può lasciare che la sua campagna
elettorale, giocata all’attacco, getti nel caos i mercati. E infatti non
dimentichiamoci che una delle prime dichiarazioni del politico greco,
ancora prima che iniziassero i tre turni delle presidenziali, è stata
quella in cui affermava in modo chiaro ed inequivocabile la volontà di
rimanere nell’euro. Poi ha recentemente aggiunto che la politica economica proposta da Syriza è compatibile con la linea Draghi, secondo cui occorre “fare tutto il possibile per salvare l’euro”.
Tsipras cerca di mantenere un equilibrio delicato. Galvanizzare
l’elettorato senza innervosire troppo gli investitori. O almeno non così
tanto da prestare il fianco a Samaras, che sul rischio del default e
dell’allontanamento dalla zona euro gioca tutta la sua partita. Il
problema però, come molti notano, è che per Syriza sarà davvero
difficile realizzare alcuni punti cardine del suo programma elettorale
restando nel perimetro della moneta unica. E mi riferisco, tra le altre
cose, all’incremento del salario minimo, allo stop dei tagli alla spesa e
alle riassunzioni pubbliche.
Pochi giorni fa il Der Spiegel calcolava che a Tspiras occorrerebbero più di 10 miliardi di euro per tenere fede alle sue promesse elettorali.
Soldi che al momento la Grecia non ha, e che certamente non riuscirebbe
a prendere in prestito dai mercati. Inoltre, ha aggiunto il settimanale
tedesco, se nel 2012 era necessario mantenere Atene nella zona euro per
evitare la distruzione della moneta unica, oggi non è più così. La
teoria del domino, secondo cui la Grecia, in un eventuale tracollo
finanziario, si sarebbe trascinata dietro gli altri Stati dell’Europa
mediterranea, è stata messa da parte. Ora alla Germania farebbe più
comodo che la futura Grecia guidata da Syriza si allontani dall’euro,
ponendo fine ai continui attacchi politici contro i programmi di riforma
economica. Ed evitando così di soffiare vento sulle vele dei partiti
euroscettici di Spagna, Francia e Italia.
Non dimentichiamoci infatti che in Spagna Podemos ha forzato il sistema bipartitico attestandosi come seconda forza politica del Paese, capace di raccogliere il consenso di uno spagnolo su quattro. In Francia Marine Le Pen sembrerebbe avere doppiato in popolarità il Presidente Hollande. Ed anche in Italia i partiti euroscettici hanno dimostrato di poter raccogliere un considerevole consenso elettorale.
Un governo guidato da Tsipras potrebbe forse causare più danni alla
Germania dall’interno dell’Eurozona, piuttosto che dal di fuori. Per
questo oggi la “Grexit” non è più un tabù per i partner europei, come
due anni fa. A dire no a questa eventualità sembrerebbero però essere
proprio i Greci, cui in un recentissimo sondaggio commissionato dal
giornale Eleftheros Typos è stato chiesto se desiderino che Atene resti o meno nell’euro. Una percentuale altissima degli intervistati, il 74 per cento, ha risposto “sì” o “probabilmente sì”. L’11 per cento in più rispetto all’anno passato.
p.s.
insomma Tsipras concorda con draghi che l'euro va salvato e che la
Grecia rimanga dentro: quasi l'opposto di quello che veniva detto a
bassissima voce qualche anno fa: cosa è cambiato? Che l'euro può fare a
meno della Grecia grazie alle manovre dei politici greci che hanno
riportato indietro i debiti facendoli pagare ai greci e quello che non
hanno riportato è andato nelle mani di squali che non aspettano altro
che spolpare definitvamente il popolo greco di quel pochissimo che gli è
rimasto. Mi sarei aspettato una maggir coraggio da parte di Syriza; ma
si sa che una cosa è parlare a vanvera dall'opposizione e un altra
governare...... ora che finalmente vedono lo scranno governativo
cambiano tono e linea, chissà perchè mi ritornano alla mente alcune
parole del saggio "shock economy" della Klein laddove, parlando della
caduta delle tigri asiatiche, provava provava che chi ha avuto il
coraggio di dire no ai poteri istituzionali e finanziari internazionali
si è trovato, non senza sacrifici sia chiaro, meglio di chi si è inchinato al loro diktat! Un pò di coraggio, suvvia.....
Fonte: Il Fatto Quotidiano del 4 gennaio 2015 a firma di Loretta Napoleoni Nel 2015 il Grexit, l’uscita della Grecia dall’Euro, non fa più paura a nessuno, perche? La risposta è semplice: la composizione del debito greco è cambiata radicalmente. Ed infatti, a metà del 2014 soltanto il
16 per cento era nelle mani del settore privato, mentre il resto del
debito lo detenevano governi ed organizzazioni sovranazionali, tra cui
la Banca Centrale Europea ed il Fondo Monetario. Ecco svelato il motivo per cui ai mercati importa poco se alla fine di gennaio la probabile vittoria di Syriza riaccenderà il dibattito parlamentare sull’uscita dell’Euro ma anche una possibile vittoria del fronte euroscettico; anche se tutto ciò avvenisse le conseguenze per l’eurozona sarebbero minime.
Nessuna banca, fondo d’investimento o finanziaria tedesca o francese
si troverebbe in serie difficoltà, chi aveva in portafoglio il debito
greco ha infatti avuto negli ultimi cinque anni tutto il tempo di
sbarazzarsene rivendendolo, grazie all’intermediazione dell’Unione
Europea, a governi, istituzioni sovranazionali o a spregiudicati
speculatori. In altre parole, le conseguenze peggiori del Grexit per i mercati finanziari sono state rimosse ed il prezzo è stato la contrazione
dell’economia greca, che in cinque anni si è ridotta di circa un
quarto. I greci hanno pagato e continuano a pagare per gli errori
commessi dai loro politici su consiglio dell’alta finanza e con il
beneplacido dell’Unione.
Oggigiorno i mercati sono più interessati al Qe (quantitative easing) di Mario Draghi,
e cioè la promessa di sottoscrivere direttamente, non attraverso
l’intermediazione delle banche, il debito pubblico dei singoli stati
membri stampando carta moneta. Una politica che nel 2010, quando la si
poteva usare per salvare la Grecia, appariva inconcepibile ma che oggi, a
cinque anni di distanza, rappresenta l’ultima speranza
per evitare la deflazione dell’intero continente. Difficile evitare
questa piaga economica dal momento che tutti gli indicatori puntano in
questa direzione, incluso quello rappresentato dal prezzo del petrolio
che continua a scendere. Anche se dovremo aspettare la prossima
settimana per avere la conferma che la riduzione dei costi energetici ha spinto il tasso d’inflazione di Eurolandia sotto zero, tutti sanno che l’inflazione in Europa è un fenomeno del passato.
Se davvero il tasso d’inflazione
scende sotto zero, le rassicurazioni verbali di Mario Draghi non
basteranno più a calmare il mercati, la Bce dovrà finalmente
intervenire e seguire l’esempio della Riserva Federale, che ha iniziato il Qe all’indomani del crollo della Lehman Brothers, specialmente tenendo presente che il 2015 inizia con un’attività economica nell’Eurozona più bassa che all’inizio del 2008.
Ed ecco le previsioni per il 2015:
crescita dell’Eurozona ancora anemica, probabilmente anche negativa,
nonostante Draghi darà fondo alle presse, il Qe arriva infatti tardi,
troppo tardi per trainare l’economia europea fuori della deflazione;
possibile uscita della Grecia dall’Eurozona il cui impatto sui mercati
mondali verrà attutito e forse anche neutralizzato dal Qe della Bce;
ulteriore contrazione dell’economia greca quale conseguenza immediata
dell’uscita dall’Euro, ma con ripresa a partire dal 2016; caduta del tasso di cambio dell’euro
ed aumento di quello del dollaro, che a detta di Bloomberg chiuderà il
2015 a $1.18 contro la moneta unica europea; aumento della disoccupazione,
specialmente di quella giovanile, in Europa e riduzione di questa
negli Stati Uniti; ripresa dell’economia americana, che nel 2015
tenterà di alzare i tassi d’interesse.
Il vecchio continente sembra dunque destinato a ripetere l’esperienza giapponese del decennio perduto, una decade di stagnazione
che nel caso del Giappone perdura da più di vent’anni. Sul piano
politico questo fenomeno sta polarizzando gli stati membri dell’Unione
Europea: da una parte nei paesi con forti debiti, come la Grecia, l’Italia e la Spagna, si fanno strada movimenti e partiti anti-austerità,
dall’altra nel centro dell’Europa, inclusa la Francia, aumenta il peso
di quelli di destra xenofobici. Assistiamo quindi non solo
all’impoverimento del continente attraverso la deflazione, ma anche al
consolidamento di una spaccatura politica creata da decisioni economiche
sbagliate e dalla precoce introduzione di una moneta unica. Davvero un
bel bilancio per l’inizio del nuovo anno!
p.s.
... in
poche parole li hanno fregati: i politici li hanno fregati perchè hanno
badato soprattutto salvare gli accordi piuttosto che a seguire
l'interesse dei loro stessi elettori! La Grecia non fa più paura ma temo
che anche gli altri paesi non spaventano più i mercati finanziari hanno
già scontato il rischio. Un compito arduo aspetta Syriza e Podemos e
gli altri: sia perchè il problema rimane sia perchè solo se hanno
coraggio possono far uscire i paesi dalla crisi e fare da battistrada
per gli altri.
E arriviamo ai veri vincitori: le destre. E' merito loro? No,
paradossalmente il loro successo è da imputare proprio alla dissennata
politica tradizionale: sul groppone della coscienza ce l'hanno le grandi
case: dai socialisti ai democratiani per tanti motivi fra cui il primo è
sicuramente il loro tradimento degli ideali europeisti dei padri
dell'europa unita.. da Spinelli a venire in qua. Si proprio tradimento:
Spinelli propugnava adesioni spontanee dei popoli e non delle
oligarchie, come invece è avvenuto: i soldi fanno gola a tutti, e chi
più ne ha meno è disposto a farne avere agli altri. Da questo
tradimento, bipartizan, nasce il frutto avvelenato della vittoria delle
destre: ne è naturale e diretta conseguenza.
D'altronde cosa
devono fare i cittadini quando i loro rappresentanti li tradiscono per
trenta denari? Agli stregoni? No si rivolgono ai primi che gli dicono
quelllo che vogliono sentirisi dire.. bisognerà vedere se riusciranno a
incidere nel parlamento europeo che conta in realtà come il due di
picche.. ma se pur riusciranno a fermare una semplice direttiva avranno
raggiunto lo scopo e il mandato.
Piuttosto i tradizionali partiti
dovranno chiedersi, perché? E come mai? Messisi allo specchio dovranno
guardare quello che lo specchio riflette e capiranno anche la risposta
perchè è ovvia...
Non mi meraviglio della loro vittoria; spiace
che non sia la sinistra ad averlo fatto ma se ci sono nani a sinistra e
corti di comprendonio non è un mio problema: il senso dell'andare oltre
"grillino" è esattamente questo...... c'è o no una guerra delle
oligarchie, e dei ceti che li votano, contro i popoli europei? Se c'è
allora la domanda è: se chi istituzionalmente dovrebbe farlo non mi
difende, a chi mi rivolgo? Alla fede? Alla religione che mi dice di
aspettare un al di là? Alla meditazione trascendentale? No,
naturalmente...... mi rivolgo a chi mi dice: ci penso io perchè io ho i
miei fini e se te mi voti posso perseguirli sia i miei che i tuoi, tutto
qui. Unaconvergenza d'interesse puro e semplice: autodifesa da un lato e
anti-europeismo dall'altro.. due binari che mai s'incontrano ma che
camminano paralleli verso un dove ancora da definire.
Piaccia o
meno ai puristi è così: andatelo a chiedere ai greci cui alba dorata e
siryza forniscono assistenza concreta, vigilanza ecc. gli importa
qualcosa a padri e mogli greche che abbandonano i propri figli perchè
non li riescono più a mantenerli? E che dire dei bambini malnutriti che
in quel paese, una cosa che non si vedeva dalla fine della seconda
guerra mondiale? Quando sei nella melma fino al collo e stai affogando
che fai? Dici non grazie perchè è di un fascista la mano che ti salva?
O, se sei di destra, è quella di un comunista? No.... ti ci aggrappi e
speri che ti tiri fuori.. meno puza sotto al naso, grazie....
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