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venerdì 12 luglio 2019

Elezioni Grecia, Tsipras paga il suo ‘obbedisco’ alla Troika. E non solo quello

Fonte: Il Fatto Quotidiano Zonaeuro | 9 Luglio 2019 

Tsipras ha perso il centro e il voto dei cittadini medi, senza un euro in tasca e indignati per il nome concesso alla Macedonia. Il problema della classe dirigente, il ruolo della troika e le speranze di un nuovo ambientalismo
Traditore o salvatore (l’uno)? Raccomandato o speranza (l’altro)? In Grecia, e anche altrove, il dibattito sulle recenti elezioni anticipate che hanno visto il cambio della guardia tra il premier uscente Alexis Tsipras e il liberal-conservatore Kyriakos Mitsotakis si è arenato sulla contrapposizione ideologica tra destra e sinistra, mancando di analizzare invece cause ed effetti politici, contingenze che ancora persistono nel paese, percezioni personali che hanno avuto un preciso peso specifico nelle urne.
Syriza al 31% dimostra che lo zoccolo duro di sinistra e socialista legato al vecchio Pasok che vive nel ricordo di Papandreou è rimasto con il premier. Ma Tsipras ha perso il centro che nel 2014/2015 gli aveva dato fiducia, mentre oggi si è spostato sul versante di Nea Dimokratia, in grado almeno domenica scorsa (oltre che alle Europee e alle amministrative di maggio) di chiudere i fronti interni per offrire l’immagine di una squadra unita e pronta a un compito durissimo.
La principale accusa rivolta a Tsipras è di aver fatto marcia indietro con i creditori internazionali (dopo aver promesso di sconfiggere la troika) coprendosi di cenere e portando a casa un memorandum dalle condizioni peggiori dei precedenti. Il no dei cittadini al referendum del 2015 ma tramutato in un “obbedisco” di Alexis alla troika è stato visto da molti come una pugnalata alle spalle, compresa la rottura personale con l’ex ministro Yanis Varoufakis che, al netto di tesi, controtesi e retroscena, è stato l’unico ad essersi dimesso in questa storia di prestiti infiniti.
Inoltre ha mostrato una classe dirigente spesso modesta che non è stata capace di canalizzare al meglio gli interessi che i player del mondo hanno manifestato in Grecia, come i cinesi di Cosco. Oggi i greci hanno un salario minimo di circa 500 euro ma prezzi “milanesi”, zavorrati dalla super Iva e da tasse davvero insostenibili per un tessuto commerciale all’anno zero come quello ellenico. Di contro il sistema bancario è stato messo in sicurezza, il paese è tornato a finanziarsi sui mercati, la disoccupazione è sempre a livelli record e mostra un trend in calo. Ma la Grecia rimane legata ai suoi creditori fino al 2052.
L’accordo di Prespa sul nome Macedonia concesso a Skopje non è stato secondario nell’economia complessiva del voto, dal momento che mentre Tsipras raggiungeva un punto di contatto con Fyrom e Ue, dall’altro nelle piazze di Atene e Salonicco protestavano in tanti, non solo cattolici ortodossi, nazionalisti o suoi oppositori. Ma anche cittadini di centro o apartitici, indignati per un clamoroso falso storico.
Passaggio che in tempi non sospetti, nel 2008, venne messo nero su bianco da uno dei più prestigiosi archeologi del mondo. Stephen Miller, docente presso l’Università della California, assieme ad altri 200 colleghi scrisse all’allora Presidente americano Barack Obama chiedendo di non avallare il cambio di nome, per ragioni meramente storiche e non ideologiche né di stampo razzista. Osservò che la provincia settentrionale della Grecia è stata chiamata Macedonia per circa 3mila anni; inoltre è noto alla storia che i macedoni erano greci e che, di fatto, Alessandro Magno si considerava un discendente di Achille ed Ercole. E si chiese: “C’è qualche dubbio su questi fatti storici?”.
Il neo premier Kyriakos Mitsotakis, discendente della nota famiglia che ha già dato alla Grecia un premier e un ministro degli Esteri, è accusato di essere il volto vecchio di un paese in ginocchio. Al momento promette in 12 mesi di realizzare il suo programma, fatto di liberalizzazioni e meno tasse puntando in primis a non pagare più le euromulte a Bruxelles per le discariche abusive che proliferano in Grecia. Ai suoi detrattori ricorda che dal 1981 ad oggi per 17 anni ha governato il Pasok e solo per sette Nea Dimokratia. Di fatto oggi oltre al governo ha in mano moltissime amministrazioni locali, tra regioni, prefetture e comuni. Per cui è regista in solitario del proprio destino.
Twitter @FDepalo
Zonaeuro | 9 Luglio 2019

lunedì 8 luglio 2019

Elezioni Grecia, Syriza pagherà per i suoi errori. Chissà se avesse dato retta a Varoufakis

Fonte: Il Fatto Quotidiano Economia Occulta | 7 Luglio 2019 

Le elezioni europee hanno confermato la scarsa popolarità del governo greco guidato da Tsipras, leader di Syriza. Specialmente tra i giovani, in Grecia ormai serpeggia il desiderio di votare per l’opposizione rappresentata dal partito conservatore, Nuova Democrazia, guidato da Kyriakos Mitsotakis. A maggio, il 30,5 per cento dei giovani tra i 18 e di 24 anni hanno infatti votato Nuova Democrazia alle elezioni europee.
Tutti quindi si aspettano che oggi Syriza non ce la farà a ripetere il successo del 2015, ma più che la sua sconfitta, ormai quasi certa, quello che ci interessa è il motivo per cui il partito anti-austerità di punta europeo ha finito per imporla, a seguito delle ripetute pressioni di Bruxelles, e come questo fallimento abbia infranto il sogno dell’elettorato greco di tenere testa alla Troika. Quest’analisi è importante per chi prenderà le redini della Grecia ed anche per chi guiderà altre nazioni europee affette da crisi finanziarie più o meno serie, come l’Italia. Oggi, dunque, assistiamo ad un’elezione importante per il futuro delle politiche nazionali europee e delle relazioni interne all’Unione Europea.
La Grecia ha pagato un prezzo alto per rimanere nell’Ue e così facendo ha avuto accesso agli aiuti economici. Dal 2010 ci sono stati tre salvataggi pari a 289 miliardi di euro, poi nel 2018 l’economia ha ricominciato a camminare da sola, anche se zoppicando. In cambio l’economia greca si è contratta dal 2008 al 2016 del 28 per cento e l’impennata della disoccupazione ha spinto un alto numero di famiglie sotto la soglia della povertà. Il fatto che all’inizio del 2018 il paese abbia ricominciato a crescere non ha prodotto l’effetto positivo sperato per Syriza, al contrario il governo ed il partito non sono stati mai così poco popolari. Il motivo? I greci si sentono traditi, le promesse fatte nel 2015 non sono state rispettate e questo tradimento pesa molto di più della modesta ripresa economica.
Fallito il tentativo “socialista”, i greci adesso puntano su Mitsotakis che offre esattamente l’opposto, e cioè una nuova formula neo-liberista: abbassamento delle tasse, privatizzazioni dei sevizi pubblici ed un piano per rinegoziare il debito con i creditori per incoraggiarli a reinvestire nella nazione. Sembra dunque che sull’ago della bilancia politica pesi meno la politica vera, socialismo verso neo-liberismo, del populismo moderno dove il primo ministro ed il governo “proteggono”, o almeno danno l’impressione di proteggere, la nazione contro Bruxelles ed il resto dei paesi membri dell’Unione. Tsipras ha fallito in questa missione.
A conferma del bisogno di protezione della popolazione nel mezzo di una crisi epocale come quella del debito sovrano basta menzionare la questione macedone. Tsipras è stato accusato di tradimento perché ha concluso un accordo con l’ex repubblica Macedone rinominata Repubblica della Macedonia del Nord. Ebbene questo ai greci non è piaciuto perché secondo loro la Macedonia è greca e quindi non può essere né divisa né appartenere ad un altro Stato. Argomento che non ha nulla a che fare con le politiche economiche, l’austerità, ma che poggia sul senso di appartenenza geografica che in momenti critici diventa prorompente.
Il forte senso di nazionalismo europeo è una delle conseguenze della crisi finanziaria, quando le cose vanno male il popolo fa quadrato, si comporta come una tribù e difende il proprio territorio. Un fenomeno prevedibilissimo che si è manifestato anche nel rifiuto di accettare i migranti visti come parassiti che succhiano le poche risorse del paese. Tematiche queste presenti in molti paesi europei.
Infine la corruzione, problema radicato in tutta l’Europa mediterranea e che in Grecia è venuto fuori durante la tragedia a Mati, quando più di 100 persone sono morte a causa dell’incendio della scorsa estate.
Syriza pagherà con la sconfitta di oggi tutti questi errori. C’è da domandarsi cosa sarebbe successo se avesse preso un’altra strada, se avesse, come voleva Varoufakis, scelto di dire no all’austerità contrapponendo una politica espansiva alle direttive di austerità di Bruxelles, se avesse difeso gli interessi del popolo, come aveva promesso. Cosa avrebbe fatto l’Europa? Siamo così sicuri che la punizione sarebbe stata tale da cacciare la Grecia dall’Unione fratturandone così la coesione? Certo, oggi il panorama è ben diverso da quello del 2015 basta menzionare la Brexit, ma forse una presa di posizione nazionalista avrebbe dato a Syriza l’opportunità di vincere di nuovo e avrebbe potuto accelerare il cambiamento interno all’Unione assolutamente necessario.
La risposta ce la daranno i libri di Storia alla fine del secolo, intanto possiamo solo speculare su una realtà politica alternativa a quella attuale.
Economia Occulta | 7 Luglio 2019

venerdì 14 aprile 2017

Grecia, la crisi ha molti padri: parliamo dell’ultimo, Tsipras?


Non c’è destra, sinistra, centro o socialismo in ciò che sta accadendo in Grecia. Non sono le idee o i partiti a dover bere una volta per tutte una buona dose di cicuta: ma la mediocrità di uomini che ingannano, fuorviano, illudono, per poi, un attimo dopo, fare peggio dei propri nemici. Dopo 4 tagli in sei anni a stipendi, pensioni e indennità ecco un’altra sforbiciata alle pensioni, grazie alla riforma firmata dal ministro del lavoro Georgios Katrugalos che si scontra con nessun provvedimento per favorire invece nuova occupazione. Un altro taglio del 25% a partire dal 2019 e del 15% per chi ha fatto domanda nel 2016.
Uno scenario che cozza con i proclami di Alexis Tsipras che, anche dopo una campagna elettorale condotta a suon di tuoni contro l’Ue (con slogan come “la Troika è il passato; il voto contro l’austerità è stato forte e chiaro; il futuro non è l’austerità; la speranza ha vinto”), inneggiava a una fantomatica griglia di nuove proposte per far uscire la Grecia dalla recessione. Invece resta immutata, nonostante sacrifici ai ceti medi e bassi e nonostante una guida incertissima per un Paese altrettanto incerto.
Sarebbe stato meglio scegliere delle due l’una: avrebbe dovuto o, in coerenza con quanto promesso agli elettori, fare una battaglia seria e potabile contro Bruxelles (con proposte credibili) oppure, stando agli impegni (forse?) presi in separata sede con Berlino, evitare almeno questo doppio ruolo di “Masaniello” nei giorni pari e coniglio in quelli dispari. Con nel mezzo la povera gente che affonda ogni giorno di più.
Nel pamphlet Greco. Eroe d’Europa che ho scritto nel 2014, ho raccontato molto del malaffare ellenico e in maniera assolutamente trasversale. Senza sconti, anzi, con più di qualche reazione non benevola nei miei riguardi che, anche la traduzione in lingua greca, mi ha causato. Chi oggi si sente toccato da analisi, valutazioni di merito e semplici fatti messi in fila con oggettività, fa peggio dei predecessori.
.... il resto sul Fatto Quotidiano
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.. A PROPOSITO PER CHI CREDE IN QUESTE COSE BUONA PASQUA
 

lunedì 21 settembre 2015

Grecia: vince il male minore..

Cosa volete che facessero i Greci? Votare di nuovo per i Papandreu o i Samaras o i Venizelos (tutti cognomi di famiglie che dall'inizio del '900, basta guardare wikipedia, in qualche modo s'impastano nelle vicende greche)? No, naturalmente.. chi rimane? Tsipras e poc'altro. Quel che dovrebbe colpire è l'astensionismo che è altissimo e che è il vero termometro della malattia che sta colpendo a morte le democrazie europee (quella americana è morta da anni) svuotate come sono di ogni significato pregnante basilare per connotarle come tali. Da Blair a Tsipras è u filo lungo e sottile ma connota gli ultimi decenni durante i quali la sinistra europea ha perso se stessa, anzi ha fatto di tutto per perdersi e non ritrovarsi: i sinistroidi ogni volta ci cadiamo..... arriva un qualunque ex comunista e subito si emozionano e lo votano dimenticando che prima ancora di essere eletto la prima cosa che capita è che riceve, o va direttamente lui, una visitina da qualche anonimo personaggio che gli ricorda chi ha il bastone e la carota e cosa deve fare al di là del risultato elettorale: ci sono enormi interessi politico-economici che mirano a rendere l'intero pianeta come un enorme mercato nel quale ingenti quantità di capitali devono poter scorrazzare senza limiti e regole e non è possibile, per quanto sia piccola la Grecia, che anche un singolo paese possa esserne fuori perchè, dovesse funzionare, se scoprisse la ricetta salvifica diventi un modello alternativo per gli altri popoli che scalpitano. Quindi, nonostante la profonda crisi del sistema che pur c'è sotto gli occhi di tutti, il processo deve continuare fino agli esiti finali e i pochi seduti su vere montagne di soldi possano continuare a far crescere la propria parte di profitti a scapito di tutti gli altri. Ecco perchè Tsipras alla fine torna bene a tutti, greci compresi.... rassicura tutti e abbasserà la testa quando necessario rivelandosi per quel che è: un burattino senza fili ma pur sempre un burattino. Ha ragione Giampiero Gramaglia   sul Fatto Quotidiano quando afferma che "Tsipras vince sempre. Quando, a gennaio, promette ai greci di battersi contro la troika e di rivederne i diktat. Quando, a giugno, li invita a bocciare con un referendum gli accordi che Bruxelles vuole propinare loro. E quando, ora, li chiama a ratificare la sua scelta di tradire le promesse di gennaio e di ignorare il voto di giugno, cedendo alle richieste dei creditori pur di ottenere un terzo salvataggio finanziario da 86 miliardi di euro." 
Ecco perchè la sua è la solita vittoria di chi governa per conto terzi e non risolverà i mali del paese e nemmeno risolleverà le splendide sorti della sinistra greca e in fin dei conti dell'intera sinistra europea che lo vedeva come il nuovo messia..... illusioni di fine impero di chi ha rinunciato a mettersi in discussione e rimboccarsi le maniche davvero per cambiare e far cambiare strada e preferisce aspettaer che si rifaccia vivo il fantasma della sinistra che fu...... ed ecco perchè come gli inglesi che votarono labour si ritrovarono con una Thatcher in pantaloni i greci che votarono sinistra si ritrovano un Renzi che sa ballare il sirtaki

martedì 21 luglio 2015

Tsipras II il cerchio si chiude

Dopo aver capitolato rinunciando a combattere il nostro eroe greco, non certo uno spartano, ora sa che tocca a lui ora essere/sentirsi come l'orso del luna park che si fa impallinare dai visitatori..... non è nemmeno nato il suo secondo governo che già traballa pericolosamente e non è nemmeno sicuro che arrivi a fine settembre: ha stralciato alcune scottanti materie (pensioni, ecc.) ma ormai è tardi; s'è messo nel tritacarne e ne uscirà solo distrutto politicamente e personalmente.... può solo appoggiarsi, in modo molto italiano, a maggioranze a simmetria variabile che si formano sul momento e che vivono sul momento per poi, un secondo dopo, sciogliersi. Può vivere un popolo così? No sicuramente ma è il prezzo che dovrà pagare per aver avuto l'ardire di alzare la testa e fare da "cavia" per gli esperimenti e da "esempio" per gli altri (Spagna, Portogallo, Irlanda i prossimi a votare) che osassero farlo..... la parabola del personaggio shakespiriano è compiuta: può solo recriminare per gli errori fatti e per aver illuso i greci e tutti gli altri ..
Quando fra qualche anno gli animi si saranno rassegnati, e la breve primavera di lotta greca, non sarà che un pallido ricordo forse qualcuno rifletterà sull'accaduto e magari ci farà un film.... avrei un titolo da proporre: Grecia Anno Zero

domenica 5 luglio 2015

Grecia: Mission Accomplished, sotto a chi tocca..

eh già... spero di non portare sfiga ma pare proprio che il referendum greco abbia scelto la linea di Tsipras anzichè quella dei ceti affluenti pro-euro e dei padroni del vapore di Brusselles.... i voti reali, non quelli fasulli dei sondaggi pilotati dai media che mai come ora hanno dimostrato a quali ordini obbediscono, parlano chiaro: il popolo greco al 60% ha detto: NO!

Non credo che nelle capitali che contano l'abbiano presa bene, anzi: il rumoroso silenzio, la scelta del NON fare del'Eurogruppo questo significa, la dice molto lunga....... l'hanno presa male perchè ora si aprono scenari per loro inconoscibili. E' tutta la sera che qui in Italia i canali nazionali se la cantano: il no è una iattura ecc. addirittura intervistando un giornalista tedesco, mi pare su SKY, viene fuori che gli "accordi" presi erano: acquisti a mani basse delle aziende di stato privatizzate; un turismo padronale e.... un nuovo governo greco? Si, un nuovo governo greco! Ecco qual'era il problema: Syriza e il suo leader Tsipras, che non mi entusiasma assolutamente ma che metterei la firma per averlo qui al posto dei nostri politici, grillini compresi.
La maschera dell'ipocrisia eurocratica è caduta: sta mostrando il suo vero volto, arrogante ma impotente ed ora il pallino passa a Brusselles: o vedono il gico o passano ma se passano lasciano spazio di libertà ad altri... già perchè Spagna, Portogallo, Irlanda e, si spera, Italia hanno spazio di manovra per far pressione sull'eurocrazia finanziaria e politica che si è impossessata del sogno della Europa Unita dei padri della prima ora e l'ha stravolta a proprio uso e consumo. La Grecia prima dello sboom, e prima del pensionamento forzoso dei politici corrotti, aveva un debito pubblico totale pari a 3 mld di euro e in soli tre anni si è arrivati a 138 mld: la maggior parte erano interessi su interessi per far rientrare le banche franco-tedesche delle speculazioni fatte sui titoli greci e non solo....... PENSATE CHE la Grecia spende il 3% del PIL in armamenti: indovinate da chi comrpa armi? Germania, Francia, ecc. e chi li cacciava sti soldi se non lia vevano per ripianare il cosiddetto debito e chi decideva? Sempre i soliti: ad Atene i politici corrotti e a Brusselles gli eurocrati che a ogni contratto pregustavano quanti interessi rientassero nelle casse delle banche prestatrici: un cappio al collo; ora cambia tutto? No, naturalmente; anzi sarà peggio perchè da che la Grecia doveva diventare l'esempio per gli altri popoli che voevano rialzare la testa ora si ritrovano non solo una Grecia unita e solidale nella sua stragrande maggioranza ma anche l'orizzonte, per loro pessimo, che anche in altri paesi, i famosi PIIGS, i popoli possono scegliere e decidere del loro destino. Ora rimane l problema delle ritorsioni: non penserete mica che è finita qui? La bestia a tre teste è solo ferita, e quindi è maggiormente pericolosa e può dare colpi di testa inatessi... c'è ancora molto lavoro da fare e lunga la strada ma, e ne sono convinto, ora lporta è aperta: sta a noi oltrepassarla...per il momento mi godo il popolo greco in festa
SOTTO A CHI TOCCA!
QUI ATENE MISSION ACCOMPLISHED

giovedì 26 marzo 2015

Lapavitsas su Varoufakis, Syriza e il marxismo

Fonte: Soldato Kovalski
Pubblico un pezzo dell’intervista Greece: Phase Two fatta da Sebastian Budgen, editor di Historical Materialism, a Costas Lapavitsas, deputato di Syriza e uno dei principali esponenti della Piattaforma di Sinistra, per la rivista Jacobin Magazine. La parte che traduco qui è concentrata sul rapporto, teorico e pratico, tra l’anima propriamente marxista di Syriza e quella da “sinistra diffusa” che viene incarnata da Varoufakis. Nella parte che non ho tradotto, l’intervista si concentra in una lunga trattazione dell’ipotesi di uscita dall’euro delineata da Lapavitsas in Against The Troika (disponibile in formato elettronico sul sito dell’editore VersoBooks).
Parliamo di Varoufakis. Ovviamente, c’è stato un gran chiacchiericcio mediatico su Varoufakis, la sua personalità, il suo stile, e così via. Ci sono stati anche interventi più seri a suo riguardo, per esempio quello di Micheal Roberts che lo definisce “più eccentrico che marxista”. Prima di tutto, Varoufakis che ruolo aveva nella sinistra greca prima della vittoria di Syriza.
So che ci sono stati molti interventi su Varoufakis, il suo stile di vita e sue posizioni. Non voglio parlane, lo lascio ad altri, non ora, magari più in là si potrà parlare dell’impatto che ha avuto sulla politica e così via.
Per quanto riguarda la domanda se sia un marxista, un radicale o altro, consiglierei più attenzione nell’uso del termine “marxista”. Lo consiglio in particolare a chi si proclama marxista perché usa determinate parole e parla molto di marxismo, mentre nella sostanza dell’analisi svolta segue linee politiche ed economiche tra le più prosaiche che si possano immaginare. Facciamo più attenzione nel chiamare qualcuno “marxista”, grazie. Questa non è più politica da aule universitarie, è roba seria, ok?
Quindi, su Varoufakis: lo conosco da lungo tempo come economista, ovviamente. Non penso che si possa definire una persona di sinistra nel senso radicale del termine e di certo non un rivoluzionario, non nel senso in cui intendiamo questi termini in Grecia. Possiamo per dire sicuramente che appartiene alla “sinistra del centro” [in Grecia ci si riferisce comunemente alla socialdemocrazia come “centro”, in Italia diremmo “centrosinistra”, ndt].
È sempre stato di quella posizione, è sempre stato eterodosso e critico in economia, ha sempre rigettato l’economia neoclassica e le teorie neoclassiche nel suo lavoro, è sempre stato pronto a fornire consigli politici al di fuori degli schemi ed è sempre stato pronto a ragionare su alternative praticabili.
Questi sono tutti punti positivi. Quando si guarda alla sua storia, però, bisogna riconoscere che è stato anche un consigliere del governo di George Papandreou, il primo a introdurre i piani di salvataggio in Grecia, e che gli è rimasto legato per un significativo periodo di tempo. Per questo non penso che si possa chiamare “di sinistra” in maniera sistematica.
Lo stesso Varoufakis si posizione in un quadro keynesiano e si relazione con persone come  James Galbraith, apertamente keynesiano.

Voglio essere chiaro su questo. Keynes e il keynesismo, sfortunatamente, rimangono gli attrezzi migliori che abbiamo, da marxisti, per affrontare le questioni qui e ora. Ovviamente la tradizione marxista è molto forte nell’affrontare le questioni di medio e lungo termine, nel comprendere le dimensioni di classe e sociali dell’economia e della società in generale. In questi campi non c’è nessun paragone possibile.
Ma per affrontare le politiche nel qui ed ora, sfortunatamente, Keynes e il keynesismo rimangono un importante set di idee, concetti e strumenti anche per i marxisti. Questa è la realtà. Ci sono persone che usano le idee e non le riconoscono come keynesiane, non lo voglio commentare, ma succede.
Quindi non posso criticare Varoufakis perché si relazione ai keynesiani, perché l’ho fatto anch’io, apertamente ed esplicitamente. Se mi potessi mostrare un’altra idea di come fare le cose, sarei ben lieto di seguirla. Ti assicuro però, dopo molti decenni di lavoro sulla teoria economica marxista, che al momento non c’è altra possibilità. Quindi si, Varoufakis ha lavorato con i keynesiani, ma questo non è un problema.
Ovviamente stabilisci una differenza tra il marxismo come strumento analitico e il keynesismo come strumento politico, ma le due scuole hanno anche obiettivi diversi. Varoufakis lo dice esplicitamente: il suo obiettivo è salvare il capitalismo da se stesso. Non vedi questo come una linea di separazione significativa?
Certo! Keynes non è Marx, il keynesismo non è il marxismo. Ovviamente c’è una differenza tra di loro, è come dici te. Il marxismo riguarda il rovesciamento del capitalismo e punta al socialismo. È sempre stato così e rimarrà così. Il keynesismo no, riguarda il miglioramento del capitalismo e anche salvarlo da se stesso.
Comunque, quando si parla di questioni come la politica fiscale, il tasso di scambio, la politica bancaria e così via (questioni su cui la sinistra marxista deve necessariamente produrre politiche serie piuttosto che denunciare il mondo dalle proprie camerette) allora si scopre rapidamente che, piaccia o no, i concetti che usava Keynes e i concetti su cui lavorano i keynesisti sono indispensabili per costruire una strategia marxista.
Questo è quello che sto dicendo. Purtroppo non c’è altra via e quando i marxisti lo capiranno, allora le loro posizioni diventeranno realistiche e rilevanti.
Parliamo dei negoziati, nelle loro varie fasi. Penso che si possa correttamente dire, non so se sei d’accordo, che ci siano due interpretazioni su cosa sia successo durante i negoziati.
La prima interpretazione, dominante sia nella sinistra marxista sia nella stampa finanziaria (con l’eccezion di Krugman e Galbraith) è che i greci, Varoufakis e gli altri, hanno giocato a poker senza avere le carte buone, senza un sostegno per la propria strategia, e sono stati fondamentalmente battuti dall’Unione Europea e in particolare dai tedeschi.
L’altra interpretazione, che viene dai media pro-Varoufakis e pro-dirigenza di Syriza, è che i greci abbiano affrontato I negoziati molto bene e siano riusciti a ribaltare il tavolo almeno parzialmente mettendo i tedeschi sulla difensiva, guadagnando spazi di manovra che altrimenti non avrebbero avuto, legittimando il proprio discorso sull’impagabilità del debito e sull’inefficacia dell’austerità, e così via.
Non so se concordi su questa caratterizzazione delle interpretazioni dominanti. Se sì, dove si posizione la tua interpretazione?
Mi ritrovo in molto di quello che dici. Non mi voglio posizionare rispetto a queste due interpretazione, anche se sono concorde con te. Ti dirò cosa penso, poi starà ai lettori capire a quale lato sono più vicino.
Il mio punto principale, quello da cui parto, è che il governo è andato ai negoziati con un approccio […] per cui si può andare ai negoziati e domandare e lottare che cambiamenti significativi, inclusi la fine dell’austerità e la cancellazione del debito, rimanendo fermamente nei confini dell’unione monetaria.
Questo è il punto-chiave, è quello che nei miei lavori ho chiamato approccio dell’euro buono. Cioè che cambiando le politiche vincendo le elezioni, cambiando gli equilibri tra le forze politiche in Grecia e in Europa, si possa negoziare e trasformare l’unione monetaria e l’intero complesso europeo con le carte che porteremo al tavolo. Questo è l’approccio con cui sono andati ai negoziati, la strategia era determinata da questo.
Ora, ci sono elementi d’inesperienza, inevitabili, elementi di personalità, inevitabili e a cui abbiamo già alluso parlando di Varoufakis,  e così via. Sono elementi importanti. Comunque, il punto chiave non era quello. Il punto era la strategia e bisogna capirlo bene, perché se no ci si perde nelle discussioni sul poker, sui bluff e su questo e su quello e su quell’altro ancora.
Il governo aveva una strategia e l’ha applicata. E ha scoperto la realtà. La realtà è che, io penso, questa strategia è finita. Non ha funzionato. Sì, gli equilibri politici sono cambiati in Grecia, anche drammaticamente. Non sono solo il 40% dei voti al governo, ma anche l’80% di sostegno popolare, come dimostrano i sondaggi. Ma questo è contato molto poco nei negoziati.
Perché? Perché i limiti dell’unione monetaria sono quelli che sono. Non sono influenzabili a questo tipo di argomenti. Si tratta d’istituzioni molto rigide che portano con sé un’ideologia e un approccio alle cose. Un governo di sinistra in un piccolo paese non è abbastanza da far cambiare posizione al lato avverso.
Quindi, i greci sono andati con grandi speranze e sono caduti nella trappole che le istituzioni avevano preparato. La trappola fondamentalmente significa (a) taglio alla liquidità e (b) taglio ai finanziamenti per il governo. In questa maniera le istituzioni hanno fatto pesare il vantaggio strutturale nei confronti dei greci.
I greci non avevano alternative, non potevano fare nulla. Syriza non poteva fare nulla perché aveva accettato i confini dell’euro. Fin tanto che accetti i confini dell’euro, non puoi dare risposte efficaci. Questo è il motivo per cui alla fine è uscito quello che è uscito.
Hanno provato a fare qualcosa di diverso, dall’altra hanno puntato i piedi, specie i tedeschi. Verso la fine dei negoziati è stata una questione di giorni prima della chiusura delle banche. In questa situazione i greci hanno infine accettato un brutto compromesso.
[…]
Penso che molti fuori dalla Grecia abbiano difficoltà a capire sia l’idea che si possa rimanere attaccati all’euro per principio sia l’idea, che sembra molto ingenua , che questi governi social-liberali (neoliberisti, nel caso di Obama) potrebbero in qualche maniera essere obiettivamente alleati contro la Germania e i falchi dell’Unione Europea. Cosa ne pensi?
La mia lettura del quadro analitico, quando la guarda come economista politico, è completamente disastrosa, l’ho detto apertamente. L’ho detto già anni fa e penso che gli eventi delle ultime settimane abbiano confermato la mia posizione iniziale. Penso che, da marxisti, dobbiamo cominciare dall’economia politica della situazione, non dall’equilibrio tra le forze politiche. Purtroppo la sinistra greca e una gran parte della sinistra europea fanno al contrario.
Cioè, comincia con la geopolitica piuttosto che con l’economia politica?
Con la geopolitica e con la politica interna, con l’equilibrio delle forze politiche, a questo è stato ridotto il marxismo, purtroppo. E quando si comincia con la politica, interna o internazionale, è facile imbarcarsi in voli di fantasia. È facile iniziare a pensare che, in fondo, tutto sia politica e che, potendo cambiare l’equilibrio delle forze politiche, tutto sia raggiungibile.
Mi spiace, ma non è così, e non è marxismo. Come marxisti pensiamo che la politica derivi in ultima analisi dalla realtà materiale delle relazioni economiche e di classe. È un’affermazione di Marx, davvero profonda, se intesa correttamente e non meccanicamente. La conclusione è che questa frase significa che non tutto è conseguibile attraverso la politica.
Ed è esattamente quello che abbiamo visto. Perché? Perché l’economia politica dell’unione monetaria è schiacciante. Ci piaccia o no, l’Europa e la Grecia esistono dentro I confine di un’unione monetaria.
Purtroppo gran parte della sinistra marxista ha fatto finta di niente o ha capito male l’importanza del denaro. Non è sorprendente, perché la sinistra europea non comprende il denaro e la finanza. Fa finta di capire, ma non capisce.
Ripeto, ciò che è praticabile e ciò che non è determinato in ultima istanza dall’economia politica dell’unione monetaria. Dentro i confini del capitalismo europeo, ovviamente, il capitalismo è la questione dirimente. Syriza ha appena scoperto questo ed è ora che cominci a riconsiderare le cose e inizi a ripensare come modellare le politiche e l’approccio politico dentro questi confini.
Se Syriza vuole raggiungere altri obiettivi politici, deve cambiare il quadro istituzionale, non c’è altra via. Per cambiare il quadro, bisogna muoversi verso una rottura, non si può riformare il sistema euro. È impossibili riformare l’unione monetaria. È questo che è diventato chiaro.
Questa posizione non è come dire che non puoi fare nulla se non si è rovesciato il capitalismo? Cioè quello che dicono settori dell’estrema sinistra? Che è chiaramente un assurdo estremismo di sinistra. Non c’è bisogno di una rivoluzione socialista e non c’è bisogna di rovesciare il capitalismo per fare piccole cose. Ovviamente, miriamo al rovesciamento del capitalismo e ovviamente vorremmo vedere la rivoluzione socialista. Ma non è nelle carte disponibili al momento.
Per liberarsi dell’austerità non c’è bisogno della rivoluzione socialista in Grecia, non c’è bisogno di rovesciare il capitalismo. Ma certamente c’è bisogno di liberarsi dal quadro istituzionale dell’euro. Questa semplice cosa non è capita, o non è abbastanza apprezzata, dentro Syriza e dentro la sinistra europea, e questo va tragicamente avanti da anni.
E la ragione è che è circa la posizione di Antarsya e del KKE e che, a causa dell’equilibrio delle forze politiche, non si può concedere la vittoria su questi argomenti ai critici di sinistra?
In parte sì. È una malattia di lungo corso della sinistra greca, e devo dire anche in ciò che rimane della sinistra britannica, che avvelena questo livello di discorso.
Ma c’è qualcosa di più profondo, non è semplicemente il correntismo patologico. La vera questione, all’interno della sinistra che non fa parte di Syriza, è la paure del potere, mascherata dietro i paroloni. Nel caso del KKE si parla sempre di potere dei lavoratori, nel caso di Antarsya ogni frase riguarda il rovesciamento del capitalismo e l’instaurazione del comunismo. Tutto questo nasconde una profonda paura del potere!
Pensano che la gente non lo capisca ma è perfettamente ovvio che queste organizzazioni sono spaventate fino al midollo dalla prospettiva delle responsabilità e del potere. È per questo che assumono posizioni estremiste di sinistra.
C’è un modo di dire in Grecia per cui un uomo che non vuole sposarsi continua a fidanzarsi. È quello che i comunisti del KKE stanno facendo, non vogliono affrontare le questioni del qui e ora quindi parlano della rivoluzione.
In questo modo, non devi affrontare la questione dell’euro. Fai finta che la questione dell’euro sia una questione minore, laterale o cos’altro. Oppure rilanci la questione all’infinito: bisogna uscire dall’Unione Europea, dalla NATO, da questo, da quello e da quell’altro. In altre parole, rispondendo a tutto non dai una risposta specifica a nulla.
Una lettura più benevola potrebbe essere quella per cui sono preoccupati per gli effetti del potere di un governo di sinistra basandosi sugli esempi storici. Non hanno paure del potere in se quanto di distruggere l’autonomia dei movimenti sociali.
Potrei usare un detto inglese: se hai paura del fuoco, stai alla larga dalla cucina. La politica non è teorizzare, non discutere nelle camerette.
La politica riguarda la società per com’è, e la società Grecia vuole risposte qui e ora. Purtroppo, solo Syriza ha cominciato a fornirle a suo modo, ed è per questo che sta dove sta e le altre organizzazioni stanno dove stanno.
Ora ci sono i cosiddetti “quattro mesi d’aria”. C’è molta incertezza su come le varie riforme proposte dal governo saranno attuate in pratica, sia per le riforme redistributive promesse in campagna elettorale sia per la questione delle privatizzazioni, che sono una delle linee invalicabili.
Ora ci sono anche divisioni che tutto possono vedere dentro Syriza, col Comitato Centrale e così via. Come vedi questa fase, da qui all’estate?
Sarà un periodo molto duro per il governo e per Syriza. Un periodo molto duro. Ovviamente, è il risultato del compromesso siglato nei negoziati. Fondamentalmente i creditori e l’UE hanno intrappolato Syriza, il governo subirà costantemente pressioni per rispettare gli obiettivi fiscali.
A marzo scadono dei pagamenti sul debito molto pesanti che stanno già creando problemi, perché il sistema delle tasse sta collassando. Ad aprile il governo dovrà completare una revisione del processo in atto, ovvero una revisione del programma, e sarà un periodo infernale perché ovviamente le istituzioni monetarie saranno rigide.
E poi in maggio il governo dovrà prepararsi al negoziato di giugno per un nuovo accordo di lungo termine per finanziare in qualche maniera il debito e ottenerne la riduzione che Syriza ha promesso al popolo greco. Il tempo tra ora e giugno volerà veloce e sarà un tempo di frizioni e lotte costanti per evitare la crisi, o meglio un periodo in cui si affronterà la crisi giorno per giorno.
In questo contesto, dal mio punto di vista, il governo ha solo due opzioni reali se vuole sopravvivere e se vuole fare ciò per cui è stato eletto.
La prima è cominciare ad applicare il programma per quanto possibile. È di primaria importanza che le leggi vengano approvate dal parlamento dimostrando alla popolazione che intendiamo fare ciò che diciamo e che, anche nei limiti del patto con l’Europa, possiamo portare a casa dei risultati, anche infrangendo quei limiti per quanto possibile.
La seconda cosa che il governo dovrebbe fare, ovviamente, è imparare la lezione dal fallimento della strategia che ha portato al pessimo accordo di febbraio e inizia a preparare un approccio differente per i negoziati in giugno. Se ci si approccerà a questi negoziati con la stessa strategia, il risultato sarà lo stesso.
Quindi per te le questioni chiave su cui il governo può avanzare dovrebbero essere la riconnessione alla rete elettrica delle famiglie, forse la rivalutazione delle pensioni e dell’assistenza medica, ma non questioni che sono già state escluse come l’aumenti del salario minimo, la ri assunzione dei lavoratori pubblici e la rinegoziazione o reversione delle privatizzazioni?
Dobbiamo essere cauti e realistici. Il governo è in un angolo, per le ragioni che abbiamo discusso. Quattro mesi sono pochi. Il governo è anche senza esperienza e la macchina dello stato si muove lentamente ed è generalmente ostile al nuovo governo. L’accordo firmato non tende a grandi cambiamenti nell’immediato, di sicuro non quelli di un governo di sinistra.
Quindi, dobbiamo stabilire delle priorità tra ciò che si può fare e non si può fare in questo breve periodo per mantenere il sostegno popolare e dimostrare alla gente che non siamo come gli altri. Saremo giudicati in base a quali promesse riusciremo a mantenere nei prossimi quattro mesi.
Certamente, la prima cosa è la legislazione sulla crisi umanitaria, e su questo abbiamo già iniziato a lavorare. Sono molto importanti anche le leggi per affrontare i debiti nei confronti del settore pubblico e la questione delle tasse. L’aumento del salario minimo, anche se rimane un nostro impegno che dovremo onorare, può attendere quattro mesi, non è la fine del mondo.
Bisogna essere attenti quando si scelgono le priorità. L’UE e le altre istituzioni faranno pressione per non introdurre le cose che ho menzionato, dobbiamo rimanere fermi nel respingere queste pressioni. Se non lo facciamo, siamo finiti.
Per leggere tutta l’intervista (in inglese) clicca qui.
p.s.
l'intervista è tradotta in maniera imprecisa ma il senso c'è tutto!!!! e da un chiarissimo quadro della situaizone di confusione e di dilettantismo dovuto a inesperieza e limiti oggettivi del governo greco...
ora una chicca: questo è Draghi; ascoltatelo con attenzione e leggete i sottotitoli: chiaro come il sole!


lunedì 23 febbraio 2015

Grecia, Tsipras perde pezzi. Il partigiano Glezos: ‘Mi scuso coi greci per illusione’

Fonte: il Fatto Quotidiano del 22 02 2015 a firma di
“Mi scuso con i greci per questa illusione”. Trema la terra sotto Syriza. Tutti i quotidiani greci danno conto della dura presa di posizione dell’eurodeputato Manolis Glezos, eroe nazionale che nel ’43 salì sull’Acropoli e ammainò la bandiera nazista e grande sostenitore di Tsipras.  L’eroe, questa la notizia, si dissocia dalle scelte economiche del neo premier. In un appassionato editoriale verga che “rinominare Troika Istituzioni e il Memorandum come misure non cambia la situazione”. Il motivo sta nel fatto che durante la campagna elettorale Syriza aveva promesso di abolire in toto il regime di austerità contenuto nel memorandum, mentre il sì greco all’Eurogruppo di venerdì scorso vuol dire accettare ancora quel vademecum, in cambio di credito per altri quattro mesi.
“E’ un mese che aspettiamo la messa in pratica delle promesse del nostro programma – scrive Glezos – è un vero peccato. Da parte mia mi scuso con il popolo greco perché ho partecipato a questa illusione”. Il deputato, tra l’altro, è stato proprio l’estensore del report sui danni di guerra che la Germania dovrebbe restituire alla Grecia, circa 153 miliardi. Vista la situazione, ora passa all’attacco. Glezos propone, prima che sia “troppo tardi”, che tutte le assise del partito si riuniscano e decidano se accettare questa direzione di marcia o meno, anche perché, osserva “tra oppressori e oppressi non può esserci alcun compromesso, come tra lo schiavo e l’occupante, dove l’unica soluzione è la libertà”. E conclude: “Ma anche se accettiamo questa assurdità, le concessioni già fatte dai precedenti governi del memorandum non ci permetteranno di combattere la disoccupazione, la povertà, i suicidi da crisi”.
Una critica aspra e inattesa al sesto piano del quartier generale di Koumoundourou, che si somma ai dubbi che iniziano ad albergare all’interno del Syriza nonostante non sia passato un mese dalla straordinaria vittoria elettorale del gennaio scorso. Secondo alcune fonti interne, molti sono i dirigenti e i ministri che, dopo l’Eurogruppo, faticano a spiegare al proprio elettorato l’accordo raggiunto con i creditori internazionali, che sarà sancito dall’accettazione da parte di Fmi, Ue e Bce della lettera di intenti che lunedì sera il ministro delle finanze Yanis Varoufaklis dovrà recapitare a Bruxelles. Al suo interno l’elenco preciso delle promesse elleniche su bilancio, controllo dei conti pubblici, riforme e lotta alla corruzione. Addirittura il vice ministro del welfare Dimitris Stratouli avrebbe bollato le scelte di Tsipras come “un passo indietro rispetto alle promesse elettorali”.
Una frizione, tra la base del partito e il giovane premier, che aveva avuto un prologo non solo in occasione dell’alleanza di governo decisa a sorpresa con gli Indipendenti di destra (Anel), ma anche per l’elezione del Capo dello Stato. Infatti a poche ore dall’annuncio di Syriza di voler candidare il conservatore Procopios Pavlopoulos, eletto poi al primo colpo, era stato il ministro dell’energia, il matematico Panaghiotis Lafazanis, anima del pensatoio Iskra, a chiedere che fosse ascoltata “una voce diversa”, esprimendo così una critica indiretta per la gestione Tsipras. E il numero di dirigenti di primissimo piano (si fanno i nomi di Leoutsakos, Primikyris, Ntavanelos, Mitropoulos) contrari alle prime rilevanti decisioni del premier, espresse in recenti riunioni della segreteria politica, sembra ora destinato ad aumentare.
twitter@FDepalo
p.s.
quel "mi scuso con i greci per questa illusione" dice tutto!!!! Non voglio infierire..... dico solo che ormai le braghe di fronte alle "Istituzioni (leggi Troika) se le son calate e prima o poi anche loro saranno mandati nel cestino della crisi: è chiaro che per non perdere completamente la faccia devono caxxeggiare un pò ma la strada è segnata, ormai.... e ora tocca ad Alba Dorata!

giovedì 29 gennaio 2015

Tsipras, un mese per scegliere: compromessi o default?

Fonte: Il Fatto Quotidiano del 28 gennaio 2015 di

Il destino del governo Tsipras si decide in 30 giorni: il 28 febbraio sarà chiaro se Syriza ha intenzione di fare sul serio con l’Europa, anche a rischio di spingere la Grecia verso un default e verso l’uscita dall’euro. E si capirà se quella di Antonis Samaras e di Nuova Democrazia è stata una sconfitta elettorale o un’abile ritirata tattica per distruggere la credibilità del giovane leader radicale greco.
Il programma economico europeo di Syriza si compone di due parti fondamentali: una conferenza per ridurre il debito pubblico, arrivato al 175 per cento del Pil, e ribellarsi alle richieste della Troika, il trio di istituzioni (Commissione europea, Fondo monetario internazionale e Bce) che vigilano sullo scambio tra aiuti finanziari e riforme per rendere l’economia competitiva (e, in teoria, in grado di rimborsare i prestiti).
L’idea della conferenza sul debito per ora non raccoglie grandi entusiasmi: il ministro delle Finanze di un altro Paese che ha avuto la Troika, l’irlandese Michael Noonan, da Bruxelles ha detto che “il problema è la sostenibilità del debito non la cancellazione”. Noonan, che non vuole mettere a rischio i miliardi prestati dall’Irlanda alla Grecia, è favorevole a una rinegoziazione dei termini dei prestiti – scadenze, interessi, condizioni ecc. – ma non a una cancellazione di parte delle somme. Si è parlato anche di questo, ieri all’Eurogruppo, la riunione dei ministri economici dell’eurozona a Bruxelles. Ma soprattutto si è parlato dei rapporti tra la Grecia e la Troika.
Dopo quasi cinque anni e 240 miliardi di prestiti straordinari erogati, tra Fmi, fondi salva Stati europei e prestiti bilaterali dai governi (Italia inclusa), il 28 febbraio la Grecia dovrebbe liberarsi del giogo della Troika. Non per merito di Tsipras, ma perché così era già previsto. Anzi: l’esame finale con erogazione degli ultimi 1, 8 miliardi di euro di prestiti era fissato a dicembre.
Poi è scoppiata la crisi politica: il governo guidato dal premier di centrodestra Samaras e sostenuto dai socialisti del Pasok non è riuscito a eleggere il presidente della Repubblica e questo, per la legge greca, determina elezioni anticipate, con Tsipras che fremeva per trasformare i sondaggi positivi in seggi. Il 19 dicembre scorso, quindi, il fondo Salva stati Efsf (la versione iniziale, poi inglobata nell’Esm) ha concesso un rinvio dell’esame finale della Troika, dal 31 dicembre al 28 febbraio.
Lo schema delineato dai funzionari di Bruxelles e dai loro omologhi del Fmi a Washington era questo: a fine febbraio la Troika esamina le riforme, la Grecia non rischia la bocciatura perché sta facendo molto soprattutto su fisco e riduzione del numero di statali, dopo la “promozione” arrivano gli ultimi 1, 8 miliardi e soprattutto viene confermato il sostegno da 10,9 miliardi al Fondo Ellenico di Stabilità (Hfsf) che deve intervenire in caso di cresi bancaria.
Da febbraio a giugno la Grecia si prepara a tornare sul mercato dei capitali in autonomia, cioè a emettere debito senza più il sostegno europeo. Secondo i calcoli degli analisti e di Bruxelles, però, la Grecia non può farcela completamente da sola: i suoi titoli a dieci anni oggi sul mercato hanno un tasso di interesse da strozzinaggio, 9, 1 per cento. Ci sarebbe quindi bisogno di quella che si chiama Linea di credito rafforzata, (Eccl) fornita dal fondo Salva Stati Esm. Che, manco a dirlo, presuppone impegni da parte del Paese beneficiario, un nuovo accordo tipo quello che oggi c’è con la Troika. Proprio per liberarsi da ogni vincolo, quando l’Irlanda a dicembre 2013 ha congedato la Troika ha rifiutato questa linea di credito. Ma poteva permetterselo: oggi il rendimento dei titoli decennali di Dublino è 1, 2 per cento, quasi dieci volte meno degli omologhi greci.
Con il suo discorso della vittoria, Alexis Tsipras ha confermato di voler far saltare questo schema: “Il popolo greco oggi annulla il memorandum dell’austerità e mette la Troika nel passato”, ha urlato il leader di Syriza domenica sera dal palco davanti all’università.
Ma cancellare il memorandum e applicare da subito politiche opposte a quelle concordate dalla Troika non è senza conseguenze: significa che a febbraio non ci sarà nessuna erogazione degli 1, 8 miliardi mancanti, che le banche greche non avranno più la rete di protezione europea da 10, 9 miliardi, e questo potrebbe innescare una fuga di capitali (come quella che si è vista prima del voto) e perfino una corsa agli sportelli da parte dei cittadini greci, che sempre più preferiscono tenere i contanti sotto il materasso.
Non solo: sottrarsi a ogni sorveglianza europea significa spingere la Grecia sul mercato senza la linea di credito dell’Esm. E come fa un Paese che ha un deficit previsto per il 2014 del 2, 8 per cento (e con le politiche di Syriza potrebbe aumentarlo parecchio) a pagare interessi al 9 per cento sul debito di nuova emissione? In caso di guai – cioè di mancanza di credito – la Bce non potrebbe intervenire se la Grecia si rifiuta di prendere impegni vincolanti. Tsipras ha soltanto due possibilità: o scende a compromessi, si sottopone all’esame della Troika e a quello dell’Esm, magari rivedendo un po’ le condizioni. Oppure resta coerente col suo programma elettorale, sapendo che può spingere la Grecia verso il default.
“Nei giorni drammatici del 2012 non pensavo che la Grecia potesse uscire dall’euro, oggi non posso più escluderlo”, dice un funzionario europeo. Samaras resta a guardare. Sapendo che, comunque vada, sarà Syriza a pagare il prezzo politico.
p.s.
bè ci sarebbe anche una terza via ossia quella, oltre che creare l'ambito giuridico con due leggine antievasione e corruzione, nominare seduta stante una commissione di studio su come si è creato il debito greco: se ci sono stati comportamenti fraudolenti, speculativi o altro; il tutto con la massima trasparenza naturalmente...... per poi trarne, se necessario, le conseguenze. Fatto ciò se, come credo, dovessero emergere comportamenti e prove fraudolente (una domanda su tutte aspetta risposta.... come mai in un solo anno, nel 2006, il debito è centuplicato?) allora si avrebeb una ulteriore carta in mano per fare pressione sulla troika per negoziare: è stato già fatto in equador con risultati importanti..

lunedì 26 gennaio 2015

Elezioni Grecia 2015, ora a Roma tutti gli asini si aggrappano al carro di Alexis Tsipras

di |  dal Fatto Quotidiano del 26 gennaio 2015
C’e’ un unico momento in cui i politici italiani si ritrovano tutti d’accordo, pronti a rubarsi le parole di bocca per esprimere il medesimo concetto: quando si tratta di arrancare dietro al carro del vincitore di turno. A quel punto ogni distinzione si annulla, l’orientamento politico diviene irrilevante, quello che si è dichiarato fino al giorno prima sparisce e un coro informe plaude all’unanimità al nuovo re, quasi a rivendicarne una parte di successo.
Ieri sera Alexis Tsipras ha trionfalmente vinto le elezioni in Grecia, dimostrando che un leader giovane e carismatico può stravincere anche sfidando i cosiddetti poteri forti, mantenendo la barra al centro, senza lasciarsi traviare da facili  tentazioni populiste e soprattutto senza vergognarsi di dichiarare la propria ideologia. Tsipras è riuscito a tenere insieme tutte quelle caratteristiche su cui sono cascati invece gli asini nostrani, i quali, nonostante questo, non hanno potuto fare a meno di ragliare il loro entusiasmo e la loro vicinanza al cavallo vincente. A partire dai renziani che si pavoneggiano nell’idea di cambiare tutti insieme verso all’Europa, dimenticando che il primo elemento che Syriza si accinge a contestare è il neoliberismo a cui loro hanno giurato fedeltà nella buona e nella cattiva sorte.
Spicca sul tema il tweet del senatore Pd Andrea Marcucci: “Grande vittoria di #Tsipras. Sarà un sostenitore accanito della battaglia di @matteorenzi in Europa.” Mah…
Poi sfilano i perdenti matricolati della ‘dovrebbe essere sinistra radicale’ e della ‘ci piacerebbe essere di sinistra però cominciamo domani’. Per la prima categoria twitta Nichi Vendola: “νίκη !!!Grazie Alexis, grazie compagni e compagne greci: una speranza contro la cinica politica austerity”: sottotesto ‘andate avanti voi che a noi ce vie’ da ride’.
Del secondo gruppo si fa invece portavoce Stefano Fassina, “Ad Atene si rianima la democrazia. La politica ritorna scelta e vince sinistra con programma alternativo alla svalutazione del lavoro”. Ma purtroppo a lui e ai suoi cugini dissidenti la scelta non è permessa perché devono restare fedeli alla Ditta. Anche se è fallita da un pezzo.
E come poteva mancare un tweet fuoriluogo dell’onnipresente Salvini:
“Elezioni in Grecia, un bello schiaffone all’Europa di #Euro, disoccupazione e banche. Adesso tocca a noi!”. Qualcuno ha spiegato a Salvini che Syriza è la risposta alternativa al populismo euroscettico di cui lui è uno dei principali rappresentanti???
E a condire la mediocrità di surreale ci ha pensato Gianni Alemanno che ancora intontito da Mafia capitale twitta: “Vittoria di #Tsipras in Grecia dimostra che i popoli europei sono stanchi dei vincoli dell’Euro anche se la sinistra sbaglia sempre #noeuro”.
Ma un ultimo dubbio ci assale: se non fosse in quarantena da tweet che perla ci avrebbe regalato Gasparri?

p.s.

i riquadri che provano quanto dichiarato dai neo-syriza italioti sono sull'articolo.. c'è da ridere se non ci fosse da piangere... altro che italiani brava gente piuttosto direi .. opportunisti!!!!

domenica 25 gennaio 2015

Elezioni in Grecia, exit poll: Tsipras in vantaggio tra 35,5 e 39,5%

Fonte: | 25 gennaio 2015
Syriza verso la maggioranza assoluta, seconda la Nuova Democrazia del premier uscente Antonis Samaras e Alba Dorata quarto partito. I primi exit poll delle elezioni in Grecia consegnano la vittoria al partito di Alexis Tsipras. “Ha vinto la speranza”, è il primo messaggio su Twitter dello staff mentre al quartier generale dello schieramento di sinistra si canta “Bella ciao” e sono iniziati i primi festeggiamenti. Syriza avrebbe raccolto tra il 35,5 e il 39,5% dei voti, conquistando tra i 146 e i 158 seggi: ovvero arriva vicina alla maggioranza assoluta che è di 151 su 300. Nuova Democrazia resta al 23%-27% dei voti. Terzo partito sarebbe ‘To Potami’, con consensi che oscillano fra il 6,5% e l’8,5%, mentre il partito di estrema destra Alba dorata si sarebbe piazzato al quarto posto fra il 6% e l’8%, seguito dal partito comunista Kke fra il 4,7 e il 5,7%, il Pasok con il 4,2%-5,2% e i Greci indipendenti con il 3,5%-4,5% dei voti. “E’ una vittoria storica. E’ la vittoria del popolo che si è mobilitato contro l’austerità”, hanno commentato i responsabili di Syriza al quartier generale del partito.
Atene è tornata alle urne per un voto che potrebbe avere forti ripercussioni politiche ed economiche su tutta l’Unione Europea. Syriza ha affermato con forza la sua intenzione di ridiscutere il debito greco e ha già annunciato che un suo eventuale governo riconoscerà gli obiettivi fiscali fissati dai trattati europei ma non le misure previste dagli accordi firmati dal governo precedente con i creditori della troika (composta da Bce, Commissione Ue, e Fmi). “Oggi – ha detto Tsipras dopo aver votato – è un giorno storico. I greci devono decidere se domani la troika deve ritornare in Grecia per proseguire ciò che ha fatto con il governo Samaras, ovvero tagliare ancora stipendi e pensioni. Il popolo deve votare per difendere la propria dignità e per un governo che proseguirà dure trattative con i creditori internazionali”.
il resto del lunghissimo articolo lo potete leggere sul link in cima al post del blog (dopo la parola "Fonte"....)
p.s.
Vittoria!!! Finalmente il corpo sociale greco si è risvegliato!!! Ci sono voluti anni e anni ma solo, ed è questa la cosa triste, quando si son ridotti alla vera fame si son decisi a cambiare strada..... faremo così anche noi o ci dovremo sorbire per i prossimi 20 anni ancora un ... Renzi o simil clone?
p.s. 2
Fonte: Il Tirreno del 23/1/2015
Intanto un altra batosta c'arriva, ancora, dall'Europa: il Comitato europeo dei diritti sociali del Consgilio d'Europa nel suo ultimo rapporto ha fotografato la situazione dei lavoratori italiani tra il 2009 e il 2012. Sono tutta una serie di diritti ad essere violati:
  1. preavviso in tempi ragionevoli della cessazione del contratto (e non da ora ma dal 1969);
  2. il diritto de lavoratori a stipendio basso a non vedersi infliggere tassazioni che non permetterebbero più di mantenere se stessi e le proprie famiglie ... dal 1984 (da quando si è cancellata la scala mobile ad iniziativa del Governo, del PSI, di parte della CGIL e del resto del sindacato e..... dello stesso mondo della sinistra)

domenica 11 gennaio 2015

Elezioni Grecia: il difficile compromesso di Tsipras

dal Fatto Quotidiano del 9/1/2015 di Fausto Corvino
La breve campagna elettorale di Alexis Tsipras si sta rivelando un attento esercizio di dosaggio politico. Su un piatto della bilancia ci sono gli elettori, quelli che tra meno di venti giorni dovranno materialmente inserire la scheda nell’urna. Dall’altra ci sono gli investitori, quelli che influiscono sull’andamento dei mercati, e che possono far crollare le borse, creando così paura e incertezza nel Paese, e spostando una parte dell’elettorato dalla scommessa Tsipras verso la certezza Samaras.
Il giovane leader della sinistra greca vuole tenersi buono il suo elettorato, cercando di incrementare, o forse, più realisticamente, di conservare i tre punti percentuali di vantaggio che i sondaggi gli concedono sul Premier uscente Samaras. Per fare ciò deve ovviamente continuare a prospettare un’inversione a U sul binario della programmazione economica. Ribadire a gran voce la volontà di sedersi a un tavolo e ridiscutere tutte le condizioni sottoscritte negli ultimi 4 anni dai governi precedenti in cambio dei vari prestiti salva stato. E attaccare, a muso duro, le istituzioni finanziarie internazionali. Secondo le anticipazioni dell’Huffington Post, in un libro/intervista in prossima uscita in Italia, il leader di Syriza definirebbe gli uomini della Troika come dei “funzionariucci di medio livello, con una cultura economica mediocre, che, nell’ambito di un’impresa privata, potrebbero solo avere l’autorizzazione necessaria per accendere e spegnere il computer”.
Al contempo però Tsipras non può lasciare che la sua campagna elettorale, giocata all’attacco, getti nel caos i mercati. E infatti non dimentichiamoci che una delle prime dichiarazioni del politico greco, ancora prima che iniziassero i tre turni delle presidenziali, è stata quella in cui affermava in modo chiaro ed inequivocabile la volontà di rimanere nell’euro. Poi ha recentemente aggiunto che la politica economica proposta da Syriza è compatibile con la linea Draghi, secondo cui occorre “fare tutto il possibile per salvare l’euro”.
Tsipras cerca di mantenere un equilibrio delicato. Galvanizzare l’elettorato senza innervosire troppo gli investitori. O almeno non così tanto da prestare il fianco a Samaras, che sul rischio del default e dell’allontanamento dalla zona euro gioca tutta la sua partita. Il problema però, come molti notano, è che per Syriza sarà davvero difficile realizzare alcuni punti cardine del suo programma elettorale restando nel perimetro della moneta unica. E mi riferisco, tra le altre cose, all’incremento del salario minimo, allo stop dei tagli alla spesa e alle riassunzioni pubbliche.
Pochi giorni fa il Der Spiegel calcolava che a Tspiras occorrerebbero più di 10 miliardi di euro per tenere fede alle sue promesse elettorali. Soldi che al momento la Grecia non ha, e che certamente non riuscirebbe a prendere in prestito dai mercati. Inoltre, ha aggiunto il settimanale tedesco, se nel 2012 era necessario mantenere Atene nella zona euro per evitare la distruzione della moneta unica, oggi non è più così. La teoria del domino, secondo cui la Grecia, in un eventuale tracollo finanziario,  si sarebbe trascinata dietro gli altri Stati dell’Europa mediterranea, è stata messa da parte. Ora alla Germania farebbe più comodo che la futura Grecia guidata da Syriza si allontani dall’euro, ponendo fine ai continui attacchi politici contro i programmi di riforma economica. Ed evitando così di soffiare vento sulle vele dei partiti euroscettici di Spagna, Francia e Italia.
Non dimentichiamoci infatti che in Spagna Podemos ha forzato il sistema bipartitico attestandosi come seconda forza politica del Paese, capace di raccogliere il consenso di uno spagnolo su quattro. In Francia Marine Le Pen sembrerebbe avere doppiato in popolarità il Presidente Hollande. Ed anche in Italia i partiti euroscettici hanno dimostrato di poter raccogliere un considerevole consenso elettorale.
Un governo guidato da Tsipras potrebbe forse causare più danni alla Germania dall’interno dell’Eurozona, piuttosto che dal di fuori. Per questo oggi la “Grexit” non è più un tabù per i partner europei, come due anni fa. A dire no a questa eventualità sembrerebbero però essere proprio i Greci, cui in un recentissimo sondaggio commissionato dal giornale Eleftheros Typos è stato chiesto se desiderino che Atene resti o meno nell’euro. Una percentuale altissima degli intervistati, il 74 per cento, ha risposto “sì” o “probabilmente sì”. L’11 per cento in più rispetto all’anno passato.
p.s.
insomma Tsipras concorda con draghi che l'euro va salvato e che la Grecia rimanga dentro: quasi l'opposto di quello che veniva detto a bassissima voce qualche anno fa: cosa è cambiato? Che l'euro può fare a meno della Grecia grazie alle manovre dei politici greci che hanno riportato indietro i debiti facendoli pagare ai greci e quello che non hanno riportato è andato nelle mani di squali che non aspettano altro che spolpare definitvamente il popolo greco di quel pochissimo che gli è rimasto. Mi sarei aspettato una maggir coraggio da parte di Syriza; ma si sa che una cosa è parlare a vanvera dall'opposizione e un altra governare...... ora che finalmente vedono lo scranno governativo cambiano tono e linea, chissà perchè mi ritornano alla mente alcune parole del saggio "shock economy" della Klein laddove, parlando della caduta delle tigri asiatiche, provava provava che chi ha avuto il coraggio di dire no ai poteri istituzionali e finanziari internazionali si è trovato, non senza sacrifici sia chiaro, meglio di chi si è inchinato al loro diktat! Un pò di coraggio, suvvia.....

martedì 6 gennaio 2015

Eurozona: perché nel 2015 il ‘Grexit’ non fa più paura?

Fonte: Il Fatto Quotidiano del 4 gennaio 2015 a firma di Loretta Napoleoni
Nel 2015 il Grexit, l’uscita della Grecia dall’Euro, non fa più paura a nessuno, perche? La risposta è semplice: la composizione del debito greco è cambiata radicalmente. Ed infatti, a metà del 2014 soltanto il 16 per cento era nelle mani del settore privato, mentre il resto del debito lo detenevano governi ed organizzazioni sovranazionali, tra cui la Banca Centrale Europea ed il Fondo Monetario. Ecco svelato il motivo per cui ai mercati importa poco se alla fine di gennaio la probabile vittoria di Syriza riaccenderà il dibattito parlamentare sull’uscita dell’Euro ma anche una possibile vittoria del fronte euroscettico; anche se tutto ciò avvenisse le conseguenze per l’eurozona sarebbero minime.
Nessuna banca, fondo d’investimento o finanziaria tedesca o francese si troverebbe in serie difficoltà, chi aveva in portafoglio il debito greco ha infatti avuto negli ultimi cinque anni tutto il tempo di sbarazzarsene rivendendolo, grazie all’intermediazione dell’Unione Europea, a governi, istituzioni sovranazionali o a spregiudicati speculatori. In altre parole, le conseguenze peggiori del Grexit per i mercati finanziari sono state rimosse ed il prezzo è stato la contrazione dell’economia greca, che in cinque anni si è ridotta di circa un quarto. I greci hanno pagato e continuano a pagare per gli errori commessi dai loro politici su consiglio dell’alta finanza e con il beneplacido dell’Unione.
Oggigiorno i mercati sono più interessati al Qe (quantitative easing) di Mario Draghi, e cioè la promessa di sottoscrivere direttamente, non attraverso l’intermediazione delle banche, il debito pubblico dei singoli stati membri stampando carta moneta. Una politica che nel 2010, quando la si poteva usare per salvare la Grecia, appariva inconcepibile ma che oggi, a cinque anni di distanza, rappresenta l’ultima speranza per evitare la deflazione dell’intero continente. Difficile evitare questa piaga economica dal momento che tutti gli indicatori puntano in questa direzione, incluso quello rappresentato dal prezzo del petrolio che continua a scendere. Anche se dovremo aspettare la prossima settimana per avere la conferma che la riduzione dei costi energetici ha spinto il tasso d’inflazione di Eurolandia sotto zero, tutti sanno che l’inflazione in Europa è un fenomeno del passato.
Se davvero il tasso d’inflazione scende sotto zero, le rassicurazioni verbali di Mario Draghi non basteranno più a calmare il mercati, la Bce dovrà finalmente intervenire e seguire l’esempio della Riserva Federale, che ha iniziato il Qe all’indomani del crollo della Lehman Brothers, specialmente tenendo presente che il 2015 inizia con un’attività economica nell’Eurozona più bassa che all’inizio del 2008.
Ed ecco le previsioni per il 2015: crescita dell’Eurozona ancora anemica, probabilmente anche negativa, nonostante Draghi darà fondo alle presse, il Qe arriva infatti tardi, troppo tardi per trainare l’economia europea fuori della deflazione; possibile uscita della Grecia dall’Eurozona il cui impatto sui mercati mondali verrà attutito e forse anche neutralizzato dal Qe della Bce; ulteriore contrazione dell’economia greca quale conseguenza immediata dell’uscita dall’Euro, ma con ripresa a partire dal 2016; caduta del tasso di cambio dell’euro ed aumento di quello del dollaro, che a detta di Bloomberg chiuderà il 2015 a $1.18 contro la moneta unica europea; aumento della disoccupazione, specialmente di quella giovanile, in Europa e riduzione di questa negli Stati Uniti; ripresa dell’economia americana, che nel 2015 tenterà di alzare i tassi d’interesse.
Il vecchio continente sembra dunque destinato a ripetere l’esperienza giapponese del decennio perduto, una decade di stagnazione che nel caso del Giappone perdura da più di vent’anni. Sul piano politico questo fenomeno sta polarizzando gli stati membri dell’Unione Europea: da una parte nei paesi con forti debiti, come la Grecia, l’Italia e la Spagna, si fanno strada movimenti e partiti anti-austerità, dall’altra nel centro dell’Europa, inclusa la Francia, aumenta il peso di quelli di destra xenofobici. Assistiamo quindi non solo all’impoverimento del continente attraverso la deflazione, ma anche al consolidamento di una spaccatura politica creata da decisioni economiche sbagliate e dalla precoce introduzione di una moneta unica. Davvero un bel bilancio per l’inizio del nuovo anno!
p.s.
... in poche parole li hanno fregati: i  politici li hanno fregati perchè hanno badato soprattutto  salvare gli accordi piuttosto che a seguire l'interesse dei loro stessi elettori! La Grecia non fa più paura ma temo che anche gli altri paesi non spaventano più i mercati finanziari hanno già scontato il rischio. Un compito arduo aspetta Syriza e Podemos e gli altri: sia perchè il problema rimane sia perchè solo se hanno coraggio possono far uscire i paesi dalla crisi e fare da battistrada per gli altri.

martedì 27 maggio 2014

I figli dell'euro.. e le destre

E arriviamo ai veri vincitori: le destre. E' merito loro? No, paradossalmente il loro successo è da imputare proprio alla dissennata politica tradizionale: sul groppone della coscienza ce l'hanno le grandi case: dai socialisti ai democratiani per tanti motivi fra cui il primo è sicuramente il loro tradimento degli ideali europeisti dei padri dell'europa unita.. da Spinelli a venire in qua. Si proprio tradimento: Spinelli propugnava adesioni spontanee dei popoli e non delle oligarchie, come invece è avvenuto: i soldi fanno gola a tutti, e chi più ne ha meno è disposto a farne avere agli altri. Da questo tradimento, bipartizan, nasce il frutto avvelenato della vittoria delle destre: ne è naturale e diretta conseguenza.
D'altronde cosa devono fare i cittadini quando i loro rappresentanti li tradiscono per trenta denari? Agli stregoni? No si rivolgono ai primi che gli dicono quelllo che vogliono sentirisi dire.. bisognerà vedere se riusciranno a incidere nel parlamento europeo che conta in realtà come il due di picche.. ma se pur riusciranno a fermare una semplice direttiva avranno raggiunto lo scopo e il mandato.
Piuttosto i tradizionali partiti dovranno chiedersi, perché? E come mai? Messisi allo specchio dovranno guardare quello che lo specchio riflette e capiranno anche la risposta perchè è ovvia...
Non mi meraviglio della loro vittoria; spiace che non sia la sinistra ad averlo fatto ma se ci sono nani a sinistra e corti di comprendonio non è un mio problema: il senso dell'andare oltre "grillino" è esattamente questo......  c'è o no una guerra delle oligarchie, e dei ceti che li votano, contro i popoli europei? Se c'è allora la domanda è: se chi istituzionalmente dovrebbe farlo non mi difende, a chi mi rivolgo? Alla fede? Alla religione che mi dice di aspettare un al di là? Alla meditazione trascendentale? No, naturalmente...... mi rivolgo a chi mi dice: ci penso io perchè io ho i miei fini e se te mi voti posso perseguirli sia i miei che i tuoi, tutto qui. Unaconvergenza d'interesse puro e semplice: autodifesa da un lato e anti-europeismo dall'altro.. due binari che mai s'incontrano ma che camminano paralleli verso un dove ancora da definire.
Piaccia o meno ai puristi è così: andatelo a chiedere ai greci cui alba dorata e siryza forniscono assistenza concreta, vigilanza ecc. gli importa qualcosa a padri e mogli greche che abbandonano i propri figli perchè non li riescono più a mantenerli? E che dire dei bambini malnutriti che in quel paese, una cosa che non si vedeva dalla fine della seconda guerra mondiale? Quando sei nella melma fino al collo e stai affogando che fai? Dici non grazie perchè è di un fascista la mano che ti salva? O, se sei di destra, è quella di un comunista? No.... ti ci aggrappi e speri che ti tiri fuori.. meno puza sotto al naso, grazie....

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