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lunedì 1 luglio 2019

Perché l’Italia non fallirà e i Btp sono un buon investimento

Fonte: W.S.I. 1 Luglio 2019, di Alessandro Piu

Lo spread tra Bund e Btp si è ridotto nel corso dell’ultimo mese. Se dovesse tornare a salire i titoli di Stato italiani diventerebbero un’ottima opportunità di investimento
L’Italia non farà mai default, pagherà sempre i suoi debiti”.
Sono parole rincuoranti quelle pronunciate da Ludovic Colin, responsabile Flexible Bond di Vontobel, nel corso di un incontro con i giornalisti tenutosi a Zurigo. Non sono però sufficienti a evitare il batticuore che prende agli investitori quando i titoli di Stato italiani cadono preda delle impennate dello spread.
Attualmente il differenziale tra i tassi di interesse del bund decennale tedesco e quelli del Btp italiano con lo stesso orizzonte temporale si attesta in area 240 punti, circa 40 in meno rispetto a un mese fa ma
“sono ancora tante le cose che possono accadere in Italia”.
Il riferimento del responsabile dell’obbligazionario flessibile, in particolare, è al rischio elezioni anticipate:
“Per ora non sono previste ma rimangono un’eventualità possibile e quindi un rischio”.
La polizza BceLa discesa dello spread nel corso dell’ultimo mese è legata, in particolare, alle dichiarazioni di Mario Draghi dello scorso 6 giugno.
“Se dovessero realizzarsi eventualità avverse, la Bce è pronta ad agire e tutti gli strumenti sono nella sua cassetta degli attrezzi”
ha detto il presidente della Banca centrale europea.
Non è un “Whatever it takes” come quello pronunciato nel 2012 ma è comunque una bella polizza assicurativa per l’Italia e per l’Eurozona nel complesso. L’unico problema è che questa polizza assicurativa scatterebbe solo in momenti di tensione molto alta.
“Prima che scatti ci sarà da soffrire”
puntualizza Colin che identifica il livello di allarme del termometro spread a 300 punti.  Nessuna fuga, tuttavia, dai titoli di Stato italiani che anzi potrebbero essere in quel momento un’opportunità in virtù dell’alto rendimento offerto.
“La domanda da porsi per un investitore che acquista Btp è: quanta volatilità posso sopportare?”.
Chi porta i titoli di Stato a scadenza non dovrebbe angustiarsi troppo se pensa che il Paese non fallirà
“si incasseranno le cedole e si avrà restituito il valore nominale del bond a scadenza”.
Un’economia diversificata di alto valoreMa oltre alla polizza Bce, che verrà peraltro testata quando a novembre Mario Draghi lascerà la poltrona di presidente, quali altre ragioni sostengono la tesi del non fallimento dell’Italia?
Una spiegazione la fornisce Fitch Ratings che, nel suo ultimo giudizio sul Belpaese ha scritto che
“l’Italia è un’economia diversificata di alto valore”.
“Non sono tanti i Paesi in grado di produrre oggetti finiti di valore come fa l’Italia”
spiega invece Mondher Bettaieb Loriot, responsabile corporate debt di Vontobel che prosegue:
“Inoltre, l’Italia è un mercato di risparmiatori. Se aggiungi al debito dello Stato quello degli individui, il rapporto debito/Pil migliora tantissimo. Fino a quando sarà in grado di generare un surplus di bilancia dei pagamenti non ci sarà da preoccuparsi. Però è un Paese che ha bisogno di investire e forse il governo in carica non sta poi sbagliando così tanto”.
“La notizia positiva per l’Italia – interviene Colin – è che la maggior parte del debito statale è nelle mani degli italiani. Ed è normale visto che rende bene. L’altra buona notizia è che chiunque voglia investire in obbligazioni in euro non ha molti altri luoghi dove andare. In Europa ci sono 4.000 miliardi di bond con rendimento negativo. Perfino gli investitori spagnoli hanno Btp in portafoglio. Perché mai l’Italia dovrebbe fallire?”.
Forse l’Europa cambiaC’è un ulteriore tassello da aggiungere allo scenario delineato dagli esperti di Vontobel. Il risultato delle elezioni europee potrebbe favorire un cambiamento nelle politiche dell’Ue. In particolare, per Bettaieb:
“Il fatto che i tedeschi non abbiano più una ‘maggioranza di controllo’ è positivo. Dovranno cercare dei compromessi e non potranno più dettare agli altri il loro volere. L’accresciuta importanza dei verdi potrebbe favorire un flusso di investimenti infrastrutturali sul fronte ambientale, creando i presupposti per un’accelerazione dell’economia europea”.
Accelerazione che sarebbe positiva per tutti e in particolare per chi è più in difficoltà, come l’Italia.

mercoledì 29 maggio 2019

Deficit, Ue chiede lumi all’Italia. “Spread a 300 poi crollerà”

Fonte: W.S.I. 29 Maggio 2019, di Daniele Chicca

Il governo ha appena ricevuto una lettera in cui la Commissione Europea chiede spiegazioni sulla mancata riduzione della traiettoria del debito e sulla violazione delle regole sul deficit. La missiva, che porta la firma di del vice presidente dell’organo esecutivo europeo Valdis Dombrovskis e del commissario agli Affari Economici Pierre Moscovici, dice che le stime economiche del governo (su cui si basavano i conti dell’ultima legge di bilancio) sono state smentite dai fatti.
A essersi rivelate scorrette, secondo le rilevazioni degli specialisti della Commissione, sono soprattutto le aspettative di crescita economica, con conseguenze dirette sul debito e sul deficit. La conseguenza di tutto ciò è che “alla luce dei dati economici definitivi, è confermato che l’Italia non ha rispettato la regola del debito” pubblico nel 2018.
Il rischio per Roma è di incorrere in sanzioni. Gli strategist di Intermonte SIM prevedono che il differenziale tra Italia e Germani toccherà i 300 punti base per via delle tensioni tra Roma e Bruxelles, ma poi – vista anche l’assenza di speculazioni ribassiste di rilievo – dovrebbe “crollare”.
È Antonio Cesarano, Chief Global Strategist della SIM, a dirlo. Finanziariamente e a livello di fiducia, la soglia di 300 sarebbe gestibile dalle autorità. Il valore di pericolo sarebbe più verso i 400 punti base, visti i tanti Btp in scadenza e i 120 miliardi di rimborsare nella seconda parte dell’anno.
Mercati e Spread, perché l’Italia non è sotto attaccoCesarano ritiene che due siano i principali motivi alla radice del fenomeno di una mancata speculazione contro l’Italia. Uno riguarda il fatto che gli investitori esteri sono meno presenti oggi sulle scadenze a breve dei Btp. Questo tende a mitigare i rischi di aumento della volatilità e ridurre le chance di vedere sbalzi di prezzo eccessivamente forti.
L’altra ragione per cui le pressioni sullo Spread dovrebbero rientare è relativa alle continue misure ultra accomodanti della Bce. Mario Draghi comunicherà infatti i dettagli del nuovo programma TLTRO di aiuti alle banche dell’area euro il 6 giugno. Il tempismo non pare casuale se si considera che un giorno prima la Commissione UE potrebbe annunciare l’avvio di una procedura d’infrazione contro l’Italia.
In questi giorni il commissario Moscovici si è detto contrario all’imposizione di sanzioni contro governo italiano ma le previsioni per un rapporto deficit Pil al 3,5% tra un anno non lasciano indifferente le autorità europee. È assolutamente possibile che si trovi un accordo tra le due parti, ma per il momento tocca alla Banca centrale europea gettare acqua sul fuoco.
Investimenti, sull’Italia meglio essere prudenti
Sul nuovo round di piani TLTRO, Cesarano è dell’idea che “visto il notevole carry negativo amplificato dal tasso Bund 10 anni in ampio territorio sotto zero, è possibile ipotizzare un progressivo ritorno sotto i 250 punti base dello spread durante il mese di giugno per effetto delle ricoperture e di una rifocalizzazione su altri temi, soprattutto la guerra commerciale fra Usa e Cina“.
I manager di Amundi sono un po’ meno ottimisti. Secondo loro la pressione per maggiori stimoli fiscali probabilmente metterà sotto stress gli spread dei BTP (e le banche) e aumenterà la volatilità. “Anche se non riteniamo che ciò sia una grave minaccia nel breve periodo, perché l’Italia e l’Unione Europea potrebbero trovare un accordo su un orientamento fiscale più flessibile, preferiamo adottare un atteggiamento prudente per il momento”.
In generale, dicono in un’analisi sulle conseguenze delle elezioni europee sui mercati, Didier Borowski, Head of Macroeconomic Research, Eric Brard, Head of Fixed Income, Kasper Elmgreen, Head of Equities e Tristan Perrier Senior Economist di Amundi, che le divergenze nelle misure fiscali a livello di paese e nei fondamentali di paese / settore potrebbero offrire potenziali opportunità per la selezione attiva e per l’allocazione del rischio.

lunedì 3 dicembre 2018

Manovra, Goldman Sachs: “Pressione dei mercati imporrà disciplina di bilancio”. Dombrovskis: “Cambio di toni non basta”

Fonte: Il Fatto Quotidiano di | 3 dicembre 2018
Il “più probabile catalizzatore per un ritorno alla disciplina di bilancio” sarà “un’ulteriore pressione dei mercati“. In questo momento “l’Italia getta una nube scura” sullo scenario dei mercati in Europa e “le cose potrebbero dover peggiorare prima di vedere un miglioramento”. E’ la previsione della banca d’affari Goldman Sachs, che interviene dopo un fine settimana che doveva essere decisivo ma durante il quale la maggioranza Lega-M5s non ha trovato la quadra sull’eventuale modifica ai saldi della legge di Bilancio e in particolare sulla riduzione del rapporto deficit/pil. Secondo gli analisti di Goldman, dopo la retromarcia della crescita registrata nel terzo trimestre 2018 l’economia italiana all’inizio del prossimo anno “flirterà con la recessione” e il pil nel 2019 aumenterà solo dello 0,4 per cento, contro l’1,5% previsto dal governo.
Intanto il vicepresidente della Commissione Ue Valdis Dombrovskis ha ribadito le richieste di Bruxelles, spiegando che il “cambio di tono” delle ultime settimane, con il governo italiano che appare “pronto a discutere e impegnarsi a cambiare la sua traiettoria di bilancio”, è ben accetto ma non basta: “Non si tratta solo di cambiare il tono della discussione ma di avere una correzione consistente“. L’iter della procedura di infrazione nei confronti dell’Italia, come confermato dal commissario agli affari economici Pierre Moscovici, va quindi avanti, in parallelo con l’avanzamento della manovra a Roma. I ministri dell’economia riuniti nell’Eurogruppo lunedì hanno dato il via libera alle conclusioni sui piani di bilancio 2019, nelle quali appoggiano le opinioni della Commissione inclusa quella sulla manovra italiana anche se si dicono a favore della prosecuzione del dialogo tra governo italiano e Commissione.
La “strategia” espansiva di bilancio “che il governo italiano ha adottato” con la manovra economica per il 2019 “non sembra funzionare ed è importante per l’economia italiana che questa strategia venga corretta”, ha aggiunto Dombrovskis, facendo riferimento alla tesi sostenuta dal governo secondo cui l’aumento della spesa in deficit dovrebbe spingere la crescita del pil fino all’1,5% l’anno prossimo. Un numero sempre più difficile da raggiungere alla luce degli ultimi dati Istat. “Ci sono nuove proposte e idee sul tavolo che vanno nella giusta direzione”, ha confermato Moscovici, “ma il gap con le regole del Patto di stabilità è ancora ampio e quindi ancora non ci siamo“.
Secondo Repubblica e La Stampa, il ministro dell’Economia Giovanni Tria dal G20 di Buenos Aires ha confermato che la trattativa con la Ue si sta concentrando su una riduzione del deficit/pil dal 2,4 all’1,9-2%. Ma il mandato a negoziare è stato attribuito ufficialmente dai vicepremier e azionisti di maggioranza Luigi Di Maio e Matteo Salvini al presidente del Consiglio Giuseppe Conte. Alla domanda se sia possibile trovare un punto di incontro su un numero vicino al 2%, Dombrovskis non ha voluto commentare, limitandosi a dire che “dove siamo è largamente noto: secondo la decisione del Consiglio di luglio l’Italia dovrebbe effettuare una correzione strutturale pari allo 0,6% del pil, invece vediamo, secondo i piani dello stesso governo, un deterioramento dello 0,8%. Secondo le previsioni della Commissione è anche peggio, è un deterioramento pari all’1,2% del pil. Vediamo che la differenza è molto grande. Anche la correzione che serve è molto sostanziale, ma non posso commentare ogni decimale di punto”.
Intanto lunedì mattina in commissione Bilancio alla Camera è ripreso l’esame degli emendamenti, dopo che nel weekend il Carroccio e i pentastellati hanno presentato un pacchetto di 54 proposte di modifica. Assenti, al momento, le norme sui due cavalli di battaglia del governo giallo-verde: reddito di cittadinanza e quota 100 per andare in pensione. Su questo la partita si giocherà tutta al Senato. In nottata dopo un lungo empasse la commissione ha votato per un’ora approvando una sola proposta di modifica, che introduce una detrazione forfettaria di 1000 euro per i cani guida. E l’esame potrebbe proseguire a oltranza anche venerdì notte. L’arrivo in aula è previsto per mercoledì 5 ed è slittato dalla mattinata alle 14.
di | 3 dicembre 2018

sabato 24 novembre 2018

il risultato non cambia

Fonte: W.S.I. 23 novembre 2018, di Daniele Chicca
Matteo Salvini e Luigi Di Maio stanno facendo esattamente quello che andava fatto se l’intento era quello di attirare consensi verso le proprie forze politiche e allontanarli dagli eurocrati di Bruxelles. La legge di bilancio era l’appuntamento perfetto per lanciare una campagna elettorale contro l’Europa da parte delle forze populiste e così in effetti è stato.
Il progetto di bilancio dell’esecutivo, anche se smorzato nei contenuti rispetto alle intenzioni del programma di governo e alle promesse pre elettorali, è riuscito nell’impresa di mettere d’accordo Lega e M5S (due formazioni comunque molto distanti per natura), ma soprattutto – violando leggermente le regole Ue senza strafare – ha messo in crisi le autorità di Bruxelles.
La strategia del governo si sta rivelando per ora vincente dal punto di vista puramente politico, secondo l’analista americano di economia e politica Tom Luongo. La manovra italiana è come una pozione velenosa offerta in mano all’UE. Non risolverà forse i problemi dei cittadini da un giorno all’altro, ma potrebbe fare vincere a Lega e M5S una partita più importante, quella delle Elezioni Europee. (il resto al link sopra)
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Fonte: Il Fatto Quotidiano  di | 24 novembre 2018
Il confronto sulla manovra italiana bocciata inizia a cena. Seduti al tavolo da un lato il presidente Jean-Claude Juncker e i suoi responsabili economici Pierre Moscovici e Valdis Dombrovskis e dall’altro il premier Giuseppe Conte e il ministro dell’economia Giovanni Tria. Si tratta del primo faccia a faccia dopo il secondo altolà dell’Europa alle ricette economiche del governo Lega-M5s e potrebbe essere l’ultimo prima dell’avvio della procedura d’infrazione per debito eccessivo, annunciato da Bruxelles in settimana.
A meno che le parti al tavolo non trovino una strada da percorrere insieme, che non scontenti nessuno e che faccia rientrare i conti pubblici italiani in binari giudicati più rassicuranti dai vertici europei per quanto riguarda i numeri del deficit e del debito. Il dialogo – secondo l’Ansa – verte tutto attorno ai tempi con cui l’Italia attuerebbe le misure qualificanti (reddito di cittadinanza e legge Fornero) chiedendo alla Ue tempo e riservatezza prima di rendere pubblica la raccomandazione con cui si chiederà all’Italia di correggere i conti.
“Non litighiamo, we are friends“, ha detto Conte stringendo la mano a Juncker al suo arrivo al palazzo Berlaymont della Commissione Ue. La sfida è complessa, perché la Commissione avrà bisogno di qualcosa di più di un’illustrazione puntuale delle riforme o di promesse sui loro effetti. I falchi dell’Eurogruppo si sono risvegliati, spingono per l’applicazione delle regole e Bruxelles non può ignorarli. E, stando al tweet scritto da Matteo Salvini mentre il premier salutava Juncker, il governo non ha intenzione di arretrare: “Chiedo rispetto per quei 60 milioni di italiani che, con 5 miliardi regalati ogni anno all’Europa, non si aspettano gli insulti, ma vogliono avere la possibilità di studiare, lavorare, andare in pensione. Al governo mi hanno mandato loro e a loro rispondo, e non arretro”. (il resto al link sopra)
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notata la continuità? Bene.. significa che a Brussels quel che tmono di più non è il nostro paese ma che la cosa si allarghi e i loro scranni vacillino dopo le europee.

lunedì 12 novembre 2018

Manovra, la Ue difende se stessa. Tirarla per le lunghe potrebbe aggravare i costi per l’Italia

Fonte: Il Fatto Quotidiano Zonaeuro | 12 novembre 2018  

Domani il governo risponderà alla Commissione Ue, che nelle scorse settimane ha sottolineato non solo l’incompatibilità del Def italiano con le regole europee, ma anche che “per la prima volta un paese membro sceglie deliberatamente di divergere, anziché convergere, verso i suoi obiettivi di medio termine”. Obiettivi – scrive Marcello Messori su Repubblica – “unanimemente approvati (a torto o ragione)… al fine di rassicurare gli altri Stati membri sulla stabilità dell’Unione. La ragione del contendere non riguarda, quindi, pochi decimali (pur rilevanti) di deficit pubblico, ma i principi di fondo che stanno alla base del coordinamento europeo delle politiche fiscali nazionali”. Se l’Italia non modificherà la manovra, anche alla luce del mutato scenario macroeconomico internazionale, ciò “renderebbe inevitabile l’apertura della procedura per deficit eccessivo che… richiederebbe correzioni annue [fino a] 55-60 miliardi [per molti anni]… aprendo un grave conflitto e… minando [definitivamente] la sostenibilità del nostro debito pubblico. È quindi essenziale che non si arrivi all’attivazione della procedura. E la sola via aperta… è ridimensionare… il cosiddetto reddito di cittadinanza e la revisione della Legge Fornero… e garantire i limitati investimenti pubblici già preventivati”.
Quando da neo-laureato andai all’IUHEI di Ginevra mi obbligarono a prendere anche un corso non economico, e scelsi “The Great Powers and the Third World” tenuto da Harish Kapur, nell’ambito del quale preparai una tesi (che divenne poi un articolo per una rivista), dal titolo “US-Chile relations: a Simple Model“, nel quale studiavo – grazie soprattutto alla documentazione riservata del Dipartimento di Stato resa pubblica dal Senato Usa a seguito delle inchieste su Nixon – che cosa aveva indotto gli Usa a fare il possibile per destabilizzare il governo populista cileno di Allende (che pure in larga parte si era destabilizzato da solo, ma questo è un altro discorso). Risultò che le preoccupazioni americane erano nell’ordine quella strategica (fermare la penetrazione dell’Urss, e Cuba), economica (molte imprese americane stavano perdendo privilegi), ideologica (gli Usa “soffrivano” la polemica terzomondista contro l’imperialismo yankee ecc., e umanitaria (ma solo le amministrazioni democratiche Usa: si preoccupavano realmente, ma solo come subordinata, dello sviluppo dei paesi poveri, ma per il resto): le preoccupazioni di democratici e repubblicani erano sorprendentemente simili e stabili. Il modello poi ipotizzava la possibilità di generalizzare questi “moventi” a tutte (e due) le grandi potenze (“paesi core”) nei confronti di tutti i paesi “periferici”. Una conclusione era: “according to this model, the first best rational behaviour for a Latin American government would be to violate only one of the three first independent variables at a time, thus managing… the conflict with the U.S.”
L’implicazione di questi risultati per la nostra situazione (Ue/Bce = superpotenza core, Italia = paese periferico) è che se vai contro, simultaneamente, agli interessi strategici ed economici del core devi aspettarti una reazione negativa ‘rigida’ (difatti anche senza che la Unione europaea faccia nulla, i mercati finanziari se l’aspettano: la reazione esagerata degli spread non è spiegabile con un deficit al 2,5%); se poi aggiungi anche una polemica ideologica (che cerca di mobilitare il consenso dal basso contro l’area core) la reazione della superpotenza sarà ancora più forte. Aprire più fronti simultaneamente è sciocco.
Nel caso del governo italiano, attaccare le regole Ue simultaneamente sul piano pratico (con un Def “deviante”) e teorico (la proposta Savona di riforma dell’euro) è già difficile; aggiungere una polemica ideologico-politica (le dichiarazioni concitate e roboanti contro gli spread e i trattati Ue) minimizza le possibilità di successo dell’esperimento giallo-verde. Come quando la Germania attacca simultaneamente l’Inghilterra e la Russia.
Il che mi riporta a Messori: giustamente dedica il suo articolo alle questioni di princìpio (dell’Ue). Sono quelle ora che contano; e su di esse ormai non si può più fare marcia indietro ‘a parole’, senza ritirare anche – temporaneamente – una parte consistente della manovra. Le scelte della Ue non sono immuni dall’influenza della variabile ‘umanitaria’, cioè non è vero che ci vogliono male; è vero il contrario: ma solo come subordinata. La Ue difende se stessa, non tornerà indietro. Il bluff del paese periferico che pretende di muovere apertamente guerra alla superpotenza è ormai scoperto, continuare a tirarla per le lunghe avrà come unico effetto quello di aggravare i costi per il Paese.

Zonaeuro | 12 novembre 2018

martedì 4 luglio 2017

Ce lo impone l'Europa...

Allora la cosa va così:
  1. ci danno 5 mld all'anno per l'accoglienza dei migranti, anzi ora aumenteranno i soldi che arrivano proprio per tenerci buoni.. e con questo ci hanno serviti (i soldi andranno ersituiti sia chiaro);
  2. noi abbiamo usato quei soldi per far rimpolpare i soldi delle coop, leggi scandalo coop a Roma, e far rinverdire i rapporti con le ong;
  3. a fronte della dichiarata solidarietà europea la Francia cambia verso (...) e chiude i porti; idem per la Spagna (che ha già i suoi problemi con Ceuta e Melilla) che li chiude anche lei; l'Austria poi..... in tempi di elezioni ha già dichiarato che schiererà l'esercito!!!!
  4. Il Parlamento europeo ci dice che sono problemi nostri e che hanno già dato così come la Commissione che ci dice addirittura che dobbiamo parametrare gli eritrei e identificarli e poi scrivere un codice di condotta per i migranti e, per farci capire l'aria che tira, che abbiamo problemi di debiti e di bilancio e quindi bisognerà fare un altra manovrina.. capito l'antifona i nostri impavidi governanti oltre che fare qualche protesta chinerà il capo e farà alla fine esattamente quel che gli viene richiesto.. compresa la manovrina!!!!
Questa è l'Europa con cui abbiamo a che fare? Si e se non basta in Germania si sono assegnati un bel taglio alle tasse a fronte di sacrifici che chiede anzi PRETENDE dagli altri. Ora il punto è: se avessimo politici autorevoli e credibili si potrebbe anche fare qualcosa ma con questi che abbiamo.. bé sarà già dura che non ci riducano in pezzi.. più in pezzi di quanto già siamo e se non è ancora accaduto è solo perchè hanno bisogno di noi come campo di concentramento dei migranti. Insomma diventeremo la baraccopoli a cielo aperto d'europa.. cosa si potrebbe fare? O detto meglio: cosa farei io se fossi al posto di questi qui? Semplice: darei a tutti i migranti lo status e il permesso di soggiorno dopodichè aprirei le frontiere e li lascerei andare via..... e schiererei, come l'Austria, l'esercito con l'ordine di sparare a vista chiunque fa il percorso inverso. Fateci la bocca: se si continua con questi che abbiamo ora cominciate a fare la bocca di essere parte di un enorme baraccopoli...
p.s.
è molto interessante fare la disamina dei media: quelli ufficiali minimizzano; il Fatto Quotidiano.. NO. Ecco cosa ne scrive in prima pagina cliccando su questo link al Fatto!
p.s. 2
c'è un illuminante saggio di Rifkin dal titolo 'Il sogno europeo' dove esortava i governi del vecchio mondo a non abbandonare la strada intrapresa negli anni iniziali della Fondazione dell'europa: certo paro paro, anzi hanno fatto esattamente l'opposto e chi oggi continua a parlarmi di Europa o è in malafede o è un ingenuo!!! In ogni caso si prenderà un vaffa dal sottoscritto!!!! E non mi si venga più a parlare né di frontiere aperte nè di altre amenità del genere.... sono balle e io lo sostengo da anni: l'europa è un enorme bluff e basta prima lo capite prima ce ne libereremo e se servirà votare che so per la lega o 5 stelle o altro lo farò senz'alcuna remora etica nè tantomeno morale!!!!!

giovedì 2 febbraio 2017

Conti pubblici....

di | 2 febbraio 2017 Il Fatto Quotidiano

davanti al malcontento Ue Padoan tenta la marcia indietro: “Interventi al più tardi entro aprile”

Nemmeno venti ore dopo aver inviato a Bruxelles una lettera di risposta che rinvia la correzione dei conti pubblici e non specifica a quanto ammonterà, il ministro Pier Carlo Padoan ingrana la marcia indietro. E, parlando davanti a un’aula del Senato quasi vuota, spiega che “l’aggiustamento della dinamica del saldo di finanza pubblica è indispensabile” – aggettivo identico a quelle utilizzato poco dopo dal commissario agli affari economici Pierre Moscovici – e assicura che gli interventi verranno adottati “al più tardi entro fine aprile”, ma “è molto probabile che alcune misure saranno prese anche prima della scadenza”.
Il motivo della giravolta è presto detto: fonti della Commissione non hanno nascosto l’insoddisfazione per i contenuti ambigui della missiva ricevuta mercoledì, in cui il governo italiano non spiega se intende ridurre l’indebitamento dei 3,4 miliardi chiesti dalla Ue e anzi anticipa che i nuovi eventi sismici richiederanno un esborso “molto probabilmente superiore a 1 miliardo di euro già nel 2017”. Lasciando intendere che quella cifra andrebbe scorporata dallo sforzo strutturale chiesto alla Penisola. Ora il titolare di via XX Settembre teme che il malcontento per quella risposta – scritta evidentemente tenendo conto dei desiderata dell’ex premier Matteo Renzi – possa sfociare in una procedura di infrazione, anche se Moscovici ha detto che “il suo obiettivo è evitare procedure”, non aprirle.
Se il commissariamento scattasse, il risultato sarebbe catastrofico per l’Italia e Padoan lo sa bene: “Comporterebbe una riduzione di sovranità sulle scelte di politica economica e, soprattutto, comporterebbe costi ben superiori per la finanza pubblica del paese” rispetto ai 3,4 miliardi di correzione richiesta. Di conseguenza ci sarebbe “una sottrazione di risorse per il pubblico, la crescita e l’occupazione, a seguito del probabile aumento dei tassi d’interesse” sul debito. Insomma, “l’ipotesi di una possibile procedura di infrazione è estremamente allarmante“.
Resta il fatto che il governo, per ragioni squisitamente politiche vista l’ipotesi di elezioni anticipate, ha deciso di intervenire non attraverso una manovra estemporanea “ma attraverso misure bilanciate di aggiustamento e sostegno” della crescita. E non subito, ma in primavera. Scelta a cui la Commissione risponderà con una decisione inevitabilmente altrettanto politica, tenendo conto del fatto che se l’Italia andrà alle urne prima della fine della legislatura gli impegni di Gentiloni e Padoan risulteranno di fatto azzerati e il balletto ripartirà con un nuovo esecutivo. In questo quadro, le precisazioni del giorno dopo lasciano il tempo che trovano.
di | 2 febbraio 2017

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E' vero che in base alla Costituzione accettiamo limitazioni di sovranità.. ma quando è troppo è troppo!! La Germania è in surplus economico da alcuni anni ed è ben oltre il limite imposto dai regolamenti UE e la passa liscia e noi no?
E' anche vero che abiamo politici da due soldi.. ma possiamo sempre sopportare questi soprusi?

mercoledì 13 luglio 2016

Ue, ex numero uno della Commissione Barroso va a Goldman Sachs. Funzionari Ue: “Problema etico, rinunci a pensione”

di | 12 luglio 2016dal Fatto Quotidiano


Critiche bipartisan e la richiesta di rinunciare all‘assegno da 15mila euro che riceve ogni mese in qualità di ex presidente della Commissione Ue. Josè Manuel Barroso è nel mirino dopo che, venerdì scorso, la filiale europea della banca d’affari Goldman Sachs ha annunciato la sua nomina a presidente non esecutivo e advisor del gruppo. Il sindacato dei dipendenti delle istituzioni europee, Union for Unity (U4U), in una lettera aperta ha chiesto agli attuali commissari “una dichiarazione forte e decisioni appropriate” sulla questione: formalmente l’ex primo ministro portoghese è libero di passare al settore privato, perché sono passati più di 18 mesi dalla fine del suo mandato, ma da clamore il fatto che continui a percepire una somma mensile pari al 60% di quello che è stato il suo stipendio tra il 2004 e il 2014.
Secondo i firmatari “non si tratta di un banale conflitto di interesse“, ma di “un fatto che rischia di rendere ancora più impopolare la costruzione europea e screditare la nostra istituzione”, alimentando “la propaganda eurofoba”. Inoltre suscita “domande di ordine etico” perché Barroso ha presieduto l’esecutivo Ue “durante la crisi dei mutui subprime, di fatto una crisi bancaria in cui Goldman Sachs ha svolto un ruolo importante”.
Intanto, via Twitter, piovono attacchi da tutte le parti politiche: da Parigi la presidente del Front National Marine le Pen ha scritto che “non è una sorpresa per chi sa che la Ue serve alla grande finanza, non alla gente”, e il segretario di Stato francese per il Commercio estero Mathias Fekl (socialista) ha definito Barroso “rappresentante indecente di una vecchia Europa che la nostra generazione cambierà”. Secondo gli eurosocialisti francesi, che hanno diffuso una nota di commento, l’obiettivo dell’operazione “è chiaramente quello di evitare o aggirare la perdita del ‘passaporto europeo’, in seguito alla Brexit, per le banche basate nel Regno Unito”. Infatti Goldman Sachs International è basata a Londra e, stando alla stampa britannica, conta su Barroso per gestire le conseguenze del divorzio dall’Unione.
Secondo Gianni Pittella, presidente del gruppo dei socialisti e democratici all’Europarlamento, la scelta di Barroso è “deplorevole dal punto di vista politico e morale” e “dopo dieci anni di un governo mediocre dell’Ue, ora l’ex presidente sarà al servizio di quelli che puntano a minare le nostre regole e i nostri valori”. Transparency International ricorda che nel 2010 a Goldman Sachs fu attribuito dall’osservatorio Corporate Europe observatory il premio per il “peggior lobbista della Ue”. Hashtag: #revolvingdoors, cioè “porte girevoli”.
Ufficialmente la Commissione europea, attraverso il portavoce Margaritis Schinas, si è limitata a prendere atto della decisione di Barroso osservando che le “rigide regole” del codice di condotta fissato per i componenti dell’esecutivo europeo per le loro attività post-incarico “non sono state violate”. L’ex presidente ha chiamato Jean Claude Juncker “per comunicargli la sua decisione – ha aggiunto Schinas – e il presidente della Commissione non intende né fare commenti né dare giudizi” sulla decisione del suo predecessore.
di | 12 luglio 2016


 

Ue, ex numero uno della Commissione Barroso va a Goldman Sachs. Funzionari Ue: “Problema etico, rinunci a pensione”

di | 12 luglio 2016dal Fatto Quotidiano


Critiche bipartisan e la richiesta di rinunciare all‘assegno da 15mila euro che riceve ogni mese in qualità di ex presidente della Commissione Ue. Josè Manuel Barroso è nel mirino dopo che, venerdì scorso, la filiale europea della banca d’affari Goldman Sachs ha annunciato la sua nomina a presidente non esecutivo e advisor del gruppo. Il sindacato dei dipendenti delle istituzioni europee, Union for Unity (U4U), in una lettera aperta ha chiesto agli attuali commissari “una dichiarazione forte e decisioni appropriate” sulla questione: formalmente l’ex primo ministro portoghese è libero di passare al settore privato, perché sono passati più di 18 mesi dalla fine del suo mandato, ma da clamore il fatto che continui a percepire una somma mensile pari al 60% di quello che è stato il suo stipendio tra il 2004 e il 2014.
Secondo i firmatari “non si tratta di un banale conflitto di interesse“, ma di “un fatto che rischia di rendere ancora più impopolare la costruzione europea e screditare la nostra istituzione”, alimentando “la propaganda eurofoba”. Inoltre suscita “domande di ordine etico” perché Barroso ha presieduto l’esecutivo Ue “durante la crisi dei mutui subprime, di fatto una crisi bancaria in cui Goldman Sachs ha svolto un ruolo importante”.
Intanto, via Twitter, piovono attacchi da tutte le parti politiche: da Parigi la presidente del Front National Marine le Pen ha scritto che “non è una sorpresa per chi sa che la Ue serve alla grande finanza, non alla gente”, e il segretario di Stato francese per il Commercio estero Mathias Fekl (socialista) ha definito Barroso “rappresentante indecente di una vecchia Europa che la nostra generazione cambierà”. Secondo gli eurosocialisti francesi, che hanno diffuso una nota di commento, l’obiettivo dell’operazione “è chiaramente quello di evitare o aggirare la perdita del ‘passaporto europeo’, in seguito alla Brexit, per le banche basate nel Regno Unito”. Infatti Goldman Sachs International è basata a Londra e, stando alla stampa britannica, conta su Barroso per gestire le conseguenze del divorzio dall’Unione.
Secondo Gianni Pittella, presidente del gruppo dei socialisti e democratici all’Europarlamento, la scelta di Barroso è “deplorevole dal punto di vista politico e morale” e “dopo dieci anni di un governo mediocre dell’Ue, ora l’ex presidente sarà al servizio di quelli che puntano a minare le nostre regole e i nostri valori”. Transparency International ricorda che nel 2010 a Goldman Sachs fu attribuito dall’osservatorio Corporate Europe observatory il premio per il “peggior lobbista della Ue”. Hashtag: #revolvingdoors, cioè “porte girevoli”.
Ufficialmente la Commissione europea, attraverso il portavoce Margaritis Schinas, si è limitata a prendere atto della decisione di Barroso osservando che le “rigide regole” del codice di condotta fissato per i componenti dell’esecutivo europeo per le loro attività post-incarico “non sono state violate”. L’ex presidente ha chiamato Jean Claude Juncker “per comunicargli la sua decisione – ha aggiunto Schinas – e il presidente della Commissione non intende né fare commenti né dare giudizi” sulla decisione del suo predecessore.
di | 12 luglio 2016


 

mercoledì 9 marzo 2016

Conti pubblici, Ue: “Entro il 15 aprile Italia spieghi in modo credibile come interverrà per raggiungere obiettivi”

di | 9 marzo 2016dal Fatto Quotidiano

Dopo che il governo italiano ha gettato acqua sul fuoco rispetto alla necessità di una correzione dei conti pubblici, la Commissione Ue nella lettera scritta ad hoc per l’Italia e spedita a Palazzo Chigi torna a ribadire che occorrono “misure tempestive per correggere i disavanzi eccessivi”. La “raccomandazione autonoma” arrivata a Roma – gli altri destinatari di comunicazioni ad hoc sono Belgio, Croazia, Finlandia e Romania – ammonisce: è “importante” che l’Italia assicuri che le “necessarie misure per centrare l’obiettivo di medio termine“, cioè il pareggio di bilancio, siano “annunciate in modo credibile e dettagliate al massimo entro il 15 aprile“, data della presentazione del Documento di economia e finanza. Roma, per centrare l’obiettivo di un rapporto deficit/pil 2,2% del pil, dovrà mettere in campo una correzione di circa 3 miliardi di euro.
“Se i dati di bilancio 2015 saranno confermati arriverà rapporto sul debito” – La Commissione inizia la missiva sottolineando che l’Italia ha un rapporto tra debito pubblico e pil “molto elevato”, che “ha raggiunto un picco del 132,6% nel 2015″ e “secondo le previsioni economiche d’inverno, è previsto calare lentamente nei prossimi due anni”. L’esecutivo Ue, pur riconoscendo che la zavorra si è perlomeno stabilizzata, prosegue ricordando il “rischio che la regola del debito non sia rispettata” e spiega che se i dati di bilancio per il 2015 validati da Eurostat confermeranno la violazione della regola transitoria del debito nel 2015 “dovrà redigere un rapporto, in accordo con l’articolo 126/3 del Trattato”. Il rischio di deviazione nel 2016 verrà rivalutato sulla base delle previsioni di primavera e alla luce del nuovo percorso di finanza pubblica delineato dal governo in aprile.
“Flessibilità? A patto che sia usata per gli investimenti” – La valutazione, ricordano le fonti, dovrà anche tenere conto delle decisioni che la stessa Commissione prenderà sulla richiesta di flessibilità relativa alla crisi dei rifugiati, alla clausola degli investimenti e alle riforme strutturali,. Nel decidere quanta concederne, a fronte dell’1% del pil richiesto dall’Italia, verrà posta “particolare attenzione” al suo utilizzo: quello spazio di manovra dovrà essere “effettivamente usato per gli investimenti“. Il che sembra chiudere le porte alla possibilità di finanziare in deficit misure come il bonus di 500 euro ai 18enni. Si terrà conto, poi, “dell’esistenza di piani credibili per la ripresa del percorso di aggiustamento verso l’obiettivo di medio termine” e dei “progressi dell’agenda delle riforme strutturali, tenendo conto delle raccomandazioni del Consiglio”.
Moscovici: “Abbiamo informato dei rischi, ora sta ai Paesi tenerne conto” – In ogni caso il “rischio di deviazione” dal percorso verso l’obiettivo di medio termine nel 2015 e di “significativa deviazione” nel 2016, messi in evidenza dalle previsioni economiche d’inverno della Commissione, “non cambierebbero nel caso l’impatto incrementale sul bilancio dell’eccezionale ondata di migranti venisse escluso dalla valutazione”. Tradotto: anche se Matteo Renzi e il ministro delle Finanze Pier Carlo Padoan si vedessero accordare lo 0,2% di deficit aggiuntivo giustificato con l’emergenza immigrazione, i conti sarebbero comunque fuori dai paletti. “Abbiamo fatto quanto in nostro potere per informare le autorità nazionali dei rischi di inosservanza”, ha commentato il commissario agli Affari economici e finanziari, Pierre Moscovici. “Ora sta a loro tenere conto di questo input in sede di elaborazione dei rispettivi piani di bilancio a medio termine che presenteranno ad aprile”.
Nel comunicato pubblicato sul sito della Commissione, intitolato “La Commissione ricorsa agli Stati membri i loro obblighi fiscali”, si spiega che Bruxelles “ha comunicato le proprie preoccupazioni in merito al rispetto degli obblighi di bilancio” ai sei Paesi, che hanno “ancora un sufficiente margine temporale per adottare misure tempestive per correggere i disavanzi”. “Per questo oggi la Commissione ha segnalato preventivamente questi aspetti. Siamo pronti ad avviare un dialogo costruttivo con i paesi interessati per ridurre al minimo i rischi”, ha commentato il Dombrovskis. Insomma: vi avvertiamo ora in modo che possiate mettervi in regola per tempo.
Le prossime tappe fino al verdetto di maggio - A marzo e aprile la Commissione terrà ulteriori incontri bilaterali con gli Stati membri. Riunioni che daranno modo di discutere delle singole relazioni con le autorità nazionali. Per aprile è prevista la presentazione, da parte dei Paesi dell’Eurozona, dei programmi nazionali di riforma e dei programmi di stabilità, parte del Def. Su questa base, in primavera Bruxelles presenterà le sue proposte per una nuova serie di raccomandazioni specifiche per paese. Le raccomandazioni conterranno anche orientamenti di bilancio, che riporteranno i dati definitivi per il 2015 convalidati da Eurostat. A maggio è atteso il verdetto definitivo sulle leggi di Stabilità ancora sub iudice, come quella dell’Italia.
di | 9 marzo 2016

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ricordate il 2007 e la Grecia (e i P.I.G.S.)? Bene credo ci siamo.... si accettano scommesse su cosa sarà privatizzato (diranno liberalizzato ma è un eufemismo), (s)venduto, tagliato, aumentato (IVA,e cc.), ecc.?

domenica 21 febbraio 2016

Unione Europea, un’istituzione del secolo scorso

di  dal Fatto Quotidiano del 20 febbraio 2016
L’Unione Europea è un fenomeno del secolo scorso, ecco una conclusione che nessuno ha il coraggio di verbalizzare, ma che molti in Europa condividono. La crisi finanziaria, quella del dedito sovrano e l’esodo dei profughi hanno messo a dura prova questa istituzione, che ne esce seriamente indebolita.
Sotto attacco i pilastri economici dell’Unione, come la libertà di movimento delle merci e dei lavoratori, ma anche quelli ideologici, come la pace in Europa. Ancora resistono le relazioni con la Russia, ma diventano sempre più intricate e quelle con la Siria e la Turchia sono spesso contraddittorie. In politica estera l’Europa non canta all’unisono, non ha una voce sua e questo produce una cacofonia costante.
Per chi non crede che l’Unione Europea appartenga al secolo scorso si consiglia una visita alla sede del Parlamento Europeo a Bruxelles, quella a Strasburgo, altra sede di un parlamento senza poteri legislativi e costantemente in movimento, è superflua. Se poi si conosce un deputato è possibile farsi rimborsare il viaggio e ricevere intorno ai 300 euro per vitto ed alloggio durante la visita all’icona dell’Europeismo.
Eh già, i burocrati di Bruxelles per promuovere l’integrazione hanno pensato anche a questo stanziando centinaia di milioni di euro all’anno per questo pellegrinaggio. Soldi che sborsiamo noi contribuenti naturalmente! Ad ogni deputato viene allocata una quota di visitatori all’anno, cioè i suoi elettori, che possono usufruire di questo servizio.
La prima cosa che colpisce quando si entra nel Parlamento europeo è la scarsa sicurezza, il controllo dei documenti avviene in una stanza laterale all’ingresso principale, ma per accedere al Parlamento bisogna uscire sulla piazza e rientrare. Ai visitatori viene dato un pass che si appiccica sui vestiti, facile staccarlo una volta in strada e darlo a qualcun altro. Tutto ok dal momento che nell’ingresso principale ci sono i metal detector, ma già questo entrare ed uscire dà l’impressione di una sicurezza da dilettanti, anzi temporanea, messa insieme velocemente, raffazzonata.
Tutto all’interno del Parlamento appare temporaneo e raffazzonato, ed è chiaro il perché, dal momento che i parlamentari fanno la spola tra Bruxelles e Strasburgo trascinandosi dietro tutte le loro carte. Una carovana di burocrati e personale amministrativo li segue passo passo. Così, ad intervalli regolari, il Parlamento si svuota. Forse anche per questo al suo interno si mangia malissimo, il servizio è part-time.
Il potere vero è nelle mani della Commissione, saldamente ancorata a Bruxelles e rigorosamente protetta da un sistema di sicurezza con i fiocchi. Peccato che questo organo non sia stato eletto da nessuno, che sia il prodotto di nomine politiche da parte dei governi in carica. Negli Stati Uniti i membri della Corte Suprema vengono eletti del presidente, restano in carica fino alla morte, cosa che fortunatamente non avviene per i membri della Commissione europea. Ma la Corte Suprema americana non ha nessun potere esecutivo, si esprime in ultima istanza su questioni che riguardano la nazione. E’ stata concepito come un organo di saggi, che interviene quando non si riesce a mettersi d’accordo.
La Commissione Europea non è nata con questo obiettivo, ma nella mente dei padri fondatori non doveva certamente un giorno diventare il governo non eletto dell’Unione Europea. La crisi finanziaria, la crisi del debito sovrano ed adesso l’esodo dei rifugiati hanno prodotto un processo di metamorfosi che ha trasferito nelle mani della Commissione poteri esecutivi sempre più importanti e strategici.
L’Europa del XXI secolo è profondamente diversa dall’Europa della seconda metà del XX secolo. In primis la guerra fredda è terminata e l’Unione Europea ha fatto da volano all’espansione della Nato. Entrambi sono fenomeni ed istituzioni create lo scorso secolo. Altro fattore fondamentale la globalizzazione. L’ideale di un mercato comune nell’Europa occidentale era legata all’assenza di libertà di movimento in un mondo che usciva dall’ondata di nazionalismo che aveva prodotto la prima e la seconda guerra mondiale. Un mondo dove tante, troppe erano le barriere tra le nazioni. Oggi è vero esattamente il contrario.
Ma né la chiusura totale né l’apertura totale sono auspicabili. L’Unione Europea è stata concepita con l’idea di allargare i propri confini, di aprire il più possibile in un mondo pieno di barriere, ma oggi questo mondo non esiste più. Modernizzare i principi dell’Unione è il mantra che sostiene le richieste di cambiamento del Regno Unito riguardo ad alcuni principi fondamentali dell’Unione Europea:
– Permettere alla Gran Bretagna di non aderire all’idea dell’Ue di forgiare un’unione sempre più stretta dei popoli d’Europa ma dare maggiori poteri ai parlamenti nazionali per bloccare le legislazioni dell’Ue;
– Restrizioni ai cittadini dell’Ue riguardo ai vantaggi professionali e benefici sociali nel Regno Unito durante i primi quattro anni di residenza.
– Cambiare le regole degli assegni familiari ai non residenti nel Regno Uniti così che il pagamento degli assegni rifletta costo della vita nei paesi dell’Unione dove i bambini vivono;
– Riconoscimento esplicito che l’euro non è l’unica moneta dell’Unione europea e garanzia che i paesi al di fuori della zona euro non siano svantaggiati e non debbano aderire ai programmi di salvataggio della zona euro;
– Impegno a ridurre il “peso” di una regolamentazione eccessiva ed al contenimento della politica di estensione del mercato unico.
Nei prossimi mesi sapremo come queste proposte verranno metabolizzate a Bruxelles, ma sicuramente non saranno questi cambiamenti a trasformare l’Unione Europea in un’istituzione del presente.
di  | 20 febbraio 2016
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ehm.. pareri contrari?
 

lunedì 26 ottobre 2015

Portogallo, alla sinistra è vietato governare

Dal Fatto Quotidiano di del 24 ottobre 2015
Gli scandali che stanno attraversando le democrazie in Europa, di elezione in elezione, durante questi anni di crisi economica senza fine, stanno facendo emergere in superficie molte dinamiche politico-istituzionali che solitamente restano sotterranee, tra cui il galoppante processo di centralizzazione dei poteri e le crescenti tendenze autoritarie delle istituzioni.
Coloro che vogliono portare un esempio concreto di queste trasformazioni in atto, solitamente fanno riferimento al “caso greco” e al modo in cui le istituzioni europee, con la Bce e la Commissione in prima fila, hanno piegato il governo e le istituzioni elleniche, imponendo con aggressività i loro diktat economici e politici. Da qualche giorno, però, c’è un altro esempio da fare e riguarda un altro paese europeo: il Portogallo, che, come la Grecia, è stato sottoposto alla “terapia” di austerità della Troika per quattro lunghi anni. Contrariamente alla Grecia, però, il Portogallo, nel 2014, è uscito dal programma di assistenza finanziaria, restituendo il debito alle banche e alle istituzioni creditrici. A pagare, come è d’uso, sono state le masse di lavoratori e di pensionati che si sono visti tagliare in modo drastico stipendi e pensioni. Il governo socialdemocratico di Pedro Passos Coelho ha imposto, a colpi di leggi, estreme misure di austerità, talvolta anche più pesanti di quelle greche.
Le ultime elezioni parlamentari dell’ottobre 2015 hanno visto vincente il partito socialdemocratico, che è stato confermato il più grande partito del Paese, ma senza garantirgli la maggioranza in parlamento. Non erano in pochi a pensare inizialmente che il Partito socialista – che negli ultimi anni ha sempre avuto un ruolo ambiguo (tuonando di giorno contro le misure di austerità nel mentre di notte le votava in parlamento) – avrebbe offerto ai socialdemocratici il suo appoggio, magari in cambio di alcune concessioni. Invece, dopo lunghe trattative, ha dichiarato la settimana scorsa, il patto con il Bloco de Esquerda (Blocco di Sinistra) e il Partito comunista che, messi insieme, riescono a essere maggioranza in parlamento. Per aderire al patto, i socialisti hanno chiesto e ottenuto che le formazioni di sinistra rinunciassero alle richieste di uscita dall’Euro e dalla Nato.
A seguito dell’annuncio del patto tra i partiti di sinistra, il presidente della repubblica portoghese avrebbe dovuto conferire loro l’incarico di formare il governo, come prevede la costituzione. E invece c’è stato un colpo di scena: il presidente Anibal Cavaco Silva si è rifiutato di conferire l’incarico alla coalizione di sinistra. Queste le motivazioni addotte dal presidente: “In 40 anni di democrazia, nessun governo in Portogallo è mai dipeso dall’appoggio di forze politiche antieuropeiste, […] di forze politiche che chiedono di abrogare il Trattato di Lisbona, il Fiscal Compact, il Patto di crescita e di stabilità, lo smantellamento dell’unione monetaria e di portare il Portogallo fuori dall’Euro, oltre alla fuoriuscita dalla Nato. […] Dopo aver affrontato il programma di assistenza finanziaria, con pesanti sacrifici, è mio dovere, e rientra nei miei poteri costituzionali, fare tutto ciò che è possibile per prevenire l’invio di falsi segnali alle istituzioni finanziarie, agli investitori e ai mercati”.
Per questi motivi, il presidente Cavaco Silva ha chiesto, invece, al partito socialdemocratico di formare un governo di minoranza. I partiti di sinistra giurano ora che non voteranno mai la fiducia a un simile governo. In teoria, se ciò dovesse accadere, il presidente dovrebbe sciogliere il parlamento e indire nuove elezioni entro i primi sei mesi del prossimo anno. Ma chissà quali altri colpi di scena attendono il Portogallo. E poi, per quale motivo andare ad elezioni, visto che, in ogni caso, ormai è formalmente vietato per i partiti di sinistra governare il Paese?
Il mercato e le banche, del resto, non possono essere disturbati. Bisogna lasciarli lavorare.
p.s.
ci risveglieremo una mattina e scopriremo che siamo alla mercé di una ristretta élite? Sembra l'inizio di un romanzo di fantascienza.. e invece è pura realtà!!!
Abbiamo l'europol; abbiamo il controllo centralizzato della moneta in una istituzione, la BCE, che è PRIVATA; abbiamo un super-governo, la Commissione, non elettivo che decide chi vive e chi muore; abbiamo degli inetti al governo quasi ovunque e anche quando c'è la reazione si scopre che sono incapaci di fare qualunque cosa (la lista è lunga e portogallo e polonia sono gli ultimi solo) o "venduti" (Soros/Grecia); abbiamo un parlamento europeo del tutto inadeguato e infiltrato ampaimente dalle lobby (la pubblicistica è ampia in materia... non temo di essere smentito); abbiamo, infine e per ora, la super-economia tedesca che ha paralizzato gli altri paesi rendendoli o simili mercati coloniali (area del mediterraneo) o satelliti (i paesi del nord europa) o area di influenza (ex blocco sovietico).. cosa ci manca?
Che arrivi, come diceva Nostradamus, il "grande Henry" a dirci che finora abbiamo scherzato, per paura del comunismo, che il gioco è finito e che ora si fa sul serio?

lunedì 19 ottobre 2015

Tasse sulla prima casa: Renzi e la tattica elettorale di fare la voce grossa con l’Ue

dal Fatto Quotidiano; di | 18 ottobre 2015
Per chi vive all’estero sono sufficienti 24 ore in Italia per essere risucchiati in un vortice che riporta indietro nel tempo. Basta accendere la radio ed ascoltare il presidente del Consiglio, Matteo Renzi, dichiarare a Radio 24 che la Commissione europea non ha nessun titolo per intervenire nel merito delle misure contenute nel bilancio del Paese. Alla retorica da italiano spocchioso, di cui  Silvio Berlusconi si serve per diventare il leader incontrastato del Paese, fa eco la solita risposta secca dell’Unione Europea: la base legale per intervenire e bacchettare Renzi la Commissione ce l’ha e l’Italia l’ha sottoscritta, si chiama “TwoPack, SixPack e Patto di Stabilità e Crescita”. Siamo nel 2015 o nel 2008?
Al centro della disputa una riforma alla Berlusconi, questa volta però ideata da Renzi, con il solito scopo di racimolare voti: l’abolizione delle imposte sulla prima casa. Una tassa che va a viene in Italia a seconda di come gira il vento politico. Naturalmente, la Commissione Ue è contraria, l’Italia non può permettersi di non tassare le prima casa, ma Renzi vuole far credere agli Italiani che il miracolo economico si è compiuto, che l’economia ormai va a gonfie vele e quindi si possono abbattere le tasse.
Ma andiamo avanti. L’impressione che Berlusconi si sia rincarnato e che a palazzo Chigi si trovi la sua versione 2.0 è forte, anche se al doppiopetto classico è subentrata la giacca aderente alla Hugo Boss! Identica è l’arroganza del leader attuale, in fondo anche lui guida il popolo degli ignoranti senza memoria. Ciò che conta è fare la voce grossa: se la Commissione boccia la legge di Stabilità noi gliela ripresentiamo identica, come a dire tanto in Europa comandiamo noi. Un tempo, non troppo lontano per i pochi che ancora hanno la memoria, e un altro leader italiano esprimeva identici sentimenti nazionalisti ed anti-europei gridando “Me ne Frego”.
Ma torniamo a Renzi, vale la pena riportare le parole giuste della sua sfida all’Europa. “Bruxelles è una istituzione a cui diamo 20 miliardi di euro ogni anno e ne prendiamo indietro 11. Ogni anno, quindi, diamo 9 miliardi all’Ue. Non ci può dire quali tasse tagliare. Se Bruxelles ti boccia la legge di Stabilità tu gliela restituisci tale e quale e fa uno pari”. Una frase che ben illustra l’ipocrisia dell’europeismo renziano ed in fondo anche italiano, noi in Europa ci volgiamo stare solo per prendere, ma questo è tristemente vero per tutti gli altri Stati membri. Ed ecco uno dei motivi per cui la crisi del debito sovrano è degenerata fino ad erodere l’economia di un intero continente e che ben illustra perché l’unione monetaria non funziona.
Il principio base di un’unione monetaria è l’omogenità delle economie che ne fanno parte, altrimenti i Paesi ricchi finiscono per arricchirsi a scapito di quelli meno ricchi. Esattamente ciò che è avvenuto nell’Unione Europea negli ultimi 15 anni. Onde evitare queste distorsioni, i Paesi più ricchi dovrebbero contribuire maggiormente al bilancio dell’unione rispetto a quelli meno ricchi. E dato che le tre economie più grandi sono quella tedesca, quella britannica e quella italiana, queste nazioni cedono all’Unione più di quanto ricevono.
A nessuno questa regola va giù ma gli inglesi sono gli unici ad averlo ammesso. Questo è uno dei motivi per cui Cameron ha promesso un referendum sulla permanenza nell’Unione. Ma non illudiamoci, anche lui usa la retorica nazionalista per illudere l’elettorato che la Gran Bretagna non ha bisogno di nessuno e così facendo racimola voti.
Cameron non vuole l’uscita dall’Unione o il Brexit, né Renzi cerca un testa a testa con Bruxelles. Nessuno dei due ha intenzione di contrariare Bruxelles, chi lo ha fatto non governa più. Si tratta di tattiche elettorali. E quindi, quando si deciderà ad indire il referendum, Cameron farà una campagna a favore dell’Unione e Renzi compenserà parte della perdita del gettito fiscale dell’Imu alzando altre tasse ‘nascoste’, tagliando altri servizi e potenziando l’economia sommersa, che ha appena riscontrato una vittoria epocale con l’aumento del limite dei pagamenti in contanti a 3.000 euro.
Come sempre in Italia il neo-liberismo vince, specie quando va a braccetto con l’evasione fiscale.

domenica 20 settembre 2015

Migranti, con l’accoglienza la Germania continua a crescere e mantiene il potere

dal Fatto Quotidiano del 20 settembre 2015 a firma di Loretta Napoleoni
Le decine di migliaia di profughi che arrivano alle porte d’Europa ogni giorno raccontano storie agghiaccianti. Trasportati come merci dai mercanti di uomini, dai loro racconti emerge un’economia occulta e disumana che si arricchisce smerciando migranti e profughi. 7000 dollari per raggiungere un’isola greca dal nord della Siria, solo pochi anni fa questo era il costo di un viaggio simile dall’Africa occidentale. Una fortuna per chi vive sotto i bombardamenti da anni. Ed i prezzi continuano a salire. Eppure ogni giorno decine di migliaia di profughi danno fondo agli ultimirisparmi e pagano i traghettatori.

Ma questo è solo il negativo dell’orrenda foto che abbiamo davanti. All’interno della fortezza Europa ci sono gli acquirenti di questa nuova forza lavoro. Nazioni come la Germania e l’Austria pronte ad accogliere i migliori: medici, farmacisti, professionisti che fino a qualche anno conducevano una vita simile a quella di noi europei. L’esodo dei profughi, infatti, può supplire alle carenze demografiche di un continente che sta precipitosamente invecchiando.

Secondo le previsioni dell’Ocse e della Commissione Europea, per evitare la stagnazione economica, l’Unione Europea dovrà assorbire entro il 2060 50 milioni di emigrati. I paesi più a rischio sono quelli con un alto tasso di invecchiamento della popolazione, tra i quali primeggia la Germania.

Dagli studi sopra citati risulta che, a differenza del Regno Unito, entro il 2060 in Germania l’indice di dipendenza, e cioè il rapporto tra popolazione non più attiva ( sopra i 65 anni) e quella considerata attiva (dai 14 ai 65 anni), salirà al 59 per cento contro il 32 per cento registrato nel 2013. Troppo alto per mantenere l’attuale livello dibenessere. L’invecchiamento della popolazione, infatti, crea una serie di problemi che danneggiano la crescita, ad esempio entro il 2060 per ogni tedesco sopra i 65 anni ce ne saranno meno di due in grado di lavorare e pagare le tasse. Ma non basta, entro il 2060 la spesa per l’assistenza medica e le pensioni assorbirà un 5 per cento in più del Pil tedesco. Una situazione, dunque, insostenibile.

Ma l’invecchiamento della popolazione in un’Europa non completamente integrata, dove gli stati nazione continuano a fare il bello ed il cattivo tempo, rischia far saltare gli equilibri di potere. E vediamo perché.

Dalle proiezioni pubblicate all’inizio dell’anno dalla Commissione Europea in un rapporto sull’invecchiamento negli stati membri risulta che la popolazione tedesca scenderà dagli 81,3 milioni del 2013 a 70,8 nel 2060. Diversa è la situazione nel Regno Unito dove c’è forte crescita demografica. Nello stesso intervallo di tempo, la popolazione britannica passerà da 64,1 a 80,1 milioni. Ciò significa che nel 2060 il Regno Unito rimpiazzerà la Germania quale nazione più popolosa dell’Ue. Naturalmente l’alto tasso di crescita demografica britannico è legato all’alta percentuale di emigrati rispetto alla Germania. Sempre secondo le proiezioni della Commissione europea, nel 2060 la percentuale degli emigrati arrivati in Germania dopo il 2013 sarà pari al 9 per cento della popolazione contro il 14 per cento della Gran Bretagna.

Se il Regno Unito voterà no al brexit il peso di questa nazione in termini politici aumenterà, ad esempio, ci saranno più parlamentari inglesi che tedeschi. Il Regno Unito avrà anche il più alto numero di euro-burocrati. In altre parole il primato attuale della Germania scomparirà.

Ed ecco l’ultima grande contraddizione dell’Unione Europea. Demograficamente il vecchio continente è a pelle di leopardo e nonostante la forza lavoro si possa spostare facilmente da una nazione all’altra, chi se lo può permettere rimane a casa propria. Nonostante la crisi economica abbia prodotto grandi migrazioni interne dai paesi meno ricchi a quelli più agiati, siamo lontani dall’equilibrio demografico. Solo l’ingresso di 55 milioni di immigrati entro il 2060, poco meno della popolazione britannica attuale, diretti verso nazioni come la Germania, ci farà evitare la stagnazione economica.

Saranno contenti i mercanti di uomini del Medio Oriente, ai prezzi attuali intascheranno centinaia e centinaia di miliardi di euro.

p.s.

che dire? Ha ragione!

mercoledì 10 giugno 2015

Grecia, Ue boccia le ultime proposte. Non confermato vertice Tsipras-Merkel

dal Fatto Quotidiano del 10 / 6/ 2015
Dopo le indiscrezioni di martedì ora è ufficiale: l’Unione europea ha bocciato le ultime proposte del governo greco presentate per ottenere entro fine giugno lo sblocco dell’ultima tranche di aiuti finanziari da 7,2 miliardi. A farlo sapere è stato il portavoce della Commissione, che ha riferito come il commissario agli Affari economici, Pierre Moscovici, abbia “informato il governo greco che le ultime proposte non riflettono i progressi fatti nei colloqui fra il presidente Juncker e il premier Tsipras”. “La palla è ora chiaramente nel campo del governo greco, che deve dare seguito a quanto emerso nelle discussioni”, ha detto il portavoce Margaritis Schinas in merito al documento di tre pagine sui target fiscali inviato da Atene a Bruxelles. L’esecutivo di Alexis Tsipras non ha commentato, anzi fonti dell’esecutivo ellenico, secondo il quotidiano Kathimerini, hanno sostenuto di non aver mai ricevuto risposta da Moscovici.

Nel frattempo non è nemmeno confermato il faccia a faccia tra Tsipras, la cancelliera tedesca Angela Merkel e il presidente francese Francois Hollande, che stando a quanto annunciato dallo stesso esecutivo greco avrebbe dovuto svolgersi mercoledì a margine del vertice tra Ue e comunità degli Stati latinoamericani e dei Caraibi (Celac). Sia lo Spiegel on line sia l’agenzia Reuters riportano anzi che il meeting non è in programma, anche se la portavoce della cancelliera ha detto che se il leader di Syriza “lo desidera” un incontro è possibile. E, secondo Bloomberg, Merkel sarebbe pronta a un accordo se il governo greco si impegnasse a portare avanti “almeno una” delle principali riforme economiche chieste dai creditori.
Mentre il negoziato con l’Europa rimane in stallo, Atene torna giocoforza a rivolgere lo sguardo verso la Russia. Il ministro per la Produzione e l’energia Panayiotis Lafazanis, secondo quanto riporta il quotidiano Kathimerini, ha infatti anticipato che in occasione nell’incontro fra Tsipras e il presidente russo Vladimir Putin in agenda per il 18 e il 20 giugno il Paese potrebbe firmare l’atteso protocollo d’intesa per il passaggio sul suo suolo del gasdotto Turkish stream. Un progetto che potrebbe fruttare, in termini di anticipi sugli utili, dai 3 ai 5 miliardi di euro. Ossigeno a questo punto indispensabile per le casse vuote di Atene, che a fine mese deve versare 1,6 miliardi di euro al Fondo monetario internazionale e tra luglio e agosto fronteggiare scadenze per 6,7 miliardi nei confronti della Banca centrale europea. Se non sarà in grado di saldare, il governo non potrà fare altro che ammettere il default.
Intanto il Paese fa i conti con le conseguenze concrete e dolorose della mancanza di risorse. I vigili del fuoco, per esempio, non hanno i soldi per spegnere un incendio in corso da sabato subito fuori dalla capitale. Mercoledì poi in tutta la Grecia c’è stato uno sciopero delle farmacie contro il piano di liberalizzazioni del governo, che porterebbe sugli scaffali dei supermercati le medicine da banco. Il progetto è stato inserito nel documento di tre pagine inviato al Bruxelles group nella speranza di arrivare a un’intesa.
p.s. (mio)
questo è il ringraziamento per aver aperto la porta agli squali ..... della tecnocrazia europea e finanziaria. Altro ci voleva: una Grexit seria e addio all'euro. Brics tanto per cominciare... a quel punto gli americani stessi, che stanno puntado a creare un "cordone sanitario" di missili, atomici e non, attorno al blocco Russia-Cina avrebbero fatto pressioneper smettere di affamare la Grecia vista la sua centralità in uno dei grandi scacchieri di crisi del vecchio.. a meno di un colpo di stato, cosa di cui sono capacissimi, se in Grecia ci fosse un governo almeno decente, avrebbero capito da un pezzo che stavano dando all'orso russo la possibilità di mettere un bel presidio al centro dello scacchiere e invece..... stanno lì a cincischiare e a farsi rosolare a fuoco lentissimo.
A proposito: mi sapete dire una differenza che sia UNA fra la "democrazia" russa e quella costruenda europea?
  1. Entrambe sono elettive ma i rispettivi cittadini non contano un bel nulla;
  2. entrambe hanno autocrati al potere, la Russia in maniera visibile la UE, no .. ci sono fantaccini i cui fili vengono tirati dai burocrati e dai lobbysti che girano per le istituzioni: se notate i curriculum dei vari papaveri non ce n'è uno che non abbia agganci nel mondo della finanza;
  3. entrambe hanno alleanze sfere d'influenza in giro per il pianeta.
Mentra ce lo aspettiamo dall'autocrazia russa, dall'Europa, vista la demagogia che gira attorno a essa, ve lo sareste aspettati?

mercoledì 18 febbraio 2015

Grecia, gli errori della troika. “Assunzioni sbagliate e impatto su pil sottovalutato”

Fonte: F.Q. del 16/2/2015
Previsioni troppo ottimistiche su crescita e tasso di disoccupazione. Sottovalutazione dell’impatto dell’austerity sul Pil e sui conti pubblici. Sopravvalutazione dell’efficienza della macchina governativa di Atene. E un programma intrinsecamente “fragile“, viziato dal fatto che resistenze e veti politici non permisero di includere tra le misure previste una ristrutturazione del debito. Sono gli errori compiuti in Grecia dalla troika, l’ormai famigerato trio costituito dai rappresentanti di Bce, Commissione europea e Fondo monetario internazionale. Diventato simbolo dell’austerità cieca e bersaglio da Atene a Roma a Lisbona, di manifestazioni e cortei di protesta dei cittadini che ne hanno pagato le conseguenze. A evidenziare tutti gli sbagli commessi sono rapporti e relazioni firmati dagli stessi creditori che tra 2010 e 2013 hanno concesso al Paese 240 miliardi di euro, pari al 130% del suo Pil. Il più grande pacchetto di assistenza finanziaria della storia, sfociato però in un disastro sociale e, dopo l’insediamento del nuovo governo di Alexis Tsipras, in un’impasse politica ed economica che rende l’uscita del Paese dall’Eurozona un’ipotesi concreta.
Il primo mea culpa del Fondo monetario è arrivato già nel 2013, quando un working paper firmato dal capo economista Olivier Blanchard ha messo in luce che i cosiddetti “moltiplicatori fiscali“, cioè il rapporto tra la politica fiscale e l’andamento del Pil, erano stati sottostimati di almeno un terzo. In pratica l’istituzione di Washington ha agito supponendo che il rigore di bilancio imposto alla Grecia nell’ambito del memorandum avrebbe provocato, per ogni euro di aumento delle tasse e riduzione della spesa, un calo del prodotto di 0,5 euro. Ma i fatti hanno dimostrato che il valore reale, in un’economia già in recessione, è di almeno 1,5. Il che spiega – magra consolazione – perché la ricchezza prodotta dal Paese è crollata dal 2010 del 25% contro il 3% messo in conto dalla troika. Con l’effetto collaterale che la disoccupazione è salita oltre il 25%, mentre, secondo i funzionari europei e del Fondo, il tasso avrebbe dovuto limitarsi a salire al 13 per cento.
Di conseguenza, la spirale dell’indebitamento anziché recedere si è aggravata. Portando il debito, che stando alle ottimistiche aspettative della troika non avrebbe mai superato il 154% del Pil, al 175 per cento. Nonostante l”haircut“, cioè il taglio del valore nominale debito nelle mani dei privati, resosi alla fine inevitabile del 2012. Una strada che, come messo nero su bianco dallo stesso Fondo nel country report sulla Grecia diffuso a giugno 2013, avrebbe dovuto essere intrapresa due anni prima per “ridurre il peso dell’aggiustamento” e rendere “meno drammatica” la contrazione del prodotto. Invece, per evitare scontri politici negli Stati (Germania in primis) che devono ottenere il via libera del Parlamento prima di concedere aiuti finanziari, l’opzione fu bocciata. Con il risultato, si legge nel rapporto, di “fornire ai creditori privati una finestra per ridurre le proprie esposizioni e spostare il debito nelle mani dei creditori ufficiali”.
Ma c’è di peggio: come emerge dal resoconto del meeting del consiglio direttivo del Fondo monetario del 9 maggio 2010, reso noto dal Wall Street Journal, molte di queste perplessità furono espresse fin dall’inizio dai membri sudamericani del board. Per esempio l’argentino Pablo Andrés Pereira previde che la Grecia “sarebbe stata peggio dopo aver implementato il programma” e “la strategia avrebbe avuto un impatto solo marginale sui suoi problemi di solvibilità”. Mentre il brasiliano Paulo Nogueira Batista sottolineò che quello in discussione non era “un salvataggio della Grecia ma dei debitori privati del Paese”. E in effetti è stato proprio cosìcome Tsipras, alle prese con un debito che ha raggiunto quota 315 miliardi, ha sottolineato più volte, di fatto solo una minima parte dei prestiti ricevuti da Atene sono finiti all’economia reale. Venti miliardi, per la precisione, contro i 48,2 andati a ricapitalizzare le banche e i 149 (tra capitale e interessi) serviti per pagare i creditori. L'”haircut”, realizzato riacquistando i titoli a un prezzo di circa un terzo rispetto al valore nominale ed emettendo nuovi bond a scadenza più lunga, è poi costato circa 45 miliardi.

Una “confessione” ancora più esplicita è contenuta poi nello studio The Troika and financial assistance in the euro area: successes and failure, commissionato l’anno scorso dal comitato per gli Affari economici e monetari del Parlamento europeo. Ottantotto pagine che esaminano nel dettaglio gli esiti dei programmi messi in atto in Grecia, Irlanda, Portogallo e Cipro giungendo alla conclusione che “a questo stadio non si può ritenere” che quello disegnato per Atene “abbia avuto successo” visto che “la competitività è ben lungi dall’essere stata ripristinata”, “l’accesso ai mercati finanziari molto probabilmente non sarà recuperato nel vicino futuro”, “le riforme strutturali stanno procedendo a un ritmo lento” e “le assunzioni del programma della troika si sono ampiamente rivelate errate“.
Non è un caso, quindi, se mentre Tsipras e il ministro delle Finanze Yanis Varoufakis si giocano tutto a Bruxelles la troika sembra arrivata al capolinea. Il presidente dell’esecutivo Ue Jean Claude Juncker si è più volte detto favorevole alla sua abolizione e la Bce di Mario Draghi dovrà per forza chiamarsene fuori perché glielo impone la sentenza della Corte di giustizia europea sul programma di acquisto di bond governativi, in base alla quale l’Eurotower deve astenersi dal partecipare al monitoraggio dei programmi di assistenza. Il Fondo, dal canto suo, preferisce sfilarsi e fare da sé, recuperando una visuale “globale” e non limitata al continente europeo. Il fatto che, nelle trattative ora in corso sul programma di aiuti, si sia deciso di usare un più neutro “istituzioni” al posto dell’odiata parola a sei lettere, non dipende solo dal niet di Varoufakis, che con la troika si rifiuta di trattare. Ma dimostra che gli uomini in abito scuro saranno anche un capro espiatorio, ma hanno fatto troppi errori per poter restare in campo.
p.s.
LIBERTA'
ci danno gabbie con la chiave,
ognuno se ne può andare ognuno può rimanere.
Pochi escono, pochi lo sanno

preso da "Di spirito e d'amore" (Canto delle foglie di Dino Campana, trovato su questo blog: ocelum-rama)

giovedì 29 gennaio 2015

Tsipras, un mese per scegliere: compromessi o default?

Fonte: Il Fatto Quotidiano del 28 gennaio 2015 di

Il destino del governo Tsipras si decide in 30 giorni: il 28 febbraio sarà chiaro se Syriza ha intenzione di fare sul serio con l’Europa, anche a rischio di spingere la Grecia verso un default e verso l’uscita dall’euro. E si capirà se quella di Antonis Samaras e di Nuova Democrazia è stata una sconfitta elettorale o un’abile ritirata tattica per distruggere la credibilità del giovane leader radicale greco.
Il programma economico europeo di Syriza si compone di due parti fondamentali: una conferenza per ridurre il debito pubblico, arrivato al 175 per cento del Pil, e ribellarsi alle richieste della Troika, il trio di istituzioni (Commissione europea, Fondo monetario internazionale e Bce) che vigilano sullo scambio tra aiuti finanziari e riforme per rendere l’economia competitiva (e, in teoria, in grado di rimborsare i prestiti).
L’idea della conferenza sul debito per ora non raccoglie grandi entusiasmi: il ministro delle Finanze di un altro Paese che ha avuto la Troika, l’irlandese Michael Noonan, da Bruxelles ha detto che “il problema è la sostenibilità del debito non la cancellazione”. Noonan, che non vuole mettere a rischio i miliardi prestati dall’Irlanda alla Grecia, è favorevole a una rinegoziazione dei termini dei prestiti – scadenze, interessi, condizioni ecc. – ma non a una cancellazione di parte delle somme. Si è parlato anche di questo, ieri all’Eurogruppo, la riunione dei ministri economici dell’eurozona a Bruxelles. Ma soprattutto si è parlato dei rapporti tra la Grecia e la Troika.
Dopo quasi cinque anni e 240 miliardi di prestiti straordinari erogati, tra Fmi, fondi salva Stati europei e prestiti bilaterali dai governi (Italia inclusa), il 28 febbraio la Grecia dovrebbe liberarsi del giogo della Troika. Non per merito di Tsipras, ma perché così era già previsto. Anzi: l’esame finale con erogazione degli ultimi 1, 8 miliardi di euro di prestiti era fissato a dicembre.
Poi è scoppiata la crisi politica: il governo guidato dal premier di centrodestra Samaras e sostenuto dai socialisti del Pasok non è riuscito a eleggere il presidente della Repubblica e questo, per la legge greca, determina elezioni anticipate, con Tsipras che fremeva per trasformare i sondaggi positivi in seggi. Il 19 dicembre scorso, quindi, il fondo Salva stati Efsf (la versione iniziale, poi inglobata nell’Esm) ha concesso un rinvio dell’esame finale della Troika, dal 31 dicembre al 28 febbraio.
Lo schema delineato dai funzionari di Bruxelles e dai loro omologhi del Fmi a Washington era questo: a fine febbraio la Troika esamina le riforme, la Grecia non rischia la bocciatura perché sta facendo molto soprattutto su fisco e riduzione del numero di statali, dopo la “promozione” arrivano gli ultimi 1, 8 miliardi e soprattutto viene confermato il sostegno da 10,9 miliardi al Fondo Ellenico di Stabilità (Hfsf) che deve intervenire in caso di cresi bancaria.
Da febbraio a giugno la Grecia si prepara a tornare sul mercato dei capitali in autonomia, cioè a emettere debito senza più il sostegno europeo. Secondo i calcoli degli analisti e di Bruxelles, però, la Grecia non può farcela completamente da sola: i suoi titoli a dieci anni oggi sul mercato hanno un tasso di interesse da strozzinaggio, 9, 1 per cento. Ci sarebbe quindi bisogno di quella che si chiama Linea di credito rafforzata, (Eccl) fornita dal fondo Salva Stati Esm. Che, manco a dirlo, presuppone impegni da parte del Paese beneficiario, un nuovo accordo tipo quello che oggi c’è con la Troika. Proprio per liberarsi da ogni vincolo, quando l’Irlanda a dicembre 2013 ha congedato la Troika ha rifiutato questa linea di credito. Ma poteva permetterselo: oggi il rendimento dei titoli decennali di Dublino è 1, 2 per cento, quasi dieci volte meno degli omologhi greci.
Con il suo discorso della vittoria, Alexis Tsipras ha confermato di voler far saltare questo schema: “Il popolo greco oggi annulla il memorandum dell’austerità e mette la Troika nel passato”, ha urlato il leader di Syriza domenica sera dal palco davanti all’università.
Ma cancellare il memorandum e applicare da subito politiche opposte a quelle concordate dalla Troika non è senza conseguenze: significa che a febbraio non ci sarà nessuna erogazione degli 1, 8 miliardi mancanti, che le banche greche non avranno più la rete di protezione europea da 10, 9 miliardi, e questo potrebbe innescare una fuga di capitali (come quella che si è vista prima del voto) e perfino una corsa agli sportelli da parte dei cittadini greci, che sempre più preferiscono tenere i contanti sotto il materasso.
Non solo: sottrarsi a ogni sorveglianza europea significa spingere la Grecia sul mercato senza la linea di credito dell’Esm. E come fa un Paese che ha un deficit previsto per il 2014 del 2, 8 per cento (e con le politiche di Syriza potrebbe aumentarlo parecchio) a pagare interessi al 9 per cento sul debito di nuova emissione? In caso di guai – cioè di mancanza di credito – la Bce non potrebbe intervenire se la Grecia si rifiuta di prendere impegni vincolanti. Tsipras ha soltanto due possibilità: o scende a compromessi, si sottopone all’esame della Troika e a quello dell’Esm, magari rivedendo un po’ le condizioni. Oppure resta coerente col suo programma elettorale, sapendo che può spingere la Grecia verso il default.
“Nei giorni drammatici del 2012 non pensavo che la Grecia potesse uscire dall’euro, oggi non posso più escluderlo”, dice un funzionario europeo. Samaras resta a guardare. Sapendo che, comunque vada, sarà Syriza a pagare il prezzo politico.
p.s.
bè ci sarebbe anche una terza via ossia quella, oltre che creare l'ambito giuridico con due leggine antievasione e corruzione, nominare seduta stante una commissione di studio su come si è creato il debito greco: se ci sono stati comportamenti fraudolenti, speculativi o altro; il tutto con la massima trasparenza naturalmente...... per poi trarne, se necessario, le conseguenze. Fatto ciò se, come credo, dovessero emergere comportamenti e prove fraudolente (una domanda su tutte aspetta risposta.... come mai in un solo anno, nel 2006, il debito è centuplicato?) allora si avrebeb una ulteriore carta in mano per fare pressione sulla troika per negoziare: è stato già fatto in equador con risultati importanti..

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