Fonte: Il Fatto Quotidiano Zonaeuro - 1 Febbraio 2020 Francesco Carraro
Il discorso d’addio, di quattro minuti appena, di Nigel Farage
al Parlamento europeo – con il quale il più noto dei politici inglesi
anti-euro ha salutato l’Unione – è una miniera di spunti di riflessione.
E non solo, si badi bene, per i cosiddetti populisti e sovranisti,
ma anche per tutti gli altri. Persino per chi ha sempre creduto, e
ancora crede, alla prospettiva di una integrazione libera e democratica
fra gli Stati del Vecchio Continente. Analizziamolo, allora, passaggio
per passaggio.
Esordisce così: “I miei genitori aderirono a un mercato comune,
non a un’unione politica, non a bandiere, inni, presidenti”. Solare
verità, sia sul piano storico che sul piano della coscienza di massa. Le
prime forme di cooperazione rafforzata tra gli Stati europei datano
1951 e 1957 (trattati di Parigi e di Roma) e si connotano per
l’istituzione di una “comunità” europea del carbone e dell’acciaio e di
una “comunità” economica europea (Cee). Si trattava di intelligenti e
lungimiranti forme di “comunitarismo” interstatuale che avevano un
senso; e infatti funzionavano proprio perché concepite in una logica di
“Comunità”, non di “Unione”. E si muovevano su un piano “economico”,
non “politico”.
Erano,
in qualche modo – un “modo” equilibrato, abbastanza coinvolgente, ma
non troppo soffocante – di tradurre in pratica il monito
dell’economista liberale francese Frédéric Bastiat:
dove non passano le merci, passano i cannoni. Non pretendevano,
insomma, l’impossibile, vale a dire la fusione a freddo di nazioni troppo diverse
per diventare una cosa sola. Moltissimi europei, singoli cittadini e
interi popoli, hanno inizialmente aderito con entusiasmo a questo
progetto proprio perché non intaccava la loro indipendenza e autonomia nazionale.
Questo
spirito è stato tradito dagli eventi successivi. E il tradimento è
consistito nell’aver traghettato gli europei da quel disegno
(comunitario e di matrice economica) a uno tutt’affatto diverso
(unionista e di matrice politica) dove si è preteso di imporre
un presidente, una bandiera, un inno a persone e a nazioni che già ne
avevano di propri senza desiderarne, né averne mai desiderati di nuovi.
Farage prosegue, poi, con un’annotazione sul sedicente
processo democratico con cui si è arrivati a questa Unione: “Nel 2005
ho visto la Costituzione scritta da Giscard d’Estaing e da altri, l’ho
vista bocciata dai francesi in un referendum e poi l’ho
vista bocciata dagli olandesi in un referendum e ho visto voi in
queste istituzioni ignorarli, riportarla nella forma del Trattato di Lisbona
e vantarvi di averla fatta passare senza referendum”. Anche in questo
caso, chi può negarlo? La marcata tendenza delle élite europee a portare
avanti la missione integrazionista a dispetto delle manifestate
volontà popolari non è un’opinione, ma un dato di fatto.
A questo
punto, il discorso di Farage fa un salto di qualità e pone la domanda
che tutti avremmo dovuto porci molti anni fa e che oggi forse, almeno
per noi, suona drammaticamente tardiva: “Cosa vogliamo dall’Europa? Se
vogliamo commercio, amicizia, collaborazione,
reciprocità non abbiamo bisogno di una Commissione europea, della Corte
europea di giustizia, di tutte queste istituzioni e di tutto questo
potere”. Touché, ancora una volta. L’Unione attuale è un “termitaio” di
burocrati il cui vertice pianifica i bilanci dei singoli stati di
semestre in semestre; e lo fa con una ossessione patologica
per le virgole e i decimali. Ancora una volta, non è ciò che gli
europei, e i loro padri nobili, avevano in mente quando pensavano al
futuro dei propri paesi.
A un certo punto, Farage esclama: “Noi adoriamo l’Europa, ma detestiamo l’Unione europea”. Pure in questa affermazione c’è un potente afflato di verità in grado di spazzare via un micidiale equivoco: l’idea che gli euroscettici
o gli euro-critici, i populisti e i sovranisti, debbano essere tutti
necessariamente dei nazionalisti ottusi e bellicosi, l’uno contro
l’altro maldisposti. È vero il contrario: la gran parte di essi adora
l’Europa intesa come “comunità” di Stati indipendenti e pacificamente
cooperanti, ma non sopporta più questo tipo di “unione” forzata fra gli
stessi.
La conclusione del discorso di Farage, per finire, è una
metafora perfetta di quanto egli ha detto, nei quattro minuti del suo
intervento, e di quanto è accaduto nei quarant’anni che abbiamo alle
spalle. Nigel e i suoi iniziano a sventolare la bandiera del Regno Unito
e, perciò, il Presidente del parlamento gli toglie la parola
minacciando: “Se disobbedisce alle regole, il suo microfono viene
tagliato; per favore rimuova le bandiere”. Ecco cosa è, oggi, l’Unione:
una a-democratica e coatta rimozione delle identità nazionali.
Ma questa non deve per forza essere l’Europa democratica del futuro. E una delle più antiche democrazie
del mondo ci sta sollecitando a trovare non tanto una liberante via
d’uscita per restare da soli, ma una via totalmente diversa per rimanere
insieme.
www.francescocarraro.com
si parla di progresso, di evoluzione, di civiltà ci ritroviamo invece in un nuovo medio evo dove conta chi si nasconde dietro il potere o vi si allea con esso.
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lunedì 3 febbraio 2020
mercoledì 12 settembre 2018
Direttiva copyright, un bene o un male? Cosa rischia ora il diritto d’autore in Europa
Fonte: Il Fatto Quotidiano Media & Regime | 12 settembre 2018 Guido Scorza
È finita come era iniziata: il Parlamento europeo ha approvato, a larga maggioranza, la proposta di direttiva di riforma del diritto d’autore nella formulazione – salvo pochi colpi di maquillage – originariamente proposta dal relatore Alex Voss. Nel nuovo diritto d’autore europeo ci sarà un nuovo diritto connesso in forza del quale gli editori di giornali avranno diritto a un “equo compenso” da parte di chi utilizzerà i link ai loro articoli accompagnati da un estratto – ancor che breve – e un doppio giro di vite sui gestori delle piattaforme che pubblicano contenuti degli utenti e che saranno, by default, responsabili per tali contenuti sotto il profilo di eventuali violazioni del diritto d’autore.
È il momento dell’onore delle armi che su un campo di battaglia di un tempo i vincitori riconoscerebbero ai vinti ma che, forse, in questo caso, gli uni dovrebbero tributare agli altri perché, sfortunatamente, l’impressione è che – al di là di quello che ha segnato il tabellone dei voti nell’Europarlamento di Strasburgo – oggi non ci sono né vinti, né vincitori. E, per dirla tutta, è lecito anche dubitare del fatto che la parola “onore” sia associabile al dibattito che si è appena concluso e che di onorevole, almeno a tratti, ha avuto davvero ben poco. Ma indugiare sull’accaduto è poco utile e val la pena, invece, iniziare a guardare a domani con più serenità e obiettività possibile.
1. Il primo aspetto da non dimenticare – da una parte e dall’altra – è che domani non cambia nulla rispetto a oggi perché la direttiva non sarà legge nei singoli Paesi dell’Unione prima del 2021. Non c’è certezza – e non può esservi – che domani le dinamiche di circolazione delle informazioni e dei contenuti online saranno ancora quelle di oggi e che le conquiste o sconfitte – a seconda dei punti di vista – registrate oggi siano ancora utili o effettivamente dannose. È una questione di metodo che – a livello europeo e nazionale – si continua a sottovalutare: mentre ha senso usare le leggi per fissare principi generali e astratti, non ha alcun senso – specie quando si parla di digitale – pretendere di spingersi al livello di dettaglio cui si spingono le regole appena approvate dal Parlamento europeo. L’innovazione è un processo di trasformazione rapida e costante, le leggi monoliti pressoché immodificabili.
2. Il secondo aspetto è che quella nella quale si colloca la battaglia che si è appena conclusa è una “guerra” – mi si perdoni l’orribile espressione trattandosi di un confronto tra idee contrapposte – sostanzialmente “civile”, tra appartenenti a uno stesso, unico e inscindibile ecosistema informativo e mediatico. Grandi piattaforme, editori di giornali, industria audiovisiva e, soprattutto, utenti, infatti sono “cittadini” di quella stessa comunità globale che, per brevità, abbiamo imparato a chiamare Web e, oggi, difficilmente – pur nel rispetto delle posizioni di ciascuno – l’uno potrebbe “vivere” senza l’altro. I rapporti economici tra i gestori delle grandi piattaforme, gli editori di giornali, l’industria musicale sono quotidiani e valgono già miliardi di euro in tutto il mondo. E, naturalmente, senza gli utenti, i loro dati, le loro visite nessuno dei protagonisti commerciali di questo confronto ha un futuro.
3. Il terzo aspetto è il più importante: i rischi di effetti collaterali della proposta di direttiva capaci di limitare il pluralismo informativo e la libertà di comunicazione online – senza indugiare ora a chiedersi se siano stati o meno esasperati e strumentalizzati da una delle due fazioni – sono innegabili, reali, sussistenti, presenti già nel quotidiano. È, per questo, indispensabile che, a cominciare dalle negoziazioni tra le istituzioni europee alle quali il Parlamento oggi ha dato l’ok, nessuno, da oggi, perda di vista per un solo istante il problema: iper proteggere i diritti d’autore sacrificando altri diritti fondamentali dell’uomo e del cittadino – pari-ordinati – come pluralismo e libertà di comunicazione online è una sconfitta per tutti, editori di giornali in testa.
Quando il fragore della battaglia avrà lasciato il posto al silenzio, sarebbe bello, se vinti e vincitori – ammesso che ce ne siano – si ritrovassero attorno a un tavolo a firmare un armistizio con il quale riconoscere che i diritti d’autore tutti – a cominciare da quelli degli utenti del web troppo spesso dimenticati – sono sacrosanti esattamente quanto lo è la libertà di comunicazione elettronica e che chi ha torto o ragione online in relazione alla pubblicazione di un contenuto deve essere sempre questione decisa da giudici e autorità, auspicabilmente dotati delle miglior tecnologie e risorse disponibili allo stato della tecnica.
È finita come era iniziata: il Parlamento europeo ha approvato, a larga maggioranza, la proposta di direttiva di riforma del diritto d’autore nella formulazione – salvo pochi colpi di maquillage – originariamente proposta dal relatore Alex Voss. Nel nuovo diritto d’autore europeo ci sarà un nuovo diritto connesso in forza del quale gli editori di giornali avranno diritto a un “equo compenso” da parte di chi utilizzerà i link ai loro articoli accompagnati da un estratto – ancor che breve – e un doppio giro di vite sui gestori delle piattaforme che pubblicano contenuti degli utenti e che saranno, by default, responsabili per tali contenuti sotto il profilo di eventuali violazioni del diritto d’autore.
È il momento dell’onore delle armi che su un campo di battaglia di un tempo i vincitori riconoscerebbero ai vinti ma che, forse, in questo caso, gli uni dovrebbero tributare agli altri perché, sfortunatamente, l’impressione è che – al di là di quello che ha segnato il tabellone dei voti nell’Europarlamento di Strasburgo – oggi non ci sono né vinti, né vincitori. E, per dirla tutta, è lecito anche dubitare del fatto che la parola “onore” sia associabile al dibattito che si è appena concluso e che di onorevole, almeno a tratti, ha avuto davvero ben poco. Ma indugiare sull’accaduto è poco utile e val la pena, invece, iniziare a guardare a domani con più serenità e obiettività possibile.
1. Il primo aspetto da non dimenticare – da una parte e dall’altra – è che domani non cambia nulla rispetto a oggi perché la direttiva non sarà legge nei singoli Paesi dell’Unione prima del 2021. Non c’è certezza – e non può esservi – che domani le dinamiche di circolazione delle informazioni e dei contenuti online saranno ancora quelle di oggi e che le conquiste o sconfitte – a seconda dei punti di vista – registrate oggi siano ancora utili o effettivamente dannose. È una questione di metodo che – a livello europeo e nazionale – si continua a sottovalutare: mentre ha senso usare le leggi per fissare principi generali e astratti, non ha alcun senso – specie quando si parla di digitale – pretendere di spingersi al livello di dettaglio cui si spingono le regole appena approvate dal Parlamento europeo. L’innovazione è un processo di trasformazione rapida e costante, le leggi monoliti pressoché immodificabili.
2. Il secondo aspetto è che quella nella quale si colloca la battaglia che si è appena conclusa è una “guerra” – mi si perdoni l’orribile espressione trattandosi di un confronto tra idee contrapposte – sostanzialmente “civile”, tra appartenenti a uno stesso, unico e inscindibile ecosistema informativo e mediatico. Grandi piattaforme, editori di giornali, industria audiovisiva e, soprattutto, utenti, infatti sono “cittadini” di quella stessa comunità globale che, per brevità, abbiamo imparato a chiamare Web e, oggi, difficilmente – pur nel rispetto delle posizioni di ciascuno – l’uno potrebbe “vivere” senza l’altro. I rapporti economici tra i gestori delle grandi piattaforme, gli editori di giornali, l’industria musicale sono quotidiani e valgono già miliardi di euro in tutto il mondo. E, naturalmente, senza gli utenti, i loro dati, le loro visite nessuno dei protagonisti commerciali di questo confronto ha un futuro.
3. Il terzo aspetto è il più importante: i rischi di effetti collaterali della proposta di direttiva capaci di limitare il pluralismo informativo e la libertà di comunicazione online – senza indugiare ora a chiedersi se siano stati o meno esasperati e strumentalizzati da una delle due fazioni – sono innegabili, reali, sussistenti, presenti già nel quotidiano. È, per questo, indispensabile che, a cominciare dalle negoziazioni tra le istituzioni europee alle quali il Parlamento oggi ha dato l’ok, nessuno, da oggi, perda di vista per un solo istante il problema: iper proteggere i diritti d’autore sacrificando altri diritti fondamentali dell’uomo e del cittadino – pari-ordinati – come pluralismo e libertà di comunicazione online è una sconfitta per tutti, editori di giornali in testa.
Quando il fragore della battaglia avrà lasciato il posto al silenzio, sarebbe bello, se vinti e vincitori – ammesso che ce ne siano – si ritrovassero attorno a un tavolo a firmare un armistizio con il quale riconoscere che i diritti d’autore tutti – a cominciare da quelli degli utenti del web troppo spesso dimenticati – sono sacrosanti esattamente quanto lo è la libertà di comunicazione elettronica e che chi ha torto o ragione online in relazione alla pubblicazione di un contenuto deve essere sempre questione decisa da giudici e autorità, auspicabilmente dotati delle miglior tecnologie e risorse disponibili allo stato della tecnica.
Media & Regime | 12 settembre 2018
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domenica 30 luglio 2017
Evasione fiscale, per Bruxelles la trasparenza sulle tasse pagate dalle multinazionali deve restare un optional
di Chiara Brusini | 29 luglio 2017 Il Fatto Quotidiano
Trasparenza? Sì, ma col buco. Non c’è Lux Leaks che tenga. E poco importa se l’evasione delle multinazionali sottrae ai paesi Ue tra i 50 e i 70 miliardi di euro
l’anno di mancate entrate fiscali. Per i cittadini europei avere
informazioni chiare e complete su quante tasse pagano i grandi gruppi
attivi sul loro territorio resterà un miraggio. La bozza di direttiva sulla “divulgazione di dati fiscali da parte di alcune imprese”, votata il 4 luglio dal Parlamento europeo, prevede infatti così tante scappatoie che, se passerà senza modifiche, meno del 10% delle grandi corporation dovrà pubblicare sul proprio sito una scheda con numero di dipendenti, ricavi, profitti
e imposte versate in ogni Stato Ue in cui opera. Nel frattempo anche le
iniziative per contrastare concretamente l’evasione fiscale, a livello
europeo, languono. Le principali novità in materia derivano non da
mosse di Bruxelles, ma da impulsi dell’organizzazione parigina Ocse, il “club” dei 35 Paesi da cui deriva l’80% del pil mondiale.
La scappatoia che annulla la trasparenza “per proteggere dati sensibili” – La pubblicazione su internet dei principali dati societari e fiscali divisi per Paese di attività era considerata dalla Global alliance for tax justice un passo importante. In questo modo, era il ragionamento del movimento internazionale che chiede una più equa distribuzione della ricchezza globale, l’opinione pubblica avrebbe gli strumenti per capire se le multinazionali godono di trattamenti di favore o sfruttano schemi societari ad hoc per spostare i proventi nei Paesi fiscalmente più convenienti. Sottraendo risorse che potrebbero essere usate per servizi pubblici e infrastrutture. Ma l’europarlamento, chiamato a emendare la proposta presentata dalla Commissione nell’aprile 2016 per poi avviare i negoziati con il Consiglio europeo, ha dato un colpo al cerchio e uno alla botte. Con una mano, su richiesta del gruppo S&D, ha rafforzato il testo della Commissione imponendo la pubblicazione dei dati disaggregati per ogni Paese (“country by country reporting”) invece che per le sole giurisdizioni europee e per i paradisi fiscali. Con l’altra, su spinta dei gruppi conservatori e dell’Alde, ha inserito un articolo che consente agli Stati membri di autorizzare i grandi gruppi a omettere “uno o più elementi di informazione” per “proteggere dati sensibili dal punto di vista commerciale e assicurare una concorrenza leale”.
Una clausola di salvaguardia che per il gruppo dei Socialisti e democratici “permetterà alle multinazionali di non pubblicare dati ritenuti sensibili per un periodo illimitato”. Transparency international Eu ha sottolineato dal canto suo che il testo “cerca di tenere insieme tutto”: da un lato “esibisce un forte supporto riguardo alla trasparenza sugli accordi fiscali delle multinazionali”, dall’altro “lascia loro la possibilità di avvolgere i loro affari in una cortina di segretezza”. Per Oxfam, la cui petizione contro i paradisi fiscali ha raccolto finora oltre 350mila firme, quella clausola rischia di minare l’efficacia del provvedimento nel contenere gli abusi.
Obbligo di pubblicazione dei dati solo se i ricavi superano i 750 milioni – C’è da dire comunque che anche la proposta iniziale dell’esecutivo Ue faceva acqua. la pubblicazione dei dati societari è stata (e rimane, dopo il passaggio in Parlamento) prevista solo per le multinazionali con almeno 750 milioni di fatturato annuo. Secondo lo European Economic and Social Committee, organo consultivo dell’Unione che ha tra l’altro il compito di fornire pareri a Parlamento, Consiglio e Commissione, fissare questa soglia equivale ad escludere l’85-90% delle aziende attive in più di un Paese. Perché non tutte le multinazionali hanno la stazza dei big statunitensi: l’Italia, per esempio, conta decine di medie aziende della meccanica, dell’alimentare e dell’abbigliamento con sedi in più di un Paese ma fatturati inferiori a quella soglia. “Applicare la misura proposta soltanto ad un simbolico 15% di questa categoria di imprese vorrebbe dire perdere di vista le preoccupazioni di quasi ogni cittadino europeo”, aveva avvertito lo scorso anno Victor Alistar, relatore del parere del comitato. Preoccupazione identica a quella espressa dallo European Network on Debt and Development, un gruppo di ong che si battono per un sistema finanziario più equo. Ma l’asticella è rimasta invariata.
Le promesse di Dijsselbloem e Moscovici dopo il caso Apple – La commissione si era mossa dopo che la responsabile della concorrenza Margrethe Vestager, al termine di due anni di indagini, aveva dichiarato “non conformi alle regole europee” i trattamenti fiscali di favore concessi rispettivamente da Lussemburgo e Paesi Bassi a Fiat finance and trade e Starbucks, chiedendo ai due gruppi di restituire almeno 40 milioni. In agosto poi Apple sarebbe stata chiamata a sborsare 13 miliardi: l’equivalente delle tasse non pagate grazie a vantaggi non dovuti concessi dall’Irlanda. Dove, secondo la Commissione, il gruppo della Mela spostava i profitti realizzati nel resto dell’Unione per approfittare dell’aliquota ultraconveniente (meno dell’1%) concordata con Dublino. “Il mio messaggio alle multinazionali è: state combattendo la battaglia sbagliata. E’ tempo di voltare di pagina, i tempi stanno cambiando”, aveva tuonato poche settimane dopo il presidente dell’Eurogruppo Jeroen Dijsselbloem. “Dovete pagare le tasse in modo corretto, parte negli Usa e parte nell’Ue. Preparatevi a farlo”. “In Europa c’è un profondo squilibrio tra il carico fiscale di multinazionali e piccole e medie imprese, con queste ultime che pagano il 30% di tasse in più, una situazione inaccettabile”, aveva attaccato per parte sua il commissario per gli Affari economici Pierre Moscovici. Il momento, insomma, sembrava propizio per imporre una “glasnost” ad ampio raggio. Sembrava. Ma, tra soglia di fatturato troppo elevata e clausola di salvaguardia, la trasparenza di fatto sarà molto limitata. Intanto, mentre non solo Apple ma anche il governo di Dublino hanno fatto appello contro la decisione della Vestager, pure le iniziative europee per contrastare concretamente l’evasione languono.
Arenata la lista dei paradisi fiscali. Base imponibile consolidata in discussione dal 2011 – La lista comune delle “giurisdizioni non cooperative“, vale a dire i potenziali paradisi fiscali, avrebbe dovuto essere completata entro la fine del 2016: invece il progetto si è arenato alla selezione dei criteri, delle linee guida e delle “misure difensive” da adottare. Quanto alla proposta di definire una base imponibile consolidata comune a livello europeo per l’imposta sulle società, parte di un più ampio “piano d’azione sulla tassazione delle corporation”, se ne parla dal 2011 ma l’opinione della commissione giuridica del Parlamento europeo arriverà solo il prossimo dicembre. E si attende ancora il pronunciamento dello European economic and social committee. Eppure unificare la base imponibile significherebbe sbarrare la strada allo shopping fiscale delle multinazionali (la pratica di spostare gli utili nei Paesi più compiacenti dal punto di vista della tassazione) e impedire agli Stati di concedere alle aziende aliquote agevolate con accordi come quelli (più di 500) siglati dal Lussemburgo quando il presidente della Commissione Ue Jean Claude Juncker ne era primo ministro e finiti al centro dello scandalo dei LuxLeaks. Ne hanno beneficiato 340 multinazionali, dalla holding di Ikea a FedEx, da eBay a Telecom, passando per Fininvest e Intesa Sanpaolo.
I passi avanti nella lotta all’evasione? Merito dell’Ocse – Allargando lo sguardo, salta all’occhio che le principali novità in materia di lotta all’evasione sono scaturite non da mosse di Bruxelles, ma da impulsi dell’organizzazione parigina Ocse. Che ha promosso per esempio gli accordi sullo scambio automatico di informazioni fiscali firmati ormai da 100 Paesi. Compreso Panama, lo Stato dell’America centrale dove ha sede lo studio legale Mossack Fonseca che, come rivelato dall’inchiesta giornalistica internazionale nota come Panama Papers, gestiva i soldi di migliaia di personaggi noti creando società e conti offshore. Il sistema di condivisione automatica (Crs) è in vigore da quest’anno e entro il 21 agosto è prevista la prima comunicazione degli intermediari italiani, che dovranno inviare alle Entrate i dati su conti correnti, depositi, titoli e altre attività detenuti da persone residenti all’estero. Nel 2014, poi, l’Ocse ha messo a punto un articolato pacchetto di linee guida contro erosione fiscale e spostamento dei profitti in Paesi a bassa tassazione (Beps). Fenomeni che stando alle sue stime sottraggono ai Paesi del G20 fino a 240 miliardi l’anno. Più di 70 Stati hanno sottoscritto, su quella base, un accordo multilaterale che prevede diverse azioni concrete: dal divieto all’uso di società veicolo con finalità elusive all’obbligo per le multinazionali di fornire un rapporto delle loro attività Paese per Paese. Proprio il tema della proposta di direttiva votata dall’Europarlamento. Se non fosse per quella scappatoia che la svuota di efficacia.
La scappatoia che annulla la trasparenza “per proteggere dati sensibili” – La pubblicazione su internet dei principali dati societari e fiscali divisi per Paese di attività era considerata dalla Global alliance for tax justice un passo importante. In questo modo, era il ragionamento del movimento internazionale che chiede una più equa distribuzione della ricchezza globale, l’opinione pubblica avrebbe gli strumenti per capire se le multinazionali godono di trattamenti di favore o sfruttano schemi societari ad hoc per spostare i proventi nei Paesi fiscalmente più convenienti. Sottraendo risorse che potrebbero essere usate per servizi pubblici e infrastrutture. Ma l’europarlamento, chiamato a emendare la proposta presentata dalla Commissione nell’aprile 2016 per poi avviare i negoziati con il Consiglio europeo, ha dato un colpo al cerchio e uno alla botte. Con una mano, su richiesta del gruppo S&D, ha rafforzato il testo della Commissione imponendo la pubblicazione dei dati disaggregati per ogni Paese (“country by country reporting”) invece che per le sole giurisdizioni europee e per i paradisi fiscali. Con l’altra, su spinta dei gruppi conservatori e dell’Alde, ha inserito un articolo che consente agli Stati membri di autorizzare i grandi gruppi a omettere “uno o più elementi di informazione” per “proteggere dati sensibili dal punto di vista commerciale e assicurare una concorrenza leale”.
Una clausola di salvaguardia che per il gruppo dei Socialisti e democratici “permetterà alle multinazionali di non pubblicare dati ritenuti sensibili per un periodo illimitato”. Transparency international Eu ha sottolineato dal canto suo che il testo “cerca di tenere insieme tutto”: da un lato “esibisce un forte supporto riguardo alla trasparenza sugli accordi fiscali delle multinazionali”, dall’altro “lascia loro la possibilità di avvolgere i loro affari in una cortina di segretezza”. Per Oxfam, la cui petizione contro i paradisi fiscali ha raccolto finora oltre 350mila firme, quella clausola rischia di minare l’efficacia del provvedimento nel contenere gli abusi.
Obbligo di pubblicazione dei dati solo se i ricavi superano i 750 milioni – C’è da dire comunque che anche la proposta iniziale dell’esecutivo Ue faceva acqua. la pubblicazione dei dati societari è stata (e rimane, dopo il passaggio in Parlamento) prevista solo per le multinazionali con almeno 750 milioni di fatturato annuo. Secondo lo European Economic and Social Committee, organo consultivo dell’Unione che ha tra l’altro il compito di fornire pareri a Parlamento, Consiglio e Commissione, fissare questa soglia equivale ad escludere l’85-90% delle aziende attive in più di un Paese. Perché non tutte le multinazionali hanno la stazza dei big statunitensi: l’Italia, per esempio, conta decine di medie aziende della meccanica, dell’alimentare e dell’abbigliamento con sedi in più di un Paese ma fatturati inferiori a quella soglia. “Applicare la misura proposta soltanto ad un simbolico 15% di questa categoria di imprese vorrebbe dire perdere di vista le preoccupazioni di quasi ogni cittadino europeo”, aveva avvertito lo scorso anno Victor Alistar, relatore del parere del comitato. Preoccupazione identica a quella espressa dallo European Network on Debt and Development, un gruppo di ong che si battono per un sistema finanziario più equo. Ma l’asticella è rimasta invariata.
Le promesse di Dijsselbloem e Moscovici dopo il caso Apple – La commissione si era mossa dopo che la responsabile della concorrenza Margrethe Vestager, al termine di due anni di indagini, aveva dichiarato “non conformi alle regole europee” i trattamenti fiscali di favore concessi rispettivamente da Lussemburgo e Paesi Bassi a Fiat finance and trade e Starbucks, chiedendo ai due gruppi di restituire almeno 40 milioni. In agosto poi Apple sarebbe stata chiamata a sborsare 13 miliardi: l’equivalente delle tasse non pagate grazie a vantaggi non dovuti concessi dall’Irlanda. Dove, secondo la Commissione, il gruppo della Mela spostava i profitti realizzati nel resto dell’Unione per approfittare dell’aliquota ultraconveniente (meno dell’1%) concordata con Dublino. “Il mio messaggio alle multinazionali è: state combattendo la battaglia sbagliata. E’ tempo di voltare di pagina, i tempi stanno cambiando”, aveva tuonato poche settimane dopo il presidente dell’Eurogruppo Jeroen Dijsselbloem. “Dovete pagare le tasse in modo corretto, parte negli Usa e parte nell’Ue. Preparatevi a farlo”. “In Europa c’è un profondo squilibrio tra il carico fiscale di multinazionali e piccole e medie imprese, con queste ultime che pagano il 30% di tasse in più, una situazione inaccettabile”, aveva attaccato per parte sua il commissario per gli Affari economici Pierre Moscovici. Il momento, insomma, sembrava propizio per imporre una “glasnost” ad ampio raggio. Sembrava. Ma, tra soglia di fatturato troppo elevata e clausola di salvaguardia, la trasparenza di fatto sarà molto limitata. Intanto, mentre non solo Apple ma anche il governo di Dublino hanno fatto appello contro la decisione della Vestager, pure le iniziative europee per contrastare concretamente l’evasione languono.
Arenata la lista dei paradisi fiscali. Base imponibile consolidata in discussione dal 2011 – La lista comune delle “giurisdizioni non cooperative“, vale a dire i potenziali paradisi fiscali, avrebbe dovuto essere completata entro la fine del 2016: invece il progetto si è arenato alla selezione dei criteri, delle linee guida e delle “misure difensive” da adottare. Quanto alla proposta di definire una base imponibile consolidata comune a livello europeo per l’imposta sulle società, parte di un più ampio “piano d’azione sulla tassazione delle corporation”, se ne parla dal 2011 ma l’opinione della commissione giuridica del Parlamento europeo arriverà solo il prossimo dicembre. E si attende ancora il pronunciamento dello European economic and social committee. Eppure unificare la base imponibile significherebbe sbarrare la strada allo shopping fiscale delle multinazionali (la pratica di spostare gli utili nei Paesi più compiacenti dal punto di vista della tassazione) e impedire agli Stati di concedere alle aziende aliquote agevolate con accordi come quelli (più di 500) siglati dal Lussemburgo quando il presidente della Commissione Ue Jean Claude Juncker ne era primo ministro e finiti al centro dello scandalo dei LuxLeaks. Ne hanno beneficiato 340 multinazionali, dalla holding di Ikea a FedEx, da eBay a Telecom, passando per Fininvest e Intesa Sanpaolo.
I passi avanti nella lotta all’evasione? Merito dell’Ocse – Allargando lo sguardo, salta all’occhio che le principali novità in materia di lotta all’evasione sono scaturite non da mosse di Bruxelles, ma da impulsi dell’organizzazione parigina Ocse. Che ha promosso per esempio gli accordi sullo scambio automatico di informazioni fiscali firmati ormai da 100 Paesi. Compreso Panama, lo Stato dell’America centrale dove ha sede lo studio legale Mossack Fonseca che, come rivelato dall’inchiesta giornalistica internazionale nota come Panama Papers, gestiva i soldi di migliaia di personaggi noti creando società e conti offshore. Il sistema di condivisione automatica (Crs) è in vigore da quest’anno e entro il 21 agosto è prevista la prima comunicazione degli intermediari italiani, che dovranno inviare alle Entrate i dati su conti correnti, depositi, titoli e altre attività detenuti da persone residenti all’estero. Nel 2014, poi, l’Ocse ha messo a punto un articolato pacchetto di linee guida contro erosione fiscale e spostamento dei profitti in Paesi a bassa tassazione (Beps). Fenomeni che stando alle sue stime sottraggono ai Paesi del G20 fino a 240 miliardi l’anno. Più di 70 Stati hanno sottoscritto, su quella base, un accordo multilaterale che prevede diverse azioni concrete: dal divieto all’uso di società veicolo con finalità elusive all’obbligo per le multinazionali di fornire un rapporto delle loro attività Paese per Paese. Proprio il tema della proposta di direttiva votata dall’Europarlamento. Se non fosse per quella scappatoia che la svuota di efficacia.
di Chiara Brusini | 29 luglio 2017
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martedì 4 luglio 2017
Ce lo impone l'Europa...
Allora la cosa va così:
p.s.
è molto interessante fare la disamina dei media: quelli ufficiali minimizzano; il Fatto Quotidiano.. NO. Ecco cosa ne scrive in prima pagina cliccando su questo link al Fatto!
p.s. 2
c'è un illuminante saggio di Rifkin dal titolo 'Il sogno europeo' dove esortava i governi del vecchio mondo a non abbandonare la strada intrapresa negli anni iniziali della Fondazione dell'europa: certo paro paro, anzi hanno fatto esattamente l'opposto e chi oggi continua a parlarmi di Europa o è in malafede o è un ingenuo!!! In ogni caso si prenderà un vaffa dal sottoscritto!!!! E non mi si venga più a parlare né di frontiere aperte nè di altre amenità del genere.... sono balle e io lo sostengo da anni: l'europa è un enorme bluff e basta prima lo capite prima ce ne libereremo e se servirà votare che so per la lega o 5 stelle o altro lo farò senz'alcuna remora etica nè tantomeno morale!!!!!
- ci danno 5 mld all'anno per l'accoglienza dei migranti, anzi ora aumenteranno i soldi che arrivano proprio per tenerci buoni.. e con questo ci hanno serviti (i soldi andranno ersituiti sia chiaro);
- noi abbiamo usato quei soldi per far rimpolpare i soldi delle coop, leggi scandalo coop a Roma, e far rinverdire i rapporti con le ong;
- a fronte della dichiarata solidarietà europea la Francia cambia verso (...) e chiude i porti; idem per la Spagna (che ha già i suoi problemi con Ceuta e Melilla) che li chiude anche lei; l'Austria poi..... in tempi di elezioni ha già dichiarato che schiererà l'esercito!!!!
- Il Parlamento europeo ci dice che sono problemi nostri e che hanno già dato così come la Commissione che ci dice addirittura che dobbiamo parametrare gli eritrei e identificarli e poi scrivere un codice di condotta per i migranti e, per farci capire l'aria che tira, che abbiamo problemi di debiti e di bilancio e quindi bisognerà fare un altra manovrina.. capito l'antifona i nostri impavidi governanti oltre che fare qualche protesta chinerà il capo e farà alla fine esattamente quel che gli viene richiesto.. compresa la manovrina!!!!
p.s.
è molto interessante fare la disamina dei media: quelli ufficiali minimizzano; il Fatto Quotidiano.. NO. Ecco cosa ne scrive in prima pagina cliccando su questo link al Fatto!
p.s. 2
c'è un illuminante saggio di Rifkin dal titolo 'Il sogno europeo' dove esortava i governi del vecchio mondo a non abbandonare la strada intrapresa negli anni iniziali della Fondazione dell'europa: certo paro paro, anzi hanno fatto esattamente l'opposto e chi oggi continua a parlarmi di Europa o è in malafede o è un ingenuo!!! In ogni caso si prenderà un vaffa dal sottoscritto!!!! E non mi si venga più a parlare né di frontiere aperte nè di altre amenità del genere.... sono balle e io lo sostengo da anni: l'europa è un enorme bluff e basta prima lo capite prima ce ne libereremo e se servirà votare che so per la lega o 5 stelle o altro lo farò senz'alcuna remora etica nè tantomeno morale!!!!!
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domenica 21 febbraio 2016
Unione Europea, un’istituzione del secolo scorso
di Loretta Napoleoni dal Fatto Quotidiano del 20 febbraio 2016
L’Unione Europea è un fenomeno del secolo scorso, ecco una conclusione che nessuno ha il coraggio di verbalizzare, ma che molti in Europa condividono. La crisi finanziaria, quella del dedito sovrano e l’esodo dei profughi hanno messo a dura prova questa istituzione, che ne esce seriamente indebolita.
Sotto attacco i pilastri economici dell’Unione, come la libertà di movimento delle merci e dei lavoratori, ma anche quelli ideologici, come la pace in Europa. Ancora resistono le relazioni con la Russia, ma diventano sempre più intricate e quelle con la Siria e la Turchia sono spesso contraddittorie. In politica estera l’Europa non canta all’unisono, non ha una voce sua e questo produce una cacofonia costante.
Per chi non crede che l’Unione Europea appartenga al secolo scorso si consiglia una visita alla sede del Parlamento Europeo a Bruxelles, quella a Strasburgo, altra sede di un parlamento senza poteri legislativi e costantemente in movimento, è superflua. Se poi si conosce un deputato è possibile farsi rimborsare il viaggio e ricevere intorno ai 300 euro per vitto ed alloggio durante la visita all’icona dell’Europeismo.
Eh già, i burocrati di Bruxelles per promuovere l’integrazione hanno pensato anche a questo stanziando centinaia di milioni di euro all’anno per questo pellegrinaggio. Soldi che sborsiamo noi contribuenti naturalmente! Ad ogni deputato viene allocata una quota di visitatori all’anno, cioè i suoi elettori, che possono usufruire di questo servizio.
La prima cosa che colpisce quando si entra nel Parlamento europeo è la scarsa sicurezza, il controllo dei documenti avviene in una stanza laterale all’ingresso principale, ma per accedere al Parlamento bisogna uscire sulla piazza e rientrare. Ai visitatori viene dato un pass che si appiccica sui vestiti, facile staccarlo una volta in strada e darlo a qualcun altro. Tutto ok dal momento che nell’ingresso principale ci sono i metal detector, ma già questo entrare ed uscire dà l’impressione di una sicurezza da dilettanti, anzi temporanea, messa insieme velocemente, raffazzonata.
Tutto all’interno del Parlamento appare temporaneo e raffazzonato, ed è chiaro il perché, dal momento che i parlamentari fanno la spola tra Bruxelles e Strasburgo trascinandosi dietro tutte le loro carte. Una carovana di burocrati e personale amministrativo li segue passo passo. Così, ad intervalli regolari, il Parlamento si svuota. Forse anche per questo al suo interno si mangia malissimo, il servizio è part-time.
Il potere vero è nelle mani della Commissione, saldamente ancorata a Bruxelles e rigorosamente protetta da un sistema di sicurezza con i fiocchi. Peccato che questo organo non sia stato eletto da nessuno, che sia il prodotto di nomine politiche da parte dei governi in carica. Negli Stati Uniti i membri della Corte Suprema vengono eletti del presidente, restano in carica fino alla morte, cosa che fortunatamente non avviene per i membri della Commissione europea. Ma la Corte Suprema americana non ha nessun potere esecutivo, si esprime in ultima istanza su questioni che riguardano la nazione. E’ stata concepito come un organo di saggi, che interviene quando non si riesce a mettersi d’accordo.
La Commissione Europea non è nata con questo obiettivo, ma nella mente dei padri fondatori non doveva certamente un giorno diventare il governo non eletto dell’Unione Europea. La crisi finanziaria, la crisi del debito sovrano ed adesso l’esodo dei rifugiati hanno prodotto un processo di metamorfosi che ha trasferito nelle mani della Commissione poteri esecutivi sempre più importanti e strategici.
L’Europa del XXI secolo è profondamente diversa dall’Europa della seconda metà del XX secolo. In primis la guerra fredda è terminata e l’Unione Europea ha fatto da volano all’espansione della Nato. Entrambi sono fenomeni ed istituzioni create lo scorso secolo. Altro fattore fondamentale la globalizzazione. L’ideale di un mercato comune nell’Europa occidentale era legata all’assenza di libertà di movimento in un mondo che usciva dall’ondata di nazionalismo che aveva prodotto la prima e la seconda guerra mondiale. Un mondo dove tante, troppe erano le barriere tra le nazioni. Oggi è vero esattamente il contrario.
Ma né la chiusura totale né l’apertura totale sono auspicabili. L’Unione Europea è stata concepita con l’idea di allargare i propri confini, di aprire il più possibile in un mondo pieno di barriere, ma oggi questo mondo non esiste più. Modernizzare i principi dell’Unione è il mantra che sostiene le richieste di cambiamento del Regno Unito riguardo ad alcuni principi fondamentali dell’Unione Europea:
– Permettere alla Gran Bretagna di non aderire all’idea dell’Ue di forgiare un’unione sempre più stretta dei popoli d’Europa ma dare maggiori poteri ai parlamenti nazionali per bloccare le legislazioni dell’Ue;
– Restrizioni ai cittadini dell’Ue riguardo ai vantaggi professionali e benefici sociali nel Regno Unito durante i primi quattro anni di residenza.
– Cambiare le regole degli assegni familiari ai non residenti nel Regno Uniti così che il pagamento degli assegni rifletta costo della vita nei paesi dell’Unione dove i bambini vivono;
– Riconoscimento esplicito che l’euro non è l’unica moneta dell’Unione europea e garanzia che i paesi al di fuori della zona euro non siano svantaggiati e non debbano aderire ai programmi di salvataggio della zona euro;
– Impegno a ridurre il “peso” di una regolamentazione eccessiva ed al contenimento della politica di estensione del mercato unico.
– Restrizioni ai cittadini dell’Ue riguardo ai vantaggi professionali e benefici sociali nel Regno Unito durante i primi quattro anni di residenza.
– Cambiare le regole degli assegni familiari ai non residenti nel Regno Uniti così che il pagamento degli assegni rifletta costo della vita nei paesi dell’Unione dove i bambini vivono;
– Riconoscimento esplicito che l’euro non è l’unica moneta dell’Unione europea e garanzia che i paesi al di fuori della zona euro non siano svantaggiati e non debbano aderire ai programmi di salvataggio della zona euro;
– Impegno a ridurre il “peso” di una regolamentazione eccessiva ed al contenimento della politica di estensione del mercato unico.
Nei prossimi mesi sapremo come queste proposte verranno metabolizzate a Bruxelles, ma sicuramente non saranno questi cambiamenti a trasformare l’Unione Europea in un’istituzione del presente.
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