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mercoledì 12 settembre 2018

Direttiva copyright, un bene o un male? Cosa rischia ora il diritto d’autore in Europa

Fonte: Il Fatto Quotidiano Media & Regime | 12 settembre 2018 

È finita come era iniziata: il Parlamento europeo ha approvato, a larga maggioranza, la proposta di direttiva di riforma del diritto d’autore nella formulazione – salvo pochi colpi di maquillage – originariamente proposta dal relatore Alex Voss. Nel nuovo diritto d’autore europeo ci sarà un nuovo diritto connesso in forza del quale gli editori di giornali avranno diritto a un “equo compenso” da parte di chi utilizzerà i link ai loro articoli accompagnati da un estratto – ancor che breve – e un doppio giro di vite sui gestori delle piattaforme che pubblicano contenuti degli utenti e che saranno, by default, responsabili per tali contenuti sotto il profilo di eventuali violazioni del diritto d’autore.
È il momento dell’onore delle armi che su un campo di battaglia di un tempo i vincitori riconoscerebbero ai vinti ma che, forse, in questo caso, gli uni dovrebbero tributare agli altri perché, sfortunatamente, l’impressione è che – al di là di quello che ha segnato il tabellone dei voti nell’Europarlamento di Strasburgo – oggi non ci sono né vinti, né vincitori. E, per dirla tutta, è lecito anche dubitare del fatto che la parola “onore” sia associabile al dibattito che si è appena concluso e che di onorevole, almeno a tratti, ha avuto davvero ben poco. Ma indugiare sull’accaduto è poco utile e val la pena, invece, iniziare a guardare a domani con più serenità e obiettività possibile.
1. Il primo aspetto da non dimenticare – da una parte e dall’altra – è che domani non cambia nulla rispetto a oggi perché la direttiva non sarà legge nei singoli Paesi dell’Unione prima del 2021. Non c’è certezza – e non può esservi – che domani le dinamiche di circolazione delle informazioni e dei contenuti online saranno ancora quelle di oggi e che le conquiste o sconfitte – a seconda dei punti di vista – registrate oggi siano ancora utili o effettivamente dannose. È una questione di metodo che – a livello europeo e nazionale – si continua a sottovalutare: mentre ha senso usare le leggi per fissare principi generali e astratti,  non ha alcun senso – specie quando si parla di digitale – pretendere di spingersi al livello di dettaglio cui si spingono le regole appena approvate dal Parlamento europeo. L’innovazione è un processo di trasformazione rapida e costante, le leggi monoliti pressoché immodificabili.
2. Il secondo aspetto è che quella nella quale si colloca la battaglia che si è appena conclusa è una “guerra” – mi si perdoni l’orribile espressione trattandosi di un confronto tra idee contrapposte – sostanzialmente “civile”, tra appartenenti a uno stesso, unico e inscindibile ecosistema informativo e mediatico. Grandi piattaforme, editori di giornali, industria audiovisiva e, soprattutto, utenti, infatti sono “cittadini” di quella stessa comunità globale che, per brevità, abbiamo imparato a chiamare Web e, oggi, difficilmente – pur nel rispetto delle posizioni di ciascuno – l’uno potrebbe “vivere” senza l’altro. I rapporti economici tra i gestori delle grandi piattaforme, gli editori di giornali, l’industria musicale sono quotidiani e valgono già miliardi di euro in tutto il mondo. E, naturalmente, senza gli utenti, i loro dati, le loro visite nessuno dei protagonisti commerciali di questo confronto ha un futuro.
3. Il terzo aspetto è il più importante: i rischi di effetti collaterali della proposta di direttiva capaci di limitare il pluralismo informativo e la libertà di comunicazione online – senza indugiare ora a chiedersi se siano stati o meno esasperati e strumentalizzati da una delle due fazioni – sono innegabili, reali, sussistenti, presenti già nel quotidiano. È, per questo, indispensabile che, a cominciare dalle negoziazioni tra le istituzioni europee alle quali il Parlamento oggi ha dato l’ok, nessuno, da oggi, perda di vista per un solo istante il problema: iper proteggere i diritti d’autore sacrificando altri diritti fondamentali dell’uomo e del cittadino – pari-ordinati – come pluralismo e libertà di comunicazione online è una sconfitta per tutti, editori di giornali in testa.
Quando il fragore della battaglia avrà lasciato il posto al silenzio, sarebbe bello, se vinti e vincitori – ammesso che ce ne siano – si ritrovassero attorno a un tavolo a firmare un armistizio con il quale riconoscere che i diritti d’autore tutti – a cominciare da quelli degli utenti del web troppo spesso dimenticati – sono sacrosanti esattamente quanto lo è la libertà di comunicazione elettronica e che chi ha torto o ragione online in relazione alla pubblicazione di un contenuto deve essere sempre questione decisa da giudici e autorità, auspicabilmente dotati delle miglior tecnologie e risorse disponibili allo stato della tecnica.
Media & Regime | 12 settembre 2018

domenica 3 maggio 2015

Copyright, nemmeno il trattore è dell'agricoltore

Fonte: Punto informatico del 30/4/2015 a firma di Claudio Tamburrino

Roma - Il produttore di macchine agricole John Deere e la casa automobilistica General Motors hanno rivendicato il controllo sulla proprietà intellettuale dei software incorporati nei mezzi venduti ai propri clienti. La questione della definizione della proprietà sconfina dunque dal mercato dei contenuti digitali.

Seguendo le logiche del diritto d'autore, che protegge negli Stati Uniti i software oltre che i brevetti, le due produttrici di macchine vorrebbero estendere le loro possibilità di controllo sui prodotti una volta venduti, reclamando ancora la proprietà delle componenti intellettuali ed impedendo di conseguenza agli utenti/acquirenti di mettervi mano.

Accanto a John Deere e General Motors, peraltro, si è schierata l'associazione dei produttori di automobili Automaker's Alliance, che ha cercato di giustificare la rivendicazione con la necessità di monitorare la componente software installata sulle vetture, sempre più legata ad esigenze normative stringenti. Insomma, bisogna impedire agli utenti di aggiungere o rimuovere funzioni e componenti per non rischiare di mettere in pericolo loro stessi o gli altri.In realtà, ad essere minacciato, secondo osservatori e gruppi a sostegno dei diritti dei cittadini, è il concetto stesso di proprietà: c'è una diversa modulazione di possibilità e diritti nel caso della vendita di un bene (per cui c'è trasferimento di proprietà), del suo affitto o dell'offerta di un servizio. Ma questo confine è sempre più sfumato a causa dell'estensione dei diritti legati alla proprietà intellettuale.
Un esempio di questa modulazione di diritti e libertà è il mercato dell'usato: se per quanto riguarda i beni analogici gli acquirenti possono scegliere di rivenderli in forza del principio dell'esaurimento del diritto, gli stessi beni - come un libro o una canzone - se in formato digitale non generano il medesimo diritto.

Nel caso specifico delle richieste del mercato automobilistico si tratterebbe della conseguenza di della normativa statunitense sul diritto d'autore nell'era digitale, il Digital Millennium Copyright Act (DMCA), ed in particolare della Section 1201, uno degli articoli che limitano le libertà degli utenti di contenuti tutelati dalla proprietà intellettuale. In esso si legge infatti che "nessuno deve aggirare una misura tecnologica che controlla efficacemente l'accesso ad un'opera protetta da questa normativa".

D'altra parte anche in Europa Renault sta cercando di far passare un'interpretazione simile del diritto d'autore, in modo tale da ottenere il diritto di sospendere la funzionalità dell'automobile in caso di conflitto, per esempio un'insolvenza, col guidatore. Al contempo uno dei punti maggiormente contestati dei trattati bilaterali ACTA prevedeva proprio l'estensione al Vecchio Continente delle previsioni a stelle e strisce che limitassero l'aggiramento dei sistemi DRM.

La questione negli States è già arrivata al Congresso, dove il senatore Ron Wyden ed il deputato Jared Polis hanno cercato di correggere tale impostazione della normativa con una proposta di legge intitolata Breaking Down Barriers to Innovation Act, che estende le eccezioni alla prescrizione anti-aggiramento ed in generale codifica come legali gli aggiramenti delle misure tecnologiche condotti per fini non illeciti, come per esempio questioni attinenti la privacy, la liberà espressione delle idee, la ricerca scientifica, la sicurezza o il reverse engineering.

Claudio Tamburrino
p.s.
quando si dice che alla follia non c'è mai un limite; il diritto d'autore è sacrosanto, nessun dubbio ma c'è il lato B: ben lo sanno i contadini indiani per il loro alimento base, il "riso pundi" che è stato brevettato da una nota multinazionale americana; ben lo sanno i governi dei paesi del terzo e quarto mondo che devono pagare ad esempio 500$ per qualcosa, medicinali per fare un piccolo esempio, che qui in occidente ne costa 5$ se non meno (si chiama profitto); ben lo sanno coloro che acquistanbo u cd o un vinile.. NON LO POSSONO TOCCARE .. immaginate poi farne una copia per evitare che,  troppo spesso per la pessima qualità dell'hardware, l'originale si danneggi. Tutto è brevettato, difeso, pianificato, deciso: tu, consumatore finale che paghi il costo finale finale di questo circo,puoi solo "usare" con alcuni limiti se hai un problema che fai? Te lo risolvevi spesso con l'autoriparazione o con un tecnico ecc.  ma ora non più: dovrai aspettare che il concessinario ti dia il via ai suoi costi, una follia in un mondo folle dove ti si chiede di produrre a basso costo e velocemente.. una cosa che può fare un azienda ma NON il singolo: era questo l'obiettivo? Usare ma NON conoscere? Ci stanno riuscendo..... oggi in molti "usano" uno smarthphone" ma quanti lo "conoscono" davvero? La rivoluzione digitale c'era stata presentata come una liberazione e  non come una prigione.... sono solidale con quell'agricoltore!!!

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