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mercoledì 28 novembre 2018

No, cara Repubblica, niente inganni: la stampa italiana non è sotto assedio

Fonte: Il Fatto Quotidiano Media & Regime | 26 novembre 2018 


È una tecnica antica: se sei in difficoltà attacca, creati un comodo bersaglio per colpire meglio. È quanto ha fatto la Repubblica, domenica 25 novembre al teatro Brancaccio, presentando la stampa italiana come assediata dal potere. Non è così, naturalmente. La politica discute di editori impuri che utilizzano i giornali per coprire certi scandali (caso Consip) e ampliarne altri (caso Raggi), eccetera. È un fatto. Ma di questo al Brancaccio non s’è detto nulla perché, secondo una tesi ben sintetizzata da Umberto Eco, “non sono le notizie che fanno il giornale, ma il giornale che fa le notizie”, e la Repubblica i fatti, nel teatro romano, li ha cucinati a modo suo. Meglio far parlare la giornalista filippina, Maria Ressa, minacciata per le critiche a Rodrigo Duterte. L’Italia come le Filippine, come il Brasile, come la Turchia: questa è la costante degli interventi, il filo rosso che li lega.
Intendiamoci, sono state dette cose vere sulla situazione del giornalismo nel mondo, ma non c’entrano nulla – è questo il punto – con l’Italia. E tuttavia, costruita la tesi, bisognava supportarla: ed ecco Ezio Mauro affermare che le aggressioni alla stampa sono il segno dell’attacco alla liberaldemocrazia in tutto l’Occidente. Ecco Sebastiano Messina esplicare, senza veli, il senso della giornata: “a differenza di Erdogan, i 5stelle non vogliono addomesticare i giornali, vogliono chiuderli definitivamente”. Poche parole di Luigi Di Maio e Alessandro Di Battista – sbagliate, certo – hanno trasformato l’Italia in luogo di negazione della libertà di stampa. Un’esagerazione.
È evidente la volontà – anche attraverso la manifestazione al Brancaccio – di passare per vittime di un potere ostile, che in verità vuol mettere regole in conflitti d’interesse noti a tutti, meno che a largo Fochetti. E infatti, zero interventi sugli editori impuri e spazio a Donald Trump (Zucconi) e alla negazione della libertà di stampa in Turchia (Baydar), con l’idea fissa che anche in Italia sia così. Responsabili i grillini, naturalmente, come hanno detto Messina e Bottura mostrando (si fa per dire) “la strategia di delegittimazione della stampa del M5s”. È davvero troppo. Mario Calabresi indica “le truffe” del governo sull’informazione. Credo che la grande truffa, in verità, sia fingere di non vedere il conflitto d’interesse di editori come Carlo De Benedetti (tema ignorato con scientifica meticolosità).
Ragionare di diritti che nessuno nega – come al Brancaccio – è un inganno: è parlar d’altro spacciando il nostro per un Paese sudamericano. Tiziano Terzani dice: “Il mio istinto è sempre stato di stare lontano dal potere. Lo puoi chiamare anche una forma di moralità. Ho sempre avuto questo senso di orgoglio che io al potere gli stavo di faccia, lo guardavo, e lo mandavo a fanculo. Invece di compiacerlo controllavo che cosa non andava, facevo domande. Questo è il giornalismo”. Ecco, è quello che la Repubblica non ha fatto col potere quando governavano Monti, Letta, Renzi e Gentiloni. Adesso scopre che in Italia c’è un clima sudamericano (perché la politica tocca gli interessi del suo editore). Suvvia, questa se la bevono solo i lettori di Marziani. Si nasconde il tema dell’editore impuro – questo è il punto – perché l’espressione “conflitto d’interesse” deve essere accostata solo a Berlusconi. Non va bene. È un gioco che non regge più.
Post scriptum. Primo: “I nazisti facevano sempre riferimento al popolo – ha detto Damilano – anche oggi si fa continuamente riferimento al popolo.” Damilano cita Bobbio e l’Elogio della mitezza e della misura. Peccato sia andato oltre misura accostando i 5Stelle ai nazisti. Secondo: “Si può prendere alla lettera un intervento comico di Grillo – contro L’Unità, Repubblica, Corriere – e presentarlo come un programma politico? Ecco: sono queste esagerazioni che, secondo i 5stelle, fanno di Repubblica un giornale fazioso. Non hanno tutti i torti.

Media & Regime | 26 novembre 2018

mercoledì 12 settembre 2018

Direttiva copyright, un bene o un male? Cosa rischia ora il diritto d’autore in Europa

Fonte: Il Fatto Quotidiano Media & Regime | 12 settembre 2018 

È finita come era iniziata: il Parlamento europeo ha approvato, a larga maggioranza, la proposta di direttiva di riforma del diritto d’autore nella formulazione – salvo pochi colpi di maquillage – originariamente proposta dal relatore Alex Voss. Nel nuovo diritto d’autore europeo ci sarà un nuovo diritto connesso in forza del quale gli editori di giornali avranno diritto a un “equo compenso” da parte di chi utilizzerà i link ai loro articoli accompagnati da un estratto – ancor che breve – e un doppio giro di vite sui gestori delle piattaforme che pubblicano contenuti degli utenti e che saranno, by default, responsabili per tali contenuti sotto il profilo di eventuali violazioni del diritto d’autore.
È il momento dell’onore delle armi che su un campo di battaglia di un tempo i vincitori riconoscerebbero ai vinti ma che, forse, in questo caso, gli uni dovrebbero tributare agli altri perché, sfortunatamente, l’impressione è che – al di là di quello che ha segnato il tabellone dei voti nell’Europarlamento di Strasburgo – oggi non ci sono né vinti, né vincitori. E, per dirla tutta, è lecito anche dubitare del fatto che la parola “onore” sia associabile al dibattito che si è appena concluso e che di onorevole, almeno a tratti, ha avuto davvero ben poco. Ma indugiare sull’accaduto è poco utile e val la pena, invece, iniziare a guardare a domani con più serenità e obiettività possibile.
1. Il primo aspetto da non dimenticare – da una parte e dall’altra – è che domani non cambia nulla rispetto a oggi perché la direttiva non sarà legge nei singoli Paesi dell’Unione prima del 2021. Non c’è certezza – e non può esservi – che domani le dinamiche di circolazione delle informazioni e dei contenuti online saranno ancora quelle di oggi e che le conquiste o sconfitte – a seconda dei punti di vista – registrate oggi siano ancora utili o effettivamente dannose. È una questione di metodo che – a livello europeo e nazionale – si continua a sottovalutare: mentre ha senso usare le leggi per fissare principi generali e astratti,  non ha alcun senso – specie quando si parla di digitale – pretendere di spingersi al livello di dettaglio cui si spingono le regole appena approvate dal Parlamento europeo. L’innovazione è un processo di trasformazione rapida e costante, le leggi monoliti pressoché immodificabili.
2. Il secondo aspetto è che quella nella quale si colloca la battaglia che si è appena conclusa è una “guerra” – mi si perdoni l’orribile espressione trattandosi di un confronto tra idee contrapposte – sostanzialmente “civile”, tra appartenenti a uno stesso, unico e inscindibile ecosistema informativo e mediatico. Grandi piattaforme, editori di giornali, industria audiovisiva e, soprattutto, utenti, infatti sono “cittadini” di quella stessa comunità globale che, per brevità, abbiamo imparato a chiamare Web e, oggi, difficilmente – pur nel rispetto delle posizioni di ciascuno – l’uno potrebbe “vivere” senza l’altro. I rapporti economici tra i gestori delle grandi piattaforme, gli editori di giornali, l’industria musicale sono quotidiani e valgono già miliardi di euro in tutto il mondo. E, naturalmente, senza gli utenti, i loro dati, le loro visite nessuno dei protagonisti commerciali di questo confronto ha un futuro.
3. Il terzo aspetto è il più importante: i rischi di effetti collaterali della proposta di direttiva capaci di limitare il pluralismo informativo e la libertà di comunicazione online – senza indugiare ora a chiedersi se siano stati o meno esasperati e strumentalizzati da una delle due fazioni – sono innegabili, reali, sussistenti, presenti già nel quotidiano. È, per questo, indispensabile che, a cominciare dalle negoziazioni tra le istituzioni europee alle quali il Parlamento oggi ha dato l’ok, nessuno, da oggi, perda di vista per un solo istante il problema: iper proteggere i diritti d’autore sacrificando altri diritti fondamentali dell’uomo e del cittadino – pari-ordinati – come pluralismo e libertà di comunicazione online è una sconfitta per tutti, editori di giornali in testa.
Quando il fragore della battaglia avrà lasciato il posto al silenzio, sarebbe bello, se vinti e vincitori – ammesso che ce ne siano – si ritrovassero attorno a un tavolo a firmare un armistizio con il quale riconoscere che i diritti d’autore tutti – a cominciare da quelli degli utenti del web troppo spesso dimenticati – sono sacrosanti esattamente quanto lo è la libertà di comunicazione elettronica e che chi ha torto o ragione online in relazione alla pubblicazione di un contenuto deve essere sempre questione decisa da giudici e autorità, auspicabilmente dotati delle miglior tecnologie e risorse disponibili allo stato della tecnica.
Media & Regime | 12 settembre 2018

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