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venerdì 2 marzo 2018

ACQUA - La guerra è cominciata. nel nome della globalizzazione, in ogni angolo del mondo.

Fonte: il sapere è potere

Di Alessandro Taballione - Scuola di Giornalismo RadioTelevisivo Perugia www.sgrtv.it


La guerra è cominciata. nel nome della globalizzazione, in ogni angolo del mondo.
Le multinazionali hanno fiutato il business del nuovo secolo: le risorse idriche del mondo scarseggiano e sono mal distribuite. Quindi l'acqua sta diventando un bene prezioso.
Come il petrolio. E chi lo controllerà avrà potere e profitto. Parole d'oro per le multinazionali. Che non hanno perso tempo. E hanno sferrato il loro attacco. Scatenando una battaglia tra giganti, che calpestano, quasi fossero fastidiosi moscerini, diritti ed esseri umani.

La posta in gioco
Dal controllo sulle acque minerali alla battaglia per la gestione degli acquedotti, dalla costruzioni di dighe alla privatizzazione dei bacini idrici. Quella per l'acqua è una guerra discreta, che non si combatte con gli eserciti, che non si alimenta del fragore delle bombe, ma si decide nelle stanze silenziose di pochi grattacieli. Quelli del FMI (Fondo Monetario Internazionale), del WTO (OMC: Organizzazione Mondiale del Commercio), della Banca Mondiale e delle multinazionali.

La dichiarazione di guerra 
Lo scontro è aperto e la dichiarazione di guerra ha una data ed un luogo precisi: 2000, l'Aja, 17-22 marzo, data del 2° Forum mondiale sull'acqua. Voluto dal Consiglio mondiale sull'acqua, un organismo nato nel 1994 su iniziativa della banca mondiale, il Forum ha affrontato il problema delle risorse idriche, trovando una soluzione "globale". L'acqua cambia status: da diritto umano(svincolato dalle leggi di mercato) diventa un bisogno umano, che quindi può essere regolato dalle leggi della domanda e dell'offerta. Dal mercato. Quindi la parola d'ordine è privatizzare.
La dichiarazione di guerra.
I giganti che si contendono di privatizzare il nascente mercato dell'acqua sono soprattutto europei: le aziende francesi Vivendi e Suez-Lyonnais des Eux (ora Ondeo), la tedesca RWE. E poi i colossi Nestlé e Danone, l'americana Coca Cola. Ma anche l'italianissima ACEA concorre alla spartizione della torta: le bollette che pagano i cittadini di Erevan, capitale dell'Armenia, finiscono nelle casse del Comune di Roma, titolare del 51% delle azioni dell'ACEA, che gestisce l'acquedotto locale.

Le vittime senza colpe
Questa concorrenza spietata si sta sviluppando soprattutto nel sud del mondo, nei paesi dell'America Latina e dell'Africa, ma non solo.
Giacarta, Manila, Casablanca, Dakar, Nairobi, La Paz, Città del Messico e Buenos Aires, sono soltanto alcune delle città in cui l'acqua adesso è privatizzata. Ma non c'è da stupirsi: in Inghilterra, la privatizzazione dell'acqua è stata introdotta dal 1989 e le imprese Thames Water e Seven-Trent che la gestiscono, operano a livello internazionale da molto tempo. In Francia, dove la privatizzazione è vista come delega del servizio pubblico, si è avuto un aumento medio del prezzo dell'acqua del 50%, a Parigi in particolare del 54%. Con trovate anche bizzarre: l'estate scorsa nella capitale francese, la "cloud water", l'acqua delle nuvole veniva venduta a 35 franchi alla bottiglia.
Nel frattempo la Danone ha acquistato la gestione di tre sorgenti: una in Indonesia una in Cina e negli Stati Uniti. la Nestlè ha cominciato a commercializzare un'acqua "purificata" in Pakistan.

Il lato oscuro della globalizzazione
Questo tipo di sviluppo è sostenuto dagli organismi economici mondiali. In alcuni casi il Fondo Monetario internazionale e la Banca Mondiale hanno subordinato la concessione di prestiti a paesi poveri in cambio della gestione dei servizi idrici a società private estere. Casi del genere si sono avuti in Bolivia, a Cochabamba, a Manila nelle Filippine, in Cina. Sarebbe a dire: "noi vi diamo i soldi, ed in cambio ci prendiamo solamente la gestione, esclusiva, della risorsa più importante per vivere".
Qualcuno lo chiamerebbe ricatto. Ma è "solo" il lato più sporco della globalizzazione.
Anzi, per la precisione, di questa globalizzazione.

giovedì 21 settembre 2017

Il problema non è aiutarli a casa loro...

sapere e potere

Secondo il nuovo rapporto Oxfam rilasciato in data odierna [2 giugno, ndt], intitolato: “Africa: l’ascesa per pochi”(1), 11 miliardi di dollari sono stati sottratti all’Africa nell’arco dell’anno 2010,
grazie all’utilizzo di uno tra i tanti trucchi usati dalle multinazionali per ridurre le imposte. Tale cifra, è sei volte l’equivalente dell’importo che sarebbe necessario a colmare il vuoto di fondi nel sistema sanitario di Sierra Leone, Liberia, Guinea, Guinea Bissau, tutti Stati in cui è presente l’ebola. Le scoperte dell’Oxfam arrivano in corrispondenza dell’imminente partecipazione dei leader politici ed economici al 25° World Economic Forum Africa, che si terrà in Sudafrica.



Il tema principale dell’incontro sarà come assicurare l’ascesa economica dell’Africa e conseguire uno sviluppo sostenibile. E’ necessaria una riforma del sistema di tassazione globale, affinché l’Africa possa pretendere i fondi che le spettano – tra l’altro, è necessaria per affrontare l’estrema povertà e disuguaglianza – e diviene realmente determinante se il continente deve continuare la sua crescita economica.



L’Oxfam ha richiesto a tutti i governi, la presenza dei capi di Stato e dei ministri delle finanze in vista della Financing for Development Conference che si terrà a luglio in Etiopia. La conferenza di Addis Abeba stabilirà le modalità con cui il mondo finanzierà lo sviluppo per i prossimi vent’anni; questa è un’opportunità per i governi, affinché inizino a elaborare un sistema globale di tassazione più democratico ed equo.



Winnie Byanyima, direttore esecutivo internazionale dell’Oxfam, ha dichiarato: “L’Africa sta subendo un’emorragia di miliardi di dollari, a causa dei trucchi usati dalle multinazionali per imbrogliare i governi africani, lasciandoli senza le entrate dovute, dal momento che non pagano la loro giusta quota di tasse. Se le entrate delle tasse fossero investite in educazione ed assistenza sanitaria, le società e le economie prospererebbero ulteriormente in tutto il continente”.



Nel 2010, l’ultimo anno di cui sono disponibili i dati, le compagnie multinazionali hanno evitato di pagare tasse per un ammontare di 40 miliardi di dollari statunitensi, grazie ad una pratica chiamata trade mispricing – nella quale una compagnia stabilisce prezzi artificiali per i beni e servizi venduti tra le proprie sussidiarie, al fine di evitare la tassazione. Con le corporate tax rates che hanno una media pari al 28% in Africa, ciò equivale a 11 miliardi di dollari statunitensi come entrate sotto forma di tasse.



Il trade mispricing è solo uno dei trucchi che le multinazionali usano per non pagare la loro quota giusta di tassazioni. Secondo l’UNCTAD, i paesi in via di sviluppo nella loro totalità, perdono, secondo una stima, 100 miliardi di dollari l’anno attraverso un altro set di schemi che permettono di evitare i pagamenti, coinvolgendo i paradisi fiscali.



Le compagnie fanno una dura attività di lobbying per avere agevolazioni fiscali come ricompensa per basare e mantenere le loro attività nelle nazioni africane. Le agevolazioni fiscali fornite alle sei più grandi compagnie di estrazione mineraria in Sierra Leone, raggiungono il 59% del budget totale della nazione o equivalgono a 8 volte il budget sanitario statale.



Byanyima ha aggiunto: “I leader africani non devono assistere inerti all’approvazione del nuovo sistema di tassazione globale, cosa che dà alle multinazionali la libertà di scansare i loro obblighi di pagamento delle tasse in Africa. I leader politici e d’affari devono mettere da parte la loro importanza, innanzi alle richieste, sempre più insistenti, di una riforma del sistema di tassazione internazionale. Le nazioni africane, devono introdurre un approccio più progressivo e democratico alla tassazione – incluso un appello alla parola ‘fine’ per le esenzioni dalle tasse per le compagnie straniere”.



Gli attuali meccanismi internazionali volti a superare l’evasione fiscale, come il processo BEPS (Base Erosion and Profit Shifting), controllato dall’Organizzazione per la Cooperazione e lo Sviluppo Economico (OCSE)(2) per il G20, lasciano aperte enormi “vie di fuga” per le tasse, che le multinazionali possono continuare a sfruttare in tutto il mondo in via di sviluppo. Molte nazioni africane sono state escluse dalle discussioni sulla riforma del BEPS e, come risultato, non ne trarranno alcun beneficio.



(Traduzione di: Marco Nocera)



Fonti:



2 Organisation for Economic Co-operation and Development (OECD) [così nominata a livello internazionale, ndt]

domenica 30 luglio 2017

Evasione fiscale, per Bruxelles la trasparenza sulle tasse pagate dalle multinazionali deve restare un optional

di | 29 luglio 2017   Il Fatto Quotidiano

Trasparenza? Sì, ma col buco. Non c’è Lux Leaks che tenga. E poco importa se l’evasione delle multinazionali sottrae ai paesi Ue tra i 50 e i 70 miliardi di euro l’anno di mancate entrate fiscali. Per i cittadini europei avere informazioni chiare e complete su quante tasse pagano i grandi gruppi attivi sul loro territorio resterà un miraggio. La bozza di direttiva sulla “divulgazione di dati fiscali da parte di alcune imprese”, votata il 4 luglio dal Parlamento europeo, prevede infatti così tante scappatoie che, se passerà senza modifiche, meno del 10% delle grandi corporation dovrà pubblicare sul proprio sito una scheda con numero di dipendenti, ricavi, profitti e imposte versate in ogni Stato Ue in cui opera. Nel frattempo anche le iniziative per contrastare concretamente l’evasione fiscale, a livello europeo, languono. Le principali novità in materia derivano non da mosse di Bruxelles, ma da impulsi dell’organizzazione parigina Ocse, il “club” dei 35 Paesi da cui deriva l’80% del pil mondiale.
La scappatoia che annulla la trasparenza “per proteggere dati sensibili” – La pubblicazione su internet dei principali dati societari e fiscali divisi per Paese di attività era considerata dalla Global alliance for tax justice un passo importante. In questo modo, era il ragionamento del movimento internazionale che chiede una più equa distribuzione della ricchezza globale, l’opinione pubblica avrebbe gli strumenti per capire se le multinazionali godono di trattamenti di favore o sfruttano schemi societari ad hoc per spostare i proventi nei Paesi fiscalmente più convenienti. Sottraendo risorse che potrebbero essere usate per servizi pubblici e infrastrutture. Ma l’europarlamento, chiamato a emendare la proposta presentata dalla Commissione nell’aprile 2016 per poi avviare i negoziati con il Consiglio europeo, ha dato un colpo al cerchio e uno alla botte. Con una mano, su richiesta del gruppo S&D, ha rafforzato il testo della Commissione imponendo la pubblicazione dei dati disaggregati per ogni Paese (“country by country reporting”) invece che per le sole giurisdizioni europee e per i paradisi fiscali. Con l’altra, su spinta dei gruppi conservatori e dell’Alde, ha inserito un articolo che consente agli Stati membri di autorizzare i grandi gruppi a omettere “uno o più elementi di informazione” per “proteggere dati sensibili dal punto di vista commerciale e assicurare una concorrenza leale”.
Una clausola di salvaguardia che per il gruppo dei Socialisti e democratici “permetterà alle multinazionali di non pubblicare dati ritenuti sensibili per un periodo illimitato”. Transparency international Eu ha sottolineato dal canto suo che il testo “cerca di tenere insieme tutto”: da un lato “esibisce un forte supporto riguardo alla trasparenza sugli accordi fiscali delle multinazionali”, dall’altro “lascia loro la possibilità di avvolgere i loro affari in una cortina di segretezza”. Per Oxfam, la cui petizione contro i paradisi fiscali ha raccolto finora oltre 350mila firme, quella clausola rischia di minare l’efficacia del provvedimento nel contenere gli abusi.
Obbligo di pubblicazione dei dati solo se i ricavi superano i 750 milioni – C’è da dire comunque che anche la proposta iniziale dell’esecutivo Ue faceva acqua. la pubblicazione dei dati societari è stata (e rimane, dopo il passaggio in Parlamento) prevista solo per le multinazionali con almeno 750 milioni di fatturato annuo. Secondo lo European Economic and Social Committee, organo consultivo dell’Unione che ha tra l’altro il compito di fornire pareri a Parlamento, Consiglio e Commissione, fissare questa soglia equivale ad escludere l’85-90% delle aziende attive in più di un Paese. Perché non tutte le multinazionali hanno la stazza dei big statunitensi: l’Italia, per esempio, conta decine di medie aziende della meccanica, dell’alimentare e dell’abbigliamento con sedi in più di un Paese ma fatturati inferiori a quella soglia. “Applicare la misura proposta soltanto ad un simbolico 15% di questa categoria di imprese vorrebbe dire perdere di vista le preoccupazioni di quasi ogni cittadino europeo”, aveva avvertito lo scorso anno Victor Alistar, relatore del parere del comitato. Preoccupazione identica a quella espressa dallo European Network on Debt and Development, un gruppo di ong che si battono per un sistema finanziario più equo. Ma l’asticella è rimasta invariata.
Le promesse di Dijsselbloem e Moscovici dopo il caso Apple – La commissione si era mossa dopo che la responsabile della concorrenza Margrethe Vestager, al termine di due anni di indagini, aveva dichiarato “non conformi alle regole europee” i trattamenti fiscali di favore concessi rispettivamente da Lussemburgo e Paesi Bassi a Fiat finance and trade e Starbucks, chiedendo ai due gruppi di restituire almeno 40 milioni. In agosto poi Apple sarebbe stata chiamata a sborsare 13 miliardi: l’equivalente delle tasse non pagate grazie a vantaggi non dovuti concessi dall’Irlanda. Dove, secondo la Commissione, il gruppo della Mela spostava i profitti realizzati nel resto dell’Unione per approfittare dell’aliquota ultraconveniente (meno dell’1%) concordata con Dublino. “Il mio messaggio alle multinazionali è: state combattendo la battaglia sbagliata. E’ tempo di voltare di pagina, i tempi stanno cambiando”, aveva tuonato poche settimane dopo il presidente dell’Eurogruppo Jeroen Dijsselbloem. “Dovete pagare le tasse in modo corretto, parte negli Usa e parte nell’Ue. Preparatevi a farlo”. “In Europa c’è un profondo squilibrio tra il carico fiscale di multinazionali e piccole e medie imprese, con queste ultime che pagano il 30% di tasse in più, una situazione inaccettabile”, aveva attaccato per parte sua il commissario per gli Affari economici Pierre Moscovici. Il momento, insomma, sembrava propizio per imporre una “glasnost” ad ampio raggio. Sembrava. Ma, tra soglia di fatturato troppo elevata e clausola di salvaguardia, la trasparenza di fatto sarà molto limitata. Intanto, mentre non solo Apple ma anche il governo di Dublino hanno fatto appello contro la decisione della Vestager, pure le iniziative europee per contrastare concretamente l’evasione languono.
Arenata la lista dei paradisi fiscali. Base imponibile consolidata in discussione dal 2011 – La lista comune delle “giurisdizioni non cooperative“, vale a dire i potenziali paradisi fiscali, avrebbe dovuto essere completata entro la fine del 2016: invece il progetto si è arenato alla selezione dei criteri, delle linee guida e delle “misure difensive” da adottare. Quanto alla proposta di definire una base imponibile consolidata comune a livello europeo per l’imposta sulle società, parte di un più ampio “piano d’azione sulla tassazione delle corporation”, se ne parla dal 2011 ma l’opinione della commissione giuridica del Parlamento europeo arriverà solo il prossimo dicembre. E si attende ancora il pronunciamento dello European economic and social committee. Eppure unificare la base imponibile significherebbe sbarrare la strada allo shopping fiscale delle multinazionali (la pratica di spostare gli utili nei Paesi più compiacenti dal punto di vista della tassazione) e impedire agli Stati di concedere alle aziende aliquote agevolate con accordi come quelli (più di 500) siglati dal Lussemburgo quando il presidente della Commissione Ue Jean Claude Juncker ne era primo ministro e finiti al centro dello scandalo dei LuxLeaks. Ne hanno beneficiato 340 multinazionali, dalla holding di Ikea a FedEx, da eBay a Telecom, passando per Fininvest e Intesa Sanpaolo.
I passi avanti nella lotta all’evasione? Merito dell’Ocse – Allargando lo sguardo, salta all’occhio che le principali novità in materia di lotta all’evasione sono scaturite non da mosse di Bruxelles, ma da impulsi dell’organizzazione parigina Ocse. Che ha promosso per esempio gli accordi sullo scambio automatico di informazioni fiscali firmati ormai da 100 Paesi. Compreso Panama, lo Stato dell’America centrale dove ha sede lo studio legale Mossack Fonseca che, come rivelato dall’inchiesta giornalistica internazionale nota come Panama Papers, gestiva i soldi di migliaia di personaggi noti creando società e conti offshore. Il sistema di condivisione automatica (Crs) è in vigore da quest’anno e entro il 21 agosto è prevista la prima comunicazione degli intermediari italiani, che dovranno inviare alle Entrate i dati su conti correnti, depositi, titoli e altre attività detenuti da persone residenti all’estero. Nel 2014, poi, l’Ocse ha messo a punto un articolato pacchetto di linee guida contro erosione fiscale e spostamento dei profitti in Paesi a bassa tassazione (Beps). Fenomeni che stando alle sue stime sottraggono ai Paesi del G20 fino a 240 miliardi l’anno. Più di 70 Stati hanno sottoscritto, su quella base, un accordo multilaterale che prevede diverse azioni concrete: dal divieto all’uso di società veicolo con finalità elusive all’obbligo per le multinazionali di fornire un rapporto delle loro attività Paese per Paese. Proprio il tema della proposta di direttiva votata dall’Europarlamento. Se non fosse per quella scappatoia che la svuota di efficacia.
di | 29 luglio 2017

martedì 14 marzo 2017

Monsanto perde milioni di dollari in India: gli agricoltori riutilizzano le sementi autoctone

Ricordiamocelo qui in italia chi è la monsanto... visto che in alcune zone del paese sta attuando una politica di penetrazione con costi bassi e pressioni sulla politica sia europea che italiana!!!!

mercoledì 23 novembre 2016

Le Multinazionali, il film di denuncia

Continuiamo la serie della storia da ricordare, e in certi casi sapere, per capire cosa abbiamo di fronte e quale effettivo potere abbia...... quali ramificazioni; quali obiettivi; quale forza economica-finanziaria-politica hanno. Naturalmente anche qui, secondo molti benpensanti, siamo al 'gomblotto' dei soliti comunisti catastrofisti: peccato che quanto sostenuto nel video sia facilmente riscontrabile nella realtà con una  semplice ricerca su Google scrivendo le semplici parole 'Multinazionali'  e 'potere'.
Buona visione

lunedì 8 giugno 2015

questo è un trailer di appena tre minuti scarsi ma dicono tutto... qualunque sia il nome citato nella clip cambiatelo e il risultato non cambia: ci sono aziende cosiddette multinazionali che con il loro bilancio doppiano quello degli USA e della Cina messi insieme. Riflettete quando comprate qualcosa, qualunque cosa: c'è sempre lo zampino di qualcuno di questi mostri del profitto che hanno un solo obiettivo IL PROFITTO ATTRAVERSO LA CREAZIONE, QUASI SEMPRE INDOTTA, DEL BISOGNO E DI CONSEGUENZA DELLA DOMANDA. Se c'è il bisogno c'è domanda: un teorema semplice quanto micidialmente criminale perchè IL BISOGNO si crea SEMPRE E SOLO con la scarsità del bene o del prodotto o del servizio che vien fornito, un esempio? Internet. Per farla accettare, commercialmente parlando, per anni hanno tollerato tutto: dagli hacker (tollerati) alla new frontier dell'informazione "libera": una volta creato il mercato si sono cominciati a stringere i cappi attorno al collo..... e si è passati dalla fornitura della rete a pagamento alla stessa vendita di beni, prodotti e servizi fino a qualche anno prima tutti gratis. Parlo di internet ma potrei parlare della luce, dell'acqua, della sanità, delle pensioni, del lavoro, ecc. qualsiasi cosa, se vi fermate per un attimo a pensarci su (ricordate il post sul tempo "rallentato"?) vi accorgerete che tutto è andato, tassellino dopo tassellino, nel verso della strada indicata dai vari trattati (tutti stesi, scritti e firmati con la "benevola" consulenza dei lobbysti delle succitate aziande) del GATT/WTO/TTIP sono andati in questo senso: restringere gli spazi autonomi e spingere la gente a pagare, caro, quel che prima vevano a poco se non gratis..... altro esempio? L'acqua: i vari trattati successivi al WTO (in gergo li chiamano DOHA round) hanno vieppiù affermato con sempre maggior forza che la'cqua non era più un servizio essenziale, perchè senz'acqua la gente muore, ma un bisogno e in quanto tale andava sotto la voce "business", quindi si paga, e se poi essa dovesse "scarseggiare (nozione vera ma non imminentemente attuale se si pensa che sotto il sahara c'è abbastanza acqua da riempire 10 VOLTE TUTTI GLI OCEANI ATTUALI MESSI INSIEME)" è chiaro che se si vuol bere si DEVE pagare di più per averne la stessa quantità..... tutto chiaro?
Bene, detto quanto sopra ora fatevi questa domanda: posso farne a meno di tutto ciò senza per questo perdere qualcosa della mia individualità, i miei diritti, la mia qualifica di "cittadino" consapevole di questo pianeta o sono un "tag" da colpire (magari con tecniche di comunicazione che "sovratrimolano fin da bambini la mia corteccia cerebrale" a fine di rendermi schiavo del bisogno indottomi per permettere alla tal'azienda, multinazionale o meno non conta, per sentirmi pressato e ansioso dia ver quel tale oggetto di consumo fino ad essere capace di rubarlo?

lunedì 4 maggio 2015

Expo 2015, la domanda è: a che serve?

Fonte Il Fatto Quotidiano del 3 maggio 2015 a firma di
Mentre nel mondo la terza guerra mondiale miete vittime e produce la più grande migrazione nella storia dell’umanità e l’Europa è ancora in piena crisi finanziaria, a Milano gli italiani celebrano il cibo. E lo fanno in un contesto tipicamente nostrano sullo sfondo di scandali, corruzione, speculazioni edilizie selvagge e così via.
Nella grande abbuffata milanese non potevano mancare i volti celebri, le star della moda ed i politici di turno loro amici. Il tutto sotto la benedizione delle grandi multinazionali dell’alimentazione e del fast-food, dalla Coca Cola a McDonald. Persino Slow Food, un tempo simbolo della semplicità mondo contadino, rischia di finire in questo tritacarne.
Ciononostante ci si meraviglia della contestazione -il No Expo -, e degli scontri di piazza. Questa è una manifestazione contestatissima perché costosissima, uno spreco in un momento in cui i soldi servirebbero a ben altro. Lo stesso ragionamento ha alimentato la contestazione poche settimane fa nei confronti dell’apertura della nuova sede della Banca centrale europea. La celebrazione della grande abbuffata del cibo globale e la costruzione della nuova cattedrale della finanza  europea sono completamente fuori luogo in un contesto di austerità dove ai pensionati europei sono state ridotte le pensioni, già da fame, ed i giovani sono destinati ad una vita magra da precari.
Queste contraddizioni sono frutto della polarizzazione sociale regalataci dall’economia neo-liberista, da una parte ci sono le élite, inclusa quella del cibo, ed i politici di turno che con loro si abbuffano, dall’atra parte c’è il resto della società, coloro che dovrebbero come tante formichine varcare i cancelli dell’Expo, per ammirare i tempi del cibo di paesi lontani.
A questo punto bisogna porsi alcune domande.
In un mondo globalizzato dove tutti sanno tutto degli altri, dove non esistono più misteri culinari e dove la cucina fusion ha portato in oriente cibi e spezie occidentali e viceversa, a che serve l’Expo del cibo? Anzi a che serve l’Expo come concetto di scoperta e scambio di innovazioni tra i popoli? Basta accendere uno smartphone per rendersi conto dell’inutilità di questi eventi, tutto ciò che desidero sapere o vedere è sempre a portata di mano e gratis ma se lo voglio acquistare o mangiare allora il portafoglio mi dice che non si può.
Seconda domanda: quante bocche avremmo potuto sfamare con i soldi spesi per questa vetrina di prodotti legati alla gastronomia, tutti privi di sorprese? E se questi soldi fossero stati risparmiati per combattere la fame nel mondo, oggi l’Italia e Milano avrebbero potuto usarli in Nepal per sfamare milioni di persone.
Certo i neoliberisti italiani obietterebbero che dar da mangiare ai terremotati nel Nepal non aumenta il Pil italiano mentre l’Expo…Tutta quella cementificazione intorno alla stazione Garibaldi, sostengono, ha fatto gravitare il valore degli immobili della zona, e poi c’è l’indotto del turismo, alberghi, ristoranti, taxi ecc. ecc., persino la corruzione fa bene al Pil, alla fine i soldi sono finiti nelle tasche di imprese italiane non nelle pance dei poveri. Peccato che questa favola non sia a lieto fine. Gli alberghi a Milano non sono pieni, i ristoranti non traboccano ed i prezzi degli appartamenti che si vendono sono sempre più bassi.
E quelle formichine umane che dovevano correre verso l’Expo non lo stanno facendo perché non hanno i soldi. Certo chi ci vuole credere a questa favola, chi ha bisogno di questa illusione, è libero di continuare a farlo.
Terza domanda: la riflessione sul cibo nel contesto del XXI secolo davvero non serve a nulla?  E la risposta è si, certo che serve, ed è importante ma va fatta in contesti completamente diversi.
A Verona il 1 maggio si è svolto un convegno organizzato dalle donne veronesi WE EXPO e dal MAG, un’iniziativa sociale attivissima sul territorio. Si è trattato di una sfida all’interno del carrozzone dell’Expo tutta femminile. E vi hanno partecipato anche contadine venete del movimento No Expo, aderenti al movimento mondiale Via Campesina, che rappresenta 400 milioni di piccole aziende, che sin dall’inizio ha preso le distanze dall’Expo di Milano.
Mentre a Milano si beveva Coca-Cola e si mangiavano hamburger di McDonald, a Verona si è parlato della dieta occidentale che ci uccide e dei costi altissimi da questa prodotti in termini di salute pubblica ed inquinamento del pianeta. Mentre a Milano si gustavano dolci di tutti i tipi, le contadine venete ci raccontavano come le multinazionali dell’agricoltura chimica hanno ridotto a tre le varietà di semi di granoturco. Chi il primo maggio degustava vini e prosecchi all’Expo non sapeva che i pesticidi di cui si serve l’agricoltura meccanicizzata stanno uccidendo le api, senza le quale il 40 per cento della produzione agricola mondiale scomparirà. Nessuno a Milano ha conosciuto Maria Teresa Padovani, un’artista che con una donazione di poche decine di euro ha dato da mangiare a 187 bambini dello Zambia.
Fortunatamente lontano dai riflettori, dai volti celebri e dalla politica esiste un movimento mondiale che vuole riconquistare il diritto al cibo sano e sfamare così chi ha fame, per ascoltare la sua voce basta accedere alla rete, è facile, rapido, e non bisogna acquistare nessun biglietto d’ingresso.
p.s.
fin qui l'articolo della dr.ssa Napoleoni, ch condivido in toto... anzi anche fuori dai confini nazionali giornali tedeschi, e non solo, parlano di enormi sprechi; e ne hanno ben donde di dirlo: politici e imprenditori fanno la fila dai Magistrati; vi si è lavorato, e vi si lavora pare, aggratis o quasi (ci son foto di lavoratori che passano nei buchi nelle reti di protezione o nel "fiume" costruitovi in modo da evitare di essere ritenuti ufficiali, se vogliono lavorare lo fanno al nero; interi padiglioni non sono finiti e altri già cadono in pezzi.. una ragazza è rimasta ferita nel padiglione turco; il premier ha detto che con l'inaugurazione dell'expo incominciava il "domani" ok ma quale domani? Immaginare un domani avendo un quadro come quello che ne esce dall'expo ne farebeb chiunque volentieri a meno. Ma come far dimenticare tutto ciò? Basta consentire che 500 teppisti facciano i prorpi comodi a Milano..... semplice; è uno schema già noto: nel 2001 gli USA erano già in crisi nera per le continue bolle e cosa ti capita? Ecco che alcuni "terroristi" fanno schiantare aerei contro il pentagono e le torri gemelle (ammesso sempre che quello che è finito contro il pentagono fosse un aereo e non un missile e che la torri siano davvero cadute per il colpo ricevuto e non per un crollo controllato - basta chiedere a chiunque sia del settore - visto che erano brevettate a scontri diretti con aerei... e aspetto ancora che qualcuno mi spieghi come mai lacuni dei terroristi siano ancora vivi e vegeti nei loro paesi.... anzi non se e sono mai mossi: misteri della fede!) e tutti dimenticano la crisi e l'adrenalina spinge Bush a far la guerra al terrorismo .. all'iraq che fino a poco tempo prima non solo era un alleato occidentale contro l'iran ma era anche armato, anche di armi chimiche, dagli stessi padroni; mentre l'assalto all'Afghanistan, al di là di qualunque legge internazionale, non aveva nessuna scusante visto che i talebani si offrirono di consegnare il mitico capo di al qaeda.... anche qui mi sa di mistero della fede: noi in piccolo vediamo lo stesso schema: non voglio dire che sia una "false flag" ma la fabbrica del terrore è sempre in funzione.....

lunedì 16 settembre 2013

.. arriva il rapporto sul gas, poco cambia

Il tanto atteso rapporto sul gas "siriano" è arrivato sul tavolo del Segretario Generale e dei Grandi: si sa ora che non c'è stato un solo attacco ma ben 14 di cui l'ultimo è stato quello più grave...... è quello insomma che ha fatto passare la "linea rossa" di Obama, il premio nobel per la pace (..).
C'è una domanda inespressa: la, sottile, linea rossa è .... il quattoridcesimo attacco al gas (se è vero quanto afferma il rapporto ONU)?
Ma vogliamo scherzare? In Siria, ed anche in Egitto, c'è una guerra civile, all'inizio dominata da movimenti "laici" che ben presto sono stati soppiantati da quelli "non laici (peraltro finanziati dai paesi arabi e anche .... dall'occidente)" che ci stanno mettendo la manodopera e l'esperienza maturata in afghanistan. Questa guerra civile non era già un dramma che avrebbe dovuto sollevare le coscienze imbelli degli occidentali? Pare di no.. si son mossi, rischiando una terza guerra mondiale (o forse la cercano.. c'è la crisi), solo quando hanno visto usare il sarin si son mosse.
Ma .... chi gliel'ha dato quel gas? E chi ha chiusdo gli occhi davanti al massacro che ha preceduto il suo uso? E le decine di migliaia di rifuguati, chi e come li gestisce, e basterà dargli una tenda e un pasto? Perchè qualcuno non interviene nei campi per cacciare i cacciatori di matrimoni, non solo arabi, che si vogliono prendere la giovin "siriana"?
E' il problema rimane: intervenire o no in Siria? A mio parere lo si doveva far subito, all'inizio.... interponendo una forza militare con un amio mandato che arrivi a disarmare entrambe le parti per poi cercare o una riconciliazione o l'instaurazione di un protettorato internazionale che ha il compito di rimettere le cose a posto ridando sovranità ai siriani; c'è un ma: e le risorse del sottosuolo in cui la "azienda di turno" ha lo zampino? Chi se le piglia dato che se si ridà la sovranità ai siriano essi (è già accaduto a Gaza negli scorsi anni dove quando i palestinesi hanno potuto votare "liberamente" hanno premiato Hamas e non chi ci si aspettava), ridiano vita ai contratti occidentali? Potrebbero darli ai cinesi, o ai russi o a chissà chi... e chi rimane fuori si lecca le ferite. E' forse questo il vero problema perchè se è vero che gli USA stanno raggiungendo la autonomia energetica è anche vero che una notevole parte dei profitti delle aziende arriva proprio dal petrolio.. ecco quindi che cade il castello ipocrita: siamo lì' e ci vogliamo restare e per restarci ci alleiamo anche con il nostro peggior nemico (creato, finanziato, addestrato da noi ai tempi dell'invasione russa dell'afghanista): tanto poi fra contractor e paesi amici che s'immolano al loro psoto... qualcuno qualcosa farà.... e a pagare saranno sempre e solo i siriani che si ritroveranno, come i loro cugini irakeni, a rimpiangere il loro "saddam"!

giovedì 28 marzo 2013

Brevettare l'essere umano....

Sembra un estratto di un pessimo romanzo complottista di fantascienza ma é realtà: l'essere umano o meglio il dna umano è brevettato: ne esistono 40 mila e altri, quelli riguardanti i filamenti lunghi o definiti tali, sono in procinto di diventarlo... deve deciderlo la Corte USA in questi giorni.
E' una questione spinosissima perché da un lato ci sono gli enormi investimenti delle aziende in ricerca e sviluppo in materia che hanno portato ad indubbi progressi nella individuazione delle cause scatenanti moltissime malattie e tumori (ad esempio è di oggi la notizia della scoperta di almeno 40 varianti che possono provocare tumori) che affliggono gli umani; dall'altra c'è il diritto a disporre del proprio corpo e di cosa lo compone, dna compreso. Facendo qualche ricerca ho scoperto che uno dei primi brevetti in materia lo fece pasteur  nel 1873  presso l'Us Patent Office per un ceppo di lievito utile nella fermentazione della birra, in pratica niente a che fare con la medicina ma rende bene l'idea di quale sia la considerazione rispetto alla possibilità di fare affari anche con la natura in generale e l'essere umano in particolare.
Ma al momento la situazione qual'é? In europa, ad esempio, la raccomandazione della commissione è di evitare un tal tipo di brevetti (in questione era l'embrione umano che era previsto nella richiesta del brevetto Ep 1257168) perchè rappresenta una violazione della direttiva in quanto brevetta cellule germinali umane (che sono parte del corpo umano e certamente non sono inventate).
Negli usa invece, prendo a memoria dal saggio di rifkin "l'era dell'accesso" i brevetti su "materiale" umano hanno sempre scatenato grandi dibattiti ma sentenza dopo sentenza è passata l'idea che potevano essercene ..... famosa rimane una sentenza, sempre citata dal saggio di cui sopra, in cui una persona aveva fatto causa ad un azienda che aveva brevettato un enzima estratto dal suo fegato che lo rendeva immune ad alcune malattie, ma il suo ricorso fu respinto in nome della ricerca scientifica e .... del fatto che un enzima poteva anche essere sintetizzato.
ora il punto è: la ricerca ormai è quasi tutta privata ed è chiaro che dal circo messo su gli interessi sono enormi e poco contano gli interessi dei singoli e i loro diritti. Mi chiedo come mai gli stati, o le organizzazioni sovranazionali, non abbiano deciso di legiferare in materia in maniera chiara e nemmeno hanno disposto dei programmi di ricerca, magari misti, pubblico/privato per salvare capra (la necessità di fare ricerca) e cavoli (diritti umani e salvaguardare l'interesse generale alla pubblicità della ricerca per consentire a tutti di potervi accedere e, magari, curarsi...): questa tematica mi ricorda una altra tematica ossia quella degli ogm dove a fronte di un interesse delle aziende a fare profitti brevettando degli organismi collide con, ad esempio, l'interesse degli agricoltori indiani che non potevano più piantare l'alimento, il riso pundi, che oltre a sfamarli gli permetteva di poter vivere vendendolo oltre che coltivarlo: fu una lunghissima battaglia il cui esito ancora oggi è incerto anche se gli agricoltori hanno avuto la concessione di poterli piantare. Altra storia avviene negli usa: lì gli agricoltori sono ostaggio delle aziende che gli riforniscono di semi con geni terminator ossia si piantano ma germogliano solo una volta, poi se li devono ricomprare... e se c'è una contaminazione con germogli normali i contadini sottostanno alla legge che li costringe a rifornire dalle succitate.
E' questo il futuro destino dell'umanità? Fare da cavie, anche inconsapevoli, agli interessi di big pharma e non poter più disporre del proprio corpo oppure si cambierà strada e gli stati si ravvederanno e garantiranno i diritti umani?
Il problema non é da poco credo: qui il problema non è il singolo gene o il singolo filamento di dna ma l'idea stessa che è alla base della ricerca: serve per fare profitti o per salvare vite? E, per dirla meglio, noi esseri umani abbiamo o no l'accesso al nostro corpo ... o no?

domenica 24 marzo 2013

le multinazionali..... una cosa su cui riflettere e da cambiare


.....se non si cambia decisamente strada
questo è quello che ci aspetta

ci piaccia o meno
a domani

giovedì 28 aprile 2011

..... e per quanto riguarda l'acqua....

Sapete come mai l'opposizione, cosiddetta, strepita così poco perché salta il referendum dell'acqua, con il decreto furbino abroga realtivo referendum: semplice perché nelle cosiddette regioni "rosse" l'acqua privata lo è già; ora ci sono ancora aziende locali a gestione compartecipata ma poi, saltato il referendum, sappiamo già che passeranno in toto alle grandi due multinazionali e nazionali del settore e alle relative banche: naturalmente saltato il fosso sarà facile parlare di profitti, e non di investimenti, di giochini di borsa, e non di riconoscimento che il cittadino è colui che paga e non é un consumatore, ecc... ecc... gli intrecci fra politica e interessi finanziari sono enormi così come le aspettative nascoste dietro le parole di convenienza che oggi si spendono per "spiegare" fra i denti che privato é bello e pubblico é inefficiente. Non che ora stiamo meglio sia chiaro: i comuni hanno da qualche anno il vizietto di contrarre mutui e scaricarli sulle suddette aziende dell'acqua in qualche modo; così sarà anche dopo dove, a maggior ragione, la gestione privatistica avrà di fronte il mercato selvaggio senza regole da un lato e la voracità della politica dall'altro: nel mezzo ci sarà sempre e comunque il consumatore, ex cittadino, che pagherà il conto finale e senza discutere. A quel punto il povero consumatore, ex cittadino, che deve fare? Prendersela con la politica? No, naturalmente, che ci può fare la politica locale se c'é una legge nazionale che lo impone? Prendersela con la politica nazionale? No perché le privatizzazioni le hanno lanciate dalla sinistra berlusconiana e sono state completate dal berlusconismo in pectore, quello originale .... quindi che fare? Non pagare? Ma a quel punto, non essendo più un bisogno ma un servizio quindi una merce, gliela tagliano e basta, poi lo mettono in mora quindi interviene equitalia e gli leva anche le mutande!!!!!! Praticamente é circondato e fregato: finirà con il prendersela con la politica e aumenterà la frustrazione e l'odio generico e generale contro chiunque aumentando il tasso di inciviltà generale che aumenterà a fronte della riduzione del tasso di solidarietà sociale, mirano a questo? Aveva ragione, allora, chi diceva che il liberismo, anche in salsa italiana che é molto annacquata, é la panacea per le aziende ma non per i cittadini che sono spogliati dei loro diritti per restare consumatori: ossia parco buoi da spennare con tariffe che mediamente aumentano del 60% a fronte di minori investimenti per il 50% rispetto agli anni precedenti le privatizzazioni, ossia quand'era pubblica.... un esempio di questo lo abbiamo già con gli attacchi continui della sinistra berlusconiana contro lo Statuto dei lavoratori: é solo un assaggio.... Vogliamo davvero fare tutto ciò? Ricordiamocelo noi che viviamo in queste regioni, il pericolo peggiore é proprio in casa e non altrove!!!!

lunedì 25 ottobre 2010

Cosa pretendiamo mai?

Marchionne ieri in fondo che ha detto? Che la Fiat non guadagna un euro dalla "consociata" italiana? Che in Polonia gudagna bei profitti? E perché mai dovremmo scandalizzarci? La Fiat non é più quella di Agnelli: é cambiata, é altro; é una società governata da persone che appartengono a quel ceto sovranazionale (sia di ispirazione progressista che conservatrice) che non ha davvero una patria ma solo un autoriconoscimento del proprio, presunto, ruolo. Cosa volete che sappia di quanto guagana un operaio polacco (circa 800 euro al mese con straordinari, doppi turni, e tutto quello che la fantasia dello spremi l'uomo fino all'osso, e poi con l'osso ci fai il brodo con il quale sostentarne altri, in una catena infinita che in Italia ancora non gli é permesso ..... e dico ancora perché grazie ai sindacati "riformisti" ben prsto anche da noi ci saranno quelle condizioni e non quelle che ci sono ora)? Anche per Chrysler il ragionamento non cambia: é decotta e rimane aperta solo, e dico solo, perché lo Stato ha finanziato il suo salvataggio previo accordo per "l'integrazione" fra Fiat e la fabbrica americana; attenzione però le macchinine Fiat non le faranno gli operai americani, pagati circa 27 euro l'ora, ma gli operai messicani pagati 7 (dicesi SETTE) euro l'ora: ampio spazio per i profitti aziendali e quasi zero problemi di natura, come dire, sindacali e dato che il messico fa parte del NAFTA e ha le free zone (dove anche i pochi diritti riconosciuti non esistono) c'é da scommetterci che le auto nostrane siano "importate" e non costruite negli USA. In un quadro del genere cosa credete che interessi a manager che ragiona in termini sovranazionali se la nostra produttività non é a livelli messicani o cinesi a parità di stipendi? Da anni i critici lanciano allarmi sulla crescita di questa superclasse composta da manager, finanzieri, ecc. che hanno perso il contatto con la realtà delle singole nazioni e dei loro interessi. Noi con le nostre speranze di vita, il futuro non siamo nemmeno all'orizzonte di uno che ragiona così: la sua é una visione "laterale" che non ha al centro l'accrescimento e il miglioramento delle condizioni di vita attraverso una vita di lavoro duro ma solo un conto economico che presenti un valore positivo: e qui conterebbe moltissimo il sindacato unito che faccia muro contro gli estremismi di questi supermanager e non il mercanteggiare la propria visibilità sulla pelle di chi quelle scelte le subisce: davvero questi ultimi credono che avendo firmato accordi in deroga contro sempre più improbabili investimenti (é chiaro come il sole che Marchionne se ne vuole andare, non ci guadagna) le fabbriche non chiudono?

giovedì 31 luglio 2008

Addio al Doha round: e la globalizzazione? idem. MA nasce la "glocalizazzione"

Con cenciate (non mi viene altro) tirate l'un l'altro fra i vari paesi partecipanti si sancisce il fallimento del modello globale del commercio (in pratica il perdominio istituzionalizzato - attraverso WTO, FMI, Banca Mondiale ecc. - dei paesi ricchi su quelli poveri) ma non muore, purtroppo, la globalizzazione così come l'abbiamo conosciuta finora: economisti e analisti hano già fatto i conti e risulta che l'impatto sarà minimo sugli equilibri mondiali. Alivello politico è unì'altra cosa, però, dato che i rappresentanti dei paesi non ricchi (Cina e India in testa) stavolta non sono andati nè con il cappello in mano nè tantomeno con l'anello al naso ma hanno fatto sentire le proprie ragioni sugli argomenti in agenda e nonarretrando di molto dai loro punti fermi: tant'è che per primi gli USA hanno dovuto prendere atto che "qualcosa è cambiato". Chissà se pensano di portare in qualche altro paese "un pò di democrazia" ma al momento, e in attesa degli eventi, prendono atto che ora si fanno i conti con realtà economiche e politiche, piaccia o meno, potenzialmente pari all'occidente (anzi, come nel caso della Cina che ha comprato "quintalate" di titoli del debito pubblico americano, creditori del'Occidente stesso) e che quindi hanno diritto a essere trattati non come "raccogli briciole" ma partner di pari grado e pari diritto. A detta degli stessi osservatori passerà molto tempo prima che ci si ricominci a parlare: e nel frattempo che accade? A parte la possibilità di cominciare "guerre" (si spera) commerciali e rialzi dei dazi molto dipenderà dalla volontà di raggiungere accordi bilaterali fra i singoli paesi. Si va quindi verso una regionalizzazione dell'economia: ossia quella che molti chiamano la "glocalizzazione" e che, erroneamente, era contrapposta alla globalizzazione. Si verrà, quindi, a creare ad esempio una regione di scambi commerciali asiatica, una europea, il Nafta americano, ecc. che non danneggerà gli interessi delle multinazionali ma sicuramente non farà nemmeno bene alle fasce sociali deboli del pianeta perchè il problema è sempre alla fonte: il mercato, che sia nazionale, sovrannazionale, ecc. è lì il male assoluto che distrugge il tessuto socio-economico dei paesi e, se ce ne fosse la volontà politica, da lì si dovrebbe cominciare regolamentandolo e reindirizzandolo non al beneficio dei pochi ma alla redditività dei molti che hanno diritto alla loro esistenza. Una opportunità il fallimento del Doha round? Sì se ci fosse la volontà di tentare strade alternative ma no se, come penso che accadrà, si restringerà "solo" l'area di scambio da planetaria a regionale

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