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mercoledì 23 gennaio 2019

Come la Francia usa il CFA per garantire parte del debito

Fonte: W.S.I. 22 gennaio 2019, di Francesco Puppato
Il tema è vecchio e noto, ma proprio in questi giorni sta tornando alla ribalta.
Vuoi per l’evolversi degli scenari in Francia, vuoi per un crescente euroscetticismo, negli ultimi tempi si fa un gran parlare della questione legata al CFA, ovvero il Franco Centrafricano (Comunità Finanziaria Africana).
Ancora circa sette anni fa ne parlava l’economista Alberto Bagnai, ponendo l’attenzione su questioni inerenti alla sovranità monetaria. Ad oggi, la domanda è: se la questione del CFA relativa alla sovranità monetaria dei Paesi africani che adottano questa moneta spaventa tanto, perché non ci preoccupiamo allo stesso modo dell’euro?
Recentemente, alla trasmissione “Che tempo che fa”, Alessandro Di Battista ha dichiarato in merito alla questione:
“Attualmente la Francia, vicino Lione, stampa la moneta utilizzata in 14 paesi africani, tutti i paesi della zona subsahariana. I quali, non soltanto hanno una moneta stampata dalla Francia, ma per mantenere il tasso fisso, prima con il franco francese e oggi con l’euro, sono costretti a versare circa il 50 per cento dei loro denari in un conto corrente gestito dal tesoro francese…ma soprattutto la Francia, attraverso questo controllo geopolitico di quell’area dove vivono 200 milioni di persone che utilizzano le banconote di una moneta stampata in Francia, gestisce la sovranità di questi paesi impedendo la loro legittima indipendenza, sovranità fiscale, monetaria e valutaria, e la possibilità di fare politiche economiche espansive”.
In realtà a emettere la moneta non è la banca centrale francese, come spiega il sito LaVoce.info in un esauriente fact checking che smentisce parte dell’argomentazione critica di Di Battista (che confine il posto di dove si stampa denaro da quello dove si emette), bensì le singole banche centrali africane. A stampare la moneta sono anche due fabbriche francesi, ma questo non significa nulla. Stampare è questione di tecnologia, ma non dà alcun “potere” decisionale monetario.
Il sistema di cambi fissi è garantito dalla Banca centrale francese, che in cambio del servizio offerto chiede che gli Stati africani depositino il 50% delle riserve valutarie in monta estera presso il tesoro Francese (riserve quindi e non dei “denari” come sostiene Di Battista), in un conto di trading che corrisponde interessi e che è aperto a loro nome. Si stima che il valore di queste riserve sia pari a 10 miliardi di euro circa.
“Ogni politica di tasso di cambio fisso – spiega La Voce.info – richiede una riserva di valuta estera (in questo caso, l’euro) a garanzia. E le riserve in valuta estera si possono tenere soltanto in banche commerciali dell’area valutaria di riferimento oppure nella sua banca centrale”.
Prima di Di Battista, anche il sito Scenarieconomici.it – che ha una linea editoriale euro scettica e che ha ospitato spesso commenti del ministro del governo attuale Paolo Savona – aveva trattato l’argomento, sostenendo più precisamente che il funzionamento del CFA segue l’esempio sottostante:
  • Mandate l’euro per la scuola in Senegal;
  • L’euro va a Parigi;
  • Parigi trattiene l’euro, lo cambia in franco CFA, ma solo la metà viene mandata in Africa;
  • Queste riserve in euro depositate in Francia sono investiti in Titoli di Stato francesi.
Un video con dichiarazioni di professori universitari, che può essere definito un mini documentario, è facilmente reperibile al link e ne spiega in maniera sintetica ma chiara il funzionamento, mettendo in evidenza le criticità e i problemi della situazione. Detto questo, non si può parlare di imposta coloniale, come fanno alcuni.
I Paesi africani che fanno parte della cosiddetta “zone franc” e che utilizzano il CFA sono 14: Camerun Ciad, Gabon, Guinea Equatoriale, Repubblica Centrafricana, Repubblica del Congo, Benin, Burkina Faso, Costa d’Avorio, Guinea-Bissau, Mali, Niger, Senegal e Togo. I primi sei Paesi hanno il Franco CFA CEMAC (Comunità economica e monetaria dell’Africa centrale), gli altri otto hanno il Franco CFA UEMOA (Unione economica e monetaria occidentale africana).
Wikipedia riporta che gli accordi che vincolano i due istituti centrali con le autorità francesi sono identici. Sono in vigore da quando sono stati firmati due trattati tra il 1959 e il 1962 (dopo la conquista dell’indipendenza da parte dei paesi africani sopra citati) e prevedono le seguenti clausole:
  • Un tipo di cambio fissato alla divisa europea;
  • Piena convertibilità delle valute con l’euro garantita dal Tesoro francese;
  • Fondo comune di riserva di moneta estera a cui partecipano tutti i paesi del CFA (almeno il 65% delle posizioni in riserva depositate presso il Tesoro francese, a garanzia del cambio monetario);
  • In contropartita alla convertibilità era prevista la partecipazione delle autorità francesi nella definizione della politica monetaria della zona CFA.
Questo sistema permette chiaramente una grande fiducia nella stabilità della moneta del paese africano dell’area. Per gli investitori, infatti, il legame con l’euro viene considerato come una garanzia monetaria.
Il franco CFA ha sempre mantenuto la parità rispetto al franco francese, salvo in casi particolari; dopo l’introduzione dell’euro, il valore del franco CFA è stato agganciato alla nuova valuta. Gli Stati africani sono loro per primi d’accordo nel mantenere il sistema di cambio fisso, che contribuisce a scongiurare inflazioni galoppanti nei paesi più vulnerabili, garantendo un’economia più solida.
14 paesi africani contribuiscono a sostenere il debito francese
La divisa straniera che viene convertita in franco CFA viene mandata alle banche centrali africane, ma il 50% deve restare in Francia come garanzia. La Francia trattiene la metà delle riserve in valuta estera: 10 miliardi che contribuiscono in parte a finanziare il debito pubblico. Di fatto i paesi africani contribuiscono a sostenere il debito francese.
In cambio ottengono una moneta forte, che tuttavia non sempre offre una situazione ideale per alcuni paesi che invece forse preferirebbero svalutare e investire maggiormente. Il franco CFA è una moneta forte, soltanto che dietro c’è spesso una moneta debole. È una divisa sopravvalutata del 10-15%. Inoltre le banche di questi paesi di solito preferiscono non prestare troppo  denaro, per evitare un incremento dell’inflazione, che metterebbe a rischio la salvaguardia del tasso di cambio fisso.
Sebbene sia la Banca di Francia e non la Banca centrale europea a continuare a garantire la convertibilità del franco CFA, la parità con l’euro obbliga le Banche centrale dell’area CFA a sottostare alla politica monetaria della Bce. I paesi africani dell’area “franco” sono costretti  a mantenere l’inflazione sotto il 2 % per la UEMOA e sotto il 3 % per la Cemac, subendo le conseguenze di una moneta forte,  talvolta poco adatta al contesto regionale che ne limita gli investimenti pubblici.
Questa tematica ha dunque notevoli impatti sull’economia, ovviamente, che a sua volta impatta sulla qualità della vita. Second Chiara Barison di Tfm.tv “questo fattore è uno dei motivi per cui tanti senegalesi decidono di avventurarsi in progetti migratori regolari o irregolari”.
Insomma, tanta carne al fuoco che davvero varrebbe la pena fosse affrontata con la giusta serietà, senza considerare il già enorme ritardo. La questione CFA non è solo africana ma anche europea e sembra davvero ridicolo che l’Ue si impunti testardamente quando si tratta di discutere sullo “zero virgola…” del deficit italiano, ma permetta operazioni distorte del genere.

mercoledì 3 gennaio 2018

E-waste, il grande immondezzaio!

 Fonte: Punto Informatico di Alfonso Maruccia
Roma - Un nuovo rapporto dell'International Telecommunication Union (ITU), agenzia dell'ONU per gli standard tecnologici e le telecomunicazioni, prende ancora una volta in esame il grave problema dell'e-waste, rifiuti tecnologici che si accumulano a (milioni di) tonnellate nel mondo mentre le iniziative di riciclo continuano a latitare.

Il Global E-waste Monitor 2017 dell'ONU fornisce infatti numeri aggiornati sulla situazione dei rifiuti elettronici in giro per il mondo, stimando in 45 milioni di tonnellate la quantità di e-waste prodotta nel 2016 e nel 20% di detta quantità che è rientrata nel processo produttivo grazie al riciclaggio.

Il valore dei materiali grezzi inclusi in questi 45 milioni di tonnellate è pari a ben 55 miliardi di dollari, dice ancora l'ITU-ONU, e solo per gli smartphone si parla di $9 miliardi di spreco. Gran parte dei materiali viene infatti lasciata marcire nelle discariche o per strada, con tutti gli effetti che è possibile prevedere sia sul fronte ambientale che su quello economico.
Naturalmente la situazione non è uguale in ogni parte del mondo, conferma lo studio: l'e-waste prodotto in Africa pesa per il 5% del totale con zero riciclaggio, Europa e Russia generano il 28% dei rifiuti tecnologici del mondo (riciclati al 35%) e gli Stati Uniti insozzano il mondo con il 14% di e-waste e meno del 25% di materiali riciclati. La Cina produce il 16% di e-spazzatura e ne ricicla il 18%, mentre i paesi particolarmente virtuosi sul fronte del riuso includono Svizzera, Svezia e Norvegia.

L'uso dei gadget elettronici è ovviamente in crescita, quindi l'attuale situazione dell'e-waste è destinata a peggiorare ulteriormente nel prossimo futuro. L'obsolescenza programmata degli smartphone - tipologia di gadget con una durata di vita "utile" media di 2 anni - partecipa a questo peggioramento, così come pesano in maniera notevole - 1 milione di tonnellate sui 45 milioni totali - i caricatori e gli adattatori per batterie.

Alfonso Maruccia

giovedì 21 settembre 2017

Il problema non è aiutarli a casa loro...

sapere e potere

Secondo il nuovo rapporto Oxfam rilasciato in data odierna [2 giugno, ndt], intitolato: “Africa: l’ascesa per pochi”(1), 11 miliardi di dollari sono stati sottratti all’Africa nell’arco dell’anno 2010,
grazie all’utilizzo di uno tra i tanti trucchi usati dalle multinazionali per ridurre le imposte. Tale cifra, è sei volte l’equivalente dell’importo che sarebbe necessario a colmare il vuoto di fondi nel sistema sanitario di Sierra Leone, Liberia, Guinea, Guinea Bissau, tutti Stati in cui è presente l’ebola. Le scoperte dell’Oxfam arrivano in corrispondenza dell’imminente partecipazione dei leader politici ed economici al 25° World Economic Forum Africa, che si terrà in Sudafrica.



Il tema principale dell’incontro sarà come assicurare l’ascesa economica dell’Africa e conseguire uno sviluppo sostenibile. E’ necessaria una riforma del sistema di tassazione globale, affinché l’Africa possa pretendere i fondi che le spettano – tra l’altro, è necessaria per affrontare l’estrema povertà e disuguaglianza – e diviene realmente determinante se il continente deve continuare la sua crescita economica.



L’Oxfam ha richiesto a tutti i governi, la presenza dei capi di Stato e dei ministri delle finanze in vista della Financing for Development Conference che si terrà a luglio in Etiopia. La conferenza di Addis Abeba stabilirà le modalità con cui il mondo finanzierà lo sviluppo per i prossimi vent’anni; questa è un’opportunità per i governi, affinché inizino a elaborare un sistema globale di tassazione più democratico ed equo.



Winnie Byanyima, direttore esecutivo internazionale dell’Oxfam, ha dichiarato: “L’Africa sta subendo un’emorragia di miliardi di dollari, a causa dei trucchi usati dalle multinazionali per imbrogliare i governi africani, lasciandoli senza le entrate dovute, dal momento che non pagano la loro giusta quota di tasse. Se le entrate delle tasse fossero investite in educazione ed assistenza sanitaria, le società e le economie prospererebbero ulteriormente in tutto il continente”.



Nel 2010, l’ultimo anno di cui sono disponibili i dati, le compagnie multinazionali hanno evitato di pagare tasse per un ammontare di 40 miliardi di dollari statunitensi, grazie ad una pratica chiamata trade mispricing – nella quale una compagnia stabilisce prezzi artificiali per i beni e servizi venduti tra le proprie sussidiarie, al fine di evitare la tassazione. Con le corporate tax rates che hanno una media pari al 28% in Africa, ciò equivale a 11 miliardi di dollari statunitensi come entrate sotto forma di tasse.



Il trade mispricing è solo uno dei trucchi che le multinazionali usano per non pagare la loro quota giusta di tassazioni. Secondo l’UNCTAD, i paesi in via di sviluppo nella loro totalità, perdono, secondo una stima, 100 miliardi di dollari l’anno attraverso un altro set di schemi che permettono di evitare i pagamenti, coinvolgendo i paradisi fiscali.



Le compagnie fanno una dura attività di lobbying per avere agevolazioni fiscali come ricompensa per basare e mantenere le loro attività nelle nazioni africane. Le agevolazioni fiscali fornite alle sei più grandi compagnie di estrazione mineraria in Sierra Leone, raggiungono il 59% del budget totale della nazione o equivalgono a 8 volte il budget sanitario statale.



Byanyima ha aggiunto: “I leader africani non devono assistere inerti all’approvazione del nuovo sistema di tassazione globale, cosa che dà alle multinazionali la libertà di scansare i loro obblighi di pagamento delle tasse in Africa. I leader politici e d’affari devono mettere da parte la loro importanza, innanzi alle richieste, sempre più insistenti, di una riforma del sistema di tassazione internazionale. Le nazioni africane, devono introdurre un approccio più progressivo e democratico alla tassazione – incluso un appello alla parola ‘fine’ per le esenzioni dalle tasse per le compagnie straniere”.



Gli attuali meccanismi internazionali volti a superare l’evasione fiscale, come il processo BEPS (Base Erosion and Profit Shifting), controllato dall’Organizzazione per la Cooperazione e lo Sviluppo Economico (OCSE)(2) per il G20, lasciano aperte enormi “vie di fuga” per le tasse, che le multinazionali possono continuare a sfruttare in tutto il mondo in via di sviluppo. Molte nazioni africane sono state escluse dalle discussioni sulla riforma del BEPS e, come risultato, non ne trarranno alcun beneficio.



(Traduzione di: Marco Nocera)



Fonti:



2 Organisation for Economic Co-operation and Development (OECD) [così nominata a livello internazionale, ndt]

mercoledì 20 settembre 2017

Migranti, il capitale deporta i nuovi schiavi per sostituirli al popolo europeo

di | 20 settembre 2017  Il Fatto Quotidiano

La popolazione europea è oggi sottoposta a un pressante calo demografico e, insieme, è sempre più massicciamente sostituita dalle nuove masse migranti provenienti dall’Africa. In luogo dei popoli radicati e con memoria storica, con identità culturale e con coscienza mnestica dei conflitti di classe e delle conquiste sociali, prende forma una massa di schiavi post-identitari e senza coscienza di classe, umiliati, strutturalmente instabili, servili e sfruttabili senza impedimenti e a ogni condizione.
Da una diversa prospettiva, mediante le pratiche della deportazione di massa che la neolingua ha scelto di chiamare “accoglienza” e “integrazione”, il capitale deporta dall’Africa migliaia di nuovi schiavi disposti a tutto e pronti a essere sfruttati illimitatamente, il “materiale umano” ideale per le nuove pratiche dello sfruttamento neo-feudale. E, con movimento simmetrico, aspira a sostituire con questi nuovi schiavi il vecchio popolo europeo, composto da individui ancora troppo avvezzi ai diritti sociali, alla dignità del lavoro, alla coscienza di classe, alle conquiste salariali: in una parola, ancora memori del precedente assetto borghese e proletario del capitalismo. È in quest’ottica che deve, ad esempio, essere inquadrata l’operazione Mare Nostrum (2014) come instaurazione di un ponte diretto tra l’Africa e l’Europa in fase di terzomondializzazione.
Nella sua logica generale, l’immigrazione è oggi promossa strutturalmente dal capitale e difesa sovrastrutturalmente dalla “retorica del migrante” propria del pensiero unico politicamente corretto dei pedagoghi del globalismo imperialista. L’odierno regno animale dello spirito necessita dell’esercito industriale di riserva dei migranti, sfruttati a mo’ di nuovi schiavi, per poter distruggere i diritti sociali ancora sussistenti, annientare la residua forza organizzativa dei lavoratori e abbassare drasticamente i costi del lavoro. Con le categorie di Kevin Bales, i migranti figurano oggi come “nuovi schiavi” e come “merce umana nell’economia globale”.
La domanda, spietatamente ironica, di Brecht in riferimento al dissidio tra popolo e governo nel 1953 (“Non sarebbe / più semplice, allora, che il governo / sciogliesse il popolo e / ne eleggesse un altro?”), trova oggi una risposta positiva nelle pratiche di sostituzione di massa mediante le quali i signori del globalismo stanno rimpiazzando le popolazioni europee, le masse nazionali-popolari memori dei diritti sociali e delle lotte di classe, con nuove moltitudini deterritorializzate di esseri umani deportati dall’Africa e destinate a figurare come le nuove “risorse”, ossia come i nuovi schiavi “accolti” e “integrati” nell’esercito della produzione capitalistica desalarizzata e con pluslavoro sempre crescente. È quanto espressamente sostenuto, fin dal titolo, dal rapporto delle “Nazioni unite” del 17 marzo 2000: New report on replacement migration issued by Un population division.
Complici le prestazioni del pensiero unico fintamente umanitario, il capitale non mira certo a integrare i migranti, che invece considera come pura carne da cannone nella lotta di classe. Aspira, invece, a disintegrare per il tramite dei migranti anche i lavoratori autoctoni, distruggendone la coscienza di classe residua e abbattendone i diritti. Dietro il falso umanitarismo con cui si celebra l’immigrazione si nascondono, in verità, la disumanità dello sfruttamento più bieco della manodopera migrante e l’orrore del traffico di esseri umani, il nefarium negotium condannato da papa Gregorio XVI nel 1839.
di | 20 settembre 2017

martedì 7 marzo 2017

L’età del mondo (MICHELE BOCCI)

I dati Istat resi noti ieri confermano che il nostro è un Paese di anziani Germania e Giappone ci superano in fatto di ultrasessantacinquenni E all’Africa va il record della giovinezza: il 60% degli abitanti è under 24.
Nascite in calo, Italia sempre più vecchia ma il Pianeta, in media, ha appena 30 anni.
FIRENZE – Non è ancora trentenne ma crescerà e, molto lentamente, diventerà adulto. Il mondo ha smesso da poco di essere un ragazzo e malgrado guerre, miseria, malattie, tende a invecchiare. Oggi i suoi abitanti hanno in media 29,6 anni, nel 2025 ne avranno 32,1, nel 2100 saranno arrivati a 41,7.

I dati dell’Onu raccontano di una progressione alla quale in Europa e in generale in buona parte dell’Occidente si è già assistito. In molti Paesi ricchi l’invecchiamento degli abitanti ha smesso da tempo di essere un segnale di benessere, cioè di sopravvivenza che cresce, per trasformarsi in allarme: culle vuote e welfare vicino al collasso.
L’Europa è in tutto e per tutto il “vecchio continente”, con un’età media dei suoi abitanti di 41,7 anni. Gli under 24 sono poco più di un quarto del totale. Sono poco sotto ai quarant’anni l’Oceania e l’America del Nord. In Africa invece la media non raggiunge i vent’anni (19,4) e i giovani sono il 60%. L’Asia sta a metà strada, con trent’anni di media come America Latina e Caraibi.
L’Italia si conferma molto vecchia tra i vecchi. Secondo le Nazioni Unite i suoi abitanti hanno in media 45,9 anni. Il numero è un po’ più alto di quello di Istat perché basato su un sistema di calcolo diverso, nato per confrontare Paesi che raccolgono i dati, e li trasmettono, in modi e tempi diversi. L’Istituto di statistica italiano ieri ha reso noto che l’andamento demografico non si è invertito. Il Paese invecchia, la popolazione diminuisce. Le nascite nel 2016 sono scese ancora, dalle 486mila del 2015 al nuovo record negativo di 474mila l’anno scorso.
Articolo intero su La Repubblica del 07/03/2017.

lunedì 7 marzo 2016

La guerra più idiota del mondo

Nel corso dei secoli in cui finora si sono dipanate le vicende umane, sono stati fatti quasi tutti i tipi di guerra: d’aggressione, di difesa, di convenienza, di colonizzazione, d’indipendenza, di liberazione, di rivoluzione, di prevenzione e così via.
Ultimamente però ci stiamo specializzando nella guerra stupida.
Intendo stupida proprio secondo il celebre Quadrante di Cipolla: apporta danni agli altri senza alcun vantaggio per se stessi, anzi procurando grandi svantaggi anche a chi la dichiara.
Il debutto di questa modalità bellica idiota si può forse far risalire all’intervento occidentale in Somalia, nel 1992; peggio è andata in Afghanistan all’inizio di questo secolo; peggio ancora con la splendida idea di Bush e Clinton di invadere l’Iraq nel 2003, una scelta a cui dobbiamo tra l’altro la nascita dell’Isis; ma hanno cercato di non essere da meno Sarkozy e gli altri interventisti in Libia, nel 2011.
Adesso c’è la seria possibilità che tocchi agli italiani battere tutti per imbecillità, mandando truppe in Libia.
A parte forse Panebianco, credo che non ci sia nemmeno bisogno di convincere nessuno in merito, talmente è evidente l’idiozia della cosa.
Basterebbe il solo fatto che noi siamo l’ex potenza coloniale a rendere semplicemente impensabile un intervento italiano (figuriamoci un “ruolo guida” dell’Italia nella futura occupazione). Basterebbe solo quello.
È tra l’altro curioso il fatto come questa cosa sia poco enfatizzata, nel dibattito politico nostrano: probabilmente abbiamo rimosso il nostro passato di paese che occupava – e massacrava. Del resto a scuola ci insegnano pochissimo delle nostre guerre in Libia e Abissinia. Peccato invece che in quei Paesi la memoria in merito sia molto viva. Me ne sono accorto di persona, quando meno di un anno fa ho passato un breve periodo in Etiopia: e anche nelle campagne più sperdute mi indicavano i luoghi dove gli italiani avevano fatto impiccare dei ragazzi locali. Il nome del generale De Bono, che da noi conosce probabilmente meno di un persona su cento, in Etiopia è invece sulla bocca di molti. I nonni hanno raccontato ai nipoti, del resto, quello che da noi invece non sa quasi nessuno: preferiamo l’etichetta di “brava gente”, rifugio ipocrita di chi non ha fatto i conti con il proprio passato.
Poi c’è quello che viene dopo, nel considerare la stupidità questo intervento. Non richiesto – ad esempio – da nessun governo libico unitario e legittimato, per il semplice fatto che questo non esiste: ci sono gli amici dell’assassino al Sisi da una parte e gli amici dei Fratelli Musulmani dall’altra, più una pletora di milizie più o meno tribali – e l’Isis.
Noi andremmo a cacciarci in questa guerra di tutti contro tutti, dove non ci sono neppure lontanamente i buoni da un parte e i cattivi dall’altra. E lo faremmo fondamentalmente per conto terzi, cioè del resto dell’Occidente che manda avanti noi perché evidentemente siamo i più cretini.
Il tutto, sia chiaro, in assenza di alcun piano progettuale sul cosa fare per stabilizzare l’area a nemico eventualmente battuto, perché non sia abbandonata la buona tradizione di fare la guerra senza avere uno straccio di idea sul cosa fare dopo, visti gli ottimi risultati che questa strategia dell’improvvisazione ha già dato in Libia e Iraq.
Ecco, forse nel 2016, di fronte all’ipotesi di fare la guerra in Libia, potremmo utilmente mettere da parte le contrapposizioni di principio che di solito vengono tirate in ballo: quelle sull’articolo 11 della Costituzione, sul pacifismo come valore assoluto o relativo, sulla liceità morale di un intervento in territorio altrui.
Perché oggi basta guardare pragmaticamente al senso specifico proprio diquesta guerra, alla sua specifica e totale stupidità.
Proprio nel senso di Cipolla: far danni ad altri facendo danni a se stessi.
(Da gilioli.blogautore.espresso.repubblica.it)
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vi starete chiedendo: ma perchè tutti questi post su questioni del genere e per giunta presi da altri? Semplice, rispecchiano fedelmente quanto penso e trovo che lo dicano meglio e più brevemente di quanto avessi potuto fare io...

lunedì 8 febbraio 2016

Terrorismo, la risposta armata dell’Occidente fa il gioco dell’Isis. Anche in Africa

di | dal Fatto Quotidiano del 7 febbraio 2016
Negli ultimi 12 mesi lo Stato Islamico ha inviato i suoi agenti in Libia con lo scopo di facilitare la creazione di un gruppo armato a sua immagine e somiglianza, un esercito in grado di combattere per replicare il califfato siriano. Fino ad ora il piano ha funzionato. Non solo la versione libica dello Stato Islamico ha guadagnato terreno ma gli accordi per ristabilire un governo unico sono falliti e l’Occidente sta meditando un nuovo intervento armato.
La decisione di investire in Libia e, ad esempio, non in Yemen è legata ad una strategia di lungo periodo ben chiara che vede nel continente africano il terreno più fertile per il franchising del califfato nel XXI secolo. Alcuni elementi chiave sembrano avallare questa previsioni, primi fra tutti la sostenuta crescita demografica, l’instabilità politica dei governi post-coloniali africani e la scarsa crescita economica prodotta da questi stessi negli ultimi 50 anni. Sullo sfondo di questo scenario, l’Islam viene presentato come l’ideologia del cambiamento, lo stesso mantra che ha avuto grande successo in Iraq ed in Siria.
La facilità con la quale l’Islam rivoluzionario proselitizzato dallo Stato Islamico sta attecchendo in un continente dove è sempre stata molto diffusa la sua interpretazione più mistica e pacifica, e cioè il sufismo, non è casuale ma è il prodotto dell’indottrinamento promosso dall’Arabia Saudita negli ultimi 30 anni non solo in Africa ma in tutto il mondo musulmano. Nel Niger, ad esempio, una nazione decisamente ancora laica il numero delle moschee è salito vertiginosamente. Approfittando della povertà di alcune nazioni, i sauditi hanno de facto penetrato la società africana indottrinandola alla versione aggressiva, militante e violenta dell’Islam costruendo una rete capillare di moschee che fungono da centri sociali e di sostentamento per la popolazione.
Man mano che i nuovi e deboli Stati post-coloniali fallivano nei loro programmi economici e la popolazione si trovava senza lavoro, istruzione e servizi base, la legittimità dei governi scemava. I cittadini frustrati cercavano un’alternativa che gli veniva offerta dai predicatori sunniti finanziati dai ricchi sauditi o dai regimi dei paesi del golfo. La frustrazione si è presto trasformata in rivolte sempre più violente finché ha dato vita a gruppi armati che di fatto muovono guerra ai regimi esistenti. Tra questi il più noto è Boko Haram in Nigeria, una nazione ricca grazie ai giacimenti di petrolio ma profondamente corrotta.
Nell’ultimo decennio, Boko Haram ha devastato gran parte della Nigeria, del Camerun, del Ciad e del Niger. Ha lanciato attacchi che a volte hanno coinvolto fino a un migliaio di militanti. Circa 17.000 persone sono morte in una guerra che sembra non aver fine e che ha già prodotto 2,6 milioni di rifugiati. Ultimamente, Boko Haram ha dichiarato sudditanza allo Stato Islamico, ed è diventato un vassallo del califfato. Questa decisione è coincisa con una nuova violenta e barbara offensiva in Nigeria, la cui tattica più comune è l’invio di bombe suicide, spesso anche bambini, contro le moschee sufiste. Il messaggio è chiaro: l’islam dello Stato Islamico è un’arma di battaglia fenomenale, una macchina da guerra e per creare la nuova nazione musulmana ci vuole questo tipo di attrezzatura non il buonismo e l’ascetismo dell’islam sufista.
L’Africa è dunque il terreno dove lo scontro tra le varie interpretazione dell’Islam si svolge su larga scala. Ed infatti negli ultimi mesi abbiamo assistito a diversi attacchi non solo contro gli occidentali ma contro gli africani. In Burkina Faso, poco meno di un mese fa, 30 persone sono state uccise in un hotel di lusso, mesi prima abbiamo assistito ad un attacco simile in Mali, in Somalia, al Shabab ha attaccato la base militare dell’unione Africana uccidendo 100 soldati kenioti.
Se poi aggiungiamo che nelle regioni sub Sahariane vivono 250 milioni di musulmani e che le proiezioni sono per una crescita demografica del 60 per cento nei prossimi 30 anni, è facile intuire il potenziale insurrezionale che l’Africa offre all’Islam del cambiamento, violento e rivoluzionario, specialmente alla luce del ruolo che l’Occidente continua a svolgere in questo continente.
Nell’Africa occidentale, ad esempio, le potenze europee con in testa la Francia hanno lanciato diverse incursioni militari a sostegno dei governi locali. In Mali, Niger, Mauritania, Burkina Faso e Chad la Francia mantiene un contingente di 3.500 soldati. Gli americani hanno una base di droni in Niger e ne stanno costruendo un’altra nel Camerun. In Libia, poi, non è da escludere a breve un intervento armato da parte degli italiani ed appoggiato dalla Casa Bianca.
La risposta armata e violenta da parte dell’Occidente nei confronti dell’avanzata dell’Islam del Califfato fa buon gioco ai gruppi armati che si sono dichiarati suoi vassalli. Esattamente ciò che abbiamo visto svilupparsi in Siria con l’appoggio militare dell’Iran e della Russia al regime di Assad e quello dei paesi del golfo e dell’Occidente all’insurrezione anti Assad. Tra questi due schieramenti si è incuneato lo Stato Islamico, presentandosi come l’unica versione endogena del cambiamento politico. Se ciò si ripetesse in Africa le conseguenze per l’Europa sarebbero, a dir poco, disastrose.
di | 7 febbraio 2016
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l'amara considerazione alla fine dell'articolo della Dr.ssa Napoleoni suona profetica, visti i precedenti di cui i paesi occidentali sono stati capaci non solo nel lontano passato ma anche di recente: afghanistan, iraq, siria, libia, ecc. nessuno di questi era strettamente necessario alla sicurezza mondiale ma furono aggrediti solo perchè si voleva terreno sotto i piedi alla "concorrenza"... gli appetiti delle multinazionali e l'avventurismo della destra non solo americana

giovedì 4 giugno 2015

a chi rimarrà il cerino acceso?

La domanda del titolo è semplice: a chi rimarrà il cerino acceso che farà divampare la terza guerra mondiale?
Ma c'è una premessa: siamo di fronte ai prodromi di quanto prospettato nella prima doamnda o solo a una ricollocazione sullo scacchiere planetario delle diverse potenze che cercano di crearsi la propria zona d'influenza (magari alzando volutamente la tensione per tenere alto il livello dell'avversario)?
Quali sono gli scenari?
  1. scenario mediorientale: bè finchè ci sarà petrolio, iran e israele la zona sarà sempre calda, quasi bollente e l'occidente nel giocare duro non ha badato a spese nè a .... remore morali. Is (qualcuno li chiama Isis) erano finanziati dalla Cia per far saltare il regime siriano ma.. hanno fatto male i conti e la cosa gli è scoppiata in mano visto che i "patrioti" gli si sono rivoltati contro e ora le armi arrivano via Turchia a spese, ci sono le foto oltre che i documenti (ossia c'è la pistola fumante), sempre degli occidentali che non si possono permettere di perdere l'alleato turco. A me ricorda la guerra dove l'intervento diretto delle democrazie comportò una serie, come dire, di contraddizioni ... quella di maggior risalto fu che i soldati "democratici" venivano uccisi da armi occidentali vendute con ardite triangolazioni.
  2. Mediterraneo occidentale. Bè qui ci siamo noi che agiamo e... si vede. Siamo talmente importanti che prima abbiamo fatto diventare importante un pupazzo poi abbiamo permesso a francesi, americani e inglesi (via combattenti islamici e simili) di buttarlo giù senza mezzi termini... il tutto senza pensare nemmeno per un secondo alle conseguenze. Conseguenze che abbiamo oggi sotto gli occhi tutti: a partire dagli sbarchi al debolissimo governo uffiicale che non conta una cippa (in mezzo c'è tutta la tragedia che si sta profilando sotto i nostri occhi di un iraq "libico".....e di cui siamo responsabili diretti)!!!
  3. Africa. Si proprio mamma africa: il luogo di origine dell'umanità che, sempre riconoscente, la sta distruggendo letteralmente. Mamma Africa è ricchissima di tutto: dai prodotti base per i cellulari e gli smartphone ai diamanti passando per petrolio, oro, metalli rari, ecc. ecc. tutte cose che fanno gola alle nostre economie e alle multinazionali (italiane in testa). Come fare? Il modello somalo: si prende una fazione la si finanzia e ci si mette all'opera.... la fazione penserà a tutto (controllo del territorio, delle popolazioni locali, ecc.). Naturalmete i nostri concorrenti faranno la stessa cosa (non cambia che siano aziende o stati il risultato è sempre lo stesso...) e via così fino alla distruzione e al depauperamento delle risorse. Uno dei motivi delle migrazioni bibliche che stiamo vivendo verso l'europa è proprio questo: quel che è fatto gli è reso dice un proverbio toscano..... ONU, FMI, World Bank, Nato, Russia, Cina, ecc. fanno a gara per ottenere lo stesso risultato: controllare, e impadronirsi, le risorse; impoverire le locali popolazioni; assicurarsi il controllo del territorio (finanziando governi corrotti o fazioni armate); impedire ad altri di entrare nel mercato..... a proposito dimostatemi se l'equazione mercato=democrazia sia validda anche in questo quadrante!
  4. Centro e sud america. Da sempre il giardino di casa degli usa ora.... lo sono solo in parte: sia perchè alcune realtà (Brasile in testa) sono cresciute un pò perchè il sentimento anti-nordamericano è cresciuto moltissimo e ha trovato sponde politiche anche importanti (Venezuela, Equador, Cuba, ecc.) che non poco fastidi hanno creato agli americani...... per tacere dell'affacciarsi della Cina e dell'islam anche qui che hanno fatto comprendere che ci sono altri "ombrelli" sotto cui nascondersi e propserare. Naturlmente i cowboys non ne sono felici e anzi stanno duramente lavorando per evitarlo....  a colpi di default e di scandali da un lato e di "plan" per questo o quello dall'altro ma ora è dura: non c'è più un disarmato Allende ma intere nazioni che non ne vogliono più sapere dell'abbraccio della libertà e della democrazia alla pinochet dei suoi consigliori (liberisti) della Chicago university ecc. insomma qui lo scontro diciamo che è pari..
  5. Asia. Bè qui, secondo economisti e strateghi, è il futuro. India, Cina, le (ex)tigri asiatiche ecc. sono il vero terreno di scontro perchè i maggiori interessi della finanza mondiale sono investiti e ne ricevono profitti a iosa. Qui le aziende occidentali fanno la fila a investire perchè trovano: profitti bassi, zone franche, poca legislazione sociale e del lavoro, governi del tutto indifferenti al benessere dei propri cittadini ecc. quindi le condizioni dieali affinchè possano produrre a poco e guadagnare moltissimo.... un caso a parte è la Cina che, come facevamo noi negli anni '50 e '60, non solo ha aperto al liberismo (pur mantenendo uno stato totalitario di stampo comunista o definito tale) ma ha permesso che gli occidentali portassero entro i suoi confini il top della produzione.... copiando in toto tutto e ricostruendolo meglio per  giunta; non è un caso che il dipartimento della difesa americana ha, giustamente, previsto (o forse dovremmo dire profetizzato) che entro il 2012 la cina sarebbe stata pari come forza economica agli usa ed entro il 2020 avrebbe raggiunto, e dicono superato, la potenza militare americana: un incubo per gli oligarchi americani e per l'intero complesso militare-industriale di quel paese: una cosa da evitare come la peste.... inoltre la Cina, essendosi alleata con la russia, risulta doppiamente pericolosa soprattutto perchè deteneva un parte importante del debito pubblico americano e che ora sta rivendendo mettendo in difficoltà questo paese, un enorme difficoltà...ciò non può non portare a uno scontro.. per ora economico ma in futuro, chissà..
  6. Europa, intesa nel suo complesso storico geografico: se l'asia è un terreno di scontro tutto economico, per ora, l'europa lo sarà sul piano militare........... ebbene si a leggere alcune analisi indipendenti il vecchio mondo si presenta come terreno ideale per uno scontro, si spera limitato, militare. Dai Balcani, mai domi, all'ucraina; dal rinascente indipendentismo di tante zone, per altro ne hanno ben donde, del continente alla struttura tecnocratico- finanziaria che la finanza è riuscita a metter su tutto fa pensare che, come sempre nella sua storia, i potenti prima o poi si scontreranno proprio qui: i prodromi ci sono ora si vedranno gli effetti...... per ora fanno solo a ringhiarsi contro e ad aizzare le mute di cani al loro servizio ma se, per esempio, militari nato doessero scontrarsi con militari russi: le conseguenze potrebebro essere non facilmente immaginabili.
Non voglio farla nera ma lo scenario anzi gli scenari son questi ma quasi tutti mancano del quid..... quid che invece l'europa ha: si chiama scarsa rilevanza poltico-economico e ceto dirigente asservito troppo a interessi finanziari e troppo ideologicamente schierato per rendersi conto della gravità della situazione.... sia chiaro non ci si deve calare le braghe di fronte allo strapotere russo ma farlo di fronte a un alleato, gli usa, che troppo spesso nella sua storia ha usato altri per rimettere insieme i cocci che aveva rotto lui stesso è autodistruttivo, per non dire incosciente; ma si sa che la ragion di stato vale più di centinaia di milioni di cittadini inermi da raggirare con una propaganda che nemmeno il terzo reich era capace di mettere su!

giovedì 7 maggio 2015

La carità che uccide

Il libro La carità che uccide di Dambisa Moyo, una giovane economista zambiana formatasi ad Oxford e ad Harvard, espone già dal suo titolo il giudizio dell'autrice nei confronti dei flussi di aiuto che l'Africa ha ricevuto a partire dagli anni in cui i paesi del continente hanno raggiunto l'indipendenza politica: non solo, come già ampiamente documentato da vari autori, l'aiuto non è riuscito a promuovere lo
sviluppo economico nel continente, ma lo ha frenato. Non solo l'aiuto non ha rappresentato una parte della soluzione alla sfida rappresentata dallo sviluppo economico, ma è stato una delle cause della mancata crescita del continente africano. L'autrice si oppone radicalmente agli impegni internazionali - come quello preso dal G8 durante l'incontro di Gleneagles del 2005 - di aumentare la dimensione dei flussi di aiuto diretti verso i paesi africani, suggerendo, invece, che i paesi donatori si dovrebbero impegnare a cessare completamente ogni flusso nell'arco di un periodo di cinque anni. Dambisa Moyo descrive, nella seconda parte del suo libro, le fonti a cui i paesi africani potrebbero attingere per finanziare il loro sviluppo, argomentando che la sua proposta di porre fine alla dipendenza dall'aiuto non è mossa da un intento provocatorio, ma può essere concretamente messa in pratica.
L'autrice offre una rapida panoramica sulla storia dell'aiuto concesso dai paesi sviluppati ai paesi a basso reddito a partire dal secondo dopoguerra, e quali erano le aspettative che accompagnavano tali trasferimenti di risorse. Questa rassegna ricorda i cambiamenti nel corso del tempo delle priorità perseguite attraverso l'aiuto: dallo sviluppo infrastrutturale e industriale alla lotta alla povertà, e quali condizioni relative alle politiche economiche o al quadro istituzionale del paese ricevente - abbiano accompagnato i flussi di risorse. Nonostante questi cambiamenti, la storia dell'aiuto è stata caratterizzata, secondo Dambisa Moyo, da una costante: l'aiuto ha sempre sistematicamente mancato i propri obiettivi.
Ma l'autrice porta questo argomento un passo oltre: non solo l'aiuto verso l'Africa è stato inefficace, ma è stato in realtà dannoso. Sebbene ci siano vari fattori - geografici, storici, culturali, istituzionali, legati a fattori etnici e religiosi - che Dambisa Moyo riconosce che possano contribuire a spiegare, in parte, il mancato sviluppo di larga parte del continente, nel libro si pone l'evidenza su un solo fattore, ovvero sull'aiuto. E' la dipendenza - che accomuna tutti i paesi africani - dai flussi di aiuto che può spiegare la mancata crescita economica dei paesi africani.
Il quarto capitolo del libro descrive i meccanismi attraverso i quali l'aiuto ha ucciso la crescita dell'Africa, partendo dall'argomento che l'aiuto ha contribuito in modo decisivo alla corruzione del sistema politico, che a sua volta ha compromesso le prospettive di sviluppo economico. Le risorse trasferite dai paesi donatori e dalle istituzioni multilaterali come la Banca Mondiale verso i paesi africani rappresentano una rendita controllata dal potere politico, il cui impiego è sottratto al controllo pubblico, ed è dunque esposto al rischio di essere sottratto ad impieghi produttivi. La disponibilità di ampi trasferimenti dall'estero ha minato alla base gli incentivi dei paesi riceventi di rafforzare la propria capacità di mobilitare risorse domestiche, e di finanziare progetti di sviluppo con i proventi della tassazione. Il basso livello della tassazione non ha messo in moto un meccanismo di controllo, da parte dei contribuenti, di un meccanismo di controllo sull'impiego delle risorse fiscali, che rappresenta l'unico argine possibile contro l'appropriazione privata di fondi pubblici.
Oltre alla corruzione, l'aiuto tende a generare una dinamica inflattiva che porta ad un apprezzamento del cambio reale, indebolendo ulteriormente le già limitate capacità di esportare prodotti da parte dei paesi riceventi. L'aiuto determina anche, secondo l'autrice, un incremento della probabilità di una guerra civile. La letteratura economica - si veda il libro Wars, Guns and Votes di Paul Collier recensito in questa rubrica - rappresenta i ribelli come indistinguibili da un gruppo di banditi, il cui unico obiettivo è quello di assumere l'accesso alle rendite connesse al controllo del potere politico. Dato che l'aiuto aumenta il valore di tali rendite, aumenta anche gli incentivi a tentare di assumere manu militari il controllo del sistema politico.
Dambisa Moyo riconosce che la comunità dei donatori era ben consapevole del fatto che l'aiuto contribuisse alla diffusione della corruzione nei paesi riceventi, ma che questo non ha mai portato i donatari a diminuire i flussi di aiuto. Questo perché esistevano sia incentivi a continuare a fornire aiuto - dato che questo non rispondeva esclusivamente alla volontà di promuovere lo sviluppo economico nei paesi riceventi, e perché si credeva che non esistessero alternative. Si potrebbe dire che i donatori si trovavano alle prese con una sorta di dilemma del Buon Samaritano: ovvero, la consapevolezza dei problemi - anche profondi - connessi alla fornitura dell'aiuto non elimina la convinzione che l'alternativa sarebbe stata senza dubbio peggiore per le popolazione degli stessi paesi riceventi.
Questa difesa dell'aiuto è contestata dall'autrice, la quale sostiene che i paesi Africani trarrebbero benefici dalla decisione dei paesi donatori di porre fine ai flussi di aiuto. Non è vero, come sostenuto nel 2002 dalla Conferenza di Monterrey delle Nazioni Unite su Financing for Development, che l'aiuto rappresenti l'unica credibile fonte di finanziamento per i paesi meno sviluppati. Anche questi paesi, scrive Moyo, potrebbero attingere a fonti alternative per finanziare la propria crescita economica. Queste fonti sono rappresentate dai mercati internazionali del credito, dove sarebbe possibile collocare emissioni consistenti di titoli del debito pubblico, dal commercio internazionale, in particolar modo con la Cina, e dagli investimenti diretti dall'estero. Perché risorse ottenute da queste fonti non sarebbero sprecate, nutrendo la corruzione? Perché, a differenza dei donatori, creditori e investitori esteri cesserebbero immediatamente di fornire risorse se queste fossero destinate ad usi non produttivi, e questa possibilità rappresenterebbe un forte elemento disciplinante dell'azione pubblica. Oltre alla disponibilità di fonti alternative di finanziamento, che potrebbero sostituire i flussi di aiuto, Dambisa Moyo suggerisce anche che i paesi africani potrebbero ispirarsi ad esperienze di istituzioni di microcredito, come la Grameen Bank di Mohammed Yunus, per fornire accesso a fonti di investimento alle famiglie e alle piccole imprese.
Questa è, decisamente, la parte di La carità che uccide che appare meno convincente: mentre la parte di critica degli effetti dell'aiuto poggia sul riferimento ad un ampio numero di lavori accademici, e riesce efficacemente a ricordare quanto l'esperienza passata dell'aiuto diretto verso i paesi africani sia stata insoddisfacente, la seconda parte del libro non poggia su basi altrettanto solide.
E' davvero credibile che i paesi africani - non solo quelli emergenti come il Sud Africa, il Botswana o le Mauritius - possano nell'orizzonte di cinque anni proposto dall'autrice riuscire a sostituire l'aiuto con un simile ammontare di risorse ottenute dal settore privato? Probabilmente, il libro - che è uscito nel 2008 con il titolo originale di Dead Aid - soffre dal fatto di essere stato pubblicato in un momento in cui la fiducia riguardo alla capacità del sistema finanziario di allocare in modo efficiente le risorse non è certamente al suo apice.
Inoltre, i lettori possono trovare molto forte il cambio di registro fra la prima e la seconda parte del libro. Nella prima parte, Dambisa Moyo è netta nell'escludere la possibilità che altri fattori possano essere stati maggiormente rilevanti dell'aiuto nel ritardare lo sviluppo dell'Africa, e nel negare qualunque possibile effetto benefico dell'aiuto. A questo riguardo, è emblematico il brano relativo al Botswana, un paese che è stato capace di crescere ad un passo ben superiore a quello del resto del continente: "[Il Botswana] ha ricevuto ampi flussi di aiuto (pari a circa il 20 percento del reddito del paese) nel corso degli anni Sessanta. E' vero che il reddito pro capita del paese è cresciuto in media del 6,8 percento all'anno fra il 1968 e il 2001, uno dei tassi di crescita più elevati al mondo. Ciò nonostante, l'aiuto non è responsabile per questo successo" (nostra traduzione dalla versione originale). Questa interpretazione di questa storia africana di grande successo non è argomentata ulteriormente, se non facendo riferimento alla bontà delle politiche economiche messe in atto dal paese, evidentemente indenne dagli effetti negativi dell'aiuto sulla corruzione del sistema politico.
La condanna, senza appello e senza eccezioni, dell'aiuto verso l'Africa, lascia il passo ad un'apertura senza riserve verso i flussi privati di risorse. Nessuna menzione ai problemi connessi agli investimenti diretti esteri nel settore primario - si pensi, ad esempio, alle compagnie petrolifere operanti nel Delta del fiume Niger - o ai possibili effetti di spiazzamento sui produttori domestici legati ad un incremento dei flussi commerciali con la Cina. E' certamente vero che flussi privati di risorse - come sostenuto a Monterrey - possono contribuire allo sviluppo economico, ma è tutt'altro che certo che questi flussi possano rappresentare un'affidabile risorsa per i paesi Africani, soprattutto in un periodo di forte instabilità economica e finanziaria.
In conclusione, sebbene Dambisa Moyo fornisca in questo libro una chiara analisi dei problemi legati all'aiuto verso i paesi africani nel corso degli ultimi decenni, non riesce a convincere il lettore che la sua proposta di una completa cessazione dei flussi di aiuto sia preferibile rispetto al faticoso tentativo in atto, da parte dei paesi donatori e riceventi, di migliorare l'efficace dell'aiuto stesso.
p.s.
DA LEGGERE!!!!!!!!
(magari integrandolo con i saggi di Stiglitz premio nobel per l'economia)
non è che l'ultima puntata di una lunga storia iniziata con le crociate quando il mondo "cristiano" cominciò a scontrarsi con il più avanzato, allora, e ricco mondo musulmano (a sua volta punta di diamante del continente africano...... la aptria di tutti gli esseri umani): quello che ci è arrivato oggi di campi come la matematica o la medicina lo dobbiamo agli arabi, ci piaccia o meno (Omar Khayyàm con il suo Algebra ha messo le basi per la moderna matematica o al-Khwarizmi dal cui nome abbiamo preso la definizione di "algritmo".. per fare due esempi). L'Africa è una tappa, forse la più dolorosa perchè lo sfruttamento continua tutt'oggi, di questo percorso di depredazione delle risorse di cui è ricchissima e che non meritiamo perchè, anche con i nostri comportamenti "consumistici", di fatto diamo l'alibi alle nostre élite per continuare quasi indisturbate!! Prima o poi saremo messi di fronte a una scelta: o si cambia volontariamente strada e ci diamo, lo dico brutalmente senza giri di parole, una calmata o quando l'Africa si svegliaerà dal suo millenario torpore, indotto, non ce ne sarà più per nessuno...... e allora saranno loro a farci scegliere.

domenica 27 marzo 2011

2011: fuga a Lampedusa.....

Una prigione a cielo aperto: questa rischia di diventare l'isola ultimo lembo del paese di fronte l'Africa. Per una scelta miope fatta anni fa il nostro paese é diventato la frontiera dell'egoismo europeo: il simbolo della fortezza europa; a sua volta Lampedusa é diventata il simbolo della fortezza Italia dove il nord che sfrutta gli immigrati non li vuole come cittadini pienamente riconosciuti e dove il sud, impoverito da anni di malaffare e assistenziliasmo, oltre che diventare la cloaca di scarico dei rifiuti del paese ne é anche la prigione dove dovrebbero restare i clandestini, attratti dal modello proposto dalla tv che lì guardano, che arrivano. Quanto può continuare una situazione del genere? Da anni le poche cassandre predicano politiche di inclusione: voci nel deserto. Da anni qualcuno diceva: attenzione l'africa rapinata delle sue risorse, con la complicità delle locali classi dirigenti formatesi in occidente, guarda a noi come il paese del bengodi (ci vuol poco per esserlo quando non hai nulla) e meta delle loro migrazioni che non potranno essere fermate né con le cannonate né con le leggi: é un esodo che é appena incominciato e per fermarlo dovremmo recuperare anni di illusioni che abbiamo donato loro gratuitamente mentre a proprio a loro prendevamo le risorse e le materie prime che ne potevano fare un continente non dico felice ma sicuramente prospero. In Toscana si dice "quel che l'é fatto l'é reso": motto non poteva essere più profetico....

domenica 20 febbraio 2011

e ora tocca alla Libia...

Mentre l'amato Capo non chiama l'amicone libico per non disturbarlo, il satrapo libico che fa? Fa sparare razzi sulla folla, e i morti aumentano. Si sta connotando molto più dura di quanto si sperasse la battaglia per la libertà in Libia: i combattenti, come altrove, sono cittadini che portestano e chiedono quei diritti dei quali l'occidente si é fatto scudo per distruggere l'Iraq e aggredire l'afghanistan; però quando si tratta dei nostri interessi quegli stessi diritti diventano un opinione e forse un concetto, nulla di più. Tunisia ed Egitto presto si accorgeranno quanto sono forti in noi, e nei nostri sodali maghrebini, quei diritti: wikileaks ha ragione quando dimostra come sia nera l'anima dei nostri governanti e quanto sia ipocrita il loro uso del problema dei diritti, si ipocrita perché non ci credono davvero e perché sanno che se in quei paesi davvero dovessero assaporarli per l'impero occidentale sarebbero guai e seri pure dato che siamo nella stessa situazione di quando le parti erano invertite (noi avevamo le braccia ma eravamo ignoranti come capre perché avevamo dimenticato da dove arrivavamo e loro la civiltà e la cultura che si erano sviluppate grazie alle civiltà mediterranee che avevano conquistato e con le quali e delle quali avevano fatto tesoro) e dauna tale situazione non possono non venire che rogne soprattutto per noi: o ci dimostriamo saggi e attuiamo politiche di inclusione alla tavola che loro da lontano vedono imbandita (mentre noi sappiamo vivendo qui che a suddetta tavola imbandita lo é per pochi) oppure ce li ritroviamo comunque in casa con il rischio altissimo di vedere nascere anche qui movimenti di protesta come quelli maghrebini ma stavolta ci sono anche elementi "nostrani" e ciò é un rischio per il sistema innanzitutto e per noi in secondo luogo e rischiamo di perdere tutto, ma proprio tutto con il crollo dell'impero. Di saggezza non ne vedo all'orizzonte: anzi le società occidentali si stanno arroccando a fortezza e questo é un errore e lo pagheremo caro: la fortezza occidente non può reggere a lungo e se chi la dirige fosse lungimirante farebeb tesoro degli insegnamenti storici e di quanto accaduto alla fine dell'impero romano, e invece no ..... la storia anche per i governanti sembra essere un optional anzi un accessorio visto che ripetiamo sempre lo stesso errore.

mercoledì 18 marzo 2009

Per il PAPA l'AIDS si combatte .... senza preservativi

Il PAPA in Africa ha ribadito il NO della Chiesa all'uso dei preservativi dichiarandosi in favore dell'uso, e dell'educazione, responsabile alla sessualità che dev'essere inquadrata all'interno dell'ottica matrimoniale e familiare. Mi chiedo ma sa di cosa parla? E si rende conto che non è in Italia (ormai terra conquistata alla "causa" grazie ad una casta politica interessata all'asso pigliatutto e all'auto affermazione più che a tenere conto sia delle esigenze di cura delle malattie veneree - HIV in testa - che dell'etica degli italiani che non è tutta allineata ad essa) che fa queste affermazioni ma in un continente flagellato dall'HIV e che ha una cultura che non ha i tabù che abbiamo noi occidentali? E sa che così crea confusione? Ora, e forse erano messe nel conto, le reazioni non sono mancate da parte un pò di tutti: la Commissione UE in primis che criticato duramente le parole come anche i singoli paesi e le ONG hanno stigmatizzato le espressioni perchè realmente rischiano di portare confusione laddove invece servirebbe chiarezza ed un'attività capillare di informazione e di prevenzione che potrebbero dare un'enorme contributo alla lotta contro la malattia. Quello che serve ad oggi non è spargere paura e timore religioso, e superstizione, ma attuare politiche e iniziative che favoriscono il diffondersi della cultura della prevenzione, che unita ai finanziamenti per i farmaci, sola può essere una valida arma contro la malattia. Comprendo la necessità di farsi portatore dei valori della cristianità ecc. però di fronte alla vita di miliardi di persone ci si dovrebbe chiedere se è opportuno diffondere un messaggio fideistico e chiuso a quella che è la realtà da essi vissuta?

mercoledì 4 giugno 2008

Vertice FAO: cronaca di un fallimento annunciato


Nonostante le moralmente alte parole del Capo di Stato italiano sulla "eccessiva" fiducia nella "mano invisibile del mercato" che, prende atto, da solo non può risolvere problemi enormi come la fame e la povertà, che avrebbero dovuto dare un sussulto di vergogna a chi ascoltava, pare invece che ciò non sia accaduto e che le coscienze siano rimaste assopite: non potrebbe essere altrimenti, d'altronde. L'intero sistema occidentale è proprio basato sul presupposto dello sfruttamento selvaggio delle risorse dei poveri e favore dei paesi ricchi, o meglio delle oligarchie di questi paesi; non ci sono alternative: o si cambia registro da noi (il che comporterebbe il crollo dell'economia basata su dollaro e petrolio) con un cambio di rotta e di regime di circa 180° o i poveri del pianeta rimarranno tali con l'unica consolazione di un'odio inenarrabile nei nostri confronti che si perpetua di generazione in generazione senza soluzione di continuità alcuna. Non potrebbe essere altrimenti perchè il punto di non ritorno è passato quando saltarono gli accordi di Bretton Woods negli anni settanta e il treno liberista cominciò a macinare economie su economie di paesi poveri sollazzati da prestiti cui in cambio si chiedeva privatizzazioni, deregulation ecc. che hanno significato solo un proressivo impoverimento: era una spirale di debiti in cui si avvitarono e non ne sono più usciti. Quando qualcuno dava segno di alzare la testa si ritrovava in una se non tutte, delle seguenti situazioni: colpo di stato e riedizione dello status quo ante; isolamento internazionale che significava ulteriore fame e povertà; crisi economica e sociale infinita e ritorno con la coda fra le gambe in seno a mamma, si fa per dire, Occidente. C'erano delle eccezioni: l'America latina degli anni 50 e 60. In questi paesi si sperimentarono forme alternative di economia sociale ma gli USA si prodigarono affinchè ciò non fosse esportato nè riuscisse appetibile per altri e difatti nel giro di pochi decenni (e grazie all'appoggio ai colpi di Stato militari da essi appoggiati e finanziati) vi posero brutalmente fine con tutto quello che accaduto dopo in termini di brutale impoverimento di intere società un tempo fiorenti, sane, ecc. Ma qui siamo già al top: in realtà il delino della FAO è proprio cominciato quando si pose l'obiettivo di dimezzare i poveri perchè, a poco più di un decennio, essi sono quasi raddoppiati e non poteva essere altrimenti con gli avvoltoi occidentali in giro per il mondo tesi al profitto e al governo pro domo sua del pianeta. E si badi bene che non è più solo un problema extra occidentale ormai: solo in Europa ci sono ben 74 milioni di poveri mentre nei soli USA ammontano a oltre 50 milioni, e, volendo aggiungervi i 60 circa dell'America latina, si arriva ad una cifra spaventosa che oltre le più rosee aspettative, in pratica ci vogliono bistecche enormi sugli occhi per non vedere. E il fenomeno non accenna a diminuire, anzi si accresce esponenzialmente proprio laddove ci sono più soldi e in teoria più ricchezza: in Occidente. Quindi non vedendo all'orizzonte cambiamenti di sorta si può solo sperare che la gente apra gli occhi e cominci a mettergli i bastoni fra la ruote impedendogli di continuare a depredare impunenemente e senza colpo ferire le proprie ricchezze e il futuro è sempre più un luogo oscuro, di disperazione, di fame e povertà diffusa.

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