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lunedì 21 gennaio 2019

Cottarelli, l’economia commette un grosso errore. E Di Maio l’ha capito

Fonte: Il Fatto Quotidiano  Economia & Lobby | 21 Gennaio 2019 
Vorrei parlare di due persone: il professor Carlo Cottarelli e Aurelio Peccei.
Il professor Cottarelli non abbisogna di presentazione. Persona dalla evidente correttezza e integrità professionale, oltre che competenza, lo stimo moltissimo, così come la grande maggioranza dei nostri connazionali. Aurelio Peccei pochi lo conoscono, ma è stato un grande, grandissimo italiano, un nome da Premio Nobel. Ne parlo anche in relazione a una piccola vicenda personale che mi ha portato nel 1984 a un contatto con lui che mi rimarrà sempre impresso. Fu uno dei più grandi italiani del secolo scorso; una persona poco conosciuta ma grandiosa, che aveva posto l’uomo al centro dell’Universo. Aurelio Peccei, il fondatore del Club di Roma cui si deve il libro I limiti dello sviluppo.
Circa 35 anni fa, quando – giovane 42enne, pieno di impulsi conoscitivi – mi era interessato della sorte dell’oro (bene rifugio per eccellenza), era l’epoca in cui avvenivano dei cambiamenti sensibili nel mondo arabo, a seguito di una forte evoluzione del prezzo del petrolio che faceva affluire oro a palate nelle casse arabe. Avevo scritto un piccolo studio che andavo raccontando in diversi Rotary e diversi Lions club. Ero un ingegnere, non un economista e percepivo qualcosa al di fuori degli schemi in voga: raccoglievo consensi. Ma portavo in me una rilevante incertezza. Pensai di mandare queste mie idee ad Aurelio Peccei, che non avevo mai conosciuto, ma che per me era una figura di grandissimo valore e di grande umanità concreta. Gli chiesi, se possibile, un parere su quelle idee.
Con mia grande sorpresa, nel giro di una settimana mi rispose con una bellissima lettera che conservo gelosamente e il cui contenuto costituisce la ragione di questo mio post sul Fatto Quotidiano. Mi disse:
a) apprezzo e condivido le valutazioni da lei fatte sui problemi dell’oro (e, devo dire, trassi un bel sospiro di sollievo); b) stiamo varando e lanciando una iniziativa di studio macropolitico a Ginevra chiamata Forum Humanun. La invito a prendere contatto e a parteciparvi; c) voi economisti commettete tutti quanti un grosso errore: ritenete che l’economia costituisca il “grosso” della politica. Non è così, l’economia è semplicemente un mezzo per avvicinarci il più possibile alla felicità di tutti, per raggiungere la quale, però, esistono altre tematiche forse più importanti dell’economia, quali la giustizia, la sicurezza, la cultura, l’equità, la qualità della vita, l’utilizzo delle risorse terrestri e umane.
Circa il Forum Humanum dovetti rinunciarci. Avevo da poco abbandonato la carriera manageriale (a 39 anni ero un vicedirettore Fiat) per intraprendere, per mia scelta di vita, quella di consulente indipendente per la direzione aziendale e, con due figli piccoli, dovevo stare molto attento a impostare bene questa scommessa. Ma l’osservazione di cui al punto c) fu per me una vera a propria svolta filosofica. E così torniamo al professor Cottarelli.
La realtà è molto semplice: Cottarelli sta a Peccei come un radiologo sta ad un medico curante. Cottarelli ricopre un ruolo (molto dignitoso e assolutamente necessario, per carità) di formatore professionale delle informazioni e di controllo di ciò che avviene a fronte delle previsioni adottate; Peccei studiava e forma le previsioni. Non solo, mentre Peccei pensava e “prevedeva” esplorando al meglio tutti i settori che compongono la vita politica di un Paese, se togliamo lo scenario puramente “contabile-amministrativo” Cottarelli è sostanzialmente cieco.
Ma dove sta il busillis (la difficoltà)? Sta in un vezzo che discende da un’abitudine antica e ingannevole di confondere, specie in Italia, l’economia con la sola componente amministrativa. È un classico: discende da come è impostata la cultura nelle nostre scuole di economia. Qualche sera fa, seguendo la trasmissione di Di Martedì, fui molto colpito dalla tensione quasi rabbiosa fra Giovanni Floris e Cottarelli da un lato e Luigi Di Maio dall’altro. Era straevidente che si assisteva allo scontro fra due mondi che non comunicavano fra di loro. A mio parere Floris e Cottarelli recitavano un ruolo legato a un approccio tradizionale, vecchio, anche se corretto e necessario, sia ben chiaro; ma Di Maio parlava un altro linguaggio, suonava un’altra musica. E Floris e Cottarelli – due ottimi professionisti dalla evidente onestà intellettuale – non lo capivano.
Chissà come andrà il futuro, ma una cosa è sicura. Ed è che questo governo gialloverde ha avviato un approccio del tutto nuovo ed è anche sicuro che io sono dalla sua parte. Ed è pure opportuno che questa strabordante ossessiva presenza della parola “economia” nei problemi di politica (che poi è ormai diventata “finanza” ancor più che “economia”) ha un riscontro pazzesco nella realtà umana: ha concentrato la ricchezza sempre di più su una parte piccolissima della popolazione terrestre e ha dilatato a dismisura la povertà in tutta la restante parte: bingo, dottor Peccei!
Economia & Lobby | 21 Gennaio 2019

giovedì 7 maggio 2015

La carità che uccide

Il libro La carità che uccide di Dambisa Moyo, una giovane economista zambiana formatasi ad Oxford e ad Harvard, espone già dal suo titolo il giudizio dell'autrice nei confronti dei flussi di aiuto che l'Africa ha ricevuto a partire dagli anni in cui i paesi del continente hanno raggiunto l'indipendenza politica: non solo, come già ampiamente documentato da vari autori, l'aiuto non è riuscito a promuovere lo
sviluppo economico nel continente, ma lo ha frenato. Non solo l'aiuto non ha rappresentato una parte della soluzione alla sfida rappresentata dallo sviluppo economico, ma è stato una delle cause della mancata crescita del continente africano. L'autrice si oppone radicalmente agli impegni internazionali - come quello preso dal G8 durante l'incontro di Gleneagles del 2005 - di aumentare la dimensione dei flussi di aiuto diretti verso i paesi africani, suggerendo, invece, che i paesi donatori si dovrebbero impegnare a cessare completamente ogni flusso nell'arco di un periodo di cinque anni. Dambisa Moyo descrive, nella seconda parte del suo libro, le fonti a cui i paesi africani potrebbero attingere per finanziare il loro sviluppo, argomentando che la sua proposta di porre fine alla dipendenza dall'aiuto non è mossa da un intento provocatorio, ma può essere concretamente messa in pratica.
L'autrice offre una rapida panoramica sulla storia dell'aiuto concesso dai paesi sviluppati ai paesi a basso reddito a partire dal secondo dopoguerra, e quali erano le aspettative che accompagnavano tali trasferimenti di risorse. Questa rassegna ricorda i cambiamenti nel corso del tempo delle priorità perseguite attraverso l'aiuto: dallo sviluppo infrastrutturale e industriale alla lotta alla povertà, e quali condizioni relative alle politiche economiche o al quadro istituzionale del paese ricevente - abbiano accompagnato i flussi di risorse. Nonostante questi cambiamenti, la storia dell'aiuto è stata caratterizzata, secondo Dambisa Moyo, da una costante: l'aiuto ha sempre sistematicamente mancato i propri obiettivi.
Ma l'autrice porta questo argomento un passo oltre: non solo l'aiuto verso l'Africa è stato inefficace, ma è stato in realtà dannoso. Sebbene ci siano vari fattori - geografici, storici, culturali, istituzionali, legati a fattori etnici e religiosi - che Dambisa Moyo riconosce che possano contribuire a spiegare, in parte, il mancato sviluppo di larga parte del continente, nel libro si pone l'evidenza su un solo fattore, ovvero sull'aiuto. E' la dipendenza - che accomuna tutti i paesi africani - dai flussi di aiuto che può spiegare la mancata crescita economica dei paesi africani.
Il quarto capitolo del libro descrive i meccanismi attraverso i quali l'aiuto ha ucciso la crescita dell'Africa, partendo dall'argomento che l'aiuto ha contribuito in modo decisivo alla corruzione del sistema politico, che a sua volta ha compromesso le prospettive di sviluppo economico. Le risorse trasferite dai paesi donatori e dalle istituzioni multilaterali come la Banca Mondiale verso i paesi africani rappresentano una rendita controllata dal potere politico, il cui impiego è sottratto al controllo pubblico, ed è dunque esposto al rischio di essere sottratto ad impieghi produttivi. La disponibilità di ampi trasferimenti dall'estero ha minato alla base gli incentivi dei paesi riceventi di rafforzare la propria capacità di mobilitare risorse domestiche, e di finanziare progetti di sviluppo con i proventi della tassazione. Il basso livello della tassazione non ha messo in moto un meccanismo di controllo, da parte dei contribuenti, di un meccanismo di controllo sull'impiego delle risorse fiscali, che rappresenta l'unico argine possibile contro l'appropriazione privata di fondi pubblici.
Oltre alla corruzione, l'aiuto tende a generare una dinamica inflattiva che porta ad un apprezzamento del cambio reale, indebolendo ulteriormente le già limitate capacità di esportare prodotti da parte dei paesi riceventi. L'aiuto determina anche, secondo l'autrice, un incremento della probabilità di una guerra civile. La letteratura economica - si veda il libro Wars, Guns and Votes di Paul Collier recensito in questa rubrica - rappresenta i ribelli come indistinguibili da un gruppo di banditi, il cui unico obiettivo è quello di assumere l'accesso alle rendite connesse al controllo del potere politico. Dato che l'aiuto aumenta il valore di tali rendite, aumenta anche gli incentivi a tentare di assumere manu militari il controllo del sistema politico.
Dambisa Moyo riconosce che la comunità dei donatori era ben consapevole del fatto che l'aiuto contribuisse alla diffusione della corruzione nei paesi riceventi, ma che questo non ha mai portato i donatari a diminuire i flussi di aiuto. Questo perché esistevano sia incentivi a continuare a fornire aiuto - dato che questo non rispondeva esclusivamente alla volontà di promuovere lo sviluppo economico nei paesi riceventi, e perché si credeva che non esistessero alternative. Si potrebbe dire che i donatori si trovavano alle prese con una sorta di dilemma del Buon Samaritano: ovvero, la consapevolezza dei problemi - anche profondi - connessi alla fornitura dell'aiuto non elimina la convinzione che l'alternativa sarebbe stata senza dubbio peggiore per le popolazione degli stessi paesi riceventi.
Questa difesa dell'aiuto è contestata dall'autrice, la quale sostiene che i paesi Africani trarrebbero benefici dalla decisione dei paesi donatori di porre fine ai flussi di aiuto. Non è vero, come sostenuto nel 2002 dalla Conferenza di Monterrey delle Nazioni Unite su Financing for Development, che l'aiuto rappresenti l'unica credibile fonte di finanziamento per i paesi meno sviluppati. Anche questi paesi, scrive Moyo, potrebbero attingere a fonti alternative per finanziare la propria crescita economica. Queste fonti sono rappresentate dai mercati internazionali del credito, dove sarebbe possibile collocare emissioni consistenti di titoli del debito pubblico, dal commercio internazionale, in particolar modo con la Cina, e dagli investimenti diretti dall'estero. Perché risorse ottenute da queste fonti non sarebbero sprecate, nutrendo la corruzione? Perché, a differenza dei donatori, creditori e investitori esteri cesserebbero immediatamente di fornire risorse se queste fossero destinate ad usi non produttivi, e questa possibilità rappresenterebbe un forte elemento disciplinante dell'azione pubblica. Oltre alla disponibilità di fonti alternative di finanziamento, che potrebbero sostituire i flussi di aiuto, Dambisa Moyo suggerisce anche che i paesi africani potrebbero ispirarsi ad esperienze di istituzioni di microcredito, come la Grameen Bank di Mohammed Yunus, per fornire accesso a fonti di investimento alle famiglie e alle piccole imprese.
Questa è, decisamente, la parte di La carità che uccide che appare meno convincente: mentre la parte di critica degli effetti dell'aiuto poggia sul riferimento ad un ampio numero di lavori accademici, e riesce efficacemente a ricordare quanto l'esperienza passata dell'aiuto diretto verso i paesi africani sia stata insoddisfacente, la seconda parte del libro non poggia su basi altrettanto solide.
E' davvero credibile che i paesi africani - non solo quelli emergenti come il Sud Africa, il Botswana o le Mauritius - possano nell'orizzonte di cinque anni proposto dall'autrice riuscire a sostituire l'aiuto con un simile ammontare di risorse ottenute dal settore privato? Probabilmente, il libro - che è uscito nel 2008 con il titolo originale di Dead Aid - soffre dal fatto di essere stato pubblicato in un momento in cui la fiducia riguardo alla capacità del sistema finanziario di allocare in modo efficiente le risorse non è certamente al suo apice.
Inoltre, i lettori possono trovare molto forte il cambio di registro fra la prima e la seconda parte del libro. Nella prima parte, Dambisa Moyo è netta nell'escludere la possibilità che altri fattori possano essere stati maggiormente rilevanti dell'aiuto nel ritardare lo sviluppo dell'Africa, e nel negare qualunque possibile effetto benefico dell'aiuto. A questo riguardo, è emblematico il brano relativo al Botswana, un paese che è stato capace di crescere ad un passo ben superiore a quello del resto del continente: "[Il Botswana] ha ricevuto ampi flussi di aiuto (pari a circa il 20 percento del reddito del paese) nel corso degli anni Sessanta. E' vero che il reddito pro capita del paese è cresciuto in media del 6,8 percento all'anno fra il 1968 e il 2001, uno dei tassi di crescita più elevati al mondo. Ciò nonostante, l'aiuto non è responsabile per questo successo" (nostra traduzione dalla versione originale). Questa interpretazione di questa storia africana di grande successo non è argomentata ulteriormente, se non facendo riferimento alla bontà delle politiche economiche messe in atto dal paese, evidentemente indenne dagli effetti negativi dell'aiuto sulla corruzione del sistema politico.
La condanna, senza appello e senza eccezioni, dell'aiuto verso l'Africa, lascia il passo ad un'apertura senza riserve verso i flussi privati di risorse. Nessuna menzione ai problemi connessi agli investimenti diretti esteri nel settore primario - si pensi, ad esempio, alle compagnie petrolifere operanti nel Delta del fiume Niger - o ai possibili effetti di spiazzamento sui produttori domestici legati ad un incremento dei flussi commerciali con la Cina. E' certamente vero che flussi privati di risorse - come sostenuto a Monterrey - possono contribuire allo sviluppo economico, ma è tutt'altro che certo che questi flussi possano rappresentare un'affidabile risorsa per i paesi Africani, soprattutto in un periodo di forte instabilità economica e finanziaria.
In conclusione, sebbene Dambisa Moyo fornisca in questo libro una chiara analisi dei problemi legati all'aiuto verso i paesi africani nel corso degli ultimi decenni, non riesce a convincere il lettore che la sua proposta di una completa cessazione dei flussi di aiuto sia preferibile rispetto al faticoso tentativo in atto, da parte dei paesi donatori e riceventi, di migliorare l'efficace dell'aiuto stesso.
p.s.
DA LEGGERE!!!!!!!!
(magari integrandolo con i saggi di Stiglitz premio nobel per l'economia)
non è che l'ultima puntata di una lunga storia iniziata con le crociate quando il mondo "cristiano" cominciò a scontrarsi con il più avanzato, allora, e ricco mondo musulmano (a sua volta punta di diamante del continente africano...... la aptria di tutti gli esseri umani): quello che ci è arrivato oggi di campi come la matematica o la medicina lo dobbiamo agli arabi, ci piaccia o meno (Omar Khayyàm con il suo Algebra ha messo le basi per la moderna matematica o al-Khwarizmi dal cui nome abbiamo preso la definizione di "algritmo".. per fare due esempi). L'Africa è una tappa, forse la più dolorosa perchè lo sfruttamento continua tutt'oggi, di questo percorso di depredazione delle risorse di cui è ricchissima e che non meritiamo perchè, anche con i nostri comportamenti "consumistici", di fatto diamo l'alibi alle nostre élite per continuare quasi indisturbate!! Prima o poi saremo messi di fronte a una scelta: o si cambia volontariamente strada e ci diamo, lo dico brutalmente senza giri di parole, una calmata o quando l'Africa si svegliaerà dal suo millenario torpore, indotto, non ce ne sarà più per nessuno...... e allora saranno loro a farci scegliere.

mercoledì 1 aprile 2015

Divario Nord-Sud: tutto iniziò con l’Unità d’Italia. L’incapacità ‘genetica’ non c’entra

Fonte: Il Fatto Quotidiano del 25/3/2015 a firma di

Ancora una volta, gli scritti dei grandi meridionalisti del passato trovano un riscontro perfettamente congruente in studi e ricerche attualissimi. Francesco Saverio Nitti, politico lucano e grande esperto di finanze, ne “Il bilancio dello Stato dal 1862 al 1897” sostenne che l’Italia del Regno delle Due Sicilie portava in dote “minori debiti e più grande ricchezza pubblica”, fino a ricordare che nel primo periodo si ebbe un notevole “esodo di ricchezza dal Sud al Nord”.
Dunque, al contrario di quanto – purtroppo – si continua a leggere e dire a sproposito circa l’incapacità – persino genetica – delle genti del Sud di produrre sviluppo e progresso, lo scenario senza veli e pregiudizi è ben diverso: gli Stati preunitari versavano in condizioni tra loro affini, se non congruenti. La grande soluzione di continuità che innescò la creazione e l’accrescimento del divario tra Nord e Sud del paese furono proprio il processo di unificazione risorgimentale e, soprattutto, le successive politiche in materia di industrializzazione e infrastrutturazione.
In “La finanza italiana e l’Italia meridionale”, ancora Nitti: “Nei venti anni che seguirono l’unità, le più grandi fortune furono fatte quasi esclusivamente dagli imprenditori di opere di Stato: e fra essi non vi erano quasi meridionali, come un documento parlamentare, presentato dall’on Saracco, dimostra a evidenza. La situazione della Valle Padana ha reso più facile la formazione delle industrie, cui la politica finanziaria dello Stato, in una prima fase, e in una seconda le tariffe doganali, hanno preparato l’ambiente; di quasi tutte le industrie di cui lo Stato italiano negli ultimi trenta anni ha voluto assumere la protezione, nessuna quasi è meridionale: dalla siderurgia allo zucchero, dalle industrie navali alle industrie tessili, ecc., tutto è nelle mani degli stessi gruppi capitalistici”. 
E questa è, come si suol dire, storia nota. Cosa oltremodo interessante è scoprire come recenti ricerche condotte dai ricercatori Vittorio Daniele (UniCz) e Paolo Malanima (Cnr) abbiano portato nuovi riscontri scientifici a quanto sosteneva Nitti. Un loro articolo molto interessante del 2013, riporta una indagine accurata inerente la nascita e l’evoluzione delle disparità regionali nel nostro paese. Il divario economico tra Nord e Sud come noi lo conosciamo nacque solo alla fine dell’Ottocento. Nel 1861 tutto il paese unificato presentava prevalentemente una economia preindustriale (64% di lavoratori in campo agricolo, la restante parte suddivisa tra industria e servizi). I due scienziati riportano una assenza di differenze significative nello sviluppo industriale, per tutto il primo decennio successivo all’unificazione. Il grafico che riporto, (con il consenso degli autori), mostra chiaramente come il numero dei lavoratori impiegati nell’industria fosse sopra la media nazionale in Lombardia, Liguria, Emilia-Romagna, Toscana, Campania e Sicilia. Già nel grafico che fotografa la situazione del 1911 si assiste alla formazione del “triangolo industriale” in Nord-Ovest.

Nel 1891, solo il 19% dei lavoratori era impiegato nell’industria (21% al Nord e 16% al Sud). Dunque, il divario industriale era ancora esiguo su base territoriale. Vi erano regioni più e meno industrializzate in tutte le zone del Paese. Nell’articolo viene specificato che la prima grande ondata di emigrazione coinvolse oltre 5 milioni di cittadini italiani provenienti prevalentemente da Veneto, Venezia Giulia e Piemonte, (“relatively underdeveloped areas of the North”). Dopo il 1900, prevalse il numero di emigranti provenienti dal Sud. La concentrazione di industrie nel Nord del Paese si accentuò nel periodo tra le due Guerre. I dati relativi al reddito pro capite sono congruenti con quelli inerenti l’occupazione nell’industria.

L’immagine di sopra mostra come, rispetto alla media nazionale, il Gdp (cioè Pil) su base regionale era distribuito in modo diverso da come avremmo potuto immaginare: al Sud solo la Calabria e la Basilicata presentavano un Pil pro capite inferiore alla media nazionale, nel 1891. L’ultima immagine che ho tratto dal lavoro di Daniele del 2013, mostra in modo palese come la situazione sia drammaticamente peggiorata in termini di polarizzazione “geografica”, nel corso dei decenni. A 150 anni dall’unificazione, lo scenario è quello che si legge, senza bisogno di commenti, nel grafico sottostante.

p.s.
senza andare troppo per il sottile, cito Luzzatto "l'economia italiana dal 1861 al 1894", ed. einaudi, il primo scandalo italiano fu quello della società per la vendita dei beni dei regni pre-unitari.... quando si dice che il buongiorno si vede dal mattino. La cosa che può, anche non, rallegrare è che l'intero paese sta avendo oggi lo stesso trattamento allora riservato dai savoia, dai vincitori e dai sodali del sud (con cui s'erano alleati per consentire il tradimento e il voltafaccia mantenendo tutti i privilegi precedenti, Bronte e Nino Bixio insegnano) al meridione: siamo diventati una colonia: si potrebbe dire ben gli sta! Serviva uno sbocco all'asfittica economia piemontese? Eccoti servito il mercato con l'aiuto degli inglesi (che non vedevano di buon occhio i porti del regno delle due sicilie che gli facevano concorrenza nel mediterraneo e oscuravano quello di genova): mancavano solo la UE, la BCE, la troika ecc.

domenica 18 maggio 2014

Inghilterra, Ungheria e Polonia paesi senza Euro in forte crescita economica!

VARSAVIA – L’economia polacca ha registrato un’accelerazione della crescita nel primo trimestre del 2014 rispetto ai tre mesi precedenti, secondo una prima stima pubblicata dall’Ufficio statistico nazionale (GUS). Nei primi tre mesi del 2014 il Prodotto interno lordo polacco è aumentato dell’1,1% destagionalizzato rispetto all’ultimo trimestre del 2013, quando era cresciuto dello 0,7%. Rispetto a un anno prima il Pil è aumentato del 3,5%, dal più 2,5% dello stesso periodo
del 2013. Su base grezza l’incremento annuo è del 3,3%, superiore alle attese degli analisti, che puntavano su un più 3,1%. Si tratta del miglior risultato da due anni per l’economia polacca. Il ministero dell’Economia di Varsavia stima che il Pil aumenterà del 3,3% quest’anno, in base alla stima fatta ad aprile che migliora il 3% atteso in precedenza. La Banca centrale punta invece su un più 3,6%. La Polonia è l’unico paese dell’Unione europea non è mai andata in recessione dopo al crisi finanziaria del 2008. Nel 2011, il Pil polacco è cresciuto del 4,5%, per poi rallentare all’1,9% nel 2012 e all’1,6% nel 2013. La Polonia, va sottolineato, ha rifiutato più volte “l’offerta UE” di entrare a far parte della disastrata Zona euro e questo l’ha premiata. Insieme all’Ungheria di Orban e all’Inghilterra, forma un forte gruppo di Stati d’Europa con economie sane e in crescita grazie proprio ad aver rifiutato il boccone avvelenato dell’euro.
Max parisi Tratto da: ilnord.it
p.s.
l'articolo non è apparso sui giornali ufficiali ma questa testata è registrata regolarmente e quando ho avuto modo di leggerla con calma, fatti i dovuti riscontri, non ho potuto non riportarla chiedendomi anche perchè queste news sono "disciolte" nei nostri notiziari? Non se ne parla per nulla o se lo si fa la cosa avviene "en passant", ossia scivola nel fiume e diventa rumore di fondo....
p.s. 2
andate a votare... non delegate ad altri le vostre scelte

mercoledì 19 ottobre 2011

e, come al solito, tutto si riduce al.... fate voi che io ci rinuncio

Ci stavano studiando da tempo; non ci dormivano la notte; perfino le cene eleganti erano state posposte..... tutto ciò al fine di fare? Ma il decreto per lo sviluppo, naturellement!!!! Cosa pensavate: mica bau bau micio micio..... questa é l'ennesima sferzata all'economia. E volete sapere da cosa é composta questa sferzata? Ammesso che non cambi, o che ci ripensino, memori del grido di dolore che sale dall'oggetto della sferzata (presunta), o non ne facciano di nulla: tanto di tasca loro non cacciano un cent....... comunque dovrebbero essere:




  1. CERTIFICATO ON-LINE ANCHE PER MALATTIA FIGLIO. Forse credono che risparmiando qualche pezzo di carta il PIL schizzerà immediatamente alle stelle? O che facendo scrivere al medico, che prima visita e poi fa il certificato, il certificato online... ma se le prove fatte per i lavoratori in materia di malattie si sono rivelate un disastro per sovraccarico della linea tant'è che i medici li spediscono .... di notte? Ma per piacere......


  2. SMALTIMENTO FAI DA TE PER AGHI, SIRINGHE, LAMETTE, significa che tutta roba te la porti da solo allo smaltimento.. quale influenza avrà sullo sviluppo non lo so, forse chiedendo al genio della lampada......;


  3. MENO CONTROLLI IMPRESE, STOP DUPLICATI. l’obiettivo é quello di “recare minore intralcio” all’attività imprenditoriale... tradotto: già hanno reintrodotto di fatto le dimissioni in bianco e poi la non obbligatoria dichiarazione di assunzione entro breve tempo ...in fatti spesso prima il lavoratore muore e poi viene dichiarato. Infatti si parla di “proporzionalità dei controlli e dei connessi adempimenti amministrativi al rischio inerente l’attività controllata”, chiaro, no?


  4. ARRIVA BIGLIETTO BUS ELETTRONICO. uhm qui il burocratese impera: biglietto elettronico? E come? Con il bancomat? E di quanto migliora il bilancio delle disastratissime aziende di trasporto pubblico per installare le macchinette leggi bancomat? E i furbi che non pagano? Sanno di cosa stiamo parlando? Parliamo di aziende inquinate dalla politica clientelare che in 60 anni le ha praticamente distrutte.....;


  5. DA 2013 CONCORSI UNICI IN P.A. faranno concorsi unici per dirigenti e professionalità comuni alle varie amministrazioni: dov'é il risparmio? Finora come hanno fatto?


  6. DA 2013 PAGELLE SOLO ON-LINE. pagelle elettroniche e idem per tutti gli altri adempimenti..... come sopra sorge spontanea la domanda: dov'é il guadagno o il risparmio?


  7. MULTA ALBERGATORI CHE VIOLANO REGISTRAZIONE CLIENTI. Poco da dire: ma mi risulta che qualcosa del genere ci fosse già ma in ogni caso: chi fa i controlli che manca tutto ivi compresa la benzina per la polizia amministrativa? O si aspettano che siano gli albergatori "infedeli" che si ravvedono, come gli evasori che guardano la pubblicità dell'agenzia delle entrate e si pentono, e autodichiarano i clienti?


  8. PENSIONE PROFESSORI UNIVERSITA'ANTICIPATA 68 ANNI. Andranno in pensione a 68 anni: quelli che conosco io faranno salti di gioia: ma come la mettiamo con i risparmi pensionistici? E come la mettiamo con i tagli alle assunzioni? Da dove si prendono i soldi per pagare .... oppure da oggi in poi tutti i professori saranno precari? chi sopravvivrà vedrà;


  9. DEDUZIONE IRES PER NUOVE INFRASTRUTTURE. E il buco delle minori tasse chi lo copre? No, non me lo dite...... so già la risposta;


  10. GARANZIA STATO PER MUTUI COPPIE PRECARI. Garanzia statale? E voi se foste una banca privata (che non danno crediti ad aziende solidissime portandole al fallimento), vi fidereste? Di questa classe politica? mah..;


  11. 25% GETTITO IVA SU NUOVE OPERE A COSTRUTTORI uhm saranno felicissimi di aderire......;


  12. RISCATTO IMMOBILI ENTI FINO 31/3/2012. E' la possibilità, data a chi ne ha diritto, di riscattare l'immmobile....... faccio presente che la maggior parte di questi qua spesso sono anziani, quindi di soldi pochini o dietro questi ceti si vogliono nascondere accumulazioni da parte dei soliti noti..... vedremo;


  13. POLIZZA ANTI CALAMITA', ..."Copertura assicurativa obbligatoria del rischio calamità naturali nelle nuove polizze che garantiscono i fabbricati privati destinati ad uso abitativo contro l'incendio": obbligatoria... interessante, e chi la paga? Inquilini, proprietari, entrambi? Le assicurazioni ringraziano...


  14. RECIPROCITA' TRASPORTI FERROVIARI, direbbe Di Pietro: che c'azzecca con lo sviluppo? Boh... nel nostro paese c'é un monopolio semi-privato delle FS, ex pubbliche, che impediscono a chiunque, vedi arenaways che sta fallendo, di entrare...... e poi abbiamo infrastrutture ottocentesche: chi ci viene qui?


  15. Silenzio-assenso per costruire: immagino i costruttori i salti di gioia che faranno viste le inefficienze dei Comuni ecc. sarà cemento selvaggio?


  16. Stato di emergenza per le ......opere "strategiche": leggasi ponte di messina, tav torino-lione, eccc. ecc. strategicamente ... inutile se non per gli squali che vogliono abbeverarsi allo Stato-bancomat......


  17. Incentivi per il fotovoltaico. Verrà dato in misura maggiore agli impianti nelle zone meno assolate......... immagino quanti impianti saranno costruiti nelle...... gallerie!!!!!


  18. Meno metri e soldi per gli edifici pubblici che pagano affitti al demanio pubblico: immagino dirigenti e dipendenti che, armati di motoseghe, tagliano gli..... uffici;


  19. Borsa dei carburanti. Nasce la borsa dei carburanti per autotrazione: di solito, come per il mercato elettrico dominato dall'ENEL, sarà una tragedia..... infatti ci sarà lo sciopero......

.. se questa é la sferzata, stiamo freschi, tutt'al più accordo con la Svizzera per far pagare, via quel paese, gli evasori: ok ma poi come la mettiamo con la percentuale? Tutta a costo zero, o quasi, al più sarà un soffio di vento. Qui serve ben altro, se non vogliamo ridurci come la Grecia, ci siamo vicini, e molto più pregnante per risollevarci.... in primis una diversa classe dirigente eletta dai cittadini e un diverso sistema politico-economico che dia attenzione primaria all'occupazione e al lavoro; combatta l'evasione sul serio; distrugga le mafie; ecc. se ricordate ne parlai quache post fa... una cosa é certa: se dovessero i politici decidersi a seguire le proposte confindustriali e simili possiamo scommettere che la distanza con la Grecia si ridurrebbe ulteriormente..... allora si che quei 2000 violenti el 15/10 sembreranno un avanguardia perché la rabbia vera non potrebbe non esplodere a quel punto..... Questi continuano a giocare la guerra civile simulata tirando la corda della coesione sociale al massimo .... nel mondo reale rischiano di accrescersi, solo, il numero di persone che si vestiranno di nero....gli conviene?

mercoledì 22 giugno 2011

e lo chiamano sviluppo? ma 'dde chè?

Ma tu guarda, hanno approvato il decreto per lo sviluppo. E che decreto: epocale direi, non foss'altro perché l'hanno approvato con ben 317 voti che significa la maggioranza assoluta: per queste cose non ci sono problemi mentre ce ne sono quando si tratta di approvare un ordine del giorno sul trasferimento dei ministeri al nord che guarda caso è quello negativo in materia proposto dall'opposizione, cari elettori leghisti per quanto tempo ancora dovrete ingoiare rospi? Detto ciò. Veniamo a come intendono lor signori lo sviluppo:

  1. RICERCA. Mica si tratta di soldi dati a università, pubbliche e private, per consentirgli di fare ricerca pura, troppo facile e logico. No danno il credito d'imposta alle aziende che investono in ricerca: dove sei UE? Qui si finanzia il privato sottobanco...... chi controllerà che davvero i soldi vadano in ricerca? E perchè invece non si sono dati direttamente alle università i suddetti crediti per consentirgli di farla in proprio la ricerca come sarebbe più logico?
  2. DESIGN. Nella guerra infinita fra piccola e grande impresa sui prodotti non brevettati secondo voi chi ha avuto la meglio? Manco a parlarne, andiamo oltre.
  3. TURISMO. Nel paese che possiede il 40% del patrimonio culturale del pianeta attuare una politica turistica spinta da forti investimenti, magari in joint ventuer con i privati, sarebbe il minimo e invece: da un lato hanno lasciato senza legislazione l'uso dei beni costieri demaniali (che prima volevano vendere ai privati con annessa colata di cemento) com'è ora, quindi si rimane con l'attuale far west il che significa che che la lobby balneare continua a fare lauti profitti senza che le comunità ne abbiano il beneficio proporzionalmente dovuto. In compenso s'introduce la tassa di un euro che il visitatore non residente dovrebbe pagare al comune di competenza ..... e chi controlla se davvero la paga? Ce li vedete i VV.UU. a fare sotto il sole a faer il giro dei bagnanti chiedendo lo scontrino? Io no.
  4. FISCO. Niente riforme e niente tagli alle tasse: come si fa se non ci sono soldi per finanziarla? Forse con una guerra all'evasione fiscale quantificata in 275 mld di euro? Macché; invece tolgono poteri a Equitalia e girano i poteri ai Comuni: il che significa un condono sottotraccia per gli enti locali, in seguito ai tagli continui, non sono in grado di riscuotere un bel nulla. Sarebbe bastato dare dei limiti all'azione di equitalia e basta, magari un limite minimo sotto il quale equitalia non poteva intervenire con mezzi impropri...... troppo facile.
  5. CREDITO D'IMPOSTA. Alle imprese che al sud del paese assumono: magari. Senza Fondi FAS che sono deputati all'uopo come s'invoglia l'imprenditore che già suo ha la convenienza a far lavorare a nero? O é la solita solfa tipo legge Tremonti con i corollari di capannoni e fabbriche aperte il tempo di avere i crediti per poi chiuderli e scappare con il malloppo? Meglio sarebbe stato creare un remake della Tennessee Valley Authority che faceva fare buchi a terra per poi riempirli, vi pare?
  6. Acqua e servizi locali. Qui casca l'asino, cari blogger. Mica danno luogo a una legge che espelle la politica da essi, macché; si limitano a creare un autorità, senza soldi e personale, che decide, in tema d'acqua, su tariffe e investimenti: visto come sta andando a finire con le sue sorelle maggiori c'è poco da ben sperare........... e, poi, con il resto dei servizi locali che il referendum ha liberato dal giogo privato, che si fa? Nulla. Meglio sarebbe stato fare società interamente pubbliche con azionariato popolare: non era l'ideale però ......
  7. SCUOLA. mica si tolgono, in ottemperanza alla nostra Costituzione, finanziamenti ai privati, scherzate? No si predne atto che i precari sono i nuovi schiavi del XXI secolo e quindi sacrificabili sull'altare del rigore staccando definitivamente la spina a quella pubblica ormai deceduta divenuta, insieme alle università, un parcheggificio per futuri inoccupati (che andranno a ingrossare le fila dei disoccupati e degli analfabeti che dopo 50 anni sono in crescita, soprattutto al sud), avendo escluso l'art. 9 comma 18 del decreto la scuola dall'applicazione della direttiva europea che prevede l'assunzione a tempo indeterminato dei precari che per tre anni hanno lavorato con contratti temporanei.....

Se questo vi sembra una sferzata all'economia e un impulso allo sviluppo..........

lunedì 28 luglio 2008

Norvegia - Italia 5 a 0

Non parlerò di una partita di calcio ma di differenze, e profonde per giunta, fra due paesi che non sono in teoria così lontani fra loro visto che aappena dopo la II° guerra mondiale per motivi diversi uscivano poverissimi da essa e dovevano ricostruirsi. Loro ci sono riusciti benissimo noi siamo al fondo del fondo del barile. C'er un'interessante articolo sul magazine de la Repubblica, a firma di curzio maltese, su quel paese che ne evidenziava la forza e le qualità di quel paese che se si confrontano con il nosrto ci fanno sembrare il primo paese del terzo mondo e non l'ultimo del primo. Reddito pro capite doppio del nostro (32 mila euro il loro 16 e rotti il nostro); boom delle nascite con famiglie che hanno almeno tre bambini e noi che fatichiamo a farne uno anche perchè poi non solo lo si deve mantenere, ed è il minimo, ma soprattutto assicurargli un futuro che non c'è nemmeno per gli adulti italiani. Lì hanno il petrolio è vero ma qui lo avremmo anche noi un petrolio, il turismo e i beni culturali, ma lo buttiamo nella spazzatura per incapacità e strafottenza. Lì i diritti delle donne sono tali che non solo le aziende che non rispettino le quote rosa chiudono ma essendosi accorti che i maschietti sono ora indietro alle femminucce si cerca di riequilibrare la situazione sbilanciata, da noi bè che dire si fa prima a dire che siamo al medioevo impernate. Lì ci si sposa al di là dei genri di appartenenza e tutte le famiglie hanno tutti i diritti, qui solo la cosiddetta famiglia tradizionale ha qualche diritto le altre zero. Lì la produttività è incentivata e si ragiunge con innovazione, ricerca e formazione qui ..... con gli straordinari detassati, fate voi. Lì sono ai primi posti per qualità della scuola, delal sanità, della formazione di base, della univeristà ecc. qui è sotto gli occhi di tutti il degrado soprattutto dovuto ai tagli fatti negli ultimi 20 anni ........ lì si abbattono per legge i mostri di cemento, compresi quelli dei ricchi norvegesi, qui basta fare un giro in Sardegna e dare un'occhiata alle ville del Capo e si capisce tutto. Lì fanno a cazzotti per andarci, qui vengono presi a calci nel sedere e sfruttati e condannati per clandestinità. Lì le famiglie, tutte, fanno figli perchè lo Stato interviene e consente alle donne di stare tre anni a casa per badare i figli, qui? Lì c'è corruzione eccome ma accade che un'assessore di un Comune sia costretto a dimettersi per avere usato fuori dall'orario di lavoro operai del comune per farsi aggiustare il tetto. QUI, C'E' QUALCUNO CHE SI MAI DIMESSO? Quando leggevo l'articolo ne parlavo con persone, sia in treno che al lavoro, che avevano alla ferale notizia di un paese del genere avevano varie reazioni: chi sosteneva che era un paese "comunista" (senza realmente crederci); chi ti faceva la faccia rasegnata; chi faceva finta di non capire per non prendere atto del proprio fallimento nello scegliere il cavallo politico. Di italiani in Norvegia ne conosco diversi: tutti hanno grande nostalgia del paese; tutti guai a parlarne male; NESSUNO (che io conosca) CHE VUOLE TORNARE: ci sarà un motivo? E sono io il catastrofista?

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