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lunedì 25 maggio 2015

Divario Nord-Sud: l’arretratezza del Mezzogiorno è una scelta politica

dal Fatto Quotidiano del 24 / 5 / 2015 a firma di
A partire dagli anni ’50, con l’istituzione della Cassa del Mezzogiorno, si inaugurò una politica di interventi straordinari per la soluzione dell’annoso problema del dualismo Nord-Sud. Il divario nel Pil pro capite tra Nord e Sud era ormai drammaticamente esploso dopo la Seconda Guerra Mondiale. Lo si legge bene in questo grafico, tratto da una interessante pubblicazione di Antonio Lepore per la Rivista giuridica del Mezzogiorno, che cita, a sua volta, uno studio dei ricercatori V. Daniele e P. Malanima

Si osserva chiaramente il doppio cambio di passo peggiorativo, in concomitanza coi due conflitti mondiali. Queste le premesse che portarono alla decisione di creare un ente ad hoc per fermare l’acuirsi del divario crescente. Un articolo molto interessante della ricercatrice Anna Spadavecchia, dell’Università di Reading (UK), dal titolo “Regional and national industrial policies in Italy, 1950s–1993. Where did the subsidies flow?”, fornisce dei dati scientifici molto interessanti. E’ davvero il caso di tratteggiarli, in modo essenziale, rimandando a una indispensabile, più attenta lettura del testo completo.
Obiettivo dello studio è quello di spiegare i ridotti “achievements” del Sud Italia, ossia i minori risultati, soprattutto a partire dagli anni Settanta. Vengono esaminati i flussi di sussidi regionali disponibili, in quel periodo, con quelli disponibili a livello nazionale, per le politiche industriali.  Lo studio evidenzia bene come, a partire dalla seconda metà degli anni Settanta, l’industria localizzata nelle zone più prospere d’Italia, (il Nord-Ovest), fu oggetto di un maggior flusso di crediti, e illustra come queste politiche abbiano inficiato il conseguimento di obiettivi significativi nel Mezzogiorno a partire da quegli anni. Ciò perché la priorità era evidentemente mutata: non più ridurre il divario tra Nord e Sud del Paese, perché “the new priority was to boost the national economy and its exports”. Sorprendente, se si pensa che alcuni movimenti politici hanno fatto della lotta alla Cassa del Mezzogiorno il proprio maggiore sostentamento, nei primi anni Novanta. Scrive ancora Anna Spadavecchia: “Even taking into account the more generous conditions attached to soft loans in the South and estimating the ‘gift’ element within soft loans, the North-West remains the main beneficiary in the post-1976 period”. Riporto, di seguito, il grafico corrispondente nell’articolo, per una più immediata comprensione di quanto detto.


Non doveva essere questo l’obiettivo di chi aveva pensato alle politiche di “intervento straordinario per il Sud” che, nei primi due decenni di esercizio (Anni 50-60), avevano avuto quantomeno il merito di mettere il Sud all’inseguimento del Nord, di cucire il paese diviso e lacerato internamente, di spezzare la spirale di povertà innescata nel Sud. Penso a Pasquale Saraceno, che fondò nel 1946 l’Associazione per lo sviluppo dell’industria nel Mezzogiorno (Svimez), assertore dell’utilità di fondare la Cassa per il Mezzogiorno, convinto del fatto che l’economia di mercato non avrebbe potuto da sola innescare la riduzione dei divari tra le regioni del Paese, ormai esasperatamente evidenti.
Scriveva Saraceno, con profetica lucidità, visto quel che succede proprio in questi giorni: “l’intervento straordinario è necessario fin quando l’economia italiana risulterà composta di due sistemi, caratterizzati da modelli di sviluppo diversi; ignorare e negare questo persistente dualismo significa conformare l’azione pubblica esclusivamente al modello del sub-sistema più forte, consumando così una sostanziale sopraffazione degli interessi del sub-sistema più debole”.
O, forse, ebbe ragione, nei fatti, Giorgio Amendola, quando scrisse, nel 1957, avverso l’istituzione della Cassa, le seguenti parole: “Ora, in queste condizioni, un ente che volesse attaccare le condizioni ambientali di arretratezza economica, e trattare il Mezzogiorno da zona depressa, isolando queste condizioni da quelle più generali, sociali e politiche, non solo non riuscirebbe a piegare e a vincere questa arretratezza, ma la consoliderebbe, perché, sviluppando la sua azione nel quadro degli attuali rapporti di classe, svolgendo la sua azione nell’indirizzo voluto dall’interesse dei ceti dominanti, ne rafforzerebbe, in ultima analisi, le posizioni di privilegio e di sfruttamento, ribadendo le catene che tengono legate le popolazioni meridionali”.
Inutile affidare al carnefice le sorti della vittima, in sostanza.
p.s.
ne parlavo domenica, vero? Bè.... come non aprire gli occhi? Oggi trattaano l'intero paese come finorahanno trattato una buona metà del paese.

mercoledì 1 aprile 2015

Divario Nord-Sud: tutto iniziò con l’Unità d’Italia. L’incapacità ‘genetica’ non c’entra

Fonte: Il Fatto Quotidiano del 25/3/2015 a firma di

Ancora una volta, gli scritti dei grandi meridionalisti del passato trovano un riscontro perfettamente congruente in studi e ricerche attualissimi. Francesco Saverio Nitti, politico lucano e grande esperto di finanze, ne “Il bilancio dello Stato dal 1862 al 1897” sostenne che l’Italia del Regno delle Due Sicilie portava in dote “minori debiti e più grande ricchezza pubblica”, fino a ricordare che nel primo periodo si ebbe un notevole “esodo di ricchezza dal Sud al Nord”.
Dunque, al contrario di quanto – purtroppo – si continua a leggere e dire a sproposito circa l’incapacità – persino genetica – delle genti del Sud di produrre sviluppo e progresso, lo scenario senza veli e pregiudizi è ben diverso: gli Stati preunitari versavano in condizioni tra loro affini, se non congruenti. La grande soluzione di continuità che innescò la creazione e l’accrescimento del divario tra Nord e Sud del paese furono proprio il processo di unificazione risorgimentale e, soprattutto, le successive politiche in materia di industrializzazione e infrastrutturazione.
In “La finanza italiana e l’Italia meridionale”, ancora Nitti: “Nei venti anni che seguirono l’unità, le più grandi fortune furono fatte quasi esclusivamente dagli imprenditori di opere di Stato: e fra essi non vi erano quasi meridionali, come un documento parlamentare, presentato dall’on Saracco, dimostra a evidenza. La situazione della Valle Padana ha reso più facile la formazione delle industrie, cui la politica finanziaria dello Stato, in una prima fase, e in una seconda le tariffe doganali, hanno preparato l’ambiente; di quasi tutte le industrie di cui lo Stato italiano negli ultimi trenta anni ha voluto assumere la protezione, nessuna quasi è meridionale: dalla siderurgia allo zucchero, dalle industrie navali alle industrie tessili, ecc., tutto è nelle mani degli stessi gruppi capitalistici”. 
E questa è, come si suol dire, storia nota. Cosa oltremodo interessante è scoprire come recenti ricerche condotte dai ricercatori Vittorio Daniele (UniCz) e Paolo Malanima (Cnr) abbiano portato nuovi riscontri scientifici a quanto sosteneva Nitti. Un loro articolo molto interessante del 2013, riporta una indagine accurata inerente la nascita e l’evoluzione delle disparità regionali nel nostro paese. Il divario economico tra Nord e Sud come noi lo conosciamo nacque solo alla fine dell’Ottocento. Nel 1861 tutto il paese unificato presentava prevalentemente una economia preindustriale (64% di lavoratori in campo agricolo, la restante parte suddivisa tra industria e servizi). I due scienziati riportano una assenza di differenze significative nello sviluppo industriale, per tutto il primo decennio successivo all’unificazione. Il grafico che riporto, (con il consenso degli autori), mostra chiaramente come il numero dei lavoratori impiegati nell’industria fosse sopra la media nazionale in Lombardia, Liguria, Emilia-Romagna, Toscana, Campania e Sicilia. Già nel grafico che fotografa la situazione del 1911 si assiste alla formazione del “triangolo industriale” in Nord-Ovest.

Nel 1891, solo il 19% dei lavoratori era impiegato nell’industria (21% al Nord e 16% al Sud). Dunque, il divario industriale era ancora esiguo su base territoriale. Vi erano regioni più e meno industrializzate in tutte le zone del Paese. Nell’articolo viene specificato che la prima grande ondata di emigrazione coinvolse oltre 5 milioni di cittadini italiani provenienti prevalentemente da Veneto, Venezia Giulia e Piemonte, (“relatively underdeveloped areas of the North”). Dopo il 1900, prevalse il numero di emigranti provenienti dal Sud. La concentrazione di industrie nel Nord del Paese si accentuò nel periodo tra le due Guerre. I dati relativi al reddito pro capite sono congruenti con quelli inerenti l’occupazione nell’industria.

L’immagine di sopra mostra come, rispetto alla media nazionale, il Gdp (cioè Pil) su base regionale era distribuito in modo diverso da come avremmo potuto immaginare: al Sud solo la Calabria e la Basilicata presentavano un Pil pro capite inferiore alla media nazionale, nel 1891. L’ultima immagine che ho tratto dal lavoro di Daniele del 2013, mostra in modo palese come la situazione sia drammaticamente peggiorata in termini di polarizzazione “geografica”, nel corso dei decenni. A 150 anni dall’unificazione, lo scenario è quello che si legge, senza bisogno di commenti, nel grafico sottostante.

p.s.
senza andare troppo per il sottile, cito Luzzatto "l'economia italiana dal 1861 al 1894", ed. einaudi, il primo scandalo italiano fu quello della società per la vendita dei beni dei regni pre-unitari.... quando si dice che il buongiorno si vede dal mattino. La cosa che può, anche non, rallegrare è che l'intero paese sta avendo oggi lo stesso trattamento allora riservato dai savoia, dai vincitori e dai sodali del sud (con cui s'erano alleati per consentire il tradimento e il voltafaccia mantenendo tutti i privilegi precedenti, Bronte e Nino Bixio insegnano) al meridione: siamo diventati una colonia: si potrebbe dire ben gli sta! Serviva uno sbocco all'asfittica economia piemontese? Eccoti servito il mercato con l'aiuto degli inglesi (che non vedevano di buon occhio i porti del regno delle due sicilie che gli facevano concorrenza nel mediterraneo e oscuravano quello di genova): mancavano solo la UE, la BCE, la troika ecc.

lunedì 19 gennaio 2015

Questione Meridionale: il Sud che si insegna a scuola e i dati scientifici, non opinabili

di | dal Fatto Quotidiano 19 gennaio 2015
Accade in Italia che una delle case editrici più blasonate pubblichi un testo scolastico in cui la storia viene raccontata in questi termini, a proposito di Questione meridionale.
In primis, essa viene definita un “differenziale di sviluppo economico, di benessere sociale” e fin qui ci siamo, ma anche “di identità civile e culturale che separa le regioni settentrionali da quelle meridionali e che costituisce il più drammatico freno alla crescita complessiva del paese”. La seconda parte della definizione fa sorgere qualche presagio su quanto si legge nel seguito della trattazione. Cito direttamente dal libro:
la discussione storica«… sul tronco di una differenza di sviluppo economico hanno preso forma una organizzazione sociale ed una identità civile profondamente diverse da quelle delle regioni centro – settentrionali. Esse sono dominate da un individualismo diffidente, nel quale gli interessi della famiglia o del clan si antepongono e, inevitabilmente, si contrappongono a quelli dello stato e della collettività nazionale. Su questo sottofondo pesano gli intrecci clientelari e la pervasività della violenza come pratica diffusa e sostanzialmente accettata per la risoluzione dei conflitti, sul cui tronco sono sorte associazioni criminali di dimensioni gigantesche».
Identità civile “diversa”, individualismo diffidente, preferenza degli interessi di famiglia (o clan) a quelli statali o collettivi, interessi clientelari…Da meridionale mi domando di quale Sud si parli. Non è certo il Sud in cui sono cresciuto, sono stato educato, ho studiato e vivo. E dove milioni di persone vengono in vacanza, d’estate, a trascorrere l’antologia del proprio anno solare. Le cronache insegnano, piuttosto, che clientelismo, corruttela, racket e malaffare sono mali declinati ormai in tutti i dialetti dello stivale. Ossia dovunque il tessuto politico, sociale ed economico si prestino al loro radicamento.
Il passaggio più drammatico è quello sulla violenza pervasiva accettata come pratica diffusa e accettata nella risoluzione dei conflitti. Si parla in termini generali di un Sud che, a questo punto, sarebbe meglio conoscere, visitare, studiare…
Credo sia utile riflettere sull’impatto culturale e umano che questo tipo di narrazione possa avere sullo studente del Nord Italia quanto sul suo compagno di classe di origini meridionali. Quale orrore nel rivelare le proprie origini ai propri compagni di scuola…Mai sia.
Preferisco, a questo punto, citare una fonte accreditata e dissonante. E sognare il tempo in cui la storia del nostro Paese possa essere spiegata in termini non banalmente dicotomici. Perché l’obiettivo dell’insegnamento consiste nella formazione di coscienze critiche. E i libri di testo sono gli strumenti di quella difficile e delicata operazione.
In un interessante articolo apparso sulla “Rivista di politica economica”, i ricercatori Vittorio Daniele (Università di Catanzaro) e Paolo Malanima (Cnr) si impegnano a “commentare le serie annuali del prodotto regionale, e d’individuare alcune variabili che possono avere influenzato i differenziali di sviluppo stimati”. Dati scientifici, non opinabili. Dai quali si evince che il divario Nord-Sud non affonda le radici nella storia preunitaria ma in quella trova la sua marcata e sistematica amplificazione. Dicono gli autori “Il divario economico fra le due grandi aree del paese in termini di prodotto sembra invece essere un fenomeno successivo. Pare di poter dire che esso cominciò a manifestarsi dalla fine degli anni ’70 e negli anni ’80”. E, più avanti nel testo dell’articolo “Nel 1891, in Italia, gli squilibri regionali risultano modesti. Se in alcune regioni dell’Italia Nord-Occidentale, come Liguria e Lombardia, i livelli di reddito pro capite sono significativamente superiori alla media nazionale, anche nel Mezzogiorno vi sono regioni relativamente prospere. In Campania il reddito pro capite è comparabile a quello della Lombardia, mentre in Puglia e nelle Isole maggiori è analogo a quello medio nazionale. Una situazione di relativo ritardo caratterizza alcune regioni del Mezzogiorno, come Abruzzi e Calabria, mentre nel Nord è il Veneto la regione più arretrata. Le condizioni regionali sono, dunque, molto simili e le differenze esistenti nei livelli del reddito pro capite non rendono possibile una divisione secondo la linea Nord-Sud”. “Nel 1951 la distinzione tra Centro-Nord e Mezzogiorno è netta: l’Italia è un’economia dualistica”.
Parliamone, dati alla mano…
p.s.
aggiungo solo alcune fonti:
  1. Gino Luzzatto, l'economia italiana dal 1861 al 1894 Einaudi; 
  2. Pino Aprile,  Terroni edizioni piemme;
  3. Gigi di Fiore, Controstoria della liberazione Rizzoli.
..... in più ci metto che se questo paese fosse nato sulla base di vere premesse "unificatrici (e non solo con la necessità di eliminare pericolosi concorrenti ai piemontesi e agli inglesi)" tutto sarebbe potuto essere diverso: sappiamo benissimo che la storia la scrivono i vincitori e la studiano i vinti!
p.s.
QUESTO E' UN POST DI PARTE! CREDO CHE CHIUNQUE SI POTRA' RICONOSCERE IN ESSO.. DA QUALUNQUE PARTE DI QUESTO PAESE PROVENGA....

lunedì 8 dicembre 2014

Asili nido, prendi le stesse tasse anche al Sud e spendi più al Nord: come nel 1912

Fonte: dal Fatto Quotidiano a firma di Alessandro Cannavale del 8 dicembre 2014
“Nell’Italia settentrionale, accanto a una generale ignoranza dell’entità degli oneri finanziari che i comuni meridionali sopportano per l’istruzione elementare proporzionalmente alla potenzialità dei loro bilanci, è diffuso il preconcetto che i contributi dello Stato siano tanto ingenti e così saggiamente distribuiti che solo quella buona dose di indolenza e mal volere, che suolsi attribuire ai meridionali in genere, possa spiegare il costante insuccesso della nostra legislazione scolastica nell’Italia meridionale”.
Pensate che scriva il solito meridionalista, intento a perorare la causa stantìa della sua terra e della sua gente? Devo smentirvi. Siamo agli inizi del Novecento. Scrive Giuseppe Donati. Giornalista e politico di Granarolo. Settentrionale onesto e coraggioso. L’articolo è del 1912: “L’analfabetismo e la legge Credaro nel Mezzogiorno”. Vi sottolinea l’assurdità della legge scolastica del tempo, che attribuiva ai comuni gli oneri della lotta all’analfabetismo. E così, in provincia di Bari, ci si trovava a spendere il 20% del budget per l’istruzione, mentre, in quella di Milano, solo il 9%. Superfluo ricordare che i comuni meridionali avevano risorse assai più esigue, al di là delle percentuali d’incidenza.
Ne cito il brano centrale, che motiva questa digressione: “Incominciò così, [parliamo del 1876] il vizio organico della nostra politica finanziaria di Stato: cioè prendendosi a base dei contributi dello Stato le scuole esistenti di fatto, questi contributi si trovarono distribuiti fra i comuni in ragione non della povertà, ma della ricchezza; cioè i comuni più ricchi, capaci di istituire maggior numero di scuole, assorbirono una maggiore quantità di contributi statali. In altre parole, la maggior parte degli aiuti affluì spontaneamente nei comuni meno disagiati del nord”.
Storie vecchie? Roba che porta addosso odor di vecchi archivi? Devo smentire, ancora. Abbiate ancora un briciolo di pazienza e forse sarò in grado di spiegare per quale ragione ho dovuto scomodare l’illustre Donati.
Qualche sera fa mi giunse, via Facebook, questo messaggio da Marco Esposito, stimatissimo giornalista de Il Mattino, che divulgo, a seguito di sua approvazione: “Fa’ un piccolo esercizio: vai su www.opencivitas.it e clicca su un comune del Sud a caso. Vedi quanti soldi sono assegnati come fabbisogno standard per gli asili nido. Poi cerca un comune con simile popolazione del Nord e fai il confronto sui fabbisogni assegnati. Ripeti l’esercizio per quanti esempi vuoi. I fabbisogni standard saranno utilizzati per ripartire una quota delle risorse del 2015. Più bassi sono i fabbisogni, meno risorse avrai”.
Non ne sapevo nulla. Lo ammetto. Scopro che lo stesso Esposito, già nel marzo 2014, scriveva: “Quando il Sud spende troppo, si applica con rigore (come giusto) il costo standard, quando il Sud spende poco – come per gli asili nido e le scuole – a sorpresa vale la famigerata «spesa storica», proprio quella che il federalismo fiscale prometteva di superare”.
Decisamente incuriosito, vado su www.OpenCivitas.it e lo consulto per due comuni a caso; Milano e Napoli. Poi comincio a guardare per decine di comuni; ecco cosa ho trovato… La spesa storica per la voce asili nido, per il comune di Napoli, è di 33 milioni circa, il fabbisogno di 15 milioni. Differenza: - 52%. A Milano, la spesa storica è di 117 milioni, mentre il fabbisogno standard è di 128 milioni, con una differenza del +9.1%. Nei comuni in cui, invece, nel 2010 non si sono effettuate spese per asili nido, il fabbisogno assegnato diventa 0 euro, anche per il prossimo 2015. Ciò significa che il dato Comune non potrà nemmeno avviare nuovi servizi di asilo, all’occorrenza. Ciò vale per tantissimi comuni… Andate a vedere…
Facciamo chiarezza: il concetto di “spesa storica” misura l’ammontare effettivamente speso da un Ente in un dato anno per l’offerta di servizi ai cittadini. I Fabbisogni Standard misurano invece il fabbisogno finanziario di un ente in base alle caratteristiche territoriali e agli aspetti socio-demografici della popolazione residente. È davvero una singolare circostanza il fatto che proprio su due voci, quella della spesa per gli asili e quella per l’istruzione, dove maggiore è lo sbilanciamento tra Nord e Sud, si sia scelto di cristallizzare lo status quo, prolungandolo sull’asse temporale. Sono state avanzate diverse proposte per superare il problema, ma, al momento, non ho trovato notizie in merito a cambi di rotta.
“Lo Stato, dunque, prendeva, per mezzo delle tasse, denaro da tutta Italia – e ne prendeva, relativamente alla ricchezza, più dal sud povero che dal nord ricco – e il provento di queste tasse lo adoperava non per aiutare i più poveri, ma per migliorare i più ricchi”. Ancora Donati. Non Esposito…
p.s.
a proposito dei primi anni post unitari che è: assodato che tasse, tariffe e altro del regno di sardegna erano molto più alti del resto dello stivale; che il porto commerciale del regno delle due sicilie era "molto" pericoloso non solo per gli interessi "sardi" ma pure, e questo contava molto di più, per quelli inglesi; che il modello "francese" di stato accentrato fu imposto proprio per evitare spinte aunomiste.. come quelle milanesi; che il famoso tesoro che i piemontesi avrebebro rubato non era tanto quello raccontato quanto la ricchezza delle economie degli altri regni.... un regno di rapina per uno neonato stato che rapinava una parte dello stivale per sorreggerne un altra.. è già un miracolo che sia durato tanto!

martedì 21 agosto 2012

Lavoro: all'italiana o all'inglese?

Ecco una tipologia e due modi di intendere la stessa cosa, il lavoro a chiamata:




caso inglese: c'é una richiesta di lavoro a "chiamata", ti assumo attraverso l'agenzia e ti pago per il periodo che mi servi; poi hai una paga di disponibilità minima per tutto il periodo che serve passato il quale ritorni nelle disponibilità dell'agenzia di lavoro, e ciao...

caso italiano: ti faccio un favore a darti un lavoro e te lo sottopago con una delle varie forme di collaborazione sottopagata che gli amati governi sono riusciti a inventarsi in questi 20 anni (propinati come futuro migliore nel migliore dei mondi possibili) e poi mi servi dalle 8 alle 9 dove ti pago poi mi riservi dalle 11 alle 12 e infine dalle 15 alle 17, in queste ore ti pago nelle altre no, nessun salario, seppur minimo, di disponibilità né altro e .. ricorda che ti faccio un favore perché di morti di fame che vogliono (al tuo stesso prezzo o a uno inferiore, se possibile meglio a nero) ne trovi a quintali.... chiaro?

In base all'esperienza la prima forma é quella CORRETTA, la seconda é la nostra "interpretazione", peraltro molto americana (...), della stessa forma di lavoro. Spero che l'esempio sia chiaro perché questo é solo, ripeto, un esempio di come in questo paese ci si stia distruggendo con le proprie mani il futuro.... come forse avrete letto nel profondo nord, non nel sud terrone, una società ha licenziato 20 lavoratori e 10 donne perché avevano fatto rchiesta di migliorare la propria condizione: come risposta, oltre agli insulti continui dei padroncini e l'indifferenza della cosiddetta civile, l'azienda ha assunto, via cooperativa, lavoratori indiani a 7.50 euro l'ora ........ insomma conta il costo ma non chi quel costo rappresenta. Se questo é il futuro......

martedì 12 aprile 2011

Chi di lega ferisce, di lega perisce......

Sul "Fatto Quotidiano" di oggi ho trovato l'articolo (a firma S. Ceriotti e A. Madron, pag 11) "gli italiani in Svizzera? Via a calci in c....." e, dopo un fervorino appena appena patriottico, mi sono chiesto: cosa é successo per meritare altri calci nel sedere da prendere? Che hanno combinato ora? Altre uscite estemporanee dei soliti noti? No, per nulla. Nel Canton ticino, Svizzera italiana, la lega ticinese ha vinto (con il 30% dei voti) le elezioni locali e subito hanno messo i puntini sulle i (ma pure sulle a, b, c, ecc... tutto l'alfabeto che sono capaci di recitare) sulle questioni dei migranti: già perché in quel del Ticino i migranti siamo noi!!!!!! Passato il "fervorino" di cui sopra m'é venuto un altro sentimento che é ben descritto nel titolo del post: già perché la lega ticinese é consorella della lega made in italy, no meglio made in Padania. Consorella ma non certo meno razzista: dal nostro confine passano circa 48 mila dei nostri connazionali oltre frontiera (o oltre cortina con la vittoria dei razzisti ticinesi?) e il loro programma ne prevede la riduzione a 35 mila (si potrebbe dire una bella sfoltita di "meridionali" e chissà che una volta fatto il federalismo in salsa leghista nostrana cose del genere non le vediamo anche da noi in un prossimo futuro): mi chiedo se pattuglieranno la frontiera con caccia bombardieri e/o con pattuglie armate respingendoli a pallettoni; saranno spietati o si faranno prendere dall'umanitarismo e "soccorreranno" i nostri derelitti spinti dalla fame di lavoro, da uno stipendio migliore, che vi cercano fortuna andandovi non in barca, che cade a pezzi, ma in macchina o in treno o boh a piedi, volando, con la catapulta ecc..: Verrebbe da pensare che in fondo hanno ragione: difendono il territorio, lo marcano (mi verrebbe una battuta ma non ve la dico), ne tracciano i confini e fanno di tutto per non contaminarsi con gli altri, soprattutto con i loro meridionali!!!!! Il bello sapete qual'é? Che la maggior parte dei migranti provengono dalle province padane/italiane, cuore dell'elettorato leghista (Sondrio, Varese, Como), e sono proprio curioso di vedere come i leghisti nostrani giustificheranno i "rientri forzati" di questi loro potenziali elettori, e cittadini della futura padania, dal paese confinante e, soprattutto, come reagiranno agli "sgarbi e agli insulti" della loro consorella che a parole parrebbe voler fare fuoco e fiamme (respingeranno a loro volta l'orda svizzera? Oppure metteranno dazi e limitazioni?)!!!!!! Di mezzo non c'é solo la solita giustificazione della "crisi economica" par di capire; c'é anche il fastidio di dover sopportare che il governo svizzero debba restituire, in base ad accordi, al nostro paese la parte di tasse pagate dai transfrontalieri nostrani in quel paese, e questo proprio non gli va giù: al punto che un altro bellissimo movimento razzista, UDC (nulla a che vedere con quello nostrano), parla di noi come di "italiani topi" e ha nel suo programma proprio la mancata restituzione di questi soldi; un bell'esempio di solidarietà e riconoscenza per chi va lì a lavorare (senza nemmeno soggiornarvi o fermarcisi) e li fa arricchire apportandovi la propria professionalità. Una bella rogna da grattare, dunque mi pare di capire, per i nostrani difensori dei territori della padania, perché sono propri cittadini, e potenziali elettori, quelli che verrebbero presi a calci nel "cuxx"; proprio così, come la mettiamo cari leghisti? E cari elettori di questo partito, come la mettiamo con il fatto che tacciate tutti quelli sotto Bologna come meridionali o peggio e con l'essere, a vostra volta, tacciati di "terroni" perché siete a un Sud rispetto a questi qua che sono anche più beceri e rudi dei vostri eletti? Immagino che da un lato proviate gioia perché un movimento similare a quello per cui votate abbia vinto, non ne dubito. Sentirsi, però, trattare a pesci in faccia non dov'essere così piacevole però, vero? Tacciati di essere merdionali!!! Voi? Ma come? Invece é proprio così miei cari: siamo tutti meridionali rispetto agli eschimesi, non lo sapevate? Benvenuti nel meridione della Svizzera italiana verrebbe da dirvi ma so che non lo capireste perché vi hanno "inculcato (termine non mio)" che chi é sotto di voi é: un invasore; uno che vi ruba il lavoro; uno che violenta chiunque gli capiti a tiro; un violento e sottosviluppato essere preistorico; uno che puzza (ricordate le espressioni di quel leghista che cantava la canzoncina sui napoletani?) di suo; uno che invade il territorio (che anche voi avete marcato...) e inquina le vostre tradizioni ...... e si potrebbe continuare..... ora però questa spiacevole situazione che si é venuta a creare alla frontiera "nord" dovrebbe farvi aprire gli occhi: anche voi siete "meridionali e, magari, terroni" e che vi vedono nello stesso modo con il quale vedete quelli che vengono dal vostro sud: ora come la mettete? Aprirete gli occhi e la mente dopo tutto ciò o continuerete a credere all'egoismo leghista che sventola sotto gli occhi chi si trova, geograficamente parlando, "sotto" e vi nasconde bellamente come siete voi a vostra volta considerati da chi vi considera, sempre geograficamente parlando, un "sotto" pure a voi? E per tacere del singolare aspetto che i vostri eletti "minimizzano" vi ricordo che chi é causa del suo mal....... buon divertimento.

mercoledì 17 novembre 2010

pandora.... e i vasi comunicanti

Non credo che Saviano abbia voluto attaccare "un" partito politico, non é da lui, ma un "sistema"; ha voluto mettere un punto fermo: far aprire gli occhi ai tanti che, a nord di Roma, si illudono, o si bevono le panzane illudendosi, che sono cose che accadono solo in "terronia". Balla colossale. Basterebbe ricordare l'operazione chiamata "crimine" che ha messo in luce le interazioni fra le mafie e il potere economico e politico in Lombardia; e se proprio non ci si ricorda di ciò oggi c'é un allarme, ossia é stato presentato il rapporto della Direzione Investigativa Antimafia che mette, nel giorno delle polemiche e delle querele, il dito nella piaga proprio la dove i tanti illusi chiudono gli occhi, ossia il malaffare al nord fa gli affari: non potrebbe essere altrimenti perchè é lì che i soldi sono investiti e riciclati; ovviamente non tutti sono corrotti ma il cancro si sta diffondendo a velocità enorme. Il malaffare della mafie, con tutta la ragnatela di "contatti" che é capace di costruire per coprirsi le spalle, é una realtà e tocca tutti, proprio tutti: imprenditori, politici, ecc. Allora dov'é la pietra dello scandalo? Peché i nervi a fior di pelle? E quale recondito motivo danno luogo a reazioni così scomposte? Al punto di querelarlo? Cosa pensano di dimostrare se le stesse indagini provano questi "contatti"? Questo paese si trova avviluppato in un intreccio di malaffare, casta politica conservatrice del proprio status e del ceto che lì ce l'ha portata, dai tanti scheletri che ci sono negli armadi; un viluppo tale che forse questo nodo gordiano non può essere sciolto ma solo tranciato: e per farlo non c'é nessuno all'orizzonte con l'autorevolezza e il background tale per farlo; quindi dovrà toccare ai cittadini che sono il vero obiettivo di Saviano; é a loro che parla ed é a loro che si rivolge il giornalista libero e indipendente armato solo di penna, carta e calamaio nel descrivergli quanto emerge dalle indagini della Magistratura e che non sempre vengono "riprese e lanciate" dai media ufficiali correttamente ma sono usate solo per evidenziare quanto il potere del momento fa (omettendo che non é per leggi fatte che vengono alla luce le "interazioni" ma per le indagini che le forze di sicurezza e la Magistratura, spesso certosine, che danno risultati) dando una patente spesso per nulla meritata.
"un uomo con la penna contro un uomo con la pistola ....... quello con la pistola é un uomo morto ....."

lunedì 21 dicembre 2009

Copenhagen addio e con lei il nostro futuro

Addio Copenhagen e addio accordo sul clima. Nord e Sud del mondo non si sono messi d'accordo: i primi perchè pensano al piccolo particulare e i secondi un pò perché cominciano a vedere un minimo di industrializzazione e un pò perchè saranno gli stessi che maggiormente risentiranno degli effetti del clima; i primi perchè sono basati su un sistema che prevede lo sfruttamento intensivo delle risorse a scapito dei paesi deboli e i secondi perché vedono volare via le proprie risorse (spesso sono governati da corrotti che hanno studiato da noi in occidente) senza che nemmeno un soldo rimanga nel paese. Con questo quadro naturalmente è impossibile un'accordo: è come un dialogo fra sordi ed egoisti e non c'è nulla da fare. E dal nostro punto di vista? Ossia dal punto di vista del paese più ricco del terzo mondo? Di sicuro non vedremo mai, come in norvegia, una centrale ad osmosi ma è altrettanto sicuro che vedremo un ponte che non serve a nulla (ed è anche costruito in una zona ad alta sismicità) e centrali nucleari a gò gò che daranno più problemi che benefici (leggi scorie). E il clima? Bè basta affacciarsi dalla finestra.............

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