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venerdì 2 agosto 2019

Il Sud rallenta ancora, ma i motivi non sono quelli che ci dicono. I luoghi comuni invece continuano a crescere

Fonte: Il Fatto Quotidiano Economia & Lobby - 1 Agosto 2019 Alessandro Cannavale
Il Mezzogiorno rallenta ancora. Il Paese non se la cava neanche bene. Le emergenze vere del Sud non sono affatto quelle che animano il dibattito politico ormai da anni (immigrati e altro). Questo e altro dicono le anticipazioni del Rapporto Svimez 2019, presentate oggi dal direttore Luca Bianchi e dal presidente Adriano Giannola, a Roma.
Nel 2018 il Pil del Sud, secondo i dati Svimez, sarebbe cresciuto soltanto dello 0,6%, a fronte dello 0,9% dal Centro-Nord. Il divario tra le due aree del paese si sovrappone a quello, altrettanto preoccupante, tra l’Italia e l’Unione Europea. Si fa osservare che il rallentamento della crescita del Sud, dal 2018, si deve a un indebolimento della domanda interna, coerente col calo di capacità di spesa delle famiglie, oltre alla dinamica “divaricante della spesa pubblica tra Sud e Centro-Nord, anche contrariamente alla vulgata”, che vedrebbe nel Sud, ancora oggi e a torto, il luogo naturale della spesa.
Un dato che appare sorprendente, vista la propaganda politica costruita su questo luogo comune; dato peraltro confermato nel medio periodo, secondo Svimez, visto che negli ultimi dieci anni la spesa pubblica ha segnato una riduzione del -8,6% nel Sud ma è cresciuta del +1,4% nel Centro-Nord.

Tassi di crescita annuali e cumulati del Pil in termini reali (%) (Fonte Anticipazioni del Rapporto SVIMEZ 2019 sull’economia e la società del Mezzogiorno)
Dalla metà del 2018 il trend occupazionale ha subito un calo rilevante nel Sud (-107mila), invertendo un trend consolidato di lenta crescita costante dal 2014. Nel Centro-Nord la crescita è bassa, ma resta una crescita (+48mila).

Andamento congiunturale degli occupati nel periodo T4_2008-T1_2019 nel Centro-Nord, nel Mezzogiorno (dati destagionalizzati T4 2008 =100) (Fonte Anticipazioni del Rapporto SVIMEZ 2019 sull’economia e la società del Mezzogiorno)
Peraltro, sotto il profilo qualitativo, l’occupazione al Sud vede calare il numero di contratti a tempo indeterminato, con una dinamica molto evidente nei grafici riportati nelle anticipazioni Svimez. Aumentano, invece, i contratti a tempo determinato. Al Sud aumenta anche il part-time involontario, conseguente alla necessità delle imprese di ridurre la spesa per il lavoro.

Andamento congiunturale dei dipendenti nel periodo T4_2008-T1_2019 nel Centro-Nord e nel Mezzogiorno per tipologia di contratto (dati destagionalizzati T4 2008 =100) (Fonte Anticipazioni del Rapporto Svimez 2019 sull’economia e la società del Mezzogiorno)
Svimez ha previsto, con specifici modelli, l’effetto negativo conseguente al possibile aumento dell’Iva nel 2020 (23 miliardi di euro): essa è un’imposta intrinsecamente “regressiva”, il cui impatto sarebbe maggiore nel Sud che, essendo caratterizzato da minori redditi, ne risentirebbe di più in termini di capacità di spesa e di aumento dei costi dei beni.
Sotto il profilo sociale, si conferma un’emergenza “emigrazione”, con flussi di uscita dal Mezzogiorno di circa 130mila persone, a fronte di 63mila rientri (nel solo 2017). Giovani e laureati, soprattutto. Si parla di 2 milioni di persone negli ultimi 15 anni. Di cui un milione sotto i 35 anni e 200mila circa i laureati. Solo 400mila i giovani rientrati nello stesso periodo.
Gli immigrati dall’estero che arrivano al Sud sono di gran lunga inferiori. Come prevedibile, il Sud non ha attrattività e perde popolazione con una concentrazione alta nei piccoli Comuni: un dato che riguarda perlopiù i comuni di collina e di montagna, con popolazione inferiore ai 5mila abitanti. Questi hanno perso, negli ultimi 15 anni, circa 250mila residenti. Questo dato segna l’ulteriore emergenza nazionale: la debolezza demografica delle cosiddette “aree interne”.
La dotazione infrastrutturale e la qualità dei servizi continuano a evidenziare un divario gravissimo tra Sud e Centro-Nord. Il numero delle corse giornaliere, soprattutto ad Alta Velocità, denuncia un dato gravissimo: il Sud ne è escluso in modo impressionante, senza bisogno di ulteriori commenti rispetto alla figura riportata sotto.

Servizi ferroviari (linee e corse giornaliere) ad Alta Velocità (AV) (Fonte Anticipazioni del Rapporto SVIMEZ 2019 sull’economia e la società del Mezzogiorno)
Altrettanto grave l’accelerazione dei divari nelle “infrastrutture sociali”: il Rapporto cita il divario nel numero posti letto nelle strutture residenziali e l’assistenza integrata domiciliare dei servizi sanitari (i rapporti sono di circa un quarto tra Sud e Centro-Nord). Non cambia molto, quando si passa all’edilizia scolastica e relativi servizi offerti. Fa ben sperare la crescita delle start-up al Sud, che conferma l’esigenza di innovazione e la presenza di energie positive. Per Bianchi occorre un nuovo piano di investimenti, coi suoi positivi effetti moltiplicativi, di cui si è più volte discusso in passato: è stato ribadito che un euro al Sud produrrebbe circa 1,80 euro in termini di Pil.
Occorre, senz’altro, una nuova visione del rapporto Nord-Sud, che non strizzi l’occhio a rivendicazionismi miopi, cercando soluzioni che non siano “per parti”. Nella stessa occasione, Adriano Giannola ha sottolineato che la “terapia” del disimpegno degli investimenti nel Sud ha impoverito, finora, tutto il paese. Ha fatto notare che due regioni ad alto contenuto di capitale sociale, come Marche e Umbria, rischiano di entrare nel novero delle regioni del “Mezzogiorno”, in termini di figure di merito, dando “un segnale di estremo allarme per il Paese”, ulteriore evidenza di un problema strutturale che riguarda tutta l’Italia. L’idea di un Nord “contoterzista della Germania” costituirebbe, secondo Giannola, un’illusione pericolosa e inevitabilmente deludente. E l’austerità sarebbe stata pagata prevalentemente dal Sud, avendo minor disponibilità di risorse, con ripercussioni sul Nord.
Oltre questo, è stato fatto osservare che, coi numeri attuali, l’Italia recupererà le performance del 2007 (pre-crisi) soltanto nel 2025 nel Centro-Nord e nel 2030 nel Sud. Secondo Giannola, gli interventi sociali non possono essere risolutivi dei problemi strutturali del paese. Al contempo, il Sud non deve più permettersi di perdere prezioso capitale umano.
Giannola ha concluso sottolineando l’esigenza di un ragionamento sull’Italia, eliminando sentenze e luoghi comuni sul Sud che, cialtronescamente, non tengono conto del fatto che “grazie al meccanismo della spesa storica, le risorse nel complesso da dieci anni sono redistribuite con un costante flusso in eccesso di miliardi di euro dal Sud verso il Nord”.

domenica 23 giugno 2019

Fondi per il Sud, chi li spende davvero?

Fonte: Il Fatto Quotidiano Economia & Lobby | 23 Giugno 2019 
A proposito di un emendamento che prevedeva di usare i fondi per il Sud nelle Regioni, il Ministro Barbara Lezzi ha dichiarato: “Questo emendamento, che aveva anche il parere contrario della Ragioneria dello Stato e che non verrà mai votato dai parlamentari del Sud del M5s – ha aggiunto – ha rappresentato un atto di totale scorrettezza. Chiunque lo abbia presentato, Lega o non Lega, dovrà chiedere scusa e dare delle spiegazioni”.
Dal punto di vista dei cittadini, l’idea di spostare sulle Regioni i fondi per il Sud può non essere malvagia, purché queste siano in grado di spenderli, i fondi. E purché siano Regioni del Sud, (come pare fosse scritto nell’emendamento, leggendo il pezzo sul Sole24Ore) visto che di fondi per il Sud si tratta. Invero, disponendo di un ministero per il Sud, ci si aspetta una visione dell’intervento che trascenda le prospettive limitate degli enti locali, in previsione di una visione di sistema e non localistica. Quindi, il processo innescato dall’emendamento, pare quantomeno contraddittorio.

E qui, va detto, i tanti eventi precedenti fanno sorgere qualche perplessità, visto che è una vecchia abitudine quella di parlare male, a bocca piena, del Sud spendaccione, usando con una mano i suoi soldi. Ripercorriamo allora, a grandi passi, le consuetudini invalse negli ultimi trent’anni di storia di patria e di spesa di fondi per il Sud. Ricordiamo che i fondi di Sviluppo e Coesione costituiscono uno strumento finanziario con cui si attuano le politiche per la rimozione degli squilibri economici e sociali nel paese, in attuazione dell’art. 119 della nostra Costituzione. Ricordiamo che la Legge di Stabilità per il 2014 (Letta Premier) aveva introdotto il principio di territorialità per i Piani di Sviluppo e Coesione, stabilendo che l’80% della spesa dovesse riguardare le regioni meridionali, proprio per attenuare i divari e realizzare le infrastrutture mancanti. Se quella percentuale è stata fissata, ci sarà una ragione, no? Una ripassata può far bene (qui prendo dati da La questione italiana di Francesco Barbagallo e da La questione meridionale in breve, di Guido Pescosolido). Quando nel 1994-95 Berlusconi e Dini definirono le “aree depresse del territorio nazionale”, beneficiarie dei finanziamenti europei, la Lega (all’epoca Lega Nord), già al Governo del Paese, vi incluse, tramite il proprio ministro, alcune delle aree più ricche e industrializzate d’Europa, in Lombardia, Veneto, Emilia-Romagna. E qui la Cassa per il Mezzogiorno era già defunta, si badi bene. Questi interventi, poi, furono anche defiscalizzati. Dei trenta milioni di italiani che dovevano risultare beneficiari dei fondi europei in aree depresse, ben 11,5 erano settentrionali di “ricche aree depresse”.
Nel 2002, ancora, il governo Berlusconi istituì il Fondo per le Aree Sottoutilizzate (Fas), orientato all’unificazione delle risorse aggiuntive nazionali da destinare alle aree depresse. Il Cnel, però, ha valutato in 26 miliardi le risorse Fas dirottate verso impieghi diversi dalle originarie finalità del Fondo, contribuendo a sminuire, nel corso di un decennio, l’efficacia anche di questa misura, inizialmente pensata per le politiche di coesione. Come scrive Guido Pescosolido, la gestione dei fondi strutturali europei nei primi anni Duemila, affidata alle regioni, riuscì “a scrivere una storia di fallimenti a fronte della quale l’efficienza della Cassa (per il Mezzogiorno) rifulge di luce purissima”.
Proprio in quegli anni, la spesa pubblica per il Sud, in conto capitale, scendeva dal 41% al 32%. Scrive Francesco Barbagallo, “Tra il 2008 e il 2010 le risorse del Fas saranno destinate verso aree non comprese nelle politiche di coesione dirottate verso le tante emergenze prodotte dalla crisi”. Intanto, gli effetti si cumulano e il federalismo fiscale fa sentire il suo peso: già nel 2011 Svimez osservava che, in rapporto al Pil di area, i cittadini meridionali pagano più imposte degli abitanti del Centro-Nord. Le imposte comunali sono aumentate del 151% al Sud, nel resto del Paese dell’82%.
Come faceva osservare Adriano Giannola, tutto ciò comportava aumento della pressione fiscale e una contestuale fornitura di servizi insufficienti. Veniamo, infine, alla Legge di Stabilità 2015: come spiega bene Andrea Del Monaco nel saggio Sud Colonia tedesca – La questione meridionale oggi, Renzi decise di violare tale principio di territorialità, pagando gli sgravi contributivi del Jobs Act su tutto il territorio nazionale, prelevando ben 3,5 miliardi di euro. C’è da restar “depressi”, in effetti.
Economia & Lobby | 23 Giugno 2019

lunedì 19 gennaio 2015

Questione Meridionale: il Sud che si insegna a scuola e i dati scientifici, non opinabili

di | dal Fatto Quotidiano 19 gennaio 2015
Accade in Italia che una delle case editrici più blasonate pubblichi un testo scolastico in cui la storia viene raccontata in questi termini, a proposito di Questione meridionale.
In primis, essa viene definita un “differenziale di sviluppo economico, di benessere sociale” e fin qui ci siamo, ma anche “di identità civile e culturale che separa le regioni settentrionali da quelle meridionali e che costituisce il più drammatico freno alla crescita complessiva del paese”. La seconda parte della definizione fa sorgere qualche presagio su quanto si legge nel seguito della trattazione. Cito direttamente dal libro:
la discussione storica«… sul tronco di una differenza di sviluppo economico hanno preso forma una organizzazione sociale ed una identità civile profondamente diverse da quelle delle regioni centro – settentrionali. Esse sono dominate da un individualismo diffidente, nel quale gli interessi della famiglia o del clan si antepongono e, inevitabilmente, si contrappongono a quelli dello stato e della collettività nazionale. Su questo sottofondo pesano gli intrecci clientelari e la pervasività della violenza come pratica diffusa e sostanzialmente accettata per la risoluzione dei conflitti, sul cui tronco sono sorte associazioni criminali di dimensioni gigantesche».
Identità civile “diversa”, individualismo diffidente, preferenza degli interessi di famiglia (o clan) a quelli statali o collettivi, interessi clientelari…Da meridionale mi domando di quale Sud si parli. Non è certo il Sud in cui sono cresciuto, sono stato educato, ho studiato e vivo. E dove milioni di persone vengono in vacanza, d’estate, a trascorrere l’antologia del proprio anno solare. Le cronache insegnano, piuttosto, che clientelismo, corruttela, racket e malaffare sono mali declinati ormai in tutti i dialetti dello stivale. Ossia dovunque il tessuto politico, sociale ed economico si prestino al loro radicamento.
Il passaggio più drammatico è quello sulla violenza pervasiva accettata come pratica diffusa e accettata nella risoluzione dei conflitti. Si parla in termini generali di un Sud che, a questo punto, sarebbe meglio conoscere, visitare, studiare…
Credo sia utile riflettere sull’impatto culturale e umano che questo tipo di narrazione possa avere sullo studente del Nord Italia quanto sul suo compagno di classe di origini meridionali. Quale orrore nel rivelare le proprie origini ai propri compagni di scuola…Mai sia.
Preferisco, a questo punto, citare una fonte accreditata e dissonante. E sognare il tempo in cui la storia del nostro Paese possa essere spiegata in termini non banalmente dicotomici. Perché l’obiettivo dell’insegnamento consiste nella formazione di coscienze critiche. E i libri di testo sono gli strumenti di quella difficile e delicata operazione.
In un interessante articolo apparso sulla “Rivista di politica economica”, i ricercatori Vittorio Daniele (Università di Catanzaro) e Paolo Malanima (Cnr) si impegnano a “commentare le serie annuali del prodotto regionale, e d’individuare alcune variabili che possono avere influenzato i differenziali di sviluppo stimati”. Dati scientifici, non opinabili. Dai quali si evince che il divario Nord-Sud non affonda le radici nella storia preunitaria ma in quella trova la sua marcata e sistematica amplificazione. Dicono gli autori “Il divario economico fra le due grandi aree del paese in termini di prodotto sembra invece essere un fenomeno successivo. Pare di poter dire che esso cominciò a manifestarsi dalla fine degli anni ’70 e negli anni ’80”. E, più avanti nel testo dell’articolo “Nel 1891, in Italia, gli squilibri regionali risultano modesti. Se in alcune regioni dell’Italia Nord-Occidentale, come Liguria e Lombardia, i livelli di reddito pro capite sono significativamente superiori alla media nazionale, anche nel Mezzogiorno vi sono regioni relativamente prospere. In Campania il reddito pro capite è comparabile a quello della Lombardia, mentre in Puglia e nelle Isole maggiori è analogo a quello medio nazionale. Una situazione di relativo ritardo caratterizza alcune regioni del Mezzogiorno, come Abruzzi e Calabria, mentre nel Nord è il Veneto la regione più arretrata. Le condizioni regionali sono, dunque, molto simili e le differenze esistenti nei livelli del reddito pro capite non rendono possibile una divisione secondo la linea Nord-Sud”. “Nel 1951 la distinzione tra Centro-Nord e Mezzogiorno è netta: l’Italia è un’economia dualistica”.
Parliamone, dati alla mano…
p.s.
aggiungo solo alcune fonti:
  1. Gino Luzzatto, l'economia italiana dal 1861 al 1894 Einaudi; 
  2. Pino Aprile,  Terroni edizioni piemme;
  3. Gigi di Fiore, Controstoria della liberazione Rizzoli.
..... in più ci metto che se questo paese fosse nato sulla base di vere premesse "unificatrici (e non solo con la necessità di eliminare pericolosi concorrenti ai piemontesi e agli inglesi)" tutto sarebbe potuto essere diverso: sappiamo benissimo che la storia la scrivono i vincitori e la studiano i vinti!
p.s.
QUESTO E' UN POST DI PARTE! CREDO CHE CHIUNQUE SI POTRA' RICONOSCERE IN ESSO.. DA QUALUNQUE PARTE DI QUESTO PAESE PROVENGA....

lunedì 27 luglio 2009

questione meridionale? no questione di soldi.....

ogni tanto ritorna... a cicli e ricicli la questione meridionale rispunta come i funghi dopo la pioggia o come l'influenza d'inverno. Questione annosa (se ne parla fin dalla fine del 1800 senza risolverla) e lucrosa (per chi ci guadagna, ci ha guadagnato e ci guadagnerà in futuro) ma soprattutto dà potere e costringe a rapporti stretti quando i soldi realmente arrivano con chiunque: si cambia partito pur di gestire così come si ammazza per accaparrarsi qualcosa come accade quando ci sono appalti e simili; chi paga tutto ciò sono i comuni mortali nostri concittadini del sud del paese che servono solo come serbatoio di voti e come mercato neo coloniale nel quale sono tenuti fin da quando è stata fatta l'unità d'italia che, come si sa (ed anche da recenti studi) è basata sull'accordo fra èlite per mantenere lo status quo ante unitario (Gattopardo docet. Perchè questa tirata direte semplicemente perchè l'MpA si sta smarcando dal PdL (con il quale è federato) e sta assumendo posizioni "leghiste" anche se del Sud: infatti è proprio questo l'andazzo emergente ossia l'ascesa di una lega del sud che, contrapposta alla lega nord ed in sua concorrenza, mira a crearsi il suo spazio condizionando il Governo per ottenere che le promesse fatte in campagna elettorale siano mantenute. Insomma si sta creando un sistema di potere che ha al centro il PdL e il Governo e alle ali due partiti geograficamente posizionati che sono in concorrenza fra loro per ottenere favori e ricattare, quando necessario, la maggioranza: stesso obiettivo naturalmente ossia condizionare e aprire un fiume di denaro verso le zone rappresentate o meglio verso le èlite rappresentate. In tutto questo ma questione meridionale non c'entra nulla (come non c'entrava nulla quando fu sollevata dato che il sud era destinato fin dall'inizio nient'altro che il mercato di sbocco coloniale del nord del paese) e ha poco peso il problema che quella aprte del paese non ha lo Stato ma è abbandonata a se stessa e alle consorterie criminali ed economiche e poca speranza hanno i giovani di costruirsi lì il futuro ma devono emigrare creando un'alternativo serbatoio ai clandestini di manodopera o di forza elettorale che, magari, si vende per poche promesse e qualche favore e/o pacchi di viveri.

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